Un disgraziato, che aveva la triste abitudine di compiacersi nei pensieri disonesti (ossia lussuriosi, ndR), cadde malato e ricevette, con apparente devozione, gli ultimi Sacramenti. Dopo un giorno il confessore volle andarlo a visitare, tuttavia il disgraziato gli si fece incontro durante il tragitto. «Non andate più oltre, padre - gli gridò l’infelice - io già son morto e dannato». Gli chiese il sacerdote: «come, non avete voi fatto una buona confessione?». «Si - rispose il dannato - io la feci sincera la confessione; ma poco dopo il demonio, rappresentandomi alla fantasia le consuete colpevoli voluttà, mi domandò se, in caso di guarigione, non sarei di nuovo ritornato a quelle. Io ebbi la disgrazia d’acconsentire alla suggestione malvagia, ed in quel punto stesso venni sorpreso dalla morte. Ora io son dannato». Così dicendo, mostrò al sacerdote il fuoco che lo divorava, e disparve. Ma ecco un altro fatto terribile. Una nobile e molto pia gentildonna chiese in grazia al Signore di farle conoscere qual cosa, nella persona del sesso femminile, più dispiace a sua divina Maestà. Venne esaudita immediatamente. Le si aprì sotto gli occhi l’abisso infernale, dove ella scorse, in mezzo a crudeli tormenti, una donna, che subito riconobbe per una delle sue amiche, morta pochi giorni innanzi. Quella vista le cagionò dolore e meraviglia, perchè conosceva quella sua amica come una donna di non cattiva vita. Ma subito udì quella infelice esclamare: «È vero che io usavo le pratiche di religione, ma disgraziatamente fui schiava della vanità: dominata dalla passione di farmi vagheggiare, non esitai d’adottare mode indecenti per attirare sopra di me gli occhi altrui, e così accesi in più di un cuore l’impuro fuoco della disonestà. Ah se le donne cristiane sapessero quanto Iddio ha in abominazione l’immodestia nel vestire!». In quel punto la sciagurata veniva trafitta da due lance di fuoco e sommersa in una caldaia di piombo bollente. Allora la gentildonna capì che il peccato che più dispiace a Dio nelle donne è la vanità dell’aspetto. Intanto ecco qui una considerazione importantissima. Quell’uomo andò dannato non per fatti, ma per pensieri di disonestà (ossia di lussuria, ndR); quella donna arde nell’inferno non per una vita scorretta, ma per la stupida vanità di cercare mode e di farsi guardare dagli sfaccendati. Qual sublime lezione per tanti cristiani e per tante cristiane! Quelle vesti del mondo nostro non vi paiono catene per strascinare all’Inferno migliaia e migliaia di anime? Eppure non ci si bada, e si tira innanzi con una sicurezza che mette spavento. Eppure certe donne, che vogliono passare per pie, s’accostano alla Comunione con quelle vesti... con quelle mode... con quelle acconciature!...

(Tratto da Giacinto Belmonte cappuccino, Op. cit., 1887, con permesso dei Superiori, vol. II, pagine 182 - 184).

A cura di Carlo Di Pietro

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