Comunicato numero 49. La bolla «Exsurge Domine» contro Lutero

Stimati Associati e gentili Lettori, in questi lunghi mesi abbiamo ripubblicato “in pillole” sia il «Sillabo» di Papa Pio IX, che il «Lamentabili Sane Exitu» di Papa san Pio X. Due documenti fondamentali, quanto mai attuali, dove si elencano e si condannano una serie di proposizioni nocive per il genere umano. Nonostante ciò, quelle e simili pestilenze, di tanto in tanto, vengono rilanciate in pompa dai satanassi di ogni epoca. Condannando le 65 dannate proposizioni, così duole la Chiesa nel Lamentabili: «Con deplorevoli frutti, l’età nostra, impaziente di freno nell’indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novità, che, lasciata da parte, per così dire, l’eredità del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga più pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell’interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede. È da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi».

Chi sono questi cosiddetti “cattolici”, che così tanto odiano Gesù Cristo e disprezzano l’umanità da diffondere simili nefandezze? Nel Motu proprio «Sacrorum antistitum» sentenzia il santo Papa Sarti: «[Essi sono] i modernisti, la maliziosissima categoria d’uomini che avevamo smascherato [...] nella Lettera enciclica “Pascendi Dominici Gregis”, [essi] non si sono astenuti dai propositi di turbare la pace della Chiesa. Infatti hanno continuato ad adescare nuovi seguaci ed a farli associare mediante un’alleanza segreta, e con essi ad inoculare nelle vene del cristianesimo il virus delle loro opinioni [...]. Uomini di tale condotta non sono altro che quelli che abbiamo già descritto là, nemici tanto più temibili quanto più sono vicini; i quali abusano del loro ministero per porre sull’amo un’esca avvelenata con cui corrompere gli sprovveduti, divulgando un’apparenza di dottrina, in cui è contenuta la somma di tutti gli errori».

Sono passati più di 100 anni da questo monito, «col quale si stabiliscono le norme atte a respingere il pericolo del modernismo» [cf. AAS, vol. II (1910), n. 17, pp. 655-680], ma, come tutti sanno, la situazione è davvero precipitata, tanto che proliferano millenaristi ed apocalittici di ogni risma. Alcuni, precipitosamente, sono giunti finanche ad evocare la «synagoga Satanae» di cui nell’«Apocalypsis Ioannis». I modernisti, «nemici della Chiesa fra i più dannosi», oggi più che mai, «agitano i loro consigli di distruzione non al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond’è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro». Di più, essi «non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde. Intaccata poi questa radice dell’immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l’albero in modo tale che nessuna parte risparmiano della cattolica verità, nessuna che non cerchino di contaminare. Inoltre, nell’adoperare le loro mille arti per nuocere, nessuno li supera di accortezza e di astuzia: giacché la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ciò con così fine simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto; e poiché sono temerari quanto altri mai, non vi è conseguenza da cui rifuggano e che non spaccino con animo franco ed imperterrito» («Pascendi Dominici gregis», Papa san Pio X).

Da circa cinquant’anni, apertamente o dietro sofismi, nella promiscua simulazione d’esser cattolici o razionalisti in base al vento, i modernisti hanno vergognosamente riesumato finanche il rivoluzionario Martin Lutero, fra i più grandi nemici di Gesù Cristo, della Chiesa e del genere umano, di cui già si è scritto sul nostro settimanale. Pertanto ci sembra opportuno di ripubblicare “in pillole”, a partire da oggi, la bolla «Exsurge Domine» di Papa Leone X. Con essa, ultimo dei numerosi tentativi di estrema misericordia verso quel mentecatto, la Chiesa finalmente sta per recidere Lutero e lo consegna all’eterna infamia.

Per meglio capirci, il vitello d’oro “canonizzato” dai modernisti, ossia il dannato Lutero, è autore di tali e tante odiose proposizioni, da far accapponare la pelle anche ai più indifferenti. Egli affermò: - «Cristo commise adulterio prima di tutto con la donna che incontrò al pozzo di Giacobbe, di cui San Giovanni scrisse: “In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna”. Nessuno tuttavia gli disse: “Che desideri”, o ”Perché parli con lei”? Dopo di lei fu la volta di Maria Maddalena, e poi venne la donna colta in flagrante adulterio che Cristo congedò così gentilmente. Quindi, anche Cristo, pur essendo così retto, si è reso colpevole di fornicazione prima di morire»; - «Non pensate che Cristo ubriaco, perché aveva bevuto troppo all’Ultima Cena, abbia sconcertato i Suoi discepoli col suo parlare a vanvera?»; - «Deus est stultissimus: Dio è molto stupido»; - «Certamente Dio è grande e onnipotente, buono e misericordioso, e tutto ciò che si può immaginare in questo senso, ma è anche stupido»; - «Dio si è sempre comportato come un pazzo»; - «Quando la Messa sarà scalzata, avremo scalzato il papato! Perché è sulla Messa, come su di una roccia, che poggia completamente il papato, con i suoi conventi, le sue Diocesi, le sue Università, i suoi altari, i suoi ministri e le sue dottrine [...]. Tutto ciò cadrà in rovina quando sarà abbattuta questa sacrilega ed abominevole Messa». Sull’Offertorio Lutero scrisse: «Poi segue quell’abominazione che viene chiamata “Offertorio”, nel quale tutto esprime oblazione». Sul Canone della Messa: «Questo Canone abominevole è una raccolta di lacune confuse [...]. Esso fa della Messa un sacrificio; altri offertori vengono aggiunti. La Messa non è un sacrificio o l’azione di chi sacrifica. Noi lo consideriamo un sacramento o un testamento. Permetteteci di chiamarlo una benedizione, l’eucaristia, la tavola del Signore o il memoriale del Signore». Sulla tattica da usare per introdurre la “messa” protestante: «Per giungere sicuramente e felicemente alla nostra mèta, dobbiamo conservare alcune delle cerimonie della vecchia Messa, così verrà accettata anche dall’indeciso che potrebbe rimanere scandalizzato da cambiamenti troppo frettolosi». Ancora: «Che pazzia voler monopolizzare il sacerdozio solo per pochi». Sul suo comportamento: «Da mattina a sera non faccio altro che bere. Chiedetemi perché bevo così tanto, perché parlo così loquacemente e perché mangio così spesso. Lo faccio per imbrogliare il diavolo che viene a tormentarmi [...]. È mangiando, bevendo e ridendo in questo modo e talvolta anche di più, e anche commettendo qualche peccato, che sfido e disprezzo Satana tentando di sostituire i pensieri che il diavolo mi suggerisce con altri pensieri, come ad esempio pensando con avidità ad una bella ragazza o ad una ubriacatura. Se non facessi così diventerei oltre modo furioso».; - «Ho avuto fino a tre mogli nello stesso tempo». Due mesi dopo, egli disse che ne aveva “sposata” una quarta, un’ex monaca. «Se condanniamo i ladri ad essere impiccati, gli scassinatori al patibolo e gli eretici al fuoco, perché mai non dovremmo usare tutte le nostre armi contro questi dottori di perdizione, questi cardinali, questi papi e tutto il codazzo della Sodoma romana affinché non possano più corrompere la Chiesa di Dio? Per quale motivo non dovremmo lavare le nostre mani nel loro sangue». Le citazioni sono state tratte dalla fonte accreditata: Crisi Nella Chiesa. Sebbene queste siano già terrificanti, le sue proposizioni peggiori sono comunque altre, che impareremo condannate, una per una, nella «Exsurge Domine».

L’Associazione Sursum Corda dona 100 Catechismi di san Pio X al carcere di Potenza

Il 30 dicembre del 1951 Papa Pio XII pronuncia un toccante «Radiomessaggio ai detenuti». Il Pontefice esorta i carcerati italiani a «librarsi dalle pene sulle ali della fede», solo in questo modo essi «non solo gusteranno le gioie della più intima ed arcana liberazione», bensì «le possederanno». Nessun evento, nessuna avversità, potrà mai rapire tali gioie: «né le asprezze del carcere, né i possibili errori della giustizia terrena, né l’incomprensione degli uomini, né lo stesso rimorso: dalla grazia elevato a salutare e consolante pentimento». Dunque Papa Pacelli esorta alla conversione del cuore, «riprovando e rinnegando, ove occorra, nel profondo del cuore, un triste passato; illuminati e sorretti dalla fede a guardare ed a sentire le vicende della terra con occhi e spirito di cristiani». Solo così «scoprirete nella stessa vostra condizione presente occasioni preziose e sorgenti sommamente feconde di grandi beni», dice ai detenuti. Pio XII torna a parlare di carcere e carcerati «ai Giuristi cattolici» il 26 maggio 1957. Nel suo sapiente e corposo «Discorso» egli pone l’accento sulla dipendenza della pena dalla colpa e sul significato della sofferenza: «Bisogna, così, dimostrare al carcerato che la società non è sua irreconciliabile nemica, costituisce un balsamo alle sue afflizioni». Ci erudisce anche sul senso della vita, facendo presente che «spesso le pene volute da Dio sono piuttosto un rimedio che un mezzo di espiazione, piuttosto “poenae medicinales” che “poenae vindicativae”». Conclude con le linee guida per ogni associazione che voglia essere di sollievo ai detenuti: «Conoscerli ed amarli come singole persone e come membri della comunità. Per essi è necessario un sincero perdono; credere al bene che si trova in altri; amare come ha amato il Signore», sempre «senza prevaricare sul diritto positivo». Poco prima di morire, il 10 aprile 1958, Pio XII compose anche la sua commovente «Preghiera per il carcerato». L’Associazione di volontariato «Sursum Corda», che ha sede a Pignola (PZ) ed opera da circa un anno, per vocazione recepisce le indicazioni della Chiesa cattolica circa «la cura dei carcerati agli occhi di Dio». Ecco come «il Signore intende che voi aiutiate i carcerati», ricorda l’anziano Papa: «direte loro le stesse parole, che illuminano, consolano e fortificano: “La tua sofferenza ti dà la purificazione, il coraggio e la più grande speranza di arrivare felicemente allo scopo, alle porte del cielo, a cui non conduce la via spaziosa del peccato. Tu sarai con Dio in paradiso; basta che ti affidi a Lui ed al tuo Salvatore”». Questi ed altri fondamentali documenti per il volontariato ai carcerati ed alle “categorie a rischio” sono stati recentemente ripubblicati sull’omonimo «Settimanale associativo», affinché si diffonda e rigeneri la vera carità cristiana. In data 22 febbraio 2017, il Presidente di «Sursum Corda», Carlo Di Pietro, ha incontrato il Cappellano del carcere, poi il Direttore della Casa circondariale di Potenza, la Dottoressa Maria Rosaria Petraccone, e contestualmente ha donato, per conto dell’Associazione, 100 copie del «Catechismo breve» o «Primi elementi della Dottrina cristiana di san Pio X», svariati tascabili di «Preghiere cristiane» e riviste per la tutela della vita fin dal concepimento. L’Associazione ha altresì formalmente offerto la propria disponibilità alla preghiera, alla formazione dottrinale, all’ascolto ed al sostegno morale dei detenuti.

Comunicato numero 48. Le opere di bene, i meriti soprannaturali

Stimati Associati e gentili Lettori, ci sia concessa una breve introduzione prettamente burocratica ed economica. Almeno una volta ogni anno è d’obbligo per le Associazioni. In data 15 febbraio 2017 l’Assemblea dei Soci ha approvato il nostro primo «Rendiconto economico», anno 2016. Abbiamo chiuso con una «Liquidità finale» di cassa quantificabile in euro 98,81. Nel 2016 dalle «Quote associative» abbiamo ricavato euro 1.540,00; dai contributi del Presidente per il «Progetto Sursum Corda 2016» euro 573,93; dalle «Donazioni deducibili ...» euro 1.206,38; dalle altre «Entrate marginali ...» euro 100,15. Per un «Totale entrate» pari ad euro 3.420,46. Adesso veniamo alle «Uscite» del 2016: euro 361,20 per i «Rimborsi spese dei volontari», soprattutto viaggi in treno e bus extraurbani; euro 1.617,47 per gli «Acquisti di servizi», per la stampa del nostro Settimanale, per la realizzazione di felpe e magliette, per Aruba, per le spedizioni postali, etc.; euro 150,00 per le «Utenze annuali»; euro 162,48 per il «Materiale di consumo»; euro 575,67 per gli «Oneri finanziari e patrimoniali», registrazione del marchio, registrazione della testata in tribunale, spese di tenuta conto PayPal, etc.; euro 454,84 per i «Beni durevoli». Per un totale pari ad euro 3.321,65.

La gestione oculata e parsimoniosa, ma non tirchia, dell’Associazione, ha perseguito risultati apprezzabili. Abbiamo assicurato i volontari come prevede la legge (R.C. ed infortuni); richiederemo l’iscrizione al «Registro regionale del volontariato», provvederemo ad espletare tutte le pratiche burocratiche necessarie. Probabilmente apriremo il nostro primo conto corrente postale, bolli esente, per donazioni e 5x1.000. Per il momento si tratta di propositi che affidiamo nelle mani di san Giovanni di Dio, nostro Protettore.

Adesso non perdiamo di vista lo spirito di Sursum Corda, che è quello del volontariato cattolico in generale, ma soprattutto presso le persone in difficoltà e le categorie sociali disagiate od a rischio di devianze. Questi primi anni di vita dell’Associazione sono e saranno, a Dio piacendo, intanto formativi per tutti noi; solo in seguito, quando i tempi saranno maturi, passeremo all’azione con attività più marcate sui territori, tante buone opere utili ad ottenere meriti presso Dio. Per concludere, prossimamente, a margine del «Progetto Sursum Corda 2016», acquisteremo un congruo numero di copie (100 pezzi) del «Catechismo di san Pio X» da donare ad una Casa circondariale della Lucania, affinché i detenuti possano usufruire di quelle buone letture, edificanti e di grande sostegno nei momenti di particolari tentazioni. Non appena ci saranno dettagli più precisi daremo comunicazione a Soci e Sostenitori tramite il Bollettino, il Sito e la Stampa locale.

Occorre, a questo punto, precisare alcune nozioni dottrinali fondamentali. Il bene comune è bene di ciascuno, ed il bene di ognuno è il bene di tutti. La grazia di Cristo, Capo della Chiesa, è distribuita dallo Spirito in tutte le membra - ricorda Padre Dragone nel suo «Commento al Catechismo», edizione CLS, Verrua Savoia. Quanto maggiori sono i meriti delle opere buone dei singoli membri, tanto maggiore è l’afflusso della grazia e degli altri beni che si riversa su tutti e su ciascuno. L’unico ostacolo alla partecipazione dei frutti della Comunione dei santi è il peccato, che divide spiritualmente da Cristo, priva della Sua vita e della Sua grazia, e chiude la via per cui vengono a noi i beni del Corpo mistico. Finché la nostra volontà è legata con l’affetto al peccato mortale e non ne è pentita, pone volutamente un ostacolo che impedisce l’unione, la comunione e lo scambio dei beni soprannaturali. II cristiano che vive in peccato mortale è unito al corpo della Chiesa ma è separato dalla sua anima. È come un ramo tagliato dal tronco, come un membro staccato dal corpo, e resta separato finché è privo dell’amore di carità, opposto all’affetto al peccato.

Al numero 144 del suo «Catechismo», Papa san Pio X ci spiega che «il peccato grave si chiama mortale, perché priva l’anima della grazia divina che è la sua vita, le toglie i meriti e la capacità di farsene dei nuovi, e la rende degna di pena o morte eterna nell’inferno». Difatti i meriti - commenta Padre Dragone - sono i frutti delle opere buone compiute in grazia, che danno diritto alla felicità ed al premio eterno. Se tagli dall’albero un ramo carico di frutti prima che siano maturi, li vedrai appassire e poi morire. Così vengono mortificati i meriti di chi cade in peccato mortale. I meriti non sono più imputabili a chi li ha fatti finché resta in peccato, Dio infatti non può premiare con la vita eterna chi muore reo di peccato mortale e quindi è degno della dannazione. I meriti, cioè il diritto al compenso soprannaturale, sono il frutto delle opere buone compiute in grazia. Perciò chi è privo della grazia, anche se compie opere buone, non ha la capacità di meritare soprannaturalmente. San Paolo afferma che a chi è privo della carità o grazia non giovano a nulla le opere, anche più grandi e meravigliose, fosse pure il parlare le lingue degli angeli e degli uomini, il dare le proprie sostanze ai poveri, l’immolarsi gettandosi nel fuoco (v. I Cor. 13, 1-13). Non illudiamoci, pertanto, che facendo del bene automaticamente si ottengano meriti soprannaturali! Non è così. Il peccato grave merita le pene eterne dell’inferno che è chiamato morte eterna, seconda morte, perché laggiù l’esistenza resta solo per dar modo di soffrire. È peggiore della morte o annientamento totale. I dannati vivono privi per sempre della vera Vita, cioè di Dio.

Badiamo bene, dunque, di fare sempre, con l’aiuto di Dio, della vera carità: noi NON siamo dei filantropi!

Comunicato numero 47. Si può modernizzare la religione?

Stimati Associati e gentili Lettori, domandiamoci - col Padre Franco - se la nostra santa Religione si possa modernizzare. Essa ha bisogno di essere moderna? Da vari secoli ormai si parla di conciliazione, oggi più che mai. I moderati dicono: «perché non si può fare un poco di transazione in fatto di religione?». Ed ancora: «se la religione si piegasse un tantino, se si adattasse e smettesse di essere così rigorosa, se si conformasse ai tempi, gli uomini smetterebbero di guardarla con occhio cattivo». Affermano pure: «se ci fosse un poco di discrezionalità, allora la religione potrebbe sperare nell’avvenire». Le citate proposizioni sono solamente alcuni esempi di un modo di favellare molto usato nel mondo. Questa fregola di ammodernamento un tempo divampava solo in e da ambienti settari: bene li descriveremo nel primo libro sulla Rivoluzione, che pubblicheremo, volendolo Dio, con la nostra Casa editrice nel 2017. Adesso, purtroppo, avendo la Rivoluzione infettato la Chiesa «nelle viscere, quasi nelle vene di lei», per usare la denuncia di Papa san Pio X, tali empietà, che non possono annidarsi nella mente di un cattolico, avvelenano il mondo dalla quasi totalità delle cattedre occupate dagli atei del Modernismo. Ma cerchiamo di rispondere a queste pretese.

Per prima cosa domandiamoci che cos’è la religione cattolica? È una religione rivelata da Dio, venuto sopra la terra a farsi Maestro degli uomini, una religione che professa un determinato numero di verità da credere, sempre nello stesso modo, ed un determinato numero di pii esercizi da praticare. Ora, come può venire in mente ad un cattolico, ad un uomo che abbia la vera fede, che tutto ciò si possa cambiare? Chi sarà quel soggetto che avrà il coraggio di mutare ciò che è di divina istituzione? Se dunque essi lo dicono per scherzo, sappiano che in materia grave non è lecito scherzare; se lo dicono davvero, evidentemente hanno perduto il senno: oppure non hanno la vera fede, non credono. Quello che dà noia a molti, e che perciò vorrebbero cambiare, sono i Sacramenti, l’osservanza dei Comandamenti, dei Precetti, l’autorità della Chiesa, ecc: ma chi può apportare cambiamenti a tali leggi? La Chiesa stessa, sebbene in alcuni di questi obblighi può determinare praticamente il modo cui soddisfarvi, non può mettervi mano nella sostanza e non può abrogarli. Difatti quello che Cristo ha rivelato un tempo, rimane rivelato per sempre; quello che fu vero una volta, rimane sempre vero; quello che una volta fu comandato da Gesù, non fu mai più da Lui abrogato. Chi, pertanto, avrà diritto di porvi mano e modificare, per suo arbitrio, ciò che Gesù ha stabilito? Solamente chi ha perso il senno, oppure, peggio ancora, chi NON ritiene, apertamente o dietro sofismi, che Gesù sia Dio. Finalmente gli atei, più o meno dichiaratisi tali.

I protestanti. Essi si formano la religione con giudizi privati, essi formano e riformano ciò che vogliono. Così noi vediamo che utilizzano questo loro preteso diritto con grande ampiezza. Nessun protestante, cinquant’anni dopo il dannato Lutero, credette più quello che credette l’infame Lutero; come la seguente generazione non credette più le stesse cose della precedente. Dai cambiamenti che si fanno ogni giorno, si può dedurre che i loro posteri crederanno cose ancora differenti. Sì, per loro tutto questo è possibile, ma non per noi, che non cambiamo la Religione così come si cambia un vestito in base alla moda. Noi professiamo solo quello che Gesù Cristo ha insegnato e comandato; noi sappiamo che la Rivelazione è chiusa da ben venti secoli e non ce ne possono essere più a posteriori. Per noi, tutto questo ammodernamento, questi venti di novità, questa fregola di cambiamento, nulla di tutto ciò è possibile. Difatti sappiamo che tutte le Sette cristiane, fra cui i cosiddetti Protestanti, di cristiano hanno solo il nome, anzi lo usurpano: essi vanno contro la volontà di Dio.

Molti adducono le ragioni del progresso. Rispetto alle verità rivelate, il progresso non costituisce alcuna prova, perde ogni sua forza e dimostra di essere poco più che un ciarlatanismo. La religione cattolica, essendo vera in origine e sempre vera nella medesima misura oggi, è stazionaria, ferma, immobile, come quella rocca sopra cui è fondata. Per questa ragione l’Alta Vendita Suprema intese, nel 1800, chiaramente di voler insidiare quella rocca che si chiama Pietro, dall’interno, nell’intento di porvi un suo uomo al comando, al servizio della Rivoluzione cominciata da Lucifero: «non servirò Dio!». Tutti i Papi, i Padri della Chiesa, tutti i Dottori ed i Santi, tutti i veri fedeli, gridano concordemente ad una voce, che si deve credere solo quello che fu sempre creduto, quello che fu tenuto ovunque, quod semper, quod ubique. Ogni novità è uno scandalo; non essendo antico, ogni ammodernamento sostanziale va rigettato. Quello che fu tenuto nell’antichità, va tenuto per sempre. Nei primi secoli nessun cristiano voleva alcuna comunione di preghiera con gli eretici, e nessun cristiano pregherà mai insieme con gli eretici, per sempre. Allora Gesù intimava la sommissione intera e compiuta all’autorità della Chiesa, pena l’essere tranciato e considerato etnico e pubblicano: ed ora pretende che dipendiamo sempre dalla Chiesa. Allora Egli proibiva le ribellioni, le congiure, i delitti, le perversioni, la disonestà, ed imponeva la sottomissione alle legittime autorità dei prìncipi, fossero anche discoli, ed ora intima lo stesso e non accorda di macchinare contro chicchessia.

Comunicato numero 46. La religione è doverosa e necessaria a tutti?

Stimati Associati e gentili Lettori, domandiamoci - col Ballerini - se la religiosità sia doverosa e necessaria a tutti, tanto da parte dell’individuo, quanto da parte della società. Oggi tanti “cattolici” nominali credono o dicono che «una cosa è la fede privata (sic!), che sarebbe lecita, altra è la fede pubblica e degli Stati, che sarebbe un bigotto oscurantismo da eliminare». Vediamo come stanno davvero le cose. Dire che la religione è doverosa a tutti, equivale a dire che tutti devono riconoscere e professare la propria dipendenza da Dio. Ora «nulla di più giusto e doveroso, sia da parte dell’individuo, come da parte della società».

Da parte dell’ individuo. 1) Perché ogni uomo è creatura: dunque dipende da Dio. Ma è creatura ragionevole e libera: dunque deve riconoscere con la sua mente e professare colla sua volontà la dipendenza che egli ha da Dio. 2) È dettame di natura che al superiore si debba ossequio, al benefattore gratitudine, al padre amore, al re onore. Ma Dio è, nel più alto senso della parola, nostro superiore, nostro benefattore, nostro padre e nostro re. Dunque a Lui si deve ossequio, gratitudine, amore ed onore. 3) È dovere d’ogni uomo conseguire il fine per cui fu creato. Ma il fine ultimo dell’uomo è Dio, e l’unico modo di conseguirlo è la pratica della religione. Dunque la religione è doverosa ad ogni uomo. 4) Perciò la religione non è solamente un dovere, anzi il massimo di tutti i doveri, ma è altresì un interesse, anzi il massimo di tutti gli interessi. Perché essa sola provvede efficacemente agli eterni destini dell’anima nostra. Essa sola ci fa conoscere e gustare, anche nella vita presente, la verità ed i beni soprannaturali che hanno formato i Santi e ispirato i più grandi ingegni e le anime più generose dell’umanità. Essa sola ci sostiene nella lotta e nei sacrifici della vita presente colla speranza dei beni eterni. Essa sola ci dà il senso della vita e ci addita le vere basi del giusto e dell’onesto nel compimento di tutti i nostri doveri. Essa finalmente è quella cosa che sopratutto nobilita il sentimento, corrobora la volontà, rafforza il carattere, reprimendo in tutto e dappertutto le sregolate passioni, e consacra tutto quello che vi è di vero, tutto quello che vi è di bello, tutto quello che vi è di buono nell’individuo, nella famiglia e nella società. Chi smarrisce la religione erra senza meta, atomisticamente, e si avvia alla rovina (cf. Sursum Corda numeri 3 e 4).

Da parte della società. 1) Perché la società non è che l’insieme degli individui; se dunque tutti e singoli gli individui devono riconoscere e professare la loro dipendenza da Dio, anche la società che ne risulta ha il medesimo dovere. 2) Perché la stessa società, come società, è da Dio. È Dio che ha fatto l’uomo naturalmente socievole e vuole il mantenimento dell’ordine sociale, mediante l’autorità che da Lui emana. Dunque anche la società, come società, deve riconoscere e professare la sua dipendenza da Dio. 3) Perché la società civile deve tendere al comune bene temporale, subordinatamente al comune bene spirituale ed eterno degli stessi associati. Dunque anche la funzione sociale dello Stato deve sottostare a quell’indirizzo, almeno tanto da non contrariarlo con le sue leggi (cf. Sursum Corda numero 42, Leone XIII, Libertas). 4) Perché senza religione manca alla società civile la stessa base di ogni autorità ed obbligazione morale. Onde Platone diceva: «L’ignoranza del vero Dio è per uno Stato la maggiore delle calamità, e chi rovescia la religione, rovescia le basi di ogni società umana» (Delle Leggi, 1, X). Lo stesso ripeterono poi Cicerone, Plutarco, e quasi tutti gli antichi sapienti. Né diversamente si esprimono i moderni politici.

Le nuove tendenze di modernismo sociale e politico. Sappiamo bene che oggi si fa appello alle mutate condizioni dei tempi ed ai nuovi orientamenti pastorali. Ma noi vorremmo chiedere se le mutate condizioni dei tempi, in seguito ai progressi scientifico- economico-sociali degli ultimi secoli, hanno potuto mutare anche la dipendenza che l’uomo ha da Dio, tanto nella sua vita privata come nella sua vita pubblica. Questi nuovi orientamenti sono voluti dall’opera di scristianizzazione delle sette e dei nuovi governi, che vogliono ad ogni costo strappare la fede dal cuore dei popoli onde allontanarli dalla Chiesa, dall’ordine e dalla ragione. E non comprendono che, tolta la fede religiosa nell’autorità divina, non ha più forza neppure l’autorità umana (La sovranità, difatti, NON è del popolo - cf. Sursum Corda numero 43, Leone XIII, Immortale Dei);

Comunicato numero 45. Riconoscere il modernismo religioso

Stimati Associati e gentili Lettori, accenniamo oggi al drammatico «Modernismo religioso», di cui già si è scritto in passato studiando dettagliatamente l’Enciclica «Humani Generis», del Sommo Pontefice Pio XII, contro la «Nouvelle Théologie». Perché tornare sull’argomento? Perché il nostro Bollettino, benché miserissima cosa, vuol essere informativo ma soprattutto formativo, attento alle questioni dell’ora presente, allorché un congruo numero di presunti “cattolici” dimostra di professare, purtroppo ma inequivocabilmente, non la fede cattolica, bensì la «falsa scienza dei modernisti».

Quali sono i loro capisaldi? I modernisti, in fin dei conti, accettano la conclusione degli increduli riguardo alla non conoscenza dell’al di là (agnosticismo); ma sostengono che i dati soggettivi e psicologici (immanenza vitale), a cui si arrestano gli increduli, bastino per ricostruire tutto l’edificio morale e religioso da essi demolito. Accettano l’«agnosticismo» con tutte le conseguenze che ne derivano contro l’«intellettualismo» scolastico; perché essi sono persuasi, affermandolo apertamente o dietro sofismi, rivelandolo oltremodo nelle prassi, che del soprannaturale non si possa dare nessuna dimostrazione, né in base ai miracoli ed alle profezie, che più non reggerebbero di fronte alla «critica storica», né in base ai fatti naturali, perché il «principio di causalità» non ci acconsentirebbe di uscire dal mondo «fenomenico». In questa breve ricostruzione molti non si riconosceranno e - potrebbe accadere - essi storceranno il naso. Tuttavia gli stessi sollazzano a gran voce: “tutte le religioni sono uguali, sono solo espressione delle varie tradizioni”, “i vari nomi delle divinità si riferiscono allo stesso Dio, ma secondo le usanze”, “vivo la religione secondo la mia esperienza personale, non per dogmi” e finalmente “ciò che importa presso Dio è quello che ognuno fa solo secondo la propria coscienza”. Cosa sono queste ribalde proteste se non delle palesi attestazioni di ultra modernismo? L’«ecumenismo», per esempio, è una delle principali espressioni di questo moderno sentire non cattolico: eterodosso nonché prossimo all’ateismo. Lo abbiamo imparato studiando minuziosamente l’Enciclica «Mortalium Animos» del Sommo Pontefice Pio XI. Secondo il modernista si devono, perciò, mettere in disparte le antiche basi della fede: «Le antiche basi della fede ci apparvero insanabilmente caduche», hanno scritto i modernisti nel loro Programma. Altri, più disonesti e sempre meno colti, oggi affermano che le antiche basi della fede dimostrerebbero le loro ragioni. Poveri ignoranti! Per loro la fede va dunque assisa su nuove basi, quelle dell’«immanenza».

Quali sarebbero queste nuove basi della fede secondo il modernista? Ed ecco in che modo. Dopo essersi chiuse tutte le vie che mettono al di là (agnosticismo), il modernista si raggomitola per così dire in sé stesso (immanenza vitale), e, tutto immerso nello inconoscibile che l’avvolge da ogni parte, sente nascere dal fondo del suo essere un arcano e misterioso sentimento in lui determinato dallo stesso inconoscibile. È il sentimento religioso, il sentimento del divino che lo porta a Dio non come a realtà conosciuta ma sentita. E questo sentimento, svolgendosi poi al di fuori, assumerebbe le più svariate forme, anche ridicole, anche assurde, e creerebbe tutte le religioni: che sono perciò - essi sostengono - tutte fattura dell’uomo, rispondenti ai gradi di cultura dei singoli popoli e svolgentesi progressivamente in essi.

La religione cristiana secondo il modernista. Cristo non avrebbe fatto altro che sollevare al suo massimo grado questo interno sentimento che costituirebbe la sostanza della religione e della Rivelazione. Sì, anche della Rivelazione: perché essa pure non sarebbe altro che questo sentimento religioso che si manifesterebbe alla coscienza, e le diverse tappe dell’evoluzione psicologica-morale religiosa attraverso i secoli, segnerebbero appunto i diversi periodi della Rivelazione divina. Non più «ispirazione», non più «inerranza», non più «Rivelazione di Dio», bensì «sentimento degli autori», «progresso», «evoluzione», «tradizioni varie». La Rivelazione - secondo loro - non ebbe perciò il suo compimento con Cristo e con gli Apostoli, ma continuerebbe attraverso i secoli: non sarebbe immutabile nel suo contenuto, ma si evolverebbe continuamente con la “civiltà” e col “progresso”. Cosa scaturisce da questa concezione della Rivelazione? Il relativismo dogmatico e morale, ovverosia la negazione degli attributi di Dio, della verità: dunque l’incredulità e la contraddizione.

La Chiesa ed i dogmi secondo il modernista. E come il bisogno di comunicare con altri la propria fede e professarla in comune farebbe nascere la società religiosa o chiesa, così le formule esterne entro le quali si racchiude la fede stessa farebbero nascere i dogmi, che avrebbero soltanto un contenuto pratico e morale, soggetto a continuo sviluppo, che renderebbe necessariamente variabile anche le formule esterne o dogmatiche. Ciò che resta sostanzialmente lo stesso (identico) sarebbe solo il germe o punto di partenza da cui, secondo loro, muove l’evoluzione religiosa, cioè il sentimento.

Il soprannaturale per il modernista. Che dire, allora, della divinità di Cristo, della divina ispirazione dei Libri santi, dei Sacramenti, di tutto il soprannaturale insomma? Tutto ciò che si stacca dalla realtà fenomenica e non può ridursi che al sentimento religioso, all’esperienza individuale o collettiva, sarebbe effetto della trasfigurazione, dello sfiguramento e del simbolismo operato dalla fede sulla realtà naturale. Ragione per cui una cosa può essere vera secondo la fede e falsa secondo la storia e viceversa, senza che per questo ci sia contraddizione fra scienza e fede, atteso il diverso ambito in cui funziona l’una e l’altra. Tale, in breve, la sostanza del «modernismo religioso» quale risulta dall’Enciclica di condanna «Pascendi Dominici gregis», di Papa san Pio X, e da tutta quell’ampia letteratura che ci hanno dato gli stessi modernisti.

Comunicato numero 44. Libertà, tolleranza e liberalismo

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi diremo due parole sul cosiddetto «liberalismo», ed ognuno potrà vedere quanto sia falsa la dottrina del liberalismo. Usiamo schematicamente la «Breve apologia per giovani studenti, contro gli increduli dei nostri giorni» del prof. Giuseppe Ballerini, Parte II, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, Imprimatur 1914, dalla pagina 143 a seguire. Che cos’è e come si divide in liberalismo? Dicesi liberalismo quel sistema, o meglio quell’insieme di errori, per il quale nell’ordine delle idee si afferma la libertà di pensare quel che si vuole e come si vuole intorno a Dio, alla religione, alla moralità; e nell’ordine pratico o dei fatti, la libertà di vivere come si vuole. E si divide in assoluto e relativo, se tale libertà si fa valere sino a negare Dio e la necessità di qualsiasi culto; oppure si tiene come indifferente il professare questa o quella religione, considerandole tutte come buone in qualche modo. Il liberalismo assoluto si fonda sulla pretesa autonomia dell’uomo, della ragione, della volontà (ateismo); e contro di esso valgono tutti gli argomenti con cui si dimostra la esistenza di Dio, la dipendenza dell’uomo da Dio ed il dovere che perciò incombe all’uomo di riconoscere e professare la sua dipendenza da Dio. Il liberalismo relativo si fonda sulla falsa supposizione che tutte le religioni siano buone perché «in fondo non sono che varie forme esterne sotto cui si adora sempre lo stesso Dio»: e contro di esso valgono tutti gli argomenti dogmatici e naturali con cui si dimostra che una sola è la vera religione, e che le diverse religioni non importano soltanto diversità di forme esterne, ma di contenuto oggettivo ed interno, perché altre sono le dottrine o credenze delle une, ed altre sono le dottrine o credenze delle altre.

Vera e falsa libertà di pensiero, di coscienza e di culto. Il liberalismo si traduce praticamente nella libertà di pensiero, di coscienza e di culto. E siccome di queste parole oggi si fa uno strano abuso (erroneo o ereticale), così conviene prima determinarne il significato. Se per libertà di pensiero o di coscienza in materia religiosa si volesse dire soltanto che la religione non può essere imposta con la forza o la violenza, ma che deve essere spontaneamente abbracciata e professata, si direbbe il vero: «nessuno può costringere con la forza un pagano a professare la vera religione» (cf. Summa Th. 2a, 2ae, q. X, a. 8). Perciò, a frenare lo zelo male illuminato di Carlo Magno, che credeva di convertire i Sassoni colla spada più prontamente che non colla parola, Alcuino gli scrisse: «Ricordatevi che la fede è un atto di volontà e non di violenza. Non si può costringere l’uomo ad abbracciare la fede. Voi spingerete i popoli al battesimo, ma non farete far loro un passo verso la religione» (Epistola XVII ad Carol. Magn.). Insegnamento ripetuto poi da Papa Leone XIII nella sua Enciclica Immortale Dei: «Vuole assolutamente la Chiesa che nessuno sia tratto per forza ad abbracciare la fede cattolica, perché, come saviamente avverte sant’Agostino, l’uomo non può credere se non di spontanea volontà». Parimenti, se per libertà di culto si intendesse «il diritto che ha l’uomo nel civile consorzio di compiere tutti i suoi doveri verso Dio senza impedimento alcuno» (cf. Libertas, Leone XIII) da parte dei cittadini e dello Stato, si direbbe ancora il vero. «Questa libertà vera e degna dei figliuoli di Dio, scrive Leone XIII, la Chiesa reclamò ed ebbe carissima in ogni tempo. Siffatta libertà usarono con intrepida costanza gli Apostoli, la sancirono coi loro scritti gli apologisti, la consacrarono i Martiri in gran numero col proprio sangue» (Ivi.). Ma non è così che oggi s’intende la libertà di pensiero, di coscienza e di culto. Al contrario, si vuol pretendere la libertà di pensare quel che si vuole e come si vuole intorno a Dio ed alla religione, e, per conseguenza, la libertà di professare qualsiasi culto od anche nessuno, vale a dire la piena indifferenza in materia di religione: indifferenza eretta a sistema nell’ateismo pratico degli stati moderni.

Dogmatismo e libero pensiero. Ora la libertà di pensiero, di coscienza e di culto, così intesa, non potrebbe essere legittima che in un sol caso: quando, cioè, si potesse dimostrare che nulla vi è di certo intorno a Dio ed alla religione. E questa è, difatti, la pretesa degli odierni increduli quando oppongono il libero pensiero al dogma. Che il nostro pensiero non sia libero davanti alle verità naturali che a noi s’impongono con l’evidenza dei fatti, lo riconoscono anche alcuni liberi pensatori; ed è fiato sprecato quello degli apologisti che si affannano a provare contro di essi che anche il pensiero ha le sue leggi, e che l’intelletto non può sottrarsi al vero evidente. Tutto ciò essi pure concedono, ma negano che tale sia la condizione delle verità religiose e rivelate. Queste, dicono, non sono che «asserzioni accampate per aria, senza neppur la possibilità di essere dimostrate». Dogma è per essi un’affermazione che si «tiene per certa pur non essendola», e dogmatismo è il metodo o sistema di «dar per certo quello che non lo è». È contro questo dogmatismo che essi insorgono, perché il nostro pensiero «non può tener per certo se non quello che è dimostrato, e al di là non ammette nessuna dimostrazione». I modernisti lo sostengono apertamente o dietro sofismi, p. es. con Edoardo Le Roy che scriveva nella «Quinzaine» del 16 aprile 1905 — e l’articolo fu poi riprodotto nel libro «Dogme et critique», rapidamente messo all’indice: «Dogma è una proposizione che si presenta da se stessa come indimostrata e indimostrabile. Coloro stessi che la affermano vera, dichiarano impossibile che si giunga mai ad affermare le ragioni intime della sua verità. Ora il principio del metodo scientifico, sin dai tempi di Descartes, è incontestabilmente questo: che non bisogna, cioè, ritenere per vero se non quello che si vede chiaramente esser tale. Nel dogma al contrario si dovrebbe fare eccezione a tale principio, proprio quando si tratta di proposizioni che si presentano come le più importanti, le più probabili, le più singolari fra tutte. Ciò è impossibile».

Comunicato numero 43. Il cattolico in politica

Stimati Associati e gentili Lettori, la «Immortale Dei» è una delle grandi encicliche di Papa Leone XIII (novembre 1885), in cui, riprendendo i principi di Papa Gregorio XVI («Mirari vos») e di Papa Pio IX («Sillabo» e «Quanta cura»), la Chiesa fissa la dottrina sui diritti e doveri reciproci della Chiesa e dello Stato e sulle libertà rivendicate dai popoli moderni e soprattutto fissa per la prima volta i limiti entro cui i cattolici possano prestarsi alle rivendicazioni dei popoli ed alle pretese dello Stato. Già alle idee esposte nel Congresso di Malines (1863) dai cattolici liberali, aveva dato una risposta riservata ed in forma privata il Sommo Pontefice Pio IX per mezzo di una lettera del cardinal Antonelli: questa precisazione non rallentava però affatto l’espansione e la minaccia del liberalismo. Una nuova condanna era richiesta dalle stesse circostanze. L’enciclica «Quanta cura» dell’8 dicembre 1864 mirabilmente assolse questo compito: furono riprovate con tanta chiarezza le idee liberali, che anche gli stessi fautori dovettero abbandonare la lotta in base all’equivoco. L’errore fu messo nella sua giusta luce, con la condanna esplicita del naturalismo; però le tendenze liberali non si spensero del tutto, e continuarono ancora qua e là nei discorsi, nei giornali, nelle riviste. Pur senza aver l’aspetto d’un sistema dottrinale, in quasi tutte le nazioni europee queste idee provocavano dissensi fra i cattolici. Leone XIII con l’enciclica «Nobilissima Gallorum gens» (1884) deplorò queste deleterie divisioni connesse con aspre polemiche e invitò i fedeli ad unirsi per la difesa degli interessi maggiori della religione. Con il medesimo spirito scrisse ai vescovi spagnoli («Cum multa sint», 1884) perché la questione religiosa non si confondesse con le competizioni dinastiche fra carlisti e partigiani della costituzione. Questo appello non fu accolto benevolmente. Inoltre in Francia l’Univers non cessava di criticare le tendenze pratiche del nuovo Pontefice: in Spagna il Siglo biasimava il modo di agire del nunzio e della Santa Sede. A Roma stessa le idee di conciliazione erano attaccate. Gli articoli comparsi in Spagna e a Roma furono apertamente disapprovati dalla Santa Sede. Il cardinal Pitra però, interpellato sulla portata di questo biasimo, rispose con una difesa degli autori biasimati. Per por fine a tutte queste contese e divisioni, Papa Leone XIII intervenne con un documento dottrinale: l’enciclica «Immortale Dei» che espone i principi fondamentali regolatori dei rapporti fra lo Stato cattolico moderno e la Chiesa. Uno degli elementi unitari dello Stato è l’autorità, la quale, benché non possa provenire che da Dio (Rom. 13, 2), pur tuttavia si estrinseca in varie forme di governo, le quali, se seguono la legge della giustizia divina, non possono essere riprovate dalla Chiesa. A questa origine divina corrisponde per i popoli l’obbligo della sottomissione all’autorità legittima, senza ricorso alla rivolta (Rom. 13, 2). Quest’obbligo si fonda sulla legge naturale che sospinge l’uomo verso la società e verso la dovuta riverenza alla Maestà divina. E un obbligo di religione che non deve sentire l’individuo soltanto, ma anche l’intera società, la quale non può in nessun modo agire come se Dio non esistesse, ma deve favorire in tutti i modi la vera religione. Fra le due società, quindi, sovrane ciascuna nella propria giurisdizione, non deve regnare la lotta ma l’armonia; del resto il fine ultimo e remoto dell’una e dell’altra società perfetta coincidono: conseguire il vero bene dell’umanità. Questa concordia, legge suprema del medioevo, è stata spezzata dallo Stato ateo, dalla libertà illimitata di pensiero, di parola, di stampa e dall’eguaglianza assoluta di tutti i culti, con conseguenze deleterie sulla formazione della gioventù e dei popoli. Da questo, però, non segue che la Chiesa sia nemica del progresso e ripudi lo Stato moderno, poiché essa è stata sempre antesignana dello sviluppo d’ogni forma culturale e sociale che abbia per fine il benessere generale; solo rigetta le dottrine che sotto il pretesto di libertà aprono ai popoli la via d’ogni licenza e della servitù. In particolare la libertà dei culti può essere tollerata [non approvata, ndR] solo in vista d’un bene maggiore che da essa può provenire alla Chiesa. L’autorità ecclesiastica non ha mai condannato la libera discussione su problemi puramente politici. La condotta però dei cattolici in tali questioni deve essere sempre conforme alle direttive della Santa Sede e dei vescovi. In questo numero di «Sursum Corda» studieremo l’enciclica «Immortale Dei» per fornire indicazioni soprattutto a quei soggetti che desiderano impegnarsi in politica: conservando la fede cattolica. Questa introduzione è tratta dall’«Enciclopedia Cattolica», Vaticano, Imprimatur 1951, Vol. VI, Colonne 1681 e 1682.

Comunicato numero 42. Che cosa significa «Libertà»

Stimati Associati e gentili Lettori, cerchiamo di capire cosa significa «Libertà». Usiamo innanzitutto la «Breve apologia per giovani studenti, contro gli increduli dei nostri giorni» del prof. Giuseppe Ballerini, Parte I, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, Imprimatur 1912, dalla pagina 310 a seguire. Successivamente studieremo l’Enciclica «Libertas» del Sommo Pontefice Leone XIII. Abbiamo definito il progresso un movimento dell’essere al fine. Nella vita è progresso lo sviluppo del vivente che tende a compirsi ed ingrandire; nell’intelligenza è progresso l’incedere libero della mente verso la verità; nella volontà è progresso la tendenza della medesima verso il bene. Ora è noto che negli esseri irragionevoli questo movimento avviene in modo necessario, nei ragionevoli in modo libero. Il progresso umano si potrebbe quindi definire: il libero movimento dell’uomo verso il suo fine. Muoversi liberamente verso il proprio fine, non vuol dire operare senza nessuna legge; come portarsi liberamente ad un luogo, non vuol dire non tenere la via che adesso conduce. L’uomo è libero, ma è ragionevole; anzi è libero perché ragionevole: e ciò significa che nelle sue particolari azioni deve regolarsi non con l’istinto, come il bruto, ma colla ragione che gli addita le norme per giungere al bene e fuggire il male. L’eterno equivoco dei nostri avversari sta nel confondere la libertà fisica o naturale, che consiste nel dominio sui nostri atti, con la libertà morale, che consiste nella esenzione da ogni legge. Sì: l’uomo è fisicamente libero nel suo operare, in quanto la sua volontà non è costretta o determinata ai suoi atti da nessuna fisica coazione interna od esterna; ma egli è moralmente necessitato, se vuol raggiungere il bene che appetisce, di tenersi alla via che ad esso conduce, e quindi agire in conformità alle leggi morali, divine, umane. Dunque essere libero non vuol dire essere indipendente, cioè non obbligato ai doveri morali, religiosi, civili: vuol dire soltanto che la volontà nel compiere questi doveri non è fisicamente necessitata o determinata da nessuno. Quando perciò si accusa la Chiesa di essere nemica della libertà, in qual senso i nostri avversari pigliano questa parola? Intendono essi parlare della libertà fisica o naturale? Allora sono per lo meno ridicoli; poiché di questa libertà la Chiesa fu sempre la più grande banditrice e datrice, come lo è anche oggidì contro le pretese dei deterministi. — Dunque, perché l’accusa abbia valore, bisogna intenderla nel senso che la Chiesa avversa quella libertà che importa esenzione da ogni legge morale. Ma allora non è solamente la Chiesa nemica della libertà, ma la stessa società civile, lo stato, la famiglia, ogni autorità insomma che esista sulla terra. Poiché la libertà morale, in quanto dice esenzione da ogni legge, dice abolizione di ogni autorità, e, per conseguenza, distruzione di ogni ordine sociale, anarchia la più completa ed assoluta. E questa è davvero la libertà che la Chiesa riprova e condanna, come quella che è la libertà dell’errore e della perdizione. «Dove in filosofia mirano i naturalisti e i razionalisti, là riescono nelle cose morali e civili i partigiani del liberalismo, poiché applicano ai costumi ed alla vita i principii posti da quelli. Infatti principio capitale del razionalismo egli è la sovranità dell’umana ragione, che ricusando la debita obbedienza alla ragione divina ed eterna, e proclamandosi indipendente, si fa a se medesima principio supremo e fonte e criterio della verità. Ora allo stesso modo i seguaci del liberalismo pretendono nella vita pratica non esservi potere divino, cui debba ubbidirsi, ma ognuno essere legge a se stesso; d’onde nasce quella filosofia morale, che chiamano indipendente, e che sottraendo sotto colore di libertà la volontà umana dall’osservanza dei divini precetti, suole dare agli uomini una licenza sconfinata. Le quali cose tutte dove infine riescano, segnatamente nell’ordine sociale, è facile vedere [i danni]». Così Leone XIII nell’Enciclica su «La libertà». Che dire pertanto delle pretese libertà moderne? Leone XIII nella sua celebre Enciclica su «La libertà» afferma: «Ciò che in esse vi ha di buono, è tanto antico quanto la verità, e la Chiesa senza la minima ripugnanza lo ebbe ognora approvato e messo in pratica; quello al contrario che vi si aggiunge di nuovo, a dir vero, è la parte loro più triste, frutto di tempi torbidi e di eccessiva brama di novità». E basterebbe osservare come la proclamazione che di queste libertà moderne ha fatto la rivoluzione francese col famoso trisagio — libertà, eguaglianza, fraternità — non è che la laicizzazione dell’idea cristiana.

Comunicato numero 41. Sopportare l’oltraggio nel nome di Cristo

Stimati Associati e gentili Lettori, fra gioie e dolori, l’anno del Signore 2016 si è concluso. Abbiamo sopportato l’oltraggio nel nome di Gesù Cristo, con «dolore nel quale versiamo a causa della guerra crudele e sacrilega mossa, in questi tempi terribili, contro la Chiesa cattolica in quasi tutte le regioni della terra», afferma Pio IX, il Papa e Re, nella Quanto conficiamur moerore. Ci diano coraggio ed ardimento, alimentando la nostra fede soprannaturale di cui ci è fatta grazia dall’Altissimo, le sapienti lettere del grande Pontefice san Leone: «Quantunque condivida con tutto il mio cuore le afflizioni che avete sopportato per la difesa della fede cattolica e consideri ciò che avete sofferto non altrimenti che se io stesso avessi patito, tuttavia sento che vi è più motivo di gaudio che di lamento nel fatto che Voi, confortandovi in Nostro Signore Gesù Cristo, siate rimasti invincibili nella dottrina evangelica ed apostolica e che, cacciati dalle vostre Chiese ad opera dei nemici della fede cristiana, abbiate preferito soffrire i dolori dell’esilio piuttosto che insudiciarvi al contatto con la loro empietà» (Epist. 154 ad Episcopos Aegyptios, Edit. Baller). Viviamo l’infelice epoca della «corruzione dei costumi [...] che si propaga in ogni parte, continuamente alimentata da scritti empi, infami, osceni, da rappresentazioni teatrali, da postriboli aperti pressoché ovunque e da altri perversi artifici; gli errori più mostruosi ed orribili disseminati ovunque; il crescente e abominevole straripare di tutti i vizi e di tutte le scelleratezze» (Pio IX, Op. cit.). Le solenni denuncie del Sommo Pontefice, era il 10 Agosto 1863, quando i potentati massonici di tutto il mondo, coordinati in segreti consessi diabolici, depredavano affannosamente la Chiesa di Dio di anime e di beni, oggi sono più attuali che mai. Il movimento modernista, discendente naturale di queste spelonche di turpi satanassi, che occupa quasi tutte le nostre chiese con le sue prave dottrine e la sua infame immoralità, oggi più che mai sparge quasi indisturbato - e protetto talvolta dalle polizie al soldo della Setta - «il mortale veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo [...]; la noncuranza ed il disprezzo [...] per le cose e le leggi sacre; l’ingiusto e violento saccheggio dei beni della Chiesa; la ferocissima e continua persecuzione contro i Ministri sacri, contro gli Alunni delle Famiglie Religiose, contro le Vergini consacrate a Dio; l’odio davvero diabolico contro Cristo, la Sua Chiesa, la Sua dottrina [....]». Infine «gli altri eccessi, pressoché innumerabili, commessi dagli accanitissimi nemici di quanto è cattolico e sui quali siamo costretti a versare quotidiane lacrime, sembrano rimandare e allontanare il tanto desiderato momento in cui sarà concesso vedere il pieno trionfo della nostra santissima religione, della giustizia e della verità» (Ivi.). Non perdiamoci d’animo, affinché questo “esilio”, affrontato grazie a Dio con santità d’animo e di opere, sia per noi speranza di salvezza. Restiamo aggrappati irriducibilmente, costi quel che costi, alla vera ed unica Chiesa di Cristo, visibilmente riconoscibile dalla sua Unità, Santità, Apostolicità e Cattolicità di dottrina, di culto e di legge (cf. Satis Cognitum, Papa Leone XIII). Asserisce Papa Pio IX: «Ancora dobbiamo ricordare e biasimare il gravissimo errore in cui sono miseramente caduti alcuni cattolici. Credono infatti che, vivendo nell’errore, lontani dalla vera fede e dall’unità cattolica, possano pervenire alla vita eterna. Ciò è radicalmente contrario alla dottrina cattolica. A Noi ed a Voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato. Parimenti è notissimo il dogma cattolico secondo il quale fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno può salvarsi, [...] non può ottenere la salvezza eterna. Infatti le parole di Cristo Nostro Signore sono perfettamente chiare: Chi non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano o come un pubblicano (Mt. 18,17). Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato (Lc. 10,16). Colui che non mi crederà sarà condannato (Mc. 16,16). Colui che non crede è già giudicato (Gv. 3,18). Colui che non è con me è contro di me, e colui che non accumula con me, dissipa (Lc. 11,23). Allo stesso modo l’Apostolo Paolo dice che questi uomini sono corrotti e condannati dal loro proprio giudizio (Tt. 3,11) e il Principe degli Apostoli li dice maestri mendaci che introducono sette di perdizione, rinnegano il Signore, attirano su di sé una rapida rovina (Epist. 2, c. 2, v. 1)». 

Comunicato numero 40. Solennità del Santo Natale

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi festeggiamo la Solennità del Santo Natale. La Santa Chiesa celebra tre Messe. Per i testi ed i commenti useremo il «Prontuario del Predicatore», Houdry - Porra, Volume IV, Parte prima, ed. Daverio, Imprimatur 1934, dalla pagina 106 alla pagina 148. Prima Messa, Testo evangelico: «In quei giorni appunto uscì un editto di Cesare Augusto per fare il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto, mentre Cirino era preside della Siria. E andavano tutti a dare il loro nome, ognuno alla sua città. Anche Giuseppe andò da Nazareth, di Galilea, alla città di David, chiamata Betlem, in Giudea, per essere lui del casato e della famiglia di David, a dare il nome, insieme con Maria a lui sposata in moglie, la quale era incinta. E avvenne che, mentre ivi si trovavano, si compì per lei il tempo del parto; e diede alla luce il figlio suo primogenito, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia; perché non trovarono posto nell’albergo. E nello stesso paese c’erano dei pastori che pernottavano all’aperto e facevano la guardia al loro gregge. Ed ecco, apparire innanzi ad essi un angelo del Signore, e la gloria del Signore rifulse su loro, e sbigottirono per gran timore. E l’angelo disse loro : — Non temete : che eccomi a recarvi l’annunzio di grande allegrezza la quale sarà per tutto il popolo: infatti oggi v’è nato un salvatore che è Cristo Signore, nella città di David. Questo per voi è il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia. E a un tratto si raccolse presso l’angelo una schiera della milizia celeste che lodava Dio dicendo: — Gloria negli altissimi a Dio, ed in terra pace agli uomini di buon volere» (S. Luca, II, 1-14). Il Vangelo ricorda il censimento ordinato da Cesare Augusto, censimento che fu fatto essendo preside della Siria Cirino. Per ottemperare all’editto imperiale Giuseppe e Maria si portano a Betlemme. La più nobile coppia del mondo a Betlem non trova un asilo; si rifugia in una stalla. Nella stalla nacque il Figlio di Dio. La Madre lo avvolse fra misere fasce e lo depose nella mangiatoia. Sui medesimi prati, dove un tempo l’avo del Messia, Davide ancora giovanetto, faceva pascolare la sua greggia, alcuni pastori passavano la notte vegliando l’armento. Ed ecco un Angelo si presenta ad essi, nunzio del grande fausto avvenimento. Nell’istante medesimo all’Angelo si unì una grande turba dell’esercito celeste, lodando Dio e dicendo: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere». Seconda Messa, Testo evangelico: «Ma quando gli Angeli si furono da essi tornati nel Cielo i pastori dicevano tra loro : — Or passiamo in fino a Betlemme, a vedere questo fatto che è avvenuto, e che il Signore ci ha manifestato. — E vennero frettolosi, e trovarono Maria e Giuseppe, e il fantolino reclinato nella mangiatoia. E vedutolo riconobbero la parola, che era stata detta loro, intorno a questo fanciullo. Quanti poi ne udivano, si meravigliavano delle cose che dai pastori erano loro riferite. Maria intanto di tutte queste cose faceva tesoro, paragonandole nel suo cuore. Ed i pastori se ne tornarono, glorificando e benedicendo Dio di quanto avevano udito e veduto, secondo che era stato detto loro» (S. Luca, II, 15-20). Il Vangelo della 2a Messa continua l’argomento del Vangelo della prima Messa. Il concerto angelico, l’allegrezza angelica commossero il cuore dei pastori. Nella loro estasi decidono di correre alla grotta di Betlem. E andarono in tutta fretta a Betlemme, dove trovarono Maria, Giuseppe, e Gesù. Quivi si manifestò in tutta la sua forza la fede ardente dei pastori. Essi non videro che un Bambino, senza alcun che di celeste, avvolto in cose terrene, le più miserabili. E malgrado tutto credettero e adorarono. Terza Messa. Testo evangelico: «Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio. Questo era nel principio presso Dio. Tutto per lui fu fatto, e senza di lui nulla fu fatto di quanto è stato fatto. In lui era vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa. Fuvvi un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Questi venne per testimonianza, a fine di testimoniare della luce, perché tutti credessero per lui. Egli non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. Questa era la luce verace, la quale illumina ogni uomo, che viene nel mondo. Era nel mondo, ed il mondo per esso fu fatto; ma il mondo non lo conobbe. Venne nella propria casa, ed i suoi noi ricevettero. Ma a quanti lo ricevettero, credenti nel nome di Lui, diede facoltà di divenire figliuoli di Dio; i quali non da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma da Dio sono generati, ed il Verbo si è fatto carne, e ha fra noi abitato; e noi abbiamo contemplato la sua gloria; gloria, come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (S. Giovanni, I, 1-14).

Comunicato numero 39. La Chiesa di Dio contro il «Libero esame» dei protestanti e dei modernisti

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi termineremo lo studio della «Providentissimus Deus» di Papa Leone XIII. Stiamo dimostrando che noi cattolici crediamo nel Vangelo perché ce lo dice la Chiesa (cf. «Contro Mani ...», sant’Agostino), non altri. Privi, difatti, della guida infallibile della Chiesa, noi non sapremmo affatto discernere un falso da un vero Scritto ispirato (cf. «Denzinger», 2009, numeri 202, 213, 354, 1504, 1863, 2538, 3006, 3029). Ma questo non basta. Noi crediamo in quella vera, unanime ed immutabile interpretazione di fede della Scrittura che ci è data dalla Chiesa, per conseguenza noi rigettiamo l’interpretazione soggettiva o personale della sacra Scrittura, laddove questa si discosti o si contrapponga a quella vera e santa della Chiesa. Tanto abbiamo già attestato a riguardo, cosicché solo ignoranti, insalubri o reprobi osano opporsi a tali evidenze, tuttavia cerchiamo ancora, per benevolenza e misericordia, di dimostrarlo usando delle sentenze specifiche. Da tali documenti si evince che bisogna pure rigettare tutte quelle false esegesi che, pur provenendo da alcuni uomini nominalmente di Chiesa, superbamente pretendono di contraddire e di opporsi a ciò che si è sempre compreso, insegnato e creduto. Sinodo di Roma, Papa Agatone, 27 marzo 680: «[Noi] crediamo […] professiamo […] riconosciamo [tale dottrina…] giacché ci viene mostrato che la tradizione apostolica ed evangelica ed il Magistero dei santi Padri, che la Chiesa santa, apostolica e cattolica ed i venerabili Sinodi hanno accolto, hanno ciò fissato» («Omnium bonorum spes»; cf. «Denzinger», 2009, numeri 546 - 548). Sedicesimo Sinodo di Toledo, Papa Sergio I, 693: «La santa Chiesa cattolica […] ha questa fede [… si enuncia la dottrina] [e tutti coloro che non la accolgono] e non avranno creduto senza macchia di dubbio tutte le asserzioni che il Concilio di Nicea […], l’Adunanza di Costantinopoli […] e l’autorità del primo Concilio di Efeso decise di accettare e che la volontà unanime dei santi Padri a Calcedonia o degli altri Concilii o anche di tutti i venerandi Padri, che vissero giustamente nella santa fede, prescrivono di osservare, saranno puniti con la condanna alla dannazione eterna e alla fine del tempo verranno bruciati con il diavolo ed i suoi soci in roghi vomitanti fiamme» («L’eccellenza e la necessità della Chiesa di Cristo», cf. «Denzinger», 2009, numeri 568 - 575). Sinodo di Roma, Papa Niccolò I, 862: «Si deve credere veracemente e professare in ogni modo [… questa dottrina] come insegna l’Autorità apostolica e mostra in maniera eminentissima la dottrina dei santi Padri. Coloro poi che affermano [… il contrario] siano colpiti dall’anatema» (cf. «Denzinger», 2009, numeri 635 - 636). Papa Gregorio IX, «Ab Aegyptiis argentea» ai teologi di Parigi, 7 luglio 1228: «Anche l’intelletto teologico è in grado quasi come uomo di presiedere a qualsivoglia facoltà, e quasi come spirito di esercitare il dominio sulla carne e di dirigerla sulla via delle rettitudine, affinché non se ne allontani. […]. In verità Noi, colpiti da dolore nell’intimo del cuore [cf. Gn. 6,6], siamo ricolmi dell’amarezza dell’assenzio [cf. Lam. 3,15], perché [...] alcuni di voi […] spinti dalla profana novità si danno da fare per travalicare “i confini posti dai Padri” [cf. Pro. 22,28], e infatti, la comprensione della Celeste Pagina, delimitata per le cure premurose dei santi Padri, coi sicuri confini delle loro interpretazioni, la trasgressione dei quali non solo è cosa temeraria, ma profana, essi piegano alla disciplina filosofica delle realtà naturali, per fare ostentazione di scienza e non per un qualche pregresso degli ascoltatori, e così si rivelano non esperti di Dio o teologi, ma diffamatori di Dio» (cf. «Denzinger», 2009, numero 824). Concilio di Lione II, Papa Gregorio X, 18 maggio 1274: «Con fedele e devota professione, confessiamo [... si enuncia la dottrina]. Questo ha ritenuto finora, ha predicato e insegnato, questo crede fermamente, predica, confessa e insegna la sacrosanta Chiesa romana, madre e maestra di tutti i fedeli. Questa è l’immutabile e vera dottrina dei Padri e Dottori ortodossi [ovvero integralmente cattolici, ndR], sia latini che greci. Ma poiché alcuni, ignorando l’irrecusabile verità ora accennata, sono caduti in vari errori, noi, desiderosi di precludere la via a questi errori, con il consenso del santo Concilio, condanniamo e riproviamo tutti quelli che osano negare […]» («Il Procedere dello Spirito Santo», cf. «Denzinger», 2009, numero 850).

Comunicato numero 38. Come bisogna leggere la Sacra Scrittura

Stimati Associati e gentili Lettori, anche in questo numero del nostro settimanale  SC parleremo di «esegesi» e di Sacra Scrittura. Fino al Santo Natale resteremo su questa materia. Impareremo dei punti di dottrina fondamentali da credere e da tenere, per onorare Dio e guadagnare meriti presso di Lui (che si guadagnano in stato di grazia - cf. «Catechismo Maggiore» numeri 526 - 546), anche contrastando adeguatamente coloro che, «mostrando zelo per la Religione, mettendo avanti un [finto] modello di pietà, fanno passare le novità, preparano le riforme, fingono la rinascita della Chiesa. [...] E mentre vergognosamente si perdono nei loro pensieri, mettono insieme, tra loro, errori che sono stati [già] condannati dalla Chiesa» («Quo Graviora», Gregorio XVI). La scorsa settimana abbiamo introdotto, citando puntualmente molti santi punti di dottrina, il «principio di convergenza dei Padri». Possiamo riassumerlo utilizzando il «Decreto sull’edizione Vulgata della Bibbia e sul modo di interpretare la Sacra Scrittura», Concilio di Tento, in vol. «Denzinger», ed. 2009, numeri 1506 - 1508. Facciamo tesoro di queste parole, regnante è Papa Paolo III: «Lo stesso sacrosanto Sinodo [di Trento], considerando che non sarà di poca utilità per la Chiesa di Dio sapere chiaramente fra tutte le edizioni latine in circolazione quale è l’edizione autentica dei libri sacri, stabilisce e dichiara che l’antica edizione della Volgata, approvata dalla stessa Chiesa da un uso secolare, deve essere ritenuta come autentica nelle lezioni pubbliche, nelle dispute, nella predicazione e spiegazione e che nessuno, per nessuna ragione, può avere l’audacia o la presunzione di respingerla [cf. Denzinger, 3825]. Inoltre, per frenare certi spiriti indocili, stabilisce che nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato. [...] Ma volendo, com’è giusto, imporre una norma su questo punto agli editori, [... il Concilio] stabilisce che, d’ora in poi l’antica edizione della Scrittura detta Volgata sia stampata secondo la versione più corretta; inoltre nessuno potrà stampare né far stampare libri di argomento sacro senza il nome dell’autore, né in futuro venderli o anche solo tenerli presso di sé, senza l’esame e l’approvazione preliminare dell’ordinario [...]». Ed ancora quanto chiaramente attesta la nostra «Professione di fede» stabilita da Papa Pio IV sulla base del Concilio di Trento: «Io N.… con fede sicura credo e professo tutto e singolarmente quanto è contenuto nel simbolo di fede di cui fa uso la santa romana Chiesa, cioè: [...] Fermissimamente ammetto ed accetto le tradizioni ecclesiastiche e le altre osservanze e costituzioni della stessa Chiesa. Ammetto pure la sacra Scrittura secondo l’interpretazione che ne ha dato e ne dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del senso genuino e dell’interpretazione delle sacre Scritture, né mai l’intenderò e l’interpreterò se non secondo l’unanime consenso dei Padri [...]». Questa è la nostra fede a riguardo, tuttavia oggigiorno  le «guide cieche», di cui parla il Signore (cf. S. Mt. XV, 14), pullulanti ed imbastardite mai come prima, senza «uscire dalla cerchia della Chiesa» e «per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva», essi, «i modernisti non esitano punto nell’affermare che quei libri [della sacra Volgata], e specialmente il Pentateuco ed i tre primi Vangeli, da una breve narrazione primitiva, son venuti man mano crescendo per aggiunte o interpolazioni, sia a maniera di interpretazioni o teologiche o allegoriche, sia a modo di transizioni che unissero fra sé le parti. A dir più breve e più chiaro vogliono che debba ammettersi la evoluzione vitale dei Libri sacri, nata dalla evoluzione della fede e ad essa corrispondente. [...] Così non pochi restano ingannati che forse, se meglio vedessero le cose, ne sarebbero inorriditi. Da questo prepotente imporsi dei fuorviati, da questo incauto assentimento di animi leggeri nasce poi un [...] corrompimento di atmosfera che tutto penetra e diffonde per tutto il contagio [...]» («Pascendi Dominici Gregis», san Pio X).

Comunicato numero 37. La vera esegesi cattolica contro i diffamatori di Dio

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «esegesi». Secondo il «Dizionario di teologia dommatica», Piolanti, Parente, Garofalo, Studium, Roma, Imprimatur 1952, pagina 117: «L’esegesi è l’arte di trovare e proporre il vero senso di un testo e, nel campo teologico, di un testo della Sacra Scrittura. L’esegesi è arte in quanto applica le norme di ordine razionale e di ordine teologico che la scienza ermeneutica stabilisce. Il processo di interpretazione di un testo biblico passa dalla fissazione del testo stesso mediante i principi della critica testuale e, per mezzo delle regole dettate dall’ermeneutica, né dà la esatta esegesi, ricorrendo eventualmente alla critica letteraria per accertare il genere letterario del libro in cui è contenuto il testo in esame ed alla critica storica per ambientarlo nel suo tempo. Scopo supremo dell’esegesi è far brillare attraverso le parole umane la pienezza della luce e del pensiero divino». Di questa definizione prettamente accademica ci faccia riflettere particolarmente la conclusione degli autori: «Scopo supremo dell’esegesi è far brillare attraverso le parole umane la pienezza della luce e del pensiero divino». A cosa serve, pertanto, l’esegesi? A far brillare la pienezza della luce e del pensiero divino. L’esegesi di coloro i quali pretendono di dare lustro alle proprie opinioni, oscurando il pensiero divino, è, in realtà, una falsificazione tipicamente protestante o moderna. Impareremo il perché. La Chiesa comanda di leggere la Scrittura attraverso la sapienza del Magistero (cf. «Denzinger», numeri 325, 3792s, 3826, 3828, 3888s, ecc…). Definisce solennemente che «l’estensione dell’ispirazione (divina) si estende a tutti i Libri riconosciuti dalla Chiesa con tutte le loro parti» (Op. cit., numeri 1504, 3006, 3029). Poiché «il Canone, comprese le Lettere di san Paolo, fu stabilito dalla Chiesa» (Op. cit., numeri 179s, 186, 213, 1335, 1520s) e «questo Canone deve essere riconosciuto esclusivamente e con tutte le sue parti» (Op. cit., numeri 202, 213, 354, 1504, 1863, 2538, 3006, 3029). Senza l’intervento della Chiesa docente è impossibile riuscire a «decifrare l’ispirazione» e quindi anche a «comprendere correttamente la Scrittura», tanto che il dotto Sant’Agostino scrive ai Manichei: «Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica»(Contra ep. man., 5, 6; cf. Contra Faustum, 28, 2); ai Donatisti ricorda «l’universalità» e «l’antichità» della «Tradizione apostolica» (De bapt., 4, 24, 31); ai Pelagiani insegna che «deve ritenersi per vero ciò che la Tradizione ha tramandato» (Contra Iul., 6, 5, 11), poiché i Padri «hanno insegnato alla Chiesa ciò che hanno imparato nella Chiesa» (Opus imp. c. Iul., 1, 117; cf. Contra Iul., 2, 10, 34), dimostrato che fuori dalla Chiesa non si imparano le cose sante. Contro gli oppositori, si può presentare anche l’inoppugnabile verità storica. Purtroppo, oggigiorno, molti «[…] modernisti sostengono e quasi compendiano in sé molteplici personaggi: quelli cioè di filosofo, di credente, di teologo, di storico, di critico, di apologista, di riformatore […]» («Pascendi Dominici gregis», san Pio X). Dunque, anche nelle loro esegesi, evidentemente violentano il pensiero divino, magnificando le loro falsificazioni. Di essi ci avverte il Signore: «Sinite illos: caeci sunt, duces caecorum. Caecus autem si caeco ducatum praestet, ambo in foveam cadent» (s. Mt., XV, 14). Afferma Papa Pio XII: «Reca dispiacere il fatto che non pochi di essi (autori moderni o novatori), [...] quanto più volentieri innalzano l’autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramente disprezzano il Magistero della Chiesa, istituito da Cristo Signore per custodire e interpretare le verità rivelate da Dio. […] E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli» (Humani generis). Proviamo a ragionare con logica semplicità usando il pensiero del Pontefice. La Chiesa, attraverso la sua esegesi, NON attraverso quella di terzi, fa brillare e ci comunica la pienezza della luce e del pensiero divino. Il pensiero divino è immutabile ed esclude l’errore (difatti "è luce"), dunque è inammissibile e falsa l’esegesi che pretenda di far cadere Dio in contraddizione sui medesimi argomenti. Il principio di non contraddizione è proprio del pensiero di Dio, dunque della Chiesa, cosicché Papa Pio XII conclude contro questi moderni “sapientoni”: «I Pontefici infatti – essi vanno dicendo – non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero. Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse».

Comunicato numero 36. L’infallibilità della Chiesa e del Romano Pontefice

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «Infallibilità» della Chiesa e del Romano Pontefice. Per iniziare studieremo l’«Enciclopedia Cattolica», Vaticano, 1951, coll. 1920 ss., alla voce Infallibilità, successivamente altri testi utili, infine il dogma enunciato nella «Pastor Æternus» del 18 luglio 1870, da Papa Pio IX in Concilio Vaticano. Al bisogno potete approfondire sui punti di «Denzinger» qui suggeriti. L’infallibilità è quella prerogativa soprannaturale, per cui la Chiesa ed il Papa non possono errare nel professare e definire la dottrina rivelata, per una speciale assistenza divina. L’infallibilità non esclude soltanto l’errore di fatto, ma anche di diritto, eliminando ogni possibilità di deviazione nel campo dottrinale. L’infallibilità della Chiesa differisce da quella di Dio, dalla quale deriva per partecipazione; non implica né manifestazione di nuove verità, né impulso soprannaturale a scrivere, ma un’assistenza divina (attribuita allo Spirito Santo) che dirige tutto l’insegnamento ecclesiastico con interventi negativi e positivi, impedendo la formulazione definitiva di falsi giudizi e indirizzando le menti del corpo docente alla retta comprensione e rielaborazione del dato rivelato. Attraverso questa assistenza è garantita pure l’infallibilità del credente, che aderisce (integralmente, ndR) alla dottrina proposta alla sua fede da un Magistero infallibile. L’assistenza divina non esclude i mezzi umani di ricerca della verità rivelata e dei suoi sviluppi, ma li suppone, li promuove e li preserva da deviazioni nel loro risultato finale. L’infallibilità non è, dunque, l’onniscienza, l’impeccabilità, la taumaturgia abituale del Papa, né l’unione ipostatica di tutti i vescovi con lo Spirito Santo, come non raramente viene presentata dai protestanti. L’infallibilità della Chiesa, in genere, non è mai stata formalmente definita come dogma, ma deve indubbiamente ammettersi quale verità rivelata proposta dal Magistero ordinario e universale; è supposta dal Concilio Vaticano nella definizione dell’infallibilità del Papa (Costituzione dogmatica Pastor Æternus, cap. 4; Denz-U, 1839; Denzinger ed. 2009, 3073-3074, ndR); può stabilirsi, con tutta certezza, dall’esame dei testi neotestamentari e dalla primitiva tradizione. 1) La Chiesa, nel Nuovo Testamento, appare investita della stessa missione e dello stesso potere di Cristo. Ora la missione ed il potere di Cristo ebbero per oggetto la predicazione della dottrina ricevuta dal Padre: cf. Mt. 18, 18; 28, 18-20; Mc. 16, 15-16. 20; Lc. 10, 16; Rom. 1, 5; I Cor. 1, 17; II Cor. 5, 20; 10, 4; I Tim. 1, 19; I Io. 2, 24; II Io. 1, 10. 2) I testi della solenne investitura dei poteri di Cristo agli Apostoli (Mt. 28, 18-20 e Mc. 16, 15-16), oltre la missione generale d’insegnare con il compito di «far discepoli», promettono un’assistenza efficace, i cui limiti di tempo sono gli stessi della durata del mondo presente. «Io sono con voi» è, nell’uso biblico, assicurazione divina di buon esito della missione affidata da Dio ai suoi messi, missione che nei testi citati è conservazione ed insegnamento orale del Vangelo. 3) Gesù Cristo minaccia la dannazione eterna a chi non crederà alla predicazione apostolica (Mc. 16, 16); minaccia assurda se il Magistero della Chiesa potesse concepirsi in disarmonia con la dottrina del Maestro. 4) Gesù indicò anche la causa soprannaturale dell’infallibilità additandola nello spirito di verità, che, posseduto e operante, assisterà gli Apostoli, come suoi testimoni ed interpreti della sua dottrina, illuminandoli, santificandoli con ogni verità, facendoli una cosa sola con Lui e con il Padre (Lc. 24, 48-49; Io. 14, 16 segg. 26; 15, 26; 16, 7-14; 17, 17; Act. 1, 8 e 2, 4). 5) Gli Apostoli, d’altronde, appaiono pienamente consapevoli della loro infallibilità (Act. 5, 32; 15, 28) e trasmettono i loro poteri ai successori (I Tim. 4, 11-16; II Tim. 2, 2; Tit. 1, 5) secondo una legge di successione chiaramente attestata da san Clemente Romano (Cor. 44, 1) e contemplata già nelle promesse di Gesù. 6) I Padri più vicini agli Apostoli riecheggiano lo stesso insegnamento. Per sant’Ignazio d’Antiochia i vescovi sono la dottrina stessa di Cristo, come questi è la dottrina del Padre; ad essa devono unirsi i fedeli (Ephes., 3, 2; cf. Philadelp., 3, 2). Per sant’Ireneo la dottrina apostolica, pervenuta mediante la successione dei vescovi, è il criterio per discernere la verità dall’eresia (Adv. haer., 1, 10, 1; 3, 3, 1; 3, 4, 1). Ma il Collegio episcopale, erede dei poteri del Collegio apostolico, infallibile sia nelle solenni definizioni dei Concili, sia nel Magistero ordinario e universale, esplica la sua missione di insegnamento soltanto in subordinazione al suo capo, secondo la divina istituzione del primato, che racchiude, perciò, nella sua stessa natura, l’infallibilità, attributo inseparabile dal Magistero universale (sia esso ordinario o straordinario, ndR). Il Papa è anzi l’unico soggetto immediato o diretto, o la fonte, rispetto alla Chiesa, dell’infallibilità, secondo la speculazione teologica oggi prevalente, insinuata anche da un testo della Mystici corporis (AAS, 35 [1943], p. 216), e già formulata così dal teologo passionista Giacomo del S. Cuor di Maria: «Il Papa non è infallibile da sé, ma da lui, Gesù; nondimeno il Papa è infallibile per sé come per sé è infallibile Gesù Cristo. Laddove la Chiesa non è infallibile né da sé, né per sé ma da Cristo per il Papa».

Comunicato numero 35. Che cos’è la Tradizione? Ovvero se si possa osservare la Tradizione andando contro il Magistero

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di «Tradizione», parola che, nella storia, è stata ed è davvero abusata da ogni sorta di setta eretica e scismatica, ed anche da alcuni che si dicono cattolici. Facciamo alcuni esempi: — I sedicenti “Ortodossi” affermano: è Tradizione ritenere che il Pontefice abbia solo un primato di onore e non di giurisdizione; — I “Protestanti” sostengono: è Tradizione che ogni uomo possa passare al setaccio e giudicare la dottrina della Chiesa; — I cosiddetti “Tradizionalisti” oggi asseriscono: è Tradizione credere che lo Spirito Santo assista la Chiesa solamente nelle dichiarazioni ex Cathedra del Pontefice, non in altri casi . Ovviamente sono tutti in grandissimo errore, lo dimostreremo con semplicità. Per principiare, ci faremo aiutare dal Sac. Ferdinando Maccono e dal suo Commento dogmatico e morale al Catechismo di san Pio X. Si tratta del libro «Il Valore della Vita», Parte II, Rist. 2a, SEI, Torino, 1942, dalla pagina 255 in avanti. D. 235. Che cos’è la Tradizione? La Tradizione è l’insegnamento di Gesù Cristo e degli Apostoli, fatto a viva voce, e dalla Chiesa trasmesso fino a noi senza alterazione. Gesù Cristo insegnò la sua dottrina a viva voce, e non scrisse nulla; non comandò neppure agli Apostoli di scrivere, ma di predicare (s. Mt., 16, 1). In principio essi insegnavano a viva voce, quanto avevano imparato da Gesù; più tardi furono inspirati a scrivere per utilità degli uditori, per vantaggio dei fedeli lontani e dei posteri, che non avrebbero avuto la fortuna di sentirli; ma scrissero solo una parte degl’insegnamenti di Gesù, non tutti; quindi il complesso delle verità insegnate e dei precetti dati da Gesù Cristo, e non registrati nei libri santi, ma insegnati a viva voce dagli apostoli fino a noi, formano la tradizione che vuol dire tramandare un insegnamento di bocca in bocca. Quindi san Paolo diceva: «Ritenete la tradizione che avete appreso dalle nostre parole e dalla nostra lettera» (II Tess., 2, 14). Volete qualche verità che si sa per tradizione? Ecco, per esempio, per tradizione sappiamo che il battesimo dato dagli eretici, poste le debite condizioni, è valido; che il matrimonio è vero Sacramento; che Maria Santissima fu assunta in Cielo, ecc.; così la pratica del digiuno quaresimale si sa per tradizione che fu stabilita dagli Apostoli. Le verità ed i precetti, trasmessi a viva voce, furono poi raccolti dai dottori e scrittori ecclesiastici, inseriti nei Concilii della Chiesa, negli Atti della Santa Sede, illustrati dall’arte cristiana, ecc. La tradizione, accettata dalla Chiesa, ha lo stesso valore della Sacra Scrittura, perché vera parola di Dio; onde il Concilio Vaticano dice: «La divina rivelazione, secondo la fede della Chiesa universale dichiarata dal Santo Concilio di Trento, è contenuta nei libri santi e nelle tradizioni non iscritte» (Cost. «Dei Filius», cap. II), cioè, non scritte nei libri divinamente inspirati. Nella seconda parte di questo numero di Sursum Corda riporteremo e studieremo interamente la Costituzione «Dei Filius». Riprendiamo dal Maccono. Queste verità furono, come si è detto, dai Padri e Dottori della Chiesa inserite nelle loro opere, o in altri documenti storici; e quindi, oltre la tradizione orale, abbiamo anche la tradizione scritta. Fonti principali della tradizione sono: — 1° I Concilii della Chiesa ; — 2° i libri liturgici ; — 3° gli Atti dei Martiri ; — 4° le iscrizioni sulle tombe e sui monumenti ; — 5° le preghiere pubbliche ; — 6° la Storia Ecclesiastica ; — 7° le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa e degli Scrittori ecclesiastici. Il titolo di Padri si dà agli Scrittori dei primi secoli, fino a san Bernardo (secolo XII), i quali rifulsero per santità e dottrina; quello di Dottore si dà tanto ai Padri quanto ad altri la cui dottrina è approvata dalla Chiesa e generalmente seguita; quello di Scrittori ecclesiastici si dà a coloro che scrissero la Storia della Chiesa. D. 236. Chi può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione? La Chiesa sola può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione, perché a lei sola Dio affidò il deposito della Fede e mandò lo Spirito Santo che continuamente l’assiste, affinché non erri. I Libri inspirati e la Tradizione mi manifestano ciò che Dio vuole che io creda e pratichi; ma come faccio io a sapere quali e quanti sono i Libri veramente inspirati, e quali affermazioni della Tradizione accettare o rigettare? Di più: quando il senso dei Libri inspirati è oscuro e controverso, ammesso dagli uni e negato da altri, come faccio io ad averne la retta interpretazione? Ecco quindi la necessità d’un’autorità competente, ed immune da ogni errore, la quale mi certifichi dei libri inspirati e del vero senso in essi contenuto, e delle verità tramandate dalla Tradizione. Ora tale autorità non può avere, come pretendono i protestanti, né un certo buon senso naturale, né un certo buon gusto spirituale, cose variabili secondo gl’individui e fallaci; né il consenso dei più studiosi e dotti, perché fallibile; né l’interna individuale inspirazione dello Spirito Santo, di cui non solo non ci consta, ma anzi vediamo che i protestanti, i quali l’affermano, andare d’accordo come le campane rotte, e gli uni affermare quanto altri negano. Se fossero inspirati, sarebbero tutti d’accordo, perché lo Spirito Santo è spirito di verità e non di contraddizione.

Comunicato numero 34. Se è vero che Dio castighi con terremoti anche a causa delle “leggi” inique

Stimati Associati e gentili Lettori, dalla scorsa settimana abbiamo iniziato a riportare ed a studiare alcuni punti del decreto Lamentabili Sane Exitu. Come già facemmo per il Sillabo, proseguiremo settimanalmente fino al termine anche di questo importante documento. Oggi ci occupiamo, per meglio comprendere il valore del Lamentabili e del Sillabo, soprattutto del Divino Magistero della Chiesa, partendo dal Capitolo I del libro di Commento al Decreto Lamentabili ..., Editori Pontifici, Roma, 1914, scritto da Mons. Francesco Heiner ed introdotto dal Card. Merry Del Val (a nome del Sovrano Pontefice, san Pio X). Prima di entrare nel vivo della questione urge tuttavia parlare nuovamente di Dio e dei Suoi castighi. La questione è tornata improvvisamente di moda visto che alcuni cosiddetti “credenti” continuano a negare che Dio possa castigare, tanto che con il nostro Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti abbiamo già diffuso sul web la Breve ricerca sui castighi per i trasgressori della legge divina. Cercheremo di sintetizzarla in questo Comunicato numero 34. Papa Benedetto XV nel Discorso ai Predicatori (19.2.1917) insegna: «Lo spirito del cristiano consiste nel riconoscere Iddio come nostro Padrone assoluto e come nostro Sovrano Legislatore. […] Tutto ciò che accade nel mondo dev’essere spiegato alla luce della fede. […] Questo ammirabile lume […] ci fa comprendere che le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio». La sola menzionata dichiarazione pontificia, che evidentemente poggia già sull’interpretazione infallibile della Scrittura da parte della legittima Autorità, stanti i dogmi enunciati p. es. nella Pastor Aeternus (18.07.1870) e nella Providentissimus Deus (18.11.1893), ci obbliga a credere che Dio sia anche castigatore. Vediamo, ora, il nesso fra il castigo di Dio ed i terremoti. Papa Pio IX nella Cum Nuper (20.2.1858) parla di «[…] acerbissimo dolore […], allorché abbiamo avuto notizia che nello scorso mese di dicembre molte città di codesto Regno furono talmente sconquassate da grandi terremoti che molte persone, travolte dalle rovine di edifici cadenti, in modo miserando hanno perso la vita». Stando all’insegnamento della Prima Cattedra, la spiegazione al cataclisma è la seguente: «[…] Vi sono noti i passi della Sacra Scrittura, che chiaramente e palesemente insegnano che tali castighi di Dio sono provocati dalle colpe degli uomini». Il Pontefice non può essere accusato di falsa interpretazione della Scrittura o di menzogna, questo se si vuol rimanere cattolici (cf. Mystici Corporis, Pio XII, 29.6.1943; Pascendi Dominici Gregis, san Pio X, 8.9.1907; etc.). Più recentemente, Papa Pio XII, nella Ingruentium malorum (15.09.1951) attesta il rapporto i fra castighi di Dio e la corruzione dei bambini (es. il Gender): «Non possiamo in alcuna maniera passare sotto silenzio un nuovo misfatto […] Ci riferiamo a quella iniqua campagna che gli empi conducono a danno della candida innocenza dei fanciulli […]. Non deve destare molta meraviglia il fatto, che tanti popoli gemano sotto il peso dei divini castighi, e vivano sotto l’incubo di calamità ancora maggiori». Contro il castigo di Dio del cosiddetto femminismo, Papa Pio XII si esprime il 12.03.1953 nel Discorso alla gioventù femminile. Difatti le vere donne cristiane, ossia le non femministe: «[sono] potenti ad impetrare grazie, [sono] modelli viventi per chi vuole entrare nel regno dei cieli, esse distornano i castighi divini dalle nostre famiglie e dalle nostre città». Per conseguenza, le femministe evidentemente attirano o sono «castighi divini sulle nostre famiglie e sulle nostre città». Nel Discorso ai profughi di guerra (12.3.1944), il Pontefice imputa ai peccati degli uomini anche il castigo di Dio della guerra: «[…] Portate anche voi la vostra [croce] in penitenza ed in espiazione dei peccati vostri e altrui, che hanno provocato i giusti castighi di Dio». Ribadisce il concetto pure nel Discorso ai giuristi circa l’aiuto dei carcerati del 26.05.1957. Appurato che Dio certamente castiga permettendo (o con) guerre, pestilenze, cataclismi ed altro, vediamo se regge anche la correlazione fra castighi e “legislazione” iniqua, come p. es. il preteso riconoscimento delle “unioni civili”. In Dall’Alto (15.10.1890), Papa Leone XIII spiega che i castighi provengono anche dalla separazione “legislativa” fra Stato e Chiesa: «[...] Come nell’ordine sociale la guerra fatta alla religione riesce funestissima e sommamente micidiale all’Italia, così nell’ordine politico […] è per l’Italia sorgente di grandissimi danni. […] Vuol dire alimentare nel seno della nazione […] i germi funesti di mali e di castighi gravissimi». Già Papa Pio VI si era espresso nella Quae Causa (24.11.1792): «Ci incalzano infatti minacce ostili, e ogni giorno maggiori pericoli ci sovrastano. […] Si deve bussare senza intermissione alle porte della misericordia, fintanto che l’ira di Dio, eccitata dai nostri peccati [anche collettivi], si converta alla compassione […]. Dio infatti non vorrebbe castigarci». Papa Gregorio XVI in Mirari Vos (15.8.1832) insegna che la pretesa “libertà” di andare contro l’Ordine divino e naturale è davvero un «delirio».

Comunicato numero 33. Entriamo nel vivo del «Lamentabili Sane Exitu»

Come già preannunciato, dopo aver riproposto sul nostro settimanale il Sillabo di Papa Pio IX, numero dopo numero, diamo adesso spazio al Lamentabili Sane Exitu, voluto e promulgato da san Pio X. Scrive Mons. Francesco Heiner nel suo Commento al Decreto Lamentabili ..., Editori Pontifici, Roma, 1914, con lettera introduttiva del grande Card. Merry Del Val (a nome del Sovrano Pontefice): «Bisogna tener conto che il Decreto Lamentabili non è altro che una silloge (una raccolta, ndR) d’errori prorpii specialmente dei nostri tempi. La loro condanna da parte della Chiesa Cattolica contiene, implicitamente, quale sia la vera dottrina da credere e da seguire: quindi un commento al Decreto vale quanto dire un’esposizione formale di quello che ogni Cattolico deve professare per restare nel seno della Chiesa» (pag. IX). Ancora: «Ai giorni nostri, difatti, quello che più maggiormente importa è la cognizione di ciò che la Chiesa, nostra Madre amorosa, vuole che noi crediamo, e di ciò che essa vuole che noi rigettiamo. In mezzo a tanto dilagare di pubblicità di ogni sorta, dove sovente l’errore è insegnato sotto mentite spoglie, è cosa sommamente buona e lodevole il conoscersi dalla comune degli uomini, a qualunque ceto essi appartengano, quello che ogni fedele deve credere e quello che deve condannare. [...] Non furono affatto mire umane, che ci spinsero all’immane lavoro di una versione, tutt’altro che agevole: ma l’ideale di fare un’opera buona qualsiasi, mediante la quale gli erranti, nel caso nostro i Modernisti, conoscano i loro errori e tornino all’unità della fede. Questo stesso voto esprimiamo nella ristampa di questo libro, che dedichiamo ancora una volta al Supremo Pastore delle anime, vigile custode della fede nostra, con la preghiera che benedica noi e tutti coloro che lo leggeranno, affinché presto si avveri nella Chiesa di Cristo che fiet unum ovile et untis Pastor!». Anche il Decreto Lamentabili ed il Sillabo sono considerati dai Modernisti - i quali oggi occupano la Chiesa nelle viscere (cf. Pascendi, san Pio X) e presiedono materialmente a tutte le principali cattedre - poco meno di due documenti figli del loro tempo, dunque da rigettare e ridicolizzare. La «sintesi delle eresie» (Ivi.) dei Modernisti, come abbiamo già dimostrato, passa anche attraverso il cosiddetto storicismo, che pretende di ridurre i dogmi ad una sorta di regole temporanee, suscettibili di nuove interpretazioni in base alla sedicente evoluzione. Questo complesso di sofismi storicisti, più o meno eretici, è la negazione stessa della fede cattolica (cf. Dei Filius, Concilio Vaticano, 1869-1870). Pretesa, quella dei Modernisti, ereticissima, biasimata già da Gesù (cf. san Matteo, XXVIII, 19-20), poi dalla Chiesa sin dalla fondazione (cf. Ai Galati, I, 8-9), ed anatematizzata, sul piano dottrinale e sociale, nel Sillabo al numero 80, mediante la condanna della proposizione moderna: «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione». Difatti la religione cattolica prevede inequivocabilmente che il Romano Pontefice, ovvero colui che custodisce la fede e la tramanda inalterata (cf. Pastor Aeternus, Concilio Vaticano, 1869-1870), NON può e NON deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione (coi tempi). Il Lamentabili si apre con questa dichiarazione: «Con deplorevoli frutti, l’età nostra, impaziente di freno nell’indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novità, che, lasciata da parte, per così dire, l’eredità del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga più pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell’interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede. È da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi. Affinché dunque simili errori, che ogni giorno si spargono tra i fedeli, non mettano radici nelle loro anime e corrompano la sincerità della Fede, piacque al Santissimo Signore Nostro Pio per divina Provvidenza Papa X, che per questo officio della Sacra Romana ed Universale Inquisizione si notassero e si riprovassero quelli fra di essi che sono i precipui. Perciò, dopo istituito diligentissimo esame ed avuto il voto dei Reverendi Signori Consultori, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali Inquisitori generali nelle cose di fede e di costumi, giudicarono che le seguenti proposizioni sono da riprovarsi e da condannarsi, come si riprovano e si condannano con questo generale Decreto». Segue l’elenco delle proposizioni diaboliche. Come abbiamo già visto, il Lamentabili fu approvato da san Pio X e fu diramato in tutto il mondo. Da adesso in avanti useremo Sursum Corda per ricordare le proposizioni da riprovare e condannare, se intendiamo conservare la fede cattolica. (A cura di CdP)

Comunicato numero 32. Scegliere da che parte stare: con Dio o coi «bugiardi»

In questo numero di Sursum Corda mediteremo le parole di Papa Pio XI nella «Quas Primas», del giorno 11 dicembre 1925. Questi insegnamenti dogmatici del Pontefice, atti anche a rendere feconde e pacifiche le nazioni per la gloria di Dio, validi a perenne memoria e che vengono sin dall’origine dei tempi, oggi sono, a torto, considerati retaggio del passato: così la società si sta dissolvendo nella più completa e mondana «follia» (cf. Epistula I ad Corinthios, II, 14). Purtroppo alcuni «usurpatori nella Chiesa» (cf. Pascendi, san Pio X), «bugiardi» ed agenti contro la volontà di Nostro Signore (cf. Epistula I Ioannis, II, 4), dunque nemici delle sentenze divine e della Prima Sede (cf. Pastor Aeternus, Pio IX), in pubblico e notorio anatema (cf. Epistula ad Galatas, I, 8-9), hanno preferito il «dannoso ecumenismo» (cf. Mortalium Animos, Pio XI), la «delirante libertà di coscienza» (cf. Mirari Vos, Gregorio XVI) o addirittura il «nocivo socialismo» (cf. Rerum Novarum, Leone XIII), alla salutare «Regalità Sociale di Cristo Re dell’universo». Insegna san Pio X nella Vehementer Nos (11 febbraio 1906): «È una tesi assolutamente falsa, un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa. [...] Questa tesi è un’ovvia negazione dell’ordine soprannaturale [...]. Sconvolge pure l’ordine saggiamente stabilito da Dio nel mondo [...]. Danneggia gravemente la stessa società civile, che non può essere né prospera né duratura quando non vi è posto per la religione, regolatrice suprema e sovrana maestra allorché si tratta dei diritti e dei doveri dell’uomo». Dopo questa lettura, Dio lo voglia, credo che tutto ci sarà più chiaro e, senza alcun indugio, gli stimati Associati ed i gentili Lettori, che fossero ancora turbati o dubbiosi, ben sapranno scegliere da che parte stare: se con i «bugiardi» o con Dio e con tutti i veri cattolici (cf. Apocalypsis Ioannis II, 2-5). Citazione aggiuntiva sulla Regalità sociale di Cristo, che oggi 30.10.2016 festeggiamo:  "(…) Nonostante però tante e sì solenni affermazioni della regia potestà di Cristo contenute nelle sante Scritture e nella divina liturgia, pure da oltre un secolo e mezzo mena strage nel mondo civile un’esiziale eresia, che da alcuni venne detta liberalismo, da altri laicismo. Quest’errore è multiforme, ma tutto in sostanza si riduce a negare la supremazia di Dio e della Chiesa sulla società civile e sugli stati, i quali ufficialmente si proclamano indipendenti da qualsiasi altra superiore autorità; – libera Chiesa in libero stato – quando pure non giungano a quella frenesia di statolatria, che rivendica allo stato le prerogative divine, cui, come una volta all’idolo Moloch, vuolsi oggi sacrificato ogni altro diritto, così individualmente, che familiare. – Lo stato [sarebbe] la suprema espressione dell’assoluto. – (…) Dio è il fine sovrannaturale dell’uomo. Ora, è preciso compito della società civile e di chi la presiede, di collaborare colla Chiesa e di prestarle aiuto, nel campo, s’intende, proprio dell’autorità civile, perché la Chiesa stessa possa con più facilità e sicurezza compiere, la sua divina missione di illustrare e governare le anime, stabilendo in esse il regno di Cristo. Quest'alta potestà della Chiesa Cattolica e del Romano Pontefice sugli stati e suoi loro monarchi, faceva parte, nel medio evo, del diritto internazionale dei popoli cristiani: così che più volte si videro i Papi deporre dal trono del re immeritevoli di tale ufficio, e prosciogliere anche i sudditi dal giuramento di fedeltà già loro prestato (…)" (card. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. IX).

A cura di CdP

Comunicato numero 31. Il Decreto Lamentabili Sane Exitu, san Pio X

Stimati Associati, abbiamo terminato la pubblicazione delle 80 proposizioni con condanne di Papa Pio IX nel Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores del 1864 (8 dicembre). Nel Sillabo (e Quanta Cura) sono di già condannati infallibilmente il panteismo, il naturalismo ed il razionalismo assoluto (§ 1 - 7); il razionalismo moderato (§ 8 - 14); l’indifferentismo ed il latitudinarismo (§ 15 - 18); il socialismo, il comunismo, le società clandestine, le società bibliche e le società clerico-liberali (IV) - Tali pestilenze sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Qui pluribus, nell’Allocuzione Quibus quantisque, nella Noscitis et Nobiscum, nella Singulari quadam e nella Quanto conficiamur. Sono altresì condannati gli errori intorno alla società cosiddetta «civile» nei rapporti con la Chiesa (§ 39 - 55); gli errori contro i diritti della Chiesa (§ 19 - 38); gli errori intorno all’etica naturale e cristiana (§ 56 - 64); gli errori circa il matrimonio cristiano (§ 65 - 74); gli errori intorno al principato civile del Romano Pontefice (§ 75 e 76); gli errori riguardanti il liberalismo moderno e la cosiddetta «laicità» (§ 77 - 80). Il modernista J. Ratzinger definirà il Sillabo «nulla più di una dichiarazione di guerra contro la sua generazione. [...] contro la visione scientifica e politica del mondo del liberalismo» e si farà promotore di una «sorta di controsillabo» (cf. «Principles of Catholic Theology», pag. 381). Dalla prossima settimana pubblicheremo a puntate il Decreto della Suprema Sacra Inquisizione Romana ed Universale «Lamentabili Sane Exitu», approvato da papa san Pio X il 3 luglio 1907. Il Decreto contiene una lista di 65 proposizioni ricavate dalle pubblicazioni di alcuni esponenti modernisti, con relativa condanna per tentata «corruzione dei dogmi, sotto le apparenze di una più alta intelligenza e con il nome di considerazione storica». Secondo alcuni, il Lamentabili può essere considerato il seguito del Sillabo. Il Motu Proprio «Praestantia Scripturae Sacrae» del 18 Novembre 1907, conferma espressamente le condanne inflitte dal Decreto Lamentabili e dall’Enciclica Pascendi: «Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Autorità Apostolica, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l’anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti [...] Questa scomunica poi è indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possano incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversarii dei due citati documenti accade in non pochi casi e principalmente allorché difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie».

A cura di CdP

Comunicato numero 30. I franchi muratori e la Chiesa

La prestigiosa e dimenticata Enciclopedia Cattolica dedica una voce molto corposa alla Massoneria. Intendiamo riproporla integralmente, dato che la suddetta Enciclopedia è oramai difficile da reperire, mentre la Massoneria è, al contrario, attiva oggi più che mai. Definizione: Società Segreta a carattere cosmopolita e iniziatico, sorta col fine di affratellare gli uomini di tutte le nazioni e di organizzare la società su basi esclusivamente umanitarie e laiche. Operatività. L’origine si ricollega con le antiche corporazioni dei maestri d’arte muraria, che ebbero la massima espansione ed importanza specialmente dall’XI al XIII secolo. Nella febbrile attività edilizia di quell’età si spiega come buoni architetti e buoni muratori, capomastri, lapicidi, ecc., venissero dappertutto ricercati ed allettati con privilegi, immunità e franchigie e come l’arte muraria acquistasse una sorta di internazionalità ed un primato su tutte le altre arti. I Pontefici non si mostrarono meno larghi dei Principi secolari: Bonifacio IV (1110), Niccolò III (1277) e Benedetto XII (1331), riconobbero loro il diritto di governarsi secondo i propri statuti, con esenzioni da oneri ed obbligazioni locali, di potersi trasferire di Paese in Paese liberamente, di godere di una specie di monopolio per la costruzione di fabbriche religiose di maggior importanza. Di qui l’appellativo «liberi» (franc, free) e l’attributo che, con legittimo orgoglio, le corporazioni murarie si attribuirono di arte reale. A conservare ed accrescere tale prestigio contribuì non poco la rigida osservanza delle norme stabilite negli statuti corporativi circa l’iniziazione di nuove reclute e la promozione dal grado di apprendista, con cui esse venivano ascritte all’arte, a quelli di compagno e di maestro, la solennità di cerimonie e di riti con cui venivano vestite dei simboli dell’arte, squadra, compasso, grembiule ecc..., i solenni giuramenti, l’inviolabile osservanza dei segreto professionale e dei doveri civili, religiosi e morali imposti dagli statuti. Con tale investitura, il fratello (così si nominavano i membri fra di loro), era reso partecipe di una parola d’ordine, di segni di riconoscimento, ecc., con i quali veniva ricevuto dovunque si recasse ed accolto fraternamente da compagni d’arte, provveduto e aiutato nei propri bisogni. Gli statuti corporativi erano molto esigenti quanto ai requisiti non solo professionali, ma anche personali dei membri, né permettevano l’ammissione se non a persone le quali avessero giusti natali e condotta religiosa e morale del tutto ineccepibile. Un documento francese della fine del sec. XIV, il «Poème maçonnique», in cui si ha una specie di galateo, civile e religioso, del buon libero muratore, insiste in particolar modo sulla devozione che questo deve avere verso Dio, verso i santi e verso la Chiesa. Gli stessi precetti sono inculcati in tutti gli antichi statuti corporativi che si conservano, fino alle «Constitutions of Masonry» del 1704, che sono le ultime che in Inghilterra si conoscano prima della trasformazione delle Logge da operative in speculative. L’attaccamento dei franchi muratori alla Chiesa cattolica è dimostrata in Francia dalla parte rilevante presa da essi nel movimento della «Ligue», in Inghilterra dalla tenace resistenza fatta agli sforzi di Enrico VIII (1491-1547) e della regina Elisabetta I (1533-1603) per introdurre la «Riforma» nelle Logge, in Italia dalla frequenza di altari e di cappelle erette dalle corporazioni dei «Lombardi», là dove si ritrovavano in maggior numero. Accanto alle corporazioni di mestiere, esistevano assai spesso confraternite, che il protestantesimo (dice René Le Forestière) riformò, ma che sussistono ancora, osservando il culto della fratellanza, il rispetto alla religione ufficiale e gli usi tradizionali. L’abbandono dell’architettura religiosa nei Paesi invasi dalla «Riforma protestante», nonché le dissensioni intestine che presto si incominciarono a manifestare tra maestri ed artigiani (collegati questi in segrete leghe di resistenza - compagnonnage - dai nomi strani, a riti e gergo non meno bizzarri: una sentenza del 14 marzo 1655 della Facoltà teologica della Sorbona ne dichiara empie, sacrileghe e superstiziose le pratiche e i riti), arrecò con la crisi professionale anche il decadimento delle corporazioni. Per rialzare il loro prestigio queste adottarono il sistema di ammettere membri onorari influenti appartenenti alle classi dell’alta società. Fin dal principio del secolo XVII, in Inghilterra si contano non pochi nobili tra i membri delle corporazioni ed era una moda, un gesto di squisita eleganza farsi iscrivere ad esse. A poco a poco, l’elemento intellettuale e aristocratico costituì il vero elemento direttivo, così da preparare insensibilmente la trasformazione della Massoneria da operativa in speculativa. «Tutto porta e cedere - dice Padre Bertoloot - che dal principio del sec. XVII gli elementi speculativi la vincessero su quelli operativi, sicché la sostituzione già dal principio del secolo XVIII fosse in atto in tutti i grandi paesi d’Europa». Ormai gli storici seri, anche massoni, hanno definitivamente ripudiato come infondate certe mirabolanti versioni, che vorrebbero far discendere la Massoneria da Lameck, architetto del tempio di Gerusalemme, da Zoroastro, da Confucio, da Pitagora, dai misteri d’Egitto e di Grecia, dai Templari e perfino da Noè e da Adamo. ... (Prosegue negli altri articoli. Cliccare sul Tag Massoneria).

[Articolo estratto da «Enciclopedia Cattolica», vol. VIII, Vaticano, 1951, coll. 312-325, voce «Massoneria», a cura di P. Pietro Pirri S.J. dell’«Istituto Storico della Compagnia di Gesù»].

 

Comunicato numero 29. La Chiesa contro il buonismo: la vera concordia è cattolica

Stimati Associati e gentili Lettori, dedichiamo questo comunicato alla pace, quindi alla concordia. Papa Pio XII auspica che tutti «si stringano nell’unica Chiesa di Gesù Cristo, affinché quasi uniti in una sola falange, compatta, concorde, stabile, resistano contro gli sforzi dell’empietà ogni giorno più minacciosi» (Orientalis Ecclesiæ, 9 aprile 1944). Difatti la Chiesa di Gesù Cristo è una, non più di una, non molte, come ci insegna san Pio X: «Da tante società o sette fondate dagli uomini, che si dicono cristiane, si può facilmente distinguere la vera Chiesa di Gesù Cristo per quattro contrassegni. Essa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica. [...] Non vi possono essere più Chiese, perché siccome vi è un solo Dio, una sola Fede e un solo Battesimo, così non vi è, e non vi può essere che una sola vera Chiesa» (Catechismo, 1905 ca). Poi ci erudisce che «si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati» (Ivi.). Per conseguire la concordia, che viene a mancare ovunque proliferino protestantesimo, ateismo e paganesimo, e per contrastare la minacciosa empietà «è assolutamente necessario che tutti [...] raggiungano quella concordia di animi, che dev’essere munita di quel triplice legame con cui Cristo Gesù, fondatore della Chiesa, volle che essa fosse stretta e tenuta insieme, quasi in superno infrangibile vincolo, da Lui stabilito; vale a dire nell’unica fede cattolica, nell’unica carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica obbedienza e soggezione alla legittima gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo». Questi tre vincoli, unità di fede - di amore - di obbedienza, prosegue Papa Pio XII nella Orientalis, «sono tanto necessari, che se l’uno o l’altro di essi viene a mancare, non si può più neppure comprendere nella Chiesa di Cristo vera unità e concordia». Quando i modernisti del vaticanosecondo parlano di “ecumenismo”, di “realtà e sensibilità ecclesiali”, o addirittura di “chiese”, essi hanno evidentemente dimenticato o negano apertamente tutti e tre questi «legami». Si tratta di un «triplice legame» essenziale, ovvero «vincolante» (dogmatico), e non semplicemente accidentale, tanto che nella mentovata Enciclica il Pontefice emette l’infallibile sentenza: «Non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il patriarca alessandrino [san Cirillo, ndR]: “Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo”. Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata». Papa Pio XII usa esplicitamente dire che è necessario «accogliere integralmente». Oggi sarebbe etichettato con l’infamia di essere un integralista o un fondamentalista. In ambito sociale, ci avverte Papa san Pio X, è bene fare attenzione a quella «deformazione del Vangelo e del carattere sacro di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Uomo», oggi largamente praticata (il Pontefice sta condannando il Sillon, ovvero i “parenti” francesi della sedicente “Democrazia” “Cristiana” italiana). è «di moda», afferma il Papa, «quando si tocca la questione sociale, mettere anzitutto da parte la Divinità di Gesù Cristo, e poi parlare soltanto della sua sovrana mansuetudine, della sua compassione per tutte le miserie umane, delle sue pressanti esortazioni all’amore del prossimo e alla fraternità. Certo, Gesù ci ha amati di un amore immenso, infinito, ed è venuto sulla terra a soffrire e a morire affinché, riuniti attorno a Lui nella giustizia e nell’amore, animati dai medesimi sentimenti di carità reciproca, tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità».

Comunicato numero 28. Pio XI, «Casti Connubii»: sul vero matrimonio e contro le sue contraffazioni

Stimati Associati e gentili Lettori, oggi parliamo di matrimonio, del vero vincolo e della vita coniugale secondo il dogma cattolico. Lo facciamo, senza alcun timore di sbagliare, studiando l’Enciclica Casti Connubii di Papa Pio XI, Vicario di Cristo in terra, infallibile nella docenza (cf. Pastor æternus), certissimi della solenne promessa di Nostro Signore Gesù Cristo: «Qui vos audit, me audit; et, qui vos spernit, me spernit; qui autem me spernit, spernit eum, qui me misit», ovvero: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato» (Lc. X, 16). L’Enciclopedia Cattolica, Vaticano 1952, vol. III, coll. 1033 e 1034, ci riferisce: «Casti Connubii è un’Enciclica di Papa Pio XI, del 30 dicembre 1930, sul matrimonio cristiano (AAS, 22 [1930] pp. 539-90). L’argomento, sempre della più viva e vasta attualità in ogni tempo, riveste un’importanza tutta particolare ai nostri giorni. Per una parte, infatti, il divorzio è accolto in quasi tutte le legislazioni e praticato con la più scanzonata disinvoltura; l’adulterio è esaltato, o almeno trattato con un senso di deprecabile agnosticismo nei romanzi, nei teatri, nelle sale cinematografiche, nelle cronache giornalistiche; per l’altra, nuove teorie pseudoscientifiche si vanno diffondendo sotto pretesto di rinsaldare la razza o la salute pubblica, e un senso di malcompresa compassione pone nell’ombra verità sostanziali, conseguenze deplorevoli e fatali, dottrine inconcusse della rivelazione. In realtà tutto concorre a deprimere l’istituto familiare, compromettendo la pace e la serenità della casa, l’educazione dei figli e finisce con lo schiantare quella compagine che è la famiglia, frutto della natura e della Grazia santificante, voluta da Dio salda e inscindibile. Questo l’argomento, su cui verte l’Enciclica. La quale, richiamata quella di Leone XIII, Arcanum, del 10 febbraio 1880, entra nel vivo delle questioni, dividendo la trattazione in tre parti: 1. I tre beni del matrimonio: il bene della prole, che ne costituisce il fine primario, e dà ai genitori il diritto e il dovere grave di “accoglierla amorevolmente, nutrirla benignamente, educarla religiosamente”; il bene della fede, che costituisce l’unità dei coniugi, fondandolo su di un amore santo e puro, sull’aiuto vicendevole, morale e materiale, su di una gerarchia bene ordinata e compresa, secondo la quale il marito è il capo della famiglia, la moglie il cuore; il bene del Sacramento, che rappresenta l’unione inscindibile fra Cristo e la Chiesa, la quale inscindibilità arreca i migliori vantaggi per i coniugi stessi, i figli, la società. 2. La tempesta contro la santità del matrimonio, scatenata dagli egoismi e dalle passioni, accarezzati e coadiuvati dalla pseudoscienza: matrimoni temporanei, amichevoli, di esperimento; controllo delle nascite; aborto terapeutico, eugenica, sterilizzazione, difficoltà di convivenza; matrimoni misti, sopraffazione da parte di presunta autorità dello Stato. La condanna della Chiesa, su tutte queste aberrazioni, è chiara e inesorabile, fondata com’è e sull’aperta volontà di Dio, manifestata dalla rivelazione, e sulle fatali conseguenze che da quelle derivano. [Oggi rivolgiamo le nostre attenzioni a questa parte (la n° 2) prettamente apologetica, ndR] 3. La restaurazione della famiglia, ottenuta mediante il ritorno a quelle che sono le intenzioni divine: perciò i coniugi devono sempre pensare che la loro unione è il Sacramento di Cristo e della Chiesa; cercare di dominare le passioni con l’acquisto della padronanza di sé e soprattutto con la preghiera, apportatrice di forza e di luce. Occorre pure preparare i futuri sposi alle nozze; assistere le classi povere, praticare da parte dei privati e soprattutto dello Stato quelle provvidenze sociali, che assicurino a tutti un tranquillo e sereno benessere. Mezzo utile e desiderabile: la reciproca intesa fra Stato e Chiesa, da cui lo Stato non deve temere alcuna menomazione di diritti; esempio illustre: i Patti Lateranensi».

Comunicato numero 27. Pio XI, «Mortalium Animos»: contro ecumenismo e raduni interreligiosi

Stimati Associati e gentili Lettori, per qualche tempo sospenderemo le consuete lezioni di dottrina commentata dagli eruditi e di esegesi per dare, con puntuale opportunità, spazio al Magistero della Chiesa su alcuni temi particolarmente necessari per la salvezza dell’anima alla maggior gloria di Dio. La scorsa settimana abbiamo pubblicato la Humani Generis di Papa Pio XII: conto gli errori moderni; oggi è il momento della Mortalium Animos del suo predecessore Pio XI, contro l’ecumenismo. La nostra fede non è un’opinione, un dubbio o un’esperienza soggettiva (io penso che ..., io sento che ..., io suppongo che ...) ma è la certezza di glorificare Dio e di salvarsi l’anima credendo fermamente tutto quanto la Chiesa ci insegna (io credo nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica ... romana). La Chiesa, difatti, non può contraddire se stessa nella trasmissione della fede, dunque ne è l’infallibile regola prossima: 1° «La dottrina della fede che Dio rivelò non è proposta alle menti umane come una invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata consegnata alla Sposa di Cristo come divino deposito perché la custodisca fedelmente e la insegni con magistero infallibile. Quindi deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza» (Dei Filius, Concilio Vaticano, Pio IX, 24 aprile 1870); 2° «Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori [...] venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”» (Pastor æternus, Concilio Vaticano, Pio IX, 18 luglio 1870); 3° «[...] i padri del concilio Vaticano nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: “Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale magistero come verità da Dio rivelata”. Pertanto essendo chiaro che Dio vuole assolutamente nella sua Chiesa l’unità della fede, e sapendosi quale essa sia e con quale principio deve essere tutelata per divino comando, ci sia permesso d’indirizzare a quanti non persistono nel voler chiudere gli orecchi alla verità, le seguenti parole di sant’Agostino: “Vedendo noi tanta abbondanza di aiuti da parte di Dio, tanto profitto e frutto, dubiteremo di chiuderci nel seno di quella Chiesa, la quale, anche per confessione del genere umano, dalla Sede apostolica per la successione dei vescovi, nonostante che intorno a lei latrino vanamente gli eretici, già condannati sia dall’opinione popolare, sia dal grave giudizio dei concili, sia dalla grandezza dei miracoli, è giunta all’apice dell’autorità? Il negarle il primato, è proprio o di una somma empietà, o di una precipitosa arroganza. [...]”» (Satis Cognitum, Leone XIII, 29 giugno 1896). In passato abbiamo citato numerosi altri Pontefici che, professanti la medesima fede, si sono espressi a tal proposito. Veniamo al tema del giorno: l’ecumenismo, la tolleranza ed il dialogo interreligioso. Sant’Alfonso commenta: 

Comunicato numero 26. Pio XII, «Humani Generis»: contro gli errori moderni

Commenta il cardinal Pietro Parente (Casalnuovo Monterotaro, 16 febbraio 1891 - Città del Vaticano, 29 dicembre 1986): «Humani Generis è un’Enciclica di Papa Pio XII, del 12 agosto 1950, riguardante false opinioni, che minacciano di sovverti re i fondamenti della dottrina cattolica (AAS, 42 [1950], pp. 561-78)». Scrive, sempre nell’Enciclopedia Cattolica (Città del Vaticano, 1951, Vol. VI, coll. 1502 e 1503): «Questo insigne documento spontaneamente richiama il modernismo, che affonda le sue radici nel divorzio tra ragione e fede, nato al tempo dell’umanesimo e maturato attraverso l’illuminismo, l’enciclopedismo e il criticismo kantiano, da cui scaturirono il liberalismo, il marxismo ed il razionalismo. Verso la fine dell’Ottocento si acuì il contrasto e si prospettò il problema di una conciliazione. Il Concilio Vaticano [ovviamente il Primo, ndR] tracciò la via di una giusta soluzione: dal divino all’umano attraverso la Chiesa. Il modernismo invece volle andare dall’umano al divino senza la Chiesa. E fu la rovina. La storica Enciclica Pascendi Dominici gregis [san Pio X, 8 settembre 1907, ndR] stroncò la crisi, liberando il pensiero cristiano dal grave pericolo. Ma in questi ultimi anni si sono visti affiorare qua e là, nel vasto campo della cultura sacra, motivi, atteggiamenti e tendenze, che hanno un’evidente affinità con la crisi modernistica e costituiscono un nuovo disagio e un nuovo pericolo. Pio XII, ha avuto la sensazione pronta e precisa del pericolo, e nella Humani Generis ha diagnosticato il morbo in via di sviluppo ed ha apprestato gli efficaci rimedi, individuando anzitutto le direttive di marcia della cultura moderna [o Nouvelle Théologie, ndR] nell’evoluzionismo universale, nell’esistenzialismo e nello storicismo, che portano alla negazione o svalutazione dell’assoluto nell’essere e nel pensiero, a beneficio di un contingentismo, di un positivismo e di un relativismo, che rendono impossibile una metafisica e quindi una teologia. Di fronte a queste correnti minacciose il Papa non decreta l’isolazionismo della cultura cattolica, anzi esorta gli studiosi a rendersi conto delle nuove dottrine, che pongono problemi nuovi da approfondire e spesso racchiudono germi di verità; ma deplora l’imprudenza di certi cattolici che, smaniosi di aggiornarsi, si abbandonano all’irenismo [che è falso, ndR], compromettendo l’integrità della fede e di tutta la dottrina [...] della Chiesa. [Il cardinal Parente scrive: ‘‘di tutta la dottrina tradizionale della Chiesa’’, noi preferiamo omettere la parola ‘‘tradizionale’’, poiché riteniamo che sia superfluo specificare, ndR]. Segue un’acuta analisi delle morbose tendenze in teologia, in filosofia e nella zona di confine con le scienze positive [Nouvelle Théologie, ndR]. Con il pretesto di ritornare alle fonti [strumentalizzandole o interpretandole con profonda ignoranza, ndR], si disprezza la teologia sistematica con le sue nozioni e la sua terminologia tecnica e si preferisce il linguaggio più semplice e più elastico [di alcuni, ndR] Padri; si trascura il saldo complesso dottrinale definito [v. dogma] dalla Chiesa nel corso dei secoli e si fa appello alla Sacra Scrittura, interpretandola per via di arbitrario simbolismo, come se Gesù Cristo non avesse costituito la Chiesa unica depositaria e interprete della parola di Dio. In tal modo si svalutano le formule dogmatiche, riducendone il contenuto a un minimo che può adattarsi a qualunque sistema filosofico o religioso. Relativismo dogmatico, che ha cominciato già a dare i primi frutti velenosi [correva l’anno 1951, ndR]. Più audace ancora è l’attacco alla filosofia scolastica, che, secondo i novatori, non risponde[rebbe] più alle esigenze del pensiero moderno impaziente di metafisica rigida e di schemi fissi, nemico della verità immutabile e tutto proteso sul flusso della vita in divenire. Svalutazione della ragione e dei principi supremi, della teodicea [dal greco Theos (Dio) e dike (giustizia), studio di Dio rispetto all’evidenza dell’esistenza del male nel mondo e del libero arbitrio umano, ndR] e dell’etica, opzione fideistica della verità per via di volontà e di sentimento, connubio dei sistemi più opposti nello sforzo di esprimere una verità inafferrabile.

Comunicato numero 25. I modernisti mangiano le briciole alla mensa di Satana

Stimati Associati e gentili Lettori, impariamo nella Ad Beatissimi Apostolorum (1 novembre 1914) di Papa Benedetto XV: «[...] Ben comprendono i nemici di Dio e della Chiesa che qualsiasi dissidio dei nostri [dei Cattolici] nella propria difesa, segna per essi [per i nemici di Dio] una vittoria; pertanto usano assai di frequente questo sistema che, allorquando più vedono compatti i cattolici, proprio allora, astutamente gettando tra di loro i semi della discordia, maggiormente si sforzano di romperne la compattezza». Questa scaltrezza è goduria dei modernisti, i quali incarnano l’astuzia e la cattiveria di ogni epoca e filosofia contro Gesù, e dei loro alleati che, tutti insieme, sebbene i modernisti (con Giuda Iscariota) solo per raccogliervi le briciole (30 denari), siedono alla mensa di Satana in compagnia di Caifa, Pilato, Erode Antipa, Lutero e dei loro baldanzosi emuli. Prosegue il Pontefice: «Quindi, qualora la legittima autorità impartisca qualche ordine, a nessuno sia lecito trasgredirlo, perché non gli piace; ma ciascuno sottometta la propria opinione all’autorità di colui al quale è soggetto, ed a lui obbedisca per debito di coscienza. Parimenti nessun privato, o col pubblicare libri o giornali, ovvero con tenere pubblici discorsi, si comporti nella Chiesa da maestro. Sanno tutti a chi sia stato affidato da Dio il Magistero della Chiesa [al Papa]». All’origine del modernismo individuiamo, per l’appunto, quei privati che non sottomettono la propria opinione all’autorità di colui (immediatamente al Pontefice, remotamente a Dio) al quale si dichiarano soggetti, perché non gli piace. Noi, al contrario, pieghiamoci volentieri alla sentenza divina che Papa Pio XI richiama nella Mortalium Animos (6 gennaio 1928): «In materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli [... es. il Primato di Pietro ...]. Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, san Giovanni, ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: ‘‘Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno’’». Precisa Papa Benedetto XV nella mentovata sua prima Enciclica: «È dovere degli altri prestare a lui [al Papa], quando parla, ossequio devoto, ed ubbidire alla sua parola. Riguardo poi a quelle cose delle quali - non avendo la Sede Apostolica pronunziato il proprio giudizio - si possa, salva la fede e la disciplina, discutere pro e contro, è certamente lecito ad ognuno di dire la propria opinione e di sostenerla. [...] Vogliamo pure che i nostri si guardino da quegli appellativi, di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici; e procurino di evitarli non solo come ‘‘profane novità di parole’’, che non corrispondono né alla verità, né alla giustizia, ma anche perché ne nascono fra i cattolici grave agitazione e grande confusione. Il cattolicesimo [...] non può ammettere né il più né il meno: ‘‘Questa è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo’’(Symb. Athanas.); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è dunque necessità di aggiungere epiteti [es. tradizionalista] alla professione del cattolicesimo; a ciascuno basti dire così: ‘‘Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome’’; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina». Intento di SVRSVM CORDA® è, esplicitamente e dal principio (v. Comunicato n° 1), quello di studiare la vera dottrina cattolica, di farla propria in foro interno ed esterno, di pregare e di esortare alla frequenza dei Sacramenti, per poter dire, con la legittima autorità, quando questo sia possibile, e con sant’Atanasio: ‘‘Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome’’. Come sempre, ecco la consueta comunicazione di carattere personale ma non troppo. Ne approfitto di questo spazio per rispondere, visti i doveri morali del mio stato di lavoro, ad una domanda che riguarda anche la mia sfera pubblica di giornalista e scrittore. Dei lettori ed amici mi hanno domandato se fossi ancora un collaboratore di Radio Spada e della omonima Casa editrice: la risposta è NO!, come ho indicato, sin da subito, nella mia biografia consultabile sul web!

di Carlo Di Pietro

Comunicato numero 24. Risuscitarono a nuova vita i corpi di questi santi, e si riunirono alle loro anime dopo la risurrezione del Salvatore

Stimati Associati, gentili Lettori, il 21 di agosto del 2016 abbiamo pubblicato sul numero 22 della nostra Rivista l’articolo di don A. Bussinello intitolato: Il Credo all’oratorio. «Discese all’inferno, il terzo dì risuscitò da morte». Gesù risorto. Il molto reverendo don Albano, nel testo da noi utilizzato per l’articolo - Fortes in Fide, Vicenza, 1922, Imprimatur: Vicentiæ, VII Novembris MCMXXII, Sac. Titanius Doct. Veggian, Prov. Gen. - alla pagina 144, scriveva: «Prima di N. S. Gesù Cristo altri risorsero da morte: alcuni per morire ancora, altri per non più morire; tutti costoro però risorsero per la potenza di Dio, Gesù invece risuscitò per virtù propria. Così risorse Lazzaro dopo quattro giorni dalla morte, così il figlio della vedova di Naim e la figlia di Giairo, ma poi morirono ancora. Invece risorsero, per non più morire, quei giusti che uscirono dal sepolcro alla morte del Salvatore e la Vergine Santissima che venne portata in Cielo tre giorni dopo la sua morte: costoro ebbero anticipatamente quella resurrezione che noi avremo alla fine del mondo; essi sono già in Cielo con l’anima e col corpo». Noi abbiamo ripreso integralmente il suo pensiero nell’articolo mentovato all’inizio del Comunicato 24, del quale riportiamo qui un estratto che, per scrupolo, commenteremo più a fondo. Purtroppo don Albano Bussinello non è più con noi, pertanto, oltre ad invitare i lettori a pregare il Requiem ... per la sua anima, ci permettiamo di meglio precisare il suo pensiero (parole sottolineate), forse mal espresso in quelle poche righe, comunque coperte da Imprimatur. O forse lo abbiamo noi mal interpretato accostando il «Prima di N. S. Gesù Cristo» a «costoro ebbero anticipatamente quella resurrezione (gloriosa)». A nostro avviso, studiato il contesto, la parola «prima», lì posta, ci sembra teologicamente problematica. Fatto sta che, nel dubbio, ci teniamo a precisare quanto segue, senza nulla togliere al validissimo autore. Insegna il Dottore Utilissimo (sant’Alfonso Maria de’ Liguori) in Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo, CAPO VI - Riflessioni sui prodigi avvenuti nella morte di Gesù Cristo: «Seguita san Matteo a descrivere i prodigi accaduti nella morte di Cristo, e dice: Et monumenta aperta sunt, et multa corpora sanctorum qui dormierant surrexerunt; et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius venerunt in sanctam civitatem, et apparuerunt multis (Matth. XXVII, 52 et 53). Scrive su di ciò sant’Ambrogio (L. X in Luc.): Monumentorum reseratio quid aliud, nisi, claustris mortis effractis, resurrectionem significat mortuorum? [‘‘Monumentorum autem reseratio (Matt. XXVII, 52) quid aliud, nisi, claustris mortis effractis, resurrectionem significat mortuorum? Quorum in aspectu fides, in processu typus, quod in sanctam prodeundo civitatem, praesentium specie declarabant in illa Hierusalem quae in caelo est, futurum perenne diversorium resurgentium?’’]. Sicché l’apertura dei sepolcri significò la sconfitta data alla morte e la vita restituita agli uomini col lor risorgimento. Avvertono poi san Girolamo, il venerabile Beda e san Tommaso [‘‘Et multa corpora sanctorum, etc. (Matt. XXVII, 53). Quomodo Lazarus mortuus resurrexit , sic et multa corpora sanctorum resurrexerunt, ut Dominum ostenderent resurgentem. Et tamen cum monumenta aperta sint, non antea resurrexerunt quam Dom nus resurgeret, ut esset primogenitus resurrectionis ex mortuis’’: S. Hieronymus, Commentar, in Evang. Matthaei, lib. 4, (in Matt. XXVII, 53). ML 26-213. ‘‘Et multa corpora sanctorum, etc. Sanctorum corpora surrexerunt, ut Dominum ostenderent resurgentem; et tantum (lege: tamen) cum monumenta aperta sunt, non ante surrexerunt quam Dominus, ut esset primogenitus ex mortuis’’: S. Beda Venerabilis, In Matthaei Evangelicum expositio, lib. 4 (in Matt. XXVII, 52, 53). ML 92-125. ‘‘Et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius, etc. Et notandum quod licet istud dictum sit in morte Christi, tamen intelligendum est per anticipationem esse dictum, quia post resurrectionem actum est; quia Christus primogenitus mortuorum (Apoc. I, 5)’’: S. Thomas, In Matthaeum Evangelistam expositio, cap. XXVII, 53] che quantunque nella morte di Cristo si aprissero i sepolcri, nondimeno i morti non risorsero se non dopo la risurrezione del Signore, come specialmente scrive san Girolamo: Tamen cum monumenta aperta sunt, non antea resurrexerunt, quam Dominus resurgeret, ut esset primogenitus resurrectionis ex mortuis [Vedi parentesi precedente] E ciò è secondo quel che dice l’Apostolo (Coloss. I, 18) [Quando sant’Alfonso dice ‘‘l’Apostolo’’, generalmente intende indicare san Paolo, ndR], dove Gesù Cristo è chiamato primogenito dei morti e il primo dei risorgenti: Principium, primogenitus ex mortuis, ut sit in omnibus ipse primatum tenens (Loc. cit.): poiché non era conveniente che altr’uomo risorgesse prima di colui che aveva trionfato della morte. Dicesi in san Matteo che molti santi risorsero allora ed, uscendo dai sepolcri, apparvero a molti. Questi risorti furono già quei giusti che avevano creduto e sperato in Gesù Cristo; e Dio volle così onorarli in premio della loro fede e confidenza nel futuro Messia, secondo la predizione di Zaccaria, nella quale il profeta parlando al futuro Messia disse: Tu quoque in sanguine testamenti tui emisisti vinctos tuos de lacu in quo non est aqua (Zach. IX, 11). Cioè: tu ancora, o Messia, per lo merito del tuo sangue scendesti nel carcere e liberasti quei santi carcerati da quel lago sotterraneo - cioè dal Limbo dei Padri in cui non vi era acqua di gaudio - e li portasti nella gloria eterna». ...

Comunicato numero 23. Papa Pio XII sulle migrazioni e sugli imperialismi

Stimati Associati, gentili Lettori, avendo preso molto spazio, la scorsa settimana, per il Comunicato numero 22 - Sui diritti e doveri del suddito (volgarmente detto ‘‘cittadino’’), oggi sarò brevissimo nello scrivere di ‘‘migrazioni’’. Citiamo direttamente Papa Pio XII al Concistoro del 20 febbraio 1946: «L’uomo, quale Dio lo vuole e la Chiesa lo abbraccia, non si sentirà mai fermamente fissato nello spazio e nel tempo senza territorio stabile e senza tradizioni. Qui i forti trovano la sorgente della loro vitalità ardente e feconda, e i deboli, che sono la maggioranza, dimorano al sicuro contro la pusillanimità e l’apatia, contro il decadimento della loro dignità umana». Difatti: «La lunga esperienza della Chiesa come educatrice dei popoli lo conferma». La Chiesa «ha cura di congiungere in ogni modo la vita religiosa coi costumi della patria [...] Il naufragio di tante anime dà tristemente ragione a questa materna apprensione della Chiesa e obbliga a concludere che la stabilità del territorio e l’attaccamento alle tradizioni avite [dei propri antenati, ndR], indispensabili alla sana integrità dell’uomo, sono anche elementi fondamentali della comunità umana». Nello stesso discorso ai nuovi Cardinali, il Pontefice ribadisce una delle numerose differenze fra la Chiesa e gli imperialismi: «Tutti, i popoli e gli uomini singoli, sono chiamati a venire alla Chiesa. Ma questa parola ‘‘venire’’ non richiama allo spirito nessuna idea di migrazione, di espatriazione, di quelle deportazioni con le quali i pubblici poteri o la dura forza degli avvenimenti strappano le popolazioni dalle loro terre e dai loro focolari; non implica l’abbandono di salutari tradizioni, di venerandi costumi; non la permanente o almeno lunga separazione violenta di sposi, genitori e figli, fratelli, parenti e amici; non la degradazione degli uomini nella umiliante condizione di una ‘‘massa’’». Tuttavia «questa funesta specie di trasferimenti degli uomini è purtroppo oggi divenuta più frequente, ma anch’essa, nelle sue forme antiche e nuove, in molteplici modi direttamente e indirettamente si ricollega con le tendenze imperialistiche del tempo». Così conclude il paragrafo il Papa: «La Chiesa eleva l’uomo alla perfe­zione del suo essere e della sua vitalità per dare alla società umana uomini così formati: uomini costituiti nella loro inviolabile integrità come immagini di Dio; uomini fieri della loro dignità personale [...]; uomini stabilmente attaccati alla loro terra ed alla loro tradizione; uomini, in una parola, caratterizzati da quest[i] [...] element[i], ecco ciò che conferisce alla società umana il suo solido fondamento e le procura sicurezza, equilibrio, uguaglianza, normale sviluppo nello spazio e nel tempo. Tale è dunque anche il vero senso e l’influsso pratico della soprannazionalità della Chiesa, che, - ben lungi dall’essere simile a un Impero, - elevandosi al di sopra di tutte le differenze, di tutti gli spazi e i tempi, incessantemente costruisce sul fondamento inconcusso di ogni società umana [...]».

a cura di Carlo Di Pietro

Comunicato numero 22. Rimosso Dio dal governo, non c’è rimedio alla rovina

Stimati Associati, gentili Lettori, insegna Papa Pio XI: «Sta scritto nel Libro di Dio: quelli che abbandonarono il Signore andranno consunti; […] Gesù Redentore, Maestro degli uomini, ha detto: senza di me nulla potete fare; ed ancora: chi non raccoglie meco, disperde». Poste le ragioni della verità, analizzate le cronache dell’epoca, il Pontefice sentenzia: «Queste divine parole si sono avverate, ed ancora oggi vanno avverandosi sotto i nostri occhi. Gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di tante rovine». Poiché: «si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche il filosofo pagano Cicerone intuirà potersi derivare soltanto dalla legge divina. E veniva pure meno all’autorità ogni solida base, ogni vera ed indiscutibile ragione di supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra; e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari» (Arcano Dei Consilio, 23.12.1922; cf. Appunti di teologia politica, n° 1, da Le Cronache Lucane, 02.2016). Sempre Papa Pio XI, il giorno 11 dicembre 1925, nella sua Quas Primas, proclamando la Regalità Sociale di Cristo, asserisce severo: «Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: Allontanato, infatti - così lamentavamo - Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali» (cf. Appunti di teologia politica, n° 2, da Le Cronache Lucane, 02.2016). Ciò assunto, facilmente si comprende perché oggigiorno in tanti si scagliano contro l’autorità, purtroppo anche molti che si dicono cattolici ed agiscono, invece, da rivoluzionari o ragionano da anarchici. Dalla pagina 38 alla 42, nel suo Storia sociale della Chiesa (vol I, ed. CLS, Verrua Savoia, 2016), mons. Umberto Benigni scrive di Autorità e della Dottrina politica degli Apostoli. Cito: «Al principio cristiano che rende religiosamente morale (e, perciò stesso, superiormente civile) la fedele sudditanza politica, san Paolo apporta una magistrale esposizione in un noto passo della sua epistola ai Romani, in cui parla complessivamente del rispetto ed obbedienza alla legge e della passività economico-sociale o tributaria. ‘‘Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori; imperocché non è podestà se non da Dio; e quelle che sono, sono da Dio ordinate. Per la qual cosa chi si oppone alla podestà, resiste all’ordinazione di Dio; e quei che resistono, si comperano la dannazione. Imperocché i principi sono il terrore non delle opere buone, ma delle cattive. Vuoi tu non aver paura della podestà? Opera bene e da essa avrai lode. Imperocché ella è ministra di Dio per te per il bene. Che se fai del male, temi; conciossiachè non indarno porta la spada: imperocché ella è ministra di Dio, vendicatrice per punire chiunque mal fa. Per la qual cosa siate soggetti com’è necessario, non solo per tema dell’ira ma anche per coscienza. Imperocché per questo pure voi pagate i tributi; giacché sono ministri di Dio che in questo stesso lo servono. Rendete dunque a tutti quel che è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi la gabella, la gabella; a chi il timore, il timore; a chi l’onore, l’onore»’’(Rom. XIII, 1-7). Riguardo alla fedeltà politica, che ora c’interessa, la dottrina generale di san Paolo è questa. Dio creatore e governatore del mondo ha stabilito un ordinamento per tutte le creature, ciascuna secondo la sua natura; l’uomo, essere ragionevole sociale (homo animal sociale, cf. san Tommaso), deve avere anche un ordinamento sociale. Dio ha disposto che la comunità sociale, la civitas, sia retta da alcune persone investite da una autorità che viene da Dio inquantochè essa realizza l’ordinamento voluto da lui. Perciò la ribellione contro l’autorità civile è una ribellione all’ordinamento sociale voluto da Dio. Ecco la ‘‘coscienziosità’’ della fedeltà politica che va dal rendere onore al pagare il tributo, cioè consiste nel riconoscimento morale e materiale dell’autorità. Conseguentemente a questo principio, l’Apostolo delle genti scrive a Tito per i fedeli: ‘‘Rammenta loro che siano soggetti ai principi ed alle podestà; che siano ubbidienti e pronti ad ogni buona opera’’ (Tit., III, 1). Ed a Timoteo aveva scritto di far pregare per le autorità affinché degnamente compiano il loro ufficio di giustizia e di civiltà, assegnato loro dall’ordinamento di Dio: ‘‘Raccomandando adunque prima di tutto che si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini: per i re e per tutti i costituiti in posto sublime, affinché meniamo vita quieta e tranquilla con tutta pietà ed onestà’’ (I Tim., II, 1-2). ...

Comunicato numero 21. L'uomo moderno «chiama bene il male e male il bene»

Stimati Associati, gentili Lettori, oggi pare che molti neghino la provvidenza di Dio e la Sua azione nel mondo e sul mondo. Questo modo di ragionare, ed eziandio di agire, può significare una sola cosa, che essi, in fondo in fondo, non credono in Dio: si dimostrano una sorta di atei che si dichiarano credenti per convenzione o per opportunità. Dobbiamo diffidare da simili commedianti, secondo l’anatema di Nostro Signore: «Duces caeci, excolantes culicem, camelum autem glutientes» - «Guide cieche, che filtra[no] il moscerino e ingoia[no] il cammello», le quali pagano «la decima della menta, dell’anèto e del cumìno», mentre trasgrediscono «le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» - «Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia decimatis mentam et anethum et cyminum et reliquistis, quae graviora sunt legis: iudicium et misericordiam et fidem!». Insegna Papa Leone XIII nella Arcanum Divinæ del 10 febbraio 1880: «[...] Cristo Signore cominciò ad eseguire il mandato che gli aveva dato il Padre, subito comunicò a tutte le cose una nuova forma e bellezza, dileguandone ogni squallore. Infatti, Egli sanò le ferite che il peccato del primo padre aveva cagionato alla natura umana; riconciliò con Dio tutti gli uomini, per natura figli dell’ira; ricondusse alla luce della verità coloro che erano oppressi dagli errori; riportò ad ogni virtù coloro che erano soggiogati da ogni impudicizia; [...] Affinché poi benefìci tanto singolari durassero sulla terra fintantoché vi fossero uomini, costituì la Chiesa vicaria di ogni sua potestà, e, guardando all’avvenire, volle che essa, se qualche turbamento si verificasse nella società umana, vi riportasse l’ordine e riparasse eventuali guasti. [...] Infatti, appena stabilita nel mondo la religione cristiana, a tutti e singoli gli uomini fu offerta la felice sorte di conoscere la paterna provvidenza di Dio, di avvezzarsi a porre in essa ogni loro fiducia, ed a nutrire quella speranza che non confonde, cioè la speranza dei celesti aiuti, dai quali derivano la fortezza, la moderazione, la costanza, l’equilibrio dello spirito e, infine, molte belle virtù e fatti egregi. È davvero meraviglioso quanta dignità, quanta stabilità e quanto decoro ne siano derivati alla comunità familiare e a quella civile. L’autorità dei Principi si è resa più ragionevole e più santa; l’obbedienza dei popoli più devota e più pronta; i vincoli di fratellanza fra i cittadini più stretti, i diritti di proprietà più garantiti. La religione cristiana provvide a tutte le cose che sono ritenute utili nello Stato, [...]». Sempre il mentovato Pontefice, nella Sapientiæ Christianæ del 10 gennaio 1890, profeticamente ci erudisce in tal guisa: «La Chiesa in nessun tempo e in nessun modo viene abbandonata da Dio: per questo non ha nulla da temere dalla malvagità degli uomini; ma le nazioni, degenerando dalla virtù cristiana, non possono avere la stessa sicurezza. “Infatti il peccato rende miseri i popoli” (Pr. XIV,34). E se ogni età anteriore ha sperimentato la forza e la verità di questa sentenza, per quale motivo non dovrebbe sperimentarla la nostra? Anzi, molti già affermano che il castigo è imminente e la condizione stessa degli Stati moderni lo conferma: infatti ne vediamo parecchi per nulla sicuri e tranquilli a causa delle discordie intestine. E se le fazioni dei malvagi continueranno spavaldamente per questa strada: se accadrà che coloro che già procedono sulla via del malaffare e dei peggiori proponimenti aumentino di potere e di mezzi, c’è da temere che demoliscano tutto l’edificio sociale fin dalle fondamenta poste dalla natura. E non è possibile che tanti pericoli possano essere allontanati con la sola opera degli uomini, soprattutto perché molta gente, abbandonata la fede cristiana, giustamente paga il fio (ovvero il castigo, ndR) della propria superbia; accecata dalle passioni, inutilmente cerca la verità; abbraccia come vero ciò che è falso, e crede di essere saggia “quando chiama bene il male e male il bene” e chiama “luce le tenebre e tenebre la luce” (Is. V,20). È necessario che Dio intervenga e, memore della sua benignità, rivolga uno sguardo pietoso sulla società civile. Per questo, come abbiamo altre volte esortato, è necessario adoperarsi con particolare zelo e costanza affinché la divina clemenza venga implorata con umile preghiera e siano richiamate quelle virtù che costituiscono l’essenza della vita cristiana».

A cura di CdP

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