Giacché tanto funesti e detestabili sono gli effetti delle congiure contro l’ordine stabilito, avendo noi contezza di qualche occulta trama, siamo obbligati in coscienza a darne notizia al Governo? Signor sì, per molte ragioni. 1° Affinché la Religione, la quale si vede dalle odierne congiure soffrire gravissimi danni, non venga turbata da novità che abbiamo dimostrate contrarie ai suoi santi insegnamenti; 2° Affinché sia preservata la patria dalle funeste conseguenze, che l’anarchia, necessario anello di qualsivoglia mutazione di governi, suole produrre; 3° Affinché ci diportiamo da figli leali del Sovrano, che nelle Sacre Scritture è caratterizzato per padre del popolo, e che ha diritto di sapere le macchinazioni, che compromettono lui, e la sua vasta famiglia; 4° Affinché preserviamo ancora noi stessi, le persone che ci appartengono, e gl’interessi sì pubblici come privati dalle rovine, che difficilmente possono evitarsi nelle ribellioni.

Dobbiamo astenercene, se col denunciar la congiura meritassimo l’odioso nome di spie? No certamente, poiché chi opera con retto fine, e per eseguire gli obblighi, che Iddio ha imposti alla sua coscienza, non merita alcun titolo odioso; essendo solamente infame chi nuoce altrui per odio, per ambizione, o per vile interesse, ed essendo sempre degno di tutta la stima chi eseguisce i suoi doveri. In questo senso dice lo Spirito Santo: Nolite timere opprobrium hominum, et blasphemias eorum nolite pertimescere (Isai. 21,7); ed altrove: Domine, maledicent illi, et tu benedices (Ps. 108,28).

E se mettessimo a pericolo la tranquillità di qualche persona, che ci appartiene, o finanche la nostra vita, dovremmo astenerci dal rivelare alla superiore autorità la congiura? Neppure per questo titolo dobbiamo astenerci dall’adempimento di un sì sacro dovere. Imperocché la gloria della Religione e la prosperità della Chiesa sono un bene maggiore della nostra vita, il bene pubblico deve preferirsi al privato; il Sovrano deve preservarsi più che il suddito, e la patria deve salvarsi, anche a costo della vita del cittadino. Questo è il vero amor patrio, quantunque vogliano usurparsi la gloria di esserne infiammati i rivoluzionari, i quali ne sono in realtà i veri nemici, e le recano mortali ferite. E chi per sì giuste ragioni soffrisse una persecuzione, ed anche una morte violenta, deve riputarsi glorioso in questa vita e beato nell’altra, giacché Gesù Cristo ci ha detto: Beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum (Matth. 5,10). Ho inteso ottimamente.

Vi piaccia per ultimo di soddisfare ancora ad un dubbio. In caso di rivoluzione succeduta sarà convenevole cosa accettare cariche o impieghi? I motivi, per cui il ribelle vi elegge alla carica e all’impiego, per lo più sono due: o perché egli crede che siate del suo pensare, e questo è il motivo più spontaneo e più comune delle sue scelte; o perché avendovi in conto di onest’uomo e cristiano, si vuol ammantare della vostra riputazione, per trarre più facilmente in inganno la moltitudine. Nel primo caso voi ricevete una solenne e pubblica dichiarazione di nemico dell’ordin legittimo, o in altri termini una patente di liberale. Nel secondo, quanto è maggiore la conosciuta vostra onestà, tanto più vi persuade di ricusare, mercé ch’è di ragione dell’onest uomo di non concorrere, potendo, ad accreditare una fellonia ed una ingiustizia, che tante in sé ne racchiude. Qui non si parla di quelle persone, le quali non avendo onde vivere nemmeno per quel breve tempo, che dura il pubblico disordine, accettano di servire in uffici per altro leciti gl’iniqui usurpatori del potere. Nel rimanente il bel pretesto d’assicurare la società da quei danni maggiori, che gliene verrebbero, cadendo in altre mani o l’impiego o la carica, è di via ordinaria una maschera, colla quale uomini d’una onestà tutta superficiale cercano di nascondere lo spirito or d’ambizione or d’interesse, che più gli solletica vivamente di quel che gli affligga la pubblica calamità. Non bisogna ingannarsi: chi tien l’impero della rivolta, è la fazion dominante, o voglia in dire la setta. Qualunque sia l’eletto, altro non sarà mai che un mero strumento, il quale deve agire pel fine del principal operante. Se la forma propria dell’istrumento modificherà, temprerà alcun poco le impressioni dell’agente primario, ciò servirà in questo genere a render l’effetto tanto più stabile e permanente, quanto avrà meno del violento.

E se talun fosse eletto appunto perché egli è indifferente a qualsivoglia partito? In questo genere la stessa indifferenza farebbe contro la sua onestà; la quale, finché sarà vera onestà, non potrà mai essere indifferente per la giustizia e per l’ingiustizia, per la fedeltà e per la ribellione, per la verità e per la menzogna, per la causa del bene e per quella del male. L’indifferente in simili materie non vuol dir altro, che un uomo senza morale, che non riconosce altra regola della sua condotta, fuorché l’utile proprio.

Più difficile vi sarà forse d’assegnarne anche la ragion naturale, mercé che naturalmente il cuor umano si doma piuttosto colla dolcezza che col rigore, col cedere anzi che coll’urtare. Io voglio al contrario, che la ragion naturale vi riesca niente meno evidente della divina. Attendete: se uno macchina di esterminarvi dal mondo, perché si tiene contrariato da voi, o perché, povero di facoltà, agogna d’arricchirsi collo spogliarvi, o perché, stimolato dall’ambizione, crede di non poter sollevarsi, se non sulla vostra rovina; non sarà gran fatto, che voi gli togliate dall’animo sì pessima risoluzione col perdere qualche cosa, affine di pur mostrarvi benefico verso di lui, o di consolare la sua povertà, o di appagare la sua ambizione. In simili congiunture il principio di non far peggio può esser giovevole alla vostra causa. Ma se posseduto, da un reo demonio, l’ultimo fine della sua scelleratezza è precisamente lo sterminarvi, il vostro studio, se avete senno, tutto si dee rivolgere a impossibilitargli la guerra, che vi ha giurata; mentre quanto qui cedesi, torna in pregiudizio del cedente, ed a vantaggio di quello al quale è ceduto; e questi non avendo altro fine che la vostra rovina, considera ogni concession vostra ed ogni suo guadagno, siccome un mezzo, che lui rende più forte e voi più debole al meditato trionfo. Venendo ora al nostro proposito, le odierne sette sono possedute da un odio indicibilissimo del sommo bene, che Dio: le tormenta una sete infernale di distruggerne ogni rappresentazione, ogni immagine, ogni memoria: di qui l’odio inestinguibile contro la religione, in cui più che in qualunque altra cosa riluce la sua maestà e i suoi attributi; l’odio contro la sovranità che rappresenta il poter di Dio sulla terra; l’odio contro la gerarchia, che rappresenta l’ordine della divina Provvidenza; l’odio contro le leggi, che sono una partecipazione della legge eterna; l’odio fui per dir d’ogni bene, in quanto può ricordarci la prima fonte, da cui emana, che è Dio. Gli avanzamenti, gli onori, le dignità, le ricchezze sono appetite bensì grandemente, ma sol come mezzi necessarissimi per giungere allo sfogo di quell’odio, che sì le cuoce contro Dio, contro la religione, contro la sovranità, contro la gerarchia, contro le leggi, contro ogni bene. Parlo delle sette, e non di ciascuno dei suoi membri in particolare. Che questo sia lo spirito proprio delle sette moderne, nel comprova più del bisogno l’esperienza insiem colla storia. Abbiam veduto questi mostri tartarei giunti alle dignità più sublimi, e al possesso d’immense ricchezze: è cessata per questo la guerra contro la Chiesa ed i Principi, o non è anzi incomparabilmente cresciuta?... I membri poi, per quanto la loro indole non sia indiavolata fino a questo segno, non sono mai di se stessi, ma delle sette, in virtù d’una obbedienza più stretta assai e più cieca della religiosa; onde quanto loro si dona, è donato alle sette. Sicché dove i benefizi fatti alle sette tornano a danno del benefattore, tal sarà pure dei benefizi, che si compartono ai membri. Dunque le transazioni, le indulgenze, le concessioni non solo non acquieteranno mai la lor rabbia, ma l’accenderanno vie maggiormente, finché vi resti un’ombra di bene, che le tormenti. E però il principio di non far peggio in ordine alle sette rivoluzionarie, al lume della sana ragione risolvesi in questo assurdo, che bisogna concedere molte legna all’incendio, perché risparmii la casa. ...

Questione XLVII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 14, p. 6

È presto detto usare della giustizia; ma se in questa forma si venissero a precipitare le cose per quella via medesima, per cui vorrebbonsi raddrizzare, che ne direste? Non è egli vero, che ci vuole di molta prudenza per non far peggio? Appunto qui vi aspettava, per dirvi che da qualche tempo è corso quasi in proverbio un detto brevissimo, che nella sua semplicità racchiude una verità altissima, e nel suo laconismo spiega bastantemente la cagione degl’inauditi disordini, che tormentano il genere umano. Eccovi il detto, e con esso la mia risposta: per non far peggio, tutto va al peggio. Si è voluto lisciare il serpente, si è voluto lusingare, si è voluto accarezzare per non irritarlo di più: che n’è avvenuto? A lui è cresciuto il veleno e l’audacia, a noi l’avvilimento e la paura; a lui sonosi aumentate le forze, a noi sono venute meno, di un male, se non leggiero, certo però superabile da pronti e forti rimedi, si è fatto un male pressoché immenso ed incurabile.

E perché non si potrebbe dire, ch’è stata questa per avventura una disgrazia degli ultimi tempi, ne’ quali una regola anche ottima ha avuto la sua eccezione, come avviene generalmente dei principii morali? Perché vi dovete persuadere, che nel caso presente la massima non solo non è ottima, come voi dite, ma falsa; e che non ci ha punto condotti al profondo di tanti mali per una eccezione, ma per se medesima, e perché così doveva essere, secondo ogni ragione naturale e divina. Secondo la divina: poiché uno de’ più gravi torti che si possa recare a Dio, è quello di non credere, ch’egli abbia parte e parte massima nel governo delle umane cose. Ma se ciò credesi veramente, come poi dubitare, che facendo l’uomo per la gloria di Dio, ed a confusione dei suoi nemici, quanto richiede l’eterna sua legge, e le leggi umane e la ragione ancora, senza cedere un dito a discapito della giustizia, Dio non sappia dal canto suo condurre a buon termine gli sforzi dell’uomo, e impedire tutto quel peggio che ci fa fare tanto di male? Come fissarci in capo, che facendo l’uomo le parti proprie, Dio non abbia più a fare le sue? Eppure qui mira nel caso nostro la bella regola del non far peggio; mira a farci sacrificare gl’interessi della giustizia per una troppo ingiuriosa, non voglio dire speculativa, ma pratica diffidenza del potere, del sapere, della fedeltà di Dio. Qual meraviglia però, se dalla parte di Dio ha avuto sempre, e sempre avrà questa massima un infelice riuscimento? Ecco donde viene per verità ogni peggio: da una malintesa prudenza tutta di carne, la quale ci fa por gli occhi in noi soli, quasi che Dio o non entrasse nel reggimento degli uomini, o non fosse sollecito d’aiutare potentemente chi con franca mano si oppone ai disegni de’ suoi rivali. Prudentiac tuae pone modum, dice lo Spirito Santo ne’ Proverbi. Non bisogna dar luogo a quella incontentabil prudenza, la quale infine non serve ad altro, che a renderci inerti, e toglierci quella grand’anima di tutte le nostre operazioni, ch’è la confidenza in Dio. Vera prudenza è star forte sugl’interessi della religione, della verità, di Dio, non ceder neppur un palmo di terreno ai ribelli, non accomodarsi né poco né molto alle loro voghe. Essi non hanno forza più valida che la timidezza del potere legittimo. Il perdono, le grazie, le condiscendenze gli faranno più arditi a nuocere, ma non migliori. ...

Questioni XLV - XLVI. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 13, p. 6

Che regola avrà dunque a tenere l’umana giustizia? Imitare per quanto può la Divina. Dio, secondo l’ordine della Sua sapienza talvolta immediatamente punisce di morte gli empi a sollevamento dei giusti; e tal altra concede loro spazio di penitenza, secondo che ciò vede giovevole ai suoi eletti. Non altrimenti, a proporzione del Suo potere, fa l’umana giustizia: que’ che sono al mondo di grave rovina, condannagli a morte; e quegli altri che son rei, è vero, ma non gravemente nocevoli al ben comune, conservagli a ravvedimento (Inoltre si vuol notare la gran disparità, che passa fra l’umana e la divina giustizia. Questa (la divina) ha due tribunali, l’uno nella vita presente, l’altro nella futura: ciò che non punisce nel primo, punisce nel secondo. All’opposto quella (l’umana) non ne ha che uno; ciò che non punisce di qua, per lei rimane impunito. Secondariamente la divina giustizia non mai rimette la colpa senza il pentimento verace, che importa la mutazione della volontà nel colpevole; e nel conoscere una tal mutazione essa è infallibile: l’umana non ha, né può avere in nessun caso argomento infallibile sulla mutazione de’ colpevoli; e credendola, resta il più delle volte ingannata. In terzo luogo, la divina giustizia, col differire benignamente la pena, non può temere né che la scappi il colpevole, né che arrechi nell’ordine della sua provvidenza danni o impreveduti o irreparabili, perché non farà mai più di quello ch’essa vorrà permettergli. Non così l’umana, alla quale e può sfuggire il colpevole, e può costui, sia coll’esempio, sia coi fatti, apportare danni inaspettatissimi e all’umano potere irrimediabili).

Ond’è che da mezzo secolo e più si sono tanto esaltate, amplificate, invocate senza alcun limite le idee di clemenza? Perché da mezzo secolo e più, con una ostinazione infernale ed ignota all’età passate, si lavora continuamente a rovesciare i troni e gli altari, e quindi alla distruzione della società. E stata l’inumanità, la ferocia, la sete delle stragi, e delle catastrofi dell’uman genere, la quale, per assicurarsi di non trovar più alcun argine nell’umana giustizia alla piena de’ mali, con che tenta d’inondare la terra, si è studiata di alterare l’opinion pubblica, a segno di far credere, che nel Principe non debba tenere lo scettro che la clemenza, e che ogni atto di giustizia lo costituisca un Nerone.

Trarrebbe forse origine dalla stessa fonte la tattica sì frequente di cominciar le rivolte per opra dei giovani? È di veduta non pur corta, ma ottusa chi non lo vede. Vogliono i tristi consumare il delitto e non esporsi ai colpi della giustizia: perciò fan che si tenti l’impresa per man de’ giovani. Se riesce, han conseguito il lor fine, ed escono senza paura a coglierne il frutto. Se non riesce, pretendono che si riguardi come un’imprudenza puerile, o al più come un semplice fallo di giovani inconsiderati, che non ha né significazione, né scopo, né conseguenze.

E la carità che tanto predicano? Viene dallo stesso principio. E questa la carità che ne’ guardiani vorrebbe il lupo, di lasciar cioè lui vivo, e non curarsi della strage che reca all’ovile.

Che dovrem dunque conchiudere? Che in tutto ciò che concerne il ben comune degli uomini, vera clemenza è usare della giustizia, e massimamente dove si tratti di esterminare i nemici della Religione, della sovranità, della natura; e che però quando il Principe opera in questa guisa, allor più che mai dimostra un amor forte verso de’ sudditi, e merita da essi maggiore stima e maggiore riconoscenza. ...

Questioni XL - XLIV. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 12, p. 6

Non è anche direttamente contraria una tal clemenza al fine del reggimento? Fine proprio de’ governanti è la salvezza pubblica e la pubblica felicità, in quella guisa che fine proprio del capitano è la vittoria, del piloto la sicurezza della nave, del medico la sanità del corpo. Come dunque sarebbe inumanità nel medico lasciar perire l’infermo per non tagliare un dito, nel piloto lasciar sommergere la nave per non gettare una merce, nel capitano perdere l’esercito per non punire una mano di soldati ribelli; così sarebbe inumanità assai maggiore nel Principe, se lasciasse pericolare tutto il regno per risparmiare un pugno di scellerati.

Non potrà dunque un Sovrano far grazia a veruno? Vi ho già detto, che può benissimo quando però la grazia fatta ai privati non ridonda a pregiudizio del pubblico (S. Thom. Summa Theol., sec. sec. q. 67, art. 4). Ora trattandosi dei sovvertitori dell’ordine pubblico, in nessun tempo fu mai sperabile di poter loro far grazia, se non a spese della pubblica felicità; ma particolarmente nell’età nostra, in cui a forza di grazie siam giunti a vedere le pubbliche calamità moltiplicate incessantemente su tutti i punti del globo minacciare persino l’esistenza di tutte ormai le nazioni.

Ciò nondimeno è pur vero che Dio perdona, e che i Principi non potrebbero scegliersi miglior esemplare. Ma è vero insieme, che Dio comandò già nell’esodo ( c. 22), che si togliessero di vita i malfattori: maleficos non patieris vivere; è vero che nel Deuteronomio (c. 19), ordinò, che l’omicida si desse a morte senza pietà: morietur, nec misereberis eius; è vero che nel Deuteronomio medesimo (c. 13), decretò che il sovvertitore della vera religione fosse inesorabilmente tolto dal mondo: neque parcat ei oculus tuus, ut miserearis et occultes eum, sed statim interficies; è vero che fece legge di non perdonare nemmeno alle intere città, ove fossero ree di tanta colpa: statim percuties habitatores urbis illius in ore gladii, et delebis eam, ac omnia quae in illa sunt (Ibid., c. 13, v. 15). Per ultimo dall’essere il Principe ministro di Dio deduce san Paolo il diritto e l’obbligazione, che ha non della clemenza, ma della spada: si autern malus feceris, time; non enim sine causa gladium portai: Dei enim minister est, vindex in iram ei qui male agii (Ad Rom. 13). E san Pietro assicuraci, che i Dominanti hanno ricevuto appunto da Dio la missione, non di assolvere, ma di fare la dovuta vendetta: subiecti estote... sive Regi... sive Ducibus, tanquam ab eo missis ad vindictam malefactorum (II Petri, c. 2). ...

Questioni XXXVII - XXXIX. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 11, p. 6

Ho però inteso dire alcune volte, che chi non ha data la vita, non la può togliere. L’avrete inteso da chi non sa quel che dice. Se ciò fosse vero, neppure sarebbe permesso di ammazzare un uomo per propria difesa, cum moderamine in culpatae tutelae; neppure sarebbe mai lecito il far la guerra, la quale è inseparabile dalla morte di molti uomini.

Ma sento dire, che vi sono varie questioni tra i filosofi sul diritto d’imporre la pena di morte. I filosofi hanno voluto spargere le dubbiezze in tutte le materie, anche le più evidenti; e quindi non è meraviglia, se per trovare nella suprema autorità l’origine del diritto d’imporre la pena capitale, si siano divisi in molli partiti, senza concludere nulla di accordo fra loro. A noi basti il sapere, che Iddio tante e tante volte ha dichiarata giusta questa pena (Gen. 9,6; Item Prov. 1,16; Apoc. 13, c. 10). Basti ancora il riflettere che certi delitti fan riconoscere l’uomo qual pubblico nemico abituale, e capace di esser continuamente un ingiusto aggressore (Eccl. 1,15); e quindi la potestà può e deve sgombrarne la terra. Ciò sparge nel popolo un salutevole terrore, impedisce le vendette private, e si è sperimentato utile, anzi indispensabile da tutte le nazioni, ed in tutti i tempi: sicché ben può dirsi, che questo consenso così generale sia una voce della natura. Si prenda l’esempio dall’umano corpo: è cosa per sé irragionevole ed illecita che l’uomo facciasi troncare un piede o una mano; ma pure, se guasto il piede o la mano minacci di corrompere tutto il corpo, il taglio diventa subito e necessario e lodevole e salutare.

Per altro non si può negare, che la clemenza in un Principe fu ognor lodata. Sì, la vera clemenza, quella cioè di cui l’esercizio non torna in danno della società; non quella clemenza inumana, che coll’impunità del delitto rende più audaci i delinquenti, e fomenta le violenze, le rivolte, i disastri, gli sconvolgimenti, e le stragi delle intere nazioni.

Volete dire, che una clemenza di tal natura sacrifica molti innocenti per risparmiare pochi colpevoli? È chiaro. Per meno male che vadan le cose in una congiura o in un allentato di ribellione, quante vittime non restano immolate, anche nel semplice conflitto, per altro sì necessario, del potere legittimo colla fazione dei rivoltosi? E si dovrà dire un atto di umanità quello, per cui s’immolano dieci, cento, e talvolta anche migliaia alla morte, in cambio di un solo o al più di pochi? Aggiungasi l’alto pericolo, ond’è minacciata tutta la repubblica, la costernazione universale, il pervertimento delle massime, lo scandalo, che apre le porte alle scene più spaventose, il timore, che toglie la pubblica confidenza, l’agitazione che tiene i sudditi insieme col Sovrano in uno stato di continua violenza; e poi si dica, ch’è veramente una clemenza straordinaria il punire tutti indebitamente di tanti mali, solo per risparmiare ad alcuni la pena dovuta. ...

Questioni XXXIII - XXXVI. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 10, p. 6

E perché poi, se sono sì dichiarati nemici della Chiesa, se sono carichi di tante scomuniche, protestansi di voler salva la religione, intatta la fede, il divin culto garantito e protetto? Per poter più sicuramente opprimere e religione e Chiesa, e fede e culto divino. Questa è la prima ragione: quando il nemico, che si vuol combattere, è senza paragone maggior di numero, grande sciocchezza sarebbe l’assalirlo direttamente in guerra aperta: fa di mestieri ricorrere alle insidie e alla frode; e il miglior mezzo egli è appunto di fingersi alleato.

Qual sarà l’altra ragione del loro infingimento? L’esperienza del passato. Ben sanno gli scaltri, che in questo genere di battaglie l’aperta violenza, lungi dall’esser funesta ai cattolici, è stata loro in ogni tempo di sommo vantaggio, e che l’intimar loro sveltamente la guerra, torna lo stesso che invitar al trionfo.

Ve ne sarebbe anche per avventura una terza? Appunto, ed è più propria per i nostri faziosi. Questi a dispetto dell’audacia, che ostentano in volto, si chiudono in cuore una paura incredibile, giacché il vero coraggio non può albergare in un cuor medesimo col delitto: donde ne segue, che ben conoscendo la somma forza, che ha in un popolo il sentimento della propria e vera religione oltraggiata, debbono darsi ogni cura di celare i perfidi loro disegni sotto il manto della religione medesima.

Se così è, non pare infine, che il potere secolare abbia torto, procedendo contro di loro anche collestremo supplizio? Non solo non ha torto, ma ne ha tutto il diritto; e ciò facendo, adempie un dovere strettissimo del proprio stato.

E il motivo di questa obbligazione tanto stretta su che si fonda? Sulla persona, che il Principe sostiene. Imperocché non dovete credere, che il Monarca terreno sia un padrone assoluto e indipendente, il quale non abbia nessuno sopra di sé; che anzi egli non è tanto padrone, quanto ministro del supremo Signor dell’universo. Dei enim minister est. E come Dio è un bene infinito senz’ombra di male, così il Principe è suo ministro per promuovere il bene fra le genti, e non il male. Dei enim minister est in bonum. Quando però, col risparmiare ai delitti le pene corrispondenti, lasciasse che i mali si moltiplicassero sulla terra, egli tradirebbe gl’interessi di Dio, mancherebbe gravissimamente all’offizio di ministro, usurpandosi i diritti di principale, e sarebbe responsabile dei danni e disordini indi cagionati sì nell’ordine temporale, come nell’eterno. ...

Questioni XXVIII - XXXII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 9, p. 5

Ma e non sarebbe egli a credere, che i clericali veggano di mal occhio lo Statuto per i privilegi, che per essi furono loro levati? Niente meno. Imperciocché il solo privilegio, di cui vadano privi dopo lo Statuto, è il privilegio del foro; ma la conservazione di questo loro non preme gran fatto, come lo mostrarono chiaro allora, che si trattava di sopprimerlo. Tornate col pensiero a’ quei tempi, riandate le cose che si dissero nelle Camere dai clericali, esaminate l’indirizzo dell’Episcopato al Senato del Regno, e troverete che tutti i discorsi erano volti a persuadere le Camere, a rispettare il Concordato, che esiste tra Roma e Casa Savoia, e a non distruggerlo senza aver presa la necessaria intelligenza colla Santa Sede, come vuole giustizia ed il bene della società, il quale molto dipende dalla buona fede e dalla lealtà, con cui si osservano i patti. Dunque l’odio dei clericali contro lo Statuto esiste nella sola immaginazione dei liberali, i quali, quando vogliono spogliare la Chiesa dei suoi beni per questa colpa loro attribuita, se hanno per lo Statuto quella riverenza, di cui dicono mancare i sacerdoti, debbono a mente del medesimo formare loro un processo, convincerli dei loro demeriti verso lo Statuto, dimostrarli colpevoli prima di punirli colla sottrazione dei loro beni; altrimenti facendo, sono ingiusti, e operano contro quello Statuto medesimo, per cui vantano tanta tenerezza. Finalmente, se desiderate la confessione politica dei clericali, ve la fò per tutti, e non la sbaglio. I clericali non amano più una forma di governo che un’altra; essi sono disposti a conscienziosamente seguire ed obbedire a qualunque governo si succeda, purché ciò segua legittimamente, come legittimamente passammo dalla Monarchia assoluta alla costituzionale. Anche nei governi antichi repubblicani di Genova, Venezia, e altrove in Italia, i clericali si trovarono bene; e quelli Stati non caddero certamente per cospirazioni e rivolte dei clericali, che ne erano forse i più quieti e fedeli cittadini. Quello ch’essi domandano, si è, che la Religione sia rispettata, il decoro degli ecclesiastici mantenuto per il bene della Religione stessa e dei popoli, si promuova tra questi la moralità, senza di cui niuna nazione fiorisce, si metta un argine ai delitti, onde siano rari il più che si possa; e finalmente tutto questo si ottenga col minore possibile dispendio, sicché il danaro che i cittadini sudano a raccogliere per i loro bisogni, non si sciupi, non si disperda inutilmente, e i milioni non svaniscano, e non si sappia dove siano finiti. Questi sono i voti sinceri dei clericali: chi si sentirebbe il coraggio di respingerli, e nutrirne dei contrarli? Conchiudiamo, e ritorniamo là, donde siamo partiti. I beni della Chiesa non sono della nazione, non vi è motivo plausibile per toglierli a quella; epperò ben istanno le scomuniche stabilite dalla Chiesa stessa contro di coloro, che osino ai detti beni stendere la mano rapace.

Questione XXVII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 8, p. 5

Che si deve pertanto pensare di coloro i quali domandano, che lo Stato incameri i beni della Chiesa? Essi, che si dicono così amanti e gelosi dello Statuto, cominciano i primi con questa domanda a volerne violato un articolo principale, l’art. 29, che letteralmente stabilisce e dichiara - tulle le proprietà, senza verun eccezione, sono inviolabili; - perciò si dimostrano incoerenti a se stessi. Inoltre sono ingiusti verso la Chiesa, iniqui verso il clero, in odio del quale mettono avanti questo progetto; e finalmente sono spietati verso i poveri, che privano di questo aiuto, mentre essi li lasciano languire nella propria miseria, e loro non danno mai un obolo, sprecando il danaro al teatro, nei pranzi, nei giochi, alla bottega di caffè. E se volete di ciò un buon argomento, voi lo trovate nell’esperienza di quasi tutti i giorni. Vedete voi mai, che un povero si volga per soccorso a gente di questa fatta? No certo; ma, e sulle piazze e nelle contrade, se mirano un ecclesiastico, a lui si appigliano, e la ragione di questo diverso procedere del povero cogli uomini dei baffi lisciali e cogli uomini di Chiesa, sta appunto in ciò, che per lo più da questi riceve l’implorata elemosina, da quelli un rabbuffo, od una scrollata di spalle. Non sono dunque essi veramente spietati verso del povero, cui non danno soccorso, e cercano d’impedire, che loro si dia dai sacerdoti che ne sono i padri?

Avete qualche altra cosa da dire a disapprovazione del progetto d’incamerare i beni della Chiesa? Aggiungo, che questo progetto manifesta i suoi autori peggiori degli eretici e dei Turchi: poiché ho letto nei giornali, che la Prussia Luterana e l’imperatore dei Russi hanno dichiarato proprietà inviolabili i beni appartenenti al clero cattolico, e lo stesso Sultano Mahmoud ha proibito ai suoi ufficiali di molestare i Cristiani nella libera amministrazione delle loro chiese, e non volle, che si chiedessero loro i titoli di proprietà dei detti edifici.

Più sopra avete attribuito il desiderio, che i libertini nutrono di vedere i beni della Chiesa incamerati, all’odio ch’essi hanno per il clero; ma donde si ha a ripetere quest’odio? I libertini odiano in realtà il clero, perché alza sempre l’autorevole sua voce contro i loro vizi, si oppone alla corruttela dei costumi promossa da essi, e predicando sempre la soggezione alle legittime autorità, ne contraria i progetti rivoluzionari, che formano nelle tenebrose loro congreghe. Ma se dassi retta alle loro parole, dicono che odiano il clero, perché è avverso allo Statuto, ama che vengano gli Austriaci, e ritornino le cose all’assolutismo; ed in tutto questo, oltreché ben sanno, che mentiscono impudentemente, danno al clero una nera calunnia detestabile. E per verità chi del clero, dove, e quando pronunziò parola, o mosse pure un dito a danno dello Statuto? Se ne conta egli anche un solo, che fosse di ciò convinto e punito? Eppure i clericali di ciò accusati gridarono altamente all’ingiustizia nei fogli, e invitarono e provocarono le prime autorità dello Stato a procedere una volta contro i colpevoli, ed a porre in evidenza il loro torto, ma non ne fu mai niente. Che si vuole di più chiaro a stabilire l’innocenza del clero a questo riguardo?

Non si può per altro negare, che il clero non è soddisfatto dell’andamento delle cose, e ne desidera un altro. Questo è verissimo, ma non ne conseguita, che il clero sia nemico dello Statuto, anzi le innovazioni da lui bramate lo rivelano amico dello Statuto, e niente ostile. Non è una ciancia; è una verità, di cui facilmente vi persuadete, se svolgete per poco i fogli clericali. Quali sono i lamenti, che in essi riscontrate? Questi, non altri: lo Statuto dichiara Religione dello Stato la Religione Cattolica, e quindi induce in tutti i sudditi l’obbligazione di rispettarla; e intanto vi sono giornali infami, che non cessano di farne orribile scempio a danno dei fedeli, e loro non si pone alcun freno. La stampa è libera, ma non può prestarsi a censurare Sovrani, non a diffondere l’immoralità; e intanto il Romano Pontefice doppiamente Sovrano, è perpetuamente svillaneggiato da certi fogli, e non vi si mette alcun riparo; l’immoralità ha un fomite grandissimo in questi fogli; le popolazioni diventano irreligiose, e si corrompono; i delitti crescono a dismisura, e non si pensa a rimediare al male nella sua origine. La stampa è libera, ma non si può con essa creare odio ad un ceto di persone qualunque; e intanto i fogli suddetti non finiscono di versare il disprezzo sul ceto ecclesiastico: dal che ne viene, che il suo ministero non ha più sui popoli tutta la salutare sua influenza con temporale e spirituale loro detrimento; e niuno pensa a fermare un tanto male. Questi sono i lamenti dei clericali; ora sono essi contro lo Statuto, e non anzi a favore del medesimo? Quale appoggio ha ella dunque l’accusa, che contro di loro si muove, di avere in odio lo Statuto, e meditarne la perdizione? Errano totalmente (scrive «affatto»).

Questioni XXIII - XXVI. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 7, p. 5

I beni della Chiesa non sono essi della nazione? No, perché altro è la nazione, altro la Chiesa; alla nazione appartengono tutti i cittadini anche gli Ebrei e i Valdesi, e vi apparterrebbero gl’idolatri, se fossero tra noi, laddove alla Chiesa non appartengono che i soli Cristiani cattolici.

Da questo che cosa volete inferirei? Voglio inferire, che se la Chiesa e la nazione sono due cose affatto distinte, quello che è dell’una, non può essere dell’altra, come, sono distinti i diritti, le prerogative, sono distinte le proprietà; e perciò i beni della Chiesa non sono della nazione, altrimenti, secondo quanto abbiamo detto, essendo nella nazione anche gli Ebrei e i Valdesi, ne verrebbe, che i beni donati alla Chiesa per il mantenimento del culto cattolico sarebbero donati agli Ebrei ed agli eretici, il che è insieme assurdo e ridicolo.

Avreste qualche altra prova da addurre a meglio dimostrare questa verità? Sì; il fatto costante di molti secoli. Primieramente i beni che possiede ancora nel Piemonte la Chiesa, in gran parte già erano della medesima più secoli prima che questi nostri Stati fossero riuniti in nazione. In ogni tempo poi, ed ogniqualvolta si trattò di vendere, o di permutare un qualche podere della Chiesa, furono sempre le autorità della Chiesa stessa, i Vescovi, il Romano Pontefice che ciò fecero, non le autorità civili, non la nazione; ma alienare beni, permutarli, spetta a colui che ne ha la padronanza; dunque i beni della Chiesa sono una proprietà di lei, non della nazione.

A che servono questi beni? Al sostentamento degli ecclesiastici, i quali, siccome prestano la loro opera alla Chiesa, è giusto che dai beni di essa ricavino la propria sussistenza. Tutto quello che loro avanza, lo impiegano in opere pie, e particolarmente a sollievo dei poveri. A questo proposito voglio narrarvi un piccolo fatto, che pochi anni sono, succedeva alle Camere di Francia. Un membro di esse propose, che dal governo si diminuisse l’assegnamento fatto all’Arcivescovo di Parigi, perché superava il bisogno ch’egli ne potesse avere; si alzò un altro, e fece osservare, che il palazzo arcivescovile era ogni dì frequentato dai poveri, i quali certamente non si sarebbero così spesso colà raccolti, se loro non fosse stata fatta la elemosina, e che però quello che si voleva togliere all’Arcivescovo, in realtà si sarebbe levato non a lui, ma ai poveri. Piacque questa riflessione alla Camera, e l’assegnamento restò intatto.

Questioni XIX - XXII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 6, p. 5

A qual classe essi appartengono dei nemici della Chiesa? Comprendono in sé la malizia di tutt’insieme, dell’Ebreo, dell’Eretico, del Turco, dell’idolatra; e la superano ancora di lunga mano. Quindi è per un verso la protezione, ch’essi spiegano per tutti questi infedeli nemici della nostra santissima religione; e per l’altro il rifiuto di abbracciare né l’ebraismo né l’eresia, né l’alcorano né il paganesimo. Ciascuna religione, per quanto infame, ha sempre qualche elemento, ancorché tenue, di bene, che non permette di fare qualunque sorta di male, né in qualunque modo più pessimo. Volendo pertanto costoro far ogni male, e ad ogni modo e senza verun impedimento, amano ogni setta d’infedeli per il male che ciascuna contiene; a niuna si stringono per quell’avanzo di bene, che pur ciascuna conserva. Sono pertanto la feccia del mondo, ed il complesso di ogni ribalderia.

Sarebbero mai anche scomunicati? Senza dubbio, perché ordinariamente sono membri di società segrete, qualunque ne sia il nome, che cambiano continuamente, affine di eludere la vigilanza dei magistrati, e di sorprendere la semplicità degl’incauti. Ora queste società segrete sono replicatamente proscritte e fulminate di scomunica per le costituzioni apostoliche dei Sommi Pontefici: Clemente XII, Benedetto XIV, Pio VII, Leone XII e Pio VIII.

Ma come si prova, che generalmente appartengono a società segrete? Si fa manifesto per via di fatto, e per via d’argomento. Per via di fatto, attesoché nei processi tenuti già tante volte contro questi infami cospiratori, si è trovato costantemente, appartenere essi a società tenebrose costituite ora in una, or in altre città di Europa, ed aver operato di concerto, secondo gli ordini e l’indirizzo dei capi. Per via poi d’argomento essendo ordinariamente impossibile, che un vasto piano di rivoluzione si eseguisca in diverse parti a giusta misura, e a ben intesa corrispondenza dell’una parte coll’altra, sì che niuna impedisca, ma tutte si aiutino reciprocamente, se non vi sia qualche unione segreta, che muova e diriga tanta varietà di strumenti e di braccia in luoghi diversi.

Vi ha in essi altra ragion di scomunica? Tutte le volle, che mettono le mani, come avviene quasi sempre, sui beni ecclesiastici, come sono quelli dei parroci e dei religiosi o altri, si caricano di nuova scomunica fulminata dal Concilio di Trento, e riservata al Sommo Pontefice (Sess. 22., Decr. de reform., c. 11). E poiché il dominio temporale della Santa Sede è compreso eminentemente nei beni di Chiesa; ivi la sola usurpazione del governo, senz’altra giunta, porta inevitabilmente la pena della scomunica.

Questioni XV - XVIII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 5, p. 5

Mi par dunque il loro un abuso enorme della parola di Dio, perché la libertà di Gesù Cristo, stante il già detto, non ci ha mai voluto sottrarre dall’autorità né ecclesiastica né civile, com’essi ardiscono di spargere? E un orrendo sacrilegio, perché volta in senso tutto contrario la parola sacrosanta di Dio contro Dio medesimo. Quando un ricco signore avesse con molt’oro comprato dalla schiavitù barbaresca un infelice, pensare dovrebbe a mantenergli anche in seguito la libertà col metterlo all’ombra di un’autorità tutelare, che nel difendesse. Ed ecco appunto ciò che ha fallo per noi il nostro divino Redentore: dopo averci col prezioso suo sangue cavati dalla schiavitù dell’inferno e del peccato, ci ha collocati, a perpetua difesa della nostra libertà, sotto il potere immanchevole della sua Chiesa, e ci ha ordinato di star soggetti ai Principi secolari, che a suo nome governano le cose pubbliche, come suoi ministri.

Si potrà dire però, che costoro sono nemici della religione, e che fanno guerra alla Chiesa? Chi ne può dubitare? Anzi i peggiori, che abbia mai avuto la Santa Chiesa. Imperocché i suoi nemici sono di due maniere: altri in senso più ampio, e di questo numero sono tutti quelli che peccano gravemente, giacché peccando si fan nemici di Dio, e coll’inique loro opere militano a pregiudizio della sua Chiesa. Altri in senso più stretto, e sono propriamente coloro, i quali si dipartono dagl’insegnamenti della Fede, non solo colla volontà, stimandoli duri; ma ancora coll’intelletto, stimandoli falsi; e però non ne fan verun caso, anzi li oppugnano apertamente, volendo, che niuno disapprovi la loro condotta, come irreligiosa e disonorata.

Che siano dei primi, si sa: mostratemi come essi siano di più dei secondi. Gli artefici delle rivoluzioni alzano in principio, com’è notissimo, la giustizia, la magnanimità, l’eroismo dei perfidi loro attentati; non permettono che veruno ne parli, se non in lode; con sacrilega sfrontatezza e con amaro sarcasmo sulla fede nostra pretendono, che nei sacri templi si cantino azioni di grazie per il trionfo della loro iniquità. E che altro è mai questo, se non abiurare solennemente la dottrina dei Santissimi Apostoli e della Chiesa, che condanna l’opera loro, come uno de’ più enormi delitti?

Procedono essi dunque come gli eretici? È troppo chiaro. Il disprezzo, che mostrano della Santa Sede Apostolica, l’avversione ai sacri ordini regolari, la premura di lasciar libero il corso ad ogni fatta di libri corrompitori, a dispetto della proibizione e delle censure ecclesiastiche, e cent’altri passi di questa natura, dichiarano purtroppo, che sono infedeli al Principe, perché sono infedeli a Dio; e che fanno guerra all’autorità temporale, per non avere più alcun contrasto nella guerra, che hanno mossa al Cielo.

Questioni XI - XIV. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 4, p. 5

Sta poi qui tutta la libertà, che promettono? Non quella che promettono, ma quella che danno è tutta qui: essa è un insulto atroce, che fanno alla gente. Poiché in cambio d’una famiglia reale, da cui per lunga serie di anni sono stati governati e protetti i nostri maggiori, e della quale incontriamo ad ogni passo monumenti di grandezza e di beneficenza, e dei suoi ministri, ci danno per capo un oscuro fazioso, che ordinariamente non conoscevano neppure, prima ch’egli si manifestasse, degno solo delle forche; e dicono che siamo noi che abbiamo fatto liberamente sì bella scelta; sentiamo d’improvviso promulgare leggi e decreti, quasi in ogni momento; per cui viviamo in una incertezza terribile, né possiamo sapere la mattina ciò che ci aspetta alla sera, né la sera ciò che ci aspetta alla mattina: e dicono, che siamo noi che liberamente ci diamo le leggi. C’impongono, come già agli Ebrei, di non farci vedere in pubblico senza il segnai dell’infamia: e dicono che siamo noi, che abbiamo liberamente adottato quella nuova divisa. Insomma, per noi tutta la libertà si riduce, quanto alla religione, ad un’empietà; quanto poi alla vita civile, ad un insulto amarissimo (San Pietro 1, Epist., c. 2,16; Epist. 2, c. 2, v. 1). Può bensì avvenire talvolta, che per illudere pongano alla testa del governo qualche persona anche onesta, strascinandola in un certo modo o con la seduzione o col timore; ma in questo caso egli non è, che uno strumento obbligato della canaglia ribelle, la quale sola porta corona, ed esercita l’usurpato potere.

Che rapporto ha, dunque, la libertà di costoro con la libertà a noi recata da Gesù Cristo? Il rapporto delle tenebre con la luce, del male col bene, del demonio con Gesù Cristo medesimo. Il Figliuolo di Dio ci ha tolto dalla schiavitù dell’inferno, del peccato, delle nostre passioni; e così si dice a giusto titolo ch’Egli ci ha donato la vera libertà; poiché da una parte ci ha restituito il dominio proprio dell’uomo, cioè della miglior parte di noi, ch’è la ragione tiranneggiata prima ed oppressa dal demonio e dal senso; e dall’altra ci ha rimesso nei diritti sublimi di conseguire l’ultimo e beatissimo nostro fine, cioè la signoria, più alla, opposta a quella bassissima schiavitù. E però il Sacro Testo, affinché intendessimo bene, qual è l’incomparabile verissima libertà, di cui si parla, premise «omnis qui facit peccatum, servus est peccati», e poi soggiunse: «si ergo vos Filius liberaverit, VERE liberi eritis». I maestri delle rivoluzioni al contrario intendono per libertà quella, che dal Vangelo viene definita servitù; darsi in balìa delle passioni, a segno di fare quanto ci suggerisce ogni capriccio, ogni inclinazione malnata e lo stesso diavolo; senza che alcuna legge o autorità né divina né umana possa o contrastare o impedire questo brutale servaggio della ragione: intendono rimetterci sotto il giogo più infame, da cui Cristo ci volle liberi, voglio dire, sotto il giogo del peccato e dell’inferno. Vedete, se si poteva mai stravolgere con maggiore empietà o ignoranza la libertà dei figliuoli di Dio.

Questioni IX - X. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 3, p. 5

Che volete dire con questo? Voglio dire, che l’omicida privato ferisce alcune parti della società, senza le quali può rimanere il tutto; ma il rivoluzionario mena sul capo della medesima società, da cui dipende la tranquillità, la sicurezza, la vita in generale di tutti: quegli viola l’ordine pubblico, questi lo distrugge. 

Eppure essi si spacciano per nostri liberatori? Ci liberano in vero d’ogni protezione salutare, d’ogni sicurezza domestica, di ogni ordine civile; e non ci lasciano che un timore universale sulla propria vita, sulla famiglia, sui beni, sulla religione, e su quanto ci può essere caro. Bisogna temere dalla mattina alla sera d’ogni parola, che si lasci sfuggire, d’ogni gesto inconsiderato, d’ogni sguardo meno conforme alla rivoluzione: un semplice sospetto, anche insussistente, bene spesso decide delle nostre sostanze e della vita ancora. 

Ma non è poi la libertà tutto il fine delle loro macchinazioni, o per dir meglio, non è la stessa cosa libertà e rivoluzione? Sì certamente, ma solo per quel pugno di scellerati, che ordisce e compie l’infame eccesso: a costoro è libero di fare e disfare; far tutto il male, e disfare tutto il bene. Cioè rovesciare le leggi più salutari, che a custodia dell’onestà, dell’ordine e della perfezione sociale furono già poste dal senno e dalla vigilanza di ottimi reggitori; lasciare libero il corso ad ogni sorta di dottrine e di libri, che facciano scempio delle massime dei costumi, e della Fede; distruggere i migliori stabilimenti, che la pietà generosa dei legittimi Principi aveva eretti a decoro della città, a vantaggio dei cittadini, a pro della Religione; infamare gl’istitutori della gioventù e proscrivergli; soffocare nell’animo dei giovani ogni seme di cristiana virtù e di dipendenza sì domestica come civile, ed innestarvi al contrario i germogli dell’indifferenza, del disprezzo della Religione, del mal costume, della temerità, dell’orgoglio, e di tutti quei vizi, che sono più valevoli a perpetuare le tempeste, l’ondeggiamento, le sciagure dei popoli; spogliare il pubblico erario; invadere i diritti di proprietà, specialmente ecclesiastica; perseguitare gli uomini dabbene; abbandonare all’arbitrio dei malintenzionati; aizzare contro di loro le passioni della marmaglia più rea; e così insultare i ministri della Religione, profanare le chiese, atterrare le croci, disturbare con onta pubblica le sacre funzioni, conculcarne la maestà, i riti autorevoli, il divino carattere; stampare insomma nel corpo politico sì riguardo alla morale, come riguardo agl’interessi terreni, piaghe profonde da non saldarsi, se non dopo lunga stagione, e a costo di universali gravissimi patimenti. Libertà di fare e disfare, far tutto il male e disfare tutto il bene: ecco per i rivoluzionari la libertà, la qual è, appunto, la stessa cosa che rivoluzione. 

E per gli altri? Per gli altri tutta la libertà si riduce al disprezzo della Chiesa e di quella famiglia, che prima legittimamente dominava. Ciascuno è libero di oltraggiare con impudenza sfrontata la memoria e gli atti di chi rappresentava nel governo temporale lo stesso Dio. E ciò vuol dire, che ciascuno è libero di precipitare sé, e di trarre molti altri all’inferno con maggior impeto e senza ritegno. 

Questioni V - VIII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 2, p. 5

La santa legge di Dio permette la ribellione contro il proprio Sovrano temporale e suo governo? Non mai, anzi la condanna altamente; poiché la Scrittura Sacra, la quale, come sapete, è la parola stessa di Dio, ci dichiara che la podestà non vien che da Dio; che però chi resiste ad essa, resiste appunto all’ordinazione di Dio, e si procaccia quindi la dannazione (san Paolo ad Rom., c. 13; san Pietro, Ep. 1, c. 2, v. 13; san Paolo ad Ephes., 6, 5; Id. ad Coloss., 3, 22; san Pietro, Ep. 2, c. 2, v. 1). 

Volete dunque dire che siamo obbligati in coscienza a star soggetti ai Principi nostri, e alle autorità che con lui ci reggono? Certissimo: se siamo obbligati in coscienza a stare soggetti a Dio, siamo pure obbligati in coscienza a stare soggetti al Principe, il quale, come attesta la medesima Sacra Scrittura, è ministro di Dio, e a tutti gli altri poteri, poiché da Dio essi pure procedono (Ad Rom., 1. c.; Ps. 17, 48 e 143, 2; Sap. 6, 4; Prov. 8, 15-16; Eccl. 17, 14; Dan. 2, 37; Matth. 22, 21, e Marc. 12, 17; san Paolo a Tito 3,1). Commette egli adunque un grave peccato chi si fa autore o entra a parte delle rivolte? Più grave assai dell’assassinamento e dell’omicidio. Perché l’assassino e l’omicida porta i suoi colpi contro le sostanze e contro la vita dei privati; il rivoluzionario minaccia e nelle sostanze e nella vita l’intera comunità: quegli fa ingiuria separatamente or all’uno or all’altro dei membri; questi oltraggia direttamente tutto il corpo sociale, e mette nel massimo pericolo l’essere, nonché il benessere della sua patria. Funesti esempi ne abbiamo nei tempi remoti, né meno terribili ne’ tempi correnti. Gli stessi temerari coriferi delle nuove dottrine di sedizioni, e di ribellioni, sono stati costretti a detestare le funeste conseguenze, che derivarono dal falso loro zelo, e dalle perniciose loro massime, che, lacerando orribilmente il seno della patria, rinnovarono sotto i loro occhi le scene dei più atroci ed inauditi misfatti: ed i Grimm, i Gibbon, i Raynal, i Marmontel, i La Harpe, che, promuovendo l’incredulità e la rivolta, ne videro i risultamenti spaventevoli, dovettero compiangere il loro errore funesto, servendo di esempio ai loro posteri, onde ne detestassero i distruttivi principii. 

Ma non offende forse l’intera comunità anche chi dà la morte ad un semplice privato? Sì, ma in maniera meno grave assai del rivoluzionario; in quella guisa, che se voi feriste un braccio o un piede di un altro, offendereste senza dubbio tutta la persona; ma più incomparabilmente l’offendereste, se menaste i colpi non tanto a troncare una parte, quanto a recidere il tutto.

Questioni I - IV. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni, S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854. SS n° 1, p. 5