Comunicato numero 43. Il cattolico in politica

Stimati Associati e gentili Lettori, la «Immortale Dei» è una delle grandi encicliche di Papa Leone XIII (novembre 1885), in cui, riprendendo i principi di Papa Gregorio XVI («Mirari vos») e di Papa Pio IX («Sillabo» e «Quanta cura»), la Chiesa fissa la dottrina sui diritti e doveri reciproci della Chiesa e dello Stato e sulle libertà rivendicate dai popoli moderni e soprattutto fissa per la prima volta i limiti entro cui i cattolici possano prestarsi alle rivendicazioni dei popoli ed alle pretese dello Stato. Già alle idee esposte nel Congresso di Malines (1863) dai cattolici liberali, aveva dato una risposta riservata ed in forma privata il Sommo Pontefice Pio IX per mezzo di una lettera del cardinal Antonelli: questa precisazione non rallentava però affatto l’espansione e la minaccia del liberalismo. Una nuova condanna era richiesta dalle stesse circostanze. L’enciclica «Quanta cura» dell’8 dicembre 1864 mirabilmente assolse questo compito: furono riprovate con tanta chiarezza le idee liberali, che anche gli stessi fautori dovettero abbandonare la lotta in base all’equivoco. L’errore fu messo nella sua giusta luce, con la condanna esplicita del naturalismo; però le tendenze liberali non si spensero del tutto, e continuarono ancora qua e là nei discorsi, nei giornali, nelle riviste. Pur senza aver l’aspetto d’un sistema dottrinale, in quasi tutte le nazioni europee queste idee provocavano dissensi fra i cattolici. Leone XIII con l’enciclica «Nobilissima Gallorum gens» (1884) deplorò queste deleterie divisioni connesse con aspre polemiche e invitò i fedeli ad unirsi per la difesa degli interessi maggiori della religione. Con il medesimo spirito scrisse ai vescovi spagnoli («Cum multa sint», 1884) perché la questione religiosa non si confondesse con le competizioni dinastiche fra carlisti e partigiani della costituzione. Questo appello non fu accolto benevolmente. Inoltre in Francia l’Univers non cessava di criticare le tendenze pratiche del nuovo Pontefice: in Spagna il Siglo biasimava il modo di agire del nunzio e della Santa Sede. A Roma stessa le idee di conciliazione erano attaccate. Gli articoli comparsi in Spagna e a Roma furono apertamente disapprovati dalla Santa Sede. Il cardinal Pitra però, interpellato sulla portata di questo biasimo, rispose con una difesa degli autori biasimati. Per por fine a tutte queste contese e divisioni, Papa Leone XIII intervenne con un documento dottrinale: l’enciclica «Immortale Dei» che espone i principi fondamentali regolatori dei rapporti fra lo Stato cattolico moderno e la Chiesa. Uno degli elementi unitari dello Stato è l’autorità, la quale, benché non possa provenire che da Dio (Rom. 13, 2), pur tuttavia si estrinseca in varie forme di governo, le quali, se seguono la legge della giustizia divina, non possono essere riprovate dalla Chiesa. A questa origine divina corrisponde per i popoli l’obbligo della sottomissione all’autorità legittima, senza ricorso alla rivolta (Rom. 13, 2). Quest’obbligo si fonda sulla legge naturale che sospinge l’uomo verso la società e verso la dovuta riverenza alla Maestà divina. E un obbligo di religione che non deve sentire l’individuo soltanto, ma anche l’intera società, la quale non può in nessun modo agire come se Dio non esistesse, ma deve favorire in tutti i modi la vera religione. Fra le due società, quindi, sovrane ciascuna nella propria giurisdizione, non deve regnare la lotta ma l’armonia; del resto il fine ultimo e remoto dell’una e dell’altra società perfetta coincidono: conseguire il vero bene dell’umanità. Questa concordia, legge suprema del medioevo, è stata spezzata dallo Stato ateo, dalla libertà illimitata di pensiero, di parola, di stampa e dall’eguaglianza assoluta di tutti i culti, con conseguenze deleterie sulla formazione della gioventù e dei popoli. Da questo, però, non segue che la Chiesa sia nemica del progresso e ripudi lo Stato moderno, poiché essa è stata sempre antesignana dello sviluppo d’ogni forma culturale e sociale che abbia per fine il benessere generale; solo rigetta le dottrine che sotto il pretesto di libertà aprono ai popoli la via d’ogni licenza e della servitù. In particolare la libertà dei culti può essere tollerata [non approvata, ndR] solo in vista d’un bene maggiore che da essa può provenire alla Chiesa. L’autorità ecclesiastica non ha mai condannato la libera discussione su problemi puramente politici. La condotta però dei cattolici in tali questioni deve essere sempre conforme alle direttive della Santa Sede e dei vescovi. In questo numero di «Sursum Corda» studieremo l’enciclica «Immortale Dei» per fornire indicazioni soprattutto a quei soggetti che desiderano impegnarsi in politica: conservando la fede cattolica. Questa introduzione è tratta dall’«Enciclopedia Cattolica», Vaticano, Imprimatur 1951, Vol. VI, Colonne 1681 e 1682.

Comunicato numero 42. Che cosa significa «Libertà»

Stimati Associati e gentili Lettori, cerchiamo di capire cosa significa «Libertà». Usiamo innanzitutto la «Breve apologia per giovani studenti, contro gli increduli dei nostri giorni» del prof. Giuseppe Ballerini, Parte I, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, Imprimatur 1912, dalla pagina 310 a seguire. Successivamente studieremo l’Enciclica «Libertas» del Sommo Pontefice Leone XIII. Abbiamo definito il progresso un movimento dell’essere al fine. Nella vita è progresso lo sviluppo del vivente che tende a compirsi ed ingrandire; nell’intelligenza è progresso l’incedere libero della mente verso la verità; nella volontà è progresso la tendenza della medesima verso il bene. Ora è noto che negli esseri irragionevoli questo movimento avviene in modo necessario, nei ragionevoli in modo libero. Il progresso umano si potrebbe quindi definire: il libero movimento dell’uomo verso il suo fine. Muoversi liberamente verso il proprio fine, non vuol dire operare senza nessuna legge; come portarsi liberamente ad un luogo, non vuol dire non tenere la via che adesso conduce. L’uomo è libero, ma è ragionevole; anzi è libero perché ragionevole: e ciò significa che nelle sue particolari azioni deve regolarsi non con l’istinto, come il bruto, ma colla ragione che gli addita le norme per giungere al bene e fuggire il male. L’eterno equivoco dei nostri avversari sta nel confondere la libertà fisica o naturale, che consiste nel dominio sui nostri atti, con la libertà morale, che consiste nella esenzione da ogni legge. Sì: l’uomo è fisicamente libero nel suo operare, in quanto la sua volontà non è costretta o determinata ai suoi atti da nessuna fisica coazione interna od esterna; ma egli è moralmente necessitato, se vuol raggiungere il bene che appetisce, di tenersi alla via che ad esso conduce, e quindi agire in conformità alle leggi morali, divine, umane. Dunque essere libero non vuol dire essere indipendente, cioè non obbligato ai doveri morali, religiosi, civili: vuol dire soltanto che la volontà nel compiere questi doveri non è fisicamente necessitata o determinata da nessuno. Quando perciò si accusa la Chiesa di essere nemica della libertà, in qual senso i nostri avversari pigliano questa parola? Intendono essi parlare della libertà fisica o naturale? Allora sono per lo meno ridicoli; poiché di questa libertà la Chiesa fu sempre la più grande banditrice e datrice, come lo è anche oggidì contro le pretese dei deterministi. — Dunque, perché l’accusa abbia valore, bisogna intenderla nel senso che la Chiesa avversa quella libertà che importa esenzione da ogni legge morale. Ma allora non è solamente la Chiesa nemica della libertà, ma la stessa società civile, lo stato, la famiglia, ogni autorità insomma che esista sulla terra. Poiché la libertà morale, in quanto dice esenzione da ogni legge, dice abolizione di ogni autorità, e, per conseguenza, distruzione di ogni ordine sociale, anarchia la più completa ed assoluta. E questa è davvero la libertà che la Chiesa riprova e condanna, come quella che è la libertà dell’errore e della perdizione. «Dove in filosofia mirano i naturalisti e i razionalisti, là riescono nelle cose morali e civili i partigiani del liberalismo, poiché applicano ai costumi ed alla vita i principii posti da quelli. Infatti principio capitale del razionalismo egli è la sovranità dell’umana ragione, che ricusando la debita obbedienza alla ragione divina ed eterna, e proclamandosi indipendente, si fa a se medesima principio supremo e fonte e criterio della verità. Ora allo stesso modo i seguaci del liberalismo pretendono nella vita pratica non esservi potere divino, cui debba ubbidirsi, ma ognuno essere legge a se stesso; d’onde nasce quella filosofia morale, che chiamano indipendente, e che sottraendo sotto colore di libertà la volontà umana dall’osservanza dei divini precetti, suole dare agli uomini una licenza sconfinata. Le quali cose tutte dove infine riescano, segnatamente nell’ordine sociale, è facile vedere [i danni]». Così Leone XIII nell’Enciclica su «La libertà». Che dire pertanto delle pretese libertà moderne? Leone XIII nella sua celebre Enciclica su «La libertà» afferma: «Ciò che in esse vi ha di buono, è tanto antico quanto la verità, e la Chiesa senza la minima ripugnanza lo ebbe ognora approvato e messo in pratica; quello al contrario che vi si aggiunge di nuovo, a dir vero, è la parte loro più triste, frutto di tempi torbidi e di eccessiva brama di novità». E basterebbe osservare come la proclamazione che di queste libertà moderne ha fatto la rivoluzione francese col famoso trisagio — libertà, eguaglianza, fraternità — non è che la laicizzazione dell’idea cristiana.

Comunicato numero 41. Sopportare l’oltraggio nel nome di Cristo

Stimati Associati e gentili Lettori, fra gioie e dolori, l’anno del Signore 2016 si è concluso. Abbiamo sopportato l’oltraggio nel nome di Gesù Cristo, con «dolore nel quale versiamo a causa della guerra crudele e sacrilega mossa, in questi tempi terribili, contro la Chiesa cattolica in quasi tutte le regioni della terra», afferma Pio IX, il Papa e Re, nella Quanto conficiamur moerore. Ci diano coraggio ed ardimento, alimentando la nostra fede soprannaturale di cui ci è fatta grazia dall’Altissimo, le sapienti lettere del grande Pontefice san Leone: «Quantunque condivida con tutto il mio cuore le afflizioni che avete sopportato per la difesa della fede cattolica e consideri ciò che avete sofferto non altrimenti che se io stesso avessi patito, tuttavia sento che vi è più motivo di gaudio che di lamento nel fatto che Voi, confortandovi in Nostro Signore Gesù Cristo, siate rimasti invincibili nella dottrina evangelica ed apostolica e che, cacciati dalle vostre Chiese ad opera dei nemici della fede cristiana, abbiate preferito soffrire i dolori dell’esilio piuttosto che insudiciarvi al contatto con la loro empietà» (Epist. 154 ad Episcopos Aegyptios, Edit. Baller). Viviamo l’infelice epoca della «corruzione dei costumi [...] che si propaga in ogni parte, continuamente alimentata da scritti empi, infami, osceni, da rappresentazioni teatrali, da postriboli aperti pressoché ovunque e da altri perversi artifici; gli errori più mostruosi ed orribili disseminati ovunque; il crescente e abominevole straripare di tutti i vizi e di tutte le scelleratezze» (Pio IX, Op. cit.). Le solenni denuncie del Sommo Pontefice, era il 10 Agosto 1863, quando i potentati massonici di tutto il mondo, coordinati in segreti consessi diabolici, depredavano affannosamente la Chiesa di Dio di anime e di beni, oggi sono più attuali che mai. Il movimento modernista, discendente naturale di queste spelonche di turpi satanassi, che occupa quasi tutte le nostre chiese con le sue prave dottrine e la sua infame immoralità, oggi più che mai sparge quasi indisturbato - e protetto talvolta dalle polizie al soldo della Setta - «il mortale veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo [...]; la noncuranza ed il disprezzo [...] per le cose e le leggi sacre; l’ingiusto e violento saccheggio dei beni della Chiesa; la ferocissima e continua persecuzione contro i Ministri sacri, contro gli Alunni delle Famiglie Religiose, contro le Vergini consacrate a Dio; l’odio davvero diabolico contro Cristo, la Sua Chiesa, la Sua dottrina [....]». Infine «gli altri eccessi, pressoché innumerabili, commessi dagli accanitissimi nemici di quanto è cattolico e sui quali siamo costretti a versare quotidiane lacrime, sembrano rimandare e allontanare il tanto desiderato momento in cui sarà concesso vedere il pieno trionfo della nostra santissima religione, della giustizia e della verità» (Ivi.). Non perdiamoci d’animo, affinché questo “esilio”, affrontato grazie a Dio con santità d’animo e di opere, sia per noi speranza di salvezza. Restiamo aggrappati irriducibilmente, costi quel che costi, alla vera ed unica Chiesa di Cristo, visibilmente riconoscibile dalla sua Unità, Santità, Apostolicità e Cattolicità di dottrina, di culto e di legge (cf. Satis Cognitum, Papa Leone XIII). Asserisce Papa Pio IX: «Ancora dobbiamo ricordare e biasimare il gravissimo errore in cui sono miseramente caduti alcuni cattolici. Credono infatti che, vivendo nell’errore, lontani dalla vera fede e dall’unità cattolica, possano pervenire alla vita eterna. Ciò è radicalmente contrario alla dottrina cattolica. A Noi ed a Voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato. Parimenti è notissimo il dogma cattolico secondo il quale fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno può salvarsi, [...] non può ottenere la salvezza eterna. Infatti le parole di Cristo Nostro Signore sono perfettamente chiare: Chi non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano o come un pubblicano (Mt. 18,17). Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato (Lc. 10,16). Colui che non mi crederà sarà condannato (Mc. 16,16). Colui che non crede è già giudicato (Gv. 3,18). Colui che non è con me è contro di me, e colui che non accumula con me, dissipa (Lc. 11,23). Allo stesso modo l’Apostolo Paolo dice che questi uomini sono corrotti e condannati dal loro proprio giudizio (Tt. 3,11) e il Principe degli Apostoli li dice maestri mendaci che introducono sette di perdizione, rinnegano il Signore, attirano su di sé una rapida rovina (Epist. 2, c. 2, v. 1)». 

Comunicato numero 40. Solennità del Santo Natale

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi festeggiamo la Solennità del Santo Natale. La Santa Chiesa celebra tre Messe. Per i testi ed i commenti useremo il «Prontuario del Predicatore», Houdry - Porra, Volume IV, Parte prima, ed. Daverio, Imprimatur 1934, dalla pagina 106 alla pagina 148. Prima Messa, Testo evangelico: «In quei giorni appunto uscì un editto di Cesare Augusto per fare il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto, mentre Cirino era preside della Siria. E andavano tutti a dare il loro nome, ognuno alla sua città. Anche Giuseppe andò da Nazareth, di Galilea, alla città di David, chiamata Betlem, in Giudea, per essere lui del casato e della famiglia di David, a dare il nome, insieme con Maria a lui sposata in moglie, la quale era incinta. E avvenne che, mentre ivi si trovavano, si compì per lei il tempo del parto; e diede alla luce il figlio suo primogenito, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia; perché non trovarono posto nell’albergo. E nello stesso paese c’erano dei pastori che pernottavano all’aperto e facevano la guardia al loro gregge. Ed ecco, apparire innanzi ad essi un angelo del Signore, e la gloria del Signore rifulse su loro, e sbigottirono per gran timore. E l’angelo disse loro : — Non temete : che eccomi a recarvi l’annunzio di grande allegrezza la quale sarà per tutto il popolo: infatti oggi v’è nato un salvatore che è Cristo Signore, nella città di David. Questo per voi è il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia. E a un tratto si raccolse presso l’angelo una schiera della milizia celeste che lodava Dio dicendo: — Gloria negli altissimi a Dio, ed in terra pace agli uomini di buon volere» (S. Luca, II, 1-14). Il Vangelo ricorda il censimento ordinato da Cesare Augusto, censimento che fu fatto essendo preside della Siria Cirino. Per ottemperare all’editto imperiale Giuseppe e Maria si portano a Betlemme. La più nobile coppia del mondo a Betlem non trova un asilo; si rifugia in una stalla. Nella stalla nacque il Figlio di Dio. La Madre lo avvolse fra misere fasce e lo depose nella mangiatoia. Sui medesimi prati, dove un tempo l’avo del Messia, Davide ancora giovanetto, faceva pascolare la sua greggia, alcuni pastori passavano la notte vegliando l’armento. Ed ecco un Angelo si presenta ad essi, nunzio del grande fausto avvenimento. Nell’istante medesimo all’Angelo si unì una grande turba dell’esercito celeste, lodando Dio e dicendo: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere». Seconda Messa, Testo evangelico: «Ma quando gli Angeli si furono da essi tornati nel Cielo i pastori dicevano tra loro : — Or passiamo in fino a Betlemme, a vedere questo fatto che è avvenuto, e che il Signore ci ha manifestato. — E vennero frettolosi, e trovarono Maria e Giuseppe, e il fantolino reclinato nella mangiatoia. E vedutolo riconobbero la parola, che era stata detta loro, intorno a questo fanciullo. Quanti poi ne udivano, si meravigliavano delle cose che dai pastori erano loro riferite. Maria intanto di tutte queste cose faceva tesoro, paragonandole nel suo cuore. Ed i pastori se ne tornarono, glorificando e benedicendo Dio di quanto avevano udito e veduto, secondo che era stato detto loro» (S. Luca, II, 15-20). Il Vangelo della 2a Messa continua l’argomento del Vangelo della prima Messa. Il concerto angelico, l’allegrezza angelica commossero il cuore dei pastori. Nella loro estasi decidono di correre alla grotta di Betlem. E andarono in tutta fretta a Betlemme, dove trovarono Maria, Giuseppe, e Gesù. Quivi si manifestò in tutta la sua forza la fede ardente dei pastori. Essi non videro che un Bambino, senza alcun che di celeste, avvolto in cose terrene, le più miserabili. E malgrado tutto credettero e adorarono. Terza Messa. Testo evangelico: «Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio. Questo era nel principio presso Dio. Tutto per lui fu fatto, e senza di lui nulla fu fatto di quanto è stato fatto. In lui era vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa. Fuvvi un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Questi venne per testimonianza, a fine di testimoniare della luce, perché tutti credessero per lui. Egli non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. Questa era la luce verace, la quale illumina ogni uomo, che viene nel mondo. Era nel mondo, ed il mondo per esso fu fatto; ma il mondo non lo conobbe. Venne nella propria casa, ed i suoi noi ricevettero. Ma a quanti lo ricevettero, credenti nel nome di Lui, diede facoltà di divenire figliuoli di Dio; i quali non da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma da Dio sono generati, ed il Verbo si è fatto carne, e ha fra noi abitato; e noi abbiamo contemplato la sua gloria; gloria, come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (S. Giovanni, I, 1-14).

Comunicato numero 39. La Chiesa di Dio contro il «Libero esame» dei protestanti e dei modernisti

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi termineremo lo studio della «Providentissimus Deus» di Papa Leone XIII. Stiamo dimostrando che noi cattolici crediamo nel Vangelo perché ce lo dice la Chiesa (cf. «Contro Mani ...», sant’Agostino), non altri. Privi, difatti, della guida infallibile della Chiesa, noi non sapremmo affatto discernere un falso da un vero Scritto ispirato (cf. «Denzinger», 2009, numeri 202, 213, 354, 1504, 1863, 2538, 3006, 3029). Ma questo non basta. Noi crediamo in quella vera, unanime ed immutabile interpretazione di fede della Scrittura che ci è data dalla Chiesa, per conseguenza noi rigettiamo l’interpretazione soggettiva o personale della sacra Scrittura, laddove questa si discosti o si contrapponga a quella vera e santa della Chiesa. Tanto abbiamo già attestato a riguardo, cosicché solo ignoranti, insalubri o reprobi osano opporsi a tali evidenze, tuttavia cerchiamo ancora, per benevolenza e misericordia, di dimostrarlo usando delle sentenze specifiche. Da tali documenti si evince che bisogna pure rigettare tutte quelle false esegesi che, pur provenendo da alcuni uomini nominalmente di Chiesa, superbamente pretendono di contraddire e di opporsi a ciò che si è sempre compreso, insegnato e creduto. Sinodo di Roma, Papa Agatone, 27 marzo 680: «[Noi] crediamo […] professiamo […] riconosciamo [tale dottrina…] giacché ci viene mostrato che la tradizione apostolica ed evangelica ed il Magistero dei santi Padri, che la Chiesa santa, apostolica e cattolica ed i venerabili Sinodi hanno accolto, hanno ciò fissato» («Omnium bonorum spes»; cf. «Denzinger», 2009, numeri 546 - 548). Sedicesimo Sinodo di Toledo, Papa Sergio I, 693: «La santa Chiesa cattolica […] ha questa fede [… si enuncia la dottrina] [e tutti coloro che non la accolgono] e non avranno creduto senza macchia di dubbio tutte le asserzioni che il Concilio di Nicea […], l’Adunanza di Costantinopoli […] e l’autorità del primo Concilio di Efeso decise di accettare e che la volontà unanime dei santi Padri a Calcedonia o degli altri Concilii o anche di tutti i venerandi Padri, che vissero giustamente nella santa fede, prescrivono di osservare, saranno puniti con la condanna alla dannazione eterna e alla fine del tempo verranno bruciati con il diavolo ed i suoi soci in roghi vomitanti fiamme» («L’eccellenza e la necessità della Chiesa di Cristo», cf. «Denzinger», 2009, numeri 568 - 575). Sinodo di Roma, Papa Niccolò I, 862: «Si deve credere veracemente e professare in ogni modo [… questa dottrina] come insegna l’Autorità apostolica e mostra in maniera eminentissima la dottrina dei santi Padri. Coloro poi che affermano [… il contrario] siano colpiti dall’anatema» (cf. «Denzinger», 2009, numeri 635 - 636). Papa Gregorio IX, «Ab Aegyptiis argentea» ai teologi di Parigi, 7 luglio 1228: «Anche l’intelletto teologico è in grado quasi come uomo di presiedere a qualsivoglia facoltà, e quasi come spirito di esercitare il dominio sulla carne e di dirigerla sulla via delle rettitudine, affinché non se ne allontani. […]. In verità Noi, colpiti da dolore nell’intimo del cuore [cf. Gn. 6,6], siamo ricolmi dell’amarezza dell’assenzio [cf. Lam. 3,15], perché [...] alcuni di voi […] spinti dalla profana novità si danno da fare per travalicare “i confini posti dai Padri” [cf. Pro. 22,28], e infatti, la comprensione della Celeste Pagina, delimitata per le cure premurose dei santi Padri, coi sicuri confini delle loro interpretazioni, la trasgressione dei quali non solo è cosa temeraria, ma profana, essi piegano alla disciplina filosofica delle realtà naturali, per fare ostentazione di scienza e non per un qualche pregresso degli ascoltatori, e così si rivelano non esperti di Dio o teologi, ma diffamatori di Dio» (cf. «Denzinger», 2009, numero 824). Concilio di Lione II, Papa Gregorio X, 18 maggio 1274: «Con fedele e devota professione, confessiamo [... si enuncia la dottrina]. Questo ha ritenuto finora, ha predicato e insegnato, questo crede fermamente, predica, confessa e insegna la sacrosanta Chiesa romana, madre e maestra di tutti i fedeli. Questa è l’immutabile e vera dottrina dei Padri e Dottori ortodossi [ovvero integralmente cattolici, ndR], sia latini che greci. Ma poiché alcuni, ignorando l’irrecusabile verità ora accennata, sono caduti in vari errori, noi, desiderosi di precludere la via a questi errori, con il consenso del santo Concilio, condanniamo e riproviamo tutti quelli che osano negare […]» («Il Procedere dello Spirito Santo», cf. «Denzinger», 2009, numero 850).

Comunicato numero 38. Come bisogna leggere la Sacra Scrittura

Stimati Associati e gentili Lettori, anche in questo numero del nostro settimanale  SC parleremo di «esegesi» e di Sacra Scrittura. Fino al Santo Natale resteremo su questa materia. Impareremo dei punti di dottrina fondamentali da credere e da tenere, per onorare Dio e guadagnare meriti presso di Lui (che si guadagnano in stato di grazia - cf. «Catechismo Maggiore» numeri 526 - 546), anche contrastando adeguatamente coloro che, «mostrando zelo per la Religione, mettendo avanti un [finto] modello di pietà, fanno passare le novità, preparano le riforme, fingono la rinascita della Chiesa. [...] E mentre vergognosamente si perdono nei loro pensieri, mettono insieme, tra loro, errori che sono stati [già] condannati dalla Chiesa» («Quo Graviora», Gregorio XVI). La scorsa settimana abbiamo introdotto, citando puntualmente molti santi punti di dottrina, il «principio di convergenza dei Padri». Possiamo riassumerlo utilizzando il «Decreto sull’edizione Vulgata della Bibbia e sul modo di interpretare la Sacra Scrittura», Concilio di Tento, in vol. «Denzinger», ed. 2009, numeri 1506 - 1508. Facciamo tesoro di queste parole, regnante è Papa Paolo III: «Lo stesso sacrosanto Sinodo [di Trento], considerando che non sarà di poca utilità per la Chiesa di Dio sapere chiaramente fra tutte le edizioni latine in circolazione quale è l’edizione autentica dei libri sacri, stabilisce e dichiara che l’antica edizione della Volgata, approvata dalla stessa Chiesa da un uso secolare, deve essere ritenuta come autentica nelle lezioni pubbliche, nelle dispute, nella predicazione e spiegazione e che nessuno, per nessuna ragione, può avere l’audacia o la presunzione di respingerla [cf. Denzinger, 3825]. Inoltre, per frenare certi spiriti indocili, stabilisce che nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato. [...] Ma volendo, com’è giusto, imporre una norma su questo punto agli editori, [... il Concilio] stabilisce che, d’ora in poi l’antica edizione della Scrittura detta Volgata sia stampata secondo la versione più corretta; inoltre nessuno potrà stampare né far stampare libri di argomento sacro senza il nome dell’autore, né in futuro venderli o anche solo tenerli presso di sé, senza l’esame e l’approvazione preliminare dell’ordinario [...]». Ed ancora quanto chiaramente attesta la nostra «Professione di fede» stabilita da Papa Pio IV sulla base del Concilio di Trento: «Io N.… con fede sicura credo e professo tutto e singolarmente quanto è contenuto nel simbolo di fede di cui fa uso la santa romana Chiesa, cioè: [...] Fermissimamente ammetto ed accetto le tradizioni ecclesiastiche e le altre osservanze e costituzioni della stessa Chiesa. Ammetto pure la sacra Scrittura secondo l’interpretazione che ne ha dato e ne dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del senso genuino e dell’interpretazione delle sacre Scritture, né mai l’intenderò e l’interpreterò se non secondo l’unanime consenso dei Padri [...]». Questa è la nostra fede a riguardo, tuttavia oggigiorno  le «guide cieche», di cui parla il Signore (cf. S. Mt. XV, 14), pullulanti ed imbastardite mai come prima, senza «uscire dalla cerchia della Chiesa» e «per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva», essi, «i modernisti non esitano punto nell’affermare che quei libri [della sacra Volgata], e specialmente il Pentateuco ed i tre primi Vangeli, da una breve narrazione primitiva, son venuti man mano crescendo per aggiunte o interpolazioni, sia a maniera di interpretazioni o teologiche o allegoriche, sia a modo di transizioni che unissero fra sé le parti. A dir più breve e più chiaro vogliono che debba ammettersi la evoluzione vitale dei Libri sacri, nata dalla evoluzione della fede e ad essa corrispondente. [...] Così non pochi restano ingannati che forse, se meglio vedessero le cose, ne sarebbero inorriditi. Da questo prepotente imporsi dei fuorviati, da questo incauto assentimento di animi leggeri nasce poi un [...] corrompimento di atmosfera che tutto penetra e diffonde per tutto il contagio [...]» («Pascendi Dominici Gregis», san Pio X).

Comunicato numero 37. La vera esegesi cattolica contro i diffamatori di Dio

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «esegesi». Secondo il «Dizionario di teologia dommatica», Piolanti, Parente, Garofalo, Studium, Roma, Imprimatur 1952, pagina 117: «L’esegesi è l’arte di trovare e proporre il vero senso di un testo e, nel campo teologico, di un testo della Sacra Scrittura. L’esegesi è arte in quanto applica le norme di ordine razionale e di ordine teologico che la scienza ermeneutica stabilisce. Il processo di interpretazione di un testo biblico passa dalla fissazione del testo stesso mediante i principi della critica testuale e, per mezzo delle regole dettate dall’ermeneutica, né dà la esatta esegesi, ricorrendo eventualmente alla critica letteraria per accertare il genere letterario del libro in cui è contenuto il testo in esame ed alla critica storica per ambientarlo nel suo tempo. Scopo supremo dell’esegesi è far brillare attraverso le parole umane la pienezza della luce e del pensiero divino». Di questa definizione prettamente accademica ci faccia riflettere particolarmente la conclusione degli autori: «Scopo supremo dell’esegesi è far brillare attraverso le parole umane la pienezza della luce e del pensiero divino». A cosa serve, pertanto, l’esegesi? A far brillare la pienezza della luce e del pensiero divino. L’esegesi di coloro i quali pretendono di dare lustro alle proprie opinioni, oscurando il pensiero divino, è, in realtà, una falsificazione tipicamente protestante o moderna. Impareremo il perché. La Chiesa comanda di leggere la Scrittura attraverso la sapienza del Magistero (cf. «Denzinger», numeri 325, 3792s, 3826, 3828, 3888s, ecc…). Definisce solennemente che «l’estensione dell’ispirazione (divina) si estende a tutti i Libri riconosciuti dalla Chiesa con tutte le loro parti» (Op. cit., numeri 1504, 3006, 3029). Poiché «il Canone, comprese le Lettere di san Paolo, fu stabilito dalla Chiesa» (Op. cit., numeri 179s, 186, 213, 1335, 1520s) e «questo Canone deve essere riconosciuto esclusivamente e con tutte le sue parti» (Op. cit., numeri 202, 213, 354, 1504, 1863, 2538, 3006, 3029). Senza l’intervento della Chiesa docente è impossibile riuscire a «decifrare l’ispirazione» e quindi anche a «comprendere correttamente la Scrittura», tanto che il dotto Sant’Agostino scrive ai Manichei: «Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica»(Contra ep. man., 5, 6; cf. Contra Faustum, 28, 2); ai Donatisti ricorda «l’universalità» e «l’antichità» della «Tradizione apostolica» (De bapt., 4, 24, 31); ai Pelagiani insegna che «deve ritenersi per vero ciò che la Tradizione ha tramandato» (Contra Iul., 6, 5, 11), poiché i Padri «hanno insegnato alla Chiesa ciò che hanno imparato nella Chiesa» (Opus imp. c. Iul., 1, 117; cf. Contra Iul., 2, 10, 34), dimostrato che fuori dalla Chiesa non si imparano le cose sante. Contro gli oppositori, si può presentare anche l’inoppugnabile verità storica. Purtroppo, oggigiorno, molti «[…] modernisti sostengono e quasi compendiano in sé molteplici personaggi: quelli cioè di filosofo, di credente, di teologo, di storico, di critico, di apologista, di riformatore […]» («Pascendi Dominici gregis», san Pio X). Dunque, anche nelle loro esegesi, evidentemente violentano il pensiero divino, magnificando le loro falsificazioni. Di essi ci avverte il Signore: «Sinite illos: caeci sunt, duces caecorum. Caecus autem si caeco ducatum praestet, ambo in foveam cadent» (s. Mt., XV, 14). Afferma Papa Pio XII: «Reca dispiacere il fatto che non pochi di essi (autori moderni o novatori), [...] quanto più volentieri innalzano l’autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramente disprezzano il Magistero della Chiesa, istituito da Cristo Signore per custodire e interpretare le verità rivelate da Dio. […] E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli» (Humani generis). Proviamo a ragionare con logica semplicità usando il pensiero del Pontefice. La Chiesa, attraverso la sua esegesi, NON attraverso quella di terzi, fa brillare e ci comunica la pienezza della luce e del pensiero divino. Il pensiero divino è immutabile ed esclude l’errore (difatti "è luce"), dunque è inammissibile e falsa l’esegesi che pretenda di far cadere Dio in contraddizione sui medesimi argomenti. Il principio di non contraddizione è proprio del pensiero di Dio, dunque della Chiesa, cosicché Papa Pio XII conclude contro questi moderni “sapientoni”: «I Pontefici infatti – essi vanno dicendo – non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero. Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse».

Comunicato numero 36. L’infallibilità della Chiesa e del Romano Pontefice

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «Infallibilità» della Chiesa e del Romano Pontefice. Per iniziare studieremo l’«Enciclopedia Cattolica», Vaticano, 1951, coll. 1920 ss., alla voce Infallibilità, successivamente altri testi utili, infine il dogma enunciato nella «Pastor Æternus» del 18 luglio 1870, da Papa Pio IX in Concilio Vaticano. Al bisogno potete approfondire sui punti di «Denzinger» qui suggeriti. L’infallibilità è quella prerogativa soprannaturale, per cui la Chiesa ed il Papa non possono errare nel professare e definire la dottrina rivelata, per una speciale assistenza divina. L’infallibilità non esclude soltanto l’errore di fatto, ma anche di diritto, eliminando ogni possibilità di deviazione nel campo dottrinale. L’infallibilità della Chiesa differisce da quella di Dio, dalla quale deriva per partecipazione; non implica né manifestazione di nuove verità, né impulso soprannaturale a scrivere, ma un’assistenza divina (attribuita allo Spirito Santo) che dirige tutto l’insegnamento ecclesiastico con interventi negativi e positivi, impedendo la formulazione definitiva di falsi giudizi e indirizzando le menti del corpo docente alla retta comprensione e rielaborazione del dato rivelato. Attraverso questa assistenza è garantita pure l’infallibilità del credente, che aderisce (integralmente, ndR) alla dottrina proposta alla sua fede da un Magistero infallibile. L’assistenza divina non esclude i mezzi umani di ricerca della verità rivelata e dei suoi sviluppi, ma li suppone, li promuove e li preserva da deviazioni nel loro risultato finale. L’infallibilità non è, dunque, l’onniscienza, l’impeccabilità, la taumaturgia abituale del Papa, né l’unione ipostatica di tutti i vescovi con lo Spirito Santo, come non raramente viene presentata dai protestanti. L’infallibilità della Chiesa, in genere, non è mai stata formalmente definita come dogma, ma deve indubbiamente ammettersi quale verità rivelata proposta dal Magistero ordinario e universale; è supposta dal Concilio Vaticano nella definizione dell’infallibilità del Papa (Costituzione dogmatica Pastor Æternus, cap. 4; Denz-U, 1839; Denzinger ed. 2009, 3073-3074, ndR); può stabilirsi, con tutta certezza, dall’esame dei testi neotestamentari e dalla primitiva tradizione. 1) La Chiesa, nel Nuovo Testamento, appare investita della stessa missione e dello stesso potere di Cristo. Ora la missione ed il potere di Cristo ebbero per oggetto la predicazione della dottrina ricevuta dal Padre: cf. Mt. 18, 18; 28, 18-20; Mc. 16, 15-16. 20; Lc. 10, 16; Rom. 1, 5; I Cor. 1, 17; II Cor. 5, 20; 10, 4; I Tim. 1, 19; I Io. 2, 24; II Io. 1, 10. 2) I testi della solenne investitura dei poteri di Cristo agli Apostoli (Mt. 28, 18-20 e Mc. 16, 15-16), oltre la missione generale d’insegnare con il compito di «far discepoli», promettono un’assistenza efficace, i cui limiti di tempo sono gli stessi della durata del mondo presente. «Io sono con voi» è, nell’uso biblico, assicurazione divina di buon esito della missione affidata da Dio ai suoi messi, missione che nei testi citati è conservazione ed insegnamento orale del Vangelo. 3) Gesù Cristo minaccia la dannazione eterna a chi non crederà alla predicazione apostolica (Mc. 16, 16); minaccia assurda se il Magistero della Chiesa potesse concepirsi in disarmonia con la dottrina del Maestro. 4) Gesù indicò anche la causa soprannaturale dell’infallibilità additandola nello spirito di verità, che, posseduto e operante, assisterà gli Apostoli, come suoi testimoni ed interpreti della sua dottrina, illuminandoli, santificandoli con ogni verità, facendoli una cosa sola con Lui e con il Padre (Lc. 24, 48-49; Io. 14, 16 segg. 26; 15, 26; 16, 7-14; 17, 17; Act. 1, 8 e 2, 4). 5) Gli Apostoli, d’altronde, appaiono pienamente consapevoli della loro infallibilità (Act. 5, 32; 15, 28) e trasmettono i loro poteri ai successori (I Tim. 4, 11-16; II Tim. 2, 2; Tit. 1, 5) secondo una legge di successione chiaramente attestata da san Clemente Romano (Cor. 44, 1) e contemplata già nelle promesse di Gesù. 6) I Padri più vicini agli Apostoli riecheggiano lo stesso insegnamento. Per sant’Ignazio d’Antiochia i vescovi sono la dottrina stessa di Cristo, come questi è la dottrina del Padre; ad essa devono unirsi i fedeli (Ephes., 3, 2; cf. Philadelp., 3, 2). Per sant’Ireneo la dottrina apostolica, pervenuta mediante la successione dei vescovi, è il criterio per discernere la verità dall’eresia (Adv. haer., 1, 10, 1; 3, 3, 1; 3, 4, 1). Ma il Collegio episcopale, erede dei poteri del Collegio apostolico, infallibile sia nelle solenni definizioni dei Concili, sia nel Magistero ordinario e universale, esplica la sua missione di insegnamento soltanto in subordinazione al suo capo, secondo la divina istituzione del primato, che racchiude, perciò, nella sua stessa natura, l’infallibilità, attributo inseparabile dal Magistero universale (sia esso ordinario o straordinario, ndR). Il Papa è anzi l’unico soggetto immediato o diretto, o la fonte, rispetto alla Chiesa, dell’infallibilità, secondo la speculazione teologica oggi prevalente, insinuata anche da un testo della Mystici corporis (AAS, 35 [1943], p. 216), e già formulata così dal teologo passionista Giacomo del S. Cuor di Maria: «Il Papa non è infallibile da sé, ma da lui, Gesù; nondimeno il Papa è infallibile per sé come per sé è infallibile Gesù Cristo. Laddove la Chiesa non è infallibile né da sé, né per sé ma da Cristo per il Papa».

Comunicato numero 35. Che cos’è la Tradizione? Ovvero se si possa osservare la Tradizione andando contro il Magistero

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «Tradizione», parola che, nella storia, è stata ed è davvero abusata da ogni sorta di setta eretica e scismatica, ed anche da alcuni che si dicono cattolici. Facciamo alcuni esempi: — I sedicenti “Ortodossi” affermano: è Tradizione ritenere che il Pontefice abbia solo un primato di onore e non di giurisdizione; — I “Protestanti” sostengono: è Tradizione che ogni uomo possa passare al setaccio e giudicare la dottrina della Chiesa; — I cosiddetti “Tradizionalisti” oggi asseriscono: è Tradizione credere che lo Spirito Santo assista la Chiesa solamente nelle dichiarazioni ex Cathedra del Pontefice, non in altri casi . Ovviamente sono tutti in grandissimo errore, lo dimostreremo con semplicità. Per principiare, ci faremo aiutare dal Sac. Ferdinando Maccono e dal suo Commento dogmatico e morale al Catechismo di san Pio X. Si tratta del libro «Il Valore della Vita», Parte II, Rist. 2a, SEI, Torino, 1942, dalla pagina 255 in avanti. D. 235. Che cos’è la Tradizione? La Tradizione è l’insegnamento di Gesù Cristo e degli Apostoli, fatto a viva voce, e dalla Chiesa trasmesso fino a noi senza alterazione. Gesù Cristo insegnò la sua dottrina a viva voce, e non scrisse nulla; non comandò neppure agli Apostoli di scrivere, ma di predicare (s. Mt., 16, 1). In principio essi insegnavano a viva voce, quanto avevano imparato da Gesù; più tardi furono inspirati a scrivere per utilità degli uditori, per vantaggio dei fedeli lontani e dei posteri, che non avrebbero avuto la fortuna di sentirli; ma scrissero solo una parte degl’insegnamenti di Gesù, non tutti; quindi il complesso delle verità insegnate e dei precetti dati da Gesù Cristo, e non registrati nei libri santi, ma insegnati a viva voce dagli apostoli fino a noi, formano la tradizione che vuol dire tramandare un insegnamento di bocca in bocca. Quindi san Paolo diceva: «Ritenete la tradizione che avete appreso dalle nostre parole e dalla nostra lettera» (II Tess., 2, 14). Volete qualche verità che si sa per tradizione? Ecco, per esempio, per tradizione sappiamo che il battesimo dato dagli eretici, poste le debite condizioni, è valido; che il matrimonio è vero Sacramento; che Maria Santissima fu assunta in Cielo, ecc.; così la pratica del digiuno quaresimale si sa per tradizione che fu stabilita dagli Apostoli. Le verità ed i precetti, trasmessi a viva voce, furono poi raccolti dai dottori e scrittori ecclesiastici, inseriti nei Concilii della Chiesa, negli Atti della Santa Sede, illustrati dall’arte cristiana, ecc. La tradizione, accettata dalla Chiesa, ha lo stesso valore della Sacra Scrittura, perché vera parola di Dio; onde il Concilio Vaticano dice: «La divina rivelazione, secondo la fede della Chiesa universale dichiarata dal Santo Concilio di Trento, è contenuta nei libri santi e nelle tradizioni non iscritte» (Cost. «Dei Filius», cap. II), cioè, non scritte nei libri divinamente inspirati. Nella seconda parte di questo numero di Sursum Corda riporteremo e studieremo interamente la Costituzione «Dei Filius». Riprendiamo dal Maccono. Queste verità furono, come si è detto, dai Padri e Dottori della Chiesa inserite nelle loro opere, o in altri documenti storici; e quindi, oltre la tradizione orale, abbiamo anche la tradizione scritta. Fonti principali della tradizione sono: — 1° I Concilii della Chiesa ; — 2° i libri liturgici ; — 3° gli Atti dei Martiri ; — 4° le iscrizioni sulle tombe e sui monumenti ; — 5° le preghiere pubbliche ; — 6° la Storia Ecclesiastica ; — 7° le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa e degli Scrittori ecclesiastici. Il titolo di Padri si dà agli Scrittori dei primi secoli, fino a san Bernardo (secolo XII), i quali rifulsero per santità e dottrina; quello di Dottore si dà tanto ai Padri quanto ad altri la cui dottrina è approvata dalla Chiesa e generalmente seguita; quello di Scrittori ecclesiastici si dà a coloro che scrissero la Storia della Chiesa. D. 236. Chi può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione? La Chiesa sola può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione, perché a lei sola Dio affidò il deposito della Fede e mandò lo Spirito Santo che continuamente l’assiste, affinché non erri. I Libri inspirati e la Tradizione mi manifestano ciò che Dio vuole che io creda e pratichi; ma come faccio io a sapere quali e quanti sono i Libri veramente inspirati, e quali affermazioni della Tradizione accettare o rigettare? Di più: quando il senso dei Libri inspirati è oscuro e controverso, ammesso dagli uni e negato da altri, come faccio io ad averne la retta interpretazione? Ecco quindi la necessità d’un’autorità competente, ed immune da ogni errore, la quale mi certifichi dei libri inspirati e del vero senso in essi contenuto, e delle verità tramandate dalla Tradizione. Ora tale autorità non può avere, come pretendono i protestanti, né un certo buon senso naturale, né un certo buon gusto spirituale, cose variabili secondo gl’individui e fallaci; né il consenso dei più studiosi e dotti, perché fallibile; né l’interna individuale inspirazione dello Spirito Santo, di cui non solo non ci consta, ma anzi vediamo che i protestanti, i quali l’affermano, andare d’accordo come le campane rotte, e gli uni affermare quanto altri negano. Se fossero inspirati, sarebbero tutti d’accordo, perché lo Spirito Santo è spirito di verità e non di contraddizione.

Comunicato numero 34. Se è vero che Dio castighi con terremoti anche a causa delle “leggi” inique

Stimati Associati e gentili Lettori, dalla scorsa settimana abbiamo iniziato a riportare ed a studiare alcuni punti del decreto Lamentabili Sane Exitu. Come già facemmo per il Sillabo, proseguiremo settimanalmente fino al termine anche di questo importante documento. Oggi ci occupiamo, per meglio comprendere il valore del Lamentabili e del Sillabo, soprattutto del Divino Magistero della Chiesa, partendo dal Capitolo I del libro di Commento al Decreto Lamentabili ..., Editori Pontifici, Roma, 1914, scritto da Mons. Francesco Heiner ed introdotto dal Card. Merry Del Val (a nome del Sovrano Pontefice, san Pio X). Prima di entrare nel vivo della questione urge tuttavia parlare nuovamente di Dio e dei Suoi castighi. La questione è tornata improvvisamente di moda visto che alcuni cosiddetti “credenti” continuano a negare che Dio possa castigare, tanto che con il nostro Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti abbiamo già diffuso sul web la Breve ricerca sui castighi per i trasgressori della legge divina. Cercheremo di sintetizzarla in questo Comunicato numero 34. Papa Benedetto XV nel Discorso ai Predicatori (19.2.1917) insegna: «Lo spirito del cristiano consiste nel riconoscere Iddio come nostro Padrone assoluto e come nostro Sovrano Legislatore. […] Tutto ciò che accade nel mondo dev’essere spiegato alla luce della fede. […] Questo ammirabile lume […] ci fa comprendere che le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio». La sola menzionata dichiarazione pontificia, che evidentemente poggia già sull’interpretazione infallibile della Scrittura da parte della legittima Autorità, stanti i dogmi enunciati p. es. nella Pastor Aeternus (18.07.1870) e nella Providentissimus Deus (18.11.1893), ci obbliga a credere che Dio sia anche castigatore. Vediamo, ora, il nesso fra il castigo di Dio ed i terremoti. Papa Pio IX nella Cum Nuper (20.2.1858) parla di «[…] acerbissimo dolore […], allorché abbiamo avuto notizia che nello scorso mese di dicembre molte città di codesto Regno furono talmente sconquassate da grandi terremoti che molte persone, travolte dalle rovine di edifici cadenti, in modo miserando hanno perso la vita». Stando all’insegnamento della Prima Cattedra, la spiegazione al cataclisma è la seguente: «[…] Vi sono noti i passi della Sacra Scrittura, che chiaramente e palesemente insegnano che tali castighi di Dio sono provocati dalle colpe degli uomini». Il Pontefice non può essere accusato di falsa interpretazione della Scrittura o di menzogna, questo se si vuol rimanere cattolici (cf. Mystici Corporis, Pio XII, 29.6.1943; Pascendi Dominici Gregis, san Pio X, 8.9.1907; etc.). Più recentemente, Papa Pio XII, nella Ingruentium malorum (15.09.1951) attesta il rapporto i fra castighi di Dio e la corruzione dei bambini (es. il Gender): «Non possiamo in alcuna maniera passare sotto silenzio un nuovo misfatto […] Ci riferiamo a quella iniqua campagna che gli empi conducono a danno della candida innocenza dei fanciulli […]. Non deve destare molta meraviglia il fatto, che tanti popoli gemano sotto il peso dei divini castighi, e vivano sotto l’incubo di calamità ancora maggiori». Contro il castigo di Dio del cosiddetto femminismo, Papa Pio XII si esprime il 12.03.1953 nel Discorso alla gioventù femminile. Difatti le vere donne cristiane, ossia le non femministe: «[sono] potenti ad impetrare grazie, [sono] modelli viventi per chi vuole entrare nel regno dei cieli, esse distornano i castighi divini dalle nostre famiglie e dalle nostre città». Per conseguenza, le femministe evidentemente attirano o sono «castighi divini sulle nostre famiglie e sulle nostre città». Nel Discorso ai profughi di guerra (12.3.1944), il Pontefice imputa ai peccati degli uomini anche il castigo di Dio della guerra: «[…] Portate anche voi la vostra [croce] in penitenza ed in espiazione dei peccati vostri e altrui, che hanno provocato i giusti castighi di Dio». Ribadisce il concetto pure nel Discorso ai giuristi circa l’aiuto dei carcerati del 26.05.1957. Appurato che Dio certamente castiga permettendo (o con) guerre, pestilenze, cataclismi ed altro, vediamo se regge anche la correlazione fra castighi e “legislazione” iniqua, come p. es. il preteso riconoscimento delle “unioni civili”. In Dall’Alto (15.10.1890), Papa Leone XIII spiega che i castighi provengono anche dalla separazione “legislativa” fra Stato e Chiesa: «[...] Come nell’ordine sociale la guerra fatta alla religione riesce funestissima e sommamente micidiale all’Italia, così nell’ordine politico […] è per l’Italia sorgente di grandissimi danni. […] Vuol dire alimentare nel seno della nazione […] i germi funesti di mali e di castighi gravissimi». Già Papa Pio VI si era espresso nella Quae Causa (24.11.1792): «Ci incalzano infatti minacce ostili, e ogni giorno maggiori pericoli ci sovrastano. […] Si deve bussare senza intermissione alle porte della misericordia, fintanto che l’ira di Dio, eccitata dai nostri peccati [anche collettivi], si converta alla compassione […]. Dio infatti non vorrebbe castigarci». Papa Gregorio XVI in Mirari Vos (15.8.1832) insegna che la pretesa “libertà” di andare contro l’Ordine divino e naturale è davvero un «delirio».

Comunicato numero 33. Entriamo nel vivo del «Lamentabili Sane Exitu»

Come già preannunciato, dopo aver riproposto sul nostro settimanale il Sillabo di Papa Pio IX, numero dopo numero, diamo adesso spazio al Lamentabili Sane Exitu, voluto e promulgato da san Pio X. Scrive Mons. Francesco Heiner nel suo Commento al Decreto Lamentabili ..., Editori Pontifici, Roma, 1914, con lettera introduttiva del grande Card. Merry Del Val (a nome del Sovrano Pontefice): «Bisogna tener conto che il Decreto Lamentabili non è altro che una silloge (una raccolta, ndR) d’errori prorpii specialmente dei nostri tempi. La loro condanna da parte della Chiesa Cattolica contiene, implicitamente, quale sia la vera dottrina da credere e da seguire: quindi un commento al Decreto vale quanto dire un’esposizione formale di quello che ogni Cattolico deve professare per restare nel seno della Chiesa» (pag. IX). Ancora: «Ai giorni nostri, difatti, quello che più maggiormente importa è la cognizione di ciò che la Chiesa, nostra Madre amorosa, vuole che noi crediamo, e di ciò che essa vuole che noi rigettiamo. In mezzo a tanto dilagare di pubblicità di ogni sorta, dove sovente l’errore è insegnato sotto mentite spoglie, è cosa sommamente buona e lodevole il conoscersi dalla comune degli uomini, a qualunque ceto essi appartengano, quello che ogni fedele deve credere e quello che deve condannare. [...] Non furono affatto mire umane, che ci spinsero all’immane lavoro di una versione, tutt’altro che agevole: ma l’ideale di fare un’opera buona qualsiasi, mediante la quale gli erranti, nel caso nostro i Modernisti, conoscano i loro errori e tornino all’unità della fede. Questo stesso voto esprimiamo nella ristampa di questo libro, che dedichiamo ancora una volta al Supremo Pastore delle anime, vigile custode della fede nostra, con la preghiera che benedica noi e tutti coloro che lo leggeranno, affinché presto si avveri nella Chiesa di Cristo che fiet unum ovile et untis Pastor!». Anche il Decreto Lamentabili ed il Sillabo sono considerati dai Modernisti - i quali oggi occupano la Chiesa nelle viscere (cf. Pascendi, san Pio X) e presiedono materialmente a tutte le principali cattedre - poco meno di due documenti figli del loro tempo, dunque da rigettare e ridicolizzare. La «sintesi delle eresie» (Ivi.) dei Modernisti, come abbiamo già dimostrato, passa anche attraverso il cosiddetto storicismo, che pretende di ridurre i dogmi ad una sorta di regole temporanee, suscettibili di nuove interpretazioni in base alla sedicente evoluzione. Questo complesso di sofismi storicisti, più o meno eretici, è la negazione stessa della fede cattolica (cf. Dei Filius, Concilio Vaticano, 1869-1870). Pretesa, quella dei Modernisti, ereticissima, biasimata già da Gesù (cf. san Matteo, XXVIII, 19-20), poi dalla Chiesa sin dalla fondazione (cf. Ai Galati, I, 8-9), ed anatematizzata, sul piano dottrinale e sociale, nel Sillabo al numero 80, mediante la condanna della proposizione moderna: «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione». Difatti la religione cattolica prevede inequivocabilmente che il Romano Pontefice, ovvero colui che custodisce la fede e la tramanda inalterata (cf. Pastor Aeternus, Concilio Vaticano, 1869-1870), NON può e NON deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione (coi tempi). Il Lamentabili si apre con questa dichiarazione: «Con deplorevoli frutti, l’età nostra, impaziente di freno nell’indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novità, che, lasciata da parte, per così dire, l’eredità del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga più pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell’interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede. È da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi. Affinché dunque simili errori, che ogni giorno si spargono tra i fedeli, non mettano radici nelle loro anime e corrompano la sincerità della Fede, piacque al Santissimo Signore Nostro Pio per divina Provvidenza Papa X, che per questo officio della Sacra Romana ed Universale Inquisizione si notassero e si riprovassero quelli fra di essi che sono i precipui. Perciò, dopo istituito diligentissimo esame ed avuto il voto dei Reverendi Signori Consultori, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali Inquisitori generali nelle cose di fede e di costumi, giudicarono che le seguenti proposizioni sono da riprovarsi e da condannarsi, come si riprovano e si condannano con questo generale Decreto». Segue l’elenco delle proposizioni diaboliche. Come abbiamo già visto, il Lamentabili fu approvato da san Pio X e fu diramato in tutto il mondo. Da adesso in avanti useremo Sursum Corda per ricordare le proposizioni da riprovare e condannare, se intendiamo conservare la fede cattolica. (A cura di CdP)

Comunicato numero 32. Scegliere da che parte stare: con Dio o coi «bugiardi»

In questo numero di Sursum Corda mediteremo le parole di Papa Pio XI nella «Quas Primas», del giorno 11 dicembre 1925. Questi insegnamenti dogmatici del Pontefice, atti anche a rendere feconde e pacifiche le nazioni per la gloria di Dio, validi a perenne memoria e che vengono sin dall’origine dei tempi, oggi sono, a torto, considerati retaggio del passato: così la società si sta dissolvendo nella più completa e mondana «follia» (cf. Epistula I ad Corinthios, II, 14). Purtroppo alcuni «usurpatori nella Chiesa» (cf. Pascendi, san Pio X), «bugiardi» ed agenti contro la volontà di Nostro Signore (cf. Epistula I Ioannis, II, 4), dunque nemici delle sentenze divine e della Prima Sede (cf. Pastor Aeternus, Pio IX), in pubblico e notorio anatema (cf. Epistula ad Galatas, I, 8-9), hanno preferito il «dannoso ecumenismo» (cf. Mortalium Animos, Pio XI), la «delirante libertà di coscienza» (cf. Mirari Vos, Gregorio XVI) o addirittura il «nocivo socialismo» (cf. Rerum Novarum, Leone XIII), alla salutare «Regalità Sociale di Cristo Re dell’universo». Insegna san Pio X nella Vehementer Nos (11 febbraio 1906): «È una tesi assolutamente falsa, un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa. [...] Questa tesi è un’ovvia negazione dell’ordine soprannaturale [...]. Sconvolge pure l’ordine saggiamente stabilito da Dio nel mondo [...]. Danneggia gravemente la stessa società civile, che non può essere né prospera né duratura quando non vi è posto per la religione, regolatrice suprema e sovrana maestra allorché si tratta dei diritti e dei doveri dell’uomo». Dopo questa lettura, Dio lo voglia, credo che tutto ci sarà più chiaro e, senza alcun indugio, gli stimati Associati ed i gentili Lettori, che fossero ancora turbati o dubbiosi, ben sapranno scegliere da che parte stare: se con i «bugiardi» o con Dio e con tutti i veri cattolici (cf. Apocalypsis Ioannis II, 2-5). Citazione aggiuntiva sulla Regalità sociale di Cristo, che oggi 30.10.2016 festeggiamo:  "(…) Nonostante però tante e sì solenni affermazioni della regia potestà di Cristo contenute nelle sante Scritture e nella divina liturgia, pure da oltre un secolo e mezzo mena strage nel mondo civile un’esiziale eresia, che da alcuni venne detta liberalismo, da altri laicismo. Quest’errore è multiforme, ma tutto in sostanza si riduce a negare la supremazia di Dio e della Chiesa sulla società civile e sugli stati, i quali ufficialmente si proclamano indipendenti da qualsiasi altra superiore autorità; – libera Chiesa in libero stato – quando pure non giungano a quella frenesia di statolatria, che rivendica allo stato le prerogative divine, cui, come una volta all’idolo Moloch, vuolsi oggi sacrificato ogni altro diritto, così individualmente, che familiare. – Lo stato [sarebbe] la suprema espressione dell’assoluto. – (…) Dio è il fine sovrannaturale dell’uomo. Ora, è preciso compito della società civile e di chi la presiede, di collaborare colla Chiesa e di prestarle aiuto, nel campo, s’intende, proprio dell’autorità civile, perché la Chiesa stessa possa con più facilità e sicurezza compiere, la sua divina missione di illustrare e governare le anime, stabilendo in esse il regno di Cristo. Quest'alta potestà della Chiesa Cattolica e del Romano Pontefice sugli stati e suoi loro monarchi, faceva parte, nel medio evo, del diritto internazionale dei popoli cristiani: così che più volte si videro i Papi deporre dal trono del re immeritevoli di tale ufficio, e prosciogliere anche i sudditi dal giuramento di fedeltà già loro prestato (…)" (card. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. IX).

A cura di CdP

Comunicato numero 31. Il Decreto Lamentabili Sane Exitu, san Pio X

Stimati Associati, abbiamo terminato la pubblicazione delle 80 proposizioni con condanne di Papa Pio IX nel Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores del 1864 (8 dicembre). Nel Sillabo (e Quanta Cura) sono di già condannati infallibilmente il panteismo, il naturalismo ed il razionalismo assoluto (§ 1 - 7); il razionalismo moderato (§ 8 - 14); l’indifferentismo ed il latitudinarismo (§ 15 - 18); il socialismo, il comunismo, le società clandestine, le società bibliche e le società clerico-liberali (IV) - Tali pestilenze sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Qui pluribus, nell’Allocuzione Quibus quantisque, nella Noscitis et Nobiscum, nella Singulari quadam e nella Quanto conficiamur. Sono altresì condannati gli errori intorno alla società cosiddetta «civile» nei rapporti con la Chiesa (§ 39 - 55); gli errori contro i diritti della Chiesa (§ 19 - 38); gli errori intorno all’etica naturale e cristiana (§ 56 - 64); gli errori circa il matrimonio cristiano (§ 65 - 74); gli errori intorno al principato civile del Romano Pontefice (§ 75 e 76); gli errori riguardanti il liberalismo moderno e la cosiddetta «laicità» (§ 77 - 80). Il modernista J. Ratzinger definirà il Sillabo «nulla più di una dichiarazione di guerra contro la sua generazione. [...] contro la visione scientifica e politica del mondo del liberalismo» e si farà promotore di una «sorta di controsillabo» (cf. «Principles of Catholic Theology», pag. 381). Dalla prossima settimana pubblicheremo a puntate il Decreto della Suprema Sacra Inquisizione Romana ed Universale «Lamentabili Sane Exitu», approvato da papa san Pio X il 3 luglio 1907. Il Decreto contiene una lista di 65 proposizioni ricavate dalle pubblicazioni di alcuni esponenti modernisti, con relativa condanna per tentata «corruzione dei dogmi, sotto le apparenze di una più alta intelligenza e con il nome di considerazione storica». Secondo alcuni, il Lamentabili può essere considerato il seguito del Sillabo. Il Motu Proprio «Praestantia Scripturae Sacrae» del 18 Novembre 1907, conferma espressamente le condanne inflitte dal Decreto Lamentabili e dall’Enciclica Pascendi: «Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Autorità Apostolica, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l’anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti [...] Questa scomunica poi è indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possano incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversarii dei due citati documenti accade in non pochi casi e principalmente allorché difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie».

A cura di CdP

Comunicato numero 30. I franchi muratori e la Chiesa

La prestigiosa e dimenticata Enciclopedia Cattolica dedica una voce molto corposa alla Massoneria. Intendiamo riproporla integralmente, dato che la suddetta Enciclopedia è oramai difficile da reperire, mentre la Massoneria è, al contrario, attiva oggi più che mai. Definizione: Società Segreta a carattere cosmopolita e iniziatico, sorta col fine di affratellare gli uomini di tutte le nazioni e di organizzare la società su basi esclusivamente umanitarie e laiche. Operatività. L’origine si ricollega con le antiche corporazioni dei maestri d’arte muraria, che ebbero la massima espansione ed importanza specialmente dall’XI al XIII secolo. Nella febbrile attività edilizia di quell’età si spiega come buoni architetti e buoni muratori, capomastri, lapicidi, ecc., venissero dappertutto ricercati ed allettati con privilegi, immunità e franchigie e come l’arte muraria acquistasse una sorta di internazionalità ed un primato su tutte le altre arti. I Pontefici non si mostrarono meno larghi dei Principi secolari: Bonifacio IV (1110), Niccolò III (1277) e Benedetto XII (1331), riconobbero loro il diritto di governarsi secondo i propri statuti, con esenzioni da oneri ed obbligazioni locali, di potersi trasferire di Paese in Paese liberamente, di godere di una specie di monopolio per la costruzione di fabbriche religiose di maggior importanza. Di qui l’appellativo «liberi» (franc, free) e l’attributo che, con legittimo orgoglio, le corporazioni murarie si attribuirono di arte reale. A conservare ed accrescere tale prestigio contribuì non poco la rigida osservanza delle norme stabilite negli statuti corporativi circa l’iniziazione di nuove reclute e la promozione dal grado di apprendista, con cui esse venivano ascritte all’arte, a quelli di compagno e di maestro, la solennità di cerimonie e di riti con cui venivano vestite dei simboli dell’arte, squadra, compasso, grembiule ecc..., i solenni giuramenti, l’inviolabile osservanza dei segreto professionale e dei doveri civili, religiosi e morali imposti dagli statuti. Con tale investitura, il fratello (così si nominavano i membri fra di loro), era reso partecipe di una parola d’ordine, di segni di riconoscimento, ecc., con i quali veniva ricevuto dovunque si recasse ed accolto fraternamente da compagni d’arte, provveduto e aiutato nei propri bisogni. Gli statuti corporativi erano molto esigenti quanto ai requisiti non solo professionali, ma anche personali dei membri, né permettevano l’ammissione se non a persone le quali avessero giusti natali e condotta religiosa e morale del tutto ineccepibile. Un documento francese della fine del sec. XIV, il «Poème maçonnique», in cui si ha una specie di galateo, civile e religioso, del buon libero muratore, insiste in particolar modo sulla devozione che questo deve avere verso Dio, verso i santi e verso la Chiesa. Gli stessi precetti sono inculcati in tutti gli antichi statuti corporativi che si conservano, fino alle «Constitutions of Masonry» del 1704, che sono le ultime che in Inghilterra si conoscano prima della trasformazione delle Logge da operative in speculative. L’attaccamento dei franchi muratori alla Chiesa cattolica è dimostrata in Francia dalla parte rilevante presa da essi nel movimento della «Ligue», in Inghilterra dalla tenace resistenza fatta agli sforzi di Enrico VIII (1491-1547) e della regina Elisabetta I (1533-1603) per introdurre la «Riforma» nelle Logge, in Italia dalla frequenza di altari e di cappelle erette dalle corporazioni dei «Lombardi», là dove si ritrovavano in maggior numero. Accanto alle corporazioni di mestiere, esistevano assai spesso confraternite, che il protestantesimo (dice René Le Forestière) riformò, ma che sussistono ancora, osservando il culto della fratellanza, il rispetto alla religione ufficiale e gli usi tradizionali. L’abbandono dell’architettura religiosa nei Paesi invasi dalla «Riforma protestante», nonché le dissensioni intestine che presto si incominciarono a manifestare tra maestri ed artigiani (collegati questi in segrete leghe di resistenza - compagnonnage - dai nomi strani, a riti e gergo non meno bizzarri: una sentenza del 14 marzo 1655 della Facoltà teologica della Sorbona ne dichiara empie, sacrileghe e superstiziose le pratiche e i riti), arrecò con la crisi professionale anche il decadimento delle corporazioni. Per rialzare il loro prestigio queste adottarono il sistema di ammettere membri onorari influenti appartenenti alle classi dell’alta società. Fin dal principio del secolo XVII, in Inghilterra si contano non pochi nobili tra i membri delle corporazioni ed era una moda, un gesto di squisita eleganza farsi iscrivere ad esse. A poco a poco, l’elemento intellettuale e aristocratico costituì il vero elemento direttivo, così da preparare insensibilmente la trasformazione della Massoneria da operativa in speculativa. «Tutto porta e cedere - dice Padre Bertoloot - che dal principio del sec. XVII gli elementi speculativi la vincessero su quelli operativi, sicché la sostituzione già dal principio del secolo XVIII fosse in atto in tutti i grandi paesi d’Europa». Ormai gli storici seri, anche massoni, hanno definitivamente ripudiato come infondate certe mirabolanti versioni, che vorrebbero far discendere la Massoneria da Lameck, architetto del tempio di Gerusalemme, da Zoroastro, da Confucio, da Pitagora, dai misteri d’Egitto e di Grecia, dai Templari e perfino da Noè e da Adamo. ... (Prosegue negli altri articoli. Cliccare sul Tag Massoneria).

[Articolo estratto da «Enciclopedia Cattolica», vol. VIII, Vaticano, 1951, coll. 312-325, voce «Massoneria», a cura di P. Pietro Pirri S.J. dell’«Istituto Storico della Compagnia di Gesù»].

 

Comunicato numero 29. La Chiesa contro il buonismo: la vera concordia è cattolica

Stimati Associati e gentili Lettori, dedichiamo questo comunicato alla pace, quindi alla concordia. Papa Pio XII auspica che tutti «si stringano nell’unica Chiesa di Gesù Cristo, affinché quasi uniti in una sola falange, compatta, concorde, stabile, resistano contro gli sforzi dell’empietà ogni giorno più minacciosi» (Orientalis Ecclesiæ, 9 aprile 1944). Difatti la Chiesa di Gesù Cristo è una, non più di una, non molte, come ci insegna san Pio X: «Da tante società o sette fondate dagli uomini, che si dicono cristiane, si può facilmente distinguere la vera Chiesa di Gesù Cristo per quattro contrassegni. Essa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica. [...] Non vi possono essere più Chiese, perché siccome vi è un solo Dio, una sola Fede e un solo Battesimo, così non vi è, e non vi può essere che una sola vera Chiesa» (Catechismo, 1905 ca). Poi ci erudisce che «si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati» (Ivi.). Per conseguire la concordia, che viene a mancare ovunque proliferino protestantesimo, ateismo e paganesimo, e per contrastare la minacciosa empietà «è assolutamente necessario che tutti [...] raggiungano quella concordia di animi, che dev’essere munita di quel triplice legame con cui Cristo Gesù, fondatore della Chiesa, volle che essa fosse stretta e tenuta insieme, quasi in superno infrangibile vincolo, da Lui stabilito; vale a dire nell’unica fede cattolica, nell’unica carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica obbedienza e soggezione alla legittima gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo». Questi tre vincoli, unità di fede - di amore - di obbedienza, prosegue Papa Pio XII nella Orientalis, «sono tanto necessari, che se l’uno o l’altro di essi viene a mancare, non si può più neppure comprendere nella Chiesa di Cristo vera unità e concordia». Quando i modernisti del vaticanosecondo parlano di “ecumenismo”, di “realtà e sensibilità ecclesiali”, o addirittura di “chiese”, essi hanno evidentemente dimenticato o negano apertamente tutti e tre questi «legami». Si tratta di un «triplice legame» essenziale, ovvero «vincolante» (dogmatico), e non semplicemente accidentale, tanto che nella mentovata Enciclica il Pontefice emette l’infallibile sentenza: «Non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il patriarca alessandrino [san Cirillo, ndR]: “Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo”. Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata». Papa Pio XII usa esplicitamente dire che è necessario «accogliere integralmente». Oggi sarebbe etichettato con l’infamia di essere un integralista o un fondamentalista. In ambito sociale, ci avverte Papa san Pio X, è bene fare attenzione a quella «deformazione del Vangelo e del carattere sacro di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Uomo», oggi largamente praticata (il Pontefice sta condannando il Sillon, ovvero i “parenti” francesi della sedicente “Democrazia” “Cristiana” italiana). è «di moda», afferma il Papa, «quando si tocca la questione sociale, mettere anzitutto da parte la Divinità di Gesù Cristo, e poi parlare soltanto della sua sovrana mansuetudine, della sua compassione per tutte le miserie umane, delle sue pressanti esortazioni all’amore del prossimo e alla fraternità. Certo, Gesù ci ha amati di un amore immenso, infinito, ed è venuto sulla terra a soffrire e a morire affinché, riuniti attorno a Lui nella giustizia e nell’amore, animati dai medesimi sentimenti di carità reciproca, tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità».

Comunicato numero 28. Pio XI, «Casti Connubii»: sul vero matrimonio e contro le sue contraffazioni

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di matrimonio, del vero vincolo e della vita coniugale secondo il dogma cattolico. Lo facciamo, senza alcun timore di sbagliare, studiando l’Enciclica Casti Connubii di Papa Pio XI, Vicario di Cristo in terra, infallibile nella docenza (cf. Pastor æternus), certissimi della solenne promessa di Nostro Signore Gesù Cristo: «Qui vos audit, me audit; et, qui vos spernit, me spernit; qui autem me spernit, spernit eum, qui me misit», ovvero: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato» (Lc. X, 16). L’Enciclopedia Cattolica, Vaticano 1952, vol. III, coll. 1033 e 1034, ci riferisce: «Casti Connubii è un’Enciclica di Papa Pio XI, del 30 dicembre 1930, sul matrimonio cristiano (AAS, 22 [1930] pp. 539-90). L’argomento, sempre della più viva e vasta attualità in ogni tempo, riveste un’importanza tutta particolare ai nostri giorni. Per una parte, infatti, il divorzio è accolto in quasi tutte le legislazioni e praticato con la più scanzonata disinvoltura; l’adulterio è esaltato, o almeno trattato con un senso di deprecabile agnosticismo nei romanzi, nei teatri, nelle sale cinematografiche, nelle cronache giornalistiche; per l’altra, nuove teorie pseudoscientifiche si vanno diffondendo sotto pretesto di rinsaldare la razza o la salute pubblica, e un senso di malcompresa compassione pone nell’ombra verità sostanziali, conseguenze deplorevoli e fatali, dottrine inconcusse della rivelazione. In realtà tutto concorre a deprimere l’istituto familiare, compromettendo la pace e la serenità della casa, l’educazione dei figli e finisce con lo schiantare quella compagine che è la famiglia, frutto della natura e della Grazia santificante, voluta da Dio salda e inscindibile. Questo l’argomento, su cui verte l’Enciclica. La quale, richiamata quella di Leone XIII, Arcanum, del 10 febbraio 1880, entra nel vivo delle questioni, dividendo la trattazione in tre parti: 1. I tre beni del matrimonio: il bene della prole, che ne costituisce il fine primario, e dà ai genitori il diritto e il dovere grave di “accoglierla amorevolmente, nutrirla benignamente, educarla religiosamente”; il bene della fede, che costituisce l’unità dei coniugi, fondandolo su di un amore santo e puro, sull’aiuto vicendevole, morale e materiale, su di una gerarchia bene ordinata e compresa, secondo la quale il marito è il capo della famiglia, la moglie il cuore; il bene del Sacramento, che rappresenta l’unione inscindibile fra Cristo e la Chiesa, la quale inscindibilità arreca i migliori vantaggi per i coniugi stessi, i figli, la società. 2. La tempesta contro la santità del matrimonio, scatenata dagli egoismi e dalle passioni, accarezzati e coadiuvati dalla pseudoscienza: matrimoni temporanei, amichevoli, di esperimento; controllo delle nascite; aborto terapeutico, eugenica, sterilizzazione, difficoltà di convivenza; matrimoni misti, sopraffazione da parte di presunta autorità dello Stato. La condanna della Chiesa, su tutte queste aberrazioni, è chiara e inesorabile, fondata com’è e sull’aperta volontà di Dio, manifestata dalla rivelazione, e sulle fatali conseguenze che da quelle derivano. [Oggi rivolgiamo le nostre attenzioni a questa parte (la n° 2) prettamente apologetica, ndR] 3. La restaurazione della famiglia, ottenuta mediante il ritorno a quelle che sono le intenzioni divine: perciò i coniugi devono sempre pensare che la loro unione è il Sacramento di Cristo e della Chiesa; cercare di dominare le passioni con l’acquisto della padronanza di sé e soprattutto con la preghiera, apportatrice di forza e di luce. Occorre pure preparare i futuri sposi alle nozze; assistere le classi povere, praticare da parte dei privati e soprattutto dello Stato quelle provvidenze sociali, che assicurino a tutti un tranquillo e sereno benessere. Mezzo utile e desiderabile: la reciproca intesa fra Stato e Chiesa, da cui lo Stato non deve temere alcuna menomazione di diritti; esempio illustre: i Patti Lateranensi».

Comunicato numero 27. Pio XI, «Mortalium Animos»: contro ecumenismo e raduni interreligiosi

Stimati Associati e gentili Lettori, per qualche tempo sospenderemo le consuete lezioni di dottrina commentata dagli eruditi e di esegesi per dare, con puntuale opportunità, spazio al Magistero della Chiesa su alcuni temi particolarmente necessari per la salvezza dell’anima alla maggior gloria di Dio. La scorsa settimana abbiamo pubblicato la Humani Generis di Papa Pio XII: conto gli errori moderni; oggi è il momento della Mortalium Animos del suo predecessore Pio XI, contro l’ecumenismo. La nostra fede non è un’opinione, un dubbio o un’esperienza soggettiva (io penso che ..., io sento che ..., io suppongo che ...) ma è la certezza di glorificare Dio e di salvarsi l’anima credendo fermamente tutto quanto la Chiesa ci insegna (io credo nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica ... romana). La Chiesa, difatti, non può contraddire se stessa nella trasmissione della fede, dunque ne è l’infallibile regola prossima: 1° «La dottrina della fede che Dio rivelò non è proposta alle menti umane come una invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata consegnata alla Sposa di Cristo come divino deposito perché la custodisca fedelmente e la insegni con magistero infallibile. Quindi deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza» (Dei Filius, Concilio Vaticano, Pio IX, 24 aprile 1870); 2° «Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori [...] venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”» (Pastor æternus, Concilio Vaticano, Pio IX, 18 luglio 1870); 3° «[...] i padri del concilio Vaticano nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: “Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale magistero come verità da Dio rivelata”. Pertanto essendo chiaro che Dio vuole assolutamente nella sua Chiesa l’unità della fede, e sapendosi quale essa sia e con quale principio deve essere tutelata per divino comando, ci sia permesso d’indirizzare a quanti non persistono nel voler chiudere gli orecchi alla verità, le seguenti parole di sant’Agostino: “Vedendo noi tanta abbondanza di aiuti da parte di Dio, tanto profitto e frutto, dubiteremo di chiuderci nel seno di quella Chiesa, la quale, anche per confessione del genere umano, dalla Sede apostolica per la successione dei vescovi, nonostante che intorno a lei latrino vanamente gli eretici, già condannati sia dall’opinione popolare, sia dal grave giudizio dei concili, sia dalla grandezza dei miracoli, è giunta all’apice dell’autorità? Il negarle il primato, è proprio o di una somma empietà, o di una precipitosa arroganza. [...]”» (Satis Cognitum, Leone XIII, 29 giugno 1896). In passato abbiamo citato numerosi altri Pontefici che, professanti la medesima fede, si sono espressi a tal proposito. Veniamo al tema del giorno: l’ecumenismo, la tolleranza ed il dialogo interreligioso. Sant’Alfonso commenta: 

Comunicato numero 26. Pio XII, «Humani Generis»: contro gli errori moderni

Commenta il cardinal Pietro Parente (Casalnuovo Monterotaro, 16 febbraio 1891 - Città del Vaticano, 29 dicembre 1986): «Humani Generis è un’Enciclica di Papa Pio XII, del 12 agosto 1950, riguardante false opinioni, che minacciano di sovverti re i fondamenti della dottrina cattolica (AAS, 42 [1950], pp. 561-78)». Scrive, sempre nell’Enciclopedia Cattolica (Città del Vaticano, 1951, Vol. VI, coll. 1502 e 1503): «Questo insigne documento spontaneamente richiama il modernismo, che affonda le sue radici nel divorzio tra ragione e fede, nato al tempo dell’umanesimo e maturato attraverso l’illuminismo, l’enciclopedismo e il criticismo kantiano, da cui scaturirono il liberalismo, il marxismo ed il razionalismo. Verso la fine dell’Ottocento si acuì il contrasto e si prospettò il problema di una conciliazione. Il Concilio Vaticano [ovviamente il Primo, ndR] tracciò la via di una giusta soluzione: dal divino all’umano attraverso la Chiesa. Il modernismo invece volle andare dall’umano al divino senza la Chiesa. E fu la rovina. La storica Enciclica Pascendi Dominici gregis [san Pio X, 8 settembre 1907, ndR] stroncò la crisi, liberando il pensiero cristiano dal grave pericolo. Ma in questi ultimi anni si sono visti affiorare qua e là, nel vasto campo della cultura sacra, motivi, atteggiamenti e tendenze, che hanno un’evidente affinità con la crisi modernistica e costituiscono un nuovo disagio e un nuovo pericolo. Pio XII, ha avuto la sensazione pronta e precisa del pericolo, e nella Humani Generis ha diagnosticato il morbo in via di sviluppo ed ha apprestato gli efficaci rimedi, individuando anzitutto le direttive di marcia della cultura moderna [o Nouvelle Théologie, ndR] nell’evoluzionismo universale, nell’esistenzialismo e nello storicismo, che portano alla negazione o svalutazione dell’assoluto nell’essere e nel pensiero, a beneficio di un contingentismo, di un positivismo e di un relativismo, che rendono impossibile una metafisica e quindi una teologia. Di fronte a queste correnti minacciose il Papa non decreta l’isolazionismo della cultura cattolica, anzi esorta gli studiosi a rendersi conto delle nuove dottrine, che pongono problemi nuovi da approfondire e spesso racchiudono germi di verità; ma deplora l’imprudenza di certi cattolici che, smaniosi di aggiornarsi, si abbandonano all’irenismo [che è falso, ndR], compromettendo l’integrità della fede e di tutta la dottrina [...] della Chiesa. [Il cardinal Parente scrive: ‘‘di tutta la dottrina tradizionale della Chiesa’’, noi preferiamo omettere la parola ‘‘tradizionale’’, poiché riteniamo che sia superfluo specificare, ndR]. Segue un’acuta analisi delle morbose tendenze in teologia, in filosofia e nella zona di confine con le scienze positive [Nouvelle Théologie, ndR]. Con il pretesto di ritornare alle fonti [strumentalizzandole o interpretandole con profonda ignoranza, ndR], si disprezza la teologia sistematica con le sue nozioni e la sua terminologia tecnica e si preferisce il linguaggio più semplice e più elastico [di alcuni, ndR] Padri; si trascura il saldo complesso dottrinale definito [v. dogma] dalla Chiesa nel corso dei secoli e si fa appello alla Sacra Scrittura, interpretandola per via di arbitrario simbolismo, come se Gesù Cristo non avesse costituito la Chiesa unica depositaria e interprete della parola di Dio. In tal modo si svalutano le formule dogmatiche, riducendone il contenuto a un minimo che può adattarsi a qualunque sistema filosofico o religioso. Relativismo dogmatico, che ha cominciato già a dare i primi frutti velenosi [correva l’anno 1951, ndR]. Più audace ancora è l’attacco alla filosofia scolastica, che, secondo i novatori, non risponde[rebbe] più alle esigenze del pensiero moderno impaziente di metafisica rigida e di schemi fissi, nemico della verità immutabile e tutto proteso sul flusso della vita in divenire. Svalutazione della ragione e dei principi supremi, della teodicea [dal greco Theos (Dio) e dike (giustizia), studio di Dio rispetto all’evidenza dell’esistenza del male nel mondo e del libero arbitrio umano, ndR] e dell’etica, opzione fideistica della verità per via di volontà e di sentimento, connubio dei sistemi più opposti nello sforzo di esprimere una verità inafferrabile.

Comunicato numero 25. I modernisti mangiano le briciole alla mensa di Satana

Stimati Associati e gentili Lettori, impariamo nella Ad Beatissimi Apostolorum (1 novembre 1914) di Papa Benedetto XV: «[...] Ben comprendono i nemici di Dio e della Chiesa che qualsiasi dissidio dei nostri [dei Cattolici] nella propria difesa, segna per essi [per i nemici di Dio] una vittoria; pertanto usano assai di frequente questo sistema che, allorquando più vedono compatti i cattolici, proprio allora, astutamente gettando tra di loro i semi della discordia, maggiormente si sforzano di romperne la compattezza». Questa scaltrezza è goduria dei modernisti, i quali incarnano l’astuzia e la cattiveria di ogni epoca e filosofia contro Gesù, e dei loro alleati che, tutti insieme, sebbene i modernisti (con Giuda Iscariota) solo per raccogliervi le briciole (30 denari), siedono alla mensa di Satana in compagnia di Caifa, Pilato, Erode Antipa, Lutero e dei loro baldanzosi emuli. Prosegue il Pontefice: «Quindi, qualora la legittima autorità impartisca qualche ordine, a nessuno sia lecito trasgredirlo, perché non gli piace; ma ciascuno sottometta la propria opinione all’autorità di colui al quale è soggetto, ed a lui obbedisca per debito di coscienza. Parimenti nessun privato, o col pubblicare libri o giornali, ovvero con tenere pubblici discorsi, si comporti nella Chiesa da maestro. Sanno tutti a chi sia stato affidato da Dio il Magistero della Chiesa [al Papa]». All’origine del modernismo individuiamo, per l’appunto, quei privati che non sottomettono la propria opinione all’autorità di colui (immediatamente al Pontefice, remotamente a Dio) al quale si dichiarano soggetti, perché non gli piace. Noi, al contrario, pieghiamoci volentieri alla sentenza divina che Papa Pio XI richiama nella Mortalium Animos (6 gennaio 1928): «In materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli [... es. il Primato di Pietro ...]. Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, san Giovanni, ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: ‘‘Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno’’». Precisa Papa Benedetto XV nella mentovata sua prima Enciclica: «È dovere degli altri prestare a lui [al Papa], quando parla, ossequio devoto, ed ubbidire alla sua parola. Riguardo poi a quelle cose delle quali - non avendo la Sede Apostolica pronunziato il proprio giudizio - si possa, salva la fede e la disciplina, discutere pro e contro, è certamente lecito ad ognuno di dire la propria opinione e di sostenerla. [...] Vogliamo pure che i nostri si guardino da quegli appellativi, di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici; e procurino di evitarli non solo come ‘‘profane novità di parole’’, che non corrispondono né alla verità, né alla giustizia, ma anche perché ne nascono fra i cattolici grave agitazione e grande confusione. Il cattolicesimo [...] non può ammettere né il più né il meno: ‘‘Questa è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo’’(Symb. Athanas.); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è dunque necessità di aggiungere epiteti [es. tradizionalista] alla professione del cattolicesimo; a ciascuno basti dire così: ‘‘Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome’’; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina». Intento di SVRSVM CORDA® è, esplicitamente e dal principio (v. Comunicato n° 1), quello di studiare la vera dottrina cattolica, di farla propria in foro interno ed esterno, di pregare e di esortare alla frequenza dei Sacramenti, per poter dire, con la legittima autorità, quando questo sia possibile, e con sant’Atanasio: ‘‘Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome’’. Come sempre, ecco la consueta comunicazione di carattere personale ma non troppo. Ne approfitto di questo spazio per rispondere, visti i doveri morali del mio stato di lavoro, ad una domanda che riguarda anche la mia sfera pubblica di giornalista e scrittore. Dei lettori ed amici mi hanno domandato se fossi ancora un collaboratore di Radio Spada e della omonima Casa editrice: la risposta è NO!, come ho indicato, sin da subito, nella mia biografia consultabile sul web!

di Carlo Di Pietro

Comunicato numero 24. Risuscitarono a nuova vita i corpi di questi santi, e si riunirono alle loro anime dopo la risurrezione del Salvatore

Stimati Associati, gentili Lettori, il 21 di agosto del 2016 abbiamo pubblicato sul numero 22 della nostra Rivista l’articolo di don A. Bussinello intitolato: Il Credo all’oratorio. «Discese all’inferno, il terzo dì risuscitò da morte». Gesù risorto. Il molto reverendo don Albano, nel testo da noi utilizzato per l’articolo - Fortes in Fide, Vicenza, 1922, Imprimatur: Vicentiæ, VII Novembris MCMXXII, Sac. Titanius Doct. Veggian, Prov. Gen. - alla pagina 144, scriveva: «Prima di N. S. Gesù Cristo altri risorsero da morte: alcuni per morire ancora, altri per non più morire; tutti costoro però risorsero per la potenza di Dio, Gesù invece risuscitò per virtù propria. Così risorse Lazzaro dopo quattro giorni dalla morte, così il figlio della vedova di Naim e la figlia di Giairo, ma poi morirono ancora. Invece risorsero, per non più morire, quei giusti che uscirono dal sepolcro alla morte del Salvatore e la Vergine Santissima che venne portata in Cielo tre giorni dopo la sua morte: costoro ebbero anticipatamente quella resurrezione che noi avremo alla fine del mondo; essi sono già in Cielo con l’anima e col corpo». Noi abbiamo ripreso integralmente il suo pensiero nell’articolo mentovato all’inizio del Comunicato 24, del quale riportiamo qui un estratto che, per scrupolo, commenteremo più a fondo. Purtroppo don Albano Bussinello non è più con noi, pertanto, oltre ad invitare i lettori a pregare il Requiem ... per la sua anima, ci permettiamo di meglio precisare il suo pensiero (parole sottolineate), forse mal espresso in quelle poche righe, comunque coperte da Imprimatur. O forse lo abbiamo noi mal interpretato accostando il «Prima di N. S. Gesù Cristo» a «costoro ebbero anticipatamente quella resurrezione (gloriosa)». A nostro avviso, studiato il contesto, la parola «prima», lì posta, ci sembra teologicamente problematica. Fatto sta che, nel dubbio, ci teniamo a precisare quanto segue, senza nulla togliere al validissimo autore. Insegna il Dottore Utilissimo (sant’Alfonso Maria de’ Liguori) in Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo, CAPO VI - Riflessioni sui prodigi avvenuti nella morte di Gesù Cristo: «Seguita san Matteo a descrivere i prodigi accaduti nella morte di Cristo, e dice: Et monumenta aperta sunt, et multa corpora sanctorum qui dormierant surrexerunt; et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius venerunt in sanctam civitatem, et apparuerunt multis (Matth. XXVII, 52 et 53). Scrive su di ciò sant’Ambrogio (L. X in Luc.): Monumentorum reseratio quid aliud, nisi, claustris mortis effractis, resurrectionem significat mortuorum? [‘‘Monumentorum autem reseratio (Matt. XXVII, 52) quid aliud, nisi, claustris mortis effractis, resurrectionem significat mortuorum? Quorum in aspectu fides, in processu typus, quod in sanctam prodeundo civitatem, praesentium specie declarabant in illa Hierusalem quae in caelo est, futurum perenne diversorium resurgentium?’’]. Sicché l’apertura dei sepolcri significò la sconfitta data alla morte e la vita restituita agli uomini col lor risorgimento. Avvertono poi san Girolamo, il venerabile Beda e san Tommaso [‘‘Et multa corpora sanctorum, etc. (Matt. XXVII, 53). Quomodo Lazarus mortuus resurrexit , sic et multa corpora sanctorum resurrexerunt, ut Dominum ostenderent resurgentem. Et tamen cum monumenta aperta sint, non antea resurrexerunt quam Dom nus resurgeret, ut esset primogenitus resurrectionis ex mortuis’’: S. Hieronymus, Commentar, in Evang. Matthaei, lib. 4, (in Matt. XXVII, 53). ML 26-213. ‘‘Et multa corpora sanctorum, etc. Sanctorum corpora surrexerunt, ut Dominum ostenderent resurgentem; et tantum (lege: tamen) cum monumenta aperta sunt, non ante surrexerunt quam Dominus, ut esset primogenitus ex mortuis’’: S. Beda Venerabilis, In Matthaei Evangelicum expositio, lib. 4 (in Matt. XXVII, 52, 53). ML 92-125. ‘‘Et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius, etc. Et notandum quod licet istud dictum sit in morte Christi, tamen intelligendum est per anticipationem esse dictum, quia post resurrectionem actum est; quia Christus primogenitus mortuorum (Apoc. I, 5)’’: S. Thomas, In Matthaeum Evangelistam expositio, cap. XXVII, 53] che quantunque nella morte di Cristo si aprissero i sepolcri, nondimeno i morti non risorsero se non dopo la risurrezione del Signore, come specialmente scrive san Girolamo: Tamen cum monumenta aperta sunt, non antea resurrexerunt, quam Dominus resurgeret, ut esset primogenitus resurrectionis ex mortuis [Vedi parentesi precedente] E ciò è secondo quel che dice l’Apostolo (Coloss. I, 18) [Quando sant’Alfonso dice ‘‘l’Apostolo’’, generalmente intende indicare san Paolo, ndR], dove Gesù Cristo è chiamato primogenito dei morti e il primo dei risorgenti: Principium, primogenitus ex mortuis, ut sit in omnibus ipse primatum tenens (Loc. cit.): poiché non era conveniente che altr’uomo risorgesse prima di colui che aveva trionfato della morte. Dicesi in san Matteo che molti santi risorsero allora ed, uscendo dai sepolcri, apparvero a molti. Questi risorti furono già quei giusti che avevano creduto e sperato in Gesù Cristo; e Dio volle così onorarli in premio della loro fede e confidenza nel futuro Messia, secondo la predizione di Zaccaria, nella quale il profeta parlando al futuro Messia disse: Tu quoque in sanguine testamenti tui emisisti vinctos tuos de lacu in quo non est aqua (Zach. IX, 11). Cioè: tu ancora, o Messia, per lo merito del tuo sangue scendesti nel carcere e liberasti quei santi carcerati da quel lago sotterraneo - cioè dal Limbo dei Padri in cui non vi era acqua di gaudio - e li portasti nella gloria eterna». ...

Comunicato numero 23. Papa Pio XII sulle migrazioni e sugli imperialismi

Stimati Associati, gentili Lettori, avendo preso molto spazio, la scorsa settimana, per il Comunicato numero 22 - Sui diritti e doveri del suddito (volgarmente detto ‘‘cittadino’’), oggi sarò brevissimo nello scrivere di ‘‘migrazioni’’. Citiamo direttamente Papa Pio XII al Concistoro del 20 febbraio 1946: «L’uomo, quale Dio lo vuole e la Chiesa lo abbraccia, non si sentirà mai fermamente fissato nello spazio e nel tempo senza territorio stabile e senza tradizioni. Qui i forti trovano la sorgente della loro vitalità ardente e feconda, e i deboli, che sono la maggioranza, dimorano al sicuro contro la pusillanimità e l’apatia, contro il decadimento della loro dignità umana». Difatti: «La lunga esperienza della Chiesa come educatrice dei popoli lo conferma». La Chiesa «ha cura di congiungere in ogni modo la vita religiosa coi costumi della patria [...] Il naufragio di tante anime dà tristemente ragione a questa materna apprensione della Chiesa e obbliga a concludere che la stabilità del territorio e l’attaccamento alle tradizioni avite [dei propri antenati, ndR], indispensabili alla sana integrità dell’uomo, sono anche elementi fondamentali della comunità umana». Nello stesso discorso ai nuovi Cardinali, il Pontefice ribadisce una delle numerose differenze fra la Chiesa e gli imperialismi: «Tutti, i popoli e gli uomini singoli, sono chiamati a venire alla Chiesa. Ma questa parola ‘‘venire’’ non richiama allo spirito nessuna idea di migrazione, di espatriazione, di quelle deportazioni con le quali i pubblici poteri o la dura forza degli avvenimenti strappano le popolazioni dalle loro terre e dai loro focolari; non implica l’abbandono di salutari tradizioni, di venerandi costumi; non la permanente o almeno lunga separazione violenta di sposi, genitori e figli, fratelli, parenti e amici; non la degradazione degli uomini nella umiliante condizione di una ‘‘massa’’». Tuttavia «questa funesta specie di trasferimenti degli uomini è purtroppo oggi divenuta più frequente, ma anch’essa, nelle sue forme antiche e nuove, in molteplici modi direttamente e indirettamente si ricollega con le tendenze imperialistiche del tempo». Così conclude il paragrafo il Papa: «La Chiesa eleva l’uomo alla perfe­zione del suo essere e della sua vitalità per dare alla società umana uomini così formati: uomini costituiti nella loro inviolabile integrità come immagini di Dio; uomini fieri della loro dignità personale [...]; uomini stabilmente attaccati alla loro terra ed alla loro tradizione; uomini, in una parola, caratterizzati da quest[i] [...] element[i], ecco ciò che conferisce alla società umana il suo solido fondamento e le procura sicurezza, equilibrio, uguaglianza, normale sviluppo nello spazio e nel tempo. Tale è dunque anche il vero senso e l’influsso pratico della soprannazionalità della Chiesa, che, - ben lungi dall’essere simile a un Impero, - elevandosi al di sopra di tutte le differenze, di tutti gli spazi e i tempi, incessantemente costruisce sul fondamento inconcusso di ogni società umana [...]».

a cura di Carlo Di Pietro

Comunicato numero 22. Rimosso Dio dal governo, non c’è rimedio alla rovina

Stimati Associati, gentili Lettori, insegna Papa Pio XI: «Sta scritto nel Libro di Dio: quelli che abbandonarono il Signore andranno consunti; […] Gesù Redentore, Maestro degli uomini, ha detto: senza di me nulla potete fare; ed ancora: chi non raccoglie meco, disperde». Poste le ragioni della verità, analizzate le cronache dell’epoca, il Pontefice sentenzia: «Queste divine parole si sono avverate, ed ancora oggi vanno avverandosi sotto i nostri occhi. Gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di tante rovine». Poiché: «si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche il filosofo pagano Cicerone intuirà potersi derivare soltanto dalla legge divina. E veniva pure meno all’autorità ogni solida base, ogni vera ed indiscutibile ragione di supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra; e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari» (Arcano Dei Consilio, 23.12.1922; cf. Appunti di teologia politica, n° 1, da Le Cronache Lucane, 02.2016). Sempre Papa Pio XI, il giorno 11 dicembre 1925, nella sua Quas Primas, proclamando la Regalità Sociale di Cristo, asserisce severo: «Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: Allontanato, infatti - così lamentavamo - Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali» (cf. Appunti di teologia politica, n° 2, da Le Cronache Lucane, 02.2016). Ciò assunto, facilmente si comprende perché oggigiorno in tanti si scagliano contro l’autorità, purtroppo anche molti che si dicono cattolici ed agiscono, invece, da rivoluzionari o ragionano da anarchici. Dalla pagina 38 alla 42, nel suo Storia sociale della Chiesa (vol I, ed. CLS, Verrua Savoia, 2016), mons. Umberto Benigni scrive di Autorità e della Dottrina politica degli Apostoli. Cito: «Al principio cristiano che rende religiosamente morale (e, perciò stesso, superiormente civile) la fedele sudditanza politica, san Paolo apporta una magistrale esposizione in un noto passo della sua epistola ai Romani, in cui parla complessivamente del rispetto ed obbedienza alla legge e della passività economico-sociale o tributaria. ‘‘Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori; imperocché non è podestà se non da Dio; e quelle che sono, sono da Dio ordinate. Per la qual cosa chi si oppone alla podestà, resiste all’ordinazione di Dio; e quei che resistono, si comperano la dannazione. Imperocché i principi sono il terrore non delle opere buone, ma delle cattive. Vuoi tu non aver paura della podestà? Opera bene e da essa avrai lode. Imperocché ella è ministra di Dio per te per il bene. Che se fai del male, temi; conciossiachè non indarno porta la spada: imperocché ella è ministra di Dio, vendicatrice per punire chiunque mal fa. Per la qual cosa siate soggetti com’è necessario, non solo per tema dell’ira ma anche per coscienza. Imperocché per questo pure voi pagate i tributi; giacché sono ministri di Dio che in questo stesso lo servono. Rendete dunque a tutti quel che è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi la gabella, la gabella; a chi il timore, il timore; a chi l’onore, l’onore»’’(Rom. XIII, 1-7). Riguardo alla fedeltà politica, che ora c’interessa, la dottrina generale di san Paolo è questa. Dio creatore e governatore del mondo ha stabilito un ordinamento per tutte le creature, ciascuna secondo la sua natura; l’uomo, essere ragionevole sociale (homo animal sociale, cf. san Tommaso), deve avere anche un ordinamento sociale. Dio ha disposto che la comunità sociale, la civitas, sia retta da alcune persone investite da una autorità che viene da Dio inquantochè essa realizza l’ordinamento voluto da lui. Perciò la ribellione contro l’autorità civile è una ribellione all’ordinamento sociale voluto da Dio. Ecco la ‘‘coscienziosità’’ della fedeltà politica che va dal rendere onore al pagare il tributo, cioè consiste nel riconoscimento morale e materiale dell’autorità. Conseguentemente a questo principio, l’Apostolo delle genti scrive a Tito per i fedeli: ‘‘Rammenta loro che siano soggetti ai principi ed alle podestà; che siano ubbidienti e pronti ad ogni buona opera’’ (Tit., III, 1). Ed a Timoteo aveva scritto di far pregare per le autorità affinché degnamente compiano il loro ufficio di giustizia e di civiltà, assegnato loro dall’ordinamento di Dio: ‘‘Raccomandando adunque prima di tutto che si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini: per i re e per tutti i costituiti in posto sublime, affinché meniamo vita quieta e tranquilla con tutta pietà ed onestà’’ (I Tim., II, 1-2). ...

Comunicato numero 21. L'uomo moderno «chiama bene il male e male il bene»

Stimati Associati, gentili Lettori, oggi pare che molti neghino la provvidenza di Dio e la Sua azione nel mondo e sul mondo. Questo modo di ragionare, ed eziandio di agire, può significare una sola cosa, che essi, in fondo in fondo, non credono in Dio: si dimostrano una sorta di atei che si dichiarano credenti per convenzione o per opportunità. Dobbiamo diffidare da simili commedianti, secondo l’anatema di Nostro Signore: «Duces caeci, excolantes culicem, camelum autem glutientes» - «Guide cieche, che filtra[no] il moscerino e ingoia[no] il cammello», le quali pagano «la decima della menta, dell’anèto e del cumìno», mentre trasgrediscono «le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» - «Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia decimatis mentam et anethum et cyminum et reliquistis, quae graviora sunt legis: iudicium et misericordiam et fidem!». Insegna Papa Leone XIII nella Arcanum Divinæ del 10 febbraio 1880: «[...] Cristo Signore cominciò ad eseguire il mandato che gli aveva dato il Padre, subito comunicò a tutte le cose una nuova forma e bellezza, dileguandone ogni squallore. Infatti, Egli sanò le ferite che il peccato del primo padre aveva cagionato alla natura umana; riconciliò con Dio tutti gli uomini, per natura figli dell’ira; ricondusse alla luce della verità coloro che erano oppressi dagli errori; riportò ad ogni virtù coloro che erano soggiogati da ogni impudicizia; [...] Affinché poi benefìci tanto singolari durassero sulla terra fintantoché vi fossero uomini, costituì la Chiesa vicaria di ogni sua potestà, e, guardando all’avvenire, volle che essa, se qualche turbamento si verificasse nella società umana, vi riportasse l’ordine e riparasse eventuali guasti. [...] Infatti, appena stabilita nel mondo la religione cristiana, a tutti e singoli gli uomini fu offerta la felice sorte di conoscere la paterna provvidenza di Dio, di avvezzarsi a porre in essa ogni loro fiducia, ed a nutrire quella speranza che non confonde, cioè la speranza dei celesti aiuti, dai quali derivano la fortezza, la moderazione, la costanza, l’equilibrio dello spirito e, infine, molte belle virtù e fatti egregi. È davvero meraviglioso quanta dignità, quanta stabilità e quanto decoro ne siano derivati alla comunità familiare e a quella civile. L’autorità dei Principi si è resa più ragionevole e più santa; l’obbedienza dei popoli più devota e più pronta; i vincoli di fratellanza fra i cittadini più stretti, i diritti di proprietà più garantiti. La religione cristiana provvide a tutte le cose che sono ritenute utili nello Stato, [...]». Sempre il mentovato Pontefice, nella Sapientiæ Christianæ del 10 gennaio 1890, profeticamente ci erudisce in tal guisa: «La Chiesa in nessun tempo e in nessun modo viene abbandonata da Dio: per questo non ha nulla da temere dalla malvagità degli uomini; ma le nazioni, degenerando dalla virtù cristiana, non possono avere la stessa sicurezza. “Infatti il peccato rende miseri i popoli” (Pr. XIV,34). E se ogni età anteriore ha sperimentato la forza e la verità di questa sentenza, per quale motivo non dovrebbe sperimentarla la nostra? Anzi, molti già affermano che il castigo è imminente e la condizione stessa degli Stati moderni lo conferma: infatti ne vediamo parecchi per nulla sicuri e tranquilli a causa delle discordie intestine. E se le fazioni dei malvagi continueranno spavaldamente per questa strada: se accadrà che coloro che già procedono sulla via del malaffare e dei peggiori proponimenti aumentino di potere e di mezzi, c’è da temere che demoliscano tutto l’edificio sociale fin dalle fondamenta poste dalla natura. E non è possibile che tanti pericoli possano essere allontanati con la sola opera degli uomini, soprattutto perché molta gente, abbandonata la fede cristiana, giustamente paga il fio (ovvero il castigo, ndR) della propria superbia; accecata dalle passioni, inutilmente cerca la verità; abbraccia come vero ciò che è falso, e crede di essere saggia “quando chiama bene il male e male il bene” e chiama “luce le tenebre e tenebre la luce” (Is. V,20). È necessario che Dio intervenga e, memore della sua benignità, rivolga uno sguardo pietoso sulla società civile. Per questo, come abbiamo altre volte esortato, è necessario adoperarsi con particolare zelo e costanza affinché la divina clemenza venga implorata con umile preghiera e siano richiamate quelle virtù che costituiscono l’essenza della vita cristiana».

A cura di CdP

Comunicato numero 20. Sant’Ormisda: una fede, un governo, una Chiesa

Stimati Associati, gentili Lettori, il 6 agosto dell’anno 523 moriva Papa sant’Ormisda. Ogni legittimo Pontefice ci ha lasciato in eredità il grande tesoro del suo Magistero, che, senza trascurare i nostri doveri di stato e senza travalicarne i limiti, faremmo bene a meditare con filiale attenzione. La Professione di fede che ci accingiamo a studiare era destinata al clero che rientrava dallo scisma acaciano. Oggi risulta insolito parlare di scisma, dato che ognuno sembra predicare e praticare la propria ‘esclusiva’ fede sentimentale, generalmente un misto di relativismo, naturalismo e fideismo, noncurante di qualsiasi autorità, nell’indifferenza di chi dovrebbe essere l’autorità, eppure la storia ci insegna che la Chiesa ha sempre e santamente vigilato sull’unità di fede e di governo. Tra le diverse versioni, di poco differenti l’una dall’altra, viene qui riportata quella che sant’Ormisda consegnò al suo legato l’11 agosto 515. Essa fu sottoscritta a Costantinopoli il 18 marzo 517. È molto vicina a questa versione della formula un’altra che fu allegata alla lettera Inter ea quae, indirizzata ai vescovi della Spagna in data 2 aprile 517. Il 16 marzo 536 l’imperatore Giustiniano ed il patriarca Menas di Costantinopoli (Collectio Avellana, Lettera 89 90) e più tardi anche il Concilio di Costantinopoli IV (Sessione 1) sottoscrissero una formula di questo tipo (cf. Denzinger, 363-365; pag. 208-209). Leggiamo: «(1) L’inizio della salvezza è custodire la regola della retta fede e non deviare in nessun modo da quanto stabilito dai Padri. E giacché non si può non tenere conto della sentenza del Signore nostro Gesù Cristo, che dice: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa [Mt 16,18], quanto fu detto vien dimostrato dai fatti che seguirono, giacché presso la Sede Apostolica la religione cattolica è sempre stata conservata immacolata. (2) Non desideriamo dunque affatto separar(ci) da questa speranza e (questa) fede e, seguendo in tutto quanto i Padri hanno stabilito, anatematizziamo tutte le eresie, particolarmente l’eretico Nestorio, che è stato a suo tempo vescovo della città di Costantinopoli, (e fu) condannato nel Concilio di Efeso da Celestino, papa della città di Roma e da san Cirillo, vescovo della città di Alessandria; assieme a costui, anatematizziamo Eutiche e Dioscoro d’Alessandria, condannati nel santo Concilio di Calcedonia, che seguiamo e abbracciamo [e che sulle orme del s. Concilio di Nicea proclamò la fede apostolica]. (3) Aggiungiamo a costoro [Detestiamo anche] il traditore Timoteo soprannominato Eluro, e il suo discepolo e in tutto (suo) seguace Pietro d’Alessandria; così pure condanniamo [anche] e anatematizziamo Acacio, vescovo di Costantinopoli, condannato dalla Sede Apostolica, loro complice e seguace, oppure coloro che sono rimasti nella condivisione di comunione con loro: giacché [Acacio] meritò nella condanna un giudizio simile (a quello) di coloro alla cui comunione si unì. Condanniamo non di meno Pietro d’Antiochia con i suoi seguaci e (i seguaci) di tutti i sopraddetti. (4) Conseguentemente accogliamo [invece] e approviamo tutte le lettere del beato papa Leone, da lui scritte circa la religione cristiana. Quindi, come abbiamo sopra detto, seguiamo in tutto la Sede Apostolica e proclamiamo tutto quanto è stato da essa stabilito, [E perciò] spero di meritare di essere nell’unica comunione con voi, (quella) proclamata dalla Sede Apostolica, nella quale c’è l’integra e verace [e perfetta] solidità della religione cristiana: promettiamo [prometto] anche [in futuro] di non leggere durante i misteri i nomi di coloro che sono stati allontanati dalla comunione con la Chiesa cattolica, cioè coloro che non sono d’accordo con la Sede Apostolica. [Che se cercherò in qualcosa di deviare dalla mia professione, professo che per il mio stesso giudizio sono complice di quanti ho condannato]. (5) Questa mia professione poi [io] (l’)ho sottoscritta di propria [mia] mano e (l’)ho consegnata [mandata] a te, Ormisda, santo e venerabile papa della città di Roma ...».

A cura di CdP

Comunicato numero 19. Il buon costume, la cosiddetta educazione sessuale e la diseducazione morale

Stimati Associati, gentili Lettori, se vi state domandando perché i nostri comunicati siano sempre densi di citazioni scelte e scarni di considerazioni personali, lo si deve al fatto che il settimanale SVRSVM CORDA tratta temi delicatissimi, i più delicati che esistano, dove potrebbe essere in giuoco l’anima delle persone, il bene più prezioso che tutti abbiamo; pertanto, non essendo noi all’altezza, altrimenti non sentiremmo neanche la necessità di formarci su SVRSVM CORDA  ed altrove, lasciamo che sia SEMPRE e solo la Chiesa ad istruire. Poche considerazioni, così, ma tanti e tanti contenuti - di granito - che vengono dalla Bocca di Dio, dall’Oracolo del Signore, ovverosia dalla  Chiesa cattolica. Scacciamo ogni istante la tentazione della setta protestantica del libero esame, che dalla mente perversa di Lutero, il quale, di dannata memoria, tutto voleva fare e solo secondo il proprio punto di vista, ci ha restituito molte mostruosità del pensiero e morbi sociali, fra cui il comunismo, il socialismo, il liberalismo e, abominevole più che mai, il rivoluzionarismo liberticida francese. Ciò premesso, veniamo al tema d’oggi: «Il buon costume e la diseducazione morale». Insegna Papa Leone XIII nella Immortale Dei del giorno 1 novembre 1885: «La sola vita virtuosa spiana la via al cielo, meta ultima dell’uomo; e perciò fallisce lo Stato a leggi prescritte dalla natura, ove tolto ogni freno all’errore e al male, lasci piena balia di travolgere le menti e di corrompere i cuori. Tener poi lontana dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’insegnamento, dalla famiglia, la Chiesa da Dio stesso fondata, è grande e funestissimo errore. Società virtuosa non può essere, tolto il fondamento della Religione; ed ormai, forse più di quello che bisogni, si sa da tutti a che si riduca e dove vada a parare quella morale che chiamano civile. Maestra verace di virtù e tutrice del buon costume è la Chiesa di Cristo; è essa che mantiene incolumi i principii donde derivano i doveri, e messi dinanzi i più efficaci motivi a vivere rettamente, non solo vieta le reazioni esterne, ma comanda altresì di frenare i movimenti dell’animo contrarii alla ragione, ancorché puramente interni» (cf. Civiltà Cattolica, anno Trigesimosesto, vol. XII, della serie Duodecima, p. XXV). Papa Pio XI nella Divina Illustri Magistri, del giorno 31 dicembre 1929, asserisce: «Massimamente pericoloso è quel naturalismo, che, ai nostri tempi, invade il campo dell’educazione in argomento delicatissimo quale è quello dell’onestà dei costumi. Assai diffuso è l’errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola, promuovono una cosidetta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso, con mezzi puramente naturali, quali una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente ed anche pubblicamente e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro quei pericoli». Ancora: «Costoro errano gravemente non volendo riconoscere la nativa fragilità della natura umana e la legge, di cui parla l’Apostolo, ripugnante alla legge della mente (San Paolo, ai Romani, VII, 23), e misconoscendo anche l’esperienza stessa dei fatti, onde consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell’ignoranza intellettuale quanto principalmente dell’inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia». Papa Leone XIII nella sua Rerum novarum, del giorno 15 maggio 1891, riflette: «La prosperità delle Nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dalla osservanza della Religione e della giustizia, dall’imposizione moderata e dall’equa distribuzione delle pubbliche gravezze, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell’agricoltura e da altre simili cose, le quali quanto maggiormente promosse, tanto più rendono felici i popoli».

A cura di CdP

Comunicato numero 18. Chi è fuori della Chiesa si salva? L’ignoranza  vincibile non scusa

Stimati Associati, gentili Lettori, grazie a Dio, nonostante la ‘pausa’ estiva, fino ad ora siamo stati sempre puntuali nella stesura, stampa e distribuzione del nostro settimanale. Come avrete potuto notare, da questo numero ci concentreremo soprattutto sullo studio di alcuni libri, fra i quali: 1) «Fortes in Fide», don Bussinello; 2) «Il Sillabario del Cristianesimo», mons. Olgiati. Perché questa scelta? Per due ragioni. Lo scritto di don Bussinello è semplice ed immediato, adatto soprattutto ai giovanissimi ed agli ignoranti. Purtroppo, soprattutto nell’epoca moderna, se non si riparte dalla base, si rimane e si vive ignoranti. Quello di mons. Olgiati, invece, bene si presta a chi ha già acquisito, evidentemente studiando sui buoni libri, almeno i rudimenti della vera religione, la Cattolica, dunque apre ad approfondimenti filosofici e di anti modernismo. Quando avremo terminato lo studio di questi due libri, se Dio vorrà, pian pianino leggeremo e stamperemo altro. Cosa conta nella vita? Ciò che primariamente conta è la salvezza dell’anima. Commentando il Catechismo di san Pio X, padre Dragone riferisce al numero 132: «Chi è fuori dalla Chiesa si salva? Chi è fuori dalla Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto, non si salva; ma chi ci si trova senza propria colpa, e viva bene, può salvarsi con l’amore di carità, che unisce a Dio e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all’anima di lei». Il padre sta citando Papa san Pio X. Spiega, poi, Dragone: «La Chiesa ha un corpo formato dal Capo e dalle varie membra unite al Capo mediante il carattere battesimale; ha inoltre un’anima, che è lo Spirito Santo, che vivifica le membra con la grazia e la carità. Per salvarsi è necessario morire in grazia di Dio; perciò per entrare in cielo occorre essere uniti almeno all’anima della Chiesa, mediante la grazia. Orbene: 1) è unito al corpo e all’anima della Chiesa, e quindi si salva, colui che è battezzato e muore in grazia di Dio; 2) è unito al corpo e non all’anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi è battezzato e muore in peccato mortale senza pentimento; 3) è unito all’anima e non al corpo della Chiesa, e quindi si può salvare, chi è senza battesimo, ma muore perdonato dei suoi peccati per il dolore perfetto con cui li ha detestati; 4) non è unito né al corpo né all’anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi non è battezzato, vive in peccato e muore senza il dolore perfetto. Non si può salvare chi è fuori della Chiesa per propria colpa, cioè chi sa che soltanto nella Chiesa vi è possibilità di salvezza, trascura di entrarvi o di ritornarvi, e muore in peccato senza l’amore di carità o il dolore perfetto. Invece si salva colui che è fuori della Chiesa senza propria colpa, o perché non la conosce o pur conoscendola, non sa che bisogna farne parte, ma vive bene, o almeno prima di morire si pente dei suoi peccati col dolore perfetto» (Spiegazione del Catechismo di San Pio X. Per i catechisti, ed. CLS, Verrua Savoia, 2009, pag. 207). Leggendo padre Dragone, abbiamo capito quanto sia necessario detestare l’ignoranza ed essere umili come gli innocenti, sempre pronti a studiare i buoni libri. Se si desidera l’ignoranza, difatti, si è colpevoli e molto facilmente ci si danna l’anima. Ci erudisce sant’Alfonso Maria de’ Liguori che usa il sommo san Tommaso ed altri: «È regola certa che non può darsi ignoranza invincibile in quelle cose che l’uomo deve e può sapere. Quando dunque non sa quel ch’è tenuto a sapere ed all’incontro può vincere l’ignoranza colla sua diligenza (studio superare potest, come parla S. Tommaso, I, II, q. 76, a. 2) egli non può essere scusato da colpa. Quali cose poi siam tenuti noi a sapere, le spiega l’Angelico nello stesso luogo: Omnes tenentur scire communiter ea quæ sunt fidei, et universalia juris præcepta; singuli autem quæ ad eorum statum vel officium spectant. Sicché, parlando del dritto naturale, non può darsi ignoranza invincibile nei primi principi della legge [...] Così anche non può darsi nelle conclusioni immediate o sieno prossime a detti principi, quali sono i precetti del decalogo. Neppure può darsi negli obblighi spettanti al proprio stato o proprio officio; poiché chi assume qualche stato, per esempio, ecclesiastico o religioso, o pure chi prende ad esercitare qualche officio, come di giudice, di medico, di confessore o simile, è obbligato ad istruirsi dei doveri di quello stato o di quell’officio; e chi l’ignora, lasciando d’istruirsene, o per timore di non esser poi tenuto ad osservarli, o per mera ma volontaria negligenza, la sua ignoranza sarà sempre colpevole, e tutti gli errori che indi commetterà per cagione di tal negligenza saranno tutti colpevoli, quantunque egli, nel commetterli, non abbia avvertenza attuale della loro malizia; mentre basta a renderli colpevoli l’avvertenza virtuale ossia (come chiamano altri) interpretativa, ch’egli ha avuta in principio in tralasciare di sapere le proprie obbligazioni. [... San Tommaso scrive] che non può essere scusato quel giudice, se erra nel giudicare per non saper le leggi che doveva aver imparate» (cf. Dell’uso moderato dell’opinione probabile, CAPITOLO II). 

A cura di CdP

Comunicato numero 17. Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice

Stimati Associati, gentili Lettori, dedichiamo questo comunicato al Capitolo IV della Pastor Aeternus. La Pastor Aeternus è una Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla Chiesa di Cristo e sul Papato, approvata il 18 luglio 1870, essendo papa Pio IX. Leggiamo insieme: "Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa. Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni . Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli. Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno. Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale. Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema".

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Stimati Associati, gentili Lettori, dopo 4 mesi di attività siamo arrivati al n° 16 del Settimanale Sursum Corda. Grazie a Dio, anche il numero degli Iscritti è in crescita e, attualmente, possiamo contare su 27 Tesserati. Le pubblicazioni del piccolo libro "Catechismo cattolico sulle rivoluzioni", S. Sordi, De Agostini, Torino, 1854, sono terminate; lo scritto è interamente leggibile in questa sezione del sito. Facciamo presente che il "Catechismo cattolico sulle rivoluzioni" è stato ripubblicato in italiano dalle Edizioni Amicizia Cristiana e si può acquistare cliccando qui.  Affermava don Bosco: "I tempi difficili, in cui viviamo, le calunnie, con cui i nemici della luce si adoperano per coprir la verità, persuadono la necessità di un catechismo, in cui si esponga la dottrina cattolica sulle rivoluzioni. La qual cosa certamente servirà di norma al cattolico, se mai tali tristi casi avvenissero, e servirà pure a far comprender a tutti gli uomini di senno, che il cattolicismo non deve, e non ha mai promosse, né promuoverà giammai le rivoluzioni. La ragione fondamentale, per cui il cattolicismo non verrà mai a favorire le rivoluzioni, consiste in ciò, che tutti i cattolici sono vincolali ad un’autorità certa, che è la Chiesa, e questa Chiesa, appoggiata alle Sacre Scritture, dice a tutti i fedeli: ubbidite alle legittime autorità; chi resiste all’autorità, resiste a Dio, da cui ogni autorità dipende. E poiché i fedeli devono uniformarsi a questa sentenza, ne segue che niun buon cattolico sarà partigiano delle rivoluzioni. È appunto per questo motivo che un dotto protestante d’oggidì, considerando l’uniformità di dottrina nella Chiesa Cattolica, giunse a dire: La sola Chiesa Cattolica è la scuola del rispetto (Guizot). Al contrario il protestantismo lasciando libero ciascuno d’interpretare la Bibbia come vuole, in esso l’uomo non ha più alcuna autorità che la propria ragione. Il protestante, se vuole essere conseguente a se stesso, deve dire: l’unica mia autorità è la mia ragione. Quindi via ogni dipendenza religiosa, via ogni convenzione sociale, via ogni ordine, ogni legge, via ogni autorità: la mia ragione e non altro: la sola forza mi farà ubbidire. Che anzi: se venisse a capriccio di uno o più protestanti di fare una congiura, di uccidere un loro superiore, fosse lo stesso sovrano, potrebbero farlo, purché loro sembri cosa buona. Noi intanto, mentre raccomandiamo ai cattolici di leggere attentamente questo catechismo, e di praticarne le massime ivi contenute, vorremmo altresì che servisse a far aprire gli occhi a tanti miseri sconsigliati, i quali o per malizia o per ignoranza si fanno promotori di una setta, il protestantismo, la quale, proponendo all’uomo di credere quel che vuole, e di fare quel che crede, apre uno spaventoso abisso alla società, e fa lecito ogni disordine, ogni misfatto. Ce ne scampi Iddio". Nel lavoro e nelle azioni del quotidiano ricordiamoci sempre di pregare così: "Misericordioso Iddio, concedete ch’io brami ardentemente ciò che Vi piace, lo investighi prudentemente, veracemente lo conosca e perfettamente lo compia a lode e gloria del Vostro Nome". 

CdP

15anteprima

Stimati Associati, gentili Lettori, per il periodo estivo il nostro bollettino sarà edito probabilmente a cadenza non settimanale, tuttavia, a Dio piacendo, faremo il possibile per garantire la consueta continuità. Al fine di rendere più agevole il lavoro di impaginazione, abbiamo leggermente modificato l'editing del settimanale che, ad un primo sguardo, risulta certamente più spartano e meno appetibile. Come ben sappiamo, però, a noi interessano i contenuti, quindi preghiamo affinché Sursum Corda possa continuare a fare informazione e formazione sulla base degli scritti di Papi, Santi ed eruditi. Oggi ricordiamo un breve passo tratto da Casti Connubii di Papa Pio XI: “Ma per venire ormai, Venerabili Fratelli, a trattare dei singoli punti che si oppongono ai diversi beni del matrimonio, il primo riguarda la prole, che molti osano chiamare molesto peso del connubio e affermano doversi studiosamente evitare dai coniugi, non già con l’onesta continenza, permessa anche nel matrimonio, quando l’uno e l’altro coniuge vi consentano, ma viziando l’atto naturale. E questa delittuosa licenza alcuni si arrogano perché, aborrendo dalle cure della prole, bramano soltanto soddisfare le loro voglie, senza alcun onere; altri allegano a propria scusa la incapacità di osservare la continenza, e la impossibilità di ammettere la prole a cagione delle difficoltà proprie, o di quelle della madre, o di quelle economiche della famiglia. Senonché, non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questo effetto, operano contro natura, e compiono un’azione turpe e intrinsecamente disonesta. Quindi non meraviglia se la Maestà divina, come attestano le stesse Sacre Scritture, abbia in sommo odio tale delitto nefando, e l’abbia talvolta castigato con la pena di morte, come ricorda Sant’Agostino: «Perché illecitamente e disonestamente si sta anche con la legittima sposa, quando si impedisce il frutto della prole. Così operava Onan, figlio di Giuda, e per tal motivo Dio lo tolse di vita». Pertanto, essendovi alcuni che, abbandonando manifestamente la cristiana dottrina, insegnata fin dalle origini, né mai modificata, hanno ai giorni nostri, in questa materia, preteso pubblicamente proclamarne un’altra, la Chiesa Cattolica, cui lo stesso Dio affidò il mandato di insegnare e difendere la purità e la onestà dei costumi, considerando l’esistenza di tanta corruttela di costumi, al fine di preservare la castità del consorzio nuziale da tanta turpitudine, proclama altamente, per mezzo della Nostra parola, in segno della sua divina missione, e nuovamente sentenzia che qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per la umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e che coloro che osino commettere tali azioni, si rendono rei di colpa grave. Perciò, come vuole la suprema autorità Nostra e la cura commessaCi della salute di tutte le anime, ammoniamo i sacerdoti che sono impegnati ad ascoltare le confessioni e gli altri tutti che hanno cura d’anime, che non lascino errare i fedeli loro affidati, in un punto tanto grave della legge di Dio, e molto più che custodiscano se stessi immuni da queste perniciose dottrine, e ad esse, in qualsiasi maniera, non si rendano conniventi. Se qualche confessore o pastore delle anime, che Dio non lo permetta, inducesse egli stesso in simili errori i fedeli a lui commessi, o, se non altro, ve li confermasse, sia con approvarli, sia colpevolmente tacendo, sappia di dovere rendere severo conto a Dio, Giudice Supremo, del tradito suo ufficio, e stimi a sé rivolte le parole di Cristo: «Sono ciechi, e guide di ciechi: e se il cieco al cieco fa da guida, l’uno e l’altro cadranno nella fossa» [Matth., XV, 14; S. Offic., 22 Nov. 1922]”. 

Comunicato numero 14. Cosa è necessario per la validità del Sacramento?

Perché talvolta è necessario percorrere molti chilometri per ricevere i Sacramenti? Ci risponde il Maccono nel suo Commento dogmatico-morale al Catechismo di san Pio X, Torino, 1928, vol. III, pag. 52 ss. Che cos’è la materia del Sacramento? Materia del Sacramento è l’elemento sensibile che si richiede per farlo, come l’acqua nel Battesimo. Che cos’è la forma del Sacramento? Forma del Sacramento sono le parole che il ministro  deve proferire nell’atto stesso di applicare la materia. In senso volgare noi diciamo materia ciò che si vede, si tocca, si sente, ecc.  e per forma intendiamo la figura delle cose materiali.  Nel linguaggio filosofico la parola materia indica ciò che non esiste da sé, né può esistere, ma prende esistenza al sopravvenire di un altro principio detto forma; cosicché ogni cosa esistente è composta di due comprincipi detti materia e forma: la materia è un alcunché di indeterminato, atto a divenire questa o quell’ altra sostanza; ciò che fa sì che sia questa sostanza e non un’altra, è la forma. La Chiesa prese il linguaggio dei filosofi e lo usa in senso metaforico nel parlare dei Sacramenti, cioè: come tutte le cose constano di due parti, materia e forma, così ancora i Sacramenti; e per materia nei Sacramenti, intende la cosa che si adopera per farli o l’atto materiale e visibile, come l’acqua nel Battesimo, il pane e il vino nell’Eucaristia, ecc.; e per forma le parole che si pronunziano nell’atto stesso di applicare la materia o nel fare l’atto visibile. Nel linguaggio sacramentale ciò che determina la materia è la forma. Nel Battesimo, per esempio, la materia è l’acqua, ma io posso versare l’acqua su una persona per rinfrescarla, per lavarla, per ischerzo, per dispetto, ecc. Che cos’è che fa sì che io, nel versarla, faccia un Sacramento? Le parole in sequenza: Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ossia, la forma. Nell’amministrazione dei Sacramenti si deve usare la materia e forma stabilita da Gesù Cristo, secondo l’insegnamento della Chiesa. Ogni cambiamento o difetto sostanziale rende nullo il Sacramento; ogni cambiamento accidentale volontario, e non giustificato da necessità o da altra gravissima causa, lo rende illecito, ossia, pecca chi lo amministra in tal modo. Non comprendendosi bene se il difetto sia sostanziale o accidentale, il Sacramento è dubbio, e, pertanto, potendo, si ripete sotto condizione (sub condicione). Chi è il ministro del Sacramento? Ministro del sacramento è la persona capace (es. ministro validamente ordinato, ecc.) che lo fa o conferisce, in nome e per autorità di Gesù Cristo. Per la validità del Sacramento si richiede nel ministro l’intenzione, almeno virtuale, di fare ciò che fa la Chiesa, che è poi l’intenzione di Gesù Cristo, il quale è ministro primario; ma non lo stato di grazia né la fede, perché l’uomo è solo ministro secondario. Per la liceità si richiede lo stato di grazia, l’attenzione, l’osservanza delle cerimonie, ecc. Quesito. È lecito ricevere un Sacramento da un ministro eretico o scismatico? Risposta. - No, all’infuori del pericolo di morte e insieme dell’assenza del sacerdote cattolico e rimosso ogni scandalo e pericolo di perversione, perché fuori del caso di grave necessità non si può ricevere un Sacramento da un ministro indegno (mai da uno falso), e non si può comunicare, sia pure passivamente, nelle cose divine con gli eretici o scismatici. La communicatio in sacris pregiudica, difatti, l’unità della Chiesa, include formale adesione all’errore e/o pericolo di errare nella fede. è di scandalo e di indifferentismo; è proibita dalla legge divina (cf. CJC ‘17, can. 2316 e 1258). In futuro approfondiremo altri aspetti.

Carlo Di Pietro

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