I Tesori di Cornelio Alapide, Commentari dell’ab. Barbier, 1857, a cura del sac. Giulio Albera, S.E.I., Torino. Quanto sventurati siano i ciechi spirituali. Castighi dell’accecamento spirituale. Siccome il cieco spirituale non conosce il suo stato, non procura di uscirne: egli si crede di non aver bisogno di nulla, e non s’avvede che è povero, miserabile e nudo. In mezzo alla sua grandezza, dice il Salmista, l’uomo non ha compreso il suo destino: s’è uguagliato agli animali senza ragione, e la strada che tiene lo mena all’accecamento (Psalm. XLVI11, 13-14). E di lui può ripetersi col medesimo re Profeta «che va errando pel deserto del vizio e non trova il cammino alla volta della città delle virtù» - Erraverunt in solitudine in inaquoso, viam civitatis habitaculi non invenerunt (Psalm. CVI, 4); simile a que’ simulacri che hanno bocca, e non parlano; occhi, e non veggono; orecchie, e non odono; narici, e non odorano; mani, e non toccano; piedi, e non si muovono; gola, e non profferiscono suono (Psalm. CXIII, 13-16). Considerate, scriveva S. Paolino a Severo, la condotta de’ ciechi spirituali, e voi li rassomiglierete ad un giumento cieco, che gira del continuo movendo una mola. Dopo essersi rotti di fatica ogni giorno, arriveranno alla morte senza aver dato un passo verso il Cielo (Epl. IV). O ciechi figli d’Adamo! Perché preferite le cose caduche alle imperiture, l’esilio alla patria, la terra al Cielo, la creatura al Creatore, il vizio alla virtù, uno straniero a Gesù Cristo, il Demonio a Dio, il tempo all’eternità, la morte alla vita? Perché avventurarvi, per un abbietto e breve piacere, alle angosce, ai dolori, ad una morte disgraziata, e al fuoco dell’inferno? Castighi dell’accecamento spirituale. - 1° L’accecamento spirituale provoca la collera di Dio. «S’oscurino gli occhi loro, così impreca il Salmista, affinché non vedano, e portino sempre curvo il dorso sotto il peso della schiavitù. Versate su loro, o Signore, la vostra ira, e il furore della vostra collera li investa» - Obscurentur oculi eorum ne videant, et dorsum eorum semper incurva. Effunde super eos iram tuam et furor irae tuae comprehendat eos. (Psalm. LXVIII, 24-25). 2° Dio abbandona il cieco spirituale, secondo la minaccia fattane già dal Signore per bocca di Davide: «il mio popolo non ha udito la mia voce, Israele non ha prestato orecchio alle mie parole, ed io l’ho abbandonato ai desideri del suo cuore, per ciò camminerà secondo i suoi vani consigli» […] Il cieco spirituale si castiga da se stesso, ripetendosi su di lui, quel che san Paolo disse già al mago Elimas: «O uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? Ecco la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole» (Act. XIII,10-11). Il cieco dello spinto si rifiuta ai vedere; ebbene la mano di Dio si aggrava sopra di lui, e l’accecamento diventa la sua pena, il suo più terribile castigo, e quel che è più, questa pena è un male non temperato da nessun bene, per quanto piccolo: egli soffre, ma senza merito; i patimenti che prova, e che sono essi medesimi uno spaventoso castigo, diventano delitto, di guisa che egli si trova punito non solamente per aver chiuso gli occhi alla luce, ma ancora per quel che patisce, non patendolo se non perché l’ha voluto. 4° Il Cielo è chiuso per sempre al cieco spirituale: «Non hanno voluto conoscere le mie vie, dice il Signore per bocca del Salmista, ed io ho giurato nel mio sdegno che non entreranno mai nel luogo del mio riposo» - Non cognoverunt vias meas, ut iuravi in ira mea: si introibunt in requiem meam (Psalm. XCIV, 11). Si racconta nel Genesi che gli Angeli colpirono di cecità gl’infami abitanti di Sodoma, per modo che non poterono più trovare la porta dell’abitazione di Loth - Percusserunt caecitate, ita ut ostium invenire non possent (Gen. XIX, 11). Questo appunto è il castigo che Iddio infligge ai ciechi spirituali: essi non trovano più la via, né la porta del Cielo... 5° Il cieco spirituale discende all’inferno e dalle tenebre della cecità piomba in quelle dell’eternità infernale. - Eiicientur in tenebras exteriores (Matth. VIII, 12). «Dandosi in braccio ai colpevoli piaceri di questa vita, che altro fa l’anima peccatrice, dice S. Gregorio, se non gettarsi a occhi chiusi nel fuoco eterno?».

La prima cagione dell’accecamento spirituale sono le passioni: «L’occhio tuo, dice Gesù Cristo, è la luce del tuo corpo» - Lucerna corporis tui, oculus tuus (Matth. VI, 22). Quel che l’occhio è per il corpo, è l’intelligenza per l’anima; ma l’anima caduta sotto il giogo delle passioni non ha più intelligenza: ella è abbrutita... «A colui sul quale discende il fuoco della concupiscenza, dice S. Gregorio, è tolto di vedere il sole dell’intelligenza» - Cum aliquem supercecidit ignis concupiscentiae, videri ab eo nequit sol intelligentiae; egli può ripetere a tutta ragione col Salmista, che le sue passioni l’hanno precipitato in una fossa profonda, tenebrosa, dove regna l’orrore della morte - Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis (Psalm. LXXXVII, 6). La seconda cagione della cecità spirituale sta nelle ricchezze. E che l’abbondanza de’ beni materiali accechi l’anima, lo conobbero perfino i poeti pagani, i quali facevano Plutone, il Dio della mammona, cieco dalla nascita... La terza proviene dalla tiepidezza, dall’accidia spirituale... La quarta è la corruzione del cuore. «L’insensato ha detto nel suo cuore: Non v’ha Dio» - Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus (Psalm. XIII, 1); e «que’ che son corrotti, non vedono la luce» - Qui corrupti non viderunt lucem (Iob. III,16). Quanto più si cade e si dorme nella colpa, tanto più lungi si parte da Dio, luce increata e sola origine d’ogni chiarezza. Altre cause dell’accecamento spirituale possono essere l’imprevidenza..., l’imprudenza..., l’orgoglio..., ma principalmente il Demonio. Il demonio è la causa principale della cecità di spirito. - «Il Dio di questo secolo, scriveva S. Paolo ai Corinzi, ha accecato le menti degl’infedeli» - Deus huius saeculi excaecavit mentes infidelium (II Cor. IV, 4). Ora, il Dio del secolo è il Demonio che è il Dio di coloro che vivono a genio del secolo, non già che esso li abbia creati, ma perché coi funesti suoi suggerimenti per via di cattivi esempi li guida, e perché impera sopra di loro sovranamente. Egli è il padre della bugia, della superbia, dell’errore. Cominciò dall’accecare Adamo ed Eva, poi non ha cessato mai, nel corso de’ secoli, d’accecare, per quanto gli venne potuto fare, gl’individui e le nazioni. Tutti coloro che obbediscono a Satana, che a lui si dedicano, operano spinti dal più lacrimevole accecamento, perché dal Demonio non è da aspettare altro che disgrazie, e in questa e soprattutto nell’altra vita. Non è una cecità che confina colla pazzia, che tocca alla frenesia, il gettarsi alla mercé d’un nemico crudele ed implacabile, di colui che fu omicida fin dal principio? esporsi alle zanne d’un leone furioso, d’un lupo arrabbiato? Ebbene, il Demonio è tutto questo. Fate conto della quantità de’ ciechi spirituali, della moltitudine di coloro che fanno la volontà del Diavolo, che sono sue vittime... Danni e disordini prodotti dalla cecità spirituale. - 1° L’accecamento spirituale uccide la fede... 2° Rende stupido l’uomo: ché il cieco dello spirito non gusta più nulla delle cose di Dio. Egli non si dà un pensiero al mondo per sapere donde viene, dove si trova, dove va... 3° Allontana la sapienza: essendosi il Signore protestato, per bocca d’Isaia, che tolto avrebbe la sapienza dai sapienti e sottratto da loro l’intelligenza - Peribit sapientia a sapientibus, et intellectus abscondetur (Isai. XXIX, 14). 4° Rende talmente indocili, che non s’obbedisce nemmeno più alla verità; che è appunto quanto rimprovera S. Paolo ai Galati, là dove dice loro: «O Galati mentecatti, che v’ha affascinati così che non obbedite più alla verità?» - O insensati Galatae, quis vos fascinavit non obedire veritati? (Gal. III, 1). 5° Distrugge la vita divina, secondo quel detto dell’Apostolo agli Efesini: «Hanno l’intelletto ottenebrato, sono alieni dal vivere secondo Dio... a causa dell’accecamento del loro cuore» - Tenebris obscuratum habentes intellectum, alienati a vita Dei... propter caecitatem cordis ipsorum (Eph. IV, 18). «Se noi diciamo che siamo uniti a Dio, e frattanto camminiamo tra le tenebre, noi mentiamo», scrive l’Apostolo S. Giovanni - Si dixerimus quoniam societatem habemus cum eo, et in tenebris ambulamus, mentimur (I Ep. I, 6): poiché, soggiunge S. Paolo, «qual comunanza vi può essere tra la luce e le tenebre?» - Quae societas luci ad tenebras? (II Cor. VI, 14). 6° Fomenta tutte le tentazioni; ed a questo proposito si riferiscono le parole del Salmista: «Avete condotto con voi le tenebre, ed ecco che s’è fatta notte densa, e col favore di esse le belve del deserto scorrazzeranno alla preda» - Posuisti tenebras et facta est nox: in ipsa pertransibunt omnes bestiae sylvae (Psalm. CIII, 20). I ladri cercano il buio; il Demonio, che spoglia d’ogni virtù, gira del continuo in cerca di ciechi spirituali, e toglie a loro tutto ciò che possono avere. 7° I ciechi dello spirito precipitano d’abisso in abisso; s’inoltrano di delitto in delitto; si sprofondano nel male, e sono immersi in ogni sorta di brutture finché vi periscono soffocati. Come cadaveri nel sepolcro finiscono nella putrefazione. 8° L’accecamento spirituale termina finalmente nell’induramento.

Quanto cieco sia il peccatore. 1° Il peccatore non vede perfettamente la malizia del peccato, perchè se lo vedesse così deforme, così crudele, ecc. non gli basterebbe mai l’animo di abbandonarvisi. Il peccato l’inganna accecandolo. 2° Egli non comprende quel che fa peccando, giacché opera contro i lumi della sua intelligenza. «Una volta non eravate che tenebre» cioè peccatori, scriveva San Paolo agli Efesini - Eratis aliquando tenebrae (Eph. V, 8). Osservate che l’Apostolo chiama tenebre i peccati: 1° perchè i peccatori non vedono volentieri la luce, ma desiderano le tenebre, perchè il peccato è quanto v’ha di più vergognoso, e vile e degradante; 2° perchè i peccati accecano la ragione. Il peccato trae sempre sua origine o dall’errore, o dall’imprudenza, o dal difetto d’esame, o dall’inavvertenza della ragione e dell’intelletto; allorché poi è commesso, istupidisce, acceca, falsifica la coscienza; e con ciò s’addensano ognor più le tenebre in mezzo alle quali il peccatore s’è inoltrato secondo la sentenza di S. Gregorio, « che nei peccati v’è densa caligine, e che quegli che li commette, è trascinato in fondo a fitte tenebre». «Non peccate, scrive S. Agostino, e Dio che è il vero sole non cesserà di risplendere ai vostri occhi; se al contrario cadete in colpa, Dio tramonterà al vostro sguardo. Se vi piace godere della luce, siate voi medesimi puri e splendidi come la luce; ma se vi piacciono le tenebre e le tenebrose passioni, state certi che sarete da esse non solo oscurati, ma accecati». I peccati hanno il nome di tenebre perchè ne hanno tutta la somiglianza; infatti: 1° Le tenebre son la privazione della luce, e i peccati la privazione della grazia, la quale è alla nostr’anima e al nostro cuore ciò che è il sole alla terra. 2° Quegli che cammina fra le tenebre, non vede nulla e spesso mette il piede in fallo e cade; così pure per la strada della salute quelli che peccano non vedono nulla, cadono e si imbrattano. 3° Gli uccelli notturni fuggono la luce perchè li abbaglia; i peccatori temono la luce di Dio e degli uomini, secondo le parole di Gesù Cristo: «Chi fa male, odia la luce» - Qui male agit odit lucem et non venit ad lucem, - «affinché le azioni sue non siano riprese, corrette, castigate» - ut non arguantur opera eius (Ioann. III, 20) 4° I peccati sono anche chiamati tenebre, in quanto che sono opere del Demonio, principe delle tenebre. 5° Perchè i più dei peccati si commettono nelle tenebre. 6° Perchè nascono dalle tenebre, che vuol dire da un errore pratico, il quale porta il peccatore a credere che egli può carezzare la sua passione, per quanto vile ella sia ed anche a costo di perdere Dio, l’anima e i beni eterni: il che è senza contrasto il sommo della cecità, l’eccesso della follia. 7° Perchè il peccato immerge sempre più lo spirito nelle tenebre. 8° Perchè il peccato mortale conduce alle ultime ed eterne tenebre, che son quelle dell’inferno. La luce è cosa salutare, anzi necessaria per la vita degli uomini e d’ogni creatura, mentre nocive e mortifere sono le tenebre: così pure la fede e la grazia di Gesù Cristo sono la sorgente della salvezza e procurano la vita eterna, mentre i peccati indeboliscono l’anima e le danno la morte. « Andranno brancolando come ciechi, dice Sofonia, perchè peccarono contro Dio » - Ambulabunt ut caeci, quia Domino peccaverunt (Sophon. I, 17). «Il cammino che battono gli empii è ingombro di tenebre, leggiamo nei Proverbi: essi non sanno né quando, né dove cadranno» - Via impiorum tenebrosa: nesciunt ubi corruant (Prov. IV, 19). 5. Il mondo vive nella cecità spirituale. - «Gesù Cristo, scrive S. Giovanni, era la luce vera, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Egli era nel mondo e il mondo per Lui fu fatto, ma il mondo non lo conobbe. Egli venne in casa sua, e i suoi non lo ricevettero » - Erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognovit. In propria venit, et sui eum non receperunt (Ioann. I, 9-11). E Gesù Cristo anch’Egli diceva al Padre: «Padre santo, il mondo non vi ha conosciuto» - Pater iuste, mundus te non cognovit (Ioann. XVII, 25). «Il mondo, scrive S. Bernardo, ha pur esso le sue notti, e non brevi e non poche. Ma che dico? il mondo ha le sue notti! mentre, ahimè! è egli medesimo una notte continua, e non vive se non nelle più cupe tenebre. E non è forse oscurissima notte la perfidia dei Giudei; notte l’ignoranza dei pagani; notte la depravazione degli eretici; notte la vita animalesca e sensuale dei cattolici? non è il regno delle tenebre, là ove non si comprendono le cose divine?». Leggiamo nella Scrittura che le tenebre coprivano la superficie dell’abisso: - Tenebrae erant super faciem abyssi (Gen. I, 2). Ora, il mondo è la superficie degli abissi infernali: esso è involto nel tetro fumo che si sprigiona copioso dalle fiamme eterne. «Le tenebre avvilupperanno il mondo, tenebrosa notte piomberà sui popoli», possiamo dire con Isaia: - Tenebrae operient terram et caligo populos (Isaia LX, 2). Sta scritto che alla morte di Gesù «spesse tenebre si sparsero su tutta la terra» - Tenebrae factae sunt super universam terram (Matth. XXVII, 45). Per i peccatori queste tenebre non sono ancora scomparse: le massime del mondo, la sua morale corrotta, i suoi scandali, la sua incredulità provano che esso sta sepolto nelle più orrende e pericolose tenebre. Quindi il real Profeta lo chiama «terra d’oblio» - Terra oblivionis (Psalm. LXXXVII, 13).

L’accecamento dello spirito proviene dalla volontà, ed è ciò che lo rende più colpevole. Non vogliono intendere, dice particolarmente di questa sorta di ciechi il Profeta, per timore di dover fare bene - Noluit intelligere ut bene ageret (Psalm. XXXV,3). Lo splendore delle opere di Gesù Cristo, osserva san Cirillo, era tanto, che non lasciava luogo a dubbio a chi non fosse corrotto di mente, ma siccome la più parte di quei Giudei trovavasi in tale condizione, perciò non voleva vedere. Quando Gesù arrivò in vista di Gerusalemme, nota san Luca che pianse sovr’essa esclamando: «Ah! se tu conoscessi almeno almeno in questo punto quello che ti può portare la pace, ma, ohimè! ora gli occhi tuoi stanno chiusi su tutto, perché non hai voluto conoscere quand’eri in tempo, la grazia della mia visita» - Nunc autem abscondita sunt ab oculis tuis... eo quod non cognoveris tempus visitationis tuae (Luc. XIX,42-44). Come se volesse dire: O figlia di Sionne cotanto da me amata, onorata, arricchita, istruita, come va che non mi conosci? Per qual motivo mi rigetti, mi perseguiti e ti prepari a condannarmi a morte, a crocifiggermi? Per tuo amore e vantaggio sono disceso dal Cielo e mi sono incarnato; per te ho passato i miei giorni in continui travagli, nella povertà, nel dolore; io t’ho visitata e ammaestrata; ho guarito i tuoi lebbrosi, risanato i tuoi malati, liberato i tuoi indemoniati, risuscitato i tuoi morti; e tu di ricambio mi fuggi, mi disprezzi, mi calpesti, mi odii. Ma nemmeno questo tu conosci e vedi, poiché non hai voluto accogliermi né credere in me. L’incarnazione, la predicazione, la passione, la risurrezione di Gesù Cristo furono dunque celate a quei Giudei induriti; questo popolo deicida non conobbe nemmeno la sua perfidia; come non s’accorse del suo accecamento e dell’ingratitudine sua. Ma una strepitosa vendetta si versò sopra Gerusalemme presa e distrutta da Tito. Io ho incontrato in una delle vostre piazze, predicava san Paolo agli Ateniesi, un’ara dedicata al Dio ignoto - Ignoto Deo (Act. XVII,23); su queste parole dice Tertulliano: «Ecco il sommo delitto di coloro che non vogliono riconoscere Colui che pure non possono ignorare». «E dove siamo noi? esclama san Pier Crisologo. Che è questa stupidità che ci smemora? Che è questo sonno che ci opprime? Quest’oblio mortale che c’incatena? Perché non cambiare la terra col Cielo? non comprare i beni imperituri a prezzo, dei beni caduchi? non arricchirci col mezzo delle ricchezze temporali dei tesori eterni?». Udite come si lagna Iddio per bocca del Profeta: «E fino a quando, o figliuoli degli uomini, avrete stupido il cuore? perchè amate voi la vanità e andate dietro alla menzogna?» - Filii hominum usquequo gravi corde? ut quid diligitis vanitatem et quaeritis mendacium? (Psalm. IV,2). «Ah! il mio popolo non ha udito la mia voce, Israele non m’ha prestato attenzione» - Non audivit populus meus vocem meam, et Israel non intendit mihi (Psalm. LXXX,10), «anzi, ha rigettato e disprezzato e allontanato da sé il Cristo». - Tu vero repulisti, et despexisti; distulisti Christum tuum (Psalm. LXXXVIII,37); - «e ha detto: Il Signore non vedrà, il Dio di Giacobbe non ne saprà nulla... Deh! intendetela, o i più stupidi del popolo, e voi, stolti, imparate una volta. Colui che piantò l’orecchia, non udirà? e quei che lavorò l’occhio, sarà senza vista? Non vi condannerà forse colui che castiga le genti? che all’uomo insegna la scienza?». Sta scritto nel primo libro dei Re, che gli empi si taceranno nelle tenebre - Impii in tenebris conticescent (II,9); si taceranno, perchè non avranno scusa d’essere ciechi. E quegli è cieco, dice san Gregorio, che vuole ignorare la luce della contemplazione celeste; che sprofondato nelle tenebre della vita presente, e non volgendo mai con amoroso desiderio l’occhio alla vera luce, non sa a qual meta dirigere le sue azioni. «Va, intimò il Signore ad Isaia, e dirai a questo popolo: Ascoltate voi che avete orecchi e non vogliate capire; e vedete e non vogliate intenderla» - Vade, et dices populo huic: Audite, audientes, et nolite intelligere; et videte visionem et nolite cognoscere (Isai. VI,9); che vuol dire, voi vedrete e voi udirete, ma non vorrete né intendere, né conoscere... perchè il cuore di questo popolo è accecato, le sue orecchie sono turate, le sue palpebre incollate per timore che ha di vedere co’ suoi occhi, d’udire colle sue orecchie la verità, d’avere l’intelligenza, di convertirsi e d’essere guarito (Ib. VI,10). Due cose formano l’accecamento spirituale: 1° Un attaccamento perverso alla propria volontà, che impedisce di ricevere la vera luce, con la quale Dio propone, spiega, e sufficientemente prova, sia per se medesimo, sia per mezzo dei Profeti, degli Apostoli, o della Chiesa insegnante, le verità necessarie alla salvezza. Allora si imita colui che chiude ben bene e tura ogni fessura dell’impannata, perchè non penetri raggio di sole nella sua camera. 2° La mancanza della luce divina, mancanza provocata dalla volontà perversa; e da ciò ne segue l’impotenza morale di conoscere il vero. Un esempio parlante ce ne offrono quei Giudei (e coloro che ebbero lo stesso comportamento), i quali vedendo Gesù operare tanti miracoli, dovevano conchiuderne ch’Egli era il Messia ed erano quindi tenuti a credergli; ma essi vi si rifiutarono, ed in questo modo s’accecarono: la cagione poi di questo loro rifiuto era l’avarizia, l’ambizione, l’invidia, l’orgoglio, ecc. che Gesù loro rimproverava. E se Isaia dice: «Accecate, o Signore, il cuore di questo popolo» - Excaeca cor popoli huius (VI,10), queste parole significano: Permettete che sia accecato: perchè, propriamente parlando, è l’uomo che s’acceca e si indura di per se stesso secondo che s’esprime in termini precisi la Sapienza: «La loro malizia li ha accecati» - Excaecavit enim illos malitia eorum (Sap. II,21). La causa positiva dell’accecamento spirituale è dunque la malizia di colui che sottostà a questo castigo. Iddio poi non acceca se non indirettamente, sottraendo a poco a poco agli empi la luce della verità e della grazia e permettendo, in punizione dei loro peccati, che le occasioni li trascinino nell’errore e nell’accecamento: e s’avvera di loro quel che dice Geremia: «Per costoro il sole è già tramontato in pieno giorno» - Occidit ei sol, cum adhuc esset dies (Ierem. XV,9). Tutti i ciechi dello spirito, scrive san Cipriano, sono, come quei Giudei che si dimostrarono privi d’intelligenza e di saviezza; indegni della vita della grazia, essi l’hanno sotto gli occhi e non la scorgono. «Lasciandosi vedere a quelli che in Lui credono, soggiunge san Leone, Gesù si nasconde a coloro che lo perseguitano coi peccati. Ed essi vengono colpiti da cecità spirituale, perchè non comprendano la gravità dei loro misfatti, né s’inducano a pentirsene». Volete vedere fin dove si spinge questo volontario accecamento di spirito? osservate, dice sant’Agostino, il contegno di quei Giudei in faccia a Lazzaro risuscitato: non potendo né celare, né mettere in dubbio il fatto, che cosa inventano? Nientemeno che d’ucciderlo. O insensato pensiero, o crudeltà avventata! Non vediamo noi tuttodì dei ciechi spirituali che volontariamente fuggono la luce? O non volesse Dio che fosse pur troppo così sovente! poiché tali sono coloro che schivano le chiese, le sacre funzioni, l’insegnamento della parola di Dio; tali quei giovani che si rifiutano d’accogliere i buoni consigli d’un padre, d’una madre, d’un amico, di un pastore; tali coloro che s’allontanano dalla confessione, che s’espongono temerari alle occasioni prossime del peccato; tali quei genitori deboli e negligenti i quali o non mai, o di rado e rimessamente, correggono i loro figli, ecc.

L’Accecamento spirituale. Quest’accecamento è volontario. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 14, p. 8

Accecamento spirituale non è altro se non una certa stupidità, o, diremo, abbrutimento dello spirito, che impedisce di scorgere e gustare le cose divine. L’accecamento spirituale è proprio dell’intelletto, l’indurimento, della volontà: l’uno e l’altro sono un peccato, castigo del peccato, e un principio di peccato. «L’accecamento spirituale, che solo Dio può guarire, perché Egli solo è la vera luce, è un peccato, scrive sant’Agostino, per il quale si cessa di credere in Dio; è castigo del peccato, perché punisce il cuore superbo tirandogli contro il giusto sdegno ed odio di Dio; è causa di peccato, quando il cuore ingannato dalla passione viene a commettere qualche cosa di male» - Caecitas, quam solus removet illuminator Deus, et peccatum est quo in Deum non creditur, et poena peccati, qua cor superbum digna animadversione punitur, et causa peccati, cum aliquid mali, coeci cordis errore committitur. Così i Giudei, accecati dall’errore e dall’indurimento del cuore, perseguitarono Gesù Cristo e lo misero a morte.

L’accecamento spirituale è un delitto. Chi è cieco dello spirito si fa un dio della sua passione nella quale pone il suo fine ultimo... Miserabile! egli non ha la fede... L’accecamento spirituale è il principio d’innumerevoli colpe; ora, non si deve chiamare un delitto, un male gravissimo in se stesso, quello che dà origine a molti peccati, bene spesso gravi? Quest’accecamento proviene dalla volontà indurita nel male, e mena seco per conseguenza il non vedere, né sentire, né temere più nulla; non si pratica più la virtù, si cade anzi nell’indifferenza, nell’incredulità, nell’empietà... «Come il cieco corporale, dice sant’Agostino, non vede la luce del sole, ancorché l’investa coi luminosi suoi raggi; così il cieco spirituale non comprende la luce di Dio» - Sicut sol a coecis, quamvis eos suis radiis vestiat; sic a stultitiae tenebris lumen Dei non comprehenditur. Lo stolido non apprende le opere meravigliose del Creatore, canta il Salmista, e l’insensato non le intende — Vir insipiens non cognoscet et stultus non intelliget haec (Psalm. XCI,6). Ma chi non chiamerà un delitto enorme questa follia volontaria? Gesù Cristo, il Vangelo, la Chiesa, i dogmi, la morale, i Sacramenti, la grazia, la santità, i novissimi non sono che tenebre pel cieco dello spirito: ora nessuno oserà scusare da colpa chi non vede o non intende tali fatti e verità, così necessarie alla salvezza e la cui esistenza riposa su dimostrazioni innegabili. Ai ciechi spirituali le cose della Religione sono come caratteri d’un libro sigillato, dice Isaia - Et erit vobis visio omnium sicut verba libri signati (Is. XXIX,11).

Che cosa sia L’Accecamento spirituale. L’Accecamento spirituale è  un delitto. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 13, p. 8

Rimedi contro l’accidia - A San Paolo che stava sbalordito davanti ad Anania per quel ch’eragli succeduto, quegli disse: «E ora che cosa aspetti? Lèvati su» - Et nunc, quid moraris? Exurge (Act. XXII,16); così si deve dire all’accidioso: lèvati dal miserabile stato in cui giaci, scuoti l’inerzia, cangia vita... Il vero rimedio contro l’accidia sta nell’amor di Dio, perché la carità, al dir di san Gregorio, somministra della forza - Vires charitas subministrat. «Non sottrarti al lavoro, se non ami perdere la corona», scrive sant’Efrem - Ne fugias laborem, ut non perdas coronam; perché, appunto perché lavorassimo, Dio ci ha dato e mani e forze... Il tempo presente è il tempo del lavoro, l’avvenire o l’eternità sarà quello della ricompensa e del riposo. Sant’Antonio udì una voce gridargli: Antonio, vuoi tu essere l’occhio di Dio? Prega; e quando il pregare ti sia impedito, esercitati sempre in qualche cosa colle tue mani - Ora, et dum orare non poteris, manibus labora et semper aliquid facito. Tra l’acqua che ristagna e quella che corre, qual è la migliore? chiede san Giovanni Crisostomo; e il ferro vale meglio adoprandolo o lasciandolo inoperoso? - San Girolamo assegnava per regola a Rustico di fare sempre qualche cosa, affinché il Demonio lo trovasse sempre occupato - Facito aliquid operis, ut te semper diabolus occupatum inveniat: perché l’ozioso è preda dei cattivi desideri. Il che riconosceva anche Ovidio, il quale lasciò scritto: Col tenervi lungi dall’ozio voi spezzate l’arco di Cupido - Otia si tollas, periere Cupidinis arcus. «Un lavoro assiduo viene a capo d’ogni più difficile impresa», dice Virgilio - Labor improbus omnia vincit. Lavorare è proprio dei re, soleva dir Alessandro Magno - Regium est laborare. Sant’Ambrogio poi attesta di se medesimo che «non era mai meno solo che quando pareva esserlo; e non era mai meno ozioso che quando riposava» - Nunquam minus sum solus, quam cum solus esse videor; nec minus otiosus, quam cum otiosus. Deh! lavorate nella gioventù, affinché abbiate di che vivere nella vecchiaia; accumulatevi dei meriti su la terra, acciocché vi procurino la beatitudine celeste... Non potrete meditare mai quanto basta queste parole di san Francesco d’Assisi: «Per un po’ di lavoro, una gloria immensa; per un piacere momentaneo, una pena eterna» - Modicus labor, gloria immensa; modica voluptas, poena aeterna. Abbiate a mente, conchiude Sant’Isidoro, che il lavoro uccide la libidine - Cecidit libido operibus.

L’Accidia, parte 7. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 12, p. 8

Come l’accidioso è punito (parte 2) - L’ozioso imita ancora le vergini stolte di cui è parola nel Vangelo, e ne incontrerà la medesima sorte. Dieci verginelle, disse Gesù Cristo, prese le loro lucerne, si mossero di casa per fare il ricevimento solenne allo sposo ed alla sposa. Cinque d’esse erano dissennate e cinque savie; quelle non badarono che le lampade loro erano sfornite d’olio e non se ne provvidero, queste si portarono le lampade ben fornite e l’olio per rifornirle. Ora indugiando lo sposo a venire, tutte sonnecchiarono, poi s’addormentarono. Ma ecco in su la mezzanotte levarsi un rumore ed una voce gridare: Lo sposo s’avanza, andategli a fare ricevimento. A quel grido tutte quelle vergini si scossero e presero le loro lampade. E allora la stolte volgendosi alle prudenti, raccomandandosi dissero: Deh! Prestateci un po’ dell’olio vostro, chè le lampade nostre si spengono. E le savie a loro: Perché non succeda che la provvigione nostra non basti né a voi, né a noi, volendola dimezzare, andate piuttosto dal venditore d’olio e comperatevene. Or, mentre s’affrettavano a andare, lo sposo arriva, e le savie che erano pronte, entrarono seco lui nella sala da nozze, e furono chiuse le porte. Finalmente giunsero ansanti anche le altre vergini e trovando chiusa la porta, dicevano piagnucolando: Signore, signore, apriteci; ma egli: Andatevene, io non vi conosco, né so chi siate (Ib. XXV,1-12). Le vergini savie e accorte, che si tennero pronte ed entrarono collo sposo nella camera del festino, sono gli uomini vigilanti e laboriosi. Le stolte e sconsigliate raffigurano gli accidiosi che dormono senza aver goccia dell’olio della fede e delle buone opere, e che per conseguenza non sono ammessi nel Cielo al banchetto dello sposo. La porta sarà loro chiusa in faccia, ed avranno, ad imitazione delle vergini stolte, un bel gridare al punto di morte: Signore, Signore, per carità apriteci; chè il sovrano giudice, il quale rimerita ciascuno a misura delle opere, risponderà loro: Andatevene, che io non vi conosco... «No, dice san Bernardo, il regno di Dio non si dà agli oziosi - Regnum Dei non dabitur otiosi». Essi appartengono a quella torma di feriti dalla morte, dei quali scrive il Salmista, che dormono nel sepolcro, dimenticati da Dio e da Lui cancellati dal libro della vita - Sicut vulnerati dormientes in sepulcris, quorum non es memor amplius; et ipsi de manu tua repulsi sunt (Psalm. LXXXVII,5). Se i ricchi della terra disprezzano i servi pigri e indolenti, non pagano loro il salario e li rimandano via giustamente, vorreste voi che Dio ricompensasse l’uomo che lo serve con negligenza? Come anzi non lo punirà severamente?... «Guai a voi, grida il profeta Michea, che vi perdete in pensieri e disegni inutili» - Vae qui cogitatis inutile! (Mich. II,1). Vedete, soggiunge S. Ambrogio, l’ozioso Esaù; egli perdette la benedizione annessa al diritto di primogenitura - Otiosus Esau amisit primatus benedictionem (Serm. XI, in Psalm. CXVIII). «Non illudetevi, scriveva il grande Apostolo ai Galati, Iddio non si schernisce; l’uomo raccoglierà quello che avrà seminato » - Nolite errare, Deus non irridetur. Quae enim seminaverit homo, haec et metet (Galat. VI,7-8); ed agli Ebrei ricordava che la terra, la quale beve la pioggia che l’innaffia e produce erbe utili a chi la coltiva, riceve la benedizione di Dio; ma quella che germina spine e bronchi, è dispregiata, maledetta e finalmente messa a fuoco (Hebr. VI,7-8). Il buon terreno è simbolo dell’uomo laborioso; il terreno selvaggio, maledetto e corso dal fuoco rappresenta l’uomo codardo, indolente, infingardo, accidioso ...

L’Accidia, parte 6. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 11, p. 8

Come l’accidioso è punito (parte 1) - Vedendo Gesù Cristo accanto alla strada una ficaia, le si accostò, ma non trovandovi che foglie disse: «Non nasca mai più da te frutto nessuno»; e la ficaia seccò sull’istante (Matth. XXI,19). Ecco un’immagine parlante del pigro: a lui toccherà la medesima sorte. «Sono tre anni, disse il padrone della vigna di cui si parla nel Vangelo, che vengo a cercare frutto da questo fico e non ne trovo: troncalo adunque: perché aduggia ancora il terreno?» - Ecce anni tres sunt ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac, et non invernio: succide ergo illam: ut quid terram occupat? (Luc. XIII,7). Badate a voi, o infingardi, gridava san Giovanni, che «già la scure è alla radice della pianta. Ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e gettato al fuoco» - Iam securis ad radicem arboris posita est. Omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum, excidetur, et in ignem mittetur (Luc. III,3). Iddio, disse Gesù Cristo, è simile ad un uomo ricco che, stando per mettersi ad un lungo viaggio, chiamò i suoi servitori e loro distribuì parte dei suoi averi. E guardata la destrezza, l’ingegno, e l’attitudine di ciascuno, a chi diede cinque talenti, a chi due, a chi uno solo, quindi partì. Ora il servo dei cinque talenti andò a trafficarli, ne guadagnò assai, poiché di cinque che erano li fece aumentare a dieci. Così pure il secondo s’ingegnò e raddoppiò i due talenti. Ma colui che ne aveva uno solo, fece una buca nella terra, e seppellì il talento del suo signore. Ora, dopo molto tempo, il padrone tornò dal viaggio e chiese il rendiconto ai servi. Venuto avanti il primo che aveva ricevuto cinque talenti, disse: Signore, voi mi deste cinque talenti, eccovi che io ne ho guadagnati altri cinque di più. E il padrone: Sta di buon animo, servo degno e fedele: in piccola cosa hai mostrato la tua lealtà, io ti deputerò sopra molte; entra nel gaudio del tuo signore. Venne il secondo, e, Signore, disse, mi avete affidato due talenti, ecco che ve ne rendo quattro. Rispose il padrone: Statti di buon animo, servo diligente e leale: Siccome in cosa di piccolo valore hai mostrato la tua fedeltà, sopra molte ti costituirò, entra a parte del gaudio del tuo signore. Avanzandosi finalmente il terzo che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, io vi conosco per uomo duro e sì tenace che volete raccogliere non solo quello che avete seminato e sparso, ma anche quello che non seminate, né spargete; di che temendo io, ho messo il talento vostro sotterra ed ora ne l’ho tratto e vi rendo quel che è vostro. E il padrone gli rispose: Servo cattivo e pigro, se tu sapevi ch’io mieto dove non semino e raccolgo ove non ho sparso, perché almeno, come dovevi e potevi, non hai tu investito il denaro mio agli uomini, così che io tornando lo riavessi con lucro? Olà, ministri miei! togliete da costui il talento, e gettatemi questo servo infingardo e disutile nelle tenebre esteriori, dov’è il dirotto piangere senza consolazione, e il fremere dei denti senza tregua (Matth. XXV,14-30). Questa parabola ci mette sott’occhi la sorte che spetta al servo laborioso e la punizione riservata all’ozioso: gli sarà tolto quel ch’eragli stato dato, e, privandolo Iddio delle sue grazie, si troverà sprofondato nelle tenebre esteriori dell’accecamento spirituale, e da queste piomberà in quelle dell’inferno, dove proverà eterno il pianto ed il digrignare dei denti. Servo infingardo ed inutile, scuoti adunque l’indolenza tua e traffica il talento da Dio affidatoti: fa valere gli occhi, le orecchie, la lingua, le mani, i piedi, l’intelligenza, la memoria, la volontà; traffica il tempo, la grazia, i doni temporali e spirituali che hai ricevuto; consacra tutte queste cose al servizio del tuo Creatore. Ma guai a te se resti inerte in mezzo a tanti favori, guai se ne abusi; sarai spogliato di tutto e dato in preda a supplizi che non avranno fine. ...

L’Accidia, parte 5. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 10, p. 8

L’accidioso è un vile schiavo. è sentenza di Alessandro Magno, essere cosa da schiavo abbandonarsi all’ozio ed al lusso, e la Scrittura manda l’infingardo dalla formica perché dall’esempio di lei, che si provvede nell’estate il cibo per l’inverno, impari a divenire saggio - Vade ad formicam, piger, et considera vias eius, et disce sapientiam (Prov. VI,6-8). 0 accidioso impudente! Esclama san Bernardo, mille milioni d’Angeli servono Dio, e dieci milioni stanno pronti ad eseguire i suoi cenni; e tu? tu pretendi riposarti! Ma nella Scrittura si legge una cosa veramente umiliante e vituperosa per questa razza di gente: «Il pigro è lapidato con manciate di fango, e tutti parleranno di lui con dispregio: è lapidato collo sterco di bue, e chi lo tocca scuote le mani» - In lapide luteo lapidatus est piger, et omnes loquentur super aspernationem illius. De stercore boum lapidatus est piger: et omnis qui tetigerit eum excutiet manus (Eccli. XXII,1-2). Come se volesse dire: l’accidia tant’è odiosa e colpevole, che gli uomini giudicheranno meritevole d’essere lapidato chi vi si abbandona; ma tale sarà lo spregio in cui l’avranno, che invece di pietre adopreranno fango e sterco di bue. Poi faranno a gara chi più se ne allontani, e come un essere vile sarà da tutti fuggito, e chi l’avesse toccato, scuoterà le sue mani insozzate e s’affretterà a lavarle... Queste parole dimostrano inoltre che l’infingardo è la debolezza in persona, giacché basta un pugno di mota o di letame per abbatterlo e stramazzarlo... Non dovrebbe forse coprirsi per vergogna con ambe le mani la faccia, non dovrebbe bruciare d’onta l’accidioso, al pensare ch’egli nulla fa nel mondo, mentre tutto vi è in moto? Il sole, la luna, le stelle hanno forse lasciato, un dì dopo la creazione, di compiere il loro corso? Han cessato la terra e il mare di produrre? E gli animali, gli uccelli, gli insetti non seguono la via che fu loro da principio segnata? Di tutti questi esseri privi d’intelligenza non ve n’è uno che non lavori a, suo modo, solo l’ozioso non fa nulla! Egli somiglia a quei pali che piantati lungo le grandi strade veggono passar del continuo i viandanti, ed essi se ne rimangono immobili finché o marciscono, o sono rovesciati, o gettati al fuoco. Ma v’ha di peggio: perché quei pali immobili accennano almeno la via da prendersi, l’accidioso al contrario, tutt’altro che indicare la retta strada, conduce con sé nell’abisso, col suo esempio, i disgraziati che lo imitano...

Quanto sia sventurato l’accidioso. «La via dei pigri è irta di spine», dicono i Proverbi — Iter pigrorum quasi sepes spinarum (Prov. XV,19). Queste spine che l’accidioso trova seminate per la sua via, sono le voglie malvagie che l’assiepano, le seduzioni che l’attorniano, le tentazioni che l’assaltano come furiosa tempesta, le passioni che lo divorano, la povertà che lo stringe, le malattie che gli tolgono la sanità e lo conducono ad una morte prematura...; perché la pigrizia, secondo l’osservazione di san Bernardo, è la madre della noia, dell’angoscia, della pusillanimità e della disperazione. Simile a Caino, l’accidioso cammina errante e vagabondo, dilaniato da ben meritati rimorsi... Abbominato da Dio e dagli uomini, perseguitato dal grido della coscienza, flagellato dall’esempio di tutti quelli che l’attorniano e che intenti vede al lavoro, tormentato dalle passioni, potrebbe mai essere felice? No, egli non prospererà; e chi non prospera è infelice...

L’Accidia, parte 4. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 9, p. 8

In qualche bugigattolo si chiudono e si matengono i polli che si vogliono ingrassare per mangiarli, così anche gli oziosi immersi nelle tenebre del vizio e abbandonati all’inerzia, vanno incontro ad una morte prematura, dice Seneca (De Prov.). L’acqua, scrive san Lorenzo Giustiniani, che sta ferma in uno stagno, si corrompe, non serve più agli usi della vita, si riempie d’insetti e di rettili velenosi; così il corpo dell’ozioso contrae macchie e si trova in balìa dei piaceri sensuali che rubano all’anima il senso del giusto e dell’onesto. Gran male è l’accidia! dice san Giovanni Crisostomo, essa è la paralisi dell’uomo intero... Intorpidisce le forze dell’anima non meno che quelle del corpo... Può darvene un’idea una casa cui non si facciano le dovute riparazioni... un terreno che si lasci incolto... Oh! l’oziosità è nociva non solo alle cose spirituali, ma anche alle temporali: e chi vi si abbandona è il più stupido degli nomini, sentenzia la Scrittura - Qui sectatur otium, stultissimus est (Prov. XII,11). E perché? Primieramente perché l’ozio porta con sé la povertà e la miseria, com’è detto nei Proverbi (VI, 11); secondariamente perché indebolisce l’anima, la rende codarda e ottusa. Chi vive in volontario ozio, dice il Crisostomo, e nelle parole e nelle opere molto spesso si diporta temerariamente, non fa mai nulla tutto il giorno; ed ha l’anima piena di languore e di brutture. Poi in altro luogo soggiunge che l’accidia allontana i buoni pensieri, i santi desideri, le illustrazioni, la grazia, la virtù ed ogni bene, conduce l’ignoranza ed un diluvio di pensieri cattivi. Per l’accidia, predicava il Crisologo, l’uomo rende inutili i doni della natura, le facoltà dell’anima, il benefizio della ragione, l’eccellenza del suo intelletto, il giudizio del suo spirito, la sua attitudine alle arti, il bene dell’educazione; ricusa al suo Creatore il prodotto che darebbero tutte queste cose e la riconoscenza che ne dovrebbe conseguire. Albero infecondo, merita d’essere reciso e dato al fuoco. S’egli è un uomo pubblico, gravissimo è il danno che la società ne risente (Serm. CVI). «L’ozio uccide il corpo; l’indolenza uccide l’anima; l’esercizio abbellisce mirabilmente l’uno e l’altra», scrive il Crisostomo. Bisogna temere e fuggire l’ozio nel riposo, ammonisce san Bernardo - Cavendum est otium in otio; e vuol dire: bisogna serbare una regola nel riposo cui si ha necessità, non poltrirvi, offrirlo a Dio, e farsene merito di virtù, come del cibo e del sonno, ecc.... «L’indolenza è la peste per i mortali», scrive Platone - Pestis mortalibus est ignavia. «Non badare a nulla, è da insensato, dice Seneca; non far nulla è un essere morto mentre si vive», perché, soggiunge Catone «mentre non facciamo nulla, impariamo a far del male - Nil agendo male agere discimus». «L’uomo virtuoso abborre l’ozio» lasciò scritto Valerio Massimo, e sant’Agostino fa notare che Roma andò in rovina per cagione dell’ozio, e che la distruzione di Cartagine ebbe origine dallo stesso vizio.

L’accidia è la madre di tutte le tentazioni . «L’uomo che lavora è assalito da un solo demonio, ma l’ozioso è zimbello a mille spiriti infernali», così Cassiano. Nell’Apocalisse poi sta detto che il dragone si posò sull’arena del mare - Stetit draco supra arenam maris (Apoc. XII, 18). Queste parole significano che il Demonio prevale sugli accidiosi, che li dimena e li travolge come fa l’onda con l’arena; significano ancora che l’indolente, simile alla sabbia la quale nulla produce, è la dimora prediletta del Diavolo. «L’ozio, scrive sant’Ambrogio, mette in pericolo anche quelli che erano usciti vittoriosi dalle guerre»; perché, come insegna san Bernardo, «la pigrizia è la madre di tutte le tentazioni», o come dice san Tommaso, «è l’amo a cui il Demonio coglie gli uomini»; e come infatti il Demonio non vincerebbe l’ozioso, mentre lo trova senz’armi, senza difesa, senza cautele?... Ah! L’accidioso è una casa aperta a tutti i ladri dell’inferno. ...

L’Accidia, parte 3. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 8, p. 8

I guasti prodotti dall’ozio. È pensiero di san Giovanni Crisostomo che l’ozio d’Adamo fu la cagione della sua caduta: s’egli fosse stato occupato, non avrebbe dato ascolto al serpente. Nell’ozio il Demonio trova la sua dimora; i pensieri cattivi ed ogni peccato traggono dall’ozio la loro sorgente... Gli accidiosi, dice san Bernardo, immersi nel torpore della pigrizia, ne succhiano il delitto. «E che altro è l’oziosità, soggiunge san Cirillo, se non la perdita dell’ora che passa e più non ritorna, lo sperpero della vita, l’indietreggiare di chi cammina? Produce la debolezza della carne, genera l’orgoglio, accende la libidine, scioglie la lingua, mantiene l’indigenza, va a braccetto col furto. L’acqua stagnante si corrompe, la spada inguainata sempre arrugginisce, il piede che non si muove mai, intorpidisce, e lo spetato dente della tignuola rode la veste disusata ». «Chi vive ozioso, cadrà negli orrori dell’indigenza» dicono i Proverbi - Qui sectatur otium, replebitur egestate (Prov. XXVIII,19); e commentando questa sentenza, Cassiano scriveva: l’accidioso sarà sopraffatto dalla povertà visibile o invisibile, corporale o spirituale, e ben sovente dall’una e dall’altra insieme: non può schermirsi dal cadere preda d’una masnada di vizi; prova noia e disgusto a pensare e contemplare Dio, ed è affatto nudo di ricchezze spirituali. L’accidioso soffoca la sua coscienza: lascia che si rovinino le sue ricchezze, la sanità, il buon nome, la vita. Gli sfaccendati sono per l’ordinario grandi ciarloni, tenendo le mani alla cintola lavorano a più non posso colla lingua ed è per ciò che san Bernardo chiama la vita infingarda madre delle sciocchezze, madrigna delle virtù. Sì, gli sfaccendati sono curiosi, maldicenti, mentitori. Non avendo nulla da fare si danno a esaminare, pensare, giudicare le azioni degli altri; a raccogliere fatti, chiosarli, censurarli, travisarli e ridervi sopra: si erigono a censori di tutti gli uomini e si tengono per dappiù di tutti. Questo notava il grande Apostolo quando scriveva ai Tessalonicesi: «Abbiamo udito che alcuni tra voi procedono disordinatamente, i quali non fanno nulla, ma curiosi s’affaccendano senza pro» - Audivimus inter vos quosdam ambulare inquiete, nil operantes, sed curiose agentes (II Thess. III,11). Il che vuol dire, come spiega Massimo, che non facendo essi opera nessuna, non si brigano d’altro se non d’impicciarsi a diritto o a rovescio nei fatti altrui; anzi, soggiunge Teofilatto, questo è proprio degli sfaccendati, tener l’occhio sulla vita degli altri. «Per timore del freddo il pigro non ha voluto lavorare, dicono i Proverbi, ma nel dì della messe egli andrà mendicando e non raccoglierà nulla» - Propter frigus piger arare noluit, mendicabit aestate et non dabitur illi (Prov. XX,4). Ogni pigro, leggiamo ancora nei medesimi Proverbi, marcirà sempre nell’indigenza - Omnis piger semper in egestate est (Ib. XXI,5); e come no? io sono passato per il suo campo e per la sua vigna, e li ho veduti ingombri d’ortiche, le spine vi si intralciavano su tutta la superficie, e il muricciuolo che li difendeva era ruinato. - Per agrum hominis pigri transivi, et ecce totum repleverant urticae, et operuerant superficiem eius spinae, et maceria lapidum destructa erat (Prov. XXIV,30-31). San Bernardo così descrive i tristi effetti e gli orrendi guasti dell’accidia: «S’avviene che il freddo della pigrizia colga un’anima, tosto il suo vigore s’accascia ed ella intorpidisce; si finge di non aver più forze, si misura quel che ha d’orrido l’austerità; il timore della povertà impicciolisce i sentimenti; la grazia se ne va; il tempo pare lungo, la ragione sonnecchia, l’intelligenza s’estingue; il fervore primiero va mancando e s’avanza la tiepidezza e la noia; la carità fraterna diminuisce e la passione ci solletica; la sicurezza c’inganna e la consuetudine ci trascina. Che più? Non si conosce più né legge né diritto né dovere né timore di Dio. Si giunge finalmente all’impudenza, e quel temerario che corre verso il precipizio, quell’uomo coperto di vergogne e di confusione, s’innalza presuntuoso. Allora precipita dall’altezza della virtù nel baratro dei vizi, da una strada comoda e ben lastricata in una pozzanghera, dal trono in una fogna, dal Cielo sulla terra, dal chiostro nel secolo, dal Paradiso nell’inferno». Non manda fuori tante fiamme una fornace ardente, quanti sono i desideri che si sprigionano da un’anima accidiosa: perciò chi vuole sottrarsi alle funeste lusinghe, fugga il riposo e si consacri al lavoro... Nell’accidia la virtù si corrompe, ed il sentimento del dovere si cancella in un’anima oziosa, dice Democrito, ed Aristotele aggiunge che compagne indivisibili dell’infingardaggine sono la mollezza, l’effeminatezza, il torpore, l’amor della vita. E sapete come? eccovi un paragone di san Bernardo che ve lo spiega. «A quel modo che l’acqua s’infiltra non osservata per una fessura nella sentina d’una nave, e vi cresce fino al punto che per incuria dei marinai la nave affonda, così per via dell’ozio e dell’accidia i malvagi pensieri e le voglie libidinose s’insinuano nel cuore, e vi si moltiplicano a segno che questa fragile navicella, cedendo al peso, sprofonda nell’abisso del peccato» ...

L’Accidia, parte 2. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 7, p. 8

L’accidioso non vale nulla. Un padre di famiglia, disse Gesù Cristo, uscì sul far del giorno in cerca d’operai per la sua vigna. Uscito di bel nuovo all’ora terza, ne vide altri che stavano oziosi. Altrettanto fece verso l’ora sesta e verso la nona. Infine verso l’ora undecima ritornò alla piazza e trovandovi altri lavoratori sfaccendati, disse loro: Perché ve ne state voi tutto il giorno in ozio? - Quid hic statis tota die otiosi? (Matth. XXX 1-3, 5-6). Ecco il vero ritratto degli accidiosi che logorano gli anni loro nell’inazione. Salomone ne dipinse al vivo la vita in brevi tratti là dove dice al pigro: «Un po’ dormirai, un po’ sonnecchierai, un po’ stropiccerai una mano coll’altra per riposarti» - Paullulum dormies, paullulum dormitabis, paullulum conseres manus ut dormias (Prov. VI,10); e gli dà l’ultima mano in quelle altre parole: «Il pigro vuole e disvuole ad un’ora» - Vult et non vult piger (Ib. XIII,4). Vi sono tre maniere di non far nulla: 1° stando in ozio...; 2° non facendo quel che si dovrebbe fare, o facendo quello che non si dovrebbe...; 3° facendo male quel che si fa... La vita dell’accidioso non serve a nulla; egli è un essere inutile e indegno quindi di vivere. Gli accidiosi sono alberi selvatici, sterili e secchi che occupano inutilmente il terreno... buoni a nulla, sono mostri della società. La vita oziosa può paragonarsi ad una pianta senza radici, o come dice Temistocle, è la sepoltura d’un uomo vivo - Otium est vivi hominis sepultura (Plutarco, Vite). Seneca conviene nella medesima idea (De Prov.), e Demetrio le dà nome di mare morto - Vita otiosa, mare mortuum (Epl. LXVII).

L’accidioso è un povero sul lastrico. Quel servo pigro di cui parla il Vangelo (Matth. XXV), invece di negoziare il talento ricevuto, lo nascose sotterra. Ora che cosa gli disse il padrone, quando venne a chiedere i conti? Servo malvagio e pigro, tu dovevi far fruttare il talento tuo; voltosi poi agli altri suoi servi: Togliete, comandò loro, a costui il talento e datelo a colui che ne ha dieci, perché a chiunque ne ha, ne sarà dato ancora; ma a colui che non ne ha, sia tolto quello che aveva. Si toglierà a quegli che non ha, anche quel poco che aveva, da cui non sa e non vuole trarre profitto. «Chi al presente per svogliatezza e viltà d’animo trascura di far bene, dice san Gregorio, andrà mendicando la vita eterna il giorno in cui il sole di giustizia si troverà in tutto il suo splendore per giudicare, ma gli sarà negata». Se l’accidioso è ben fornito dei beni di quaggiù, rassomiglia a quell’uomo dell ‘Apocalisse a cui il Signore disse: «Tu dici: io, ricco ed agiato, non manco di nulla; e non sai che tu sei meschino e miserabile, povero, cieco e nudo» - Dicis quod dives sum et locupletatus, et nullius egeo: et nescis quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et caecus, et nudus (Apocal. III,17). Voi, o ricchi, siete miserabili, poveri e nudi, perché non avete nulla delle vere ricchezze, che sono le ricchezze dell’anima, perciò, io vi dico, voi fate pietà.

L’ozio è l’origine di tutti i misfatti. L’ozio è sempre stato in ogni tempo, dice l’Ecclesiastico, il maestro d’ogni vizio, il fautore d’ogni ribalderia. - Multam malitiam docuit otiositas (Eccl. XXXIII,29); e l’ozio, soggiunge Ezechiele, fu l’iniquità di Sodoma, la causa di tutte le sue abominazioni - Haec fuit iniquitas Sodomae, otium (Ezech. XVI,49). A quel modo, scrive il Crisostomo, che un terreno il quale non sia stato né seminato, né piantato, germoglia ogni sorta d’erbe cattive, così l’anima quando non ha in che occuparsi, si abbandona al mal fare - Sicut terra non occupata semente, aut consitione quamlibet herbam producit; sic et anima quoties non habet quod agat, pravis actionibus se tradit. Finché Sansone molestò i Filistei, fu invincibile e conservò le sue forze; ma quando s’abbandonò all’ozio in casa di Dalila, perdette la capigliatura e le forze, fu preso ed accecato: l’accidia gli tolse la vista dell’anima e Dio si ritirò da lui. Finché Davide si vide bersaglio delle avversità ed accasciato sotto il peso d’una vita travagliata, non sentì gli stimoli della carne, ma non appena godette di un riposo troppo prolungato, divenne adultero ed omicida. Salomone occupato nella costruzione del tempio, esce vittorioso delle sue passioni; ma non appena cede all’ozio, eccolo tuffarsi a capo fitto nel fango delle passioni e adorare gli idoli. Il lavoro aveva mantenuto casti questi tre grandi personaggi, l’ozio li corruppe. Voi domandate, dice Ovidio, come mai Egisto sia diventato adultero? La risposta è alla mano: egli viveva in ozio - Quaeritur Aegisthus quare sit factus adulter? - In promptu causa est; desi-diosus erat. I motteggi, le calunnie, le maldicenze, l’amore del giuoco, il ladroneccio, l’intemperanza, il libertinaggio hanno il più delle volte origine dall’ozio, il quale è fomite di tutti i vizi, sprone a ogni genere d’eccessi... Poiché, come dice san Basilio, «a quel modo che i tarli si generano e moltiplicano nei legni teneri e molli, così tutte le empietà dello spirito trovano loro culla e sede nelle anime troppo ‘snervate’» - Sicut vermes in lignis mollioribus nascuntur: ita animi impietates in mollioribus hominum mentibus oriuntur; e non si dà virtù tanto facile, soggiunge il Crisostomo, che per l’accidia non diventi gravosissima e quasi impossibile a praticarsi. ...

L’Accidia, parte 1. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 6, p. 8

L'abuso delle grazie è una grande disgrazia. - O Città ingrata! esclamava Gesù Cristo versando lacrime sopra Gerusalemme che abusava di tante sue grazie; o città sventurata! Ah se tu conoscessi, almeno ancora in questo giorno, quel che importa alla tua pace! ma ora questo è ai tuoi occhi celato (Luc. XIX,41-42); tu ti rifiuti di vedere i miei favori per non approfittarne. O figlia di Sionne, tu sei pur quella ch’io ho tanto amato, onorato, arricchito, istruito, ed or non mi conosci, ma mi rigetti, mi condanni, mi perseguiti, mi crocifiggi!... Io sono disceso per te dal Cielo in terra; per te sono nato e vissuto tra continui stenti, dolori e privazioni: io t’ho visitata, coltivata; ho guarito i tuoi lebbrosi, i tuoi malati, i tuoi ossessi, risuscitato i tuoi morti: e tu mi fuggi, mi disprezzi, mi fai guerra!... Non sono forse tratteggiati in questo quadro i cristiani infedeli ed ingrati? non sono essi gli imitatori dei Giudei?... Udite sant’Agostino che mette sulle labbra di Gesù queste parole: O uomo, sono io che t’ho fatto colle mie mani dal fango della terra, che t’ho inspirato il soffio della vita; che mi sono degnato crearti a mia immagine e somiglianza, e tu, trascurando i miei precetti, fatti per darti la vita, hai preferito il Demonio al tuo Dio. Quando fosti cacciato dal Paradiso e incatenato coi ceppi della morte per cagione del tuo peccato, io presi carne, stetti esposto in una mangiatoia, coricato ed avviluppato in fasce; tollerai affronti e privazioni senza numero; sopportai gli schiaffi e gli sputi di coloro che di me si burlavano; fui flagellato, coronato di spine; e finalmente spirai su la croce. Perché hai tu lasciato perdersi il frutto di quello ch’io soffrii per te? Perché, ingrato, non volesti riconoscere e accettare i doni della Redenzione? Perché attaccarmi alla croce dei tuoi misfatti, croce mille volte più dolorosa di quella del Golgota? Sì, la croce dei tuoi peccati è per me molto più pesante che la croce del Calvario: perché a questa io mi sottoposi volentieri per compassione di te e vi morii per rendere a te la vita; ed a quella io mi veggo da te inchiodato contro mio volere (Enchiridion). Udite quel che fa l’uomo il quale abusa delle grazie: ecco i malanni che attira sopra di lui questo abuso. «La vigna del mio diletto, dice Isaia (V,1-4), è piantata in colle ubertoso. Egli l’ha munita tutt’intorno di siepe; la sgombrò dalle pietre, la fornì d’elette viti, v’ha costrutto nel bel mezzo una torre, vi stabilì uno strettoio, poi aspettò che desse uve ed ella portò lambrusche: - Et expectavit ut faceret uvas, et fecit lambruscas. - Or dunque, abitanti di Gerusalemme, o voi uomini di Giuda, giudicate tra di me e la mia vigna. Che cosa potevo io fare per lei, che non l’abbia fatto? Perché invece d’uve m’ha prodotto lambrusche?» - Quid est quod debui ultra facere vineae et non feci? Non è forse questa la condanna di chi abusa delle grazie? Non siamo noi tutti la vigna del Signore? Non s’è Egli studiato in ogni modo di schiantare dal nostro cuore i bronchi e le cattive piante? Non ci ha forse scelti con quella cura con cui il vignaiuolo sceglie le piante per la sua vigna per averne frutto? Non siamo noi stati circondati d’attenzioni e colmati di grazie? Che poteva far di più per noi il Signore? Ci ha creati a Sua immagine, e noi quest’immagine l’abbiamo profanata, sfigurata nelle lordure del peccato; ci ha riscattati a prezzo del Suo sangue; ha istituito i Sacramenti, quasi torre insuperabile che doveva servire a proteggerci, e noi tutti questi benefizi abbiamo resi inutili. Che pesante fardello! che terribile disgrazia!... Noi abusiamo della creazione, della Redenzione, dei Sacramenti, delle sante ispirazioni, della parola e della legge di Dio. Abusiamo degli occhi, delle orecchie, della lingua, dei piedi, delle mani, di tutto il corpo, della sanità, delle forze, degli anni. Abusiamo di tutti gli elementi, del giorno e della notte; abusiamo dell’anima e delle sue potenze, memoria, intelligenza, volontà; abusiamo del cuore, come delle ricchezze, degli onori, dei piaceri, del cibo, della bevanda, dei vestimenti. Abusiamo della vita, del tempo, dell’eternità, degli Angeli, degli uomini, delle creature tutte, di Dio medesimo!... O delitto inconcepibile! o sventura micidiale!

Castighi dell’abuso delle grazie. - «Ed ora vi spiegherò quel che sono per fare alla mia vigna ingrata, dice il Signore: ne sterperò la siepe ed ella sarà devastata; getterò a terra il suo muro ed ella sarà conculcata». Et nunc ostendam vobis quid faciam vineae meae: auferam sepem eius et erit in direptionem : diruam maceriam eius et erit in conculcationem (Isaia V,5). «La renderò deserta, e non sarà potata, né sarchiata; vi cresceranno sterpi e spine; comanderò alle nuvole che non piovano stilla sopra di lei» - Et ponam eram desertam; non potabitur, et non fodietur; et ascendent vepres, et nubibus ne pluant super eam imbrem (Ib. 6). «Coloro che abusano delle grazie, soggiunge san Paolo ai Romani, s’accumulano un monte d’ira per il giorno dell’ira e della manifestazione del giudizio di Dio» - Thesaurizas tibi iram in die irae et revelationis iusti iudicii Dei (II,5). Noi, scrive san Gregorio, i quali abbiamo ricevuto molte più grazie che non parecchi altri, dovremo anche sottostare a più severo giudizio. Poiché a proporzione che aumentano le grazie, s’accresce pure il conto che dovremo renderne. Tanto più umili dunque dobbiamo essere e più pronti a servire Dio, approfittando dei favori ricevuti, quanto più stretto conto vediamo di doverne rendere in ragione del loro numero e valore. «È benedetta dal Signore quella terra, notava già san Paolo agli Ebrei (2), che bevendo la pioggia, che di frequente le cade in grembo, produce per chi la coltiva utili erbe: ma se germoglia triboli e spine, è riprovata e prossima a maledizione, e il suo fine sarà d’essere bruciata». Il Signore aguzzerà la Sua collera in forma di lancia, sta scritto nel Libro della Sapienza, contro coloro che abusano dei suoi doni: - Acuet duram iram in lanceam (Sap. V,21). Ora, commenta san Gregorio, «siccome noi abusiamo di tutto, saremo quindi colpiti in tutto. Tutto ciò che riceviamo per l’uso della vita, è da noi impiegato al peccare; ma badiamo che tutto ciò che noi, mancando al nostro fine, volgeremo a cattivo uso, diverrà per noi strumento di vendetta». E dice la Sapienza: «Il mondo intero combatterà a fianco di Dio contro gl’insensati che abusano delle sue grazie» - Pugnabit cum ilio orbis terrarum contra insensatos (Sap. V,21). Il sole, gli astri, la terra, le piante, gli animali, gli elementi tutti grideranno vendetta contro quelli che avranno abusato dei loro doni che sono benefici di Dio. «Noi sacrifichiamo la nostra sanità ai vizi, soggiunge san Gregorio, e impieghiamo l’abbondanza dei beni terreni non a sovvenire alle necessità della vita, ma a pervertirci. È dunque giusto che tutte le cose, le quali servirono alle nostre passioni, tutte a un tempo ci feriscano, così che alla fine ci strazino tanti tormenti quanti furono i godimenti provati prima».

Abuso delle grazie. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 5, p. 8

E l’anima, dice san Giovanni Crisostomo, corrotta che sia, degradata per l’abito del peccato, languisce d’incurabile malattia, né più si rimette in forze per quanti rimedi le offra Dio (Homil. ad pop. Antioch.). Non è così facile svestire gli abiti viziosi, come il vestirli. La volontà, la quale può a suo talento schivare od abbracciare il male, s’avviluppa di per se stessa, come il baco da seta, nell’opera sua; e se i lacci dentro cui: s’è arretita figurano seta perché gradevole sono però ferro per la loro durezza. No, essa non è in grado di distruggere a sua posta la prigione che ella medesima si è fabbricata, né spezzare i fili di cui s’è cinta. E non mi state a dire, soggiunge Bossuet (Vol. I, Circoncis.), che essendo i vostri impegni affatto volontari voi possiate, con la medesima volontà che li ha contratti, quandochessia disdirli, perché anzi qui sta appunto il nodo, che quella medesima volontà, la quale si è impegnata, sia obbligata a disimpegnarsi; che essa, la quale forma o vuol formare i legami, s’impegni poi a scioglierli; che debba ella medesima sostenere ad un tempo l’urto e dar l’assalto. Ora chi è dunque sì cieco che apertamente non veda come invano essa combatterà e si stancherà in inutili sforzi, se non viene a sostenerla una forza o un soccorso dal di fuori? Poiché non si resiste da forti e robusti per lungo tempo, scrive sant’Ambrogio (In Psalm. CXVIII), quando è d’uopo vincere se medesimo. Troppo faticosa ed accasciante è la lotta che l’uomo deve sostenere contro se stesso e le sue passioni perché possa vincere da solo. So bene che altri accusa il Demonio delle malvagie abitudini in cui vive, ma badate, grida sant’Agostino (Confess.), che il Diavolo tripudia quand’è accusato, e niente meglio desidera se non che voi gettiate su di lui i vostri torti, affinché perdiate così il frutto d’un’umile confessione. L’uomo deve superare due ostacoli, l’inclinazione e l’abitudine; quella rende il vizio amabile, questa lo fa necessario; e non è in nostro potere, osserva sant’Agostino (In Psalm. CVI), né il principio dell’inclinazione, né la fine dell’abitudine: l’inclinazione c’incatena e ci precipita nel carcere, l’abitudine vi ci lega e chiude sopra di noi la porta per toglierci ogni uscita. Il peccato passato in abitudine diventa quasi identificato coll’uomo: il peccatore abituato è divenuto peccato; e da ciò proviene la difficoltà immensa di vincere le cattive consuetudini. Come si conosce se il peccato sia d’abitudine? Grave malattia è l’abitudine di peccare, e chi desidera vedere se egli ne sia infetto deve osservare: 1° S’egli commette il male con piacere; perché ogni piacere è conforme a qualche natura: ora egli è certo che il peccato non ha di per se stesso questa consonanza colla nostra natura, bisogna perciò che la ripetizione del peccato abbia formato in noi un’altra natura, e questa seconda natura è l’abitudine... 2° Se pecca senza resistere, perché allora la forza dell’anima è svigorita ed abbattuta... Come si lascia l’abitudine? I mezzi con cui lasciare e vincere le malvagie abitudini per quanto radicate, sono i seguenti: 1° il timore di Dio; 2° la resistenza...; 3° la preghiera...; 4° il rincrescimento ed il dolore di trovarsi in così infelice stato...; 5° la fuga delle occasioni prossime del peccato d’abitudine...; 6° un vivo orrore del peccato...; 7° frequente ed umile confessione. «Siete voi combattuti dell’abitudine del peccato? grida sant’Agostino, respingetelo da valorosi; non saziatelo ritirandovi, ma sforzatevi d’abbatterlo resistendo» (Lib. de Continent.). Finalmente, una sincera e viva devozione alla Vergine ci fa uscire da qualunque abitudine cattiva.

Riconoscere e lasciare la cattiva  abitudine del peccato. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 4, p. 8

Affinché il peccatore abituato esca dal suo stato, bisogna che Dio lo svegli con voce grande e potente, come fu quella con cui Gesù Cristo chiamò Lazzaro dal sepolcro: Voce magna clamavit: Lazare veni foras (Ioann. XI,43) perché i consuetudinari sono sordi spiritualmente. Ma Iddio non è punto tenuto a tale miracolo; l’abitudine poi oppone un ostacolo al miracolo della risurrezione spirituale. Di Lazzaro sta scritto che aveva mani e piedi legati e la faccia avviluppata in un sudario: Ligatus pedes et manus institis et facies illius sudario erat ligata (Ioann. XI,44): e quest’è la lacrimevole condizione del peccatore abituato... or, come uscire da questa tomba? Udite Seneca che discorrendo della concupiscenza, la quale trascina all’abitudine del male chi l’asseconda, dice: «Voi non giungerete mai a ottenere che s’acqueti, se le darete libertà d’incominciare; torna assai più facile tenerla affatto lontana, che scacciarla quando sia entrata». «Uccidi il nemico mentre è debole», grida san Girolamo: e non trascurare le piccole cose, soggiunge san Gregorio, perché, insensibilmente sedotto, commetterai le più gravi. Allora poi si pecca senza rimorso, e, giunti a questo punto di perversità, non v’è più rimedio. Tale è l’orribile stato del consuetudinario. Chi aggiunge colpa a colpa ha il cuore traviato, dice Dio tramite il Salmista, egli non conosce le mie vie, ed ho perciò giurato nel mio sdegno, che non entrerà nel luogo del mio riposo: Semper hi errant corde; et isti non cognoverunt vias meas; ut iuravi in ira mea; si introibunt in requiem meam (Psalm. XCIV,10-11). Ah! «i perversi ben difficilmente s’emendano, esclama l’Ecclesiaste, e stragrande è la turba degli insensati ». - Perversi difficile còrriguntur, et stultorum infinitus est numerus (Eccl. I, 15). «Non da ferro nemico, ma dalla mia ferrea volontà io ero legato, confessa sant’Agostino; la mia volontà stava in balìa del mio nemico, ilquale si era fatto di essa una catena con cui mi teneva stretto». «E con tante catene il peccatore avvinghia se stesso, soggiunge san Gregorio, quante volte ricade nella colpa». Per enormi e orrendi che siano i peccati, scrive sant’Agostino (Enchirid. c. LXXX), se avviene che diventino abito, sono considerati come leggeri, ed anche non più tenuti in conto di veri peccati; a tal punto che non solo non si tengono celati, ma si ostentano. I consuetudinari non si correggono, dice la Scrittura, perché sono pazzi. E come no? Mentre in 1° luogo il peccato è il sommo della pazzia, perché scombuia la ragione e soffoca il desiderio della virtù. Ilpeccatore antepone la creatura al Creatore, che è a dire un centesimo a tesori immensi, un granellino di frumento ad una ricchissima messe, il fango all’oro, una stilla d’acqua al mare, un mortifero veleno alla grazia ed alla vita eterna. Oh Dio, che insensatezza! 2° Ripetendo i peccati si contrae l’abitudine, questa mena alla necessità. Conoscete voi follia più funesta? Si perfidia ostinatamente, si fa pompa del male. 3° Si ricusa ogni emendazione, si spregiano gli avvertimenti e le persone che per impulso di carità riprendono. Si fuggono i rimedi, si vuol rimanere nella malattia. Ah qui, più che sragionevolezza, più che stupidità, bisogna dire che vi è il colmo della pazzia. La Scrittura dà a questa follia morale il nome di carestia del cuore, - egestas cordis - e chiama i peccatori abituati uomini senza cuore - Indigentes corde - cioè privi dell’uso della volontà (Prov. XI, 12). «Giunto l’empio in fondo all’abisso del male, tutto disprezza», dicono i Proverbi: - Impius cum in profundum venerit peccatorum, contemnit (Prov. XVIII,3). A ragione pertanto scriveva il poeta: Arresta la passione in sul nascere, chè troppo tardi giungerà il rimedio, se lasci che il male abbia tempo a far progressi. ...

Quanto sia difficile lasciare la cattiva abitudine del peccato. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 3, p. 8

Badate a voi! grida Bossuet (Vol. II, Profession religieuse), che l’uomo vecchio il quale è in noi e contro cui dobbiamo lottare tutta la vita, non dà tregua e continuamente lavora a soppiantare l’uomo nuovo: il suo appetito indocile e impaziente, per quanto frenato dalla disciplina, solletica, corre e si precipita, qual prigioniero smaniante di libertà, verso ogni uscita; tenta per tutti isensi di avventarsi su gli oggetti che gli piacciono. Modesto da principio, finge d’appagarsi di poco, non è che un desiderio imperfetto, una curiosità, un nonnulla; ma provatevi a soddisfare quel primo desiderio, e voi lo vedrete ben tosto attirarne parecchi altri, sino a tanto che l’anima tutta ne resta conquisa. Come un sasso gettato in uno stagno non tocca che in un punto le acque, eppure una volta ricevuto il moto questo si comunica dalle più vicine alle più lontane, cosicché in pochi istanti tutta la massa è smossa, così le passioni dell’anima nostra si svegliano, a poco a poco, le une le altre per via d’un movimento che si concatena (...) Se non si resiste alla consuetudine, questa diventa necessità, ha detto sant’Agostino (Dum non resistitur consuetudini, facta est necessitas) ed a proposito di Lazzaro che giaceva nel sepolcro chiuso da un macigno  Et lapis superpositus erat ei (Ioann. XI,38), osserva che quell’enorme pietra figura la forza d’una perversa e dura abitudine, la quale schiaccia l’anima e non le permette né di risorgere, né di respirare (Moles illa imposita sepulcro ipsa est vis durae consuetudinis qua premitur anima; nec resurgere, nec respirare permittitur). Se si rimane in quest’abitudine, si accumulano colpe su colpe e si finisce coll’essere esclusi per sempre dalla clemenza di Dio: Appone iniquitatem super iniquitatem eorum, ut non intrent in iustitiam tuam (Psalm. LXVIII,28), Il nome di costoro è cancellato dal libro dei viventi, ed essi non sono nel numero dei giusti: Deleantur de libro viventium et cum iùstis non scribantur (Psalm. LXVIII,29). Chi si trova in questa lacrimevole condizione, non si stanca nella sua iniquità, dice l’Ecclesiastico, e non sarà sazio finché non abbia dimagrita e consunta l’anima sua: Insatiabilis in parte iniquitatis: non satiabitur donec consumat arefaciens animam suam (Eccll. XIV,9). Cadere nel peccato è fragilità umana, scrive san Bernardo, perseverarvi è malizia diabolica (Humanum est errare, diabolicum perseverare); e Seneca diceva: «La prima e più grave pena per i peccatori sta nell’aver peccato; né v’ha delitto che resti impunito, perché è già castigo il cadere di colpa in colpa». È proprio del peccato, come nota Bossuet (Vol. I, Péché d’habitude), imprimere nell’anima una macchia la quale va sfigurando in lei ogni bellezza, e ne cancella i tratti dell’immagine del Creatore ch’Egli stesso v’impresse. Ma un peccato ripetuto, oltre questa macchia, produce ancora nell’anima una tendenza, una forte inclinazione al male, perché insinuandosi in fondo all’anima, ne inceppa tutte le buone inclinazioni, e col proprio peso la trascina agli oggetti terreni. A denotare la disgrazia del peccatore abituato, la Scrittura si serve di tre efficaci paragoni: «Egli ha vestito la maledizione come un abito; ed essa s’è infiltrata come acqua nelle sue viscere, e come olio ha penetrato le sue midolle» (Psalm. CVIII,17). Sì, la maledizione copre come una veste il peccatore consuetudinario, perché l’avviluppa tutt’intorno, ne signoreggia le parole e le azioni tutte: entra come l’acqua nel suo interiore e vi corrompe i pensieri; penetra qual oliò nelle sue ossa che sono il cuore, l’anima, lo spirito. La veste simboleggia la tirannia dell’abito; l’acqua l’impetuosità; l’olio una macchia che si spande dappertutto e difficilissimamentè si toglie. Terribile malattia è questa dunque dell’abitudine di peccare! ...

Conseguenze funeste dell’abitudine cattiva. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 2, p. 8

Come si cada nell’abitudine del peccato. Gesù, andato alla casa di Marta e di Maria, trovò che Lazzaro, loro fratello, giaceva da quattro giorni nel sepolcro. Jesus invenit eum quattuor dies iam in monumento habentem (Ioann. XI, 17). Per cinque gradi Lazzaro scende nella tomba a putrefarsi: 1° per la languidezza: Erat languens; 2° per la malattia: Infirmabatur...; 3° per il sonno: Dormit...; 4° per la morte: Mortuus est...; 5° per la dissoluzione nello stato di cadavere: Iam foetet...; e così ancora per questi gradi si rovina nell’abitudine del peccato. Lazzaro che giace da quattro giorni nella tomba offre l’immagine del peccatore che è nell’abitudine di peccare mortalmente. Il primo giorno è per lui, quando cade per il consenso della sua volontà... Il secondo, quando consuma col fatto il peccato... Il terzo, quando ricade e contrae la consuetudine di ricadere... Il quarto, quando s’indurisce e si forma del suo peccato e delle sue ricadute una seconda natura, secondo quelle parole di sant’Agostino: «La passione ha origine dalla volontà perversa; il servire alla passione diventa abitudine; non resistere all’abitudine trae alla necessità». Il medesimo santo Dottore dice ancora: A quel modo che per tre gradi, cioè la suggestione, la dilettazione ed il consenso, si giunge, al peccato, così tre differenti stadii si trovano nel peccato esso è nel cuore, nell’azione e nell’abitudine. Queste sono tre morti: la prima occorre, diremo così, nel recinto della casa, ed è quando s’apre il varco nel cuore alla passione. La seconda avviene come fuori di casa, ed è quando si consente all’azione. La terza ha luogo quando, per la forza delle abitudini cattive che schiacciano a mo’ di macigno, l’anima vien quasi gettata e chiusa in un sepolcro. Gesù Cristo ha risuscitato queste tre specie di morti; ma osservate la diversità di modi che, secondo la sua stessa parola, Egli adopera per richiamarli a vita. Al primo morto dice: «Lèvati su, fanciulla». Al secondo aggiunge: «Lèvati, chè io te lo intimo » — Adolescens, tibi dico, surge (Lue. VII, 14). Per risuscitare il terzo si turbò, pianse, fremette due volte interiormente, si portò al sepolcro, e qui ad alta voce gridò: «Lazzaro, vieni fuori» - Lazare, veni foras (Ioann. XI, 43). Così nel lib. I, De Serm. Domini in Monte al c. XXIII: e poi di nuovo nel Tratt. XLIV su san Giovanni: «V’ha primieramente il solletico della dilettazione nel cuore..., poi il consenso..., quindi l’azione..., finalmente la consuetudine». « Essi erano tutti legati con una medesima catena di tenebre » dice la Sapienza (XVII, 17). Ora la catena dei delitti si va formando con l’abitudine; perché la suggestione del Demonio genera il diletto nel pensiero; il diletto provoca il consenso; il consenso porta al fatto; un fatto spinge ad un altro, ed ecco costituirsi la consuetudine. Questa trae la volontà a compiacervisi, e di qui poi l’abbandono di Dio, l’indurimento e la riprovazione. Gli atti abituali sono anelli che s’intrecciano gli uni agli altri; come dice benissimo la Glossa su quelle parole di Giobbe: «Io ho stabilito un patto co’ miei occhi» (XXXI, I), il pensiero tiene dietro allo sguardo; la dilettazione sorge dal pensiero: il consenso nasce dalla dilettazione; l’azione segue il consenso; l’abitudine viene dall’azione; la necessità s’ingenera dall’abitudine; la disperazione è frutto della necessità; la dannazione, della disperazione. «La passione, scrive S. Gregorio ne’ Morali, s’accende come fuoco, e chi tarda a spegnerlo, si vede ben tosto andare come stoppa in fiamme». L’imprudenza e la follia degl’insensati consiste nel non comprendere, nel non vedere la necessità di ben regolarsi; traviano dal retto sentiero, si smarriscono tra viottoli oscuri e tortuosi e gli errori delle seducenti passioni, a cui sono spinti dai sensi degradati e dalla concupiscenza, li trascinano da questa in quella, finché procedendo sempre peggio d’errore in errore (...) fino all’Inferno ...

Abitudine del Peccato. Da I tesori di Cornelio ALapide, Commentari dell’ab. Barbier. SS n° 1, p. 8