Dio talvolta fa «sentire» la sua presenza in modo più vivo, specialmente alle anime favorite del dono della contemplazione. Santa Margherita Maria Alacoque attesta: «Io vedevo il mio Dio e lo sentivo vicinissimo a me. Udivo la sua voce, e tutto ciò molto meglio che con i sensi corporali. Infatti avrei ben potuto distrarmi dall’impressione dei sensi, ma non potevo opporre alcun impedimento a queste altre sensazioni, che mi s’imponevano in modo irresistibile. Quando ero sola non osavo sedermi per la presenza di questa Maestà». Giuseppe, figlio di Giacobbe, condotto schiavo in Egitto ed invitato dalla padrona a commettere un brutto peccato, le disse recisamente: «Come posso io commettere questo male e peccare contro il mio Dio?». Altra volta, di fronte allo stesso invito, fuggi di casa. Si lasciò accusare falsamente e gettare in prigione, piuttosto di peccare alla presenza di Dio (cf. Gn. c. 30). L’ebrea Susanna, messa nell’alternativa di peccare o di essere accusata e condannata a morte, disse: «E’ meglio per me cadere nelle vostre mani senza peccato, che peccare al cospetto di Dio». Accusata falsamente e condannata a morte, venne salvata da Dio all’ultimo momento con l’intervento del profeta Daniele, che smascherò i calunniatori e li fece condannare a morte (cf. Dn. c. 13). Pensieri tratti da Padre Dragone, Commento al Catechismo di san Pio X, ed. CLS, Verrua Savoia.

Tutto ciò che vi è di bello, di buono, di perfetto nelle creature è anche in Dio ed in sommo grado. Le creature sono la scala per cui dobbiamo salire a Dio, con la conoscenza e l’amore. Isaia in una visione contemplò Dio perfettissimo circondato dagli angeli che cantavano: Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria (v. Is 6, 1-4). Il beato Contardo Ferrini sapeva elevarsi dal creato al Creatore con grande facilità. Per lui l’universo era «il poema di Dio» che canta l’onnipotenza, la sapienza e la bontà divina. Scrisse ad un amico: «Vieni con me; ti farò conoscere le mie montagne. E là parleremo di Dio. Com’è bello su una vetta solitaria avvicinarsi a Dio e contemplare nella natura selvaggia e rude il suo sorriso eternamente giovane!». Anche il tempo avverso lo elevava a Dio. «L’Ascensione, la gioiosa festa del sursum corda, qui è stata turbata da un cielo coperto di nere nubi. Meglio ancora. Così penso di più che tutto passa, che tutto ciò che è terrestre non è nulla, che non dobbiamo trovare il nostro riposo in nulla. Penso al giorno senza sera, al cielo che non avrà nubi». Le creature possono essere perfette, ma non perfettissime, perchè non sono in grado di avere tutte le perfezioni, nè di averne alcuna in sommo grado. Solo Dio è perfettissimo, perchè: 1) ha tutte le perfezioni degli esseri creati. — Nelle creature ammiriamo molte qualità o perfezioni, come la bellezza, la bontà, la scienza, la potenza. Ma chi ha dato queste perfezioni? Dio, che necessariamente possiede ciò che dà; 2) in Lui vi sono tutte le perfezioni possibili. — Dio può creare infiniti altri uomini e mondi più perfetti di quelli esistenti. In Lui vi sono quindi tutte le perfezioni che potrebbe comunicare agl’infiniti esseri creabili. Le nostre perfezioni non sono senza difetto e senza limiti. Sono difettose: non conosciamo tutto e quel poco che conosciamo, lo conosciamo male: la nostra potenza non può fare tutto. Sono inoltre limitate nel numero. Infatti non possediamo molte perfezioni, come l’eternità di origine, l’immortalità, ecc. Dio non solo ha, possiede le perfezioni, ma è tutte e ciascuna delle sue perfezioni. Non solo è buono, sapiente, potente, cioè dotato di bontà, sapienza, potenza, ma è la stessa bontà, la stessa sapienza, la stessa potenza e ciascuna delle sue perfezioni, che s’identificano con Lui. Pensieri tratti da Padre Dragone, Commento al Catechismo di san Pio X, ed. CLS, Verrua Savoia.

Nell’ottobre del 1869 don Bosco si trovava ai Becchi, e con alcuni parlava della convenienza della definizione del dogma dell’infallibilità pontificia. Venne così a parlare del Dogma, e disse: «Il Dogma è una verità soprannaturale, la quale esplicitamente o implicitamente si trova nelle Sacre Scritture, ed è confermata dalla definizione della Chiesa o radunata in Concilio o dispersa per l’orbe. Il Dogma fu materia precipua della predicazione dei Padri: è la sostanza della nostra Religione, quindi è necessario che i fedeli ne siano istruiti e lo conoscano: esso ha relazione intima colla morale. Deve perciò essere predicato con esattezza, perché non venga ad essere di danno piuttosto che di vantaggio spirituale. Il Dogma va predicato: 1) perché è la parte più nobile e vitale della Religione; è il carattere con cui si distingue il fedele dall’infedele; 2) il Dogma è germe delle virtù soprannaturali; 3) il Dogma è la materia della nostra Fede: perché «Fides est sperandarum substantia rerum, argumentum - dice l’Apostolo san Paolo - non apparentium»: e deve essere noto ai fedeli perché possa essere esercitata la loro Fede; 4) il Dogma dimostra la relazione che passa tra le verità naturali e le soprannaturali; supera la forza della ragione, ma non è mai contrario a questa; 5) il Dogma va predicato, perché nutre l’umiltà, che è il fondamento della vita morale; è la sottomissione dell’intelligenza a Dio rivelante ed alla Chiesa docente». (M. B. IX. 733734)

Afferma san Bernardino da Siena nella sua Predica XXXIX (da Prediche volgari, pagine 896 - 897 e 915; cf. Il Sacramento del Diavolo, Fede&Cultura, Verona): «Non v’è peccato al mondo che più tenga l’anima, che quello della sodomia maladetta; del quale peccato è stato detestato sempre da tutti quelli che sono vissuti secondo Iddio […]. La passione per delle forme indebite è prossima alla pazzia; questo vizio sconvolge l’intelletto, spezza l’animo elevato e generoso, trascina dai grandi pensieri agli infimi, rende pusillanimi, iracondi, ostinati e induriti, servilmente blandi e incapaci di tutto; inoltre, essendo l’animo agitato da insaziabile bramosia di godere, non segue la ragione ma il furore […]. La ragione di ciò è perché essi sono accecati, e dove arebbono che hanno alle cose alte e grandi, come quelle che hanno l’animo magno, gli rompe e gli fracassa e riduceli a vili cose e a disutili e fracide e putride, e mai questi tali non si possono contentare […]. Come de la gloria di Dio ne partecipa più uno che un altro, così l’Inferno vi sono luoghi dove vi sono più pene, e più ne sente uno che un altro. Più pena sente uno che sia vissuto con questo vizio della sodomia che un altro, perocché questo è maggior peccato che sia». Ed ancora riportiamo degli estrapolati della sua lunghissima predica n° 39 (cf. Le prediche volgari di san Bernardino da Siena, nella Piazza del Campo, nell’anno 1427, Vol. III, Siena, Arciv. S. Bernardino Edit., 1888, dalla pag. 257 alla pag. 287, predica XXXIX, L’abominevole peccato della maledetta sodomia): «E però contra al detto vizio sarà il nostro dire, e vedremo- per fondamento tre cagioni, per le quali Iddio ha più in odio questo peccato, che alcun altro. Primo è per la sua maladetta corruzione. Corrupti sunt. Seconda, per la sua abominazione. Et abominabiles facti sunt in istudiis suis. Terza, de la sua reprobazione. Non est qui faciat bonum: non est usque ad unum. [...] Prima vediamo le condizioni abominevoli di questo pessimo peccato, tanto dispiacevole a Dio. [...] Sono veleni degli incantatori, — cioè del tintore che incanta. Nelle quali parole (san Bernardino ha appena citato David, ndR) se bene ci guardi dentro, ci vedi sette condizioni riprovate da Dio ne le maledette menti di questi sodomiti. [...] La prima, che sono in insania o vuoi in rabbia: Alienati sunt peccatores a vulva. La seconda, sono in corruttela: erraverunt ab utero. La terza, in falsità: locuti sunt falsa. La quarta, sono in furia. Furor illis secundum similitudinem serpentis. La quinta è durezza: sicut aspidis surdae. La sesta è superbia: obturantis aures suas , quae non exaudiet vocem incantantium. La settima è impenitenzia: et venefici incantantis sapienter. [...] L’amore de la forma d’un bel garzone è uno dimenticamento della ragione, e per sì fatto modo, che colui che ama è allato a lo impazzire e alienare.[...] A la pazzia, a la pazzia! Foedum minusque animo sospiti conveniens vitium: cioè, è uno vizio tanto brutto, che non si conviene all’animo savio e gentile. E però colui che va dietro a questo errore, ponvi mente che egli va dietro al giovane, come va il cane dietro a la cagna, che non può passar per via che egli non gli vada dietro. O fuoco pennace, che non discendi tu sopra questi tali! O maledette madri e anche voi padri, che stamane non ci avete portato tutti i vostri figliuoli! Turbat consilia ec.: turba i consigli di coloro che avrebbero li intelletti alti e grandi ; i quali consigli gli riduce ai piacer loro, e non a le cose ragionevoli. Dure imperiosos. Tutto si vorrebbe che fosse dolce e morbido nella casa, ed egli è tutto il contrario. Egli è iracondo, egli è superbo, egli è temerario; egli teme e non teme; cioè, che ciò che fa, fa alla pazzesca. [...] Eglino hanno errato dal ventre; — perché hanno imparato dal padre loro, che è sodomita. Eglino hanno errato dal ventre, — dice David ai Taliani. [...] A Sodoma tu vedi qui: fanciulli, giovani e vecchi, ognuno era involto in quello peccato. Sai perché v’ erano infino ai fanciulli ? Perché dice [la Scrittura, ndR]: — Chi tocca la pece s’imbratta. — Così era di costoro; che perché usavano coi giovani e coi vecchi, erano contaminati anche i fanciulli, si che per la mala usanza erano corrotti in questo peccato. Questi sodomiti sono colmi di falsità. Hanno tre intelletti: Primo, lusinghe. Secondo, promesse. Terzo, forze, minacce ed infamie. [...] si è zolfo, che sono parole puzzolenti; chè come lo zolfo puzza, così puzzano le parole che di ciò si fanno; che non valendo le lusinghe e le promesse ci viene poi alla cattiveria delle parole minacciose, e talvolta dopo le minacce si viene alle forze; e peggio, che dopo le forze si viene a la infamia, (alla calunnia, ndR): sempre si va di male in peggio. [...] Il cuore loro, è come di serpenti velenosi. [...] La paura e la temenzia mi cresce forte: io sto pure a udire, e io odo per tutta la città le grida insino nei letti [...]». Il sermone è di 30 pagine, dunque ci fermiamo qui. 

Insegna Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Maestro (Mt. X, citazione e commento da La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, Vol. III,  pag. 39 ss.): «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni malattia ed infermità. I nomi dei dodici apostoli sono questi: primo, Simone detto Pietro [...]. Questi dodici Gesù inviò dopo aver loro dato le seguenti istruzioni: “Non prendete la via dei pagani [...] Sanate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate demoni. [...] In qualunque città o borgata voi entriate, cercate in essa chi è degno e là restate fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, salutatela; e se la casa ne è degna, la vostra pace venga su di essa; se, invece, non è degna, la vostra pace a voi ritorni. E se qualcuno non vi accoglie o non ascolta le vostre parole, uscite da quella casa o città scuotendo la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile che quella città"». Breve commento: «Il saluto alla casa importava l’augurio della pace (Lc. X, 5), qui concepita in concreto e quasi personificata, in modo che vada e venga; un augurio o una benedizione, secondo la Bibbia, non erano espressi invano, quindi o restavano ai destinatari o ritornavano a chi salutava. La città inospitale è come una terra pagana della cui polvere gli Ebrei si liberavano prima di porre piede nella Terra santa, per non contaminarla (cf. Atti XIII, 51). Il castigo di Sodoma e Gomorra era il classico esempio di una punizione divina inesorabile». Spiega Marco Sales O.P. (Nuovo Testamento, Tipografia Pontificia Marietti, Imprimatur 1911, Vol. I, pag 44): «Il castigo riservato alla città, che rifiuta l’evangelizzazione degli Apostoli, sarà più grave di quello di Sodoma e Gomorra; perché essa è più colpevole, avendo sentita la predicazione e veduti i miracoli, che non sentirono e non videro le due infelici città distrutte da Dio a causa dei loro Peccati (cf. Gen. XIX, 24)». Gesù ricorda l’episodio della distruzione di Sodoma e Gomorra a causa della perversità e perdizione dei propri abitanti («Dio distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo», in Genesi); infine insegna che popoli (nazioni, città, gruppi, famiglie o semplicemente singoli soggetti) analogamente empi e depravati, nonostante la Sua predicazione e testimonianza, riceveranno sorte ben peggiore. Parimenti il destino sarà terribile per coloro che non accolgono integralmente l’insegnamento degli Apostoli, ovverosia della vera Chiesa: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc. X, 16); et «Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» (I Gv. 2,4).  Sempre in San Matteo (XI, 23-24), Gesù inveisce contro le città che non si erano pentite nonostante i Suoi tanti miracoli: «E tu, Cafarnao, credi che sarai innalzata fino al cielo? Fino all’ade sarai precipitata, perché se i miracoli compiuti in te fossero stati fatti a Sodoma, essa sarebbe là ancora oggi. Ebbene, vi dico: il paese di Sodoma, nel giorno del giudizio, avrà una sorte più sopportabile della tua». Ed in San Luca (X, 12.15) leggiamo: «Vi dico che in quel giorno a Sodoma toccherà una sorte migliore di quella che toccherà a questa città. [...] E tu, Cafarnao, forse che sarai innalzata fino al cielo? Fino all’ade sarai precipitata». Spiega il grande esegeta e biblista Giuseppe Ricciotti (Vita di Gesù Cristo, § 411): «Cosicché dal Suo cuore [dal Sacro Cuore di Gesù, ndR], uno di quei giorni, eruppe il rimpianto e la deplorazione: Guai a te Ghorozain! Guai a te Bethsaida! Giacché, se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i portenti avvenuti in voi, da lungo tempo in sacco e cenere avrebbero fatto penitenza! Senonché vi dico, per Tiro e Sidone vi sarà più tollerabile (sorte) nel giorno del giudizio che per voi! E tu Cafarnao, forseché fino al cielo sarai innalzata? Fino agli Inferi sarai abbassata! Giacché se in Sodoma fossero avvenuti i portenti avvenuti in te, sussisterebbe fino ad oggi! Senonché vi dico che per la terra di Sodoma vi sarà più tollerabile (sorte) nel giorno del giudizio che per te». La sorte della corrotta società contemporanea, quindi dei singoli soggetti, i quali «muoiono nell’anima» a causa del peccato (Dio non voglia che accada a noi), peggio ancora se trattasi di «morte dell’anima» a causa della turpe e deplorevole pratica dei sodomiti («Peccato mortale secondo solo all’omicidio volontario fra i gravissimi peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio», Catechismo di san Pio X); che dovessero avere la sventura di perdere la vita in tal stato, stando all’insegnamento chiarissimo ed indubitabile di Gesù Maestro, che è la Verità, riceveranno una condanna peggiore di quella che ebbero gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Conclude Marco Sales O.P.: «Più forte è la riprensione contro di questa città (Cafarnao), la quale avendo ricevuto maggiori benefizi, non ne fece alcun caso: e viene perciò paragonata a Sodoma (Gen. XIII, 13; XVIII, 20), città peccatrice per eccellenza. Il cielo e l’inferno sono i due estremi. Cafarnao [...] sarà condannata all’oblio ed all’ignominia. Le parole di Gesù si sono pienamente avverate. L’antica Cafarnao è ora ridotta ad un mucchio di rovine» (Op. cit., pag. 50). Ed in altro luogo: «Immersi negli affari terreni, non penseranno alle loro anime, non guarderanno ai segni che precedono il giudizio, e quando meno crederanno, comparirà il Figliuolo dell’uomo e li condannerà all’estremo supplizio» (Ivi., pag. 298).

Insegna san Pietro (II Pt. 2, 1-22, citazione e commenti da La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, Vol. III, pag. 734 ss.): «Ma vi furono tra il popolo anche falsi profeti; così pure tra voi ci saranno falsi maestri, che introdurranno dannose fazioni e rinnegheranno il Padrone che li acquistò, attirando su se stessi una pronta rovina. E molti andranno dietro le loro dissolutezze e per causa loro la via della verità sarà calunniata. Per avidità vi sfrutteranno, per mezzo di false parole. Il giudizio su di essi già da tempo non sta ozioso e la loro rovina non sonnecchia. Se infatti Iddio non perdonò agli angeli peccatori, ma, gettatili nell’inferno, li consegnò ad abissi tenebrosi [...]; e se non perdonò al mondo antico, ma solo protesse, con altre sette persone, Noè, araldo di giustizia, adducendo un cataclisma sul mondo degli empi; e se condannò alla catastrofe dell’incenerimento le città di Sodoma e Gomorra, come esempio per quelli che in avvenire sarebbero vissuti da empi, mentre liberò il giusto Lot, oppresso per la condotta dissoluta degli scellerati - infatti, abitando in mezzo ad essi, questo giusto, giorno per giorno aveva l’anima retta tormentata dalla vista e dall’udito delle loro opere inique - vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare invece per il giorno del giudizio gli iniqui per castigarli, soprattutto quelli che, per passione impura, si abbandonano alla carne e sprezzano la Sovranità. Audaci e arroganti, non temono di insultare le Glorie [...]. Simili ad animali irragionevoli, guidati dal puro istinto, nati per essere catturati e perire, ingiuriano ciò che ignorano. Periranno della stessa perdizione di quelli, ricevendo così la paga che merita l’iniquità. Considerano piacere il godimento di un giorno. Qual fango che macchia e disonora, guazzano nei piaceri, mentre sono alla stessa mensa con voi. Hanno gli occhi pieni della donna adultera e insaziabili di peccato, adescano le anime deboli, hanno il cuore assuefatto alla cupidigia, sono dei maledetti. Abbandonata la retta via, essi si smarrirono seguendo le orme di Balaam, figlio di Bosor, che amò il salario di azioni inique. Ed ebbe scorno per la sua colpa: un muto giumento da soma, esprimendosi in voce umana, trattenne la demenza del profeta! Costoro sono fonti senz’acqua e nubi investite da una bufera; caligine e tenebre sono loro riserbate. Pronunciando discorsi gonfi di vanità, adescano con le concupiscenze della carne, con le dissolutezze, coloro che da poco si erano sottratti a quei che vivono nell’errore. Promettono loro libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, giacché si rimane schiavi di chi ci ha vinto. Se, difatti, dopo aver fuggito le brutture del mondo con la conoscenza perfetta del Signore e Salvatore Gesù Cristo, vi si invischiano di nuovo e sono vinti, la loro condizione finale diventa peggiore di prima. Sarebbe stato meglio per essi non aver neppure conosciuto la via della giustizia, che, una volta conosciutala, voltar le spalle al santo comandamento loro trasmesso. Capitò loro ciò che dice quel giusto proverbio: Il cane è tornato al suo vomito e: “La scrofa lavata torna ad avvoltolarsi nel brago”». Ricchissimo di significato e di cronache, altamente profetico questo passo, ed ecco qui il nostro breve commento: «Tutto il capitolo è dedicato ai “falsi maestri”, dei quali [san Pietro Papa] predice la perniciosa influenza ma anche la pronta rovina. [...] La parola “popolo” designa Israele, in mezzo al quale ci furono “falsi profeti”. Anche al presente esistono tra i cristiani “falsi maestri”. [...] Il “Padrone che li acquistò” è Cristo salvatore, paragonato ad un padrone che acquista schiavi. I “falsi maestri” sono dunque dei veri eretici, perché negano la redenzione, la quale ha conferito a Cristo il dominio sovrano sull’umanità (cf. Giuda v. 4). L’immoralità degli eretici è denunciata anche da Giuda vv. 4.7 ecc. [...] Movente dell’attività degli eretici è l’avidità. [San] Pietro nella prima epistola aveva ammonito i presbiteri a fuggire l’interesse. Il giudizio di condanna, che segna la rovina di questi apostati, è già pronunciato [...]. Incomincia qui un lungo periodo: [...] Terzo esempio è la punizione di Sodoma e Gomorra (Gen. c. 19). Il tema si trova già sulle labbra di Gesù: Mt. 10,15; 11,23-24; Lc. 10,12. Giuda (v. 7) usa un linguaggio più crudo. Con i castighi contro gli empi, è ricordata la misericordia verso i giusti: Lot, ad esempio, [è] una figura, tra i suoi contemporanei, analoga a quella di Noè. [...] Le tre accuse di [san Pietro Papa] contro gli eretici: immoralità, disprezzo della Sovranità, bestemmia delle Glorie, erano già state formulate appunto da Giuda v. 8. [...] I “falsi maestri” approfittano della cordialità dei banchetti per indurre i fedeli ai loro stessi disordini. Nel passo parallelo di Giuda v. 12 si parla espressamente delle “agapi” della comunità cristiana. [...] Il concetto illustrato è la fallacia e vanità dell’insegnamento dei “falsi maestri”, che lascerà delusi chi di loro si fida. La magica parola adescatrice è “libertà”. Ma questa “libertà”, che cambia “in dissolutezza la grazia di Dio” (Giuda v. 4), in realtà fa piombare in una schiavitù peggiore, quella del peccato (cf. Gv. 8,34). [...] Si tratta adesso dei cristiani che si son lasciati sedurre. La loro condizione è ben peggiore di prima della conversione (cf. Mt. 12, 43 ss.). [...] Nell’espressione: “comandamento loro trasmesso”, c’è sottintesa la dottrina della tradizione e del deposito da custodire (cf. Giuda v. 3 e I Cor. 11, 2).

Dal Sermone XXI De nativitate Domini, pronunciato nella chiesa di Santa Maria della Porziuncola, nel quale san Bonaventura illustrava alcuni fatti miracolosi accaduti nel momento del Santo Natale (traduzione dal latino di terzi): «Questi, secondo diverse testimonianze, sono i miracoli manifestatisi al popolo peccatore il giorno della Natività di Cristo. Primo - Una stella splendente apparve nel cielo verso Oriente, e dentro di essa si vedeva la figura di un bellissimo bambino sul cui capo rifulgeva una croce, per manifestare la nascita di Colui che veniva a illuminare il mondo con la sua dottrina, la sua vita e la sua morte. Secondo - In Roma, a mezzo giorno, apparve sopra il Campidoglio un cerchio dorato attorno al sole - che fu visto dall’Imperatore e dalla Sibilla raffigurante al centro una Vergine bellissima che portava un Bambino, volendo così rivelare che Colui che stava nascendo era il Re del mondo che si manifestava come lo «splendore della gloria del Padre e la figura della sua stessa sostanza» (Ebrei 1,3). Vedendo questo segnale, il prudente Imperatore (Augusto) offrì incenso al Bambino, e da allora rifiutò di essere chiamato dio. Terzo - In Roma venne distrutto il “tempio della Pace”, sul quale, quando era stato costruito, i demoni si domandavano per quanto tempo sarebbe durato. Il vaticinio fu: «fino al momento in cui una vergine concepirà». Questo segnale rivelò che stava nascendo Colui che avrebbe distrutto gli edifici e le opere della vanità. Quarto – Una fonte di olio di oliva sgorgò improvvisamente a Roma e fluì abbondantemente, per molto tempo, fino al Tevere, per dimostrare che stava nascendo la Fonte della pietà e della misericordia. Quinto - Nella notte della Natività, le vigne di Engadda, che producevano balsamo e aromi, si coprirono di foglie e produssero nettare, per significare che stava nascendo Colui che avrebbe fatto fiorire, rinnovare, fruttificare spiritualmente e attirare con il suo profumo il mondo intero. Sesto - Circa trentamila ribelli furono uccisi per ordine dell’Imperatore, per manifestare la nascita di Colui che avrebbe conquistato alla sua Fede il mondo intero e avrebbe precipitato i ribelli nell’inferno. Settimo - Tutti i sodomiti, uomini e donne, morirono su tutta la terra, secondo quanto ricordò San Gerolamo commentando il salmo:«È nata una luce per il giusto», per evidenziare che Colui che stava nascendo veniva a riformare la natura e a promuovere la castità. Ottavo - Nella Giudea un animale parlò, e lo stesso fecero anche due buoi, affinché si comprendesse che stava nascendo Colui che avrebbe trasformato gli uomini bestiali in esseri razionali. Nono - Nel momento in cui la Vergine partorì, tutti gli idoli dell’Egitto caddero in frantumi, realizzando il segno che il profeta Geremia aveva dato agli egiziani quando viveva tra loro, affinché si intendesse che stava nascendo Colui che era il vero Dio, l’unico che doveva essere adorato assieme al Padre ed allo Spirito Santo. Decimo - Nel momento in cui nacque il Bambino Gesù, e venne deposto nella mangiatoia, un bue e un asino si inginocchiarono e, come se fossero dotati di ragione, Lo adorarono, affinché si capisse che era nato Colui che chiamava al suo culto i giudei e i pagani. Undicesimo - Tutto il mondo godette della pace e si trovò nell’ordine, affinché fosse palese che stava nascendo Colui che avrebbe amato e promosso la pace universale ed impresso il sigillo sui propri eletti per sempre. Dodicesimo - In Oriente apparvero tre stelle che in breve si trasformarono in un unico astro, affinché fosse a tutti manifesto che stava per essere rivelata l’unità e trinità di Dio, e anche che la Divinità, l’Anima e il Corpo si sarebbero congiunti in una sola Persona. Per tutti questi motivi la nostra anima deve benedire Dio e venerarLo, per averci liberato e per avere manifestato la Sua maestà, con così grandi miracoli, a noi poveri peccatori».

Insegna sant’Alfonso in Pratica del Confessore per ben esercitare il suo Ministero, Marietti, Torino, 1829, pag. 114:  «De actibus turpibus consummatis contra naturam» - «Gli atti indecenti e turpi consumati contro natura. Essi sono tre, vale a dire la sodomia, la bestialità e la mollezza o polluzione - sodomia, bestialitas, et pollutio». «La sodomia presenta una deformità speciale, ovvero l’indebito rapporto (o accoppiamento - concubitus), specialem deformitatem  dovuta all’unione omosessuale». Sant’Alfonso spiega che «[...] l’accoppiamento del maschio con il maschio, e della donna con la donna, è una “sodomia perfetta”, nel senso che si usano conflittualmente le parti del corpo - in quacumque parte corporis fiat congressus - per fare sesso indebito, contro natura. [...] Va notato (al n° 3) che i sodomiti - sive sint agentes, sive patientes - se sono laici, essi incorrono nella pena di morte e della combustione del cadavere - incurrunt poenam mortis, et combustionis cadaveris». Ed in altro luogo: «Quod poena sodomitarum, si sint laici, damnatur morte et combustione» (Homo apostolicus, Argentinæ, 1820, tomus I., tract. 9, n. 26).

Insegna san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (VI, 9-11): «[...] non sapete che gli ingiusti non entreranno in possesso del regno di Dio? Non illudetevi! Né gli impudichi, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né gli ingiuriatori, né i rapinatori avranno l’eredità del regno di Dio. Appunto questo eravate, alcuni di voi! Ma vi mondaste; ma foste santificati; ma foste giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e dallo Spirito del nostro Dio» (La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, pag. 423). Breve commento: «A Corinto [di circa 600.000 abitanti, ndR] pullulavano le religioni più disparate: dal giudaismo alle religioni ellenistiche ed orientali più strane, spesso di tendenza sincretistica. Anche i dislivelli sociali vi erano molto accentuati. Di fronte a una minoranza di gente ricchissima, languiva una massa enorme di schiavi (circa due terzi della popolazione) e di gente miserabile. Tutto ciò spiega la triste nomea di città corrottissima che Corinto s’era formata dappertutto. Per indicare una vita sregolata, si diceva «vivere alla maniera dei Corinzi», e «ragazza di Corinto» era sinonimo di ragazza scostumata [di facili costumi, sensuale, sporcacciona, ndR]. Senza dubbio, tale situazione morale dipendeva in parte dalle condizioni sociali degli abitanti, dalla miseria e dal carattere portuale della città; tuttavia doveva essere pure notevolmente determinata dal turpe culto della dea Afrodite. [...] I peccati enumerati [da san Paolo nel passo citato] sono gravi, poiché escludono dal regno di Dio, [escludono] dal Paradiso. Il monito: Non illudetevi! lascia intendere che v’erano di quelli ingannati da teorie libertine. Elenchi di vizi, simili a questo ma adattati ai bisogni dei destinatari, s’incontrano con frequenza in san Paolo (cf. Gal. 5,19; Rom. I, 28-31; II Cor. 12,20; Col. 3,5; Ef. V,3-5). Essi formano, per così dire, un piccolo catechismo di morale. L’idolatria, come è noto, portava anche ai disordini sessuali» (pagg. 409 - 423).

Insegna san Paolo nella Lettera ai Romani, I, 18-32 e II, 1-3: «Ecco infatti che l’ira di Dio si manifesta dal cielo contro ogni genere d’empietà e d’ingiustizia degli uomini che tengono la verità prigioniera dell’iniquità; perché ciò che di Dio si può conoscere è palese in essi, avendoglielo Iddio stesso manifestato. Sì, gli attributi invisibili di Lui, l’eterna sua potenza e la sua divinità, fin dalla creazione del mondo si possono intuire, con l’applicazione della mente, attraverso le sue opere. Costoro sono dunque senza scusa, perché, pur avendo conosciuto Iddio, né gli diedero gloria, come a Dio, né gli resero grazie, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insensato s’offuscò. Essi, che pretendevano d’essere sapienti, diventarono stolti e sostituirono la gloria del Dio immortale con immagini di uomini mortali, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Per questo Iddio li diede, secondo le voglie dei loro cuori, in balìa dell’impurità, così che giunsero al più profondo avvilimento dei loro corpi; proprio essi, che avevano permutato il vero Dio con la menzogna, reso culto ed adorazione alla creatura in cambio del creatore - che sia benedetto per sempre. Amen! Per questo Iddio li diede in balìa di passioni vergognose. Infatti, le donne loro tramutarono i rapporti conformi a natura con rapporti contro natura; del pari anche gli uomini abbandonarono i rapporti naturali con la donna e si accesero di brame gli uni verso gli altri, facendo, maschi con maschi, cose infami e ricevendo in loro stessi la giusta paga dovuta alla loro aberrazione. Disdegnarono di conservare la vera conoscenza di Dio; Iddio li diede allora in balìa della loro mentalità pervertita ed essi compirono cose indegne. Sono riboccanti di ogni sorta di ingiustizia, malvagità, avidità, malizia. Son pieni di invidia, omicidi, discordie, inganni, malignità. Son diffamatori, maldicenti, odiosi a Dio, insolenti, superbi, arroganti, escogitatori di mali, ribelli ai genitori, privi di senno, perfidi, senza cuore, senza compassione. Pur conoscendo il decreto di Dio, che vuole che gli autori di azioni siffatte siano degni di morte, essi non solo le compiono ma approvano altresì coloro che le commettono. Per questo sei senza scusa tu che ti erigi a giudice, chiunque tu sia; sì, mentre giudichi gli altri condanni te stesso, perché commetti le medesime azioni tu, il giudice. Ora sappiamo che il giudizio di Dio condanna secondo verità gli autori di opere simili. E pensi tu, che giudichi coloro che compiono tali azioni mentre tu pure le fai, di poter sfuggire al giudizio di Dio?» (La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, pag. 520 ss.). Breve commento: «Il Concilio Vaticano [1869 - 1870] cita san Paolo a conferma della sua definizione dogmatica sopra la possibilità di conoscere con certezza, mediante il lume della ragione, l’esistenza di Dio, principio e fine di tutte le cose. [...] Quel perdersi dell’uomo dietro se stesso, quel cullarsi orgoglioso nelle sue trovate e nelle sue scoperte è all’antitesi della glorificazione di Dio. Ed ecco allora la conseguenza: il vaneggiare della mente straniata da Dio o meglio, se si vuol essere fedeli al verbo greco per far posto a nullità e stupidità [...] e l’offuscarsi dell’intelligenza. [...] La stessa natura si vendicò, degenerando e corrompendosi. I vizi descritti nei versetti 26-27, ben noti nell’antichità tra gli strati superiori del mondo greco-romano, furono talvolta oggetto di compiacenti approvazioni da parte di letterati ed artisti. La pederastia era entrata persino in certi culti. L’Apostolo non poteva essere più crudo e più efficace nel denunciare le tare d’una società abbandonata ai suoi istinti, all’orgoglio, alla rivolta contro il dovere [...]» (note pag 520 e 521).

«Come dice san Gregorio, i vizi carnali, compresi sotto il nome d’intemperanza, sebbene siano di minore gravità, sono però più infamanti. Infatti la gravità della colpa si desume dal suo allontanamento dal fine: invece l’infamia si desume dalla turpitudine, che risulta specialmente dalla degradazione di chi pecca» (Summa Theologiæ, IIª-IIae, q. 142 a. 4 ad 1). «Il generalizzarsi di un peccato ne diminuisce la turpitudine e l’infamia nell’opinione degli uomini; ma non nella natura stessa del peccato» (Ivi., ad 2). «Quando si dice che l’intemperanza è il vizio più disonorante, s’intende tra i peccati umani, cioè nell’ambito delle passioni che in qualche modo sono conformi alla natura umana. Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell’intemperanza: il fatto, per esempio, di provare gusto nel mangiare carne umana, o nel coito bestiale od omosessuale» (Ivi., ad 3). «Il disonore si contrappone all’onore e alla gloria. Ora [...] è dovuto all’eccellenza; mentre la gloria implica lustro o distinzione. Perciò l’intemperanza è sommamente disonorante per due motivi. Primo, perché è la cosa più incompatibile con l’eccellenza, o grandezza dell’uomo: infatti essa ha per oggetto i piaceri comuni a noi e alle bestie, come sopra abbiamo notato. Di qui le parole dei Salmi: “L’uomo non ha compreso il proprio onore: si è messo alla pari dei giumenti irragionevoli e diviene simile ad essi”. - Secondo, perché essa ripugna al massimo alla distinzione e alla bellezza dell’uomo: poiché nei piaceri che sono oggetto dell’intemperanza la luce della ragione, da cui dipende tutto lo splendore e la bellezza della virtù, viene oscurata al massimo. Cosicché questi piaceri si dicono sommamente servili» (IIª-IIae, q. 142 a. 4 co). «Come già abbiamo notato, esiste una specie distinta di lussuria là dove si riscontra uno speciale disordine, che rende ripugnante l’atto venereo. E questo può avvenire in due maniere. Primo, perché ripugna alla retta ragione: il che si riscontra in tutti i peccati di lussuria. Secondo, perché oltre ciò ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura. Ciò può avvenire in più modi. Primo, quando senza nessun commercio carnale si procura la polluzione per il piacere venereo: e questo è il peccato di immondezza, che alcuni chiamano mollezza (o masturbazione). - Secondo, praticando la copula con esseri di altra specie: e questo si chiama bestialità. - Terzo, accoppiandosi con sesso indebito, cioè maschi con maschi e femmine con femmine, come accenna san Paolo scrivendo ai Romani: e questo è il vizio della sodomia. - Quarto, non osservando il modo naturale della copula; o non usando i debiti organi; o adoperando nell’atto altri modi mostruosi e bestiali» (IIª-IIae, q. 154 a. 11 co). «Il lussurioso non ha di mira la generazione, ma il piacere venereo: il quale si può ottenere anche senza gli atti da cui segue la generazione di un uomo. E questo è quanto si cerca nel vizio contro natura» (Ivi., ad 3). «Poiché nel vizio contro natura si trasgredisce ciò che è determinato per natura nell’uso dei piaceri venerei, ne segue che questo è il peccato più grave in tale materia. - Dopo viene l’incesto, il quale, come abbiamo detto, è contro la naturale riverenza dovuta ai propri congiunti» (IIª-IIae, q. 154 a. 12 co). «L’ordine della retta ragione deriva dall’uomo, ma l’ordine della natura deriva da Dio. Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi sant’Agostino: “I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, son sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine la natura di cui egli è l’autore” (Ivi., ad 1).

«Ma dopo che gli uomini ebbero dimenticato il loro Dio, si comportarono più alla maniera degli animali che secondo l’ordinamento divino. Accadde così che molti amavano più gli animali che i loro simili, tanto che maschi e femmine si mescolavano e avevano rapporti con animali in modo tale che l’immagine di Dio era da loro già quasi completamente deformata. L’intera specie umana si trasformò in esseri mostruosi; parecchi si conformarono al modo di vivere di animali selvaggi e ne imitarono anche le voci; e così furono visti correre qua e là, emettere urla e vivere vegetando». A proposito della sola sodomia, non della bestialità o dell’animalismo qui brevemente trattati, la beata Ildegarda, venerata (culto di “dulia”) presso Bingen, nella diocesi di Magónza (cf. Martirologio Romano, Vaticano, 1955, al 17 settembre, pag. 242), afferma nel Liber vitæ meritorum: «Questo peccato è una turpe perversione: per arte diabolica si è insinuato nell’uomo, esattamente come la morte entrò nell’uomo con la caduta di Adamo quando questi si allontanò da Dio. Dio infatti creò l’uomo destinandolo a un grande onore e ad un nome glorioso, ma il serpente lo ingannò, l’uomo accettò il suo suggerimento e così perse la facoltà di comprendere il significato del verso di ogni animale. Questo peccato è la forza del cuore del demonio; per cui persuade gli uomini a mutare una pratica naturale in un atto da bestie, e ad operare sulle loro persone delle oscenità, poiché il demonio, a causa dell’odio originario che ebbe nei confronti della fecondità della donna, ancora la perseguita affinché non porti frutto, mentre preferisce che gli uomini si contaminino con pratiche contro natura. E poiché Dio volle che il genere umano fosse procreato dalla donna, è un grave delitto che l’uomo disperda il proprio seme quando si macchia di questo peccato» (cf. Il sacramento del diavolo, Fede & Cultura, Verona, pag. 74).

«Si va diffondendo dalle nostre parti un vizio così gravemente nefasto e ignominioso, che se non vi si opporrà al più presto uno zelante intervento punitore, di certo la spada dell’ira divina infierirà enormemente annientando molti. […] Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini, poiché sta scritto che l’Onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre e allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo, con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo.[…] Ed è ben giusto che coloro che, contro la legge di natura e contro l’ordine dell’umana ragione, consegnano ai demoni la loro carne per godere di rapporti così schifosi, condividano con i demoni la cella della loro preghiera. Poiché infatti l’umana natura resiste profondamente a questi mali, aborrendo la mancanza del sesso opposto, è più chiaro della luce del sole che essa non gusterebbe mai di cose tanto perverse ed estranee se i sodomiti, divenuti quasi vasi d’ira destinati alla rovina, non fossero totalmente posseduti dallo spirito d’iniquità; e difatti questo spirito, dal momento in cui s’impadronisce di loro, ne riempie gli animi così gravemente di tutta la sua infernale malvagità, che essi bramano a bocca spalancata non ciò che viene sollecitato dal naturale appetito carnale, ma solo ciò che egli propone loro nella sua diabolica sollecitudine. Quando dunque il meschino si slancia in questo peccato d’impurità con un altro maschio, non lo fa per il naturale stimolo della carne, ma solo lo fa per il naturale impulso. […] Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce all’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale». Ed ancora: «Questo vizio si sforza di scardinare le mura della Patria celeste e di riparare quelle della combusta e rediviva Sodoma. Esso infatti viola l’austerità, estingue il pudore, schiavizza la castità, uccide l’irrecuperabile verginità col pugnale di un impuro contagio, insozza tutto, macchia tutto, contamina tutto, e per quanto può non permette che sopravviva nulla di puro, di casto, di estraneo al sudiciume. Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende, gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone a essere trapassati dalle saette di tutti i vizi. Essa li fa umiliare nella Chiesa, li fa condannare dalla giustizia, li contamina nel segreto, li rende ipocriti in pubblico, ne rode la coscienza come un verme, ne brucia le carni come un fuoco. […] Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi. […] Non appena dunque uno cade in quest’abisso di estrema rovina, egli viene esiliato dalla Patria celeste, separato dal Corpo di Cristo, confutato dall’autorità della Chiesa universale, condannato dal giudizio dei santi Padri, disprezzato dagli uomini e respinto dalla comunione dei santi. Imparino dunque questi sciagurati a reprimere una così detestabile peste del vizio, o domare virilmente l’insidiosa lascivia della libidine, a trattenere i fastidiosi incentivi della carne, a temere visceralmente il terribile giudizio del divino rigore, tenendo sempre presente alla memoria quella minacciosa sentenza dell’Apostolo (Paolo) che esclama: “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Come dice Mosè: “Se c’è qualcuno che sta dalla parte di Dio, si unisca a me!”. Se cioè qualcuno si riconosce come soldato di Dio, si accinga con fervore a confondere questo vizio, non trascuri di annientarlo con tutte le sue forze; e dovunque lo si sarà scoperto, si scagli contro di esso per trapassarlo ed eliminarlo con la acutissime frecce della parola». (Liber Gomorrhanus, in Patrologia Latina, Migne, vol. 145, coll. 159-190). 

«Le passioni sono tutte disonorevoli, perché l’anima viene più danneggiata e degradata dai peccati di quanto il corpo lo venga dalle malattie; ma la peggiore fra tutte le passioni è la bramosia fra maschi. […] I peccati contro natura sono più difficili e meno remunerativi, tanto che non si può nemmeno affermare che essi procurino piacere, perché il vero piacere è solo quello che si accorda con la natura. Ma quando Dio ha abbandonato qualcuno, tutto è invertito! Perciò non solo le loro passioni sono sataniche, ma le loro vite sono diaboliche […] Perciò io ti dico che costoro sono anche peggiori degli omicidi, e che sarebbe meglio morire che vivere disonorati in questo modo. L’omicida separa solo l’anima all’interno del corpo. Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottostarvi. Non c’è nulla, assolutamente nulla, di più folle o dannoso di questa perversità».  (Homilia IV in Epistula Pauli ad Romanos [PG 47, 360-362]; Cf. Gregorianum, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2010 - 91/3, Vol. 84, Ed. 4, p. 480, nota 4).

«Non solo essi hanno quell’immondezza e fragilità, alla quale siete inclinati per la vostra fragile natura (benché la ragione, quando lo vuole il libero arbitrio, faccia star quieta questa ribellione), ma quei miseri non raffrenano quella fragilità: anzi fanno peggio, commettendo il maledetto peccato contro natura. Quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono; poiché non solo essa fa schifo a Me, che sono somma ed eterna purità (a cui tanto abominevole, che per questo solo peccato cinque città sprofondarono per mio giudizio, non volendo più oltre sopportarle la mia giustizia), ma spiace anche ai demoni, che di quei miseri si sono fatti signori. Non è che ai demoni dispiaccia il male, quasi che a loro piaccia un qualche bene, ma perché la loro natura è angelica, e perciò schiva di vedere o di stare a veder commettere quell’enorme peccato» (Santa Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, cap. CXXIV). 

«Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la divina maestà, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di ogni altro e che Lo spingono all’ira: ossia la trascuratezza del culto divino, la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze. […] Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione. […] Se qualcuno compirà quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l’ira divina piombò su figli dell’iniquità, verrà consegnato per punizione al braccio secolare, e se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere stato privato di ogni grado» (Costituzione Cum primum, 1-4-1566, in Bullarium Romanum, t. IV, c. II, 284; Cfr. Gregorianum, Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2010, 91/3, Vol. 87, Ed. 4, p. 503, note 83, 84). 

«Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodoma dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l’onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero a un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso» (San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, XIV-23). 

«C’è forse un tempo o un luogo in cui sia ingiusto amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e amare il prossimo come te stesso (Mc. 12. 30, 33; Mt. 22. 37, 39; Lc. 10. 27)? Dunque si devono detestare e punire dappertutto e sempre i vizi contrari alla natura, per esempio i vizi dei sodomiti, che se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché non ha creato gli uomini per un tale uso di se stessi. È infatti una violazione del vincolo che deve sussistere tra noi e Dio la contaminazione della natura medesima, di cui egli è l’autore, per una passione perversa» (Sant’Agostino, Confessioni, c. III, 8, 15).