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Riferisce l’Arcivescovo Guerry (Op. cit., p. 12) nell’anno 1958, che in Francia, per contrastare la divampante libidine moderna che di lì a poco ridurrà la “Grandeur” ad un’accozzaglia culturalmente meticcia, moralmente apostata e politicamente anarcoide, l’Assemblea Plenaria dell’Episcopato, riunitasi il 27 aprile 1954, approvando il Direttorio pastorale, dà all’Articolo 24 la seguente direttiva: «Il sacerdote non deve mai allontanarsi dalla Dottrina sociale della Chiesa».
Infine, la seconda Assemblea Plenaria dell’Episcopato (stesso anno) spiega nella sua Dichiarazione dottrinale che «uno dei passivi più gravi dell’ora presente è il disprezzo o l’insegnamento sociale della Chiesa».
La massima espressione della retta materia sociale e di tanto altro di edificante, che veniva rinvigorita e confermata costantemente dalla bocca dei Pontefici, fu san Tommaso d’Aquino.
Nell’Enciclica Studiorum Ducem (29 giugno 1923), Papa Pio XI conferma le volontà dei suoi processori Leone XIII e san Pio X di imporre l’Aquinate nella formazione e ribadisce: «[le massime del Tomismo e della Scolastica] (…) siano attentamente ed inviolabilmente osservate specialmente da coloro che nelle scuole del clero insegnano le materie superiori. Essi tengano presente che soddisferanno bene ai loro doveri e compiranno i Nostri voti se, cominciando ad amare il Dottore d’Aquino e rendendo a sé familiari i suoi scritti, comunicheranno agli alunni della propria disciplina questo ardente amore, facendosi interpreti del suo pensiero, e li renderanno capaci di eccitare negli altri un eguale ardore (…)».
Dopo pochi anni, ahinoi, morirà Papa Pacelli (Pio XII), ultimo baluardo del tomismo dottrinale e sociale, e le Nazioni saranno definitivamente consegnate a Governi (legittimi o di usurpazione) del tutto incapaci ordinariamente di ben legiferare e di amministrare da buoni padri di famiglia, a causa dell’ignoranza, dell’indifferenza o del totale odio nei confronti della vera Dottrina sociale della Chiesa.
Dalla santa bocca della Chiesa, al contrario, noi sappiamo certamente che l’assenso integrale al Magistero (v. Sodalitium Pianum), anche in materia sociale oltre che dogmatica, morale, ecc.., rappresenta per i sacerdoti e per i cattolici militanti un «obbligo di coscienza».
Il cattolico, soprattutto se impegnato nella pastorale ed in politica, ha il dovere di «conoscere la Dottrina sociale, di studiarla, di diffonderla», altrimenti non sarà in grado né di correggere l’errore, essendo egli stesso un cieco che verrà meno al compito di buon pastore, né di legiferare, essendo egli già portatore di immoralità che verrà meno al ruolo di guida.
Occorre, dunque, anzitutto «sapere bene che cosa essa sia. Su questo punto esistono spiacevoli confusioni e malintesi che bisogna dissipare: sono essi che spiegano, in gran parte, l’atteggiamento di molti cristiani verso questa dottrina» (Op. cit., p. 13), stiamo parlando della vera Teologia politica.
Il tema è molto delicato poiché vede contrapporsi da un lato la moderna e fallimentare concezione di Stato, con dei designati al Governo (talvolta dei presunti tali imposti da organizzazioni sovranazionali) che si sentono autorizzati a promulgare e difendere anche l’errore ed il male; dall’altro la concezione di Stato che viene da Dio, che quindi, al contrario dei primi, vuole Prìncipi e Governanti che abbiano il «male in totale abominazione», che contrastino con ogni misura lecita l’errore ed il male stesso.
Gli uni contro gli altri.
Il Cosmopolitismo oltrepassa addirittura questa contrapposizione, poiché è l’apoteosi dell’apostasia, e paventa uno scontro di più vasta ampiezza, esso rappresenta lo «spirito del mondo» che vorrebbe, con prevedibili risultati spregevoli ed inumani, contrapporsi direttamente a Dio (cf. Enciclopedia Cattolica, Vaticano, 1952).
Lo Stato nazionale (per il bene comune del popolo) diventa, nel Cosmopolitismo, quel nemico da abbattere, distante, pericoloso, di intralcio nel perseguimento delle scelte soggettive (comuni però negli intenti globali), quindi credo sia opportuno parlare di un qualunquismo universale quando il cosmopolita conquista il popolo con l’illusione di una presunta partecipazione democratica, ma nel concreto ne annulla ogni complicità attiva, rendendolo spettatore passivo di una realtà che deve necessariamente ed in tutti i modi mutare, ma secondo determinate direttive imposte da chi non ha alcuna Potestà.
Lo studio attento della geopolitica credo che possa facilitare la comprensione di queste dinamiche che brevemente qui accenno.
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Torniamo ad analizzare la soluzione dei «malanni economici» proposta dal giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 12 seg. - Centro Politico Italiano).
Egli afferma: «Premesso che cardine vero di un sistema tributario è che lo Stato e gli Enti pubblici eliminino le spese superflue (sperperi e ruberie, ndR), il criterio che si impone, e che abbiamo adottato (di tre sole imposte: quella immobiliare, la mobiliare e la doganale), appare ovvio, per poco che ci si rifletta obiettivamente, anche se è agli antipodi con quello vigente». Si compendia «nel dovere di evitare le duplicazioni non meno che la possibilità di evasioni e di ingiusta tassazione». Compito del Potere politico - egli asserisce - «è di assicurare quelle condizioni esteriori di vita comunitaria che meglio consentano agli individui di (onestamente) realizzare le loro finalità (…) propriamente umane».
Secondo d’Agostino questo sarebbe, in sintesi, il «perseguimento del bene comune». Papa Leone XIII precisa che «la legge non è che un comando della retta ragione, promulgata per il bene comune da colui che ha un legittimo potere». Tuttavia «non deve essere ritenuta retta una ragione che dissenta dalla verità e dalla ragione divina: né vi è un vero bene se è contrario al sommo ed immutabile bene o che allontani e svii dall’amore a Dio le volontà degli uomini» (cf. Sapientiae christianae).
Prosegue D’Agostino: «Ogni beneficiario deve dare la sua collaborazione, che può attuarsi su varii piani. Per le esigenze della difesa militare, per esempio, in caso di subita aggressione, gli idonei alle armi o ad altri servizi irrinunciabili, saranno tenuti a prestazione personale». Analogamente «lo Stato avrà diritto di precettare categorie specializzate, in caso di pubbliche calamità che richiedano interventi di emergenza. Chi è proprietario di beni dalla provvida natura messi a disposizione delle necessità comuni, dovrà saperne trarre il frutto cui sono predestinati (…). È perfino entrato nelle legislazioni il concetto di considerare reato il rifiuto di soccorso da parte di chi per caso si trovi presente in una circostanza che lo richieda».
Resta bene inteso che non sto affatto dicendo che condivido tutto quanto D’Agostino propone, soprattutto «se le leggi dello Stato dovessero essere apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa», allora «è doveroso resistere ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato, perché si pecca anche contro lo Stato quando si va contro la religione» (Ivi., Leone XIII). Ma procediamo.
Il giurista del Centro Politico si domanda: «Chi dovrà essere tenuto a provvedere al fabbisogno economico dei (giustificati) servizi statali? Ovviamente chi possiede ricchezza». Cosicché «il malanno è che l’applicazione di un tanto ovvio concetto è rimasta stravolta dalla farragine di stravaganze di cui, forse più che in ogni altro settore, potessero esser capaci disonestà ed ignoranza, sterminata leggerezza, di spregevoli legislatori».
Elenca alcuni errori. Subito: «Aver voluto tassare il reddito, anziché direttamente la ricchezza. Ne sono derivate le più incredibili idiozie (...). Chi possiede sterminati capitali investiti in obbligazioni del cosiddetto “Debito pubblico”, si è visto dispensato da imposte per il presunto merito di aver puntellato, con tali investimenti, una fallimentare finanza statale. Chi, per superiori capacità intellettuali ed impegno eccezionale di lavoro, realizzi meritati guadagni, in misura superiore a quelli dei neghittosi ed incapaci, è punito come un colpevole, mentre ha nobilmente concorso all’accrescimento della ricchezza nazionale». Ancora: «L’imposizione fiscale basata sul reddito crea, poi, quel mare di complicazioni che ben conosce chi ha pratica delle annuali denunce, con l’aggiunta del doppio inconveniente di rendere possibili ricatti, corruzioni, trucchi e consimili (oltre al pericolo di valutazioni eccessive), e di richiedere uno sterminato apparato burocratico».
Il Centro Politico Italiano intendeva «chiamare a contribuzione il capitale accumulato e non il suo presunto rendimento». L’imposizione doveva «incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro», ed esentava «questi ultimi da ogni diretta imposizione (e tanto più dalle imposte indirette, del tutto abolite)».
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Questione particolarmente scottante è quella della moneta. Oggi vedremo fugacemente come intendeva gestirla il Centro Politico Italiano. Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 13 seg.) scrive questo programma politico-sociale negli anni ’70. Sinceramente debbo pensare che, se avesse subito il calappio del cosiddetto Euro, sarebbe morto di crepacuore.Il giurista e pensatore cattolico, nato nel 1906, morì nel 1999: Riposi in pace!
Il C.P.I. non ha formulato princìpi o soluzioni riguardo al sistema monetario, bensì solo una «presunta applicazione interpretativa della volontà di adottare per ogni settore le proposte che meglio appaiano doverose». D’Agostino sostiene che «nessun risanamento economico (può essere) considerato veritiero se ad un popolo (viene imposta) una moneta passibile di svalutazioni».Egli definisce, difatti, l’esperienza dell’italiano degli anni 1945-75 assai «dolorante».
Veniamo ai princìpi che ritiene «ordinatori»: 1) «La Moneta è un mezzo rappresentativo di ricchezza ai fini delle necessità di scambio», ma non ne nega il risparmio; 2) «I pubblici Poteri debbono intervenire con proprie regolamentazioni sia per la tutela della buona fede, sia per stabilire quale moneta vada adottata nei rapporti con lo Stato». Ciò premesso, conclude subito che «lo Stato deve istituire una Moneta ufficiale, ma non può imporla per le contrattazioni tra privati». Egli prevede negoziazioni con «contropartite in una qualsiasi moneta estera od in beni o prodotti».
Quanto alla strutturazione della Moneta ufficiale, «non sussistono motivi validi per ancorarla, come si suol dire, ad una garanzia (es. aurea) costituita da beni il cui valore sia suscettibile di sensibili variazioni». Il pericolo della «speculazione straniera» rende inammissibile anche «la pretesa copertura di “monete pregiate”, con cui gli Italiani sono stati miseramente truffati in questo dopoguerra». Chi abbia un minimo di conoscenza della storia monetaria di questi ultimi secoli, «a cominciare dalla vergognosa “Storia del Dollaro”», sa a quale «colluvie di spoliazioni legalizzate siano stati esposti i popoli del cosiddetto “mondo civilizzato”».
Il C.P.I. intende, al contrario, «(assicurare) la tutela di interessi irrinunciabili, ben oltre le pure e semplici esigenze di istituire un onesto “mezzo di scambio”». Nella ricerca di una copertura per la carta-moneta: «Nessun settore - asserisce - si presta come quello dell’alimentazione umana». Tuttavia «è subito apparso come il fondare su un ammasso di tali beni la copertura monetaria, corrisponda anche ad un’esigenza troppo trascurata, e cioè di assicurare un minimo di indipendenza, diciamo pure di “copertura” alimentare della Nazione, per non essere alla mercé, nei periodi di emergenza, di potentati stranieri».
D’Agostino prevede di sostituire «la svalutata Liretta con la Diaria», ossia «un’unità monetaria rappresentativa di beni di consumo alimentare sufficienti per il mantenimento di un lavoratore per una giornata».
Egli denuncia altresì l’imbroglio politico-massmediatico delle cosiddette “riserve petrolifere”, un giorno stracolme ed il seguente vacanti, anticipando che, prima o poi, «si dovrà limitare ai giorni pari la circolazione delle auto con targhe dispari, eccetera …», dietro i più fantasiosi pretesti. Tutto questo per «carenza di valuta accettata all’Estero».
Consapevole che, purtroppo, «l’Italia oramai dipende quasi per tutto dall’Estero», si domanda: «Se, provvidenzialmente, un valido sistema di copertura monetaria può giovare anche per assicurare alla Nazione un minimo di autonomia per i bisogni essenziali, perché non adottarlo?». Risponde: «Si tratterà di stabilire quali prodotti siano da ammettersi al libero ammasso, e fino a quale limite di quantità». Occorreranno «norme per impedire, quanto occorra, la loro importazione dall’Estero». Si dovranno «stabilire prezzi di imperio, ma appetibili per i produttori, e prezzi proporzionatamente maggiorati per la immissione al consumo». Il tutto è «destinato anche al doveroso ripotenziamento delle attività agrarie».
A chi obietti che «si corre rischio che grano, riso, granturco, prosciutti, zucchero, olii alimentari - valga come ipotetica casistica - potranno per tal via venire a costare, al consumo, qualcosa di più che se se ne ammettesse la libera importazione da paesi stranieri», replica: «I sicuri vantaggi superano largamente l’ipotetico rischio».
Se il Cav. D’Agostino fosse vivo oggigiorno, sopravvivendo all’Euro-infarto, probabilmente sarebbe un valido antagonista della “setta”, dell’ignota entità che in molti si ostinano a chiamare “Europa”.
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Secondo il compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 14 segg.): «Bisogna riconoscere che, in nome del mito dello Stato, il regime instaurato in Italia dall’intesa democristiano-massonica-marxista ci ha ridotti (allo) schiavismo». Quanto poi alla famiglia: «È stato addirittura un Parlamentare democristiano, l’On. Tozzi Condivi, a conclamare su un diffuso settimanale (“Realtà Politica”) essersene realizzata non la riforma ma la distruzione».
I fautori del cosiddetto “positivismo giuridico”, «più sbrigativamente camuffato sotto la qualifica di “pragmatismo” (ovvero “azione politico-legislativa senza princìpi”) scherniscono quanti professano l’esistenza di un Diritto naturale, ossia di un sistema di princìpi di giustizia che debbono essere rispettati dallo Stato». Non si tratta di una capziosa questione dottrinale, bensì di rendersi conto che «non è (sempre) giusta, e quindi obbligante, qualsiasi volontà di un pubblico Potere».
Sulla soluzione di questo quesito non ci sono dubbi: «Il concetto di giustizia, come qualcosa di indipendente dagli umani arbitrii, è ben presente ad ogni mente avveduta. Sorge poi il problema di come tenerne conto nella strutturazione di un Ordinamento statuale».Quindi il compito elevato di «assicurare le giuste libertà».
D’Agostino fa alcuni esempi: «La libertà di due persone di vincolarsi reciprocamente con un contratto (di lavoro) che non abbia nulla di immorale. È giusto - si domanda - che quanti abbiano capacità e volontà di lavorare dieci ore al giorno, (affinché “con l’economia aumentino il loro avere e amministrando con saggezza l’aumentata proprietà possano più facilmente e tranquillamente sostenere i pesi della famiglia, e usciti da quell’incerta sorte di vita in cui si dibatte il proletariato, non solo siano in grado di sopportare le vicende della vita, ma possano ripromettersi che alla loro morte saranno convenientemente provveduti quelli che lasciano dietro di sé”), è mai giusto - si chiede D’Agostino - che ne siano impediti da “contratti collettivi di lavoro”, o da altre “pretese sindacali”, in cui non abbiano parte?».
Chi può aver mai diritto di «contrastare ad un volenteroso lavoratore la libertà di perseguire con il massimo impegno personale le finalità del dovere di lavorare, tanto limpidamente precisate da Papa Pio XI nella “Quadragesimo anno” (qui citata)?».
Ancora: «Quale legislatore di uno Stato può permettersi di vietare ad una coppia di giovani, che abbiano una visuale spiritualistica, e perciò realistica, della vita e del matrimonio, di legarsi con un patto indissolubile, per realizzare quella finalità che mai può venir meno, del “mutuum adiutorium” (reciproco aiuto) in una “communio omnis vitæ” (comunione di tutta la vita), fino alla morte?». Eppure: «La legislazione divorzista considera nullo un tal patto!».
Questi due esplicativi esempi «mettono a nudo le gravissime privazioni di giuste libertà, attuate da un regime che ad ogni passo calpesta fondamentali diritti umani», che anzi pretende di rimpiazzare con altri “diritti” di emanazione diabolica.
Prosegue e dimostra: «La libertà di contrarre oneste obbligazioni, con senso di responsabilità, con adeguata conoscenza di sé e delle proprie possibilità e finalità, sulla base di un rapporto di stima verso l’altro contraente, avvedutamente scelto, e con piena consapevolezza quanto all’oggetto dell’obbligazione: tale libertà praticamente non esiste più, in Italia».
Finalmente richiama «la più vergognosa privazione di libertà cui siano state schiavizzate, con spaventoso crescendo ed immani danni da oltre un secolo, le nuove generazioni, e cioè della libertà nella scelta culturale ed educativa». Uno dei motivi della lapidaria denuncia che, nel 1920, l’ Arcivescovo di Genova, Cardinale Tommaso Pio Boggiani, oppose agli errori di impostazione del Partito capeggiato da Luigi Sturzo e dal De Gasperi, quindi alla attuale D.C., fu la loro tesi «che si possa propugnare ed operare il cristiano recupero della Società relegando di fatto in soffitta Dio, Gesù Cristo, la Chiesa ed il Papa, e concedendo eguali diritti alla verità e all’errore» (Si legga a tal proposito il volumetto: «Un Vescovo contro la Democrazia Cristiana», Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 2008).
Quanti impartiscono una «falsa istruzione tradiscono i giovani, non meno che il bene dell’intera comunità». Essi «diseducano le coscienze, anziché formarle all’onesto ed al vero». Una vigilanza da parte delle pubbliche Autorità è legittima: «Ma è puro abuso pretendere di programmare obbligatoriamente ogni sorta di corsi di studio, imporre “scuole d’obbligo” con la tirannica trappola di esigere un determinato diploma riconosciuto dallo Stato, come tessera indispensabile per poter accedere a qualsiasi impiego, privato o pubblico, ed alle più modeste occupazioni. Ci ha ridotto a ben peggio di quando con il Fascismo (per necessità di famiglia) ci si doveva per forza iscrivere ad un infamato Partito!».
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 16segg.) affronta, nel suo programma politico, anche la questione dei «Diritti della Famiglia».
Premette che «la comunità famigliare è un’Istituzione intimamente rispondente alla natura umana», mentre NON è «un’invenzione maturatasi quasi per involuzione storica». Questo, egli sostiene, «nessuno osa seriamente negarlo»: evidentemente all’epoca non esistevano né le “unioni civili”, né il cosiddetto “gender”. Pertanto è necessario «comprendere e riconoscere i caratteri qualificanti della Famiglia, violando i quali una pseudoriforma legislativa ne compromette le finalità, con universale danno».
Non è possibile rinnegare «il concetto secondo cui “l’autorità è il principio formale della Società”, scultorea definizione di Leone XIII». Una tale negazione, difatti, significa «ignorare l’esigenza di una gerarchia perché sussista una Famiglia».
Chi potrebbe mai volere una simile disfatta? Risponde il Giurista: «Solo una demoniaca volontà di agire antiumano, per poter ovunque sopraffare, in base al principio del “divide et impera” (separali e li dominerai), nella menzogna di un innaturale presupposto di uguaglianza di capacità e vocazione dei coniugi, può aver indotto sciagurati politicanti a precostituirsi un’arma per imperversare, distruggendolo, nell’intimo del cenacolo familiare». Avendo «sabotato l’autorità maritale e paterna, che dall’iniziale coppia, accresciuta dalla prole, forma la più salda e benefica unità tra esseri umani, provvidenziale fondamento della stessa Società civile», questi «politicanti» tentano di snaturare la Famiglia «trasformando la Società in una “muta di cani sciolti”», che si traduce nello «scompaginamento di tutta la vita sociale».
Tali conseguenze erano prevedibili allorquando «si è voluto “canonizzare” la “sovranità di volontà individuali”, in ogni settore di umana condotta, al posto di una Sovrana Legge da superiore Mente creatrice (Dio) ideata, appunto, per il bene delle sue creature». Come la storia dimostra, «le “libertà” vantate dai “legislatori” anticristiani, conducono al risultato perfettamente opposto, perché sobillando a “diritti” innaturali, per il cui esercizio non si ha capacità, si creano solo esseri schiavi delle proprie presunzioni: si fomentano contrasti e ribellioni, cui non si offre altro rimedio che il ricorso all’arbitrio irresponsabile di oppressive Magistrature dello Stato». Per conseguenza, «una “muta di cani sciolti” si avviano a diventare, ben oltre l’ambito famigliare, in sempre maggior numero gli Italiani, come ogni giorno andiamo sperimentando per concessione democristiana, (la D.C. ha favorito queste “leggi” innaturali, ndR)».
Come soluzione alla drammatica questione, il Centro Politico Italiano, che ha come ideologo principale il Cav. D’Agostino, proponeva «il “ritorno all’Ordine naturale” per quanto attiene ai diritti degli individui e delle Famiglie».
Nessun Potere può «meglio curare l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni, se non quello dei genitori (cristiani, ndR), tra loro armonizzati dall’iniziale giuramento di intesa (Matrimonio, ndR), che ha aperto la via a nuove vite».
Nessuno può «meglio interpretare ed orientare la vocazione dei giovani se non coloro che ad essi sono uniti da legami di amore e di sacrificio». È caratteristico che «quanto più una Famiglia è saldamente costituita su tali basi, tanto più facilmente dona alla Società una felice schiera di figli: le “famiglie numerose”, il cui moltiplicarsi si vuol sabotare con l’altra menzogna di eccessivi sviluppi demografici, in proporzione alle possibilità di produzione alimentare, (fomentando altresì l’onanismo, gli anticoncezionali e l’aborto, ndR)». Nel contempo, «l’infamia (provocata dai cosiddetti “Sindacati”, ndR) di impedire ai lavoratori capifamiglia di liberamente impegnarsi a maggior carico di lavoro e per procurarsi maggiori guadagni, in un ambiente permeato di visuali materialistiche che spingono al “consumismo”, fa sì che le mogli debbano ricorrere anche esse ad impieghi lucrativi, disertando il cenacolo famigliare - il tutto con l’ovvia conseguenza dell’artificiosa limitazione della prole». Può tutto questo essere considerato «provvida e cristiana politica?». E quando mai - si domanda - è «“democratica”, nel legittimo senso di mirare all’elevazione delle categorie popolari?». Non lo è affatto!
Ammonisce Papa Pio XI: «Rifiutando alla vita umana ogni carattere sacro e spirituale, (hanno fatto) del matrimonio e della famiglia un’istituzione puramente artificiale e civile, ossia il frutto di un determinato sistema economico; (hanno rinnegato) l’esistenza di un vincolo matrimoniale di natura giuridico-morale che sia sottratto al beneplacito dei singoli o della collettività, e, conseguentemente l’indissolubilità di esso. (Così) non esiste più alcun legame della donna con la famiglia e con la casa. (…) Proclamando il principio della emancipazione della donna, (la hanno ritirata) dalla vita domestica e dalla cura dei figli per trascinarla nella vita pubblica e nella produzione collettiva nella stessa misura che l’uomo, devolvendo alla collettività la cura del focolare e della prole. (Hanno negato), infine, ai genitori il diritto di educazione, essendo questo concepito come un diritto esclusivo della comunità, nel cui nome soltanto e per suo mandato i genitori possono esercitarlo» (cf. Divini Redemptoris).
Hanno messo le mani sui corpi e sulla mente dei nostri figli!
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A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Prima di enunciare e commentare i Princìpi direttivi del Centro Politico Italiano, ultimo e forse unico partito ben strutturato che fu cristiano (almeno nelle intenzioni), prima e dopo la proclamata “Repubblica”, sono necessari ancora pochi articoli utili a sviscerare il pensiero del suo principale ideologo, il giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 17 segg.).
Il C.P.I. è sorto nell’autunno del 1943 «quale veritiero partito cattolico». All’epoca esisteva in Italia un regime monarchico (esisteva anche il Vicario di Cristo - Pio XII): «Ritenendo (quasi) indifferente, ai fini del bene comune, la forma istituzionale dello Stato» (cf. Immortale Dei, Leone XIII), il C.P.I. propugnò «il risanamento di quel sistema (“ereditato”)».
Nel XIII° dei Princìpi direttivi, D’Agostino si dichiara «alieno da pregiudiziali antirepubblicane», tuttavia, «posta in essere (in quel modo) una repubblica», nel 1952 deve osservare «di non poter ritenere legittimamente decaduto il potere di Sua Maestà il Re Umberto II di Savoia». Nonostante ciò, «mette ben in chiaro che il problema prioritario (è oramai) quello di una piena restaurazione cristiana dello Stato».
In ballo ci sono da un lato «il delicato tema della decadenza di Poteri già legittimi, estromessi dall’esercizio di fatto del Potere stesso», dall’atro «il perseguimento della finalità essenziale di ogni Potere, e cioè che corrisponda al bene comune». Sul primo punto l’estensore del presente studio sostiene che «la Dinastia unificatrice dovrà essere considerata definitivamente decaduta solo quando gli Italiani, in contrapposto al rovinoso indirizzo liberalistico da Essa fatto prevalere in Italia ed in cui abbia perseverato, siano pervenuti a strutturare lo Stato secondo le esigenze dell’unica razionale dottrina politica, che è quella cattolica». Veniamo, allora, al secondo punto: «Si tratta di un risanamento della struttura dell’attuale Stato». D’Agostino si domanda: «Vogliamo che la Repubblica rimanga “fondata sul Lavoro”, come fu qualificata?».
Egli ritiene, a ragione, che il lavoro sia solo «indiretta premessa dell’esistenza stessa di una Società, e non del suo Ordinamento». Difatti: «Lo Stato, qualunque ne sia la forma, non è altro che un Ordinamento della Società, anzi ne è l’Ordinamento giuridico». Si conclude che la pretesa “Repubblica” non può ragionevolmente essere “fondata sul lavoro”, soprattutto oggigiorno, avendo dimostrato che il vero lavoro sembra piuttosto un miraggio pre-elettorale.
Egli ambisce ad uno Stato davvero democratico, «che cioè abbia come particolare finalità il vantaggio dei ceti inferiori (ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti), secondo l’insegnamento della Graves de communi re di Leone XIII».
Il pensatore richiama finalmente il Radiomessaggio di Papa Pio XII del Natale 1944: «Quando però si reclama più democrazia e migliore democrazia», come inequivocabilmente si deve, a fronte dell’attuale del tutto insincera, «una tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino (consapevole delle sue responsabilità) sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune».
Il Pontefice distingue bensì la «massa» dal «popolo». Il popolo è il “protagonista” dello sviluppo cristiano, ordinato ed organico di una Società; la massa «è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori», ed è «la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza». I demagoghi di ogni epoca, soprattutto i contemporanei, hanno sempre puntato a stimolare le passioni disordinate e le illusioni della massa: «(Essi) hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere».
Si conclude, intanto, che: 1) «Il voto elettorale, per esprimere un’opinione veramente personale del cittadino votante, deve essere su nominativi liberamente scelti, all’infuori, quindi, dell’angheria di dover anzitutto votare per un partito»; 2) «Il regime della Stampa di informazione e di tutti i “mezzi di comunicazione sociale”, deve essere tale da consentire al cittadino di formarsi una propria opinione personale, anziché divenire zimbello di chi abbia abilità e mezzi di creare, a proprio disonesto profitto, una o altra corrente di opinione»; 3) «Il fine irrinunciabile di ogni attività dei Poteri dello Stato, legislativi od esecutivi, (è) il perseguimento del bene comune, (pertanto) nessuna manifestazione di volontà, della cosiddetta “base elettorale”, può validamente prescinderne»; 4) «Fondamento di un sano regime costituzionale, premessa ad ogni altra norma di legge, viene dunque ad essere un’esatta individuazione della via idonea per riconoscere, di fronte ad ogni problema, il contenuto od esigenza obiettiva di quel bene (comune): in altre parole, per determinare ciò che veramente giustizia, nei singoli casi, imponga».
Prosegue …
A cura di Carlo Di Pietro da Il Roma
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Proseguiamo il nostro fruttuoso studio al seguito del compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 18 segg.).
Dopo aver enunciato i Princìpi Direttivi del Centro Politico Italiano, egli afferma: «Siamo così al vertice dell’impostazione che uno Stato beneficamente strutturato deve avere». È evidente che «non può soddisfarci una “Corte costituzionale” il cui compito sia di far rispettare le norme adottate da una qualsiasi “Assemblea costituente”, quasi i membri di questa dovessero considerarsi onniveggenti infallibili». Tuttavia il dover «presumere, ad un certo punto, una specie di “infallibilità” è inevitabile. Il tradizionale motto dura lex sed lex, e cioè che per quanto imperfetta e onerosa una legge ci vuole, nel senso che vi si debba obbedire, anche a voler poi “mugugnarci su” vita natural durante: tale motto ogni Ordinamento statuale deve farlo proprio».Egli ricorda, «trattasi di un problema nel cui studio anche (una) minima sfumatura di errore può pregiudicare, prima o poi, il perseguimento del fine, che è il Bene comune».
Bisogna affrontarlo «con discernimento assolutamente spassionato, sulla base di approfondite esperienze e (…) senza consentire equivoci sulla portata della soluzione cui si pervenga». Allora «il ragionamento si presenta più semplice di quanto spesso si immagini. Comunque si voglia definire la Politica, si dovrà ammettere che è anzitutto una scienza. “Scienza dello Stato”; “Scienza del Bene comune”; o come meglio riusciate a qualificarla. Occorrerà (quindi) una Cattedra accreditata». Racconta finalmente gli inizi della sua esperienza politica: «Quando, 32 anni or sono (all’inizio anni ’40), ci demmo all’azione politica, nella nostra inesperienza credevamo di poter trovare un Trattato esauriente di detta Scienza. Nostro compito sarebbe stato farne trionfare i saggi dettami». Ma invece: «Delusione! Non esisteva. (…) Dovemmo arrangiarci a spremerci il cervello (…)».
Prosegue: «Nel maggio 1946, trovandoci in Ciociaria per quel poco di campagna che potemmo svolgere a sostegno della nostra Lista per le elezioni del 2 giugno, sulla porta della Chiesa parrocchiale di Isoletta era affisso un bel Manifesto. Era dominato da un’effigie di Gesù il Cristo, e concludeva (con un raccapricciante) “Votate Socialista!”». In quegli anni addirittura il «filosofo di Pescasseroli», poi «Capo del Partito liberale, escì a conclamare che “tutti dobbiamo dirci Cristiani”».
Nel 1921 il «Figlio del Fabbro di Predappio (Mussolini), turno a turno anarcoide, nazionalista, socialista, repubblicano, monarchico e finalmente Dittatore, in piena aula massonica di Montecitorio aveva clamorosamente affermato che “unica idea universalista che partiva da Roma era quella cattolica”, che si rifaceva alla missione svolta ed agli Insegnamenti dati da un altro Figlio di Artigiano».
Il «fatto storico “Chiesa Cattolica”, che in seno all’umanità si protrae da quasi due millenni, richiama l’attenzione di chi con avvedutezza si proponga la ricerca delle vie del Bene umano. Alla base ne è l’universalmente constatata tendenza a porsi il quesito se esista un Essere ultraterreno, a spiegazione dell’esistenza nostra e di tutto il Creato». La risposta più prestigiosa, secondo cui «l’umanità debba rifarsi ad un Dio Creatore, Legislatore, Provveditore e Giudice», la abbiamo «nella Storia e nei Libri del Popolo ebraico, a fronte dei quali nulla regge delle costruzioni (delle invenzioni) religiose dell’antichità».
D’Agostino aggiunge: «Il quesito che esaminiamo si presenta alla nostra mente non come un punto di partenza ma come un punto di arrivo. Parliamo sempre di quanti abbiano veramente a cuore il Bene umano, sia per “amore di sé” che per il proprio prossimo. (…) Come negare che solo un’approfondita indagine su questo piano (di conoscenza) possa far giungere a conclusioni valide in fatto di normativa della Società politica, ossia della Comunità umana organizzata ai fini del Bene comune?».
Dunque: «Il Magistero della Chiesa Cattolica, della Cattedra Dottrinale ardimentosamente istituita dal Figlio dell’Artigiano e da Lui affidata ad un Pescatore, tramandatasi nei secoli con un prestigio non diminuito anche dopo l’irreligioso “secolo dei lumi” (falsi), è un Magistero in cui l’approfondimento della Scienza “profana”, gli studi filosofici, non impegnano meno di quello sul Mistero di Dio. All’Etica politica perviene a coronamento di tutto il Sapere riguardante il mondo di qua. La Cattedra dei Successori di Pietro esprime una realtà storica unitaria, Monumento di Pensiero, Somma Dottrinale, concatenazione - ci si passi il termine - “organizzativa”, che si tramanda per i millenni, da Adamo ad oggi. Il prestigio che le riconoscono (alcuni) Potentati politici è, in ultima analisi, (anche) per la sua Sovranità nel campo del pensiero, e quindi del sapere. È un prestigio (…) cui la ragione riconosce doversi piegare».
Prosegue …
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La scorsa settimana abbiamo imparato che il compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino, quando, sul finire degli anni ’30, decise di dedicarsi alla politica, rilevò che non vi era in commercio un vero Trattato di scienza del buon governo. Ben per lui, ragionando capì subito che avrebbe dovuto piegare il suo intelletto al vincolante Magistero sociale della Chiesa.
Egli afferma: «Di questa assoluta superiorità (del Magistero ecclesiastico) nel campo del pensiero, per quanto attiene specificamente anche alla Scienza politica, ci accorgemmo per le necessità della polemica contro un Partito (la sedicente “Democrazia Cristiana”) che veniva spacciato come interprete della Dottrina sociale della Chiesa» (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 19 segg.). Voglio ricordare che la D.C. fu ordinariamente espressione di modernismo sociale e laicità, «veleno dottrinale» e «pestilenze» per usare le parole dell’immortale Leone XIII, oggettive concause dell’odierna putrefazione della Nazione.
Pertanto «dovemmo dedicarci allo studio delle Encicliche e di ogni altro solenne Documento, in proposito, dei Papi». Sollevato d’animo, egli asserisce che «l’esauriente Trattato, per la cui ritenuta inesistenza eravamo rimasti delusi, fu (ben) trovato! Non è inglobato in una Trattazione unica. Sono migliaia di Interventi, animati tutti da quel “palpito di paternità” che Pio XII confessò aver sentito nel fondo della sua coscienza, una volta eletto a Pastore universale». Riteniamo ciò: «La Parola di quanti dobbiamo qualificare Protagonisti della realizzazione del Bene umano nelle singole epoche». Loro caratteristica «non è solo l’attualità a fronte delle condizioni sociali dei tempi cui datano, bensì una permanente attualità per ogni tempo. Ci si sovviene del “Nihil sub sole novum, niente di nuovo sotto il sole” (Eccles. 1,10), l’uomo e le sue esigenze non cambiano. Ed i Profeti, Condottieri e Pastori, dei Popoli che si professano credenti nel Dio di Abramo, dell’Antico e del Nuovo Testamento, hanno dimostrato di aver sempre avuto questa approfondita conoscenza dell’uomo».
Facciamo particolare attenzione subito alla «permanente attualità per ogni tempo» di princìpi cristiani ordinatori, evidenza che sarà negata, di lì a poco, dai relativisti e storicisti del cosiddetto “Vaticano II”. Sebbene fuori contesto, per evitare gravissimi equivoci sul concetto di “permanenza” dell’Antico Testamento, devo, a questo punto, usare la sentenza infallibile del Concilio di Firenze, Sessione XI, 4 febbraio 1442: «(La Chiesa di Gesù Cristo) crede fermamente, conferma ed insegna che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in cerimonie, santi sacrifici e sacramenti proprio perché istituite per significare qualche cosa di futuro, benché fossero adeguate al culto divino in quella età, venuto, però, nostro signore Gesù Cristo, da esse significato, SONO CESSATE e sono cominciati i Sacramenti della nuova alleanza. Chiunque avesse riposto in quelle la sua speranza e si fosse assoggettato ad esse anche dopo la Passione, quasi fossero necessarie alla salvezza e (quasi) la fede nel Cristo non potesse salvare senza di esse, pecca mortalmente».
Andiamo avanti. D’Agostino racconta: «Ci si faceva recentemente osservare come la vantata “grande scoperta” della pseudo-Scuola di Psicologia che si rifà alle teorie di Freud, è una risibile terapia per le infelicità dello spirito umano, a confronto dei rigeneranti accenti del “Miserere mei, Domine... Tibi soli peccavi”, del Salmo Davidico ed ai miracoli di risurrezione spirituale del Sacramento della Penitenza». Esclama quasi sconsolato: «Lo “psichiatra” freudiano dovrebbe sostituire il Confessore o il Direttore spirituale cattolico!!».
Se, dunque, «la Superiorità nel campo del pensiero e della scienza dell’uomo è il miglior titolo per costituire in Autorità, e la chiave di volta di un sano Regime costituzionale è quella che abbiamo richiamato sub “D” (individuare la via idonea per riconoscere, di fronte ad ogni problema, il contenuto od esigenza obiettiva del Bene comune; in altre parole, per determinare ciò che veramente Giustizia, nei singoli casi, imponga), nessuno dovrà meravigliarsi che fino dal 1946 ne traemmo la conclusione che a premessa di una Carta costituzionale moderna vada posta la seguente massima: Lo Stato riconosce l’autorità dei (legittimi) Romani Pontefici e ne esegue le sentenze». Massima odiata dai rivoluzionari, dai cosiddetti “cattolici adulti” - che si dimostrano né cattolici e né intellettualmente adulti - ma anche dai tanti pragmatisti contemporanei.
Prosegue …
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A necessaria premessa di una Carta costituzionale moderna - lo abbiamo imparato la scorsa settimana - il compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino (Centro Politico Italiano) pone la seguente massima: «Lo Stato riconosce l’autorità dei (legittimi) Romani Pontefici e ne esegue le sentenze».
Egli si rende conto che, a tale premessa, «si scateneranno polemiche o perplessità da tre direzioni».
1) Immediatamente dal cosiddetto “ceto intellettuale” moderno, con la sua «sommaria attenzione» alla vera questione politica. Con costoro è «tremendamente arduo riuscire a dialogare. C’è da rallegrarsi se non ci congedino con la patente di pazzi o di disturbatori»;
2) Da coloro i quali, pur consapevoli dei gravi problemi che affliggono la politica contemporanea, si domandano «se una determinata impostazione abbia o meno possibilità di essere accettata dagli “uomini d’oggi”». Concludono «essere impossibile tornare ad un regime che (impropriamente) qualificano teocratico»;
3) Chiudono la serie quanti ci «eccepiscono il “nemmeno noi preti vogliamo lo Stato cattolico” (cfr. le tesi del p. Raimondo Spiazzi, Rettore di una Istituzione Pontificia), o, con l'on. Vittorio Zincone, “(sei) più papista del Papa”, come nell’occhiello di un clamoroso articolo su “L’Europeo”. Del resto, è molto eloquente la congiura del silenzio da parte (di una certa) stampa (…), con eccezione di insinuazioni diffamatorie».
In tutto questo «sono singolarmente ignorati (i popoli). Costituiscono la parte più interessata, che porta il maggior peso del malandare politico. Per nostra personale esperienza essi sono abituati a regolarsi secondo la realtà dei fatti. Se una formula dia maggiori garanzie per il loro avvenire nulla eccepiscono». La realtà dei fatti, esclama D’Agostino, «su cui ad ogni costo ci si rifiuta di riflettere!».
Da una parte il «pletorico mal governo, pressoché universale, nel mondo laicizzato di oggi». Dall’altra la «limpidezza, razionale e convincente, delle soluzioni che per i singoli problemi politici il Magistero pontificio ammonisce doversi adottare». Da un lato il «politicantismo sopraffattore e bellicista, che ha saputo darci null’altro che lo Stato sanguisuga». D’altro lato una «Dottrina appassionatamente (diffusa) da un Apparato ecclesiastico - D’Agostino evidentemente si riferisce a quello Preconciliare - che sopravvive solo per contribuzioni spontanee, mentre dà vita ad imponentissime Opere caritative, Provvidenza, Previdenza, Assistenza, senza esattori di imposte».
Prosegue, per un verso il «laicismo di ideologie pseudo-politiche, che presuppone e propugna contrapposizioni, lotte di classe o tra Nazioni, i cittadini contro le Autorità, i lavoratori contro il “padronato”, e trasforma in pesante schiavismo quanto spaccia come “tutela statale” o garanzia di “libertà”. Viene solo a capo di moltiplicantisi malanni, non ultimo un diluvio di Leggi (o pseudo tali) ed uno sterminato esercito di parassitaria Burocrazia».
Egli si domanda: «Dovremmo preferire (questo laicismo) alle formule semplici, ispirate ad equità e stimolanti a concordia, generatrici sicure di fraternità tra membri dello stesso Popolo o dell’umanità tutta?». È quanto «ci offre l’inconfutato Magistero della Cattedra dei Romani pontefici».
Accettando la massima: «Lo Stato riconosce l’autorità dei (legittimi) Romani Pontefici e ne esegue le sentenze», ossia il fondamento (cf. Quas Primas, Pio XI), «si offre con limpidezza una serena disamina, in piena armonia tra quanto la ragione suggerisce ed il Magistero Pontificio conferma. Si ristabilisce il senso della dignità nazionale, in una indipendenza vera. Si rivendicano a fronte alta i diritti di sovranità conculcati a danno della nostra Patria dopo una Guerra perduta. Si regolamentano (tutti i settori - come la storia dimostra). Si definiscono questioni che (…) vengono subdolamente trascurate, e che pur si presentano, nella storia delle Nazioni (Potere legittimo e Potere di fatto). Si fissano con ben altra chiarezza le possibilità di difesa contro gli abusi di un Potere politico che calpesti le giuste libertà. Si delinea la struttura di un’Assemblea legislativa, del diritto di elettorato e di eleggibilità». (Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 20 segg.). Lungo sarebbe il discorso.
D’Agostino rivendica la necessità di quei punti dell’Indirizzo Programmatico che il suo Partito, ultimo cattolico almeno nelle intenzioni, aveva stilato già nel 1943 per «promuovere un movimento di unione di tutte le forze sane della Nazione per risvegliare nel popolo la coscienza patriottica e risollevare l’onore militare e politico italiano». Uno per uno, a Dio piacendo, li studieremo prossimamente. Prosegue …
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La questione della “Catalogna ribelle” ha alimentato la pubblica riflessione sulla cosiddetta autodeterminazione dei popoli. Per ragioni di attualità, dunque, sospendo la programmazione ordinaria della mia rubrica e dedico questo piccolo articolo all’argomento.
Autodeterminazione o autodecisione vorrebbe essere la «facoltà o il diritto dei popoli di disporre liberamente di se medesimi». Le definizioni utilizzate provengono dall’Enciclopedia Cattolica, Vaticano, Imprimatur 1948, Volume II, Colonna 468. Utopia ignota al diritto internazionale fino al secolo XVIII, venne «eretta a principio dalla Rivoluzione Francese». L’illuminismo e l’umanitarismo vollero «al centro del sistema politico l’uomo, riconoscendogli un’autonomia illimitata e la facoltà di organizzarsi secondo la sua volontà». Su tale premessa fu eretta la pretesa «sovranità popolare».
L’autodeterminazione (propriamente detta) poggia sul pensiero illuminista della Rivoluzione, pertanto viene dall’antitesi della dottrina di Gesù Cristo (cf. Quare Lacrymae, Pio VI). Lo stesso, come abbiamo già imparato, vale per la supposta «sovranità popolare», nemica della Sovranità di Cristo e del naturale principio di autorità (cf. Quas Primas, Pio XI).
Per contingenze storiche e politiche, gli iniqui dominatori intesero «trasferire il concetto di autonomia dall’uomo ai popoli», ossia a loro stessi che si arrogavano luoghi di comando; popoli ai quali venne attribuito, quantomeno per propaganda, «il diritto di incondizionata libertà nella decisione delle proprie sorti politiche». Millantato «diritto incondizionato» tradito, per esempio, in Italia con la “deposizione” di Berlusconi e l’imposizione dei cosiddetti “tecnici”, ma potrei analizzare le possibili usurpazioni, una per una, indietro fino al “Risorgimento”… del paganesimo.
Si deve al Mancini la rielaborazione di questo principio in chiave nazionalistica: «La corrente che a lui fece capo, appoggiando le rivendicazioni nazionali sopra un terreno naturalistico, vi si appellò per sostenere il diritto delle nazionalità all’indipendenza politica e alla secessione violenta per seguire le loro aspirazioni unitarie». Non si può negare la connessione fra autodeterminazione e nazionalismi, così come oggi li conosciamo, memori soprattutto dei milioni di morti che hanno provocato, tanto da “sinistra” quanto da “destra”.
Principio che «sopravvisse nella concezione liberale» della società, ossia prossima all’apostasia. Fu evocato come «dogma assoluto», alla fine della Grande guerra, per la «sistemazione dei popoli» e per la preparazione dei cosiddetti «trattati di pace». Tuttavia, a dimostrazione che si tratta di un inganno propagandistico in uso ai settari, «alla fine della Seconda guerra mondiale le potenze vittoriose non ne tennero nessun conto nella stipulazione dei trattati di pace con le nazioni vinte».
Avendo appena dimostrato che non ha alcun carattere giuridico, aggiungiamo che le Nazioni Unite lo usano solamente come vago principio per «dare sviluppo alle relazioni amichevoli tra i popoli» (cf. art. 2, Statuto delle Nazioni Unite). Difatti nella contesa delle isole Aland (anno 1921 - Svezia vs. Finlandia), il chimerico Consiglio della Società delle Nazioni dichiarava che «il principio sul diritto dei popoli di disporre liberamente di se medesimi non è una norma di diritto internazionale». Traduco: i dominatori decidono quando questo principio deve essere dogma e quando no. Nell’omicidio di Gheddafi fu dogma. Nella deposizione di Mubarak fu dogma. Nell’invasione della Siria fu dogma. Nel legittimo referendum di Crimea fu eresia e suscitò la collera di quel “mondo” che si è autoproclamato “democratico”. Ira dei cosiddetti “esportatori di democrazia” che, a parer mio, in quest’ultimo caso non bombardarono solo per meschina viltà, per paura della reazione di Putin. Dobbiamo ringraziare Dio per la loro codardia (o prudenza???), poiché ci ha evitato, almeno per il momento, una guerra dal coinvolgimento planetario! La piccola Serbia, per esempio, non poteva autodeterminarsi, dunque fu devastata.
Cito ancora l’Enciclopedia Cattolica: «La dottrina cattolica esclude l’autodeterminazione in quanto principio assoluto, come è stato storicamente formulato, perché, così inteso, si fonda sopra un concetto falso di libertà, che non tiene conto dei diritti acquisiti dello Stato e del dovere naturale dei cittadini alla fedeltà, obbedienza e collaborazione al bene comune, per mantenere l’unità politica, solo necessariamente richiesta dall’ordine obbiettivo e dai fini prevalenti della vita umana. La sua rigida applicazione, oltre a rivelarsi impossibile in molti casi per ragioni economiche, strategiche e confinarie, (può) portare alla sovversione di diritti esistenti, e getterebbe in perpetua agitazione le nazioni col pericolo di spezzare la società internazionale». Papa Benedetto XV (28 luglio 1915) e Papa Pio XII (24 dicembre 1939) contrapposero al falso principio di autodeterminazione quello cristiano «dell’esistenza di diritti e di giuste aspirazioni presso i popoli», di venire incontro ai «veri bisogni e giuste richieste delle nazioni e dei popoli, come delle (vere e non semplicemente mediatiche, ndR) minoranze etniche», aggiungendo tuttavia che esse «non sempre bastano a fondare uno stretto diritto, quando siano in vigore trattati riconosciuti e sanciti o altri titoli giuridici, che vi si oppongono».
Principii come «autodeterminazione» e «sovranità popolare» dovrebbero essere banditi dalla bocca di chi si professa cristiano.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Dopo la breve parentesi dedicata al falso principio dell’autodeterminazione (Cliccare qui), come promesso torniamo a studiare il programma dell’estinto, benché solo fisicamente, Centro Politico Italiano.
Il compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino, principale ideologo di quel Partito che, almeno nelle dichiarate intenzioni, fu cattolico, ci lascia in eredità: a) lo Statuto generale disciplinare; b) i Principii direttivi; c) il Programma applicativo; d) il Progetto di una nuova Carta costituzionale.
Urge conoscere cosa sia un programma politico cattolico - traiamo dunque spunto da quello del C.P.I. - perché attualmente, soprattutto a causa delle intestine rivoluzioni agnostico-liberali esercitate dal Vaticano Secondo e della cosiddetta Democrazia Cristiana, sembra essersene persa addirittura la concezione più elementare. Un partito che vuol dirsi cattolico è immediatamente confessionale e legalmente, come priorità assoluta, si impegna affinché l’intera Nazione lo diventi, conoscendo che la laicità è «l’apostasia dell’odierna società che pretende estraniarsi (separarsi) da Dio e quindi dalla Chiesa» (cf. Papa Pio XI, Dilectissima Nobis).
Oggi viviamo nientemeno il paradosso, o piuttosto il castigo divino, di subire un’orda di presunti “uomini di Chiesa”, i modernisti, che pretendono di estraniarsi dottrinalmente e moralmente, benché non economicamente, da Dio e dalla Chiesa, pur occupando «le viscere di lei» (cf. Pascendi Dominici gregis, Papa san Pio X), con danni quasi irreparabili per la società e per le anime. In Romani I, 24 seg., l’Apostolo parla di «intelligenza depravata», di «abbandono (da parte di) Dio» e finalmente delinea i connotati della grande apostasia (II Tessalonicesi, 2). San Pietro, poi, si esprime in questi termini: «(Si tratta di) falsi maestri che introdurranno eresie perniciose … Con discorsi gonfiati e vani adescano... coloro che si erano appena allontanati da quelli che vivono nell’errore. Promettono libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione …» (II Pt. 2, 1. 18-19. 22).
Papa Pio XI, prima citato dalla Dilectissima Nobis, insegna ancora: «Se per qualsiasi popolo, oltre che empia, è assurda la pretesa di voler escluso dalla vita pubblica Iddio Creatore e provvido Reggitore della stessa società, in modo particolare ripugna una tale esclusione di Dio e della Chiesa dalla vita (delle Nazioni nelle quali) la Chiesa ebbe sempre e meritamente la parte più importante e più beneficamente attiva nelle leggi, nelle scuole e in tutte le altre private e pubbliche istituzioni».
Tale esclusione: a) «Torna a danno irreparabile della coscienza cristiana del paese»; b) «Ricade sulla stessa autorità civile (…) che viene a perdere insieme la sua più grande forza di obbligazione e il più alto titolo di osservanza e di rispetto»; c) «Profana la famiglia nei suoi più sacri principii»; d) «Favorisce (ogni) usurpazione e nega (i principali diritti naturali)»; e) «Colpisce i popoli … rendendo impossibili quelle (vere) grandi opere di carità e beneficenza»; f) «Laicizza (con la falsa scienza) … tutto l’insegnamento finora ispirato alla religione ed alla morale cristiana»; g) «Accende i semi della discordia … e si frappone al ristabilimento della pace»; h) «Favorisce l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio»; i) «Diffonde il cieco e smoderato egoismo»; l) «Turba profondamente la pace domestica dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari»; m) «Per l’odio vicendevole e per le discordie intestine (avvia i popoli) alla rovina ed alla morte» (cf. anche Quas primas). Eccetera …
Alla luce di quanto ribadito con le infallibili, ossia inappellabili, sentenze della Chiesa, non stupisce affatto leggere i primi cinque Articoli a premessa dello Statuto generale disciplinare del C.P.I., che cito: «Art. 1. Il Centro Politico Italiano è un partito che si propone di realizzare nella politica italiana i principii cattolici; Art. 2. Per raggiungere il suo fine il Centro riconosce la necessità di un particolare aiuto soprannaturale; Art. 3. Il Capo del Centro e, ove egli non provveda, il Comitato Direttivo del medesimo, sono in ogni tempo tenuti ad eliminare dal programma del Centro le proposizioni che risultino condannate dalla Chiesa, e ad uniformarsi alle Direttive che i Papi credano di dare; Art. 4. Ogni aderente del Centro, all’atto della sua adesione, deve impegnarsi a pregare perché nella politica italiana si trovino e si seguano le vie di Dio. Art. 5. Il Capo ed i membri del Comitato Direttivo del Centro debbono essere cattolici convinti e seriamente praticanti, e debbono tenere una condotta che non li renda passibili di provvedimenti disciplinari da parte delle Autorità Ecclesiastiche».
Qualcuno probabilmente muoverà accuse di fanatismo, sappiasi che verosimilmente si tratta, sebbene dietro altra veste, dello stesso motto giacobino - «Fanatici! Fanatici!» - che accompagnò alla forca tanti cristiani benefattori e pie anime durante e dopo la Rivoluzione. (da Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 21 segg.). Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Poste le brevissime premesse negli articoli precedenti, entriamo adesso nel vivo della Teologia politica, quella disciplina che studia il legame fra religione e politica, materia talvolta sintetizzata nell’espressione Dottrina sociale. Treccani fornisce la sua definizione: «[…] indica l’insieme di principî, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo […]».
Essa è quel complesso di verità, di principî e di valori che la Chiesa, mediante il suo Magistero, acquisisce dalla Rivelazione e dalla legge naturale, se ne fa interprete, prepara e sapientemente propone al mondo col fine di risolvere, con risolutezza e per la maggior gloria di Dio, i problemi sociali secondo criteri finalizzati ad organizzare la società in maniera più umana, dunque conforme al disegno di Dio.
Al fine di svolgere uno studio armonico ed esaustivo della disciplina, contro ogni deleterio libero esame, è necessario anzitutto individuare e precisare: le fonti, l’autore, il contenuto e l’oggetto, il fine, nella Dottrina sociale.
Iniziamo dalle FONTI, secondo lo schema preziosissimo fornitoci dal testo La Doctrine sociale dell’Eglise, Bonne Presse, Paris, 1957.
La legge naturale è una delle nostre fonti. È intrisa da Dio nell’«essere stesso dell’uomo, nella sua natura umana e ragionevole, di cui il solo intelletto prende coscienza. Essa rappresenta l’espressione in noi delle esigenze della nostra ragione».
Spiega il Guerry, che è proprio la legge naturale ad informare la nostra coscienza su quello che deve essere ogni nostra azione, affinché essa «sia conforme alla nostra natura razionale», perché non contraddica tutto quanto c’è di «buono nell’uomo, di più profondo, di più nobile in lui».
È la legge naturale a dirci: «compi il bene e non il male!», agisci «secondo ragione», usa l’intelletto, sii ragionevole, fai solo ciò che è buono e che conviene, evita il male: «ossia ciò che nuoce al vero sviluppo».
Oggi, troppo facilmente, una parte di società apertamente disprezza la legge naturale e ne rigetta le indicazioni. È una nostra prerogativa, al contrario, ricordare, sia antropologicamente che storicamente, la fondante importanza dell’applicazione che i Pontefici hanno potuto fare della legge naturale alla vera concezione dell’uomo «per stabilire i suoi diritti fondamentali ed i suoi doveri, la sua dignità e le sue legittime libertà».
La semplicistica, astratta, demagogica e mendace proclamazione della superiorità di vaghi “principi universali”, elevati pretenziosamente e talvolta violentemente a dogma, prevarica ogni Diritto divino e qualsiasi dignità umana, rappresenta così il preludio al fallimento di un’intera società: è quello che sta accadendo oggi!
Secondo la Chiesa - lo vedremo meglio mediante gli studi del Magistero di Pio XII - la Teologia politica deve occuparsi anche dell’uomo nell’«oggetto della scienza economica sociale», superando il limite ottuso ed oscurantista della mera fenomenologia fisica e meccanica, ma trascendendo nello studio degli atti umani, nella vita degli uomini liberi che cooperino, insieme, nella «costruzione dell’ordine sociale».
A questo punto è ovvio parlare di due «ordini», anche se precisamente parleremo di un «ordine» e di un «disordine».
Il primo, l’«ordine sociale», lo si può raggiungere solamente se l’azione umana e politica è «conforme all’ordine delle cose, che Dio ha manifestato per mezzo della legge naturale e della Rivelazione».
Il secondo, il «disordine», è la fotografia della psicopatologica epoca contemporanea e si ottiene seguendo l’errore di chi misconosce apertamente, quindi anche nella legislazione, la vera natura dell’uomo che viene sacrificata in favore dei capricci dei fanatici.
Il 25 settembre 1949, nella Allocuzione ai Membri del Congresso di studi umanistici, Sua Santità Pio XII insegna: «La legge naturale, ecco il fondamento su cui poggia la Dottrina sociale della Chiesa». Contro la Chiesa, contro la legge naturale, contro l’«ordine sociale», contro l’umanità, si scagliano i potentati di globalismo, di pansessualismo, di massonismo e consorteria che, per brevità, definiremo i propiziatori del «Nuovo Ordine Mondiale».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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La scorsa settimana abbiamo finalmente conosciuto i primi 5 fondamentali articoli dello Statuto generale del Centro Politico Italiano, così, per il cattolico, una nota di indubitabile apprezzamento va soprattutto al “metafisico” art. 2. Premesso, nell’art. 1, che si tratta di «un Partito che si propone di realizzare nella politica italiana i principii cattolici», il C.P.I. precisa che, «per raggiungere il suo fine, il Partito riconosce la necessità di un particolare aiuto soprannaturale» (art. 2), da qui la desiderata «Consacrazione dell’Italia al Sacro Cuore di Cristo Re ed al Cuore Immacolato di Maria». Scaturisce il successivo obbligo, per gli aderenti, di «impegnarsi a pregare affinché nella politica italiana si trovino e si seguano le vie di Dio» (art. 4). Sani propositi che, ai nostri giorni, possono sembrare anacronistici, se non addirittura suscettibili di derisione e di censura, tuttavia, come vuole il Liguori, «chi prega si salva e chi non prega si danna». Tanto vale, in ogni epoca, sia per il singolo che per gli interi popoli. Insegna Papa Pio XII: «La volontà cristiana (…) ha anch’essa le sue armi. Ma le principali sono la preghiera e l’amore. (…) Queste due armi derivano da Dio, e là ove esse mancano, là ove non si sanno maneggiare che le armi materiali, non può esservi una vera volontà di pace» (Radiomessaggio «Gravi ed ad un tempo tenere», Natale 1948). Già nell’anno 1951, il giurista Carlo Francesco D’Agostino, principale ideologo del C.P.I., dava alle stampe il volume «La “illusione” democristiana», facendo chiarezza sulle differenze che, nei confronti dei cosiddetti “democristiani”, caratterizzano una posizione veramente cattolica nella vita ed in politica. Cito: «Vostra caratteristica - scrive D’Agostino dei “democristiani” - è di voler ignorare, nella costruzione dello Stato e nelle attività conseguenti, la parte che spetta a Dio. (...) Noi siamo di un altro parere. Consci che gli uomini non debbono a se stessi la vita, e non sono gli autori della Legge della propria natura, siamo ben convinti che solo il Creatore di questa può esserne al tempo stesso il Governante». Pertanto, «essendo la Società politica un aspetto naturale - non elettivo - della vita umana, riteniamo che Dio, volenti o nolenti gli uomini, ne sia il vero Capo. Siamo poi del parere che quando si cacci, da una organizzazione, l’unico Capo appropriato, e se ne ignori quindi la direttiva, peggior servizio non si potrebbe rendere ai membri di essa». Insegna infatti Papa Pio XII: «Se chi ha il pubblico potere non vede o trascura (che la dignità dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio), scuote nelle sue basi la sua propria autorità». Parimenti «sorge il pericolo che l’egoismo del demonio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico». Dunque mette in guardia: «L’assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta) consiste nell’erroneo principio che l’autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa - anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male - , non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante» (Radiomessaggio «Benignitas et humanitas», Natale 1944). D’Agostino accusa gli assolutisti “democristiani”: «Per la verità l’esperienza storica, in ogni tempo e sopratutto nei recentissimi, dei risultati avuti dalle politiche agnostiche o atee o falsamente cristiane è un tale spaventoso susseguirsi di distruzione dei più preziosi valori umani, che non comprendiamo come voi (“democristiani”), che di quelle politiche siete ora esponenti, non vi siate prima d’ora soffermati a riflettere come ignorando Dio si distruggono gli Stati». A distanza di 30 anni dalla pubblicazione de «La “illusione” democristiana», D’Agostino scrive ancora: «Passato un trentennio una penosa realtà è evidente. Quel Partito, preteso “cristiano”, (…) avendo pervicacemente praticato un indirizzo falsamente cristiano, e di proposito operato per un’apostasia dello Stato dal Cattolicesimo e dal Culto di Dio, ci ha ridotti in tal disperante situazione che conferma come ignorando Dio, si distruggono gli Stati». Prosegue: «La D.C. è ancora in piedi (ci troviamo nell’anno 1975, ndR), ma traballa, e viene coperta di maledizioni, come mai prima d’ora. (Anche) il Settimanale della Archidiocesi di Napoli la ha bollata di essersi rivelata “senza cultura e senza morale” (cf. “Nostra Stagione”). Un settimanale di “fraternità cristiana” dei Francescani di Modena, che finora in essa confidava, ha minacciato: “(stiamo valutando, ndR) se affidarci ad altri medici più capaci e più coscienziosi”, il tutto in un ampio articolo intitolato “Nella D.C. nulla è cambiato e nulla cambierà”». Sono passati altri 40 anni, scrivo nel 2017, e siamo tutti consapevoli che, avendo escluso Dio dalla politica, il fuorviamento delle masse prosegue al seguito di Partiti funesti, precipitando nella rovina l’insieme della Nazione (da Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 21 segg.). Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Poste le Premesse, che abbiamo analizzato nelle due scorse settimane, veniamo ad enunciare alcuni dei principali Articoli contenuti nello Statuto del Centro Politico Italiano, organizzazione che, nascente, si distinse già negli anni ’40 per la dichiarata difesa dei diritti di Dio (cf. Quas Primas, Pio XI) e della verità cristiana in politica e nella società d’Italia.
Diversamente dai tanti trasformisti al soldo della Rivoluzione, che facilmente passarono dalla camicia nera alla “resistenza partigiana”, la leadership del C.P.I., già durante il ventennio, si schierò contro la «statolatria pagana e quelle misure ostili al diritto naturale» del Fascismo (cf. Non abbiamo bisogno, Pio XI), dovendo operare talvolta in clandestinità. Ideologo del C.P.I. fu il compianto giurista Carlo Francesco D’Agostino, dunque vado ad elencare schematicamente il “suo” programma indicando, per ulteriori zelanti investigazioni, alcuni dei principali documenti di Magistero su cui poggiano i vari enunciati.
§ 1 dei Principii Direttivi: «(…) I diritti fondamentali dell’individuo sono anteriori alla esistenza ed alla volontà dello Stato, la cui altissima missione è di aiutare l’uomo a raggiungere i fini propri nella indispensabile partecipazione alla vita sociale».
§ 2 «I fini spirituali dell’uomo hanno la prevalenza su quelli temporali, e la Rivelazione cristiana, che ha dischiuso la nuova èra della civiltà, ne determina l’àmbito e le esigenze. La Società più perfetta, che sulle attuali rovine ed esperienze occorre ricostruire, può essere soltanto dunque una Società cristiana: di un cristianesimo però autentico, che è scuola di amore e di sacrificio, quello del Vangelo, che vive attraverso la perenne giovinezza della Chiesa, e che appunto perché afferma il primato dello spirituale fa un dovere di ricercare ed attuare la giustizia anche nell’ordine materiale: cristianesimo che le ragioni di questa giustizia pone nella interpretazione più alta dell’uguaglianza, che è la fraternità: e lo strumento adeguato per realizzarla, attraverso la dedizione di sé, vede nel dono che rende l’uomo più simile a Dio, quello della libertà» (cf. Libertas, Leone XIII).
§ 3 «La famiglia, sorgente e custode della vita, è la base dell’ordinamento politico e la istituzione primordiale per la istruzione e la educazione dell’uomo. Lo Stato deve quindi difenderla contro ogni attentato alla sua unità ed alla sua missione, deve favorirla nell’esplicazione dei suoi compiti e supplirla, in collaborazione con la Chiesa, nelle sue deficienze». D’Agostino al § 3 si lascia guidare dalla Casti Connubii di Papa Pio XI d’immortale memoria: «Quanti difendono strenuamente l’inviolabile saldezza del matrimonio, si rendono grandemente benemeriti sia del bene privato dei coniugi e della prole, sia del bene pubblico dell’umana società. (…) La famiglia è più sacra dello Stato, e gli uomini, anzitutto, sono procreati non per la terra e per il tempo, ma per il cielo e per l’eternità. (…) Importa moltissimo alla pubblica autorità che il matrimonio e la famiglia siano bene costituiti, ma anche per quanto concerne i beni propri delle anime: il sancire cioè giuste leggi, che riguardino la fedeltà della castità e il mutuo aiuto dei coniugi e cose simili, e la loro fedele osservanza, giacché, come insegna la storia, la salvezza dello Stato e la prosperità della vita temporale dei cittadini non possono restare salde e sicure, ove vacilli il fondamento su cui si appoggiano, che è il retto ordine morale».
§ 4 «Il lavoro (…), in una Società che pretenda ad un minimo di rispetto il lavoratore onesto e sobrio, che adempie coscienziosamente i suoi doveri, deve poter trovare nel suo lavoro, per mezzo dell’organizzazione sociale, i mezzi sufficienti per far vivere ed allevare la famiglia, e, normalmente, per formarsi un piccolo patrimonio famigliare». In questo caso il C.P.I. intende realizzare in politica le sapienti direttive della Rerum novarum del sapientissimo Pontefice Leone XIII: «Quando l’operaio riceve un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l’impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell’acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari. Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione (massonica, socialista e liberale, ndR) ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell’andamento dello Stato una grande influenza. Dall’altra una moltitudine misera e debole, dall’animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s’incoraggia l’industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all’altra, togliendo l’immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza».
(§ tratti da Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 24 segg.). Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Da alcune settimane stiamo analizzando il programma del Centro Politico Italiano, organizzazione che operò fin dai primi anni ’40 nella dichiarata intenzione di restaurare cristianamente l’Italia - facendo proprio il proposito di Papa San Pio X: «Instaurare omnia in Christo» - soprattutto smascherando, con rigore scientifico e contro il diffuso modernismo sociale, l’impostura della cosiddetta “Democrazia Cristiana”. Per esigenze editoriali non mi è possibile tornare su quanto già detto, nemmeno in sintesi, dunque vado a scandire subito altri interessanti punti programmatici e rimando eventuali miei commenti ai prossimi articoli, eccezion fatta per qualche parentesi.
§ 5 «Premio del lavoro è (anche) la proprietà, strumento provvidenziale per il raggiungimento dei compiti della famiglia, e sprone efficace per un maggior (impegno). Come il lavoro giustifica il sorgere (di una o più) proprietà, così permane in via di massima condizione inderogabile per la sua tutela giuridica a favore di chi direttamente o per successione la abbia acquistata: pertanto chiunque la possieda è (tenuto) a curarla ed a farla adeguatamente fruttare nell’interesse (del bene) collettivo, (secondo la carità), oltreché in quello personale e famigliare». Pertanto «lo Stato deve intervenire (…) contro ogni tentativo di spoliazione violenta o di lesione del diritto di proprietà». (…)
§ 7 «L’(universalità) dei (veri) valori spirituali vieta lo sfruttamento del lavoro e delle capacità altrui e vieta le sperequazioni nelle possibilità di espansione delle capacità individuali: pertanto lo Stato deve tutelare la dignità delle condizioni del lavoro ed il diritto dei meno abbienti di accedere, (anche con importanti agevolazioni), agli istituti di media e di alta cultura ove se ne dimostrino all’altezza per capacità d’intelligenza ed energia di volere».
§ 8 «Il lavoro manuale, palestra sovrana della disciplina del sacrificio, va portato al grado di considerazione sociale che gli spetta. Assicurata - nella collaborazione tra la Chiesa, la famiglia e lo Stato - la preminenza della (retta) formazione della coscienza spirituale, senza disparità di condizioni, del ricco come del povero, i giovani di ogni classe sociale debbono avere della dignità del lavoro manuale un tale concetto che consenta loro di scegliere senza pregiudizi di sorta, in base unicamente alle proprie doti e capacità, la forma di lavoro - intellettuale o manuale - che loro meglio si addice. E la scuola deve essere (cristiana) e palestra idonea per l’avviamento al lavoro manuale come agli altri campi di esplicazione dello spirito umano».
§ 9 «Il dovere della solidarietà umana per il raggiungimento dei fini provvidenziali degli individui si estende a tutta l’umanità. La ricchezza di ogni Nazione deve quindi essere aperta indistintamente ad ogni uomo (meritevole) che ovunque, adempiendo lealmente i suoi doveri sociali, deve poter trovare sufficiente tutela per i suoi diritti fondamentali (da non confondere con i rivoluzionari sedicenti “diritti umani”)».
§ 10 «Il raggiungimento dei fini umani nella Società organizzata esige la sussistenza di una Autorità statale che promuova, coordini ed integri l’opera degli individui e delle altre società minori per il bene comune. Il potere di questa autorità, essendo richiesto da legge di natura, è voluto da Dio, che della natura è l’Autore, e col supremo prestigio di questa divina istituzione deve imporsi alle coscienze sia di chi è chiamato ad esercitarlo sia di chi deve obbedirgli. Come poi l’Autorità è tenuta a non esorbitare, nella sua azione d’imperio, dagli stretti limiti delle effettive esigenze del bene comune (diritto eterno, divino e naturale), così entro questi limiti i sudditi ben più che (sterile) obbedienza le debbono volenterosa solidale cooperazione».
§ 11 «L’imposizione da parte dell’Autorità statale di tributi fiscali è giustificata dalla rispondenza dei suoi servizi alle esigenze del bene comune e deve incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro (abbiamo già studiato in passato la questione). Realizzate queste premesse deve ripristinarsi nella coscienza pubblica, anche nei confronti delle leggi fiscali, il concetto che queste, quando sono giuste e giustamente applicate, obbligano in coscienza».
§ 12 «L’importanza dei fini cui tutta l’organizzazione sociale è ordinata ed il cui raggiungimento va tenacemente perseguito, impone un’assoluta serietà ed una scrupolosa imparzialità nell’emanazione come nell’esecuzione delle leggi. Il Potere legislativo deve quindi legiferare con una sincera coscienza della necessità e dell’attuabilità dei suoi provvedimenti, preoccupandosi, tra l’altro, di ridurre al minimo le pure necessarie prescrizioni di forme. Ciò posto, ed eliminati quindi anche i superflui formalismi (burocrazia), funzionari e cittadini debbono avere a loro volta una profonda convinzione dell’obbligo di non sottrarsi neanche alle minime prescrizioni della legge. Per il costante rispetto dei provvedimenti più importanti deve inoltre prevedersi un (esigente) ed efficace sistema di pubblici controlli».
(Da Nuova Alleanza, Quaderno VIII, pag. 25 segg.). Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma [Titolo originale: Lo Stato deve intervenire contro ogni tentativo di lesione del diritto di proprietà]
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Studiando i principali punti programmatici dell’estinto Centro Politico Italiano, abbiamo notato che al § 11, citato la scorsa settimana, si legge: «L’imposizione da parte dell’Autorità statale di tributi fiscali è giustificata dalla rispondenza dei suoi servizi alle esigenze del bene comune e deve incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro. Realizzate queste premesse deve ripristinarsi nella coscienza pubblica, anche nei confronti delle leggi fiscali, il concetto che queste, quando sono giuste e giustamente applicate, obbligano in coscienza». (cf. Nuova All., Quad. VIII, p. 29).
Proviamo ad approfondire, sebbene con sintesi. L’imposta è quel tributo (o quella tassa) che lo Stato preleva dalla ricchezza privata per coprire le proprie spese e per provvedere ai servizi pubblici (che non necessariamente devono essere tutti immediati). Due sono i soggetti coinvolti: la legittima Autorità ed il suddito, pertanto duplice ne è il suo aspetto morale. È di necessità naturale l’esistenza dello Stato che deve avere come suo fine il bene comune dei cittadini, quindi deve avere i mezzi, anche economici, per poterlo concretamente conseguire. Può accadere che lo Stato non riesca ad ottenere altrimenti (p. es. vendendo energia al confinante) questi mezzi, totalmente od in parte, cosicché capiamo che ha il diritto naturale, entro certi limiti, di esigere i tributi dai propri sudditi.
Molti abusano le parole di Gesù - «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» - per fare apologia della cosiddetta laicità. In verità, san Luca (XX, 25) intende, per bocca di Gesù stesso, confermare positivamente il diritto della legittima Autorità di esigere adeguati tributi. Nulla a che fare con la pretesa ed eretica (cf. Quas Primas, Pio XI) proclamazione di laicità degli Stati, anzi l’esatto contrario, difatti «la potestà agl’imperatori ed ai re è data dal cielo» (San Gregorio Magno) e, come vuole Leone XIII, «i cittadini, sentendo la forza di questo dovere, debbono necessariamente (sapere) che chi resiste alla potestà politica, resiste alla volontà divina», tuttavia «se il volere dei prìncipi (legittima Autorità) ripugna al volere ed alle leggi di Dio, essi stessi eccedono la misura della loro potestà e pervertono la giustizia: né in tal caso può valere la loro autorità, la quale è nulla quando non vi è giustizia» (cf. Diuturnum Illud).
La proposizione «Rendete dunque a Cesare …» viene concettualmente usata già da san Paolo: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio (…). Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio» (Romani, XIII, 1.6). Va riconosciuto, però, che Gesù accettò di pagare un certo tributo (cf. san Matteo, XVII, 27) esclusivamente per non destare scandalo (essendo venuto al mondo per adempiere alla legge), benché Egli, Re e Sacerdote, non ne fosse obbligato in coscienza (cf. Dizionario di erudizione …, G. Moroni, vol. LXXIV, pag. 174).
San Tommaso d’Aquino riconosce la legittimità di esigere tributi con fondamento nel bene comune: non è lecito impiegare i tributi per esigenze meramente particolari (cf. De Regimine principum). È altresì moralmente richiesto che con i tributi si osservi l’ordine della carità: soddisfare immediatamente le primarie ed impellenti necessità, secondo il retto ordine di giustizia.
Ogni cittadino è naturalmente membro della società nella quale la Provvidenza lo ha collocato, pertanto il suo contributo al bene comune è parimenti un obbligo di diritto naturale. I principali teologi sostengono che, supposta giusta la legge fiscale, essa obbliga in coscienza. Sovente gli Stati, consapevoli del gran numero di contravventori (o evasori), prevedono tributi superiori alle reali necessità, nell’intenzione di poter incassare, alla fine dei conti, almeno quanto basti. Può succedere anche che gli Stati abusino ulteriormente del loro diritto di imporre i tributi. In questo caso, valutate le circostanze secondo i criteri della prudenza, si può essere moralmente non obbligati e, come attestano esimi moralisti, il cristiano che volesse comunque pagare secondo le proprie possibilità questi iniqui tributi (usati in parte anche per le primarie necessità dei più deboli), non restandogli più nulla di superfluo avrebbe già soddisfatto il precetto di aiutare i poveri (cf. Enciclopedia Cattolica, 1954, Vol. XII, col. 512).
Papa Leone XIII afferma: per evitare (anche) l’emigrazione di massa è necessario «che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte».
Papa Pio XI, commentando la citata Rerum novarum, afferma: «Non è lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata da renderla quasi stremata» (cf. Quadragesimo anno).
Papa Pio XII, rivolgendosi agli uomini di responsabilità nelle pubbliche finanze, ammonisce: «Astenetevi da quelle misure, che, malgrado la loro abilità tecnica, urtano e offendono nel popolo il senso del giusto e dell’ingiusto, sottovalutano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione di raccogliere il frutto del proprio lavoro, la sollecitudine per la sicurezza familiare: tutte considerazioni che meritano di occupare nella mente del legislatore il primo posto e non l’ultimo» (Atti e discorsi di Pio XII, vol. X, p. 285).
Ed ancora: «Fate in modo che la morale (popolare) non riceva danni dall’alto». Lo spazio a mia disposizione è oramai terminato. Voglio concludere citando sempre Papa Pio XII, Discorso del 2 ottobre 1956: «L’impôt ne peut donc jamais devenir pour les pouvoirs publics un moyen commode de combler le déficit provoqué par une administration imprévoyante, de favoriser une industrie ou une branche de commerce aux dépens d’une autre également utile. L’État s’interdira tout gaspillage des deniers publics; il préviendra les abus et les injustices de la part de ses fonctionnaires» (cf. Discours et messages-radio de S.S. Pie XII, XVIII, Dix-huitième année de Pontificat, pp. 507-510). Traduco: «La tassa non può quindi mai diventare un mezzo conveniente per i governi per compensare il deficit causato da un’amministrazione improvvisata, per favorire un’industria o ramo di commercio a scapito di un’altra altrettanto utile. Lo Stato si asterrà da ogni spreco di denaro pubblico; eviterà gli abusi e le ingiustizie da parte dei suoi funzionari». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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In Italia il cosiddetto “testamento biologico” è oramai legge (una pretesa legge). Al netto delle coloriture di propaganda pseudo-politica, si tratta dell’apertura all’eutanasia. Sospendiamo, quindi, l’abituale analisi del programma politico del C.P.I. e dedichiamo le nostre attenzioni all’apostasia del “suicidio legalizzato”. Di che si tratta? Cosa deve sapere chi si professa cattolico? Rispondiamo fornendo una puntuale sintesi della voce «Eutanasia» tratta dall’Enciclopedia Cattolica (Vaticano, Imprimatur 1950, Vol. V, Coll. 864-866), nonché citando altri fondamentali documenti.
Eutanasia vorrebbe significare «la pietosa uccisione non dolorosa di un malato ritenuto ormai inguaribile e tormentato da sofferenze intollerabili» (Enc. Catt.). Riflettiamo:
§1. Se un malato viene ritenuto da certi uomini «oramai inguaribile», significa che gli stessi credono impossibile un intervento miracoloso del Padre Eterno, dunque abbiamo a che fare con degli scettici, con degli atei almeno de facto. Usiamo le adeguate etichette;
§ 2. Il cattolico anela espiare, Dio permettendolo, le eventuali «pene temporanee» in questa vita, piuttosto che in Purgatorio, prima che sia aperto l’ingresso nel Regno dei cieli (cf. Concilio di Trento, Sess. VI, can. 30);
§ 3. Rimessi con una valida assoluzione i peccati, è rimessa la pena eterna meritata col peccato mortale, tuttavia, se non si ha una contrizione perfettissima (o piuttosto a causa dei peccati veniali), rimane ordinariamente da scontare, in questa o nell’altra vita, la «pena temporanea». In questa vita si sconta con la paziente sofferenza per amore di Dio, con la penitenza, con la mortificazione, con le opere di misericordia, etc. (cf. Catechismo, Papa san Pio X, n° 381 segg.);
§ 4. L’eutanasia è inaccettabile, come violazione del quinto comandamento: «non uccidere» (l’innocente) che si erge, come barriera insuperabile, ad ammonire che Dio solo è padrone assoluto della vita e non è lecito dar morte. Addirittura i pagani (es. Pitagora e Cicerone) ebbero chiaro nella mente ed espressero nelle loro opere il concetto che è illecito allontanarsi dalla vita senza il comando di Colui che l’ha data (cf. Enc. Catt.; Cicerone, De senectute, 20, 73; Somnium Scipionis, 3, 7);
§ 5. Il suicidio è assolutamente illecito, inoltre l’omicidio grida vendetta al cospetto di Dio. L’uccisione di se stessi è contro l’inclinazione naturale alla sopravvivenza e contro la carità con la quale uno deve amare se stesso. Quindi il suicidio è sempre peccato mortale, essendo incompatibile con la legge naturale e con la carità. Ciascun uomo è parte della società, quindi è essenzialmente della collettività. Perciò uccidendosi (o facendosi uccidere per “testamento” - un assurdo!) fa un torto anche alla società. La morte «è l’ultimo e il più tremendo» tra i mali della vita presente; cosicché darsi la morte per sfuggire le altre miserie di questa vita, equivale ad affrontare un male più grave (la morte e poi l’Inferno) per evitarne uno minore (la sofferenza temporanea). A Dio soltanto appartiene il giudizio di vita e di morte, secondo le parole della Scrittura: «Sono io a far morire e far vivere» (cf. Summa Theologiæ, San Tommaso d’Aquino, II-II, q. 64, a. 5);
§ 6. Il fine della medicina è quello di conservare il più a lungo possibile la vita umana e di opporsi alla morte, l’omicidio liberatore dalle sofferenze - come pure il procurato aborto - non si può ammettere in quanto opposto al suddetto fine (cf. Enc. Catt.);
§ 7. Non si può avere l’assoluta certezza della inguaribilità del male, poste anche la possibilità d’una diagnosi errata, le impensate risorse dell’organismo, il continuo progresso dei mezzi di cura (Ibid.).
§ 8. Se il tipo di infermità è tale da invalidare, in quel preciso istante, l’autoconsenso, benché esso sia stato consegnato prima ma in circostanze e condizioni differenti, questo diviene inefficace, non essendo espressione di libera volontà.
§ 9. L’eteroconsenso, negli incapaci, è cosa illecita per la mancante volontà, del paziente da una parte, dall’altra per il possibile grave rischio di fini occulti egoistici e criminosi degl’interessati (cf. Enc. Catt.).
§ 10. L’apparente «fine di bene» facilmente diviene, come già in altri paesi, il pretesto per mascherare i più turpi interessi (es. eliminare gli handicappati, i depressi ed indigenti, gli indifesi). La «pietosa morte» inflitta è, infine, l’arbitraria anticipazione, nel campo rigoglioso della «delinquenza evoluta» (cf. Enc. Catt.), di una morte altrimenti troppo tarda a venire per il desiderio degli interessati (es. lo Stato avido e nel contempo avaro, gli eredi, i debitori, etc.).
§ 11. Non può considerarsi altruistico il fine dell’eutanasia, il movente «appare materiato dal raffinato egoismo di non voler patire il patimento altrui, o volersi liberare dal peso di una penosa assistenza». La carità cristiana viene distrutta e la, già inutile in assenza di fede, filantropia sociale si risolve nel più colpevole egoismo (cf. Enc. Catt.).
§ 12. L’eutanasia è inaccettabile, poiché «la libertà d’agire (del singolo, della collettività o dell’Autorità) non deve mai travalicare i limiti stabiliti dalle leggi di natura e divine» (cf. Immortale Dei, Leone XIII). Il volere di chi governa non deve mai «ripugnare al volere ed alle leggi di Dio». L’autorità umana, difatti, «è nulla quando non vi è giustizia», quando si «perverte la giustizia», quando si «eccede la misura della potestà» (cf. Diuturnum Illud, Leone XIII);
§ 13. L’eutanasia o “suicidio legalizzato” è una misura tirannica. Spiega l’Angelico che «il tiranno per qualche interesse terreno abbandona la via della giustizia» e priva se stesso, ma talvolta anche i suoi sudditi, della «gloria del regno celeste» (cf. De Regimine principum, San Tommaso d’Aquino);
§ 14. Concludo: madrina dell’eutanasia fu la femminista Margaret Sanger. Fra le sue frasi celebri ricordiamo: «Non è necessario che circoli l’idea che vogliamo sterminare la popolazione nera», nel contempo sterilizziamoli; «(Poveri ed immigrati) generano esseri umani che non dovrebbero mai venire al mondo»; «Il controllo delle nascite consiste, né più né meno, nell’eliminazione delle persone inadeguate»; «Penso che il peccato più grande di tutti sia mettere al mondo dei figli che hanno malattie a causa dei loro genitori, che non avranno la possibilità di diventare esseri umani degni di questo nome».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Fra le fonti della Dottrina sociale, oltre che la legge naturale di cui già si è accennato, ritroviamo anche la Rivelazione. Stiamo parlando della Sacra Scrittura, così come la Chiesa l’ha consegnata nei suoi Libri canonici, tenendo presente che la Rivelazione, completata e definita da Cristo, termina con la morte dell’ultimo Apostolo.
Il Concilio di Trento (1545-63) nella Sessione IV deposita il Canone o Catalogo dei Libri che la Chiesa ha ritenuto ispirati; sono cioè: libri storici, didattici, legislativi, profetici, prima del Vecchio poi del Nuovo Testamento. Elencati i Libri ispirati, il Concilio di Trento anatematizza tutti quelli che non accettano o non accetteranno come sacri e canonici questi Libri con tutte le loro parti.
La Chiesa ha accolti nel Canone i Libri della Sacra Bibbia per una qualità che li distingue da tutti gli altri: l’ispirazione. Lo dichiara nel Concilio Vaticano (Sessione III, cap. 2, can. 4), nel quale, dopo aver detto che i Libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, interi, con tutte le loro parti devono essere accettati come sacri e canonici, aggiunge: «La Chiesa li ha come sacri e canonici non perché, composti per sola industria umana poi sono stati approvati dalla sua autorità, e nemmeno perché contengono senza errore la Rivelazione, ma perché, essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore, e come tali sono affidati alla Chiesa».
In che consista l’ispirazione lo dice Papa Leone XIII nella Providentissimus Deus (18 novembre 1893): «Infatti, [i sacri scrittori, Dio,] con soprannaturale virtù, li eccitò e mosse, li assisté nello scrivere in modo che essi rettamente concepissero coll’intelligenza, e volessero fedelmente scrivere e con mezzi adatti e con infallibile verità esprimessero tutte e sole quelle cose da Lui comandate, altrimenti Egli non sarebbe l’autore di tutta quanta la Scrittura».
L’uomo, mediante la ragione e con le proprie forze, ha la capacità di comprendere tutte quelle verità contenute nella legge naturale e, fra queste verità, «di elevarsi fino alla conoscenza di Dio personale» (Ivi.). Afferma ancora il Vaticano: «[…] la Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create; infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall’intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte (Rm. 1,20)» (Dei Filius, II, Papa Pio IX, 24 aprile 1870).
Tuttavia, per colpa del peccato originale che l’uomo e la donna ricevono «per trasmissione» nella natura umana, a causa delle passioni che sovente oscurano la ragione e che impediscono di «vedere chiaramente», lo stesso Concilio Vaticano ha definito che sono necessaire la Chiesa e la Rivelazione. La laicità politica, per esempio, è la negazione di questo ed altri dogmi, è una sorta di apostasia pratica.
La Rivelazione «deve dirsi assolutamente necessaria […] perché nella Sua infinita bontà Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana; infatti Dio ha preparato per coloro che Lo amano quelle cose che nessun occhio vide, nessun orecchio mai udì, nessun cuore umano conobbe (1Cor. 2,9)».
La Chiesa è indispensabile, spiega Trento, affinché «[si ponga] conveniente freno alle menti presuntuose che [hanno interpretato la Rivelazione] in modo malvagio». Difatti: «[…] nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione […] deve essere tenuto per vero quel senso della Sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l’unanime giudizio dei Padri» (Ivi.).
La Rivelazione non solo conferma la legge naturale, ma va anche oltre. Solo l’insegnamento autentico della Chiesa può, difatti, condurre l’uomo al pieno esercizio della libertà.
Leone XIII nella mirabile Libertas praestantissimum (Acta 8, 218; cf. San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 90, a. 1: Ed. Leon. 7, 149-150 ) asserisce: «Poiché tale è nell’uomo la condizione della libertà, era necessario proteggerla con idonei e saldi presidi che indirizzassero al bene tutti i suoi impulsi e la ritraessero dal male; altrimenti il libero arbitrio avrebbe recato grave danno all’uomo. […] Invece, coloro che godono della libertà, hanno facoltà di agire, di non agire, di agire in un modo o altrimenti poiché scelgono ciò che vogliono, facendo precedere quel giudizio razionale a cui già accennammo. In virtù di tale giudizio non solo si stabilisce che cosa sia onesto e che cosa sia turpe, ma anche che cosa in concreto sia il bene da compiere e il male da evitare; la ragione cioè prescrive alla volontà ove dirigere il desiderio e da dove rimuoverlo, in modo che l’uomo possa raggiungere il suo fine ultimo, in vista del quale si deve agire in ogni momento. Ora, questo ordinamento della ragione si chiama legge».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Fin dalla Prima è il Motu proprio promulgato da Papa san Pio X il 18 dicembre 1903, poco dopo la sua elezione al soglio Pontificio. Il Pontefice intende, con questo Documento, contrastare il cosiddetto modernismo sociale divulgato in Italia soprattutto dall’apostata Romolo Murri, fondatore della Lega democratica nazionale e padre della sedicente “Democrazia” “Cristiana”. Usiamo le virgolette perché, come è noto a chi ha la fede cattolica, ai cultori della materia ed a tutti quelli che non rigettano l’uso di retta ragione, in realtà la DC non fu (e non è) né democratica e né cristiana. Fin dalla Prima è un Motu proprio davvero sintetico, schietto e ben schematizzato, sebbene ricchissimo di dottrina vincolante. Afferma difatti il Pontefice nell’incipit: «[...] abbiamo divisato di raccogliere [queste prudentissime norme] come in compendio nei seguenti articoli, quale Ordinamento fondamentale dell’azione popolare cristiana riportandole da quegli stessi Atti. Queste dovranno essere per tutti i cattolici la regola costante di loro condotta. [...] Che nessuno quindi ardisca allontanarsene menomamente». Noterete leggendo, che tutti i principi che il Pontefice qui approva, oggi vengono, al contrario, generalmente contraddetti o condannati, anche negli ambienti che si dicono cattolici ma che, in realtà, emanano da ogni poro della loro cotenna l’olezzo del veleno vaticanosecondista. Parimenti, tutto quello che il Pontefice qui condanna, viene, al contrario, incensato e divulgato dagli stessi miasmatici soggetti. Leggiamo adesso la dottrina vincolante di Papa san Pio X. «I. La Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano: renderli tutti eguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima Società (Encycl. Quod Apostolici muneris). II. La eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio Creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati o puniti (Encycl. Quod Apostolici muneris). III. Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale (Encycl. Quod Apostolici muneris). IV. L’uomo ha sui beni della terra non solo il semplice uso, come i bruti; ma sì ancora il diritto di proprietà stabile: né soltanto proprietà di quelle cose, che si consumano usandole; ma eziandio di quelle cui l’uso non consuma (Encycl. Rerum Novarum). V. È diritto ineccepibile di natura la proprietà privata, frutto di lavoro o d’industria, ovvero di altrui cessione o donazione; e ciascuno può ragionevolmente disporne come a lui pare (Encycl. Rerum Novarum). VI. Per comporre il dissidio fra i ricchi ed i proletari fa mestieri distinguere la giustizia dalla carità. Non si ha diritto a rivendicazione, se non quando si sia lesa la giustizia (Encycl. Rerum Novarum). VII. Obblighi di giustizia, quanto al proletario ed ai padroni, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti né mai trasformarla in ammutinamenti (Encycl. Rerum Novarum). VIII. Obblighi di giustizia, quanto ai capitalisti ed ai padroni, sono questi: rendere la giusta mercede agli operai; non danneggiare i loro giusti risparmi, né con violenze, né con frodi, né con usure manifeste o palliate; dar loro libertà per compiere i doveri religiosi; non esporli a seduzioni corrompitrici ed a pericoli di scandali; non alienarli dallo spirito di famiglia e dall’amor del risparmio; non imporre loro lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti coll’età o col sesso (Encycl. Rerum Novarum). IX. Obbligo di carità de’ ricchi e de’ possidenti, è quello di sovvenire ai poveri ed agl’indigenti, secondo il precetto Evangelico. Il qual precetto obbliga sì gravemente, che nel dì del giudizio dell’adempimento di questo in modo speciale si chiederà conto, secondo disse Cristo medesimo (Matth. XXV) (Encycl. Rerum Novarum). X. I poveri poi non devono arrossire della loro indigenza, né sdegnare la carità dei ricchi, sopra tutto avendo in vista Gesù Redentore, che, potendo nascere fra le ricchezze, si fece povero per nobilitare la indigenza ed arricchirla di meriti incomparabili pel Cielo (Encycl. Rerum Novarum). XI. Allo scioglimento della questione operaia possono contribuir molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi, e ad avvicinare ed unire le due classi fra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private; i patronati per i fanciulli, e sopra tutto le corporazioni di arti e mestieri (Encycl. Rerum Novarum).
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Recentemente in TV (Canale 5 - trasmissione Matrix) si sono affrontati GIORGIA MELONI, Leader nazionale di Fratelli d’Italia, e MARCELLO PITTELLA, Governatore della Basilicata. Quest’ultimo ha indicato la Basilicata (vero nome Lucania) come un «modello da emulare», mentre la Meloni lo ha accusato di «sostituzione etnica» e di «importare manodopera a basso costo». Il Governatore lucano, in evidente difficoltà, ha fatto presente che bisogna «accogliere e curare i migranti, […] fare sacrifici […] in attesa che il Governo stanzi nuovi fondi. […] Favorire il processo di accoglienza e di integrazione in una società sempre più multietnica». Secondo Pittella, l’invasione di clandestini, che lui definisce «accoglienza dei profughi», sarebbe «inevitabile, dunque è inutile alzare dei muri, poiché l’Europa nasce proprio per abbatterli», ha quindi tentato di ridicolizzare nazioni sovrane come la Bulgaria e l’Ungheria che hanno detto no al sostentamento indiscriminato di soggetti dalle identità ignote. Giorgia Meloni lo ha evidentemente liquidato, citando alcune % sulla disoccupazione e sullo spopolamento della Lucania, affermando, inoltre, che «Pittella dovrebbe preoccuparsi prima di tutto dei problemi della sua regione, con la disoccupazione, lo spopolamento, la crisi economica, anziché pensare ad accogliere i migranti». Vediamo chi dei due ha ragione, secondo l’oggettivo punto di vista della storia e del pensiero filosofico/teologico non ideologizzato.
Tuona la Chiesa: «Lo spirito massonico si aggira cercando chi divorare […] Niuno si lasci illudere dalle sue belle apparenze, niuno allettare dalle sue promesse, sedurre dalle sue lusinghe, atterrire dalle sue minacce. Ricordatevi che essenzialmente inconciliabili tra loro sono cristianesimo e massoneria; sì che aggregarsi a questa è un far divorzio da quello. […] Combattete dunque [contro lo spirito massonico] e siate italiani e cattolici» (cf. Inimica Vis).
Il Governatore della Basilicata, MARCELLO PITTELLA (PD), ha dichiarato lunedì 2.10.2016 a Matera (PZ): «Oggi scriviamo una pagina importante per l’Europa con una strategia precisa per i migranti e per porre fine all’orrore di erigere dei muri»[1]. Motivo di gaudio, per il governatore lucano e probabilmente per le OnG, i sindacati e le associazioni di “volontariato” (a cottimo), è la stipula del protocollo d’intesa, ovvero del «progetto economico e sociale», cosiddetto «We are the People», che, si apprende dal sito della Regione, «mira a favorire la crescita del territorio e l’accoglienza dei rifugiati»[2].
L’intesa sarebbe stata firmata in occasione della pretesa «Giornata nazionale della memoria dei migranti» dal Presidente della Regione Basilicata, da NAGUIB SAWIRIS, egiziano e presidente del gruppo ORASCOM, e da RAWYA MANSOUR, fondatrice di RAMSCO, gruppo nominalmente «impegnato nella tutela dell’ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo». Evidentemente della tanta povertà nei paesi già sviluppati a nessuno più importa. Secondo il sito della Regione Basilicata, i protagonisti della vicenda sarebbero «interessati ad una partnership e ad un investimento in Basilicata per contribuire all’integrazione sociale e lavorativa dei migranti»[3]. Cerchiamo di approfondire!
Secondo WISE Muslim Women[4], Rawya Mansour sarebbe un’attivista ambientalista islamica membro anche della «Arab Business Women Society», della «Lead Foundation for Microfinance», della «CLINTON Global Initiative Foundation» e di numerosi altri Consigli ed Associazioni di filantropia ed alta finanza. Rawya Mansour è anche fondatrice e Presidente di RAMSCO «per l’interior design e architettura, una società di interior design all’avanguardia con sede in Medio Oriente. Il suo lavoro è stato pubblicato in tutto il mondo sulla rivista House and Garden». Il The Washington Post, 18 marzo del 2015, inserisce il suo nome nell’elenco dei finanziatori della «The Bill, Hillary and Chelsea CLINTON foundation»[5]. Nel dicembre del 2009 Rawya Mansour partecipò[6] anche alla Conferenza ONU di Copenaghen sui cambiamenti climatici, dove era presente il cospirazionista e speculatore internazionale GEORGE SOROS, il quale sarebbe «architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni»[7], secondo quanto documenta DC Leaks[8].