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Nei recenti articoli di Teologia politica abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla cosiddetta “libertà religiosa” - ovverosia “di coscienza”, punto di dottrina essenziale per la legislazione degli Stati e la prassi dei popoli, sostituita tirannicamente con un simulacro indifferentista e liberale dal Vaticano Secondo, dietro mentite spoglie di innocua “dichiarazione pastorale”. Se consideriamo che la pastorale non è altro che la teologia dell’azione, la disciplina che studia i criteri d’intervento correttivo, dunque la corretta applicazione del dogma alle mutevoli vicende anche sociali e politiche, ci rendiamo conto di quanto possa essere offensiva per le pie orecchie una “pastorale anti-dogmatica”, ovvero una “anti-pastorale”.
Documento fondamentale per capire cosa sia la pastorale è la Orientalis Ecclesiae di Papa Pio XII, Enciclica del 9 aprile 1944, in occasione del XV centenario della morte di san Cirillo d’Alessandria. Il Pontefice afferma che «San Cirillo, al serpeggiare dell’empia eresia di Nestorio per le varie regioni dell’oriente, da quel sollecito pastore che era, subito scoprì i novelli errori che imperversavano, usò ogni mezzo per allontanarli dal gregge a lui affidato». E poiché nei cenobi dell’Egitto «si agitavano a più riprese acerrime dispute sulla nuova eresia nestoriana, egli [san Cirillo], da vigilantissimo pastore, avverte i monaci delle pericolose fallacie di tale dottrina». Ed inoltre, come tutti sanno, ad «alimento e sostegno della fede cristiana, compose quasi innumerabili libri, dai quali splendidamente si riverberano la sua luce di sapienza, l’imperterrita sua costanza e la solerzia della sua pastorale sollecitudine».
Papa Pacelli, in conclusione, definisce san Cirillo: «il pastore, il teologo, il difensore della vera dottrina e dell’integrità della fede contro le eresie del suo tempo. Sempre animato da grande carità e da spirito di riconciliazione». Orbene, ciò premesso, non abbiamo timore di sostenere, con Papa Gregorio XVI (cf. Mirari Vos) e con Papa Pio IX (cf. Quanta Cura), che la cosiddetta “libertà religiosa” - ovvero “di coscienza”, così come fu vomitata dal Vaticano Secondo e poi applicata nella legislazione da tutte le Nazioni che furono cattoliche, è «falsa» ed è un «delirio». Vediamo, ora, di supportare la nostra cruda riflessione.
Per rendere chiara la distinzione fra il significato cattolico del termine «coscienza», tanto caro alla teologia-politica, ed il significato infausto già condannato dalla Chiesa, ma poi spudoratamente “rispolverato” ed eruttato dal Vaticano Secondo, dobbiamo leggere le parole dei mentovati Pontefici. Il primo scrive: «Ex hoc putridissimo “indifferentismi” absurda illa fluit ac erronea sententia, seu potius deliramentum, asserendam esse ac vindicandam cuilibet “libertatem conscientiae”». Che significa: «E da questa corrottissima e putrida sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che vorrebbe ammettere, e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, etc …». Il secondo, Papa Mastai Ferretti, afferma: «Haud timent erroneam illam fovere opinionem a Gregorio XVI deliramentum appellatam, nimirum “libertatem conscientiae” esse proprium cujuscumque hominis jus». Che esplicitato vuol dire: «Con tale idea di governo sociale, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente dannosa per la Chiesa cattolica e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio [Eadem Encycl. Mirari], cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società ed i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera”». Capite l’importanza politica di questo argomento?
Sant’Agostino (in Epist. 105, al. 166) contro i Donatisti già asseriva che «libertà di coscienza» è «libertà di perdizione». Infatti «il Signore […] ha voluto stabilire su saldi fondamenti la tolleranza da parte dei suoi servi: ha voluto cioè che i buoni non pensassero di restar contaminati per essere frammisti coi cattivi ed a causa di umani e temerari scismi non mandassero in perdizione gli ignoranti o v’andassero essi stessi come ignoranti».
Ed il grande san Leone Papa (in Epist. 164, al. 133, § 2, edit. Rall) tuonava: «Se in nome delle umane convinzioni sia sempre libero il diritto di disputare, non potranno mai mancare coloro che osano resistere alla verità e confidano nella loquacità della sapienza umana, mentre la fede e la sapienza cristiane debbono evitare questa nociva vanità, in linea con la stessa istituzione del Signor Nostro Gesù Cristo». Una sentenza così fondamentale, da citare necessariamente il Maestro: Gesù Cristo!
Durante il Vaticano Secondo furono numerosissimi gli interventi che si contrapponevano alla tendenza moderna che voleva giusta e legittima la “libertà religiosa in foro esterno”, addirittura nel governo degli Stati, “libertà” che, secondo i modernisti, i quali nel Vaticano Secondo ebbero la meglio, si baserebbe nientemeno che «sulla stessa natura» dell’uomo e non semplicemente su una «disposizione soggettiva della persona», “libertà” che essi pretesero di giuridicamente incentivare anche «in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa» (cf. Dignitatis Humanae).
Nei prossimi articoli confuteremo nel dettaglio questo errore falso e delirante. Prosegue …
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Siamo prossimi a terminare questa lunga rubrica di teologia politica che ci ha accompagnato nel 2016. Il tema cruciale è, oggi più che mai, la pretesa “libertà di culto” o “di coscienza” nella sfera pubblica, che alcuni esigono sia garantita dal diritto. È proprio questa boria che ha segnato l’estinzione quasi globale delle nazioni cattoliche negli ultimi 60 anni: poi il popolo si deprime perché vive male (sic!).
Papa Pio XII, 6 dicembre 1953, nel Discorso ai giuristi cattolici afferma: «[…] Sono chiariti i due principi, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale […], da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati. Primo: ciò che non risponde alla verità ed alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto nè all’esistenza, nè alla propaganda, nè all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto».
Sempre nella medesima Allocuzione - Ci riesce - asserisce: «Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quanto è possibile, perché la sua tolleranza è in se stessa immorale - non può valere nella sua incondizionata assolutezza». Dunque è chiaro che l’errore non ha diritti, ma talvolta è opportuno tollerarlo, sebbene quest’eccezione non può costituire un diritto assoluto.
Ben diverso da quanto pretese di approvare il Vaticano Secondo in Dignitatis Humanae, dove si ha la sfrontatezza di sostenere: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio [...] non può essere impedito». La «libertà di perdizione», al dire del Vaticano Secondo, sarebbe addirittura un diritto naturale da garantire e favorire col diritto positivo. Anche la “legislazione” italiana oggi poggia su questo falso principio: i suoi frutti marci non hanno bisogno di essere elencati.
Nel 1974, il Vescovo De Castro Mayer, redasse uno studio critico al documento teologico-politico Dignitatis Humanae. In esso si legge: «[…] In materia di libertà religiosa nell’ordine civile, tre punti capitali, tra gli altri, sono assolutamente chiari nella tradizione cattolica: 1) nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la Fede; 2) l’errore non ha diritti; 3) il culto pubblico delle religioni false può eventualmente essere tollerato dai poteri civili, in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi, però per se stesso deve essere represso anche con la forza se necessario. […] Alcuni principi di Dignitatis Humanae si oppongono all’insegnamento dei Papi precedenti».
Papa Pio IX, l’8 dicembre del 1864, nella Quanta cura, parla di “libertà religiosa” come di «libertà di perdizione», incompatibile con gli insegnamenti della Chiesa dunque di Cristo. Ricorda e comanda: «Contro la dottrina delle sacre Lettere della Chiesa e dei Santi Padri [alcuni affermano che …] “la libertà di coscienza e dei culti [deve] essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge”. […] Tale idea di governo sociale [è] assolutamente falsa, […] dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria [è] chiamata delirio». Nel Sillabo ai n° 15, 55, 77, 78, 79 ed 80 CONDANNA le seguenti proposizioni, in quanto false od eretiche: «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dalla luce della ragione, egli consideri vera»; «La Chiesa dev’essere separata dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa»; «In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato e si escluda ogni altro culto»; «[…] Lodevolmente in alcuni paesi cattolici si è stabilito per legge che a quelli, i quali vi si recano, sia lecito di aver pubblico esercizio del culto proprio di ciascuno»; «Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all’aperto qualunque pensiero ed opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell’indifferentismo» e «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione».
Papa Leone XIII nella Libertas del 20 giugno 1888, esprime così l’insegnamento di Magistero sull’argomento: «Nell’ordine sociale dunque […] le cose vere ed oneste hanno diritto, salve le regole della prudenza, di essere liberamente propagate, e divenire il più che possibile comune retaggio; ma gli errori, peste della mente, i vizi, contagio dei cuori e dei costumi, è giusto che dalla pubblica autorità siano diligentemente repressi per impedire che non si dilatino a danno comune». Ed ancora: «[…] il diritto è una facoltà morale: […] è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine».
Già Papa Pio VII nel 1814 tanto scriveva in una Lettera al Vescovo di Troyes (Francia): «Il nostro cuore è ancor più profondamente afflitto da una nuova causa di dolore che, lo ammettiamo, ci tormenta e fa sorgere profondo scoramento ed estrema angoscia: [quell’] articolo […] della Costituzione. Non soltanto esso permette la libertà dei culti e di coscienza, per citare i termini precisi dell’articolo, ma promette sostegno e protezione a questa libertà […] Questa è implicitamente l’eresia disastrosa e sempre da deplorarsi che sant’ Agostino descrive in questi termini: “Pretende che tutti gli eretici siano sul retto cammino e dicano la verità. Questa è un’assurdità così mostruosa che non posso credere che qualsiasi setta possa realmente professarla”». Prosegue …
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Concludiamo la nostra rubrica analizzando, finalmente, alcuni punti cruciali del documento teologico - politico Dignitatis Humanae del 1965, dietro la cui spinta propulsiva le ultime Nazioni cattoliche precipiteranno inesorabilmente nella totale apostasia. Cito il documento, cui seguono brevi esami critici: «Il diritto alla libertà religiosa non si fonda su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura», dunque sta affermando che questo diritto sarebbe - in assoluto - un diritto naturale dato da Dio. Più avanti si capirà che il documento si riferisce alla «libertà di coscienza», non alla libertà di professione della vera religione.
Difatti precisa: «[…] di conseguenza, il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa», pertanto sta dicendo che coloro che rifiutano la verità e che professano l’errore avrebbero il diritto naturale di promuoverlo pubblicamente. Peggiora la situazione quando asserisce: «[Il diritto di insegnamento e testimonianza dell’errore, ndR] va riconosciuto nella legge costituzionale con la quale si governa la società; perciò deve diventare un diritto civile», cosicché sostiene che questo diritto di promuovere l’errore dovrebbe essere garantito dai governi nella legislazione.
Dalla Dignitatis Humanae alle massoniche Dichiarazioni dei diritti dell’uomo … poco cambia, dove si legge, anno 1789, art. 10: «Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose», ed anno 1793, art. 7: «Il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, […] il libero esercizio dei culti, non possono essere interdetti». Almeno i massoni della prima ora non ebbero il barbaro coraggio di definire questo “diritto” un «diritto che si fonda sulla stessa natura dell’uomo», in compenso, dall’alto della loro “tolleranza”, detronizzarono, sterminarono e depredarono un numero incalcolabile di cattolici.
Ora, che nessuno possa essere forzato ad accettare la vera religione, lo comanda la Chiesa stessa. Papa Leone XIII nella Immortale Dei (1885) insegna: «La Chiesa vuole assolutamente evitare che chiunque sia costretto, suo malgrado, ad abbracciare la fede cattolica, perché, come saggiamente ammonisce sant’Agostino, “l’uomo non può credere se non spontaneamente” ». Però precisa: «Similmente la Chiesa non può consentire quella libertà che induce al disprezzo delle leggi santissime di Dio».
Da questo naturale principio della libertà dalla coercizione, in Dignitatis Humanae si precipita nella falsa ed americanista nozione che la legge stessa avrebbe il diritto di difendere e diffondere l’errore. Questo funesto principio, che poggia sulla cosiddetta «libertà di coscienza», è sempre stato condannato dalla Chiesa, tanto che Papa Gregorio XVI lo definì «delirante».
So che questo discorso potrà annoiare e sembrare cavilloso, tuttavia con un esempio cercherò di chiarire la satanica portata del documento teologico - politico Dignitatis Humanae. Subito dopo la pretesa promulgazione dello stesso, la cattolica Spagna precipitò nell’apostasia legislativa recedendo dal Concordato con il Vaticano. L’accordo del 1953 prevedeva, art. I, che: «La Religione Cattolica, Apostolica, Romana continua ad essere l’unica religione della Nazione spagnuola»; art. XXIII l. c: «[…] lo Stato armonizzerà la propria legislazione con il Diritto Canonico». A seguito di Dignitatis Humane, sorse la fregola di aggiornamento dovunque e dal 1978 l’Articolo 16 della Costituzione Spagnola al § 1 recita: «È garantita la libertà ideologica, religiosa e di culto dei singoli e delle comunità […]»; ed al § 3: «Nessuna confessione avrà carattere statale».
Dietro pretesto di «libertà ideologica», la legislazione spagnola ha ricevuto il colpo di grazia stramazzando rovinosamente nella consueta “giurisdizione” massonico - liberale, proprio come accadde in Inghilterra, poi in America, in Francia ed infine in Italia a seguito delle cosiddette Rivoluzioni, le quali hanno tutte avuto unica regia anti-cattolica ed attori tutti “affratellati” dal rito d’iniziazione massonica.
Il profetico commento di Papa Gregorio XVI a questa degenerazione dell’umanità credo che sia la conclusione più eloquente al nostro piccolo excursus di Teologia politica dell’anno 2016: «Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore? esclama sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo d’abisso dal quale vide san Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il sole, uscendone locuste innumerabili a disertare la terra. Indi infatti hassi a ripetere il cangiamento degli spiriti, indi la depravazione della gioventù, indi il disprezzo nel popolo delle cose sacre, e delle leggi più sante, indi in una parola la peste della società più di ogni altra esiziale, mentre l’esperienza di tutti i secoli fin dalla più remota antichità luminosamente dimostra, che città per opulenza, per dominazione, per gloria le più fiorenti per questo solo disordine, cioè per una eccessiva libertà di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novità, andarono infelicemente in rovina» (Mirari Vos, 1832).
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Riprendiamo il ciclo di articoli teologico-politici introducendo alla dignità della persona umana. Insieme ai princìpi di libertà, di fratellanza e di uguaglianza, come poi impareremo, anche quello di dignità è oggi fortemente deformato dai fraudolenti princìpi del 1789 e dalle gravi ingerenze settarie, dentro e fuori la Chiesa.
In Udienza ai Delegati per le relazioni umane e nell’industria, Pio XII asserisce: «Ogni uomo rappresenta un valore trascendente ed assoluto, perchè l’Autore della natura umana gli ha dato un’anima immortale» (04.02.1956). In piena seconda guerra mondiale, il Pontefice insiste: «Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società, concorra da parte sua a ridonare alla persona umana la dignità concessale da Dio fin dal principio» (Radiom., 24.12.1942). Nella Divini Redemptoris il Papa ribadisce la Dottrina sociale della Chiesa sul rapporto fra individuo e società: «Nel piano del Creatore la società è un mezzo naturale, di cui l’uomo può e deve servirsi per il raggiungimento del suo fine, essendo la società umana per l’uomo, e non viceversa» (19.03.1937). Ciò non si deve intendere «nel senso del liberalismo individualistico, che subordina la società all’uso egoistico dell’individuo», ma che l’uomo è un essere sociale per natura e non può sviluppare pienamente le sue attitudini che nella società, grazie all’aiuto che questa gli dà per la sua vita fisica, intellettuale, morale, famigliare e sociale (cf. E. Guerry, La Doctrine sociale dell’Eglise, pag. 57).
Spiega l’Aquinate che «l’uomo è un animale politico e socievole che vive in compagnia, anche più degli altri animali, il che dimostra ed è conseguenza di una naturale necessità - quod quidem naturalis necessitas declarat» (De Regimine Principum, Lib. I, Cap. I). Ed è proprio sulla natura della dignità che cominciano le insormontabili divergenze fra la verità e le tante menzogne, fra il Cattolicesimo e tutti gli altri.
La dignità dell’uomo, spiega Papa Pacelli, «è la dignità dell’immagine di Dio»; quella dello Stato «è la dignità della comunità morale voluta da Dio»; quella dell’autorità politica «è la dignità della sua partecipazione all’autorità di Dio» (Radiom., 24.12.1944). In Genesi (I, 26) leggiamo che «Dio creò l’uomo a propria immagine; lo creò ad immagine di Dio». Pio XII ci aiuta a capire questo passo da cui si evince la dignità dell’uomo: «Si può dunque sperare di vedere apparire più chiaramente l’autentico volto dell’uomo, padrone non soltanto delle cose ma soprattutto di sé stesso e cosciente del suo destino trascendente, individuale e sociale e delle sue responsabilità di creatura fatta ad immagine di Dio» (Discorso al Congresso delle Associazioni, 18.09.1955). Ancora: «L’uomo è anzitutto uno spirito creato ad immagine di Dio, responsabile dei suoi atti e del suo destino, capace di governarsi da sé e che trova in ciò la sua più alta dignità» (Risposta agli auguri del Corpo Diplomatico, 04.03.1956).
Essendo immagine di Dio, l’uomo è «padrone delle cose ed esercita sulle creature inferiori (animali, vegetali) un dominio analogo alla sovranità del Creatore sul mondo» (cf. Genesi, I, 27-30). L’uomo ha, dunque, il dominio sulle cose e sul mondo poiché egli è libero, «è padrone di se stesso […] è responsabile dei suoi atti e del suo destino», spiega il Pastore angelico. Ma quali sono le radici di queste libertà e responsabilità? «L’uomo - dichiara ancora Pio XII - è un essere personale, dotato di intelligenza e di volontà libera, un essere che, in una parola, decide lui stesso di ciò che fa e non fa» (Discorso alla Polizia criminale, 15.10.1954).
Prima di chiudere è bene, tuttavia, precisare che la sua dignità di persona umana è che egli «è cosciente del suo destino trascendente» e «responsabile dei suoi atti e del suo destino»: è la coscienza che egli ha dell’essere stato fatto ad immagine di Dio - PER IMITARE Dio nella Sua perfezione, nella Sua bontà, nel Suo amore e nella Sua misericordia verso gli uomini (cf. San Matteo, V, 48; San Luca, VI, 36). La prossima settimana capiremo cosa non è la dignità e come non si deve usare la libertà.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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La dignità della persona muove nella consapevolezza che l’uomo è ordinariamente «cosciente del suo destino trascendente» ed è «responsabile dei suoi atti e del suo destino», dicevamo. È la coscienza che ogni uomo ha dell’essere stato fatto ad immagine di Dio per imitarLo: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro» (san Matteo, V, 48), «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (san Luca, VI, 36), etc. L’uomo può e deve utilizzare, dunque, le proprie facoltà di intelligenza e di volontà nella scoperta del vero significato del suo destino e del fine dei suoi atti (cf. Dei Filius, Concilio Vaticano, 24.4.1870), nella elevazione verso Dio e nella partecipazione - secondo il disegno d’amore gratuito di Dio - alla vita eterna, alla vita divina di Dio nella Sua natura (cf. Op. Cit., mons. Guerry, pag. 60). Ecco il destino trascendente dell’uomo!
Ai lavoratori della FIAT di Torino, il 31 ottobre 1948, Papa Pio XII insegna: «Dal luogo delle vostre indefesse fatiche voi siete venuti in pellegrinaggio al centro della Santa Chiesa Cattolica, perchè siete persuasi che nè il solo lavoro, nè la sua più perfetta organizzazione e il più potente attrezzamento valgono a formare ed assicurare la dignità del lavoratore, bensì la religione, e tutto ciò che da questa è nobilitato e santificato. L’uomo è immagine di Dio uno e trino, e quindi anch’egli persona, fratello dell’Uomo-Dio Gesù Cristo e con lui e per lui erede di una vita eterna: ecco qual è la sua vera dignità».
Tuttavia, contro le falsificazioni della modernità, noi sappiamo che non si è «fratelli dell’Uomo-Dio Gesù Cristo» per la sola Incarnazione, ma se da Lui non ci si separa con il peccato e non si rifiutano le Sue grazie. Non basta onorare Dio con le sole proprie labbra, bensì ci è richiesta la piena adesione dell’intelletto, della volontà, del cuore, alla Sua legge (cf. san Matteo, XV, 8). Contro coloro che si rifiutano di amare Dio, che perciò infangano la gratuita dignità trasgredendo i Comandamenti (cf. I san Giovanni, V, 3), è l’Uomo-Dio medesimo ad emettere la sentenza: «Via, lontani da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo …» (san Matteo, XXV, 41).
Il basamento della dignità della persona umana è, come abbiamo imparato, Dio stesso, è su Dio che essa poggia, dunque è incrollabile come Dio stesso. La dignità dipende da Dio: «ed è nella chiara coscienza e nell’amorevole accettazione di questa dipendenza filiale che si trovano la suprema dignità e la vera libertà dell’uomo» (Ivi., Guerry). Dunque la dignità non viene, insiste Papa Pacelli, «da quelle misure puramente terrene del progresso [che] sono un’illusione […], una irrisione dell’uomo in mezzo ad un mondo, che è sotto la legge del peccato originale e delle sue conseguenze, [prossimo a ] cadere in un abisso di miseria, d’ingiustizia e di egoismo» (Pio XII, 31.10.1948). No, «il Giudice supremo, che ci attende al termine della vita terrestre sulla soglia dell’eternità, ammonisce tutti, in alto ed in basso, di far uso coscienziosamente dei doni ricevuti da Dio, di evitare ogni ingiustizia e di trarre profitto da ogni occasione per opere di amore e di bene. Tale è l’unica misura di ogni vero progresso, perchè questo allora soltanto è genuino e non fittizio, se è anche avanzamento verso Dio e nella somiglianza con Lui». Se questa dipendenza nei confronti di Dio fa la grandezza dell’uomo è per il fatto che la sua dignità, non fondandosi che su Dio, non dipende da altri che da Dio (Ivi., Guerry).
L’uomo moderno, al contrario, reclama di fare senza Dio ed in questa maniera è egli stesso che respinge il fondamento divino della sua dignità. Infine, per lui, il valore supremo non è Dio, è sé medesimo: un antropocentrismo esasperato che è concausa di ogni egoismo, odio, fallimento, avvilimento, pervertimento, ingiustizia. Il risultato di questa negazione, difatti, è «il dramma dell’umanesimo ateo» che pretende, invero fallendo poiché sacrifica morale e giustizia, di risolvere il problema della dignità con un’infinità di leggi inique e moleste. Abominio che dilaga in ogni dove, ed anche se ben mascherato dal modernismo, prolifera persino «all’interno del cattolicesimo stesso» oramai snaturato, vuoto, noioso, inutile, che salva solo alcune apparenze di sentimento (cf. Pascendi Dominici gregis, san Pio X, 8.9.1907): insignificante per la vita eterna. Il Cattolicesimo, ovviamente, è altro!
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Una delle principali obiezioni che la politica cosiddetta “laica”, soprattutto “democristiana”, muove a questi nobili ed elevati princìpi che abbiamo studiato (dignità dell’uomo = sottomissione totale alla divina volontà) è che non sarebbe possibile tradurli in applicazioni pratiche, quindi la “mediazione” col mondo sarebbe una necessità. Eppure l’Apostolo ci ammonisce: «Modo enim hominibus suadeo aut Deo? Aut quaero hominibus placere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem!» (Gal., I, 10).
Così il politicante obietta all’Apostolo: «Ma se non piaccio al mondo, come faccio a prendere voti?». Ebbene, replica san Paolo, qual meschino baratto: «Non sei servitore di Cristo». Per dirla tutta, costoro, che sono la migliore spalla per gli atei (sinistra), poi per gli statolatri (destra) ed infine per i rivoluzionari più sempliciotti (liquidi), non fanno altro che riproporre l’eresia socio-politica del Sillon francese, già biasimata da Papa san Pio X (25 agosto 1910). Essi pongono, fra le altre, «alla base di tutte le falsificazioni delle nozioni sociali fondamentali, un’idea falsa della dignità umana».
In cosa consiste questa contraffazione? Secondo loro, «l’uomo sarà veramente uomo, degno di questo nome, soltanto a partire dal giorno in cui avrà acquisito una coscienza illuminata, forte, indipendente, autonoma, che può fare a meno di un padrone, che ubbidisce solo a sé stessa». In parole povere si fanno promotori della negazione pratica di Dio nella vita pubblica, millantando tuttavia una certa naturale osservanza privata (sic!), e con tali «paroloni [esaltano] il sentimento dell’orgoglio umano» e «trascinano l’uomo senza luce, senza guida e senza soccorso, sulla via dell’illusione, dove, aspettando il gran giorno della piena coscienza, sarà divorato dall’errore e dalle passioni».
Il Pontefice li ammonisce e li deride pure: «E questo gran giorno, quando verrà? A meno di cambiare la natura umana (il che non rientra nel potere della politica), non verrà mai». Ancora: «Ed i Santi, che hanno portato la dignità umana al suo apogeo, avevano tale dignità? …». Dunque Papa Sarto - Chiesa indefettibile nella Nostre Charge apostolique - contrappone i Santi ai cosiddetti “democristiani”, dimostrando che non si può essere nel contempo santi e politicamente così orientati.
Papa Leone XIII afferma nella Rerum Novarum, 15 maggio 1891, che «a nessuno è lecito di violare impunemente quella dignità dell’uomo che Dio stesso tratta con grande rispetto». Siamo dunque in presenza di una proibizione formale ed universale, imperativa: «Non è lecito a nessuno...». Il Guerry (Op. cit., pag. 61) giustamente protesta che «se questa norma fosse applicata dovunque si esercita una autorità, in ogni pubblica funzione, in tutte le amministrazioni, in tutte le officine e gli uffici, nelle famiglie verso i dipendenti e i domestici, è certissimo che un clima nuovo regnerebbe in ogni paese».
Tuttavia, oramai, molti di coloro che hanno la pesante responsabilità di un’autorità, non hanno ancora compreso che ciò che conta è il rispetto della dignità di persona umana sì, ma quella vera, alla maggior gloria di Dio: «… Sive ergo manducatis sive bibitis sive aliud quid facitis, omnia in gloriam Dei facite …» (1Cor., X, 31). È proprio dalla vigorosa e cristiana difesa della vera dignità della persona umana, che sono venute a noi tutte quelle misure legislative atte, per esempio, a sradicare la schiavitù, a tutelare il lavoro delle donne e dei bambini, a limitare il tempo di lavoro degli operai, a garantire il diritto alla salute, a contenere la tassazione, etc…
Dov’erano questi diritti nelle pretese “civiltà” tanto lusingate dai falsi filosofi e dagli storici partigiani? Erano forse nella “grande” Grecia, dove gli schiavi non potevano neanche prendere moglie? Erano nella “progredita” Cina, dove le bambine dovevano morire (e dove tuttora si divorano i cani)? O piuttosto erano nella “mistica” India, dove il brahmano (il puro) disponeva della vita di chi (il non puro) pesta la sua ombra?
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Ci siamo lasciati con l’imperativo di Leone XIII: «A nessuno è lecito di violare impunemente la dignità dell’uomo». La vera dignità, non i suoi scimmiottamenti moderni utilizzati, con inganno, proprio per violare la dignità, come dimostreremo con pochi esempi.
Rapidamente facciamo attenzione alla dignità nella cosiddetta «lotta di classe» ed all’idea di «falsa redenzione» del comunismo. «Uno pseudo-ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità nel lavoro - tuona Papa Pio XI - pervade tutta la sua dottrina, […] alle folle adescate da fallaci promesse comunica uno slancio ed un entusiasmo contagioso, specialmente in un tempo come il nostro, [caratterizzato] da una distribuzione difettosa delle cose di questo mondo».
Ed ancora: «La dottrina che [si] nasconde sotto apparenze talvolta così seducenti, in sostanza oggi si fonda sui princìpi già predicati da Marx del materialismo dialettico e del materialismo storico, […]. Questa dottrina insegna che esiste una sola realtà, la materia, con le sue forze cieche, la quale evolvendosi diventa pianta, animale, uomo. Anche la società umana non ha altro che un’apparenza ed una forma della materia che si evolve nel detto modo, e per ineluttabile necessità tende, in un perpetuo conflitto delle forze, verso la sintesi finale: una società senza classi».
Quindi in tale dottrina, com’è evidente, «non vi è posto per l’idea di Dio, non esiste differenza fra spirito e materia, né tra anima e corpo […]. Insistendo sull’aspetto dialettico del loro materialismo, [essi] pretendono che il conflitto, che porta il mondo verso la sintesi finale, può essere accelerato dagli uomini. Quindi si sforzano di rendere più acuti gli antagonismi che sorgono fra le diverse classi della società; e la lotta di classe, con i suoi odi e le sue distruzioni, prende l’aspetto d’una crociata per il progresso dell’umanità. Invece, tutte le forze, quali che esse siano, che resistono a quelle violenze sistematiche, debbono essere annientate come nemiche del genere umano» (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937).
Il Papa ci spiega dettagliatamente in questa mirabile Enciclica come, dietro sofismi e congiure giuridico - politiche, i signori dell’odio, i quali intendono “sterilizzare” con falso garbo le parti a loro avverse, violano impunemente la dignità dell’uomo, indossando essi stessi la maschera di “paladini della dignità” (quella falsa, indegna, villana, diabolica, di chiara matrice massonica e rivoluzionaria).
La loro macchinazione, i cui frutti d’odio e di morte sono indubitabili, passa attraverso varie fasi: a. Corruzione morale di chi ricopre cariche di governo e controllo; b. Dunque propagazione del malcontento; c. Abbaglianti promesse; d. Liberalismo che prepara loro la strada; e. Propaganda astuta e vastissima (che non esclude la calunnia); f. Congiura del silenzio nella stampa (e con misure pseudo-legislative). Nonostante siano passati ottant’anni dalla denuncia del successore di Pietro, poco o nulla è cambiato nella tattica social-comunista, se non che tali colpevoli promotori si sono fatti più spregiudicati ed astuti.
Ci sarebbe tanto da aggiungere, tuttavia devo concludere con la soluzione di Pio XI: «Non vi sarebbero né socialismo né comunismo se coloro che governavano i popoli non avessero disprezzato gli insegnamenti ed i materni avvertimenti della Chiesa: essi invece hanno voluto, sulle basi del liberalismo e del laicismo, fabbricare altri edifici sociali, che sulle prime parevano potenti e grandiosi, ma ben presto si videro mancare di solidi fondamenti, e vanno miseramente crollando l’uno dopo l’altro, come deve crollare tutto ciò che non poggia sull’unica pietra angolare che è Gesù Cristo» (Ivi.).
E con le parole di Papa Leone XIII: «[…] Quanto ai ricchi e ai datori dì lavoro, essi non debbono affatto trattare l’operaio come schiavo: ma rispettare in lui la dignità di uomo, elevata ancor più da quella di cristiano […]. Ciò che è vergognoso e disumano è il servirsi di uomini come di vili strumenti di lucro e il non stimarli che in proporzione del vigore delle loro braccia» (Rerum Novarum).
Ora, p. es., chi pretende che l’uomo lavori di domenica? Chi sfrutta gli individui soffocati dai vizi? Chi ricatta il lavoratore? Chi lo opprime e lo deprime con la tassazione iniqua?; etc … I colpevoli sono proprio i paladini della falsa dignità di cui sopra, i quali anche si vantano di queste misure: complimenti!
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Prosegue dal numero precedente. […] Un altro tema molto caro a Dio, quindi alla Chiesa, è la garanzia di vera libertà, nulla a che vedere col misericordismo errante, molto in voga oggigiorno e definibile buonismo liberticida.
Vera libertà dei popoli, secondo il motto Pax Christi in Regno Christi, in un momento storico in cui, purtroppo, «nulla è […] sicuro: né il tetto, né i beni, né la libertà, né l’onore; e così si viene spegnendo nel loro cuore l’ultimo raggio di serenità, l’ultima scintilla di ardore» (cf. Discorso al Sacro Collegio nella Festività di san Eugenio, Papa Pio XII).
Nell’anno 1947 e nello stesso contesto, il Pontefice riflette sul suo Radiomessaggio Natalizio del 1944, ne rilancia il monito, e stempera i facili entusiasmi sul binomio democrazia - libertà, poiché «[…] non pochi temono che la fiducia in quell’ordinamento democratico rimanga sminuita dall’urtante contrasto» fra la «democrazia a parole» e la «concreta realtà».
Fulmina i demagoghi o liberticidi mitigati che utilizzano la democrazia per privare gli uomini della vera libertà, ed allora: «sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia […] e, dall’altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere» (Ivi.).
Bisogna fare attenzione a non sfiduciare la gioventù, ammonisce il Vicario di Cristo. Crisi generale, turbamenti economici e sociali, incertezza del domani, sfiducia negli anziani a causa del pessimo esempio di chi governa, scetticismo rispetto a principi e valori morali. Si corre il rischio che i giovani, «intossicati da questi fermenti malsani», finiscano col «cadere in un assoluto nichilismo»: humus ideale per il proliferare di pensieri ed orientamenti di sinistra anarchicizzanti!
Ed ecco un ulteriore profetico monito: «Guai ai popoli il giorno in cui nell’anima della gioventù viene ad estinguersi il fuoco sacro della fede, dell’ideale, della prontezza al sacrificio, dello spirito di dedizione! Per poco che duri una tale condizione di cose, quale potrà divenire il loro destino»? Un destino fatto di sole passioni e di capricci che si fanno “diritti”, non porta né alla liberta né al bene sociale, ma solamente alla lotta fra infelici e dannati.
Ma Dio non manca mai alla Sua parola, come invece «insinuano i sogghigni degli egoisti e dei gaudenti», pertanto bisogna avere fiducia ed impegnarsi nella pratica delle virtù cristiane, che si contrappongono alle istanze nichilistiche di “canonizzazione” del vizio in eccessi di libertinaggio populista. Contrastare il male a cominciare nelle famiglie, la cui sorte è particolarmente cara a Dio ed alla Chiesa, «famiglia che è il naturale vivaio e scuola dove si prepara l’uomo del domani».
Ci si ricollega, nella perfetta continuità magisteriale su fede e morale da Cristo a Pio XII, alla durissima condanna di Leone XIII nella Quod Apostolici Muneris, dove il mistico Papa individua e smaschera il nemico da contrastare con ogni forza, il corruttore della gioventù, della famiglia, quindi dell’intera società: «Noi parliamo della setta di coloro che con nomi diversi e quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti […] che apertamente e con sicurezza […] si sforzano di realizzare il disegno […] di scuotere le fondamenta dello stesso consorzio civile […] Sono quelli che, secondo le Scritture divine, “contaminano la carne, disprezzano l’autorità, bestemmiano la maestà” (Gd. 8), e nulla rispettano e lasciano integro di quanto venne dalle leggi umane e divine sapientemente stabilito per l’incolumità e il decoro della vita. […] Predicano la perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e negli uffici. Disonorano l’unione naturale dell’uomo e della donna, rispettata come sacra perfino dai barbari […] Impugnano il diritto di proprietà stabilito per legge di natura […] Rendono pubbliche queste mostruose opinioni nei loro circoli […]».
Pio XII conclude il suo intervento del ‘47 con un’esortazione allo studio ed alla pratica della Teologia politica: «[…] nessun timore di perdere beni o vantaggi temporali, di apparire meno amanti della civiltà moderna, o meno nazionali o meno sociali, potrebbe autorizzare i veri cristiani a deviare, anche di un sol passo, da questo cammino». È il trionfo della Dottrina sociale. Declama infine il motto: «Resistite fortes in fide!».
Già san Pio X ci aveva esortato: «Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri!».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Il 2 giugno 1947, Discorso al Sacro Collegio nella Festività di san Eugenio, Papa Pio XII torna a tracciare la linea dottrinale e morale utile a sanare, umanamente e politicamente (Dottrina sociale), le grandi questioni connesse ai «formidabili eventi dell’ora presente» ed ai «pericoli che minacciano il mondo». Egli parla di un vero e proprio «verdetto della storia», che saprà giudicare e corrisponderà ai «frutti» che le «deliberazioni produrranno».
Ancora un monito sulla necessità di formare i popoli alla Teologia politica contro ogni smodata fregola di laicità che, in sintesi, non è altro che l’aperto rigetto delle regole sante ed universali, l’odio nei confronti di Dio, del sacrificio e dell’edificazione sulla roccia: «[…] viro stulto, qui aedificavit domum suam supra arenam […] et cecidit, et fuit ruina eius magna», dice il Signore (cf. Mt. 7,21-26).
Dunque, si domanda il Pontefice, «le future generazioni vi benediranno o vi malediranno»? Le autorità saranno in grado di «risvegliare il sentimento di fraternità» e di attuare un ordinamento di diritto e di pace «degno dell’uomo, a tutti utile e tollerabile»; o piuttosto favoriranno, mediante posizioni inique, quel «progressivo decadimento nelle paludi stagnanti della discordia e della violenza»? Quale sarà il «verdetto della storia»?
Il lungimirante Papa Pacelli mette in guardia coloro i quali hanno grandi responsabilità: «[…] dal progressivo decadimento […] non possono esalare che i miasmi mefitici e deleteri di nuove ed incalcolabili calamità». Calamità semplicemente umane, ma anche e soprattutto soprannaturali: i castighi di Dio. Traccia, così, alcune indicazioni in materia di Sicurezza, di Prosperità, di Libertà, di sostegno della Gioventù, di difesa della Famiglia, di Pace ed Amore, infine esorta i popoli a «Non temere»!
Sulla situazione dell’Europa, le riflessioni di Sua Santità sono a dir poco profetiche: «come potrebbe sentirsi sicura una Europa, le cui membra fossero in preda alla disperazione ed allo sconforto, oscure e lugubri potenze di disgregazione, di cui facilmente abuseranno i sobillatori di domani, come fecero quelli di ieri»? La soluzione ai problemi della sicurezza, come la storia attesta, è nella «sanità fisica e morale del popolo», che garantisca, di riflesso, il «retto ordine pubblico» sia in politica interna che estera, e le «normali relazioni di buon vicinato». Odiare la Chiesa significa odiare Pace ed Amore: «[…] coloro che vedono le cose nella luce dell’ordine divino, non vi è dubbio che anche nei più gravi antagonismi d’interessi umani e nazionali vi è sempre posto per un pacifico accomodamento […] Ecco appunto la ragione dell’odio che nutrono verso la Chiesa tutti coloro che, vivendo dei dissensi e dei conflitti, hanno a cuore di attizzarli sempre più».
Resta bene inteso che la Chiesa di cui parla Pio XII, quella «Una, Santa, Cattolica ed Apostolica» (cf. Satis Cognitum), oggi è purtroppo molto oscurata nella visibilità dal suo simulacro Vaticanosecondista.
Per ciò che concerne la prosperità dei popoli e degli Stati, Pio XII auspica sì un libero mercato, ma regolato da una rigida morale cristiana, come unica alternativa alle crisi economiche ed alla disoccupazione. La prosperità delle Nazioni, difatti, «[…] non può essere salda e sicura, se non è la sorte comune di tutte. Perciò non è escluso che l’inerzia e l’impedita possibilità di scambi, a cui si vedessero costretti alcuni popoli, portino con sé, in tempo non lontano, crisi economiche e disoccupazione anche negli altri». Basti pensare, oggi, alle tragiche conseguenze delle folli sanzioni europee contro la Russia.
Un altro tema molto caro a Dio, quindi alla Chiesa, è la vera libertà, nulla a che vedere col misericordismo degli erranti. Libertà dei popoli in un momento storico in cui, purtroppo, «nulla è per loro sicuro: né il tetto, né i beni, né la libertà, né l’onore; e così si viene spegnendo nel loro cuore l’ultimo raggio di serenità, l’ultima scintilla di ardore». Il dotto teologo riflette sul suo Radiomessaggio Natalizio del 1944 e stempera i facili entusiasmi sul binomio democrazia - libertà, poiché «[…] non pochi temono che la fiducia in quell’ordinamento democratico rimanga sminuita dall’urtante contrasto» fra la «democrazia a parole» e la «concreta realtà». Fulmina i demagoghi che utilizzano la democrazia per privare gli uomini della vera libertà, ed allora: «sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia […] e, dall’altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere» (Ivi.).
Bisogna fare attenzione a non sfiduciare la gioventù, ammonisce il Vicario di Cristo. Crisi generale, turbamenti economici e sociali, incertezza del domani, sfiducia negli anziani a causa del pessimo esempio di chi governa, scetticismo rispetto a principi e valori morali. Si corre il rischio che i giovani, «intossicati da questi fermenti malsani», finiscano col «cadere in un assoluto nichilismo». Ed ecco un ulteriore profetico monito: «Guai ai popoli il giorno in cui nell’anima della gioventù viene ad estinguersi il fuoco sacro della fede, dell’ideale, della prontezza al sacrificio, dello spirito di dedizione! Per poco che duri una tale condizione di cose, quale potrà divenire il loro destino»? Un destino fatto di sole passioni e diritti, non porta né alla libertà né al bene sociale, ma solamente alla lotta fra deliranti, alla dannazione.
Ma Dio non manca mai alla Sua parola, come invece «insinuano i sogghigni degli egoisti e dei gaudenti», pertanto bisogna avere fiducia ed impegnarsi nella pratica delle virtù cristiane, che si contrappongono alle istanze nichilistiche di “canonizzazione” del vizio. Contrastare il male a cominciare dalle famiglie, la cui sorte è particolarmente cara a Dio ed alla Chiesa, «famiglia che è il naturale vivaio e scuola dove si prepara l’uomo del domani».
Ci si ricollega, nella perfetta continuità magisteriale su fede e morale da Cristo a Pio XII, alla durissima condanna di Leone XIII nella Quod Apostolici Muneris, dove il mistico Papa individua e smaschera il nemico da contrastare con ogni forza, il corruttore della gioventù, della famiglia, quindi dell’intera società: «Noi parliamo della setta di coloro che con nomi diversi e quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti […] che apertamente e con sicurezza […] si sforzano di realizzare il disegno […] di scuotere le fondamenta dello stesso consorzio civile […] Sono quelli che, secondo le Scritture divine, “contaminano la carne, disprezzano l’autorità, bestemmiano la maestà” (Gd. 8), e nulla rispettano e lasciano integro di quanto venne dalle leggi umane e divine sapientemente stabilito per l’incolumità e il decoro della vita. […] Predicano la perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e negli uffici. Disonorano l’unione naturale dell’uomo e della donna, rispettata come sacra perfino dai barbari […] Impugnano il diritto di proprietà stabilito per legge di natura […] Rendono pubbliche queste mostruose opinioni nei loro circoli […]».
Pio XII conclude il suo intervento con un’esortazione allo studio ed alla pratica della Teologia politica: «[…] nessun timore di perdere beni o vantaggi temporali, di apparire meno amanti della civiltà moderna, o meno nazionali o meno sociali, potrebbe autorizzare i veri cristiani a deviare, anche di un sol passo, da questo cammino».
Declama infine il motto: «Resistite fortes in fide!». E san Pio X: «Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri!».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Con la difesa della vera dignità della persona umana, la Chiesa rivendica anche il principio della fondamentale uguaglianza fra uomini e per origine (cf. Gen, I, 26).
In vari articoletti tracceremo, d’obbligo, le differenze fra l’uguaglianza secondo Nostro Signore Gesù Cristo, o vera; e l’utopia illuminista-rivoluzionaria, o luciferina, dell’egualitarismo politico-sociale, detto infine socialismo. Leone XIII nella Libertas smaschera anche questo inganno propagato da «tanti emuli di Lucifero».
Anzitutto, per comprendere il legame fra dignità ed uguaglianza, impariamo sempre da Papa Pecci (Rerum Novarum) che «la vita di quaggiù […] non è il fine per cui noi siamo stati creati, ma [è] via e mezzo [per] perfezionare la vita dello spirito».
Come si perfeziona questa vita? «Con la cognizione del vero e con la pratica del bene». Di che spirito parliamo? «Di quello che porta scolpita in sé l’immagine e la somiglianza divina [da cui vengono dignità ed uguaglianza, ndR], ed in cui risiede quella superiorità in virtù della quale fu imposto all’uomo di signoreggiare le creature inferiori (cf. Gen,I,28)».
«Proprio in questo», precisa ancora il Pontefice, «tutti gli uomini sono uguali, né esistono differenze tra ricchi e poveri, padroni e servi, monarchi e sudditi (cf. Rom,X,12)». A nessuno, difatti, è lecito «avversare [all’uomo] la via a quel perfezionamento che è ordinato all’acquisto della vita eterna». Addirittura, «neanche di sua libera [decisione] [l’uomo] potrebbe rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché [non si tratta di diritti …], ma si tratta di doveri verso Dio assolutamente inviolabili». Dunque in cosa sono uguali tutti gli uomini?
Ancora Leone XIII (In Plurimis) spiega che «per grazia [di] Cristo, intercorre una fraterna unione dell’uomo con l’uomo […]: essi, come hanno una medesima origine nell’ordine naturale, così nell’ordine soprannaturale hanno una medesima origine per quanto concerne la salvezza e la fede». Tutti «ugualmente sono accolti in adozione dall’unico Dio e Padre, in quanto Egli li ha insieme redenti con lo stesso grande riscatto».
Ora, tornando per un momento sul piano dell’ordine naturale, tutti gli uomini, a prescindere dalle disuguaglianze di età, di condizione, di qualità fisiche, intellettuali, morali, etc., tutti possiedono questa fondamentale uguaglianza di natura (anche il miscredente). Nell’ordine soprannaturale, poi, per meglio precisare, tutti sono chiamati a divenire figli di Dio, ad entrare nella «famiglia dei figli di Dio», che è la Chiesa.
È sentenza di Dio nelle parole dell’Apostolo dell’amore: «Quotquot autem acceperunt eum, dedit eis potestatem filios Dei fieri, his, qui credunt in nomine eius» (Gv,I,12) - solo chi accoglie e crede in Dio, può diventare figlio di Dio; eppure molti non Lo hanno accolto - «In propria venit, et sui eum non receperunt» (11).
Spiega il Guerry (Dottrina sociale della Chiesa, pag. 66, Imprimatur 1958), che «alcuni miscredenti e forse anche dei cristiani tiepidi sono senza dubbio tentati di trascurare il secondo aspetto, soprannaturale, dell’eguaglianza tra gli uomini, perchè tale campo resta loro estraneo».
Questa sorta di “bug”, insieme ad altre «micidiali pestilenze che serpeggiano per le intime viscere della società e la riducono all’estremo pericolo di rovina» (Quod Apostolici Muneris, Leone XIII), spinge intere comunità a bramare simulacri di uguaglianza, nonché false concezioni di fraternità. Il dottissimo Mons. de Ségur (La Rivoluzione, ed. Sursum Corda, pag. 115 ss.) distingue «tre specie di uguaglianze»: 1° quella cristiana; 2° quella del 1789; 3° infine quella del 1793 o «delle ghigliottine», che oggi è la più sponsorizzata. Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Solo concependo l’uguaglianza soprannaturale e d’origine fra gli uomini (creati tutti ad immagine e somiglianza di Dio), non semplicemente quella naturale, si può dare al principio di fraternità una base assai salda: ben differente dalla “fratellanza” del 1789, che la Rivoluzione corrompe e deturpa, eppur si vanta di averla data al mondo.
L’Apostolo traccia le conseguenze della vera uguaglianza già nella sua Epistula ad Galatas: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (III, 28). Questa uguaglianza, nemica mortale dell’egualitarismo illuminista e dei movimenti cosiddetti “socialisti” o “marxisti”, è profonda, va al di sopra delle distinzioni di razze, di popoli, di condizione, di sesso: «Noi tutti, sia Giudei sia Gentili, sia schiavi sia liberi, in unico Spirito siamo stati battezzati, sì da formare un corpo solo» (Epistula I ad Corinthios, XII, 13).
Causa e fine di questa uguaglianza differiscono da ogni altra rivendicazione politica (demagogica) umana, che non sia integralmente cristiana. Fu proprio grazie alla spinta propulsiva della fratellanza soprannaturale, che viene dalle prime comunità cristiane - «La moltitudine dei credenti era un cuor solo ed un’anima sola; né alcuno c’era che considerasse come suo quel che possedeva, ma avevano tutto in comune» (Actus Apostolorum, IV, 32) -, che la schiavitù non resse più all’urto di tale principio, fu gradualmente e con giudizio armonizzata dalla civilizzazione in Cristo.
Tuttavia, contro ogni prurito rivoluzionario, Papa Leone XIII precisa con estrema sapienza: «Invero quei primi discepoli della fede cristiana compresero pienamente che da tale fraterna uguaglianza degli uomini in Cristo per nulla venivano diminuiti o rimossi l’obbedienza, l’onore, la fedeltà, gli altri doveri che legavano i servi ai padroni; ne consegue pertanto non il solo bene per cui gli stessi doveri diventano più definiti, più lievi e più soavi nell’adempimento, ma anche più fruttuosi al fine di meritare la gloria celeste». Difatti essi: «avevano riverenza e stima verso i padroni come verso gli uomini che sono potenti per volere di Dio, dal quale deriva ogni potere; per essi non avevano efficacia il timore dei castighi, l’astuzia dei consigli e gl’incitamenti all’utile, ma la coscienza del dovere, la forza dell’amore». A sua volta riguardava i padroni la giusta esortazione dell’Apostolo affinché essi «compensassero con bontà le buone opere dei servi: “E voi, padroni, fate altrettanto ad essi, rinunciando alle minacce, sapendo che il loro e il vostro Padrone è nei cieli e che Egli non favorisce alcuno” (Ef., VI , 9); e affinché considerassero un’ingiustizia che il servo si dolga della sua sorte, essendo egli “liberto del Signore”, così non è lecito all’uomo libero inorgoglirsi nell’animo e comandare con superbia, “essendo servo di Cristo” (I Cor., VII, 22). In tal modo si prescriveva ai padroni di riconoscere e di rispettare convenientemente l’uomo nei loro servi, e non diversi per natura ma uguali a loro nella religione, e del pari servi nei confronti della maestà del comune Signore» (In Plurimis, 5 maggio 1888).
Sono gli stessi princìpi - ricorda il Guerry, Op. cit., pag. 67 - che invocano tutti i Sommi Pontefici (prima dell’occupazione ateo-modernista del Vaticano e del cumulo di sofismi e falsità che da essi ancor oggi proviene) per l’instaurazione di rapporti più umani, per esempio, nell’impresa tra datori di lavoro e lavoratori, tra capi e subalterni : «Qual è il motivo preciso e decisivo? - chiede Sua Santità Pio XII - La pari dignità umana di tutti, che, a sua volta, deriva per intero dal fine trascendente a tutti comune» (Allocuzione alle ACLI del 14 maggio 1953). Ed altrove: «Per la Chiesa, tutti gli uomini sono uguali in dignità dinanzi a Dio» (Allocuzione del 4 febbraio 1956, Conferenza dell’industria).
Dunque, conclude il Papa, la «grande miseria» dell’ordine sociale moderno sta nel fatto che «esso non è né profondamente cristiano né realmente umano, ma unicamente tecnico ed economico»; e che «esso non poggia affatto su ciò che dovrebbe essere la sua base ed il suo solido fondamento della sua unità, vale a dire il carattere comune di uomini per la natura e di figli di Dio per la grazia dell’adozione divina» (Allocuzione ai membri UCID, 31 gennaio 1952).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Mettiamo in “standby” il nostro discorso sull’uguaglianza e sulla fratellanza, princìpi sui quali torneremo la prossima settimana, per parlare di un tema di immediata e mediatica attualità: la legittima difesa.
Chi, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui, riguardante l’incolumità personale, od un bene prezioso in proprio possesso, contro il pericolo attuale di un’aggressione ingiusta, ferisce o uccide l’aggressore, si dice agire per legittima difesa, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa (cf. Enciclopedia Cattolica, Vol. IV, Col. 1581 ss.). Contro l’ingiusto aggressore, difatti, è lecito difendersi nella misura in cui si rende necessaria questa difesa per evitare, respingere o ridurre i danni dell’offesa (cf. Dizionario del Cristianesimo, E. Zoffoli, pag. 140).
Tale legittimità si basa sul principio naturale della prevalenza del diritto alla vita ed altri beni dell’innocente, sul diritto alla vita ed altri beni dell’ingiusto aggressore, nei casi in cui il conflitto è inevitabile o viene recepito come tale dall’aggredito. Pertanto, come vuole la Chiesa, la responsabilità del male che l’ingiusto aggressore subisce è esclusivamente sua, non potendo pretendere che la vittima non reagisca, come e quanto gli sia necessario per difendersi (niente affatto per odio).
È vero che il quinto comandamento «Non ammazzare, ci proibisce di recar danno alla vita sia naturale che spirituale del prossimo e nostra» (Catechismo di san Pio X, n° 193), tuttavia vi sono alcune eccezioni. Vediamo innanzitutto cosa vieta, senza eccezione alcuna, questo comandamento: vieta l’assassinio, la vendetta, il suicidio, l’eutanasia, l’aborto, i duelli, le percosse, le ingiurie, le imprecazioni, le mutilazioni inique, lo scandalo, etc… Il quinto comandamento impone l’amore del prossimo col rispetto al massimo bene nostro ed altrui, dunque ci proibisce di togliere o di danneggiare la vita naturale a noi stessi ed al prossimo; inoltre ci proibisce di danneggiare la vita soprannaturale (scandalo). Dio solo è il padrone della vita, pertanto non è mai lecito uccidere.
«Eccetto in tre casi: 1) In guerra. Quando la guerra è giusta (difensiva o anche offensiva) il soldato può uccidere il nemico senza peccato. Praticamente chi viene mobilitato non è tenuto a far ricerche per sapere se la guerra è giusta o ingiusta. È invece obbligato chi si arruola volontario. 2) Per legittima difesa. Quando non vi sia altro mezzo per difendere e salvare la nostra vita o quella dei nostri cari, o anche per difendere beni di grandissimo valore (virtù, beni necessari alla vita), è permesso uccidere l’aggressore, purché si faccia solo allo scopo di difendersi, e non per vendetta o per altro motivo. Se basta fuggire, chiamare aiuto per salvarsi, o immobilizzare, ferire l’assalitore, non è permesso uccidere. 3) Dall’autorità competente. L’autorità pubblica può infliggere la pena di morte ai malfattori che sono di grave danno e pericolo alla società, sia per eliminare il pericolo, sia per punire il reo ed ammonire gli altri ad evitare simili delitti» (Spiegazione del Catechismo, Padre Dragone, pag. 242).
La Chiesa ci insegna che la natura stessa comanda di proteggere la propria vita (cf. Denzinger, 3268, 3270, 3970); in forza della legge divina e naturale è proibito, al di fuori di una pubblica procedura, uccidere o ferire un uomo, eccetto che per legittima difesa (Denzinger, 3272). Viene altresì condannata l’uccisione di innocenti per comando dell’autorità pubblica (Denzinger, 3790).
San Tommaso (Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7) spiega: «Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine».
Non si può dimostrare in alcun modo dalla Sacra Scrittura l’illiceità della legittima difesa, «perché i passi di Mt. 5, 38-39; 26, 52; Rom. 12, 18-19, che parrebbero presentare qualche difficoltà, vietano soltanto la cupidigia della vendetta. Una fonte della dottrina della Chiesa è anche il Magistero ecclesiastico [che dice …] è dunque lecita la legittima difesa prima di tutto contro colui che è formalmente ingiusto aggressore. È anche lecita contro chi è aggressore ingiusto solo materialmente, perché all’atto pratico un simile esame è quasi sempre impossibile e d’altra parte l’argomento tratto dalla coercibilità del diritto vale contro qualsiasi tipo di ingiusto aggressore», chiude lapidaria l’Enciclopedia Cattolica.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Abbiamo imparato che la Chiesa reclama «il riconoscimento dell’uguaglianza tra tutti nell’inviolabilità dei diritti personali» di natura (Pio XII, Messaggio di Natale 1949). Tuttavia è evidente che fra gli uomini esistono disuguaglianze che sembrano opporsi al principio di uguaglianza essenziale (ogni uomo/donna = immagine e somiglianza di Dio). Analizzeremo queste disuguaglianze in base alle loro cause e nell’ordine di appartenenza, risolvendo cristianamente - ovvero cattolicamente - il problema: contro ogni insidia rossa e socialisteggiante.
Ci sono intanto le disuguaglianze individuali (1° gruppo): di sesso, di salute, d’intelligenza, di talento, etc. Altre disuguaglianze sono connesse - ricorda il Guerry, (Op. cit., pag. 69) - alla diversità di funzioni (2° gruppo), che implica la buona organizzazione di una società: «ad una nazione occorrono uomini che adempiano alle funzioni pubbliche ed altri che esercitino le varie professioni necessarie od utili al bene comune». Ebbene, queste «richiedono tutte attitudini e qualità diverse».
Come insegna Papa Pio XII nel suo Radiomessaggio di Natale del 1944, è particolarmente necessario che le funzioni pubbliche siano esercitate da uomini capaci, virtuosi e di grande fede, altrimenti «[…] in uno Stato democratico lasciato all’arbitrio della massa [o sovranità popolare, ndR] sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia […]; dall’altra parte, i profittatori [demagoghi o canaglie, ndR] più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere».
Notiamo pure (3° gruppo) «disuguaglianze di condizioni nel possesso dei beni dello spirito, di fortuna, di posizione sociale» (Mons. Guerry, Ivi.). Uomini benestanti e laboriosi «riescono a farsi delle situazioni brillanti; mentre erano, in partenza e come famiglia di origine, in una condizione sociale modestissima». Tuttavia, «accanto al merito, esistono differenze connesse ancor di più [...] all’eredità ed alla rete di relazioni». Nel 4° gruppo riuniamo quelle disuguaglianze esistenti «in conseguenza del peccato degl’individui, dei profittatori senza scrupolo, disumani, e che arrivano [ai loro scopi, ndR] con tutti i mezzi» (Ibid.). In conclusione, ed in parte già come conseguenza, possiamo constatare le diversità (5° gruppo) che dipendono dal disordine della società (es. opulenza contro denutrizione).
La Chiesa cattolica - la Chiesa del vero Dio come risolve questi problemi? Non esauriremo tutti gli argomenti in un singolo articolo. Davanti alle disuguaglianze connesse alla natura (1° gruppo), la Chiesa discerne il vero disegno di Dio. Quanto alle disuguaglianze dei sessi, per esempio, la Dottrina sociale della Chiesa afferma l’uguaglianza dei diritti fondamentali della donna in parità con l’uomo quanto alla loro dignità di persone: «nella loro dignità personale di [creature] di Dio, l’uomo e la donna sono assolutamente uguali» (Pio XII, Allocuzione alle donne d’Italia, 21 ottobre 1945). Sebbene la falsa storia oggi millanti e rivendichi ben altro, è stata soprattutto la Chiesa a «liberare la donna da una schiavitù degradante, contraria alla sua natura» (Guerry, Op. cit., pag. 70).
Spiega ancora il Santo Padre che è proprio il rispetto dell’ordine naturale che vincola a confessare le diversità dei doni, delle inclinazioni e delle disposizioni naturali nell’uomo e nella donna: «ve ne sono di quelle proprie soltanto dell’uomo o della donna, ovvero che si trovano loro attribuite in grado e valore diversi le une più all’uomo, le altre più alla donna, a quel modo che ad essi la natura ha dato anche distinti campi ed uffici di attività» (Allocuzione ai giovani di Azione cattolica, 24 aprile 1943). Tali particolari caratteri che distinguono i due sessi hanno eco nella vita familiare e nella vita della società: «[è impossibile sconvolgere quest’ordine naturale], senza che la natura stessa torni sempre a ristabilirlo» (Allocuzione alle donne d’Italia, 21 ottobre 1945). Prosegue …
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Le disuguaglianze del secondo gruppo, ossia quelle connesse alle differenze di funzioni e di professioni nella società, la Chiesa le riconosce fruttuose ed utili, a condizione che siano rispettate la giustizia e la carità (ossia l’osservanza di Comandamenti, Precetti e doveri di stato - cf. I san Giovanni, V, 3, par.). Esse sono, in sé, un bene dal punto di vista della società, difatti Papa Leone XIII insegna: «Si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato» (Rerum Novarum).
Nulla si può fare contro le disuguaglianze del primo gruppo (di sesso, di salute, d’intelligenza, di talento), ricorda il Guerry (Op. cit., pag. 71), tuttavia la Dottrina sociale della Chiesa ricorda il principio del rispetto della persona umana, soprattutto dei più deboli: dei pusilli, degli anziani, degli handicappati, etc. Tali disuguaglianze legate alle funzioni, così come quelle differenze di natura, non devono essere ritenute, in se stesse, un impedimento.
Papa Pio XII insegna: «In un popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri e dei suoi diritti, della propria libertà congiunta col rispetto della libertà e della dignità altrui. In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale - senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e della mutua carità - non sono affatto un ostacolo all’esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato» (Radiomessaggio del 24 dicembre 1944).
Provvidenza, accettazione, rassegnazione, obbedienza, doveri: concetti quasi totalmente sconosciuti all’uomo contemporaneo, quello “illuminato” e “liberato” dalle sette massoniche, il quale uomo preferisce la ribellione, la droga, il giuoco d’azzardo, il raggiro, il vizio, la psicanalisi, infine la rivoluzione. L’uomo moderno, più o meno consapevolmente, rigetta la santa e logica proposizione: «Pater, si vis, transfer calicem istum a me; verumtamen non mea voluntas sed tua fiat» - «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (san Luca, XXII, 42). L’uomo moderno sbraita, con Lucifero, «Non serviam» per esprimere un radicale rifiuto alla volontà di Dio - «A saeculo confregisti iugum tuum, rupisti vincula tua et dixisti: “Non serviam”» (Geremia, II, 20).
Il pensiero cristiano della società è quello evocato dall’immagine del corpo preso da san Paolo - «Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte (…) se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (cf. I Corinzi, XII, 26-27, par.); contro cui si sviluppa il pensiero cosiddetto “laico”, ossia egoistico della società, che si cerca di rattoppare con qualche millantata filantropia.
Alla proclamazione del dogma della Regalità Sociale di Cristo, Papa Pio XI insegna dalla Suprema Cattedra: «La peste della età nostra è il così detto laicismo (laicità, ndR) coi suoi errori ed i suoi empi incentivi (…); tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società (…); si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti (…); si negò alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli all’eterna felicità. (…) I pessimi frutti (di) questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni (sono) la discordia sparsa dappertutto, (…) gli odii e le rivalità tra i popoli (…), l’intemperanza delle passioni (…), le discordie civili che ne derivano (…), l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina» (Quas Primas). Prosegue …
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Risolte cristianamente le disuguaglianze del primo gruppo (di natura) e quelle del secondo (di funzioni sociali e di professioni), veniamo alle disuguaglianze del terzo gruppo (di cultura, degli averi). Papa Pio XI insegna che «lo Stato può esigere e quindi procurare che tutti i cittadini abbiano la necessaria conoscenza dei loro doveri civili e nazionali, e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica (…). Tuttavia, è chiaro che in tutti questi modi di promuovere l’educazione e l’istruzione lo Stato deve rispettare i diritti nativi della Chiesa e della famiglia sull’educazione cristiana, oltre che osservare la giustizia distributiva» (Divini Illus Magistri).E Papa Leone XIII esige la carità, regina delle virtù sociali: «Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi (…). I governi vi si adoperino con buone leggi e saggi provvedimenti; i capitalisti e padroni abbiano sempre presenti i loro doveri; i proletari, che vi sono direttamente interessati, facciano, nei limiti del giusto, quanto possono; e poiché il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli stessi argomenti stimati più efficaci, si dimostreranno scarsi al bisogno» (Rerum Novarum).
Le disuguaglianze del quarto gruppo (causate dal peccato) sono condannate con severità. Papa Pio XII denuncia il truce «spettacolo (che) offre uno Stato democratico lasciato all’arbitrio della massa! La libertà, in quanto dovere morale della persona, si trasforma in una pretensione tirannica di dare libero sfogo agl’impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri. L’uguaglianza degenera in un livellamento meccanico, in una uniformità monocroma: sentimento del vero onore, attività personale, rispetto della tradizione, dignità, in una parola, tutto quanto dà alla vita il suo valore, a poco a poco, sprofonda e svanisce. E (spadroneggiano …) i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere» (Radiomessaggio di Natale del 1944).
Nell’Enciclica In Plurimis, Leone XIII descrive le conseguenze del peccato sulla comunità: «Dal contagio del primo peccato derivarono tutti gli altri mali e codesta mostruosa perversità: che vi fossero uomini i quali, respinto il ricordo della originaria fratellanza, non già coltivavano, secondo natura, la reciproca benevolenza e il mutuo rispetto, ma, succubi della loro cupidigia, cominciarono a considerare gli altri uomini al di sotto di sé e quindi a trattarli come giumenti (animali, ndR) nati per il giogo». Per concludere, le disuguaglianze del quinto gruppo vengono dalla cattiva distribuzione delle ricchezze.
Papa Leone XIII asserisce che è di «estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balìa della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Il male accrebbe un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori» (Rerum Novarum).
E Pio XII rileva «la sempre crescente schiera dei lavoratori che si trova sovente di fronte a quegli eccessivi concentramenti di beni economici che, nascosti spesso sotto forme anonime, riescono a sottrarsi ai loro doveri sociali e quasi mettono l’operaio nella impossibilità di formarsi una sua proprietà effettiva» (Radiomessaggio, 1.9.1944). Dunque «una più giusta distribuzione della ricchezza - senza bisogno di escogitare apparenti soluzioni o di conseguire ingannevoli risultati con facili e vuote frasi - è e rimane un punto programmatico della dottrina sociale cattolica» (Allocuzione, 7.9.1947). Prosegue …
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Un esponente del cosiddetto “mondo gay”, sulle pagine del Roma, ha recentemente dichiarato che «Dio non è omofobo». Questi sostiene che «il popolo del (“gay”) Pride prega», che «Dio non sbaglia», che «Dio ci ha voluti ognuno come siamo», facendo così scaricabarile. Per conseguenza Dio non sarebbe “omofobo” (parola di genesi partitica e di difficile esegesi), ma sarebbe la Chiesa, nella sua frangia “intollerante”, a discriminare i “gay”.
Rispondo che il peccato non viene da Dio (Gen. III, 6), che Dio non nega il libero arbitrio (Dt. XXX, 19), che la preghiera è un dovere (Mc. XIV, 38), che la preghiera è utile alla redenzione e non alla dannazione (cf. Somma Theologiae, q. 83, a. 16).
Adesso dimostrerò, veracemente e contro i sofismi addotti dall'esponente del cosiddetto “mondo gay”, perché «Dio non è “omofobo”» e perché la Chiesa non discrimina i “gay”, anzi, con somma carità (1Cor. XIII), Essa governa, istruisce (Gv. XXI, 15) e santifica (Lc. XXII, 19) per la salvezza delle anime (Ef. IV, 11-24), proprio come vuole Dio (Mc. XVI, 15-16). Chi si antepone a Dio, chi non crede nell’anima e chi non desidera la salvezza, non può accusare Dio di “omofobia” e la Chiesa di “intolleranza”, difatti: «Chi si oppone all’ordine stabilito da Dio, si attira (da sé) addosso la condanna» (Rom. XIII, 2). Dall’Apocalisse ed altrove (es. Mt. XXV, 41; 1Cor. VI, 10) conosciamo la «seconda morte» del peccatore: «per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo» (Apoc. XXI, 8).
Vengo al tema senza voler giudicare alcuno, ma solo preoccupandomi dell’onore di Dio e delle mie miserie. Insegna Pio XI: «Non vi può essere ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniuge è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questa conseguenza, operano contro natura e compiono un’azione turpe ed intrinsecamente disonesta» (Casti Connubii).
Il Matrimonio è, dunque, l’unione monogamica ed indissolubile dell’uomo e della donna, celebrata per la procreazione della prole. Si tratta di un «contratto naturale» che, fra battezzati, è elevato alla dignità di Sacramento. Alle doti che lo caratterizzano come «contratto naturale» e Sacramento si oppongono il divorzio, l’adulterio, la contraccezione, la sterilizzazione volontaria, la fecondazione artificiale, l’aborto, le cosiddette “unioni civili” (cf. Dizion. Crist., p. 304; cf. S. Th., Suppl. q. 41, aa. 1-4; qq. 42-48; q. 49; qq. 50-59).
La lussuria, che aggredisce anche il Matrimonio, è uno dei sette vizi capitali consistente nella brama disordinata del piacere sessuale. Il peccato che ne segue è sempre grave, perché contrasta col finalismo della natura, che subordina quel piacere alla legge dell’amore fecondo, lecito unicamente nel contesto della vita coniugale (S. Th., II-II, qq. 153-154).
Fra gli atti che «gridano vendetta al cospetto di Dio» (Catech., san Pio X) troviamo il «peccato impuro contro natura». Il Dragone (Comm. al Catech., p. 238) dice: «Creando i due sessi distinti ed istituendo il Matrimonio, Dio ha concesso agli uomini l’inestimabile privilegio di essere suoi collaboratori nel propagare la vita sulla terra. Egli vuole che siano osservate le leggi divine e naturali che regolano il Matrimonio. Chi cerca di impedire che si propaghi la vita, commette un gravissimo peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. I sodomiti furono puniti di questo peccato col fuoco disceso dal cielo, che li incenerì con la loro città (Gn. XIX, 1-29)». La Scrittura narra ancora questa vicenda storica: «Onan ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva (il seme) per terra, per non dare una posterità al fratello. Il Signore fece morire anche lui» (Gn. XXXVIII, 9-10).
«La sodomia è l’unione sessuale contro natura, tra persone DEL MEDESIMO O DI DIVERSO SESSO. Si tratta di un disordine morale gravissimum et turpidissimum» (S. Th., II-II, q. 154, aa. 11-12; cf. Dizion. Crist., p. 492). Il Catechismo, con san Tommaso e sant’Agostino, definisce la pratica della sodomia: «Maximum peccatum inter species luxuriae» (S. Th., II-II, q. 154, a. 12 e De bono coniugii, 8). Questo «maximum peccatum» si oppone direttamente anche alla famiglia, che è la prima comunità umana composta di genitori e figli, fondamento della stirpe, della nazione, della Società umana. Istituzione naturale, non semplicemente «prodotto della cultura», la famiglia è anteriore ad ogni aggregato politico, ad ogni convenzione e legge positiva, essendo fondata sulla complementarietà dei sessi (cf. Dizion. del Cristian., p. 192).
Il sesto Comandamento - dettato sempre da Dio (cf. Es. XX, 14; Mt. V, 27-28) - dice «Non fornicare», la cui violazione è «un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra» (Catech. Magg., san Pio X).
Se la trasgressione è pubblica, se è ostentata, il reo si oppone anche al quinto Comandamento («Non uccidere» - Es. XX, 13 etc.), che ci proibisce di arrecare danno alla vita materiale e spirituale. Lo scandalizzatore, punito da Dio con atroci castighi (Mt. XVIII, 6 par.), è colui il quale porge al prossimo occasione di peccare, distogliendolo dal bene o incitandolo al male: tenta di uccidere la vita soprannaturale del prossimo.
Chi non rispetta i Comandamenti odia: «perché l’amore consiste nell’osservare i comandamenti di Dio» (Lc. X, 27 par.; es. Rom. XIII, 9; Gal. V, 14; 1Gv. V, 3; etc.).
Quanto qui accennato, concetti di fede e morale basilari ed abbastanza elementari, probabilmente susciterà rabbia in alcuni estremisti ed in esponenti del modernismo (ossia ignoranti che occupano materialmente le nostre chiese - cf. Pascendi Dominici gregis, san Pio X e Humani generis, Pio XII), tuttavia è espressione integrale (1Gv. II, 4) e non arbitraria della fede cristiana (Gv. XVI, 13).
Credo di aver dimostrato che Dio non è “omofobo”, in quanto vuole che tutti si salvino smettendo di peccare (Lc. XIII, 20-28), e che la Chiesa non discrimina i cosiddetti “gay”, dato che queste prescrizioni di Dio sono valide per il bene di tutti gli uomini (me per primo) e non semplicemente per i “gay”.
Non vorrei essere nei panni delle tante «guide cieche» (Lc. VI, 39), «falsi profeti» (2Pt. II, 1) e «cani muti, incapaci di abbaiare» (Is. LVI, 10), che approvano il male o tacciono il bene, i quali comunque «renderanno conto a Colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti» (1Pt. IV, 5)
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Abbiamo imparato da Papa Pio XII che «una più giusta distribuzione della ricchezza è e rimane un punto programmatico della dottrina sociale cattolica» (Allocuzione del 7.9.1947). Poste le premesse nei precedenti articoli e preso atto che esiste, entro certi limiti, una naturale diseguaglianza nella distribuzione dei beni della terra, la Chiesa «si oppone all’accumulamento di quei beni nelle mani di pochi straricchi, mentre vasti ceti del popolo sono condannati ad un pauperismo e ad una condizione economica indegna di esseri umani» (Ivi.).
Guardiamo ad alcuni dei rimedi che la Chiesa raccomanda per correggere, ove presente, questo disordine sociale ed economico. Mons. Guerry (Dottrina sociale della Chiesa, p. 75 ss.) usa uno schema davvero semplice che, nelle prossime settimane, cercherò di trasmettervi in questa rubrica. Papa Pacelli denuncia la spersonalizzazione dell’uomo moderno: «È già in atto questa triste realtà, (ossia) il demone dell’organizzazione invade e tiranneggia lo spirito umano, (quindi) si svelano subito i segni del falso ed anormale orientamento dello sviluppo sociale» (Radiomessaggio di Natale del 1952). Per conseguenza l’uomo subisce, come se fosse un oggetto, lo sterile apparato burocratico: «Lo Stato moderno va divenendo una gigantesca macchina amministrativa. Esso stende la sua mano su quasi tutta la vita, (sulla) intera scala dei settori politico, economico, sociale, intellettuale, fino alla nascita ed alla morte (…). Nessuna meraviglia, quindi, se in questo clima dell’impersonale (…) il senso del bene comune si attutisce nelle coscienze dei singoli, e lo Stato perde sempre più il primordiale carattere di una comunità morale dei cittadini» (Ivi.).
L’uomo moderno, come vediamo, è «travolto in uno stato di angoscia», gli si è tolto in larga misura «il suo volto ed il suo nome»; in molte delle più importanti attività della vita è stato ridotto «a puro oggetto della società, poiché questa, a sua volta, viene trasformata in un sistema impersonale, in una fredda organizzazione di forze» (Ivi.).
Purtroppo nella società d’oggi, quella “laica”, dove si è preteso di rimuovere Dio e gli obblighi morali, non sono solo i beni materiali ad essere oggetto di speculazione politica, ma lo è soprattutto l’uomo oramai annichilito. Il Papa denuncia quel «contrasto fra il disordine che, già da tempo ed in molti paesi, regna nel campo degli scambi economici, e la legge di ordine e di armonia che Iddio ha impressa in seno a tutta la creazione. I beni, il cui scambio dovrebbe servire a stabilire e mantenere l’equilibrio economico fra le Nazioni, sono divenuti oggetto di speculazione politica, e non solo i beni materiali, ma purtroppo anche l’uomo, abbassato in tanti casi al grado di un articolo di sfruttamento» (Allocuzione del 7.3.1948).
I Papi (prima della Sede formaliter vacante) hanno condannato, di volta in volta, sia l’economia liberale che il socialismo-comunismo, dato che, per motivi diversi ma mosse sempre da Satana, tali dottrine ritengono l’uomo «come un oggetto al servizio di un’economia» (Guerry, p. 75). Questi sistemi, sebbene esibiti come la soluzione dei mali, in realtà sono la concausa della distruzione dell’ordine economico-sociale, poiché «fanno della capacità produttiva dell’uomo un semplice oggetto, di cui la “società” dispone a sua piena volontà e a suo intero arbitrio» (Allocuzione del 31.10.1948). Riducono l’uomo ad un oggetto del diritto e non a soggetto di diritto, «turbano la pace interna di ciascun popolo», dividono «in campi avversi gli uomini, che pur abitano la medesima terra e sono figli di una medesima patria», depredano e negano agli uomini quella «esigenza, in sé legittima, di essere considerati e trattati non come oggetti, ma come soggetti della vita sociale, soprattutto nello Stato e nell’economia nazionale» (Radiomessaggio di Natale del 1950). Prosegue …
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Entriamo più nel dettaglio, onde rilevare che l’uomo non può affatto essere «oggetto di speculazione politica» ed «articolo di sfruttamento».
Nelle relazioni sociali tra lavoratori e datori di lavoro e per la discussione dei contratti di lavoro, «la pratica affermazione che l’uomo è soggetto e non oggetto delle relazioni sociali» legittima lo scopo essenziale di alcune organizzazioni, che tuttavia vanno dirette cristianamente. Papa Pio XII denuncia oppressioni e persecuzioni nella società, così contro i genitori che contro i lavoratori, quindi asserisce: «Là dove s’impongono ai genitori, contro le loro convinzioni e la loro volontà, gli educatori dei loro figli; o quando si fa dipendere l’accesso al lavoro o al luogo del lavoro dall’appartenenza a determinati partiti o ad organizzazioni che hanno origine dal mercato di lavoro. Tali discriminazioni sono sintomo di una inesatta idea della funzione propria delle organizzazioni sindacali e del loro fine proprio, la tutela cioè degl’interessi dell’operaio salariato nel seno della odierna società, divenuta sempre più anonima e collettivista. Qual è infatti lo scopo essenziale dei sindacati, se non la pratica affermazione che l’uomo è il soggetto, non l’oggetto delle relazioni sociali; se non il far scudo all’individuo di fronte alla irresponsabilità collettiva di anonimi proprietari; se non il rappresentare la persona del lavoratore dinanzi a chi è portato a considerarlo soltanto come forza produttiva con determinato prezzo? Come potrebbero quindi essi trovar normale che la difesa dei diritti personali del lavoratore sia sempre più nelle mani di una collettività anonima, che opera mediante gigantesche organizzazioni di natura monopolistica? Il lavoratore, leso così nei suoi diritti personali, dovrà provare come particolarmente penosa l’oppressione della sua libertà e della sua coscienza, preso com'è nelle ruote di una immane macchina sociale» (Radiomessaggio di Natale del 1952).
Nella realtà dell’economia di ogni nazione, Papa Pio XII invoca altresì lo stesso principio per difendere il diritto e la libertà degli uomini di organizzarsi come credono per «esigere che l’ordinamento sociale dell’economia, lungi dal portare il minimo attentato contro la loro libertà nella scelta dei mezzi a quello scopo, la garantisca e la protegga. Ciò vale al medesimo titolo, sia che si tratti di lavoro dipendente o indipendente, perchè riguardo al fine dell’economia sociale, ogni membro produttore è soggetto e non oggetto della vita economica» (Allocuzione del 7.3.1948).
Infine, ricorda il Guerry (Op. cit., pag. 77), nelle istituzioni giuridiche, se la scienza legale ha per oggetto il giusto e l’ingiusto, «il soggetto al quale tali norme di diritto sono destinate è l’uomo, la persona umana» (Pio XII, Discorso ai giureconsulti del 6.11.1949).
Per analogia, nei progetti di pianificazione e nelle leggi, «ogni piano o programma deve ispirarsi al principio che l’uomo come soggetto, custode e promotore dei valori umani (ossia cristiani, ndR) è al disopra delle cose e al disopra delle applicazioni del progresso tecnico» (Radiomessaggio di Natale del 1952). Come pure che: «occorre soprattutto preservare da una malsana “spersonalizzazione” le forme fondamentali dell’ordine sociale (…) ed utilizzarle per creare e sviluppare le relazioni umane. Se le forze sociali saranno dirette a questo scopo, non solo adempiranno una loro naturale funzione, ma arrecheranno un potente contributo al soddisfacimento delle presenti necessità, perchè ad esse spetta la missione di promuovere la piena solidarietà reciproca degli uomini e dei popoli».
Nella Mit brennender Sorge (14.3.1937), contro il Nazismo, Papa Pio XI insegna che «l’uomo, in quanto persona, possiede diritti che gli vengono da Dio e che debbono restare, nei confronti della collettività, al di fuori di qualsiasi attentato tendente a negarli, ad abolirli o a trascurarli».
La Chiesa difende i diritti dell’uomo iscritti nella natura umana; diritti che gli vengono da Dio, creatore di tale natura; difende questi diritti primitivi dell’uomo da qualsiasi attentato: «Per essa, quei diritti essenziali sono tanto inviolabili che, contro di essi, nessuna ragione di Stato, nessun pretesto di bene comune potrebbe prevalere. Essi sono protetti da una inviolabile barriera» (Allocuzione al Convegno di Studi Umanistici, 25.9.1949).
Papa Pio XII, nello stesso contesto, ricorda inoltre che «se si rispettasse questo principio, quante tragiche catastrofi e quanti minacciosi pericoli sarebbero contenuti! Da solo, esso basterebbe a rinnovare la fisionomia sociale e politica della terra». Dal prossimo articolo inizieremo ad approfondire alcuni dei diritti fondamentali della persona umana: «1°, il diritto a conservare ed a sviluppare la vita fisica, intellettuale e morale; 2°, il diritto ad una formazione e ad una educazione religiose; 3°, il diritto al culto divino, privato o pubblico, compresa l’azione caritativa; 4°, il diritto - come norma di principio - al matrimonio ed al conseguimento del suo fine; 5°, il diritto alla società coniugale e domestica; 6°, il diritto al lavoro come mezzo indispensabile al mantenimento della vita familiare; 7°, il diritto alla libera scelta di uno stato di vita e quindi anche allo stato sacerdotale o religioso; 8°, il diritto all’uso dei beni materiali nella coscienza dei propri doveri e dei limiti sociali» (dal Guerry, Op. cit., pag. 198, sintesi della nota 86; cf. Radiomessaggio di Pio XII del Natale 1942). Prosegue …
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Dio, benedicendo i nostri progenitori, disse loro: «Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela» (Gn. I, 28). Ed al primo capo di famiglia diceva poi: «Nel sudore della tua fronte ti ciberai di pane» (Gn. III, 19).
«La dignità della persona umana - spiega così Papa Pio XII - esige normalmente come fondamento naturale per vivere il diritto all’uso dei beni della terra; a cui risponde l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà privata, possibilmente a tutti» (194). La dignità della persona umana (immagine e somiglianza di Dio) è superiore a tutti gli altri beni materiali che la Provvidenza pone a nostra disposizione, pertanto: «Le norme giuridiche positive; regolanti la proprietà privata, possono mutare ed accordare un uso più o meno circoscritto; ma se vogliono contribuire alla pacificazione della comunità, dovranno impedire che (per esempio, ndR) l’operaio, che è o sarà padre di famiglia, venga condannato ad una dipendenza e servitù economica, inconciliabile con i suoi diritti di persona» (Ivi.).
Tuttavia, contro le falsificazioni di questo principio elaborate dai Capitalisti o, ancora peggio ed abominevoli, dai Socialisti, il Pontefice precisa: «Che questa servitù derivi dal prepotere del capitale privato o dal potere dello Stato, l’effetto non muta; anzi, sotto la pressione di uno Stato, che tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata, penetrando fino nel campo delle concezioni e persuasioni e della coscienza, questa mancanza di libertà può avere conseguenze ancora più gravose, come l’esperienza manifesta e testimonia» (Ivi.).
Papa Pio XII denuncia, ancora, lo squilibrio fra popoli cosiddetti “creditori” e popoli “debitori”: «Mais, en fin de compte, elles se ramènent au fait du déséquilibre entre peuples créanciers et peuples débiteurs …» (Allocuzione al Bureau International du Travail, 25 marzo 1949).
Quante guerre, in realtà, hanno un movente economico, la cui pianificazione (ed attuazione) è utile alla finanza, nonché all’asservimento di intere popolazioni e territori? Non è forse vero che ci sono Nazioni - come lo è oggi la sfortunata Italia figlia del preteso “Risorgimento” - abitate da popoli strangolati da un debito fittizio, inutile, che nessuno ha mai richiesto, che facilmente si eviterebbe battendo moneta? Guerre mosse da «calcoli egoistici» covati in quegli ambienti che abusivamente prendono il nome di élite. «Nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui princìpi morali», Papa Pio XII condanna anche «i ristretti calcoli egoistici, tendenti ad accaparrarsi le fonti economiche e le materie di uso comune, in maniera che le Nazioni, meno favorite dalla natura, ne restino escluse» (Radiomessaggio di Natale, 1941).
A determinate condizioni, ossia garantendo primariamente la stabilità dell’ordine sociale (osservanza di Diritto divino e naturale), il Pontefice affronta anche il tema delle migrazioni: «Quando la terra offre in alcune ragioni di che nutrire una grande moltitudine», scrive nel 1948 all’Arcivescovo di Cincinnati Nicholas, uno Stato non può rifiutare l’accesso al suo territorio senza motivi giusti e ragionevoli (Op. cit., Guerry, pag. 81). Leggere anche questo vecchio articolo.
E nel Radiomessaggio di Pentecoste del 1941, Sua Santità Pio XII asserisce: «Più di una volta è inevitabile che alcune famiglie, di qua o di là emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. Allora, secondo l’insegnamento della Rerum novarum (di Papa Leone XIII, ndR), va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale. Dove questo accadrà, l’emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l’esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole degli uomini sulla superficie terrestre, acconcia a colonie di agricoltori; superficie che Dio creò e preparò per uso di tutti. Se le due parti, quella che concede di lasciare il luogo natio e quella che ammette i nuovi venuti, rimarranno lealmente sollecite di eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere e allo svolgersi di una verace fiducia tra il paese di emigrazione e il paese d’immigrazione, tutti i partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio: le famiglie riceveranno un terreno che sarà per loro terra patria nel vero senso della parola; le terre di densi abitanti resteranno alleggerite ed i loro popoli si creeranno nuovi amici in territori stranieri; e gli Stati che accolgono gli emigrati guadagneranno cittadini operosi. Così le nazioni che danno e gli Stati che ricevono, in pari gara, contribuiranno all’incremento del benessere umano e al progresso dell’umana cultura».
L’immigrazionismo contemporaneo (es. alla Bergoglio) - come è evidente ad una mente razionale - assolutamente lungi dal raggiungere quello «scopo naturale delle migrazioni» auspicato dalla Chiesa, appare piuttosto come una nuova, benché più subdola, ingerenza sovranazionale, forma di speculazione finanziaria e destabilizzazione dell’ordine sociale: finalizzate ad ulteriormente rendere l’uomo un «oggetto - un articolo di sfruttamento» e non più un «soggetto». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Il 14 settembre 1952 Papa Pio XII si rivolge ai cattolici dell’Austria e, per mezzo di loro, orienta il suo Radiomessaggio anche a «tutti i cattolici». Egli esorta i popoli a «seguire fedelmente la linea retta della Dottrina sociale cattolica […] senza deviare né a destra e né a sinistra. Una deviazione anche solo di pochi gradi potrebbe apparire al principio senza importanza», eppure «col tempo, tale deviazione avrebbe per conseguenza un pericoloso scarto dalla via diretta».
La deviazione «a destra», come si insegna la Chiesa, può essere molto pericolosa per il sorgere dei Nazionalismi, ovvero quell’eccesso di «amore», oltre il lecito, o attaccamento passionale per la propria nazione, che fa esagerarne i lati positivi, offusca probabilmente l’intelletto, che invece dovrebbe godere anche di istanza autocritica, esalta le benemerenze e difende i diritti contro la verità storica e la giustizia rispetto ad altre nazioni. Ben più pernicioso è il Cosmopolitismo, contrario ad ogni distinzione di patrie e culture, quindi di regole (cf. Dizionario del Cristianesimo, E. Zoffoli, Sinopsis, Roma, 1992, p. 336 ss.).
Mentre il Nazionalismo con idee, dottrine e movimenti, sostiene - talvolta in maniera disordinata e per di più all’eccesso - il concetto di «identità nazionale» e di Nazione medesima, in determinate circostanze a discapito della «retta ragione»; il Cosmopolitismo è, all’opposto, l’utopia eticamente lesiva che vorrebbe ogni uomo «cittadino del mondo» presunto, in un universo indefinito di «passioni disordinate» che assurgerebbero a “virtù” vaghe e soggettive, ma generali; nel vero si tratta sempre di vizio, quindi di «passioni disordinate» non debellate o non regolate da quella «Cultura Identitaria» - identità socioculturale di un soggetto, in questo caso di Cristo nel Cristianesimo - che è oggettivamente «superiore» e storicamente «vincente» (Ivi.).
Già Papa Pio XI, nella Non abbiamo bisogno, aveva condannato il Fascismo, accusandolo di «statolatria pagana», mentre aveva condannato il Nazismo nella Mit brennender Sorge. Nel corso dei nostri studi citeremo anche questi documenti per capire ragioni e portata dei santi anatemi, come parleremo pure delle condanne alla sedicente Democrazia Cristiana, nata dall’apostata Murri e precipitata nel totale laicismo contro la giustizia e la verità di Dio: uno Scudo senza la Croce.
A condannare Comunismo, Socialismo, Nichilismo, Sette Segrete, Società Bibliche e Società Clerico-Liberali ci avevano già pensato Pio IX, che parla di vere e proprie «pestilenze», ed altri Pontefici prima di lui. Papa Mastai Ferretti nella Quanta Cura spiega che le Nazioni aperte al Cosmopolitismo ed alla Globalizzazione rappresentano l’habitat ideale dove questo tipo di ideologie si moltiplicano e trovano consensi ed adepti disposti all’indottrinamento quasi militare.
Tali «pestilenze» sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Qui pluribus, 9 novembre 1846; nella Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nella Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nella Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nella Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.
Nella Teologia politica o Dottrina sociale, le suddette «pestilenze» sgomitano contro la cattolicità, ed emergono con prepotenza nelle correnti di Modernismo e nella Nouvelle Théologie.
Nello stesso Radiomessaggio agli austriaci (1952), Papa Pacelli attesta che «solo il matrimonio religioso, e mai il matrimonio esclusivamente civile, è per il cattolico un vero matrimonio». Leone XIII, nella Arcanum Divinae (10 febbraio 1880), aveva affermato: «Deve essere chiaro a tutti che se tra i cristiani si contrae l’unione dell’uomo e della donna indipendentemente dal Sacramento, essa manca della natura e dell’efficacia del legittimo matrimonio, e quantunque essa sia stata fatta in modo conforme alle leggi dello Stato, tuttavia non può essere considerata più che un rito od un’usanza introdotta dal diritto civile […]».
Nel suo Discorso alla Rota del 3 ottobre 1941 (AAS, 35 [1941], 421-426) Pio XII dichiara: «Se si considera il diritto al matrimonio, i nostri gloriosi predecessori Leone XIII e Pio XI insegnarono già che nessuna legge umana può togliere all’uomo il diritto naturale e primitivo al coniugio».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Nel mese di giugno del 1793 Papa Pio VI emana l’Allocuzione «Quare Lacrymae» nella quale traccia la “sorte” e le “ragioni” della cosiddetta “società moderna”.
Il Pontefice parte dall’assassinio di Re Luigi: «Ci conviene piuttosto esprimere con i gemiti (…) quell’immenso dolore dell’animo che Vi dobbiamo manifestare, mentre Vi esponiamo quanto è successo (…) Spettacolo orrendo di crudeltà e di barbarie».
Il «cristianissimo Re Luigi» muore «per la cospirazione di uomini empi e la condanna è stata subito eseguita».
Il Papa descrive le immediate conseguenze per la Francia prima - poi per numerose altre nazioni - di quell’insano gesto: «Abolita la più prestigiosa forma di governo, quella monarchica, (l’Assemblea Nazionale) aveva trasmesso ogni pubblico potere al popolo, il quale non si lascia guidare né dalla ragione, né dal consiglio; non fa distinzione fra il giusto e l’ingiusto; apprezza e stima poche cose secondo verità, molte invece secondo l’opinione corrente; è incostante, facile ad essere ingannato e condotto a tutti gli eccessi; è ingrato, arrogante, crudele. Gode nel vedere il sangue umano, la strage, i lutti e lo strazio dei morenti, come si vedeva negli antichi anfiteatri, e se ne pasce voluttuosamente».
Due parole sul processo al Re: «La parte più feroce di questo popolo, non contenta di aver degradato la maestà del suo Re, volendogli togliere anche la vita, comandò che fungessero da giudici i suoi stessi accusatori che gli si erano dichiarati nemici. (…) Da tanti giudici iniqui e perversi, da tanti voti estorti, che cosa ci si doveva aspettare e temere se non un risultato triste, orribile, esecrato per tutti i secoli?».
Era ben nota a tutti «l’indole soave, benefica, clemente, paziente di Luigi XVI, amante del suo popolo, alieno da rigore e severità, cordiale e indulgente verso tutti. (…) Quanta virtù in lui; quanto zelo ed amore per la Religione cattolica! Quale testimonianza di vera pietà verso Dio!».
Luigi poteva ripetere le parole del Re d’Inghilterra Giacomo I: «Vengo calunniato in tutte le assemblee popolari non perché ho commesso qualche crimine, ma soltanto perché sono il Re; il che è ritenuto il peggiore di tutti i crimini».
Stessa la sorte toccata anche a Maria Stuarda, cattolica regina di Scozia, perseguitata dai Calvinisti, contro cui i giudici iniqui «pronunciarono la condanna a morte, come fosse irrefutabilmente rea e quella testa regale fu troncata sul palco». Come per la Stuarda, anche per Re Luigi «chi mai potrebbe mettere in dubbio che quel Re fu messo a morte per odio contro la Fede ed oltraggio ai dogmi del Cattolicesimo?».
Calvinisti e Gallicani hanno preparato gli animi «indottrinando il popolo con empie ideologie», e, quando «questi uomini depravati hanno notato l’esito favorevole della loro opera, e che era già giunto il momento di mettere in esecuzione i loro disegni, cominciarono a sostenere apertamente che è cosa lodevole togliere di mezzo il principe che non vuole aderire alla religione riformata e non vuole partecipare alla difesa della religione dei protestanti».
Uno degli architetti di questo «albero velenoso» è «l’infame Voltaire», e con lui tutti «quei perversi filosofi (che) cercano di far sì che gli uomini sciolgano tutti quei legami dai quali sono uniti fra di loro ed ai loro sovrani con il vincolo del loro dovere; essi proclamano fino alla nausea: l’uomo nasce libero e non è soggetto a nessuno. Quindi la società è una folla di uomini inetti, la stupidità dei quali si prosterna davanti ai sacerdoti (dai quali sono ingannati) e davanti ai re (dai quali sono oppressi), tanto è vero che l’accordo fra il sacerdozio e l’impero non è altro che un’immane congiura contro la naturale libertà dell’uomo».
Questa dunque - prosegue il Papa - è quella «libertà filosofica che mira al risultato di corrompere gli animi, depravare i costumi, sovvertire l’ordine delle leggi e di tutte le istituzioni».
I suddetti agitati «difensori del genere umano hanno aggiunto a questo falso e bugiardo nome di libertà l’altro nome parimenti falso di uguaglianza: (volendo vivere …) senza nessuno che (… li) richiami dall’agire perverso sulla strada dei doveri, affinché la società stessa (…) cada nell’anarchia e si dissolva».
E qui si può giustamente adattare al caso - ricorda ancora il Pontefice - ciò che scrisse san Cipriano: «Come è possibile che siano gli eretici a giudicare i cristiani, gli ammalati ad occuparsi dei sani, i feriti di chi è rimasto incolume, i peccatori del santo, i rei dei giudici e i sacrileghi del sacerdote?». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Ci eravamo lasciati lunedì scorso con la riflessione di san Cipriano che Papa Pio VI - contro le funeste “rivoluzioni” e precipuamente la “francese” - fa sua nell’Allocuzione Quare Lacrymae: «Come è possibile che siano gli eretici (es. i protestanti, ndR) a giudicare i cristiani, gli ammalati ad occuparsi dei sani, i feriti di chi è rimasto incolume, i peccatori del santo, i rei dei giudici ed i sacrileghi del sacerdote?».
Con le inique - rivoluzionarie - decapitazioni dei sovrani, il Pontefice condanna anche «quella libertà filosofica - ispiratrice degli usurpatori ed assassini, ndR - che mira al risultato di corrompere gli animi, depravare i costumi, sovvertire l’ordine delle leggi e di tutte le istituzioni». Ancora, Sua Santità biasima «i suddetti agitati difensori del genere umano, (i quali) hanno aggiunto a questo falso e bugiardo nome di libertà l’altro nome parimenti falso di uguaglianza: (essi pretendono di vivere) senza nessuno che (li) richiami dall’agire perverso sulla strada dei doveri, (…) affinché la società stessa cada nell’anarchia e si dissolva».
I rivoluzionari, «essendosi poi proclamati riformatori degli stessi comandamenti», anzi «arbitri della Religione», mentre, «secondo l’espressione di sant’Ilario di Poitiers, la Religione esige il dovere dell’obbedienza», cominciarono essi stessi ad «emanare norme e inauditi statuti» sulla Chiesa stessa. «Da questo laboratorio - prosegue il Pontefice - è uscita quella sacrilega Costituzione che Noi abbiamo rifiutato nella Nostra risposta del 10 marzo 1791».
Ed ancora: «Coloro che nelle diverse classi dei cittadini rimanevano ancora fedeli (a Cristo, ndR) e ricusavano di sottomettersi con giuramento alla nuova Costituzione, venivano subito fatti oggetto di malversazioni e destinati alla morte». Una moltitudine di uomini di ogni ceto «fu in questo modo soppressa». La pena meno grave «fu di cacciarli in esilio in regioni straniere, senza distinzione di età, di sesso, di condizione».
Per la verità - denuncia Pio VI - «era stato decretato che ognuno potesse liberamente professare la religione che voleva, come se ogni religione fosse vera e portasse all’eterna salvezza». In realtà «era invece proibita la sola Religione Cattolica, e per estirparla si faceva scorrere il sangue per le piazze e le case, come se ogni credente fosse da colpire con pena capitale». Non potevano essere difesi e sicuri coloro che si erano rifugiati nelle regioni d’esilio: «perché in quei luoghi venivano arrestati e, ingannati perfidamente, venivano soppressi».
Questa «è la caratteristica di tutte le eresie, questo il costume degli eretici fin dai primi secoli della storia della Chiesa; e questo è pure confermato dalla tirannica condotta dei Calvinisti, specialmente in Francia, dove con minacce e violenze cercano d’indurre tutti ad accettare la loro confessione».
Da questa serie ininterrotta di «empie violenze» iniziate in Francia, «emerge evidente che lo scopo principale di queste macchinazioni era di sfogare l’odio contro la Religione Cattolica; oggi tutta l’Europa ne è agitata e sconvolta».
Nella morte di Re Luigi XVI il Pontefice sostiene che «esiste il motivo del martirio», dato che «la reale e principale causa all’origine della condanna fu l’odio contro la Religione Cattolica» - che il Re degnamente professava: «la morte gli fu inferta in odio alla Religione Cattolica. E (…) nulla toglie al Re dell’onore e della gloria del martirio».
In conclusione il Papa si rivolge direttamente alla nazione: «Ahi Francia, ahi Francia! Chiamata dai Nostri predecessori specchio di tutta la Cristianità e sicura colonna della Fede (…): sei diventata la più implacabile nemica fra tutti gli avversari della Fede che mai siano esistiti! (…) Ahi Francia, ancora una volta! Tu che hai chiesto di avere un re cattolico, poiché le leggi fondamentali del regno non esigono nessun altro re se non cattolico, proprio perché era cattolico lo hai ucciso! Fu tanto il tuo furore contro il Re, che non ti sei acquietata e saziata neppure con la sua decapitazione. Hai voluto infierire anche sul cadavere».
Così conclude: «Oh giorno trionfale per Luigi! Dio gli ha dato la pazienza nella persecuzione, la vittoria nel supplizio! Noi abbiamo la ferma fiducia che tu hai felicemente cambiato una caduca corona regale e i gigli, che in breve sfioriscono, con un’altra corona perenne, intessuta dagli Angeli con gigli immortali».
Invece per i rivoluzionari: «Lasciamo dunque nella sua miseranda depravazione chi vuole perseverare nella sua pertinacia; confidiamo che il sangue innocente di Luigi gridi in qualche modo e interceda affinché il popolo francese riconosca e detesti la propria ostinazione nell’accumulare delitti e consideri le varie e acerbissime pene che Dio, giusto vindice delle scelleratezze, è solito infliggere ai popoli per delitti molto meno gravi».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Per ricordare la pregevole attività sociale e politica svolta nel secolo scorso dal compianto, e quasi sconosciuto giurista cattolico, Carlo Francesco D’Agostino (Centro Politico Italiano e Nuova Alleanza), in questo terzo blocco di articoli riporterò numerosi suoi scritti ed appunti, opportunamente rivisitati e tratti dal mio archivio personale.
Il Cav. D’Agostino fu antifascista durante il fascismo, antimassone, anticomunista ed antidemocristiano, finalmente antidemoliberalsocialista durante tutta l’occupazione straniera dell’Italia, aggressiva metastasi putrescente ancora in atto.
Iniziamo col Quaderno n° 8 della Nuova Alleanza, ossia «Politica cattolica in contrapposto alla mistificazione democristiana». Dedicheremo a questo grande commento dottrinale vari articoli.
«Chi oserebbe affermare che il Partito denominatosi “Democrazia Cristiana”, nei trent’anni (scrive negli anni ’70, ndR) del suo predominio politico, si sia dimostrato coerente con la denominazione assunta? I principii cristiani, nella loro applicazione, hanno sempre rivelato, come caratteristica fondamentale, una grande beneficità. In tutti i campi. In quello della Cultura, per il progresso intellettuale; nella formazione delle coscienze, per il progresso morale; infine, per lo spirito di fraternità nei rapporti umani, e per l’accrescimento della prosperità economica, che consegue allo zelo per il lavoro e per il risparmio.
«Alle elezioni dell’aprile 1948 la D.C. aveva raccolto quasi la metà dei suffragi, da un Popolo educatosi sotto un diverso regime. Per gli espedienti della Legge Elettorale ottenne in Parlamento la maggioranza assoluta. Né mancavano esponenti di altri Partiti, disposti ad appoggiare un’azione politica genuinamente cristiana. Dopo di allora le nuove generazioni via via ammesse al voto si sono formate all’esercizio dei diritti politici nel clima voluto dal Partito di maggioranza vantatosi “cristiano”. Su questa premessa e sulla base dei risultati delle attività governative dei vari De Gasperi, Scelba, Pella, Zoli, Segni, Rumor, Leone, Fanfani, Moro, Colombo ed Andreotti, hanno determinato il loro orientamento.
«Se ne è derivata un’Italia sempre più trascinata nel caos, nelle divisioni e lotte civili, negli odii di fazione e di classe, nel fango di immoralità e di delitti di ogni sorta, ed in percentuale la D.C. ha perso oltre un quarto dei suoi voti - nonostante che per favorirla si sia ricorso a pressioni disonoranti per una Nazione che si pretenda civile - una sola conclusione è possibile; e cioè che la sua impostazione di principii e connessa azione politica non hanno mai avuto a che fare col vero Cristianesimo.
«Quanto maggiormente addolora è che il giudizio che la prova dei fatti costringe a dare (dai frutti si giudica l’albero) poteva essere pronunciato fin da quando De Gasperi ed i suoi seguaci comparvero sulla scena della vita pubblica nostra. Vi furono infatti alcuni i quali, avendo spassionatamente esaminato tutto a fondo, ispirandosi ad un minimo di conoscenza della Dottrina politico-sociale cristiana, non solo se ne erano resi conto ma si erano dati a conclamarlo a voce alta, per quanto fu loro possibile, sopratutto in Roma e rivolgendosi anche alle Alte Sfere Ecclesiastiche, competentissime a giudicare. Furono gli Uomini del Partito Cattolico Centro Politico Italiano, sorto nell’autunno 1943, il quale, nonostante immani difficoltà, fu presente alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 nella Circoscrizione della Capitale d’Italia, nientemeno che con la Lista n° 1. Cosicché poté vantare di aver inaugurato, come capofila, il nuovo ciclo di pretesa “democrazia”.
«Già nel novembre 1945 una sua piccola, ma sostanziosa pubblicazione, intitolata La Democrazia Cristiana: ecco il nemico!, corredata da calorosa lettera di lode di un Arcivescovo di matura esperienza, poi progressivamente diffusa in 80.000 copie, si dimostrava inconfutabile. Ciononostante la voce e l’azione del C.P.I. non hanno finora potuto avere adeguato seguito, e ciò benché nelle doloranti conclusioni e nei vigorosi ammonimenti ricevesse continue conferme dalla progrediente esperienza del malgoverno democristiano. Eppure, clamorosa eco di stampa ebbero anche due Denunzie al Sant’Offizio (che in futuro rilanceremo, ndR) - supremo Tribunale Ecclesiastico per la difesa della Dottrina - presentate nel marzo 1946 e nel 1947 contro i ritenuti errori di impostazione dottrinale della D.C.!» (Op. cit., pag. 1 e 2).
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Torno ad usare il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Centro Politico Italiano). Stiamo studiando il Quaderno n° 8 della Nuova Alleanza, dove il Cavaliere intende «chiarire alcune verità che - a suo dire - con imponenti mezzi si è riusciti a far ignorare o dimenticare, ma che sono la spiegazione di tutto» il dramma socio-politico moderno.
Parte con la guerra 1939-1945. «Adolfo Hitler - sostiene D’Agostino - per la frenetica esaltazione nazionalistica che aveva saputo infondere nel Popolo Tedesco, e per la lusinga ingannevole dell’accordo con la Russia bolscevica, aveva aggredito (…) la Polonia». Cosicché «ne seguì il conflitto europeo e poi mondiale». Tuttavia «sarebbe ingiusto esentare da responsabilità le Potenze che venti anni prima, a Versailles, avevano imposto alla Nazione Germanica (…) condizioni estremamente vessatorie».
Passiamo a Benito Mussolini: «Ubriacato da vanità imperialistica, aveva commesso la follia di far entrare in guerra l’Italia», nonostante gli elevati ammonimenti che ricevette. Anche una suora gli scrisse anticipando «l’èsito fatale che puntualmente si sarebbe realizzato».
Sbaglierebbe chi volesse «dimenticare la corresponsabilità del settarismo anticristiano internazionale, che aveva montato quella campagna mondiale contro l’Italia, col pretesto del Fascismo, che altro non era se non una vendetta massonica per il riavvicinamento della politica italiana al Cattolicesimo».
L’asse americano-sovietico vinse la guerra, «ma a prezzo molto caro». Francia ed Inghilterra «uscirono stroncate», per non parlare della «tragica situazione in cui si era venuta a trovare la Russia per lo sterminio di vite umane e di beni».
Esclama D’Agostino: «Un Popolo Italiano unito e guidato da coscienze illuminate e volontà vigorose, sarebbe potuto “cadere in piedi”, per poi riparare gli errori di ottant’anni di preteso “Risorgimento”: ma non avevamo meritato una così grande grazia».
Agli Americani fu davvero facile «atteggiarsi a nostri Maestri in campo politico» e «raggirare le ignare masse imponendoci un regime di presunta “libertà e democrazia”». Solo un’autorevole voce si «levò a protestare» e fu «quella del Papa Pio XII, che non tardò a deplorare dove fossero andate a finire le “quattro libertà” conclamate da Roosevelt». Ci vennero «imposti al Potere i falliti esponenti del regime prefascista», ai quali gli Americani «accordarono ogni sorta di privilegi ed i Russi di appoggi».
Determinante fu il «funesto fuorviamento» manifestatosi, contro il Pontefice e contro la Chiesa, in alcuni «alti ranghi ecclesiastici», traboccanti di modernismo sociale, per favorire il «partito a-cattolico D.C.».
D’Agostino denuncia «l’appariscente pluralità di Partiti tra di loro ipocritamente contrastantisi ma la cui reale intesa ai danni del nostro Popolo è stata da ultimo confermata dalla scandalosa Legge con cui si sono reciprocamente finanziati a carico del Bilancio dello Stato». Ancora: «La perfidia di un sistema elettorale che favorisce un monopolio politico per quelle Formazioni che hanno già acquisito forti rappresentanze parlamentari». Biasima «la complicità della grande Stampa di informazione, sia per settarismo che per fuorviamento ideologico o per venalità». Infine la «penosa rinuncia», da parte di alcuni uomini di Chiesa, «a propugnare una Politica cristiana ed uno Stato Cristiano». Tutto questo, sostiene il compianto autore, «ha costituito una spaventosa trappola per il Popolo Italiano, che ne subisce le durissime conseguenze».
Largamente condivido anche la sua conclusione: «Non si vuol fare un processo alle intenzioni di chi ha recato così immane danno alla nostra Patria. Ma, se si vuol condurre l’Italia (…) ad una conseguente vera rinascita civile, politica, economica», è necessario «mettere in chiara luce per quale insieme di sopraffazioni ed abusi, e di miserabile congiura del silenzio, sia stato possibile accreditare la D.C. quale preteso Partito di ispirazione cristiana».
Il predominio indiscusso della Democrazia Cristiana per quasi cinquant’anni ha, per concludere e difatti, quasi totalmente spazzato via, anche dalla memoria delle persone volenterose, i veri principii di Dottrina politica cristiana. Il cosiddetto Vaticano Secondo, con la sua rivoluzione ateizzante, ha coadiuvato e sta completando l’opera nefasta.
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Entriamo nel vivo della dottrina come la voleva il Centro Politico Italiano, movimento - almeno nelle intenzioni - di resistenza cattolica: nemico del Fascismo, del Social-comunismo, della Massoneria e della “Democrazia” pretesa “Cristiana”, prima dell’attuale “Caporetto” del 7 dicembre 1965, data di “promulgazione” del documento concettualmente areligioso ed amorale «Dignitatis Humanae».
L’azione politica - sostiene l’ideologo Carlo Francesco D’Agostino - è «adempimento di doveri»; io farei precedere: è onorare Dio col buon governo. Si tratta «del comportamento da tenere nei rapporti della vita sociale».
Stato e Famiglia sono «società naturali necessarie», le cui norme di buon funzionamento «non sono ideazione della mente umana», bensì «discendono, come per ogni altro settore della vita morale, dalla intima natura dell’uomo». Non si vuol prevaricare le altre “opinioni” politiche, invero decadimento della ratio, anzi è imperativo «(credere), illustrare, propugnare, quelle verità (di fede e di ragione) che nel loro insieme costituiscono la vera Scienza Politica», affinché dal loro rispetto si giunga «alla prosperità di un Popolo ed alla vera Civiltà», quale era diffusamente la cristiana prima del precipizio eretico-massonico-rivoluzionario.
L’esperienza dimostrerà - prosegue il giurista D’Agostino - che, «per quanto ardua, quasi assurda possa sembrare un’impresa quale quella di indirizzare l’Italia di oggi ad un (non millantato) Risorgimento», per «divina misericordia le vie del bene - dell’adempimento di indubitabili doveri - sono confortate da possibilità che si vengono a scoprire solo con l’esperienza. Prima fra tutte, per fare un esempio, la scoperta che gran numero di nostri fratelli erra molto più per ignoranza che per perversità».
Che tipo di impegno si richiede al vero politico? 1) Perseguire sempre la verità che è oggettiva; 2) Riparare e sacrificarsi; 3) Armarsi di una volontà «serena, ferma, inesorabile»; 4) Dare il buon esempio; 5) Essere prudenti e fare somma attenzione ai traditori; 6) Non parlare mai di Rivoluzione, bensì di Restaurazione integrale dell’ordine di natura voluto da Dio.
Pur essendo certi che «il sistema statuale instaurato negli anni 1944/47 sia infirmato di illegittimità, per ragioni di principio e di attuazione pratica», tuttavia «occorre riconoscere che sotto alcuni aspetti ha eliminato inconvenienti del (recente) passato». Prima fra tutte - «nonostante la perfidia del sistema elettorale» - ci è, oggi, offerta la possibilità, quantomeno legale e proclamata, di presentare alle elezioni politiche un «partito dal programma veramente cattolico».
All’obiezione che, con questo, «indeboliremmo, senza speranza di pronta alternativa il cosiddetto “fronte dei Partiti moderati” e “faremmo il giuoco del Partito Comunista”», serenamente replichiamo: 1) «L’avanzata delle correnti di impostazione socialista e del materialismo marxista fu assicurata dalla intima alleanza perfezionatasi, fin dal 1942, tra Democristiani, Liberali e Democratici del Lavoro (il Partito di Ivanoe Bonomi), da un lato, con Socialisti e Comunisti (…)»; 2) «I vari De Gasperi, Gronchi e Gonella, agirono in assoluto disprezzo degli ammonimenti delle Encicliche Pontificie, ed in particolare di quelle di Pio XI (soprattutto contro l’odiato dogma della Regalità Sociale di Cristo, ndR), che avevano indicato quali ben diverse vie si dovessero seguire per sottrarre le masse proletarie all’inganno marxista: e che l’indirizzo politico fatto proprio dalla D.C. sarebbe servito unicamente a fare il giuoco ed a potenziare l’ascesa dei Partiti di sinistra, rendendo compromessa la dottrina (politica e sociale) cristiana»; 3) «Un regime “frontista” o del tutto “comunista” potrà esautorare ancora di più il contenuto pratico del diritto di proprietà privata, e finire di deprimere l’iniziativa privata economica. (…) Una volta insediato al Potere, (piuttosto che inimicarsi la Nazione con misure drasticamente bolsceviche, ndR), il Comunista dividerà i voti con l’ipocrisia e l’inettitudine degli uomini della D.C.-P.R.I. e pseudo Socialisti»; 4) I Comunisti perseguitano e perseguiteranno apertamente la Chiesa, i cosiddetti “moderati” lo fanno e lo faranno con subdola “discrezione”. Dal Quaderno n° 8 della Nuova Alleanza.
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Stiamo provando a sviluppare organicamente l’esposizione della dottrina politica cristiana, salvifica scienza di civiltà, partendo da alcune rare pubblicazioni del Centro Politico Italiano, movimento - nelle intenzioni - che fu di resistenza cattolica fra il 1940 ed il ‘70. Ha il grande merito di aver condotto una lotta instancabile contro i modernisti, cripto-atei e talvolta bancarottieri della cosiddetta “Democrazia” pretesa “Cristiana”.
L’ideologo Carlo Francesco D’Agostino, dopo aver elencato le gravi falle del sistema politico dal dopoguerra ai tempi moderni, come abbiamo imparato la scorsa settimana, giunge ad una conclusione. Cito: «Allo stato dei fatti, ragionevolezza impone che si neghi ogni fiducia ai Partiti insediati in Parlamento».
Devo convenire, ma per ragioni maggiori di quelle del Centro Politico. Non è possibile votare poiché sono tutti, apertamente o dietro scaltri soggettivismi (caso dei pragmatisti di destra), contrari alla vera Regalità sociale di Cristo. Dogma proclamato nella «Quas Primas» che, come tutti gli altri dogmi, è irrinunciabile se si vuol conservare la fede («Extra Ecclesiam nulla salus») e non perire eternamente con gli sventurati pornografi di Sodoma e col maximo traditore e ladro Giuda Iscariota.
Proclama Sua Santità Pio XI: «Sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al Suo arbitrio». Ancora: «È Cristo solo la fonte della salute privata e pubblica: “Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati”, è Lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: “poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini”». Quindi: «I capi delle nazioni non rifiutino di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli». Conclude il Pontefice: «La peste della età nostra è il così detto laicismo (ossia la laicità) coi suoi errori e i suoi empi incentivi (…) che scuote e spinge la società verso la rovina».
Torniamo all’avvocato D’Agostino. Egli prosegue così: «(Ragionevolezza impone) che ci si avvalga della possibilità, che le loro Leggi (della Repubblica italiana) ancora ci concedono, di invitare gii Italiani ad una vera svolta (candidandoci), che è nell’interesse di tutti (inclusi gli alti papaveri dell’attuale regime, che sono ben consapevoli di essersi cacciati in un vicolo cieco)». La mia conclusione è differente, soprattutto se consideriamo che dagli anni ’70, epoca dello scritto in questione, ad oggi, tutto è peggiorato. Ritengo, per analogia con situazioni passate, che sia inevitabile fare proprio il «non expedit» - «non conviene».
A fronte dell’intrinseco e tangibile fallimento dell’apparato politico che voglio chiamare giacobino e, contemporaneamente, dell’impossibilità di eleggere candidati veramente cattolici, Papa Leone XIII risponde all’interrogazione del Card. Lucido M. Parocchi in data 14 maggio 1895. Egli scrive: «Quale debba essere il contegno dei cattolici italiani circa il concorrere alle elezioni politiche, fu già dichiarato dall’Autorità Pontificia e confermato più volte. È nota la Circolare che, per ordine del Nostro Precedessore Pio IX di s. m., la Sacra Penitenzieria indirizzò ai Vescovi, notificando che il prender parte a tali elezioni attentis omnibus circumstantiis, non expedit. E poiché quella decisione da non pochi traevasi ad altro senso, un Decreto del Sant’Offizio del 30 giugno 1886, con Nostra approvazione, aggiungeva che il Non expedit prohibitionem importat; facendosi così manifesto il dovere per i cattolici di astenersene».
Spiegare le ragioni di questo divieto, soprattutto alla luce dei fatti (si va progressivamente dall’occupazione della città del Papa fino all’occupazione materiale della sua Sedia), mi sembra superfluo. La Lettera è tassativa e quanto mai attuale: «(Partecipazione) da evitare nelle politiche (…) per ragioni di ordine altissimo». Le ragioni che spinsero i Pontefici (Pio IX, Leone XIII e san Pio X) a proclamare il dovere di astensione (dalla candidatura e dal voto) per i cattolici, sono così contestuali che, a parer mio, non è prudente giustificare nemmeno l’illusione.
Diceva don Margotti nel 1861: «Noi non vogliamo essere né eletti né elettori (…). Quando noi pigliammo parte alle elezioni, e in molti luoghi riportammo la vittoria, ci chiamammo addosso ogni maniera di vessazioni, e l’opera nostra andò in fumo. Dunque questa volta non vogliamo fare cosa inutile e ci asteniamo (…). Per eleggere ci vuole piena libertà; e il piglio dei giornalisti, e la condotta della rivoluzione, e le lezioni dell’esperienza, ci dicono che non saremo pienamente liberi».
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Alla pagina 7 del Quaderno VIII della Nuova Alleanza, bollettino di formazione politica - nelle intenzioni - cristiana, il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Centro Politico Italiano) torna a dimostrare che, alla luce dei fatti, «ragionevolezza impone che si neghi ogni fiducia ai Partiti insediati in Parlamento». Quindi prova a risolvere alcune questioni, fra cui la cosiddetta del «capitale-lavoro».
Lo scritto è degli anni ’70, tuttavia, nonostante il moltiplicarsi delle massive e reiterate vessazioni cui la nostra Nazione è vittima (ingerenze sovranazionali - prevaricazioni settarie - mafie politico/finanziarie), non ha perso la sua attualità. Sbaglia chi ritiene che si tratta solamente di «un problema di carattere economico, cioè di una migliore distribuzione della ricchezza». Nonostante ci siano ancora molte condizioni affinché la nostra economia possa «godere di una situazione di prosperità tutt’altro che scarsa», sovente assistiamo al moltiplicarsi di «richieste di miglioramenti, sostenute da lotte animose, non aliene da violenze, appoggiate da potenti Organizzazioni, con grave danno per l’insieme dell’economia nazionale». Situazioni così evidenti che «non occorre scendere a dettagliarne le prove».
Secondo D’Agostino, lo spirito animatore di queste lotte è la pretesa di «guadagnare di più lavorando di meno», in un «vago intento di parificazione di comodità di vita tra i varii ceti come tra individui di diverse capacità». Prosegue: «La sete di maggior benessere, associata al disamore per il lavoro e per il sacrificio, comporta senza limiti irrequietezza ed astiosa ricerca di capri espiatorii». Al fondo del problema egli vede «la necessità di una educazione a ben diverso, e benefico, costume morale, nell’interesse stesso di una vita quanto più possibile felice per i lavoratori».
La cosiddetta Repubblica realizzata negli anni 1946/48, «nata dall’intesa tra Partiti teoricamente di opposti indirizzi, vantata come “fondata sul Lavoro”», ha voluto assicurare appena un «diritto allo sciopero», il che implica «non aver tutelato, come si poteva e si doveva, la dignità e le legittime aspettative dei lavoratori». Già dai primi anni del 1900 «si insinuarono e prevalsero quei “falsi intellettuali che si andavano orientando verso il socialismo scientifico e che dovevano dar vita al Partito Socialista” (cita R. Rigola)». Cosicché «il concetto pseudo-scientifico del materialismo marxista sopraffece, sul piano organizzativo, le oneste tendenze delle masse, che allora (dopo il preteso “Risorgimento”) erano veramente “proletarie”». All’epoca neanche i moniti di Papa Leone XIII e di san Pio X riuscirono «ad arginare la crescente ondata di sopraffazioni, odii e violenze, che raggiunse il culmine nel primo dopoguerra (anno 1918 ss.)».
Durante il periodo fascista si poté sperare in «un’alba di rinascita», con la «restituzione al Sovrano dei poteri di cui era stato progressivamente spogliato in un primo tempo dalla dittatura demo-liberale», e con il preannuncio «da parte del demagogo romagnolo (Mussolini) di un ritorno alle tradizioni cattoliche cui ci si era avviati con i grandi eventi del febbraio 1929». Purtroppo «le ambiguità del ventennio mussoliniano sono a tutti note».
Il Centro Politico Italiano dedica alla «questione sociale», già nell’autunno del 1943, cinque dei diciotto «Principii Direttivi obbliganti» dell’«Indirizzo Programmatico del Partito». Fa presente che «i problemi del riassetto politico-sociale sono strettamente interdipendenti» e che «una riforma risanatrice per i rapporti tra capitale e lavoro, come non può andar disgiunta dalla vigile cura per una restaurazione del costume morale, così esige una ristrutturazione dell’intero Ordinamento statuale», quale sarà ulteriormente sviscerato nei nostri prossimi articoli.
Papa Leone XIII nella «Rerum Novarum», con sapiente lucidità, insegna: 1) «Si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile»; 2) «Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra»; 3) «L’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi ed i proletari, ricordando agli uni ed agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia»; 4) «La Chiesa mira a riavvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche, (...) elevando l’animo ad un’altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua»; 5) «Chi ha ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro di mano nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità; 6) «Ai poveri poi, la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di (onesto e sudato) lavoro»; 7) «(La questione, per concludere, si risolve davvero) obbedendo alla legge evangelica».
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Il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 9 seg.) scrive, nel suo programma politico, anche dei «Limiti dei poteri dello Stato».
Papa Pio XII aveva da poco insegnato: «In un Popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri e dei suoi diritti (…). In un Popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale - senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e della mutua carità - non sono affatto un ostacolo all’esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè di fronte allo Stato ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza lo hanno collocato».
Commentando queste sapienti parole, D’Agostino esclama: «Siamo di fronte al problema principale della politica!» (sebbene io ritengo che IL PROBLEMA sia la pubblica apostasia, ndR), ed anche «una minima sfumatura di errore può pregiudicare, prima o poi, il perseguimento del suo fine, che è il bene comune».
Il Pontefice affronta, difatti, numerosi temi, fra i quali: 1) la potestà pubblica (contro la tirannia); 2) l’uguaglianza civile (contro il social-comunismo); 3) la onesta libertà (contro il liberalismo); 4) la coscienza del dovere (contro l’ingiustizia); 5) le disuguaglianze di natura (contro l’egualitarismo - ossia anticipa la condanna al delirante ‘68).
La ricetta del Cavalier D’Agostino parte dall’«esigenza di una previa educazione a benefico costume morale». Prosegue: «La onestà nell’uso della libertà, e l’insieme di doveri di cui si deve saper avere coscienza, richiedono quel processo di formazione della personalità» che solo la Chiesa ha saputo dare, e con essa i sovrani cristiani. Quando si parla di Stato, Potestà pubblica, Governanti, «ci troviamo di fronte ad uomini - semplici esseri umani, con tutte le possibili comuni imperfezioni, lacune, virtù o vizi - in rapporto ad altri uomini, che chiamiamo semplicemente cittadini».
Dunque rapporti fra uomini - tuttavia insegna Pietro per bocca di Leone XIII: «Non vi è Società che si tenga in piedi, se non c’è chi sovrasti ad altri, movendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso un fine comune: e benché l’uomo, spinto da superbia e da spirito antisociale, cerchi spesso di spezzare i freni del comando, non arrivò mai a poter non obbedire a nessuno» (cf. «Diuturnum Illud» et «Immortale Dei»). Pertanto «l’esercizio di autorità, da parte di alcuni su altri propri simili, è irrinunciabile, (…) nell’interesse dei sudditi stessi».
Riprende D’Agostino: «Governare è un onore ed un rischio, basti ricordare che la percentuale di Capi Politici assassinati è di gran lunga superiore a quella degli assassinii in qualsiasi altra categoria di persone! Mentre scriviamo siamo nel centenario dell’assassinio di Gabriel Garcia Moreno, Presidente dell’Ecuador, che nell’agosto 1875 cadde sotto i colpi di chi (un sicario plagiato dalla giudeo-massoneria, ndR) lo considerava un tiranno. Ora, invece, legioni di Cattolici invocano che sia proclamato Santo!».
D’Agostino tratta due «questioni scottanti»: 1) l’abuso della libertà da parte dei sudditi o cittadini; 2) l’abuso di potere da parte degli investiti di autorità. Commenta: «Più grave è il danno se la giustizia è violata dai Governanti, in specie con l’azione legislativa (pseudo-leggi contro Dio, contro la morale e contro il diritto naturale, ndR), che può comportare lesione di diritti, con vasta e durevole applicazione».
Ci torna utile nuovamente il Sommo Pontefice Leone XIII: «Perché nella potestà si mantenga la giustizia, importa grandemente che coloro che i quali amministrano gli Stati intendano che il potere di governare non è dato per loro privato vantaggio, e che l’amministrazione della cosa pubblica deve condurre al vantaggio di quelli che sono affidati ad essa».
Per concludere (per brevità giornalistica, ndR), l’esempio governativo da seguire fu quello di Gabriel Garcia Moreno, fra gli ultimi difensori e propugnatori della Regalità Sociale di Cristo, assassinato dal braccio armato degli attuali “esportatori di democrazia e di popoli arcobaleno”. Crivellato di colpi, al loro grido: «Muori, carnefice della libertà!», glorioso rispose: «Dios no muere!» (Dio non muore!).
Sotto la sua amministrazione, l’Ecuador divenne anche la nazione leader nel campo della scienza e dell’educazione in tutta l’America Latina. Oggi è quello che è: una delle tante mostruose e cadenti creature della setta maledetta!
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Il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 10 seg.), con il Centro Politico Italiano, intendeva risanare l’economia nazionale come segue.
Lo scritto è degli anni ’70 ed egli subito premette: «Il dissesto dell’economia di una Nazione è sempre dipeso dal mancato rispetto dei principii morali che debbono presiedere a questo settore, come ad ogni altro delle attività umane». Io faccio precedere a questa proposizione abbastanza laica, la preminente: in generale il dissesto è sempre dipeso dalla lesa maestà di Dio sommo Legislatore, ossia dal peccato.
Sovente la causa del diffuso fallimento è nella «presunzione (degli empi) di (possedere) proprie speciali capacità, per cui ci si dispensa dal ricercare e rispettare le esigenze normative che discendono dalla natura stessa dell’essere umano», laddove lo colloca la Provvidenza. Essi rigettano il volere di Dio e l’esistenza delle diversità di natura.
Per semplificare: gli incompetenti pretendono di essere competenti senza sforzi, gli incapaci pretendono di essere capaci, i lavativi seriali pretendono più del salario degli onesti faticatori, i poveri pretendono di condurre la vita dei nababbi, e così via. Tutte mostruosità del pensiero moderno massonico-anticristiano, soprattutto socialista. Lucidamente deduciamo che quest’approccio all’esistenza - in seconda istanza alla società - è odioso, torbido e pericoloso. Le cronache contemporanee, per esempio, attestano di cosiddetti politici e burocrati assolutamente inadatti ai ruoli di potere e di alta responsabilità che ricoprono per “fortunosi” mandati: a discapito della società intera.
Purtroppo molti uomini, anche nel campo delle attività economiche, «si regolano secondo il perverso egoismo sopraffattore». E gran parte dei malanni «va anche attribuita ad ignoranza riguardo alle leggi (divine e) morali che andrebbero rispettate: ignoranza senza dubbio colpevole».
Quando le Curie erano ancora abitate da cattolici - prima della peste “vaticanoseconsita” - quella di Napoli, su La nuova stagione, «gettava appunto in faccia agli esponenti democristiani, motivata e cocente, l’accusa di aver agito “senza cultura e senza morale”, lasciando così accreditare l’opinione che “la politica è una cosa sporca”».
Dietro questo pretesto - che la politica sarebbe una cosa sporca e quindi andrebbe rinnovata - abitualmente i grandi demagoghi ed i più spregevoli rivoluzionari riescono a catalizzare copiosi consensi. Pertanto si finisce “dalla padella alla brace”.
Secondo D’Agostino, «i detentori di grandi ricchezze, di cui è assai dubbio possano essere state onestamente accumulate, partono dal convincimento di averne come una missione provvidenziale al comando in tutti i settori». Essi si considerano «come altri Mosè, predestinati alla guida dei Popoli, senza peraltro prendere ordini da rivelazioni divine». Essi sono «gli epigoni, ora in via di esautoramento, di categorie che si reputarono fuor di misura privilegiate, (neanche) fossero i Sovrani assoluti, le Oligarchie artistocratiche o militari».
Prosegue: «Avendo sabotato, tramite la dittatura statale sulla Istruzione, l’affermarsi e lo svilupparsi di una cultura vera, fondata sui principii della “Filosofia perenne”, ossia della sapienza (cristiana) trasmessa ed arricchita di generazione in generazione, si è creato il culto dello Stato onnipotente, dello “Stato-Provvidenza”, ossia di quell’assolutismo di Stato che si osa spacciare come “democrazia” rispettosa di una presunta “sovranità popolare”».
Tuttavia, se c’è un insegnamento vincolante che i «democristiani degasperiani (e tanti altri) hanno calpestato di più», è quello del Messaggio Natalizio, anno 1944, di Papa Pio XII: «Una sana democrazia, fondata sugli immutabili principii della Legge Naturale e delle Verità Rivelate, sarà assolutamente contraria a quella corruzione che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo». Siamo stati, così, «ridotti allo schiavismo».
D’Agostino aggiunge: «La odierna partitocrazia ha messo le mani dappertutto, non creando altro che guai, appena attenuati dal buon senso di certi settori burocratici, e sopratutto dallo spirito di “arrangiamento” degli Italiani, oltre che da quanto sopravvive della loro volontà di lavorare e risparmiare. È stato un crescendo ininterrotto, perché i primi abusi in materia rimontano alla dittatura liberalistica, di cui Mussolini fu, in confronto agli estremi flagelli degli “antifascisti” di oggi, un timidissimo allievo». Prosegue …
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La scorsa settimana abbiamo introdotto l’ipotesi che il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 11 seg.), con il Centro Politico Italiano, discuteva al fine di risanare l’economia nazionale.
In primis - egli sostiene - è necessario rieducare le persone alla moralità. Quindi è opportuno che ognuno riconosca i limiti della sua propria natura. Infine bisogna intervenire contro la “lunga mano” della moderna e maleducata partitocrazia. Per amore di verità, aggiungevo che un tempo, nei Regni che furono cristiani e prima della dittatura “democratica” dei rivoluzionari, questi problemi erano marginali - talvolta provocati dall’arbitrio dello sporadico ribelle o dall’eretico di turno - tuttavia ordinariamente Sovrani e sudditi si sforzavano di rispettare la Somma maestà di Dio Legislatore (cf. Quas Primas, Pio XI).
Andiamo avanti nei dettagli. D’Agostino vede come «cardine fondamentale» del risanamento economico, «l’estromissione dello Stato (moderno), ossia degli avventurieri del politicantismo che dietro esso si mascherano, dalla gestione di imprese economiche». Egli sostiene che abbiamo a che fare con dei luminari dell’incompetenza e del raffazzonamento, ai quali sarebbe preferibile non delegare la gestione di imprese economiche! Tra queste include «l’abusiva ingerenza nel settore della Previdenza e della Sanità».
Fornisce la sua spiegazione: «Saper essere previdenti per i casi di malattie, disoccupazione, invalidità, oltre che per la vecchiaia, è virtù individuale. Il dovere (più o meno vincolante) di solidarietà verso chi, colpevolmente o meno, abbia bisogno di assistenza, grava in primo luogo su quanti sono legati da vincoli di parentela, in un concetto di famiglia che per natura sua va ben oltre il rapporto tra genitori e figli». Pertanto «l’intervento della comunità, come per ogni altra ingerenza diretta statale, va tenuto all’ultimo posto, non dimenticando quanto una bimillenaria esperienza insegna saper provvedere lo slancio generoso della fraterna Carità cristiana».
Altra problematica: «Sempre che i pubblici Poteri eccedano i limiti della propria competenza - limiti, si intende, posti dalla Legge naturale - si moltiplica lo spaventoso fenomeno del parassitismo, che grava come miserabile sanguisuga sulla ricchezza di un Popolo». A tal punto che «l’esigenza del risanamento va ben oltre la recentissima invenzione di una ipocrita “politica di investimenti”, che maschera l’invadentismo socialistico ed affaristico sotto etichetta democratico-cristiana».
Elenca alcuni «antichi malanni da correggere» per restituire «energie umane, che sono capacità produttiva, e mezzi economici, indebitamente sperperati, ad una sana, perché libera, utilizzazione». Questi «malanni», secondo D’Agostino, sono: «il sistema della leva militare (obbligatoria), quello dello schedamento anagrafico, il flagello delle “licenze” per pressoché ogni attività artigianale, industriale e commerciale, incluso il commercio con l’estero». Ancora: «La dilapidazione economica che riguarda la vigente dittatura statale sulla pubblica Istruzione, sinistra invenzione del settarismo liberalistico». Egli prevede anche la «bonifica da realizzare nella strutturazione costituzionale, burocratica ed amministrativa (Enti periferici) dello Stato. Anche qui sono da eliminare sperperi che ormai assommano a migliaia di miliardi annui».
Premono, infine, le «esigenze di un sano sistema tributario e di quello monetario». «L’imposizione da parte dell’Autorità statale di tributi fiscali - egli asserisce - è giustificata dalla rispondenza dei suoi servizi alle esigenze del bene comune e deve incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro». Realizzate queste premesse, «deve ripristinarsi nella coscienza pubblica, anche nei confronti delle leggi fiscali, il concetto che queste, quando sono giuste e giustamente applicate, obbligano in coscienza».
Il Comitato direttivo del Centro Politico Italiano, nella speciale sessione del marzo 1952, deliberò di «propugnare la riduzione del sistema tributario a tre sole imposte: quella immobiliare, la mobiliare e la doganale».
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