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1920. Un giovane romano, quindicenne di eccezionale levatura spirituale e passione culturale, precisa nel suo Diario «il sogno grande del Cattolico Italiano... riunire al seno immenso della Chiesa la smarrita pecorella d'Italia, la diletta mia Patria». Ed impegna a «combattere e pregare in modo da modificare il nostro Paese, il nostro Popolo, riavvicinandolo alla Sede gloriosa di Pietro» così da poter vedere «il Pontefice circondato da 40 milioni di Italiani ferventi Cattolici, governati da un saggio e Cattolico Governo, benedetto da DIO, scudo e difesa della S. Sede». 1942. Quel giovane, Sacerdote al servizio della Nunziatura Apostolica in Argentina, con l’animo straziato nella visuale della tragedia incombente sulla Italia, ottiene dal Direttore Spirituale il permesso di fare a DIO l'offerta della vita. La Divina Misericordia sembra prontamente accogliere questo slancio generoso, e Giuseppe Canovai, quasi oblazione santa, primizia di riscatto, del Clero Italiano, l'11 novembre termina a 37 anni il suo pellegrinaggio terreno esultando: « ... non avrei mai creduto fosse così bello morire!». 1943. Sorge in Roma un Partito denominatosi Centro Politico Italiano, ad opera di tre Cattolici vincenziani, con l’impegno statutario di realizzare nella politica italiana i Principii Cattolici. Ignari della aspirazione e dell’oblazione di Canovai, postisi sotto la Sua Intercessione presso l'Altissimo, formulano l'Appello dell'Alleanza Italiana, che qui ristampiamo, ed ammoniscono che «l’Italia si è sempre rialzata dalle sue sventure quando ha riamato DIO». Pionieri di un crescente numero di Laici dediti all'azione politica, animati da incrollabile fiducia nei destini del loro Popolo, concludono l’Appello invitando: «ITALIANI! Giuriamo al SIGNORE consacrando l’Italia al Suo Sacratissimo CUORE ed al CUORE IMMACOLATO di MARIA!». A cura dell'Avv. Carlo Francesco D'Agostino. Prosegue nel PDF ...
Del Centro Politico Italiano abbiamo già parlato in numerosi articoli di teologia politica, esponendo alcune nostre riserve e/o precisazioni. Non ci ripeteremo.
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II laicismo è l’assenza del motivo religioso dalle attività, dalle istituzioni e dagli ambienti dell’ordine temporale. Nelle proporzioni assunte oggi, è fenomeno tipico dell’epoca moderna. Le sue cause sono molteplici e complesse. Alcune affondano le sue radici nella storia; altre sono proprie dei nostri tempi. Presenta gradi e modi diversi; si ritiene però che possa ridursi a tre espressioni fondamentali: ateo, naturalistico, ereticale. Il laicismo è un fenomeno vasto e profondo: si estende a tutte le comunità umane ed è penetrato in tutti i settori della convivenza. Però sembra che abbia già toccato l’acme. L’attuale momento storico solleva interrogativi angosciosi ai quali gli uomini, impegnati a ricomporre i rapporti della convivenza, non possono dare una risposta rasserenante che facendo appello ai Valori dello spirito: Valori che trovano la loro obbiettiva consistenza soltanto nel vero Dio, trascendente e personale. di Pietro Pavan. Prosegue nel PDF ...
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Ci è stato più volte fatto l’invito di dedicare qualcuno dei nostri Quaderni Sociali alla confutazione esclusiva delle fandonie che spacciano di frequente i comunisti contro la Chiesa. Per appagare tale desiderio abbiamo compilato questo lavoro, in cui esponiamo le obiezioni che i predicanti staliniani ci hanno proposto per lo più nella stampa e segnatamente nei contraddittori che abbiamo sostenuto in pubbliche adunanze. Si tratta generalmente di affermazioni sfornite d’un qualsiasi cenno di prova o barcollanti sulle grucce di pietosi equivoci, quando non sono che smaccate menzogne e impudenti calunnie. Purtroppo la menzogna espressa con audacia e col sussiego d’una verità indiscutibilmente evidentissima, con la persistente ripetizione e l’allettante frasario trova facile assenso fra le intelligenze indifese. A disincagliare queste intelligenze è rivolto questo Quaderno, ma soprattutto esso è per uomini di azione, ai quali bene spesso riesce malagevole consultare i ponderosi volumi e rendersi conto delle inconsistenti falsificazioni del vero perpetrate dal comunismo. In questo scritto essi avranno un facile prontuario e una guida sicura per dissipare gli equivoci del marxismo militante e denudarne le insanabili contraddizioni. Roma, due febbraio 1959. L’Autore P. Angelo Brucculeri S.J.
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IL DOVERE DI OGGI. Ci siamo dati al servizio della Patria, sul piano dell’attività politica, con assoluta tempestività, subito dopo la caduta del regime fascista. Nell’estate 1943, non pensando di dover fondare un Partito, prendemmo contatto con i promotori di quello denominatosi 'Democrazia Cristiana’. Ne ha dato ampia testimonianza il senatore Giuseppe Spataro nel volume «I democratici cristiani dalla dittatura alla repubblica», edito dal Mondadori. Ci fu facile renderci conto che nella loro impostazione non era nulla di 'cristiano’ né di 'democratico'. Per questo, e per mirabile impulso del Generale Conte Paolo Piella, emiliano, demmo vita al CENTRO POLITICO ITALIANO, successivamente qualificato come 'Partito Cattolico di riscossa nazionale’. Nel dicembre 1943 ebbe inizio in Roma la diffusione clandestina del suo elaborato «Indirizzo Programmatico» dopo che ne era stato informato il Santo Padre Pio XII. Ne venne subito a conoscenza anche il De Gasperi il quale, anziché cercare una chiarificazione, già nel febbraio 1944 inserì in un suo scritto, ripubblicato come n. 2 dei 'quaderni della D.C.’, un violento e spregiativo attacco contro di noi. Ne riferiamo nelle pagine che seguono. Sono passati 34 anni durante i quali abbiamo sviluppato una ininterrotta ed intensa attività, partecipando anche, in varie occasioni, ad elezioni politiche ad amministrative. Fu del nostro Partito la Lista n. 1 nella circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone per le votazioni del 2 giugno 1946. Contro i ritenuti errori di principii e di prassi, dei pretesi 'Cattolici' ascesi al Governo con Demomassoni e Socialcomunisti, presentammo due Denunzie al Sant’Offizio (1946 e 1947), che suscitarono molto clamore. Tuttavia, per la sopravvenuta unanime congiura del silenzio, e soprattutto per il pertinace appoggio che i Vescovi e la Stampa di dipendenza ecclesiastica hanno dato ai nostri avversari, siamo rimasti una esigua schiera. Ma TENIAMO duro. Perché?
De Gasperi ed i suoi seguaci vollero realizzare lo Stato moderno. Noi propugnavamo lo Stato cristiano. Quale la differenza? La Costituzione della Repubblica, votata a fine 1947 in pieno accordo tra Comunisti e Democristiani, testimonia cosa si sia inteso con la prima formula. Vi manca un qualsiasi riconoscimento della esistenza di una Legge obiettiva di Moralità e di Giustizia, vincolante anche i Poteri Legislativi. A maggior ragione vi è ignorato un DIO, Supremo Autore della Natura Umana, Fonte del Diritto, Sovrano e Padrone dell'Universo. Ogni Potere verrebbe dalla ’volontà popolare', quale si manifesterebbe attraverso 'libere’ elezioni di un Parlamento, nelle forme previste dalla Costituzione stessa. «Volontà» non soggetta a vincoli di Morale Naturale o di Legge Divina, ma di fatto imprigionata sotto la pesante cappa di una dittatura di Partiti. Gli Italiani ne hanno fatta larga esperienza.
Il CENTRO POLITICO ITALIANO parte invece dal convincimento che la Politica, settore dell’Etica, ossia della Legge Morale e del suo adempimento, è per ciò stesso una Scienza, la Scienza del BENE COMUNE, alle cui regole debbono attenersi Legislatori, Governanti e Sudditi. Di questa Scienza occorre una Cattedra specializzata e debitamente accreditata, a carattere universale, estranea a qualsiasi fazione. La riconosciamo nel solenne Magistero politico-sociale dei Pontefici Romani. E ciò non per persuasione di Fede, che pur ce ne dà una speciale conferma, ma a lume della semplice Ragione, per poco che venga seriamente affrontato il problema politico. E’ un tema più volte trattato nelle nostre pubblicazioni.
Quale è il DOVERE di OGGI? E’ quello di sempre! Recare, ciascuno di noi, il contributo che ci è possibile alla instaurazione di un regime di PACE SOCIALE, interna ed internazionale. A questo scopo dobbiamo anzitutto combattere contro la nostra stessa ignavia e la nostra ignoranza riguardo alla vera essenza ed al vero contenuto della POLITICA. Questo 'quaderno’ e le altre pubblicazioni del CENTRO POLITICO ITALIANO, che ci possono essere richieste da ogni anima di buona volontà, vogliono aiutare, con semplicità di spirito e fraterna franchezza, ad 'aprire gli occhi’ sulle colpe finora incorse, sugli errori commessi, consapevoli o meno che possiamo esserne stati.
Avvertiamo subito che non siamo dei fanatici contro il 'pericolo comunista’. Esiste una situazione di gran lunga più grave realizzata da Democristiani e Comunisti insieme, nel correo silenzio di Vescovi, Clero e Cattolici (?) militanti, a conclusione della sorda lotta anticristiana ed antiumana di cui massimo responsabile, sul piano storico e politico, è stato ed è il Liberalesimo. E’ la SFIDA a DIO sulla cui base negli anni 1943/1947 è stato fondato il vigente regime statuale italiano, la attuale 'Repubblica’, per intenderci.
Dicono che Palmiro Togliatti sia morto da Cattolico. Dicono anche che la ambasciatrice 'personale' del Presidente della Repubblica Statunitense, presso la Santa Sede, esprimendosi una volta con entusiasmo di Credente col Papa Pio XII, in una implicita critica alla condotta del Pontefice, Lo abbia indotto ad esclamare: «Ma guardi che anche io sono un Cattolico!». Abbiamo detto che non facciamo, in questo 'quaderno', una questione di Fede, anche se in principalità ci rivolgiamo ai Cattolici militanti ed ai Vescovi. E perché no?, anche al Papa (nel 1977 sedeva sulla Cattedra il modernista e non Papa Paolo VI, ndr.). Ai Vescovi abbiamo clamorosamente chiesto che SI COMPORTINO da CATTOLICI.
Premesso questo, ci sia lecito domandare: — a quanti si professano democratici, se son proprio certi di esserlo, mentre non TUONANO contro la imperante, 'legalitaria', TIRANNIA PARTITOCRATICA, e non propugnano una soluzione legislativa che instauri un regime che meriti la qualifica da essi vantata; — a quanti mostrano voler servire gli interessi del Proletariato, sotto bandiera socialcomunista o consimile, perché non indirizzano la LOTTA di CLASSE verso un obiettivo di autentica GIUSTIZIA SOCIALE, quale è quella che or è un secolo fece propria il Partito Operaio Italiano, ed i Papi ripresero con la 'Rerum Novarum’, con la ’Quadragesimo anno' e successivi Documenti, e cioè la compartecipazione dei Lavoratori alla proprietà, utili e responsabilità delle Imprese; — agli ITALIANI, agli EUROPEISTI, agli INTERNAZIONALISTI potremmo rivolgere domande rispettivamente appropriate... E’ ovvio che riteniamo aver da parte nostra adempiuto, anche se in maniera imperfetta, alle esigenze per le quali ci siamo permessi invitare ad un ’MEA CULPA' le varie categorie di Italiani. SIAMO PRONTI a PERFEZIONARCI! Chiediamo collaborazione! da Osnago, il 27 novembre 1977 Prosegue nel PDF ...
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L’orrenda carneficina che l’esercito sovietico, con l’inganno d’una falsa tregua ed una vigliaccheria che non ha precedenti nella storia, ha consumato ai danni del popolo ungherese, ha suscitato in tutto il mondo civile un’ondata d’esecrazione, una condanna morale che non mancherà d’avere, come sta già avendo (vedi il caso Reale, la ribellione dell’on. Giolitti e degli intellettuali del P.C.I.), le sue conseguenze nello stesso campo comunista. Duecentomila soldati e cinquemila carri armati hanno aperto il fuoco non solo contro studenti e operai insorti a difesa delle loro libertà, ma anche contro la popolazione inerme, contro ospedali, donne e bambini. Perché tanta crudeltà e tanta ferocia? Perché tanto disprezzo della parola data, d’ogni impegno d’onore? A tutti questi interrogativi non c’è altra risposta che la prepotenza del bruto deciso, a costo di diventare assassino, a non lasciarsi sfuggire la preda. Perciò tanto più grave risuona l’ammonimento di Pio XII: «Le parole che Dio rivolse a Caino: ”La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra”, hanno anche oggi tutto il loro valore... ».
Sugli sviluppi dell’insurrezione dell’eroico popolo ungherese come pure sulla piega che prenderanno i fermenti che agitano la Polonia e gli altri paesi dell’Europa orientale, posti fino a ieri saldamente sotto il tallone di Mosca, è ancora prematuro fare delle previsioni. Ma quanto è accaduto è già sufficiente per formulare delle valutazioni di più meditato contenuto che non siano avventate ed inutili profezie o conclusioni opportunistiche ed interessate.
È chiaro che i recenti fatti d’oltre cortina costituiscono non solo una rivolta contro lo stalinismo e l’Unione Sovietica, ma sono la prova più evidente, anche dal punto di vista marxista, del fallimento del comunismo. Secondo il marx-leninismo la verità di una dottrina non è qualcosa che si dimostra in modo astratto con la perspicuità dei suoi principii, bensì dalla sua realizzazione concreta, tale essendo il significato della tanto decantata identità di teoria e di prassi. Alla prassi si sono sempre appellati tutti i comunisti, dai più grandi ai più piccoli, da Lenin a Stalin a Chruscev, da Gramsci a Togliatti a Banfi e Della Volpe. Ora è proprio la realtà che dà loro la più solenne delle smentite: sul piano dell’economia, dell’umanesimo e dell’egemonia politica...
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Il concetto di comunismo è proteiforme ed ondeggiante. Nella sua accezione originaria, che è quella economica, comunismo importa un regime, in cui i beni, in tutto o pressoché in tutto, si attribuiscono alla collettività. La quale può avere un carattere privato, come la società domestica, la società professionale, culturale, economica, e allora si ha la proprietà comune ma particolare o privata; se la società è di natura politica — Stato, provincia, comune e simili — la proprietà che le si attribuisce è comune ma pubblica. La proprietà pubblica, detta talora collettiva, se non è di uso comune forma la proprietà patrimoniale dello Stato; nel caso inverso costituisce la proprietà demaniale. La prima è retta dal diritto privato, la seconda dal diritto pubblico. Nella sua significazione scientifica comunismo suole al presente indicare il marxismo, ossia il sistema inaugurato da Carlo Marx (1818-1883) che ha per sua base filosofica il materialismo, e mira più che ad interpretare il mondo a trasformarlo. Anima del sistema è l’interpretazione economica della storia, sicché non vi ha nulla in essa, che in ultima istanza non sia determinato da relazioni economiche. Leggi, costumi, guerre, istituzioni, letteratura, arte, politica, morale, religione, tutta insomma la civiltà nei suoi prodotti superiori non è che una soprastruttura determinata dalla soggiacente struttura economica. La causalità materiale dà la misura di tutti i valori.
Nella sua portata sociale il comunismo designa quella corrente, la quale tende a ricostruire la società su base collettivista; ossia in guisa che tutti gli strumenti produttivi, con cui si può sfruttare l’altrui lavoro, vengano sottratti all’appropriazione privata e concessi alla comunità. Sul piano storico il comunismo ha avuto delle manifestazioni molteplici. Tracce di comunismo trovansi anche nelle più remote antichità, ma di un comunismo isolato, che non costituisce, come si volle far credere, una fase universale della primitiva civiltà agricola. Istituzioni a sfondo comunistico si hanno nell’antichità classica, come ci è dato rilevare da scrittori ellenici, segnatamente da Aristotile nella Politica. Si tratta di un comunismo, in cui esula la concezione della generale uguaglianza; di un comunismo sprezzante del lavoro manuale, limitato a classi privilegiate con esclusione dei lavoratori e degli schiavi.
Si è avuto anche un certo comunismo religioso tanto fuori quanto dentro il Cristianesimo. Fra i primi cristiani di Gerusalemme sorse un "comunimo" spontaneo e parziale, "comunismo" ascetico, che non potè protrarsi a lungo, e si è riprodotto solo negli ordini religiosi e con ben diversi caratteri si è pure manifestato fra gli eretici, come gli Apostolici, i Circumcellioni, gli Albigesi, gli Anabattisti, i Catari, i Poveri di Lione. Non è mancato un comunismo letterario, che si è esaurito in racconti e costruzioni fantastiche di società comunistiche. Ad imitazione di Platone, che elaborò un piano di repubblica ideale, fondata su una comunione integrale, si sono molti altri scrittori esercitati a prospettare ordinamenti immaginari, in cui la esclusione della privata proprietà e la comunione dei beni costituiscono il talismano della felicità terrestre. Famosa in questo genere di letteratura è l'Utopia di San Tommaso Moro, il glorioso cancelliere di Enrico VIII d’Inghilterra, che meritò l’onore degli altari, avendo subito il martirio per essersi professato fedele alla Chiesa romana contro le ingiuste pretese del suo sovrano.
Come il Moro anche altri si sbizzarrirono a sognare strutture sociali a carattere comunistico, non senza qualche ripercussione, per alcuni almeno, sul comunismo contemporaneo. Segnaliamo II mondo dei savi di Francesco Doni, La repubblica delle api di Bonifacio, La città del sole del Campanella, La nuova Atlantide di Bacone ... e molti altri. Di questo comunismo utopistico si sono avuti dei tentativi anche sul terreno pratico, dei quali la storia deve sopratutto ricordare quello dell’inglese Roberto Owen (1771-1858), che fondò nell’indiana (in America) la New-Armony. La fondazione doveva attuare la perfetta uguaglianza in base alla formula dell’ideale comunista: «Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni». Contemporaneo dell’Owen fu il francese Carlo Fourier (1772-1837) che creò il Falanstero, comunità di quattrocento famiglie, che in fondo non era che una cooperativa integrale. Questo tentativo, come quello dell’Owen, doveva miseramente fallire, non fosse altro perchè destituito d’una base morale. Per il Fourier, infatti, le passioni sono volute da Dio, e devono lasciarsi a briglia sciolta; mentre per l’Owen l’uomo è il prodotto dell’ambiente, e se si perverte, si deve esclusivamente all’ambiente. Alla luce di questi principii i due utopisti respingevano ogni educazione etica nelle loro formazioni comunistiche. Di qui lo straripamento del costume col seguito dei contrasti e l’epilogo della dissoluzione.
Anche Luigi Blanc (1811-1862) sognò la soluzione del problema operaio non con la Nuova Armonia dell’Owen, né col Falanstero del Fourier, ma con les Ateliers Sociaux, ossia mediante cooperative di produzione formate di lavoratori con capitali forniti dallo Stato. L’Ateliers Sociaux nella concezione del Blanc sarebbe stata la prima cellula, onde per propagazione spontanea sarebbe sorto tutto un mondo collettivista. Data la sua superiorità sulle imprese individuali, l'Ateliers Sociaux ben presto avrebbe con la concorrenza scrollate o assorbite tutte le altre aziende, e così, in breve giro di anni, l’economia mondiale si sarebbe trasformata in economia comunista. Il sogno di Luigi Blanc svanì, col fallimento dei progettati cantieri sociali, che furono insufficienti alla ressa dei disoccupati, e si trasformarono in focolai di parassitismo e di agitazione politica.
Nel secolo scorso il comunismo, senza espellere del tutto gli elementi utopistici, ha per opera del Marx dismesso d’indugiarsi sui particolari disegni della folta e policroma genia dei minuti riformatori sociali, che vengono in blocco bollati col marchio di socialisti borghesi. Il marxismo, ossia il comunismo odierno, si stacca nettamente per alcune sue peculiari caratteristiche dalle forme anteriori del comunismo. Oggi esso dispiega un atteggiamento rivoluzionario; esso, infatti, intende abbattere i piloni su cui si è sempre sorretto l’ordine sociale, ossia la proprietà, la Famiglia, lo Stato, la Religione, per costruire sulle loro macerie una nuova convivenza, che attui il monismo materialistico con tutte le sue sequele. La sua è una dottrina totalitaria che intende affrontare e risolvere i fondamentali problemi dell'uomo e del cosmo.
Oggi si distingue dal socialismo primieramente per il suo carattere rigidamente dommatistico, e per una più cieca fede nella futura e radicale palingenesi della società. Deciso nemico di ogni patteggiamento e compromesso, non tollera scrupoli d’alcuna sorta sui mezzi per raggiungere lo scopo e sui metodi di azione. L’illegalità e la violenza, la rivolta e la strage, il pugno implacabile o la mano tesa, nulla disdegna per assicurarsi il trionfo, non esclusa talora qualche concessione e limitazione transeunte, che non ne intacchino lo spìrito essenzialmente rivoluzionario. Il socialismo invece non è così intransigente e brutale, rifugge dal viaggiare sul treno lampo della rivoluzione, e preferisce per lo più la via, a suo credere più sicura e indubbiamente assai più comoda, dell’evoluzione, attuata mediante progressive riforme.
Il comunismo inoltre mira nell’uomo più il consumatore, donde la sua formula preferita: «A ciascuno secondo i propri bisogni»; mentre il socialismo, che rivolge particolare attenzione al produttore, adotta la formula: «A ciascuno secondo il proprio lavoro», formula che solo in via transitoria, in un primo tempo, viene tollerata dal comunismo. Ma se le due frazioni del movimento proletario divergono sui metodi, coincidono però sui fini. «L’intento prossimo dei comunisti, leggiamo nel Manifesto, è quel medesimo che è proprio a tutti gli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovina della signoria borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato». Secondo il Berdiaeff il comunismo non si distinguerebbe dal socialismo se non che per la riforma più esasperata. Se poi vogliamo appellarci ad un altro russo, ancora più autorevole in questa materia del Berdiaeff, al Lenin, diremo che il socialismo è la prima ed inferiore fase della società comunistica.
La sostanza teorica rimane identica nei due sistemi, ma poiché nella vita vissuta i principii erronei si sfaldano, bisogna notare che nel socialismo tendono ad attenuarsi o a diluirsi i principii della lotta classista, nel materialismo storico, dell’abolizione della proprietà. Di qui quei programmi del riformismo socialista che ha molti e molti punti d’incontro con i programmi dettati dai partiti dell’ordine. Ad ogni modo il socialismo è in discesa e non ha più il potere seducente di un tempo. Le ragioni sono ovvie: da una parte non può più levar la voce come una volta contro gli abusi del capitalismo, essendo stati soppressi i più gravi e manifesti: dall’altra parte esso è stato svuotato dai vari partiti, che nella politica sociale propugnano le più audaci riforme. Oramai il socialismo è assai logoro e non ha più nulla di nuovo da agitare come per l’addietro fra le folle popolari. La sua stessa pirotecnica verbale è stantia e somiglia in qualche modo al lampeggiamento innocuo delle notti estive.
Meno invecchiato parrebbe il comunismo e più ricco di immediate e mirabolanti promesse. D'altronde il fenomeno bolscevico, che è il primo esperimento marxista in grande stile, si considera dalla massa dei superficiali quale dimostrazione vivente della possibilità e dell'utilità per le nazioni di darsi una struttura sociale ed economica comunistica. E’ necessario in queste ore decisive per la restaurazione del Paese dissipare questi equivoci, che vorrebbero ingolfarci in un altro esperimento non meno totalitario e disastroso di quello che ci ha, tra continue ubbriacature, condotti all’estrema catastrofe. Bisogna dunque denudare il comunismo e disvelarne la profonda irrazionalità e le fondamentali contraddizioni; contraddizioni che hanno indotto l’insigne sociologo alemanno storiografo del capitalismo, il Sombart, a definirlo «un non concetto, un non senso, un cerchio quadrato, un ferro da cavallo d’oro, una fisica morale, una chimica sentimentale».
Se si tolgono al comunismo i paludamenti e le maschere, di cui lo ricopre la propaganda interessata, esso si risolve in un vuoto immenso. Il nostro lavoro vuol mostrare questo vuoto, che ha una quadruplice dimensione; giacche è il vuoto della concezione economica, il vuoto della concezione sociologica, il vuoto della concezione politica, il vuoto della concezione etico-religiosa.
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Fra le istituzioni che si prodigano per la restaurazione e la conservazione dell’ordine internazionale, la Chiesa — supernazionale ad un tempo ed internazinale — deve avere un posto eminente. Essa appunto fra le incertezze e gli errori delle claudicanti filosofie può fornire sicure norme morali e solide basi al diritto: soprattutto essa diffonde lo spirito di (vera) fratellanza, ed educa le coscienze risvegliando e perfezionando quella sensibilità morale, che è la piattaforma di ogni ordine sia privato sia pubblico, sia nazionale sia internazionale.
Non basta, perché si stabilisca e perduri un ordine fra le nazioni, un nuovo e ragionale riassetto economico. Solo un’intelligenza obnubilata ed irretita nella filosofia marxista, per la quale l’elemento economico o, come altri direbbe, lo stomaco, determina e sorregge lo sviluppo integrale della civiltà, potrebbe assentire alla chimera di un ordine nella società che sia stabile e sicuro per la sola ragione che abbondino i mezzi di sussistenza. Sarebbe lo stesso quanto l’affermare che fra due coniugi, che costituiscono la giù piccola società che possiamo immaginarci, regnerebbe senz’altro l’ordine, ossia la concordia, l’amore, lo spirito di tolleranza e di sacrificio, alla condizione esclusiva di avere una buona dote.
Gli uomini abbattono l’ordine fino ad azzannarsi a vicenda sui campi di guerra per cause in cui gl’interessi materiali non sono predominanti, e talora esulano del tutto. «La storia ci dimostra che giammai uno Stato ha potuto fondarsi unicamente su basi economiche, senza che la popolazione fosse insieme legata da vincoli morali, ossia da un ideale comune».
Ciò che vale per una sola nazione, vale per ogni aggruppamento di nazioni: bisogna non solo una disciplina di rapporti economici, ma altresì un elemento comune che abbia forza di attrazione ed unifichi i voleri e, coi voleri, l’azione. L’economia non unisce le anime, ma i corpi. Ma è questa un’unione precaria, fatta di compromessi ed accamodamenti ben fragili; giacché per essere limitati i beni economici generano di continuo attriti ed intestine discordie.
«E’ nella natura stessa dei beni materiali, c’insegna Papa Pio XI, che la loro disordinata ricerca diventi radice di ogni male. Infatti da una parte non possono appagare le nobili aspirazioni del cuore umano... dall’altra parte (al contrario dei beni dello spirito, che quanto più si comunicano tanto più arricchiscono senza mai diminuire) i beni materiali quanto più si spartiscono fra molti, più scemano nei singoli... onde non possono mai né contentare tutti egualmente, né appagare alcuno interamente, e con ciò diventano fonte di divisione» ...
La velocità di scaricamento delle pagine può variare in base alla connessione internet utilizzata. Per scaricare il PDF del libro cliccare qui. Per inviare una donazione a Sursum Corda cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»).




















































































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Dopo la pausa natalizia e due brevi parentesi dedicate rispettivamente alla «Tassazione iniqua» ed al cosiddetto «Testamento biologico», torniamo ad analizzare il Programma del Centro Politico Italiano nell’intenzione di stimolare gli uomini di responsabilità all’esercizio del buon governo. «Buona politica», slogan così abusato dai demagoghi contemporanei: in realtà significa, come vuole san Tommaso d’Aquino, la ricerca, da parte dei governanti e con mezzi leciti, del bene del popolo a loro soggetto. Asserisce il sommo Dottore nel De Regimine Principum (Lib. I, Cap. 1): «Se, dunque, una moltitudine di uomini liberi è ordinata dal reggitore per il bene comune della moltitudine, il governo sarà retto e giusto, quale conviene a uomini liberi. Se invece il governo è ordinato non al bene comune ma al bene privato del reggitore (e dei gruppi di potere che lo sostengono, ndR), sarà ingiusto e perverso, onde anche il Signore minaccia tali governanti (cf. Ex. XXXIV, 2): Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi!».
Il compianto giurista Carlo F. D’Agostino, ideologo del C.P.I., al § 13 (i precedenti 12 punti li abbiamo analizzati lo scorso anno) dei Princìpi Direttivi scrive: «La legittimità di una determinata forma di governo dipende da circostanze storiche e non è connessa a pregiudiziali teoriche. Pertanto nell’ordine speculativo il Centro Politico Italiano è alieno da pregiudiziali (…) contro qualsiasi forma di governo legittimo, pur affermando nettamente di preferire per l’attuale momento storico italiano una forma di governo in cui collaborino uno stabile e ben organizzato Potere centrale (di tipo) monarchico ed una Camera elettiva che sia genuina espressione di libera (non di liberale, ndR) e consapevole volontà di popolo. Il C.P.I. (…) riafferma che, qualunque sia la derivazione umana dei loro poteri, i governanti dei popoli debbono sentire nell’intimo della propria coscienza le responsabilità che li espongono al giudizio di Dio e della storia. Né può concepirsi - in qualunque regime - una funzione di Capo dello Stato che si riduca ad una etichetta di legalità, dietro cui (…) può nascondersi il prevalere occulto di oligarchie dispotiche».
Cerchiamo di analizzare questa ipotesi. L’Aquinate (Op. cit.) definisce l’oligarchia «il governo ingiusto non di uno solo ma di diverse persone, però poche, cioè predominio di pochi; e questo si ha quando pochi (…) opprimono (la moltitudine), differenziandosi dal tiranno solo per il fatto di essere in diversi». Come accade nel naturale-corretto funzionamento del corpo umano e della famiglia, è «più utile che una moltitudine di uomini viventi in società sia governata da uno solo piuttosto che da molti» (Op. cit., I, 2), tuttavia, insegna il grande tomista Papa Leone XIII, «il diritto d’imperio non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico» (Immortale Dei), a patto che la società non precipiti nell’errore gravissimo della supposta «sovranità popolare».
Spiega il Pontefice: «È la stessa natura che testimonia come qualsiasi potere derivi dalla più alta e augusta delle fonti, che è Dio. La sovranità popolare, che (i moderni pretendono affermare) insita per natura nella moltitudine indipendentemente da Dio, se serve ottimamente ad offrire lusinghe e ad infiammare grandi passioni, non ha in realtà alcun plausibile fondamento, né possiede abbastanza forza per assicurare uno stabile e tranquillo ordine sociale. In verità a causa di tale dottrina si è giunti (all’assurdo) che da molti si sostiene la legittimità della rivoluzione, vista come giusto strumento di lotta politica». San Tommaso d’Aquino dimostra, ancora, come «la tirannide si produca più spesso nel regime di più persone che nel regime monarchico; ragion per cui il regime monarchico è migliore» (Op. cit., I, 5).
Prosegue: «Non più raramente, ma anzi forse più spesso, avviene che si trasformi in tirannide il governo di molti piuttosto che quello di uno solo. E infatti, una volta sorta discordia ad opera di un governo di più uomini, avviene spesso che uno (o un gruppo di iniquo potere, ndR) prevalga sugli altri e che per sé usurpi il dominio sulla società, cosa che chiaramente si può vedere da quanto è avvenuto nella storia» (ivi.). Posta la premessa che «nell’ambito politico e civile, le leggi (devono avere) per oggetto il bene comune, e (devono essere) conformate non alla volontà e al fallace giudizio della moltitudine, ma alla verità e alla giustizia» (Op. cit., Leone XIII), mi sembra che, al § 13 del suo Programma politico, il Cav. D’Agostino intenda mediare, quasi per offrire maggiori garanzie alla società, fra il governo di uno solo e quello di molti: «una forma di governo in cui collaborino Potere centrale monarchico e Camera elettiva», secondo i criteri del buon governo, ossia cristiani.
Al § 15 indica alcune regole di scelta: «Nelle forme di governo con partecipazione popolare il grave compito dell’esercizio delle responsabilità politiche può essere riconosciuto solo a chi abbia raggiunto maturità di pensiero e di esperienza. Nell’impossibilità (odierna) di accertare individualmente la sussistenza di tali condizioni, due criteri appaiono meglio consigliabili: o elevare adeguatamente il limite d’età che conferisce il diritto al voto, oppure concedere questo diritto, in via di massima, a quanti abbiano affrontato, col matrimonio, la responsabilità di fondare (e reggere) una famiglia. Questo secondo criterio corrisponderebbe alla posizione naturale della famiglia come elemento costitutivo dell’organizzazione politica, e beneficamente rafforzerebbe i princìpi dell’unità famigliare e dell’autorità del capo-famiglia, condizioni inderogabili per il consolidamento dell’ordine sociale». Altresì prevede di adottare tutte quelle misure affinché «i governi legittimi siano rispettati, (prudenzialmente impedendo o reprimendo) ogni tentativo di rovesciarli o di cambiarne la forma fuori delle vie previste dalle costituzioni, tranne per il caso di (vera e conclamata) tirannia» (§ 14). Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Andiamo avanti, ancora per qualche settimana, nell’analisi del Programma che il Centro Politico Italiano elabora nel primo dopoguerra - dico brevemente - in contrapposto alla mistificazione Democristiana, all’aggressione Social-Comunista ed al Nazionalismo. Successivamente, Dio volendolo, approssimandosi le elezioni politiche, cercheremo di vagliare, all’esame della dottrina cristiana, le proposte degli attuali Partiti.
Al § 9 dei Principii Direttivi il C.P.I. scrive: «Il dovere della solidarietà umana per il raggiungimento dei fini provvidenziali degli individui si estende all’umanità tutta. La ricchezza di ogni Nazione deve quindi essere aperta indistintamente (entro i limiti del diritto naturale, secondo ragione e prudenza) ad ogni uomo che ovunque, adempiendo lealmente i suoi doveri sociali, deve poter trovare sufficiente tutela per i suoi diritti fondamentali». Per meglio comprendere questo articolo, mi permetto di indicare, a proposito del fenomeno migratorio e dell’uso naturale dei beni che la Provvidenza dispone, la Exsul Familia Nazarethana, 1 agosto 1952, scritta da Papa Pio XII nell’immediato dopoguerra.
Al § 10 leggiamo: «Il raggiungimento dei fini umani nella società organizzata esige la sussistenza di un’Autorità statale che promuova, coordini ed integri l’opera degli individui e delle altre società minori per il bene comune». Ancora: «Il potere di questa autorità essendo richiesto da legge di natura è voluto da Dio, che della natura è l’Autore, e col supremo prestigio di questa divina istituzione deve imporsi alle coscienze sia di chi è chiamato ad esercitarlo sia di chi deve obbedirgli. Come poi l’Autorità è tenuta a non esorbitare, nella sua azione d’imperio, dagli stretti limiti delle effettive esigenze del bene comune, così entro questi limiti i sudditi, ben più che obbedienza, le debbono volenterosa solidale cooperazione».
Al § 11, già analizzato dettagliatamente il mese scorso, leggiamo: «L’imposizione da parte dell’Autorità statale di tributi fiscali è giustificata dalla rispondenza dei suoi servizi alle esigenze del bene comune e deve incidere in misura equamente progressiva sui redditi di capitale nei confronti di quelli di lavoro. Realizzate queste premesse deve ripristinarsi nella coscienza pubblica, anche nei confronti delle leggi fiscali, il concetto che queste, quando sono giuste e giustamente applicate, obbligano in coscienza».
Al § 12: «L’importanza dei fini cui tutta l’organizzazione sociale è ordinata ed il cui raggiungimento va tenacemente perseguito, impone una assoluta serietà ed una scrupolosa imparzialità nell’emanazione come nell’esecuzione delle leggi. Il Potere legislativo deve quindi legiferare con una sincera coscienza della necessità e dell’attuabilità dei suoi provvedimenti, preoccupandosi, tra l’altro, di ridurre al minimo le pure necessarie prescrizioni di forme. Ciò posto, ed eliminati quindi anche i superflui formalismi, funzionari e cittadini debbono avere a loro volta una profonda convinzione dell’obbligo di non sottrarsi neanche alle minime prescrizioni della legge (giusta). Per il costante rispetto dei provvedimenti più importanti deve inoltre prevedersi un severo ed efficace sistema di pubblici controlli».
Al § 14: «Le esigenze dell’ordine richiedono che i governi legittimi siano rispettati e vietano ogni tentativo di rovesciarli o di cambiarne la forma fuori delle vie previste dalle costituzioni, tranne per il caso di tirannia».
Al § 15: «Nelle forme di governo con partecipazione popolare il grave compito dell’esercizio delle responsabilità politiche può essere riconosciuto solo a chi abbia raggiunto maturità di pensiero e di esperienza». Ovvero: «Nell’impossibilità di accertare individualmente la sussistenza di tali condizioni, due criteri appaiono meglio consigliabili: o elevare adeguatamente il limite d’età che conferisce il diritto al voto, ovvero concedere questo diritto, in via di massima, a quanti abbiano affrontato, col matrimonio (sacramentale), la responsabilità di fondare una famiglia. Questo secondo criterio corrisponderebbe alla posizione naturale della famiglia come elemento costitutivo dell’organizzazione politica, e beneficamente rafforzerebbe i principii dell’unità famigliare e dell’autorità del capo-famiglia, condizioni inderogabili per il consolidamento dell’ordine sociale». Sulla vera famiglia e sul vero matrimonio consiglio la Casti Connubii, 31 dicembre 1930, di Papa Pio XI. Al § 16: «Unico legittimo giudice della sussistenza dei requisiti che rendono individualmente idonei all’esercizio del mandato politico o amministrativo, è l’investito del diritto di voto o di nomina. Un sano ordinamento costituzionale deve quindi tutelare la piena libertà e consapevolezza nell’esercizio di tali diritti, facendo in modo che il rappresentante del popolo sia scelto effettivamente dal popolo e che realmente il Capo dello Stato scelga chi da lui riceva un mandato. La violazione di tali principii diminuisce il senso di responsabilità negli eletti, e facilmente asservisce le pubbliche Assemblee al predominio di gruppi irresponsabili o di inconfessabili interessi».
Al § 17: «Posta la garanzia della consapevolezza della scelta da parte degli elettori o del Capo dello Stato, per l’accesso al mandato politico o amministrativo non occorrono particolari limitazioni di età o di condizione personale. La vita politica è in tal modo aperta ai giovani, cui è data - ove veramente se lo meritino - piena possibilità di emergere, per autentiche doti individuali di intelligenza e serietà». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Il Centro Politico Italiano - di cui stiamo studiando la dottrina, i Principii direttivi, lo Statuto ed il Programma applicativo - proponeva, come ovvio, anche un Progetto di ristrutturazione della Carta costituzionale. Nella documentazione storica in mio possesso ho rinvenuto, almeno per il momento, solo una parziale Proposta, tuttavia mi riservo di pubblicare il seguito qualora dovessi venirne a conoscenza.
Il compianto Carlo Francesco D’Agostino, giurista cattolico (certamente nelle intenzioni) ed ideologo del C.P.I., pone la seguente proposizione a Fondamento (ossia all’Art. 0) della “sua idea” di Costituzione: «Lo Stato Italiano riconosce l’autorità dei Romani Pontefici e ne esegue le sentenze». Enuncia un principio cattolicissimo, come già abbiamo stimato in più occasioni, la cui aperta negazione è eresia, urta immediatamente con la fede in Cristo Re e con la retta ragione.
All’Art. 1 scrive: «La piena indipendenza della Patria, Stato Cattolico, va salvaguardata contro ogni tentativo di limitazione della sovranità nazionale».
All’Art. 2 ragionevolmente afferma: «L’Italia rinunzia al ricorso alla guerra per il riconoscimento della sua sovranità sui territori cui si estendeva nel giugno 1940, successivamente sottrattile».
All’Art. 3: «Il Potere politico tutela il rispetto dei diritti naturali degli individui e delle Famiglie: favorisce, in quanto il bene comune lo consenta, lo sviluppo delle loro tradizionali Comunità ed ogni libera Associazione avente finalità dichiarate ed oneste». Si legga «oneste» secondo il significato che la retta teologia morale attribuisce a tale parola.
All’Art. 4: «L’istruzione e l’educazione dei giovani spetta alla Famiglia, che in questo compito va assistita e difesa». Vedremo, la prossima settimana, che il C.P.I. prevede, con lungimiranza e grande sollecitudine, l’abolizione della «dittatura statale (o indottrinamento e corruzione della gioventù) nel settore culturale».
All’Art. 5 si legge: «Compiti esclusivi dell’Autorità politica sono: l’organizzazione della difesa militare; la rappresentanza della Nazione nella Comunità internazionale; la salvaguardia della pubblica Sanità; le iniziative di interesse collettivo a prevenzione e difesa contro le calamità naturali; la tutela di un razionale sfruttamento delle possibilità produttive del suolo e del sottosuolo, non meno che delle disponibilità idriche e del patrimonio ittico, in rapporto anche alla finalità di assicurare quanto possibile l’autonomia economica della Nazione; l’amministrazione della Giustizia; la pubblica viabilità; l’attività legislativa e normativa a carattere generale, in conformità ai principii del Diritto Naturale e secondo le esigenze di una tranquilla e prospera vita sociale; le mansioni di Polizia».
All’Art. 6: «Le attività economiche sono di competenza esclusiva della libera iniziativa privata, individuale od associata, nell’osservanza delle esigenze del bene comune (…)». Prosegue con dei tecnicismi che andrebbero meglio sviscerati, ma non è questo il contesto.
All’Art. 7 scrive D’Agostino: «Lo Stato è impegnato a sollecitare ed incoraggiare il libero adempimento ed esercizio di ogni sorta di doveri e virtù sociali da parte degli individui e delle loro Comunità ed Associazioni, in particolare ai fini della Previdenza e dell’Assistenza. Provvede a che quanti si trovino nell’indilazionabile necessità di assistenza, possano ottenerla a provvisorio carico dello Stato stesso, salvo il diritto di rivalsa verso gli assistiti ed ogni altro obbligato. A quanti rimangano disoccupati, siano privi di mezzi economici sufficienti e non possano contare su altri verso di loro tenuti (es. sui parenti), lo Stato assicura un temporaneo impiego in attività di interesse pubblico, con retribuzioni limitate al minimo necessario per la sussistenza personale e per l’adempimento degli obblighi familiari». Il C.P.I., come già imparammo, vuole «l’abolizione totale dell’obbligatorietà della Previdenza Sociale», che prevede di sostituire con delle interessanti alternative.
All’Art. 8: «I cittadini debbono prestare obbedienza, forze e mezzi, a chi esercita nello Stato un Potere non usurpato. Nei limiti delle esigenze irrinunciabili di bene comune, l’obbligo sussiste anche nei confronti di Autorità illegittimamente insediatesi», come accadde, secondo il C.P.I., a seguito del Referendum del 1946.
All’Art. 9: «Il potere politico, all’infuori dei casi di estrema urgenza, non può legiferare senza aver sottoposto a pubblico dibattito ogni progetto di Legge. (…)». Ci sarebbe qualche precisazione da fare, ma devo soprassedere.
All’Art. 10: «Chiunque reputi ingiusta una norma legislativa di cui gli venga chiesto coattivamente il rispetto, può sollevarne eccezione dinanzi l’Autorità giudiziaria. Questa è in ogni grado tenuta a decidere in conformità ai principii della presente Costituzione».
All’Art. 11: «Il Parlamento, di trecento membri che restano in carica sei anni, è eletto dagli iscritti nelle apposite Liste Comunali. L’iscrizione può essere chiesta, dove si abbia prevalente dimora, da quanti col Sacramento del Matrimonio abbiano fondato una Famiglia Cattolica. Il diritto di voto si acquisisce dopo due anni dall’iscrizione, sempre che perduri la condizione della dimora (…)». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Il Comitato Direttivo del Centro Italiano nel 1952 decise di riconfermare la propria fedeltà ai Principi Direttivi quali risultavano dall’Indirizzo Programmatico del dicembre 1943, data di fondazione del Partito. Vado ad enunciare alcuni punti di detto Programma applicativo elaborato nelle riunioni del marzo 1952. Ricordo ai gentili Lettori che stiamo analizzando questi scritti nell’intenzione dare un contributo alla restaurazione di una politica cattolica in Italia: quasi del tutto estinta per colpa della mistificazione “Democristiana” in permanente combutta con la setta dei “Social-Comunisti” e successive evoluzioni.
§ 1 Il Comitato ha affrontato in primo luogo la questione della forma di governo: «ha convenuto che non può ritenere legittimamente decaduto il potere di Sua Maestà il Re». Propugna pertanto «il riconoscimento del diritto al trono di Sua Maestà nell’ambito di una piena restaurazione cristiana dello Stato». Abbiamo già imparato come intenda il C.P.I. armonizzare il ritorno del Re e la vigente democrazia, o dichiarata tale.
§ 2 «Le amministrazioni dei Comuni vanno riformate, sostituendo all’attuale ordinamento l’istituzione di Sindaci di nomina statale, assistiti da un Comitato consultivo e di controllo, elettivo. Un medesimo Sindaco potrà essere incaricato dell’amministrazione di più Comuni finitimi nelle zone rurali. I Sindaci saranno tratti da un apposito ruolo statale con larga partecipazione di membri non retribuiti scelti tra cittadini ritenuti degni della carica. Con gli stessi princìpi vanno amministrate le Provincie e le Regioni, le quali debbono avere competenza solo per i problemi di carattere (proprio), esclusa ogni funzione politica e legislativa».
§ 3 «Il cittadino, nello Stato, ha dei diritti, ma anche, importantissimi, dei doveri. Tra questi quello di essere pronto al richiamo della Patria per le necessità della difesa militare e della tutela dei diritti della Nazione nel Mondo. Questo dovere il cittadino deve sentire non come un peso, ma come un onore ed una garanzia per i suoi stessi interessi. Nella sua esplicazione deve pertanto essere animato da un profondo sentimento di amor di Patria (…). Tuttavia, ferma restando la consapevolezza della necessità che un tale spirito patriottico e senso di dovere animino ogni Italiano», il C.P.I. ritiene «più confacente agli interessi stessi di un’efficiente organizzazione militare e di una effettiva preparazione tecnica il sistema dell’Esercito professionale in confronto a quello della Leva annuale obbligatoria, che si può dubitare leda anche i diritti fondamentali della personalità individuale. Propugna quindi: l’abolizione della leva militare obbligatoria; l’istituzione di un Esercito professionale permanente per la difesa terrestre, marittima ed aerea; l’obbligo per tutti i cittadini di acquisire, e successivamente aggiornare, un grado di addestramento militare che dia sufficiente garanzia per le necessità della Patria in caso di emergenza. Lo Stato istituirà liberi corsi di addestramento e rigorosi periodici esami per accertare il grado di preparazione tecnico-militare dei singoli cittadini».
§ 4 «Ad eliminare gl’inconvenienti della dittatura statale nel settore culturale, fonte altresì di gravi oneri fiscali», il C.P.I. propugna «la revoca del riconoscimento statale dei titoli di studio (che hanno praticamente sostituito la tessera del P.N.F., ndR), con la conseguente graduale soppressione della scuola di Stato. L’obbligo dei genitori di procurare ai figli un minimo di istruzione dovrà comportare per gli inadempienti gravi sanzioni. Un largo sistema di borse di studio assicurerà la valorizzazione di quei giovani, privi di mezzi, che rivelino speciali capacità. Una severa disciplina degli esami di Stato, dei concorsi e delle prove di pratica professionale dovrà regolare l’ammissione agli impieghi pubblici ed all’esercizio delle professioni».
§ Il C.P.I. prevede inoltre: «Abolizione dell’arresto preventivo, eccettuati il caso di flagranza e, su ordine dell’Autorità giudiziaria, di particolari necessità di difesa sociale; invalidità della confessione del prevenuto; sostituzione della formula di assoluzione per insufficienza di prove con quella per non provata reità; ristabilimento della pena del carcere per le insolvenze colpose; erezione a reato della contumacia in sede penale e della latitanza; massima estensione delle pene pecuniarie in sostituzione di quelle detentive, regolandone l’ammontare in proporzione della condizione patrimoniale del reo; devoluzione al Tesoro dello importo delle pene pecuniarie, destinandole alle necessità del bilancio della Giustizia; rimborso delle spese e dei danni agli imputati prosciolti; ineseguibilità delle sentenze penali non definitive, nel caso di condanna a pene detentive; soppressione della sospensione condizionale della condanna; obbligo del lavoro per tutti i carcerati, accompagnato da una profonda revisione del sistema penitenziale, ispirata al criterio di tendere alla rieducazione morale, culturale e religiosa dei condannati; pubblicità a cura dello Stato delle sentenze di assoluzione; adeguamento dei ruoli della Magistratura e controllo di responsabilità per ritardata amministrazione della Giustizia; estensione dei poteri dei Giudici di vigilanza al fine della riduzione o trasformazione di pena per i condannati che risultino moralmente rieducati; abolizione del principio della irresponsabilità amministrativa da parte degli Ufficiali ed Agenti della Polizia giudiziaria, contro i quali lo Stato potrà rivalersi delle somme che a sua volta dovrà riconoscere ai privati per danni indebitamente provocati dalle attività di Polizia; revoca di tutta la legislazione discriminativa, in ogni tempo emessa, ispirata ad intenti di sopraffazione politica». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Proseguendo nello studio del Programma del Centro Politico Italiano (stesura del 16-19 marzo 1952; «Politica cattolica in contrapposto alla mistificazione democristiana», Avv. D’Agostino, pag. 29 segg.), impariamo, al § 6, alcune responsabili ed inascoltate misure per il riassetto dell’economia peninsulare: in progressiva putrefazione sin dall’immediata ascesa degli “eroi del Risorgimento”. Per conoscere le origini del debito, quindi per combattere efficacemente, possiamo guardare già al 9 aprile 1860, quando il giornalista intransigente don Giacomo Margotti («Memorie per la storia de’ nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863», pagg. 32-36; cf. eleaml.org) scriveva: «Entrate 500 milioni! Viva Cavour! Spese 800 milioni! Viva Garibaldi! Deficit 300 milioni! Viva l’Italia!».
Egli attesta: «In questi giorni vediamo un eloquente contrasto, il Governo clericale del Papa Pio IX, (rapinato) di quasi tutte le sue rendite, avverte i proprii creditori che si presentino a riscuotere gli interessi delle loro cedole, giacché è pronto a pagarli». Nel contempo a Torino, «in questa capitale del regno d’Italia, alcuni nostri amici si presentano per riscuotere il trimestre delle loro pensioni maturato col primo di aprile, sentendosi rispondere dal governo italianissimo: “Passate un’altra volta, non ci sono danari”. E questa risposta si dà pure in Lombardia ai pubblici ufficiali, come ci annunzia il giornate intitolato “II Regno d’Italia”, che ben conosce le finanze italianissime».
Don Margotti commenta: «Il signor Bastogi, già antico cassiere delle finanze di Mazzini e della “Giovine Italia”, ora è venuto a pigliare il governo delle finanze del nuovo regno d’Italia. Egli ha potuto imparare dalla rivoluzione (neopagana risorgimentale) come dilapidare le pubbliche entrate, non come riordinarle. Egli però chiamerà in aiuto l’economia politica del conte di Cavour, quell’economia che ha governato il Piemonte dal 1848 in poi, e che si riduce a mettere imposte e contrarre prestiti».
Il Sacerdote denuncia, dati alla mano, l’immediata incapacità dei rivoluzionari - i cosiddetti “eroi del Risorgimento”: distruttori di ogni ordine, pertinaci odiatori dell’altrui legittima proprietà, proiettati a sanare il debito, da essi stessi procurato, mediante imposte inique e prestiti contratti a servitù di potentati e pseudo-banchieri stranieri. Vecchia patologia che negli ultimi 150 anni ha trascinato l’Italia allo stato quasi terminale: con la definitiva metastasi procurata dalla cessione coatta, ad entità pressoché ignote, della proprietà monetaria nazionale. Prosegue: «I prestiti già contratti sono tali e tanti che nel 1860 si pagarono di soli interessi più di 94 milioni, tuttavia bisogna già pensare ad un nuovo prestito. Le finanze sono una Babilonia, e nessuno ne capisce nulla».
Sul n° 97 dell’8 aprile 1860 l’«Opinione», al servizio del ministero, calcola: «Nel 1860 abbiamo speso 563 milioni. In questo 1861 le spese non saranno inferiori a 800 milioni, e si può dire che saranno 900 milioni, e forse un bilione. E intanto quali saranno le rendite?». Si risponde: «I proventi di tutto il regno, compreso Napoli e Sicilia, per il 1861 non possono oltrepassare 510 a 520 milioni. V’è più ragione di temere che non si raggiungerà la somma, che da sperare possa essere oltrepassata. Si avrà dunque un disavanzo di 300 milioni. Se mai scoppiasse la guerra, il disavanzo non potrebbe che aumentare». L’ex-cassiere della “Giovine Italia” ci darà questo primo bilancio del nuovo “regno d’Italia”. Purtroppo siamo rimasti nelle mani di tali soggetti, anzi di peggiori.
Carlo F. D’Agostino, dicevamo, consapevole del disastro, prevede nel suo Programma le seguenti misure di finanza: «Riduzione del sistema tributario a tre sole imposte: la Imposta Immobiliare, quella Mobiliare, quella Doganale. La Imposta Immobiliare da applicarsi sul valore accertato (solamente di alcuni immobili ...), a spese del contribuente, da apposite Commissioni ogni cinque anni (…). La Imposta Mobiliare, sul denaro, titoli azionari, crediti e beni mobili, esclusi quelli posseduti per sola ragione di commercio: imposizione sul valore denunciato, con inventario, dal contribuente, con la garanzia di sanzioni penali in caso di evasione. La Imposta Doganale, sulle merci importate, con intento principalmente di tutela del lavoro e dell’economia nazionale, favorendo l’importazione delle (sole) materie prime non economicamente sostituibili, e gravando invece sui prodotti manufatti provenienti da Paesi che pongano restrizioni all’immigrazione di mano d’opera italiana».
Per gestire adeguatamente le spese di assistenza sociale, al § 7 prevede: «L’abolizione dell’obbligatorietà della Previdenza Sociale (demandando cristianamente le opere di vera misericordia corporale a chi e come competono - già lo abbiamo studiato), con conseguente soppressione di tutti i contributi assicurativi obbligatori. L’interesse dei lavoratori sarà garantito, oltreché dal fiorire di libere (sincere e rigorose) forme previdenziali, dai benefici derivanti dalle riforme sociali nei rapporti tra datori e prestatori d’opera, che eleveranno le possibilità economiche di questi ultimi (a parte il miglioramento generale della prosperità a seguito delle riforme fiscali e dell’alleggerimento tributario); il risparmio inoltre, sarà rigidamente tutelato dalla riforma monetaria, che dovrà assicurare la stabilità della moneta».
Al § 12 vuole: «L’eliminazione dei troppi servizi statali superflui, e di tutti gli interventi economici diretti ed indiretti dello Stato, paurosamente moltiplicatisi per l’inveterato malvezzo di perseguire col pubblico denaro privati interessi, permetterà un notevolissimo alleggerimento dell’onere fiscale e quello sviluppo di vitalità economica che è premessa di una ripresa di prosperità». Prosegue …
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Oggi terminiamo lo studio del Programma dell’estinto Centro Politico Italiano, stesura del 16-19 marzo 1952 - «Politica cattolica in contrapposto alla mistificazione democristiana», pag. 29 segg., in larga misura certamente condivisibile, come è stato già dimostrato nei precedenti articoli.
Al § 9 il giurista Carlo Francesco D’Agostino propone alcune misure per l’Agricoltura: «Riconosciuta l’importanza fondamentale dell’economia agricola ai fini della prosperità nazionale, il C.P.I., reputa che, respinta ogni demagogica pretesa di limitazione quantitativa della proprietà, unica mèta sia di ottenere il (lecito) massimo della produttività nelle grandi come nelle piccole aziende. Gli Ispettorati agrari, potenziati affinché effettivamente adempiano alla missione di organi specializzati per le singole zone, dovranno poter imporre ad ogni proprietario l’adozione di una tecnica adeguata alla natura dei fondi. I proprietari inadempienti, salve le già proposte garanzie contro ogni possibile arbitrio amministrativo, dovranno subire la vendita all’incanto delle loro terre, all’infuori di ogni creazione di enti che, col pretesto della riforma agraria, non fanno che appesantire l’organizzazione statale. Riconoscimento, a favore del mezzadro, della comproprietà sull’aumento di valore del fondo conseguente alla buona conduzione agraria: diritto di riscatto a favore del concedente, allo scioglimento del rapporto mezzadrile».
Per l’Industria, il Commercio e l’Edilizia, al § 10 scrive: «Rigida difesa del “nome” commerciale e della genuinità del prodotto lanciato in commercio (con obbligo della indicazione qualitativa e quantitativa di tutti i componenti di ogni prodotto, compresi quelli dell’industria alimentare). Abolizione delle licenze di fabbricazione e di ogni limitazione statale alle nuove iniziative industriali. Soppressione dei monopoli di Stato, compreso quello postale. Smobilitazione completa degli investimenti azionari dello Stato e cessione a (zelanti) privati delle Aziende dello Stato e dei Comuni, comprese Ferrovie, Tramvie, Telefoni e Radio, nonché di quella parte del patrimonio demaniale che non è strettamente necessario ai servizi di Stato. Soppressione del regime vincolistico per le locazioni, potenziando, finché risulti necessario, l’efficienza della Giurisdizione per l’equo canone. Riconoscimento in via transitoria e finché perduri l’attuale crisi edilizia, del diritto di stabilità dell’inquilino nelle locazioni per uso di commercio, salvo il caso di necessità del proprietario».
Dedica il § 11 alla Burocrazia: «Soppressione del (coattivo) collocamento a riposo per limite d’età per i (qualificati) Dipendenti dello Stato da trattenersi pertanto in servizio a vita con (la possibilità) di prestarlo in proporzione alle proprie capacità lavorative. Riconoscimento del diritto a 5 anni di stipendio intero oltre al successivo trattamento di pensione, ove spetti, ai dipendenti dello Stato che dovranno essere dimessi dall’impiego in conseguenza delle propugnate riduzioni di servizi. (NB il Cav. D’Agostino parla di “posti di lavoro” e non di “posti di stipendio”, come spesso accade oggi nella cosiddetta Pubblica amministrazione). Energica riaffermazione del principio della responsabilità del Dipendente statale, con sanzioni economiche e disciplinari a carico di quelli che si sottraggono ai propri compiti o li adempiono in maniera inadeguata, e, per converso, con riconoscimento di un diritto a miglioramento di carriera e di retribuzione per i più efficienti: il tutto con le debite garanzie per l’esatto accertamento di meriti e demeriti».
Credo di aver concluso, con questo articolo numero 90, una corposa introduzione alla politica cattolica, avendo anche analizzato quello che, a parer mio, fu l’ultimo programma politico quasi interamente accettabile dalla mente del credente, divulgato e promosso negli ultimi sessant’anni.
Il Centro Politico Italiano sorse in Roma nel 1943 ad opera di tre Cattolici vincenziani, con l’impegno statutario di realizzare nella politica italiana i Principii Cattolici. Svolse un lavoro davvero ammirabile soprattutto denunciando l’impostura “Democristiana”. Sottolinea il C.P.I. sul numero 9 dei «Quaderni per un vero Risorgimento» alla pagina 14: « È assai spiacevole, per chi scrive questo articolo, dover insistere nell’additare il Partito Democristiano come il vero nemico da sgominare. Vi hanno militato e vi militano carissimi amici, che per altri versi hanno dato e danno esempi di vita cristiana. Lo hanno raccomandato Vescovi (…). Roncalli arrivò al punto di farne l’apologia in un pubblico documento, praticamente in risposta polemica a quanto gli avevamo scritto ed alle nostre pubblicazioni. Replicava che bisognava stare “con i piedi per terra”. (...) Dal patto di unità d’azione con Socialcomunisti e demomassoni, firmato da De Gasperi per un fine anticattolico sovvertitore del concetto di autorità, all’azione alla Costituente per dare una Costituzione atea alla nascente repubblica; dall’approvazione di una sequela di leggi che portavano ai risultati denunciati da Mons. Forzoni (e non solo da lui), fino allo smascheramento della perversa complicità perché il Divorzio passasse al Senato ed il Referendum, per intanto, venisse rinviato per almeno un anno; e col concatenarsi di scandali che fanno prevedere al Vescovo di Massa altre “penose prove, grosse sofferenze, scandali e crisi”, chi può dubitare essere stata rovinosa la politica dei De Gasperi e suoi eredi, ed essere essa tuttora foriera di nuove rovine? La D.C. è “il nemico n. 1” perché distoglie dalla giusta battaglia politica le forze di ogni ceto desiderose di una impostazione cristiana (e di un trionfo di Cristo e della Vergine Maria)».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Ogni uomo sano di mente dovrebbe avvertire il senso di Patria ed avere coscienza dei doveri del Patriottismo. Per ben identificare il significato di Patria distinguiamo: 1) Paese: solitamente il suolo natale; 2) Popolo: ordinariamente un determinato aggregato sociale distribuito in un preciso territorio; 3) Nazione: normalmente la comunione di origine di un popolo discendente dagli stessi antenati; 4) Stato: un territorio, un Popolo, una Nazione giuridicamente organizzata che ha raggiunto l’indipendenza politica.
Roberti-Palazzini (cf. «Dizionario di teologia morale», Studium, Roma, 1957, pag. 1044) ci dicono che «lo Stato è un organismo collettivo che perfeziona la Patria in quanto esso può dare una soluzione definitiva a tutti i problemi della vita associata». Ciò premesso, finalmente diciamo che l’idea di Patria è «un complesso di vincoli geografici, etnici, politici, di lingua, di istituzioni domestiche e religiose, di tradizioni, di costumi, di interessi».
Patria può essere definita quella «società intermedia tra la Famiglia e la società civile per procurare beni che queste due società non potrebbero dare». Deduciamo che la Patria è una società naturale e necessaria. Alla libertà individuale «non appartiene la facoltà di accettarla o di rigettarla», né di «sottrarsi ai doveri verso di essa».
La Patria è, nel contempo, «estensione e completamento della Famiglia», cosicché «i doveri verso la Patria sono analoghi a quelli verso la Famiglia».
La Famiglia ha bisogno della Patria, di quella «società più vasta e più forte, che assicuri all’individuo le condizioni indispensabili al suo sviluppo intellettuale, morale, sociale ed economico». San Tommaso d’Aquino insegna «Deus summum obtinet locum (…) secundario vero nostri esse et gubernationis principium sunt parentes et patria» (cf. «Somma Thelogiæ», II-II q. 101) - Dio è al primo posto; al secondo posto come principi dell’essere e dell’agire vengono i genitori e la Patria, dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati. Quindi: «Post Deum, maxime est homo debitor parentibus et patriæ» - dopo che a Dio, l’uomo è debitore ai genitori ed alla Patria. La Patria è madre non solo in senso metaforico ed i nostri doveri verso di essa «appartengono alla pietas». Spiega l’Aquinate: «Sicut ad religionem pertinet cultum Deo exhibere, ita secundo gradu ad pietatem pertinet exhibere cultum parentibus et patriæ» - come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori ed alla Patria.
Roberti-Palazzini proseguono: «Questa pietà implica doveri di amore, di assistenza, di difesa contro i nemici interni ed esterni della Patria, fino al sacrificio di noi stessi, di obbedienza alle sue leggi (giuste), di cooperazione alla sua prosperità e al suo progresso religioso, morale, culturale, sociale ed economico».
L’immortale tomista Leone XIII asserisce: «Siamo obbligati per legge di natura ad amare e difendere particolarmente quella città nella quale siamo nati e cresciuti in questa luce, fino al punto che un buon cittadino non può dubitare di dover dare anche la vita per la Patria». Tuttavia, «si deve amare la Patria dalla quale abbiamo ricevuto il dono di una vita mortale: ma è necessario anteporle nell’amore la Chiesa, alla quale dobbiamo una vita che durerà in perpetuo» (cf. «Sapientiæ christianæ»).
Contro ogni virtù si può peccare per eccesso o per difetto: vediamo agli eccessi. Il Manise (Ivi., Rob.-Pal.) scrive: «Pecca per eccesso di Patriottismo il Nazionalista esagerato». Il Nazionalismo è «giustificato, sano e lodevole (se) ci inclina ad amare la nostra Nazione, cioè il Popolo con cui abbiamo comunità di origine, di sangue, di lingua, di costumi, di storia». Tuttavia, accanto a questo Nazionalismo «ragionevole e doveroso», può sorgerne un altro «egoista e fanatico, che fa della propria Nazione un bene assoluto, ad esso sacrifica i (veri) valori universali e trascendenti del diritto, della morale e della religione, disprezza le altre nazioni, è fonte di odio e di guerre tra i popoli, spezza il legame soprannaturale che tutti ci deve unire come figli della stessa Chiesa, come fratelli in Cristo, come eredi e fautori della civiltà cristiana». Quest’ultimo Nazionalismo viene definito da Papa Pio XII «odio ed invidia, diffidenza e sospetto, ambizione di egemonia e di predominio».
Papa Pio XI insegna che l’amor di Patria, «incitamento di molte virtù e di mirabili eroismi quando sia regolato dalla legge cristiana», diviene «occasione ed incentivo di gravi ingiustizie quando dimentica che tutti i popoli sono fratelli» (Cf. «Ubi Arcano Dei Consilio»).
Nemici della Patria furono - alcuni ancora lo sono: i Cosmopoliti; i figli dello Stoicismo; la Rivoluzione francese: «Diffuse un umanitarismo antipatriottico»; la Massoneria: «Dissolvente occulto ma efficace dell’idea di Patria»; il Socialismo marxista: «Predicò l’internazionalismo operaio a servizio della lotta di classe»; i Materialisti: «Adottarono la massima ubi bene, ibi patria». Fra i filosofi e letterati accaniti nemici della Patria annoveriamo Goethe, Schiller, Tolstoi e Renan: «La patria è un insieme di pregiudizi e di idee arretrate che l’umanità intera non può accettare» (cit.).
Il rapporto fra Nazioni sovrane va regolato dal diritto e non da sedicenti Entità sovranazionali. Il Manise conclude: «Il Patriottismo è una forza spirituale necessaria e importante che protegge gl’individui e le famiglie, assicura il progresso e la grandezza di un Popolo ed è fonte di eroici sacrifici nei momenti più decisivi della sua storia».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Non expedit è la formula che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica, soprattutto come risposta ai tanti territori rapinati alla Santa Sede dai cosiddetti “liberatori”. L’intento dei “risorgimentali” era quello di ripristinare in Italia il paganesimo, per conseguenza era necessario abbattere il potere temporale del Pontefice usando ogni sorta di persecuzione, calunnia e ruberia. Tuttavia: «Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale ed una temporale. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore» (cf. Unam Sanctam, Papa Bonifacio VII).
L’Enciclopedia Cattolica (Imprim. 1952, Vol. VIII, coll. 1930-1932) racconta: «Dopo l’occupazione militare delle Marche e dell’Umbria, terre pontificie, e la proclamazione del Regno d’Italia, il Cavour mirava soprattutto a fare di Roma la capitale del nuovo Regno». «Sulla formula a lui cara: “Libera Chiesa in libero Stato” (traduco oltre ogni ipocrisia: Stato ateo e Chiesa sua vassalla, ndR), egli elaborò il discorso del 25 marzo 1861 alla Camera di Torino, concludendo che in qualunque modo, per accordi o senza, l’Italia sarebbe giunta a Roma (...)».
Prosegue: «Morto Cavour, la Questione romana appariva sempre più ardua e complicata. Per avviare i cattolici su una linea comune e coerente a norme inderogabili, don Giacomo Margotti, scrittore e polemista, fu il primo che, con la sua formula: Né eletti né elettori, in una lunga serie di articoli, lanciò e sostenne la massima di una doverosa astensione dei cattolici italiani dalla vita politica». «Tale formula, da principio, non poteva avere valore che di opinione personale e di consiglio; ma con la presa di Roma nel 1870 penetrò nella coscienza di molti e trovò seguaci specialmente nelle organizzazioni di Azione Cattolica. In quell’anno stesso alcuni deputati, primi fra essi il barone Vito d’Ondes Reggio e il marchese Ottavio di Canossa, rinunciarono al mandato parlamentare. Si può dunque far risalire virtualmente a quell’epoca, in potenza, se non in atto, il Non expedit che sanzionava il principio affermato da don Margotti. La prima dichiarazione ufficiale in proposito fu un decreto della Sacra Penitenzieria del 10 settembre 1877».
Ancora: «Intervenne Pio IX stesso, il quale, con un Breve del 29 gennaio 1877 al Consiglio superiore della Gioventù Cattolica, riprovava il procedere di coloro che spingevano i cattolici alle urne politiche, mentre la Santa Sede non aveva ancora definito se fosse lecito o meno, e a quali condizioni, prendervi parte. La grave dichiarazione troncò l’attività della corrente interventista [o dei “conciliatori”, contro i quali Papa Mastai Ferretti tuonava (v. nota 1): “Abbiamo saputo non senza dolore che alcuni, ingannati dai sofismi (dei conciliatori), hanno preferito l’opinione dei privati al nostro avviso, e son passati alla loro parte. Ci congratuliamo pertanto con voi (Società della gioventù cattolica italiana), che, benché vi contristiate per l’abbandono dei fratelli trasportati dal vento di fallace dottrina, non per questo vi lasciate commuovere, anzi, dal loro errore vi sentite eccitati ad accogliere con maggior piacere e a seguire con maggiore premura non solo i comandi, ma ben anche qualunque avviso di questa apostolica Sede”, ndR], ma non le discussioni circa l’opportunità di agire sul terreno parlamentare in opposizione alle influenze settarie e nell’interesse stesso della Santa Sede e dei cattolici».
Parola definitiva: «Il 30 giugno del 1888 un decreto della Congregazione del Sant’Uffizio, approvato da Leone XIII, sentenziava che, per ragioni di altissimo ordine, il Non expedit includeva una vera e propria proibizione (prohibitionem important - v. Quale debba, Leone XIII, ndR); così l’astensione diventava un comando». «La cessazione del Non expedit sarebbe avvenuta o con la revoca espressa da parte del Papa, o per naturale decadenza in seguito al mutamento delle condizioni politico-religiose».
«Papa San Pio X confermò le proteste dei predecessori e, in linea di massima, il divieto ai cattolici di prendere parte, come tali, alla vita politica. (…) Con l’Enciclica Il fermo proposito dell’11 giugno 1905, non revocò il Non expedit, ma aprì l’adito alla vita politica per i cattolici in circostanze speciali e, a modo di dispensa, quando la loro partecipazione fosse riconosciuta dai Vescovi, autorizzati a concederla, come strettamente necessaria per il bene delle anime e per i supremi interessi della Chiesa e della società che ad ogni costo bisognava salvare».
La Teologia morale (Roberti-Palazzini, Imprim. 1957, pag. 952) parla di «caso di coscienza»: «Potevano i cattolici cooperare con un governo che era in tali rapporti con la Chiesa? Il caso trovava la sua più pratica applicazione nell’esercizio del voto per le elezioni specialmente politiche».
I cittadini, quando esercitano un vero potere elettivo designando i membri della Camera, «diventano quindi, almeno indirettamente, corresponsabili nell’azione dello Stato stesso». Leggiamo ancora sul Roberti-Palazzini: «Se è un dovere grave recarsi alle urne, è un dovere ancora maggiore votare secondo coscienza, cioè eleggere candidati capaci ed onesti, i quali ispirino la loro azione politica ai principi della dottrina e della morale cristiana» (pag. 495).
E Pio XII: «La voce della coscienza impone ad ogni sincero cattolico di dare il proprio voto a quei candidati o a quelle liste di candidati che offrano garanzie veramente sufficienti per la tutela dei diritti di Dio e delle anime, per il vero bene dei singoli, delle famiglie e della società, secondo la legge di Dio e la dottrina morale cristiana».
Per concludere: «Mediante il voto noi mettiamo nelle mani degli eletti un grande potere sia per il bene come per il male, e quindi assumiamo indirettamente la responsabilità di quanto essi compiono nell’esercizio e in forza del loro mandato (…). Chi scientemente ed efficacemente vota per candidati indegni è responsabile di cooperazione al male e contrae anche l’obbligo di riparare, per la parte della sua responsabilità, i danni che i suoi eletti recheranno alla società, ai singoli cittadini e alla Chiesa».
Carlo Di Pietro da Il Roma
(1) Lettere e discorsi dei sommi pontefici Pio IX e Leone XIII alla Società della gioventù cattolica italiana dal 1868 al 1879, Udine 1893, II, p. 180.
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Afferma Pio XI nella Caritate Christi Compulsi (3.5.1932): «In questa lotta (contro il materialismo ateo) si discute veramente il problema fondamentale dell’universo e si tratta la più importante decisione proposta alla libertà umana: per Dio o contro Dio, è questa la scelta che deve decidere le sorti della umanità tutta: nella politica, nella finanza, nella moralità, nelle scienze, nelle arti, nello Stato, nella società civile e domestica, in Oriente e in Occidente, dappertutto si affaccia questo problema come decisivo per le conseguenze che ne derivano. Il credere in Dio è il fondamento incrollabile di ogni ordinamento sociale e di ogni responsabilità sulla terra».
Ed il Salmista esclama: «Beatus populus, cui Dominus est Deus» (Liber Psalmorum, V, 144) - Beato quel Popolo il cui Signore è il suo Dio.
Insegna Leone XIII nella Immortale Dei (1.11.1885): «L’uomo è naturalmente ordinato alla società civile. Alla convivenza civile è necessaria l’autorità che la regga: la quale proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto di governo non lo riceve da altri se non da Dio. È chiaro che una società costituita su queste basi deve assolutamente soddisfare ai molti e solenni doveri che la stringono a Dio con pubbliche manifestazioni di culto».
Dunque: «La natura e la ragione, che comandano ad ogni singolo individuo di tributare a Dio pii e devoti atti d’ossequio - poiché tutti siamo in Suo potere e tutti, da Lui originati, a Lui dobbiamo ritornare - impongono la stessa legge alla società civile. Gli uomini uniti in società non sono meno soggetti a Dio dei singoli individui, né la società ha minori doveri dei singoli verso Dio».
Al contrario di quello che sostengono i moderni e falsi pastori, nonché i demagoghi travestiti da politici: «Come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio - e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera - allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato».
Per concludere: «Santo deve essere il nome di Dio per i Governanti, i quali tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la (vera) religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi, né adottare qualsiasi decisione o norma che sia contraria alla sua integrità». Poiché: «Da ciò dipende la completa e perfetta felicità degli uomini, il conseguire il fine di cui s’è detto è cosa di tale importanza per ognuno, che nulla può essere di maggior momento».
Nella Quod Apostolici Muneris (28.12.1878) sempre Leone XIII asserisce: «Le audaci macchinazioni degli empii traggono principio ed origine da quelle velenose dottrine, che sparse (dalle conventicole) nei tempi passati come velenosi semi in mezzo ai popoli, diedero a suo tempo frutti così amari. La guerra implacabile mossa fin dal secolo XVI dai novatori contro la Fede Cattolica, e che venne sempre crescendo fino ai giorni nostri, ha per scopo di aprire la porta ai delirii della ragione abbandonata a se stessa, tolta via ogni Rivelazione e rovesciato ogni ordine soprannaturale».
Questo errore: «Che a torto prende nome dalla ragione, siccome solletica e rende più viva l’innata bramosia d’innalzarsi, ed allenta il freno ad ogni sorta di cupidigie, senza difficoltà s’introdusse non solo nella mente di moltissimi, ma giunse anche a penetrare ampiamente nella società civile».
Cosicché: «Con empietà nuova, sconosciuta perfino agli stessi pagani, si costituirono Stati senza alcun riguardo a Dio ed all’ordine da Lui prestabilito; si andò dicendo che l’autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla massa popolare la quale, ritenendosi sciolta da ogni legge divina, tollera appena di restare soggetta alle leggi che essa stessa a piacere ha sancite».
Per conseguenza: «Combattute e rigettate come nemiche della ragione le verità soprannaturali della fede, si costringe lo stesso Autore e Redentore del genere umano ad uscire insensibilmente e a poco a poco dalle università, dai licei e dai ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita (dalla società e dalla famiglia). Infine, messi in dimenticanza i premi e le pene della eterna vita avvenire, l’ardente desiderio della felicità è stato rinserrato entro gli angusti confini del presente».
Adesso: «Non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina».
Tale, ricorda San Pio X nella Notre Charge apostolique (25.8.1910), è la funesta sorte di «una certa democrazia che giunge fino a un tal grado di perversità da attribuire al popolo la sovranità nella società».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Papa Pio XI nella Ubi arcano (23.12.1922) denuncia: «Molti sono quelli che credono o dicono di tenere le dottrine cattoliche sull’autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui rapporti tra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni tra Chiesa e Stato, tra religione e patria, tra classe e classe, tra nazione e nazione, sui diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e dell’episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore, Redentore, Signore degl’individui e dei popoli». Tuttavia: «Poi parlano, scrivono e, quel che è peggio, operano come non fossero più da seguire le dottrine e le prescrizioni (a riguardo) solennemente ed invariabilmente (ossia infallibilmente) richiamate ed inculcate in tanti documenti pontifici».
Il Pontefice vede in questo modus operandi il modernismo, ovvero l’apostasia del pensiero moderno: «Contro questa specie di modernismo morale, giuridico, sociale, non meno condannevole del noto modernismo dogmatico, occorre pertanto richiamare quelle dottrine e quelle prescrizioni (di Dio e della Chiesa); occorre risvegliare in tutti quello spirito di fede, di carità sopranaturale e di cristiana disciplina che solo può dare la loro retta intelligenza ed imporre la loro osservanza».
Bisogna intervenire soprattutto sui giovani affinché, come dice l’Apostolo, cessino di essere condotti «da ogni vento di dottrina per i raggiri degli uomini, per le astuzie onde seduce l’errore» (Eph., IV, 14).
Già Papa Pio IX nella Quanta Cura (8.12.1864) contesta: «In questo tempo non pochi si trovano, i quali applicando al civile consorzio l’empio ed assurdo principio del naturalismo, così come lo chiamano, osano insegnare: “L’ottima ragione della pubblica società ed il civile progresso richiedono che la società umana si costituisca e si governi senza avere nessun riguardo alla religione”», come se non esistesse, o almeno senza fare alcun divario tra la vera e le false religioni.
Dopo aver rilevato l’esistenza di questa apostasia rivoluzionaria, prosegue: «Contro la dottrina delle sacre Lettere, della Chiesa e dei Santi Padri, (tali soggetti) non dubitano di asserire: “Ottima è la condizione della società, nella quale non si riconosce nell’impero (ossia nel Potere politico) il debito di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica Religione”». Viene tradito, dietro vile pretesto di aconfessionalità degli Stati, il debito di giustizia che le Nazioni hanno con Dio, con la Chiesa e con la carità cristiana.
Commenta il Papa: «Con la quale idea di sociale governo, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente rovinosa per la cattolica Chiesa e per la salute delle anime, dal nostro predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata, delirio, cioè: “La libertà di coscienza e dei culti - vogliono i moderni - è un diritto proprio di ciascun uomo, che si ha da proclamare e stabilire per legge in ogni ben costituita società, ed i cittadini hanno diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile” (cf. Mirari Vos del 15.8.1832). E mentre ciò temerariamente affermano, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione».
Aconfessionalità, laicità, separazione Chiesa-Stato e libero pensiero significano, da sentenze dei Pontefici, «libertà della perdizione»: oggi eretta a sistema. Contro questa rovinosa «peste collettiva» i Sovrani degni di tal nome ricorrevano alla Santa Inquisizione. Commenta Papa Pio XII il 6-10-1946: «Il tribunale per la tutela della Fede è un organo legittimo della potestà giudiziaria della Chiesa… Il suo ufficio è di reagire giuridicamente contro ogni attacco diretto a colpire uno dei suoi più importanti e vitali beni. I delitti dell’eresia e dell’apostasia non potevano né possono lasciare la Chiesa indifferente od inerte».
Purtroppo contro il Santo Tribunale si scagliano «non pochi uomini del nostro tempo». Sono coloro «il cui pensiero e il cui intimo senso si trovano sotto il fascino di una dottrina, che, escludendo ogni idea di soprannaturale e di rivelazione, attribuisce alla umana ragione la forza di comprendere a fondo il mondo, la prerogativa di dominare tutta la vita, e per conseguenza esige in ciò la piena indipendenza dell’uomo da qualsiasi vincolo di autorità».
Li descrive: «I suoi rappresentanti si appellano al principio della “libertà di coscienza”, al principio della “tolleranza” nelle materie concernenti la vita spirituale, sopratutto religiosa. Tuttavia troppo spesso essi stessi, appena conquistato il potere, non hanno avuto nulla di più urgente che di violentare le coscienze e di imporre alla parte cattolica del popolo un giogo opprimente, specialmente per ciò che si riferisce al diritto dei genitori nell’educazione dei loro figli».
Tutta questa macchinazione, riassumibile nella falsa massima “Libera Chiesa in libero Stato”, si estrinseca nell’apostasia legislativa (o Stato ateo e Chiesa sua vassalla) e nell’usurpazione della missione genitoriale: i giovani vengono corrotti nel’intelletto e nella morale soprattutto mediante la subdola scuola dell'obbligo. Il Pontefice si dice affranto e rivendica: «La Chiesa cattolica è una società perfetta, la quale ha per fondamento la verità della Fede infallibilmente rivelata da Dio. Ciò che a questa verità si oppone è necessariamente un errore e all’errore non si possono obiettivamente riconoscere gli stessi diritti che alla verità».
I moderni politicanti, con essi le guide cieche che fanno capo al Vaticano Secondo, riconoscendo all’errore gli stessi diritti della verità, logicamente concludono a detrimento della verità stessa!
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Per spiegare sinteticamente in cosa consista e quali conseguenze produca l’ateismo politico adoperiamo la medesima voce presente sul «Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi» (Editrice L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pagina 15).
Della mancata pace e dei mali che conseguono vi è una causa - insieme - più grave e più profonda: «Quelli che abbandonarono il Signore andranno consunti» - qui dereliquerunt Dominum, consumentur (Isaia, I, 28). Non meno vero è ciò che Gesù Redentore, Maestro degli uomini, ha detto: «Senza di Me nulla potete fare» - sine Me nihil potestis facere (S. Giovanni, XV, 5). Ed anche: «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde» - Qui non est mecum, adversum me est; et, qui non colligit mecum, dispergit (S. Luca, XI, 23).
Papa Pio XI nella Ubi arcano (23-12-1922) dice ancora: «Gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di tante rovine. (Con le Rivoluzioni, ndR) - si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi ed i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche Cicerone intuiva potersi derivare soltanto dalla legge divina. È venuta pure meno all’autorità ogni solida base, ogni vera e indiscutibile ragione di supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra; e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari».
Sempre Papa Pio XI, per la 28a Sett. Sociale di Francia (18-7-1936), afferma: «L’attuale orizzonte è oscurato dalle più minacciose nuvole, ora sopratutto che delle iniziative criminali giungono fino all’esaltazione di ogni specie di idoli, perfino alla distruzione del sentimento religioso, sotto il manto di un ateismo eretto a principio civilizzatore».
E nella Divini Redemptoris (19-3-1937) tuona: «Si pretende di introdurre una nuova epoca e una nuova civiltà, frutto soltanto di una cieca evoluzione: “una umanità senza Dio”». Nello stesso Documento il legittimo successore di San Pietro, Pio XI, insegna: «Lo Stato deve lasciare alla Chiesa la piena libertà di compiere la sua divina e del tutto spirituale missione per contribuire con ciò stesso potentemente a salvare i popoli dalla terribile tormenta dell’ora presente. Si fa oggi dappertutto un angoscioso appello alle forze morali e spirituali; e ben a ragione, perché il male che si deve combattere è prima di tutto, considerato nella sua prima sorgente, un male di natura spirituale, ed è da questa sorgente che sgorgano con una logica diabolica tutte le mostruosità - per esempio, ndR - del Comunismo. Ora, tra le forze morali e religiose eccelle incontestabilmente la Chiesa Cattolica; e perciò il bene stesso dell’umanità esige che non si pongano impedimenti alla sua operosità. Se si agisce altrimenti e si pretende in pari tempo di raggiungere lo scopo con mezzi puramente economici e politici, si è in balia di un pericoloso errore. E quando si esclude la Religione dalla scuola, dall’educazione, dalla vita pubblica e si espongono a ludibrio i rappresentanti del Cristianesimo e i suoi sacri riti, non si promuove forse quel materialismo donde germoglia - per esempio, ndR - il Comunismo? Né la forza, neppure la meglio organizzata, né gli ideali terreni, siano pur essi i più grandi e i più nobili, possono padroneggiare un movimento, che getta le sue radici proprio nella troppa stima dei beni del mondo».
Il Pontefice dichiara inconcepibile quel governo che intenda poggiare solo su quanto, per mera convenienza, pretende debba essere “natura”, mentre invece rigetta insieme natura e sopranatura!
Papa Leone XIII nella Lettera È giunto all’imperatore del Brasile (19-7-1889) dice: «La libertà di culto pone sul medesimo piano la verità e l’errore, la Fede e l’eresia, la Chiesa di Gesù Cristo ed una qualsiasi istituzione umana: stabilisce una deplorevole e funesta separazione tra la società umana e Dio, suo Autore; perviene, infine, alle tristi conseguenze che sono l’indifferentismo di Stato in materia religiosa, o l’ateismo, che ne è l’equivalente».
E Papa Pio XII (21-2-1946) ammaestra i Cardinali: «Senza Dio e lontano da Dio non può esservi tra gli uomini alcuna vera, solida e sicura unità».
All’on. De Nicola il Pontefice dice (31-7-1946): «Come potrebbero la verità e la giustizia pienamente trionfare là ove s’ignorasse la fonte suprema di ogni verità e di ogni giustizia e il nome stesso di Dio?».
Alla Gioventù Cattolica tedesca (23-5-1952) Pio XII insegna: «Certi sistemi che si illudono di condurre, senza Dio e contro Dio, al benessere, alla felicità e alla potenza, diventano nient’altro che un flagello del proprio e degli altri popoli, per finire in una rovina senza pari. Perché il benessere e la potenza diventino una benedizione e non una maledizione per i popoli, debbono essere fondati su Dio, sul riconoscimento del suo incondizionato dominio e sull’adempimento della sua santa volontà».
Fra i principali divulgatori dell’ateismo politico dobbiamo annoverare non solo gli atei dichiarati, ma anche i subdoli capibastone della cosiddetta “Democrazia Cristiana” (Cliccare qui per approfondimento) e tutti i rappresentanti del modernismo che occupano la Chiesa dall’interno («nelle viscere … nelle vene», presagiva san Pio X nella Pascendi).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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La società contemporanea, soggiogata dalle Rivoluzioni e dal pensiero sovvertitore delle conventicole, ha quasi dimenticato il sapore dell’autorità e dell’ossequio che si deve a chi legalmente la detiene, ciò a detrimento anche della libertà individuale.
Insegna San Pietro nella 1a Lettera, II, 13-17: «Siate, per riguardo a Dio, soggetti ad ogni autorità umana: al re come a sovrano, ai governatori come a suoi delegati per far giustizia dei malfattori ed onorare i buoni; perché questa è la volontà di Dio, che facendo il bene turiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Vivete pur da liberi, non facendo però della libertà un manto per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Rispettate tutti; amate i fratelli; temete Dio, onorate il re».
Insegna San Paolo Ai Romani, XIII, 1-7: «Ogni persona sia sottomessa alle autorità superiori, perché non v’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono istituite da Dio e quindi chi si oppone alle autorità si oppone all’ordine di Dio, e chi si ribella si attirerà la condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le malvagie». Prosegue: «Vuoi tu non aver paura dell’autorità? Fa il bene, e da essa ne avrai lode essendo l’autorità ministra di Dio per il tuo bene. Se poi fai del male, temi, perché non porta invano la spada, quale ministra di Dio vendicatrice, che punisce i malfattori. È necessario dunque essere sottomessi, non solo per timore del castigo, ma anche per obbligo di coscienza. Per questa ragione voi pagate i tributi, perché i magistrati sono ministri di Dio e continuamente occupati nel loro ufficio. Rendete dunque a ciascuno ciò che gli dovete: a chi l’imposta, l’imposta; a chi il tributo, il tributo; a chi il rispetto, il rispetto; a chi l’onore, l’onore».
Insegna Papa Leone XIII nella Diuturnum illud (29.6.1881): «Moltissimi dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere, non lo esercitano come proprio ma come dato loro dal popolo, e altresì con la condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venir revocato. Da costoro però dissentono i cattolici, i quali il diritto di comandare derivano da Dio, come dal suo naturale e necessario principio». Dunque si oppone al principio di autorità ed alla libertà quello di «sovranità popolare». L’autorità, difatti, non viene dal popolo, il quale può bensì avere il diritto elettivo.
Sempre Papa Leone XIII insegna: «La natura impone agli uomini di vivere in società. Non può esistere né concepirsi società in cui alcuno non temperi le volontà dei singoli in guisa da formare di tutte una cosa sola e rettamente non le diriga al bene comune. Volle dunque Dio che nella civile società fossero coloro che comandassero alla moltitudine. È inoltre assai importante che coloro per cui autorità la cosa pubblica è amministrata, debbano potere obbligare in guisa i cittadini ad obbedire, che il non obbedire per questo sia peccato. Nessuno degli uomini ha però in sé e da sé di che potere con siffatti vincoli di comando legare la libera volontà degli altri. Unicamente a Dio creatore e legislatore appartiene questa podestà: e quelli che la esercitano, la esercitano come loro comunicata da Dio».
Il Pontefice insegna nella Immortale Dei (1.11.1885): «L’uomo è naturalmente ordinato alla società civile...: non potendo nell’isolamento procacciarsi da sé il necessario alla vita ed al perfezionamento intellettuale e morale, la Provvidenza dispose che egli uscisse alla luce nato fatto a congiungersi ed unirsi ad altri, sia nella società domestica, sia nella società civile, la quale solamente gli può fornire tutto quello che basta perfettamente alla vita. E poiché non vi è società che si tenga in piedi se non vi è chi sovrasti agli altri, movendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso un fine comune, ne segue che alla convivenza civile è indispensabile l’autorità che la regga; la quale non altrimenti che la società è da natura e per ciò stesso da Dio».
Nello stesso luogo insegna: «Il potere pubblico in se stesso non può derivare che da Dio. Iddio solo è il vero e supremo Signore del mondo, e a Lui devono sottostare tutte quante le creature e servirLo, in guisa che chiunque è investito della sovranità non d’altronde la tiene che da Dio, massimo Signore di tutti».
Nella Libertas (20.6.1888) aggiunge: «L’autorità è il principio formale della società».
Nella Quod Apostolici muneris (28.l2.1878) denuncia: «Con empietà nuova, non conosciuta nemmeno dagli stessi pagani, gli Stati (moderni) si costituirono senza alcun riguardo a Dio ed all’ordine da Lui prestabilito: si andò dicendo che l’autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla moltitudine: la quale stimandosi sciolta d’ogni legge divina, a quelle appena tollera di restare soggetta ch’essa a piacere abbia sancite».
Papa Benedetto XV nella Ad beatissimi (1.11.1914) spiega: «Ivi l’autorità umana è disprezzata, donde esula la religione. Allorquando chi regge i popoli disprezza l’autorità divina, i popoli a loro volta scherniscono l’autorità umana».
Così Papa Pio XI nella Divini Redemptoris (19.3.1937): «Non si potrà avere autorità sulla terra, se non viene riconosciuta l’autorità della Maestà Divina, né sarà fermo il giuramento se non si giura nel nome del Dio vivente».
Tanto si potrebbe aggiungere. Sintesi tratta dal Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 17 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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La ragione preminente dei tanti mali che da ogni parte affliggono il genere umano è riposta - attesta Papa Leone XIII nella Inscrutabili Dei consilio (21.4.1878) - «nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che a nome di Dio presiede al genere umano, e di ogni legittimo potere è vindice e tutela. La qual cosa, essendo stata appieno conosciuta dai nemici di ogni ordine pubblico, (essi) non lesinarono alcun mezzo più acconcio a scalzarne le fondamenta», primo fra tutti abbattere (dall’esterno: con la politica e dall’interno: col modernismo): «il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili princìpi di moralità e di giustizia».
Nella società moderna, purtroppo, questi immutabili princìpi, che noi Cristiani chiamiamo Legge eterna, Legge naturale e Diritto divino positivo, vengono disprezzati per “oscurantismo” e “medioevo”. Tale è la risposta del crudele spirito della Rivoluzione, che con le più svariate e cangianti strategie ha trascinato seco l’uomo alla ribellione, alla dissoluzione dietro maschera di “liberazione”, alla tristezza, al disordine, all’inesorabile rovina.
«False e perverse opinioni - denuncia Papa Pio IX nella Quanta Cura (8.12.1864) - mirano a fare che sia impedita e rimossa quella salutare forza che la Cattolica Chiesa, per istituzione e mandato del suo Divino Autore, deve liberamente esercitare non meno verso i singoli uomini che verso le Nazioni, i Popoli ed i supremi loro Prìncipi».
Papa San Pio X ne Il fermo proposito (11.6.1905) attesta: «La civiltà del mondo è civiltà cristiana. La Chiesa divenne anche di fatto custode e difensore della civiltà cristiana. E tale fatto in altri secoli formò il fondamento inconcusso delle legislazioni civili, su quel fatto poggiarono le relazioni tra la Chiesa e gli Stati, il pubblico riconoscimento dell’autorità della Chiesa nelle materie tutte che toccano in qualsivoglia modo la coscienza».
Nella società moderna, al contrario, la massima “Stato laico” non ha altro significato che di pretendere legislazioni e condotte di vita indipendenti da quei Valori eterni custoditi gelosamente dalla Chiesa e dispensati con amorevole carità al mondo mediante quella che, all’epoca sì, potevamo a ragione definire Civilizzazione.
Papa Pio XI nella Quadragesimo anno (15.5.1931) rivendica: «Risiede in Noi il diritto e il dovere di giudicare con suprema autorità intorno a siffatte questioni sociali ed economiche. (La Chiesa) deve intervenire con la sua autorità in tutto ciò che ha attinenza con la morale». Questo intervento è necessario per arginare le passioni umane, le ingiustizie, l’inevitabile tirannide.
Papa Leone XIII in Sapientiae christianae (10.1.1890) insegna: «Il Pontefice (e non altri), in virtù della sua autorità, deve poter additare ciò che è onesto e turpe, e quello che si ha a fare o fuggire per ottenere l’eterna salute: altrimenti non sarebbe per l’uomo né certo interprete della divina Parola, né duce al vivere sicuro».
Ed ancora Papa Pio XI nella Mit brennender sorge (14-3-1937) contro il totalitarismo rivendica: «(La Chiesa ha per) missione di custodire ed interpretare il Diritto naturale». Quante iniquità si consumano, oggi e nonostante le parvenze “democratiche”, nel disprezzo della Legge naturale?
Il dotto Ludovico von Pastor nella sua Storia dei Papi (vol. 3°, 1912, p. 493) scrive: «Cristoforo Colombo aveva scoperto il nuovo mondo. La Spagna e il Portogallo vennero assai presto a violenta contesa sul possesso dei domini di fresco scoperti, per appianare la quale si fece ricorso al Papa. Infatti presso tutti i Prìncipi e Popoli cristiani la Santa Sede valeva ancora come una specie di Tribunale internazionale per la pace, come il foro supremo, innanzi al quale si portavano giustamente anche importanti controversie politiche e di diritto internazionale». Ma l’uomo moderno ha preferito, con gravissime conseguenze per i deboli e gli indifesi di ogni luogo, usurpare anche questo diritto universale della Santa Chiesa.
«Rinnovando le prave e tante volte condannate invenzioni dei novatori - conclude Papa Pio IX nella Quanta cura - (i moderni) ardiscono con insigne impudenza di sottomettere all’arbitrio dell’autorità civile la suprema autorità della Chiesa, e della Sede Apostolica, a lei comunicata da Cristo Signore; e negare ad essa Chiesa e ad essa Sede i diritti che ella ha in ordine alle cose che appartengono all’ordine esteriore. Non si vergognano di affermare che le leggi della Chiesa non obbligano in coscienza, se non quando vengono promulgate dalla potestà civile; che gli atti e i decreti dei Romani Pontefici, spettanti alla Religione e alla Chiesa, hanno bisogno della sanzione e dell’approvazione, o almeno dell’assenso del potere civile; che le Costituzioni Apostoliche, con le quali sono condannate le clandestine associazioni (la massoneria, ndR), o quelle in cui si esiga il giuramento di mantenere il segreto, o colle quali sono fulminati di anatema i loro seguaci o fautori, non hanno vigore (…). Né arrossiscono di professare il pronunziato e il principio degli eretici, da cui nascono tante perverse sentenze ed errori, che cioè la potestà ecclesiastica non sia per diritto divino distinta ed indipendente dalla potestà civile, e che questa distinzione ed indipendenza non possa mantenersi senza essere invasi ed usurpati dalla Chiesa i diritti essenziali di essa potestà civile».
Dietro la massima settaria “libera Chiesa in libero Stato”, per concludere, si cela la turpe rivendicazione dei Brecciaroli di non più voler tollerare alcun freno alla loro insaziabile sete di potere. Sintesi tratta dal Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 19 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Tempo addietro ho introdotto il Principio di autorità. Lo possiamo così riassumere con l’Apostolo: «Ogni persona sia sottomessa alle autorità superiori, perché non v’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono istituite da Dio e quindi chi si oppone alle autorità si oppone all’ordine di Dio, e chi si ribella si attirerà la condanna» (Ai Romani, XIII, 1-7).
Può accadere che l’Autorità civile diventi indegna o iniqua. Usando il comodo Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 21 segg.) cerchiamo di risolvere la questione secondo l’ordine di Dio. Papa Leone XIII nella Sapientiae Christianae (10 gennaio 1890) insegna: «Sacro è per i cristiani il nome dell’autorità pubblica, nella quale essi riconoscono una certa immagine ed un simbolo della maestà divina, persino quando è gestita da persone indegne. Alla legge è dovuto un giusto rispetto, non per la forza o per le minacce, ma per la consapevolezza di un dovere: “Dio non ci ha dato uno spirito di timore” (II Tm., I, 7)».
Tuttavia: «Se le leggi dello Stato dovessero essere apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa, allora è doveroso resistere ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato». Non sarebbe il suddito che resiste a disprezzare lo Stato, bensì il legislatore iniquo, poiché, come conclude il Pontefice, «chi va contro la Religione pecca anche contro lo Stato». È grande dovere dei cristiani «amare le due patrie, quella di natura e l’altra della Città celeste», purché «sia prevalente l’amore di quest’ultima sulla prima, e non si antepongano mai i diritti umani a quelli divini».
Leone XIII definisce «atto di empietà» lasciare «l’ossequio a Dio per soddisfare gli uomini», come pure «trasgredire le leggi di Gesù Cristo per obbedire alle autorità dello Stato, o violare i diritti della Chiesa col pretesto di osservare il diritto civile». In tal caso San Pietro e gli altri Apostoli rispondono alle Autorità civili che imponevano cose ingiuste: «È necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At., V, 29).
Sempre l’eruditissimo Papa Pecci attesta nella Diuturnum Illud (29 giugno 1881): «In quegli stessi tempi (dell’Impero Romano, ndR) la forza delle dottrine cristiane fu efficace nella milizia. Infatti era costume del soldato cristiano di accoppiare una somma fortezza con un sommo amore della disciplina militare, ed aggiungere all’altezza del coraggio una fedeltà incrollabile verso il Principe. Per contro, se si pretendeva da lui qualche cosa che non fosse onesta, come violare i diritti di Dio, o rivolgere il ferro contro gl’innocenti discepoli di Cristo, allora egli rifiutava di eseguire l’ordine e preferiva abbandonare la milizia e morire per la religione, piuttosto che resistere con sedizioni e tumulti alla pubblica autorità». Col diffondersi della Religione cattolica - quindi della civiltà - la Chiesa «provvide affinché i re fossero solennemente consacrati, come per comando di Dio era stabilito nell’Antico Testamento». Al contrario, «le dottrine inventate dai moderni circa la potestà politica - il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio - recano grandi calamità agli uomini» (Ibidem).
Nella Quod Apostolici Muneris (28 dicembre 1878) il Sommo Pontefice attesta: «Se accada talvolta che la pubblica potestà venga esercitata dai Prìncipi a capriccio ed oltre misura, la dottrina della Chiesa Cattolica non consente ai privati d’insorgere a proprio talento contro di essi, affinché non sia ancor più sconvolta la tranquillità dell’ordine, e non derivi perciò maggior detrimento alla società. E quando le cose siano giunte a tal punto che non sorrida alcun’altra speranza di salvezza, vuole che si raggiunga il rimedio coi meriti della pazienza cristiana e con insistenti preghiere al Signore». Se «la volontà dei legislatori ed i decreti dei Prìncipi comanderanno qualche cosa che sia contraria alla legge divina o naturale, allora la dignità e il dovere del nome cristiano, e il pensiero Apostolico esigono doversi obbedire più a Dio che agli uomini».
Si presti massima attenzione: 1) Il Pontefice analizza l’ipotesi dell’Autorità civile che si contrappone all’ordine di Dio o che intende violare i diritti della Chiesa; 2) Una cosa è esercitare la pazienza cristiana, pregare incessantemente il Signore, finalmente «morire per la religione»; 3) Ben altro, davvero biasimevole, è «resistere con sedizioni e tumulti alla pubblica autorità». Il cattolico non è né rivoluzionario e né forcaiolo.
La prossima settimana, Dio volendolo, cercherò di riassumere dettagliatamente la questione della «Resistenza al potere civile ingiusto», secondo l’opinione dei migliori moralisti.
Termino con una citazione tratta dalla Ubi Arcano Dei Consilio (23 dicembre 1922) del Sommo Pontefice Pio XI: «Precipua causa dello scompiglio, delle inquietudini e dei pericoli che accompagnano la falsa pace è l’essere venuto meno l’impero della legge, il rispetto dell’autorità, dopo che era venuta meno all’una ed all’altra la stessa ragion d’essere (con le Rivoluzioni, ndR), una volta negata (con la diffusa accettazione del falso ed eretico principio di “sovranità popolare”, ndR) la loro origine da Dio, creatore e ordinatore universale. Orbene, il rimedio è nella pace di Cristo, giacché pace di Cristo è pace di Dio, né questa può essere senza il rispetto dell’ordine, della legge e dell’autorità».
Le pseudodottrine sociali che il mondo moderno eredita dal “sistema vaticanosecondista” - o neomodernista - non posso prenderle in considerazione poiché decisamente ambigue, liberali o socialisteggianti al bisogno, certamente definibili rivoluzionarie.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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La scorsa settimana dicevamo - con San Pietro (At., V, 29) e con San Paolo (Ai Rom., XIII, 1-7) - che uno dei doveri più certi è «rispettare l’Autorità ed obbedire alle leggi giuste», tuttavia «dove il diritto di comandare è assente o dove si prescrive alcunché di contrario alla ragione, alla legge eterna, alla sovranità di Dio, è giusto non obbedire agli uomini per obbedire a Dio» (cf. Papa Leone XIII, «Libertas», 20.6.1888 ed altrove).
Per meglio capire l’aspetto precipuamente morale, ma anche pratico, ci faremo aiutare dal Roberti-Palazzini («Dizionario di Teologia morale», Studium, Roma, Imprimatur 1957, pagg. 1243-35).
La «resistenza al potere illegittimo od agli abusi dei pubblici poteri può essere passiva o attiva». La resistenza passiva «si limita a non obbedire». Che questo «sia lecito - attesta il Manise - non è messo in dubbio da nessun moralista». Difatti: «La legge è una prescrizione ordinata secondo ragione per il bene della comunità, ed una legge ingiusta non è una legge, ma un’ingiustizia». Concludiamo: «Chi disobbedisce ad un potere (civile) ingiusto od emanante una legge ingiusta non nega il principio di autorità nella sua subordinazione al legittimo potere». Anzi: «La disobbedienza ad una legge ingiusta diventa un dovere ogni volta che una legge prescriva atti contro la legge naturale o la legge positiva divina od ecclesiastica, dovendosi obbedire, come insegna l’Apostolo, prima a Dio che agli uomini (At., V, 29)». Difatti se questo «dovere della resistenza passiva alle leggi ingiuste fosse praticato da tutto un popolo, si avrebbe una barriera fortissima contro ogni abuso del pubblico potere».
Risposta o reazione da non confondere con la sedizione, la ribellione e la rivolta: di cui già si è detto utilizzando ordinariamente parole di ferma condanna (es. in La Rivoluzione, in Catechismo sulle Rivoluzioni ed altrove).
Agli abusi dell’Autorità civile «è lecito opporre una resistenza anche attiva, senza con ciò venir meno al rispetto ed all’obbedienza». Per approfondire: «Nessuno può negare la liceità della resistenza compiuta entro i limiti della legalità». Ma quando «i mezzi esclusivamente legali non bastano, può essere giustificata anche una resistenza fuori dell’ambito della legge civile, ossia fatta con mezzi non sanciti né approvati dalla legislazione di uno Stato». La legge civile, difatti, «non è l’unica norma della moralità, né tutto il lecito è anche legale». La legge «non può concedere tutto né tutto negare, mentre invece può (accadere che essa conceda o neghi) senza ragione o contro la legge naturale e quella eterna». È d’uopo, pertanto, distinguere «il legale o l’illegale dal legittimo e dall’onesto».
Ci possono essere «casi in cui sia lecita anche la resistenza con la forza all’esecuzione di leggi ingiuste, quando cioè non vi siano altri mezzi di difesa». Anche ai cristiani «è lecito difendersi, né bisogna confondere la difesa con la violenza».
Prosegue il Roberti-Palazzini: «Gli abusi del pubblico potere sono violazioni del diritto, ingiustizie, soprusi, atti di forza, aggressioni, contro cui si fa una resistenza non aggressiva, ma difensiva». Se, per ipotesi, «l’unica resistenza efficace contro l’aggressione è il ricorso alla forza, anche questo, esperiti tutti gli altri mezzi, può essere lecito». L’individuo, la famiglia e la società, come ci è noto, hanno «diritti anteriori e superiori a quelli del potere civile».
Che dire della rivolta politica? Cito: «Un potere che abitualmente emana leggi gravemente ingiuste ed arbitrarie è un governo tirannico». Ci domandiamo: È lecita la rivolta per eliminarlo? I moralisti rispondono: «La questione presenta gravi difficoltà d’ordine più pratico che teorico. Innanzitutto è assai difficile stabilire quando un potere si oppone completamente ed evidentemente al bene comune, e quindi perde la sua legittimità, per cui sorge il diritto ed il dovere della difesa della salute pubblica». È evidente che, «ammesso il diritto all’azione diretta (...) ogni volta che i cittadini disapprovano l’opera dei pubblici poteri, si avrebbe la guerra civile in permanenza». E questo è un grave male che arrecherebbe più danno alla società che giovamento (cf. «Diuturnum Illud» ed altrove).
«Nel Medioevo, quando l’Europa era cristiana, esisteva un potere morale superiore agli Stati nella persona del Papa, il quale non deponeva, come si suol dire erroneamente, i sovrani, ma constatava e dichiarava che un sovrano era divenuto illegittimo a causa della sua tirannia e che non aveva più diritto all’obbedienza». Nella società moderna, «non essendo (più) riconosciuto ed accettato questo giudice supremo dei fatti morali, è estremamente difficile giudicare in modo indubbio, quando il regime perde il diritto di governare per abuso di potere».
Sorgerebbe un’altra questione: quella della Sede di San Pietro occupata solo materialmente da decenni, evidentemente in stato di privata autorità. Diciamo solo che i “padrini” della Rivoluzione hanno, per il momento, portato a compimento il loro proposito più arduo e funesto (cf. «Istruzioni dell’Alta Vendita»).
Torniamo al tema: «Occorre che il pericolo della salute pubblica sia veramente grave ed immediato e che non esista altro mezzo di resistenza». Ancora: «Occorrono una solida speranza di esito favorevole ed una fondata previsione che i vantaggi compensino i danni». In ultimo: «La rivolta è un grave turbamento dell’ordine sociale, con facili eccessi e con pericoli di creare mali peggiori; perciò deve essere usato - (diciamo dai giusti) - come mezzo estremo di difesa sociale e solo quando è indispensabile per la salute pubblica».
Ci basti riflettere sui gravissimi e quasi insanabili mali che, per esempio, la Rivoluzione francese ha arrecato al genere umano, per capire quanto sia preferibile resistere sì alla misura iniqua, e solo se è veramente tale, con tanta prudenza e preghiera.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Ritengo opportuno inaugurare la mia rubrica di Teologia politica, sin dal primo numero de Le Cronache Lucane [...] con un insegnamento di Papa Pio XI, tratto dalla «Ubi Arcano Dei Consilio» del 23 dicembre 1922, che ben ci esorta alla riflessione, osservando, senza preclusioni ideologiche, la crisi dell’epoca contemporanea. Se è vero che il Legislatore ha il compito di arginare e risolvere le crisi, è anche vero il contrario, ossia che una prolungata crisi in atto esprime incapacità del Legislatore, pertanto è sì giusto interrogare la politica, ma facendolo con sapienza.
Nella sua prima Enciclica, il Pontefice Pio XI riassume il suo programma nel motto «Pax Christi in regno Christi» e non semplicemente «Pax Christi», poiché «è evidente - afferma il Papa - che la vera pace di Cristo non può essere che nel regno di Cristo - in regno Christi».
Nel solco del quasi bimillenario Magistero sociale della Chiesa, dobbiamo ricordare che, precedentemente, la stessa necessità era stata esposta da san Pio X nella sua «Notre Charge Apostolique», Lettera del 25 agosto 1910 contro il Sillon francese. Contro quel movimento cripto-rivoluzionario e politico-filosofico francese, erede dei moti massonico-rivoltosi del 1789 e successivi, che faceva del modernismo sociale il suo mantra. Un fallimentare approccio alla politica che poi è esondato anche in Italia per mezzo dell’apostata Romolo Murri, del popolare Giorgio Montini (padre di Paolo VI) e di tanti altri democratisti.
Al numero 42 della «Notre Charge Apostolique» di san Pio X, contro la concezione secolarizzata della democrazia, che circa 40 anni dopo Sua Santità Pio XII definirà anche democratismo, leggiamo: «[…] tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità. Ma, per la realizzazione di questa felicità temporale ed eterna, Egli (Gesù Cristo) ha posto, con un’autorità sovrana, la condizione che si faccia parte del Suo gregge, che si accetti la Sua dottrina, che si pratichi la virtù […]». Dunque, è chiaro il monito della Chiesa: «Pax Christi in regno Christi», tertium non datur!
Per tornare all’incipit dell’articolo, cito il fondamentale insegnamento di Papa Pio XI: «Sta scritto nel Libro di Dio: quelli che abbandonarono il Signore andranno consunti; […] Gesù Redentore, Maestro degli uomini, ha detto: senza di me nulla potete fare; ed ancora: chi non raccoglie meco, disperde». Posta la premessa, elencate le sue ragioni, analizzate le cronache, il Pontefice sentenzia: «Queste divine parole si sono avverate, ed ancora oggi vanno avverandosi sotto i nostri occhi. Gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di tante rovine. Si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche il filosofo pagano Cicerone intuirà potersi derivare soltanto dalla legge divina. E veniva pure meno all’autorità ogni solida base, ogni vera ed indiscutibile ragione di supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra; e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari».
Da questa sentenza ha inizio il nostro lavoro di riflessione sulla contemporaneità, alla ricerca di una - o più -soluzioni ai tanti problemi che attanagliano la “distratta” società contemporanea, drammi che soprattutto il Legislatore, esercitando come si deve la propria funzione, è in grado di lenire. Da qui la necessità di esporre la Teologia politica al vasto pubblico.
Carlo Di Pietro da Le Cronache Lucane
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Prosegue da mercoledì... La Rivelazione «deve dirsi assolutamente necessaria […] perché nella Sua infinita bontà Dio destinò l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè alla partecipazione dei beni divini, che superano totalmente l’intelligenza della mente umana; infatti Dio ha preparato per coloro che Lo amano quelle cose che nessun occhio vide, nessun orecchio mai udì, nessun cuore umano conobbe (1Cor. 2,9)» (Dei Filius, II, Papa Pio IX, 24 aprile 1870).
Per capire la Teologia politica è necessaria la Rivelazione, come abbiamo già appreso, tuttavia la Chiesa è parimenti fondamentale. Il fai da te o libero esame va biasimato ed impedito. Afferma Trento che la Chiesa è imprescindibile, affinché «[si ponga] conveniente freno alle menti presuntuose che [hanno interpretato la Rivelazione] in modo malvagio». Difatti: «[…] nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione […] deve essere tenuto per vero quel senso della Sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l’unanime giudizio dei Padri».
La Rivelazione non solo conferma la legge naturale, ma va anche oltre. Solo l’insegnamento autentico della Chiesa può, evidentemente, condurre l’uomo al pieno esercizio della libertà.
Leone XIII nella Libertas (Acta 8, 218; cf. San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 90, a. 1) asserisce: «Poiché tale è nell’uomo la condizione della libertà, era necessario proteggerla con idonei e saldi presidi che indirizzassero al bene tutti i suoi impulsi e la ritraessero dal male; altrimenti il libero arbitrio avrebbe recato grave danno all’uomo. […] Invece, coloro che godono della libertà, hanno facoltà di agire, di non agire, di agire in un modo o altrimenti poiché scelgono ciò che vogliono, facendo precedere quel giudizio razionale a cui già accennammo. In virtù di tale giudizio non solo si stabilisce che cosa sia onesto e che cosa sia turpe, ma anche che cosa in concreto sia il bene da compiere e il male da evitare; la ragione cioè prescrive alla volontà ove dirigere il desiderio e da dove rimuoverlo, in modo che l’uomo possa raggiungere il suo fine ultimo, in vista del quale si deve agire in ogni momento. Ora, questo ordinamento della ragione si chiama legge».
La Rivelazione è duplice: quella dell’ Antico e quella del Nuovo Testamento.
Nella Prima, accanto alle leggi del culto ed alle leggi giudiziarie, è contenuta anche una legge morale, che è espressione della legge naturale. «Il Decalogo precisa i doveri verso Dio, i diritti ed i doveri riguardo alla persona umana, alla famiglia, al prossimo. Eccettuato il terzo comandamento, gli altri comandamenti non superano le forze della umana ragione», afferma il Guerry. «Essi dunque s’impongono già come espressioni della legge naturale; ma la loro autorità è avvalorata dal fatto che sono una manifestazione positiva della volontà divina […], dono gratuito di Dio». Un ruolo determinante sul piano sociale è stato svolto dai Profeti, i quali hanno accusato l’ingiustizia, affermato il diritto del povero e dell’indifeso, e predicato la giustizia nel suo duplice aspetto: religioso e sociale.
Nella Seconda, Nostro Signore Gesù Cristo ha sentenziato che non veniva affatto per abolire l’antica Legge, ma per perfezionarla, soprattutto proclamando la legge della carità, che muove le virtù, più di tutto la giustizia, «costituisce la nuova legge con la grazia dello Spirito Santo» (Ivi.). E la vera carità (cf. 1Cor. 13,6) consiste nel fare tutto come piace a Dio, osservando i Suoi comandamenti (cf. Gv. 14,21). A nulla giova fare qualcosa di buono, se poi non si rispettano integralmente tutti i comandamenti (cf. Gc. 2,10)! Chi, difatti, dice: «Lo conosco e non osserva i Suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» (cf. 1Gv. 2,4).
Attraverso la realtà storica, nella Rivelazione si legge «il grande disegno di Dio per la salvezza dell’umanità». La Chiesa, messaggera della Verità, è anche retta custode della legge morale, «organismo di salvezza, educatrice dell’umanità attraverso le varie fasi e attività della sua esistenza terrena».
Extra Ecclesiam nulla salus, comanda il dogma! E sant’Agostino dice: non crederei al Vangelo se non me lo dicesse l’autorità della Chiesa…
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Nei due precedenti articoli abbiamo introdotto le fonti della Dottrina sociale, ossia la legge naturale e la Rivelazione, princìpi che attingiamo dal vivo Magistero della Chiesa. La Chiesa docente è, come detto, l’unica interprete della Rivelazione attraverso la propria docenza infallibile (cf. Pastor Aeternus), quindi solamente a lei spetta il compito di esporre anche la legge morale e di fornire le giuste direttive al popolo o Chiesa discente.
Passiamo in rassegna alcuni esempi pratici. Papa Leone XIII nella Rerum novarum, 15 maggio 1891, n. 35, ci dice: «La privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte». Papa Pio XI nella Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, n. 49, afferma: «[Dichiariamo] non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata, da renderla quasi stremata».
Papa Pacelli, Pio XII, si è espresso ripetutamente a riguardo. Leggiamo: 1) «Astenetevi da queste misure [fiscali] che, a dispetto della loro elaboratezza tecnica, urtano e feriscono nel popolo il senso del giusto e dell’ingiusto, o che rilegano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione di raccogliere il frutto del suo lavoro, la sua cura della sicurezza familiare: tutte considerazioni, queste, che meritano di occupare nell’animo del legislatore, il primo posto anziché l’ultimo» (Discorso del 2 ottobre 1948 al Congresso Istituto Finanze Pubbliche); 2) «L’imposta non può mai diventare, per opera dei poteri pubblici, un comodo metodo per colmare i deficit provocati da un’amministrazione imprevidente. (Allocuzione al X Congresso dell’Associazione Fiscale Internazionale sulla natura e i limiti delle tasse, 2 ottobre 1956). Ne ha parlato anche in altre occasioni asserendo che lo Stato non può esagerare all’eccesso i carichi tributari che giungano ad esaurire i leciti benefici della proprietà privata.
Queste esortazioni di buon senso sono sempre state fornite, nel medesimo significato, dalla Chiesa nel pieno esercizio delle proprie funzioni, alla maggior gloria di Dio, nella difesa del bene comune e per la salvezza delle anime.
L’esatto contrario avviene oggi in una certa “porzione di Chiesa”, quella mediaticamente più visibile, evidentemente per via della vacanza formale della Sede apostolica, dove numerose cattedre, occupate dai modernisti, restano indifferenti ai problemi della collettività, se non addirittura conniventi con gli iniqui legislatori. Papa Innocenzo asserisce: «L’errore a cui non si oppone resistenza è come se venisse approvato». Papa Leone insegna: «Chi, pur potendo, non distoglie gli altri dall’errore, dimostra di errare egli stesso».
Si è detto che la Chiesa è fondamentale ed esclusivista nell’interpretazione della Rivelazione, quindi nell’esposizione di fede e morale, secondo il «principio di convergenza dei Padri». Ciò si riversa nella vita concreta: anche nella legislazione.
Che cosa significa? Ce lo spiegano numerosissimi Pontefici che purtroppo non mi è possibile citare per ragioni di spazio. Mi limiterò solamente a menzionarne uno lontano nel tempo, ed uno vicino, per dimostrare che la Dottrina cattolica è immutabile nel proprio senso e significato (cf. Dei Filius, IV), come indefettibile è la Chiesa (cf. Satis Cognitum).
Sisto II, Formula d’unione tra Cirillo d’Alessandria ed i vescovi delle chiese d’Antiochia, anno 433: «Esporremo brevemente ciò che pensiamo e affermiamo […] non per aggiungere qualche cosa ma per confermarvi la dottrina che fin dall’inizio abbiamo appresa dalle Sacre Scritture e dai santi Padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta dai Padri a Nicea. Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla conoscenza della fede e a respingere ogni eresia» (Denzinger, 271).
San Pio X, Motu proprio Sacrorum Antistitum, Giuramento antimodernista, 1910: «[…] accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa fino a noi dagli Apostoli per mezzo dei Padri […], nello stesso senso e sempre nello stesso contenuto; e per questo respingo totalmente l’eretica invenzione dell’evoluzione dei dogmi, cha passano da un significato ad un altro, diverso da quello che prima riteneva la Chiesa; e ugualmente condanno ogni errore con cui, al divino Deposito consegnato da Cristo alla Sposa per essere da lei custodito fedelmente, viene sostituita l’invenzione filosofica o la creazione dell’umana coscienza, lentamente formatasi con lo sforzo degli uomini e da perfezionarsi per l’avvenire con un progresso indefinito» (Op. cit., 3537-3550).
Quanti prelati e quanti politici, oggigiorno, millantano la loro “cattolicità”, agendo poi contro Dio, contro la Chiesa, contro il Dogma, contro l’umanità?
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Nei nostri studi di Teologia politica stiamo cercando di arrivare alla radice immanente del male politico, di conseguenza diventa impossibile omettere o trascurare l’illuminante filosofia dell’Aquinate, molte volte già orgogliosamente citato, e che ricorrerà spesso.
In un clima di avido e di catastrofico ammodernamento sociale e culturale, il 29 giugno del 1923, Papa Pio XI, nell’Enciclica Studiorum Ducem, si esprime in questi termini: «Sia da tutti inviolabilmente osservato ciò che è prescritto nel Codice di Diritto Canonico (CjC 1917, Pio-Benedettino, Can. 1366, par. 2): Gli studi della filosofia razionale e della teologia, e l’istruzione degli alunni in tali discipline, siano assolutamente trattati dai professori secondo il metodo, la dottrina ed i principii del Dottore Angelico, e questi siano religiosamente mantenuti».
Prosegue il Pontefice: «Essi (gli educatori, nda) si regolino in modo da poterlo con tutta verità chiamare loro maestro. Come dunque un giorno fu detto agli Egiziani, nel loro estremo bisogno di vivere, Andate da Giuseppe perché avessero da lui in abbondanza il frumento per alimentare il loro corpo, così ora a tutti gli affamati di verità Noi diciamo: Andate da Tommaso per aver da lui, che ne ha tanta abbondanza, il pascolo della sana dottrina e il nutrimento delle loro anime per la vita eterna. Che un tal cibo sia pronto e alla portata di tutti fu attestato con la santità del giuramento quando si trattò di ascrivere Tommaso nel catalogo dei Santi: Alla scuola luminosa ed aperta di questo Dottore fiorirono moltissimi maestri religiosi e secolari per il suo modo succinto, facile, e chiaro (…) ed anche laici ed uomini di scarsa intelligenza desiderano avere i suoi scritti».
La Chiesa ha sempre attribuito alla filosofia dell’Aquinate un «carattere vincolante».
I modernisti, al contrario, facilmente sopraffatti dal loro ego e comunque divorati dai cumuli di sofismi di chi li ha preceduti nell’eresia, giungono a conclusioni quasi sempre contrastanti rispetto a quelle di san Tommaso, pertanto ne sconsigliano gli studi, a volte li vietano, oppure ne mistificano le ragioni a loro vantaggio.
Il modernismo sociale - oggi celato dietro varie etichette: moderati, democratici, laici, etc - è la morte della società tramite misure di manifesta perfidia che partono da princìpi rivoluzionari e terminano nella Babilonia più totale, dove hanno voce soprattutto il potente demagogo ed il criminale comune.
Secondo la dottrina cattolica ricordata da San Tommaso D’Aquino, la potestà umana viene da Dio, pertanto l’uomo che esclude gli ordini di una potestà, oggi diremmo di un Governo in uno Stato, resiste all’ordine di Dio stesso; tuttavia un Governo che non opera secondo le leggi di Dio, non «appartiene» propriamente a Dio, quindi alla Potestà adulterata di quel tale Governo iniquo potrebbe corrispondere un’Autorità usurpata e comunque di «iniquo agente» (Summa Thelogiae, Iª-IIae q. 93 a. 3 ad a, ss.).
La legge umana in tanto ha natura di legge, in quanto si uniforma alla retta ragione, ed in tal senso deriva evidentemente dalla Legge eterna. Ma, quando si scosta dalla ragione, codesta legge è iniqua e allora non ha natura di legge, ma piuttosto di violenza. Tuttavia anche la legge iniqua, per quell’aspetto che salva le apparenze di legge, e cioè per il potere di colui che la emana, ha una derivazione dalla Legge eterna, poiché, a detta di San Paolo, «ogni potestà viene da Dio».
Nel modernismo sociale è tale il livello di perversità e scelleratezza delle leggi, che è il cittadino stesso a rifuggirle, anche solo interiormente, aprendo la propria vita all’anarchismo ideologico, poi pratico, quindi alla ribellione nei confronti delle autorità, primo fra tutti: Dio.
Solo affidandoci a Dio, invece, si possono sconfiggere i malfattori!
Precisa san Tommaso che dalla Legge eterna non può provenire niente di iniquo, poiché «eterna è quella legge secondo la quale è giusto che tutte le cose siano ordinate in massimo grado», tuttavia certe leggi umane sono inique, secondo Isaia (10,1): «Guai a coloro che fanno leggi inique»; non ogni legge proviene dalla Legge eterna.
Essendo, dunque, la Legge eterna criterio di governo esistente nel Governante supremo, è necessario che tutti i criteri di governo, che sono nei governanti inferiori, derivino dalla Legge eterna. Di conseguenza tutte le leggi, nella misura in cui partecipano della retta ragione, derivano dalla Legge eterna.
È per questo, prosegue il Sommo Dottore, che sant’Agostino dice, nel primo libro del De Libero Arbitrio, che «nella legge temporale niente è giusto e legittimo, se non quanto gli uomini hanno derivato dalla Legge eterna».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Poste le premesse elencate nei precedenti articoli, passiamo adesso ad un’essenziale precisazione, al fine di svolgere una corretta apologia della Teologia politica, contro tutti quelli che, definendosi pure a “vario titolo” cristiani, si rifiutano di aderire alla stessa, adducendo svariate motivazioni, prima fra tutte il rigetto di seguire la medesima Dottrina sociale così come viene insegnata e difesa da scuole o movimenti a loro poco congeniali o che essi ripugnano.
Sarebbe come dire: “non mangio la pasta al ragutto, poiché lo fanno anche i comunisti” o “non cammino con le scarpe da ginnastica, perché è abitudine dei fascisti”. L’esempio estremizza molto il concetto, tuttavia le perversità pratiche a cui porta il libero esame possono essere di gran lunga peggiori.
Papa Pio XII, quasi certamente l’ultimo Pontefice ad aver retto la Cattedra anche formalmente e non solo materialmente, il 17 ottobre 1953, nel Discorso per il IV Centenario dell’Università Gregoriana a Roma, ci illumina con le seguenti parole:
«Questo Istituto si propone come scopo la divulgazione della Dottrina sociale della Chiesa, i cui punti principali sono contenuti nei documenti della Sede Apostolica, nelle Encicliche, nelle Allocuzioni e nelle Lettere pontificie». Avendo chiarito il «carattere vincolante» della Dottrina sociale, approfondisce: «Per quanto riguarda questo argomento sorsero varie scuole di sociologia che chiarirono i Documenti pontifici, li spiegarono e li raccolsero in sistemi».
Papa Pacelli prosegue: «Riteniamo che ciò sia stato fatto giustamente, ma non si poteva evitare che le medesime scuole, nell’applicazione dei princìpi e nella deduzione delle conclusioni, procedessero in modo diverso e non raramente discordassero fra di loro». Infine delinea la soluzione veramente cattolica e sentenzia: «A anche in questa materia bisogna evitare quanto già esponemmo trattando della Dottrina della fede cattolica e delle Scuole teologiche. Non si confonda la vera e genuina Dottrina sociale della Chiesa con le varie sentenze particolari di ciascuna scuola» (cf. Documentation Catholique, 7 febbraio 1954, col. 156-157 - Trad. it. di Salvatore Renda in La Dottrina sociale della Chiesa, Ares 1958, p. 20).
Come evidenzia il Pontefice, difatti, è necessario fare sempre distinzione fra l’autentica Dottrina sociale e le conclusioni teologiche o socio-politiche delle varie scuole o correnti, posto che le elaborazioni di alcuni economisti e/o politici, che pur si possono dire cristiani, non sono affatto vincolanti e non fanno parte del Magistero.
L’assistenza nella diretta infallibilità promessa da Nostro Signore Gesù Cristo al Pontefice, ed alla Chiesa docente solo se è a lui suddita, è sì indirettamente estesa anche al popolo (o Chiesa discente), ma solo a condizione che quest’ultimo si attenga scrupolosamente e senza alcuna devianza al Magistero stesso.
Sua Eccellenza Pietro Maria Ferrè, nel suo Commento alla Costituzione Dogmatica Dei Filius sulla Fede Cattolica, sancita e promulgata nella Sessione Terza del Sacrosanto Concilio Ecumenico Vaticano (Casale, 1874) esplicita in maniera elementare questo concetto di fede e cattolica, smorzando anche le frequenti tentazioni di sedicente “tradizionalismo”, di scisma “progressista” ed i tanti sofismi con i quali alcuni auspicano il “ritorno” a presunte “origini”. Egli afferma: «È chiarissimo (scrive indi procede) che realmente la dottrina proposta dal Magistero è antica quanto la Chiesa perchè sempre identica a se stessa, è diffusa in tutto il mondo cattolico, ed è conosciuta e professata da tutti i cattolici. Ciò detto (scrive in questo senso), quindi, è verissimo che si deve credere ciò che sempre, dovunque e da tutti è stato creduto. Ma, per fare ciò, non si richiede altro che aderire semplicemente e con tutta fermezza al Magistero universale ed ordinario della Chiesa».
Prima dell’intervento del Magistero della Chiesa, anche gli studi di economia e sociologia probabilmente hanno ricoperto un importante ruolo di preparazione e di documentazione, tuttavia a seguito della promulgazione di un Documento pontificio a riguardo, ciò che è stato accettato e sancito per vero ed utile dalla Chiesa costituisce Dottrina sociale, ciò che è stato scartato non è più oggetto di trattativa, se ritenuto eretico, offensivo, erroneo, scandaloso o comunque pericoloso.
Lo stesso concetto, di cui vi parlerò con maggiore incisività nel prossimo articolo, è valido per qualsivoglia materia vincolante e raccolta nell’insieme della Scienza teologica, come precisa sempre Pio XII nella sua mirabile Humani Generis: «[Alcuni] vanno dicendo che i Pontefici non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero. Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Papa Leone XIII, il 29 giugno 1896 nella Satis Cognitum, insegna che quando i Padri del Concilio Vaticano (anno 1870) hanno definito il dogma dell’infallibilità del Papa e della Chiesa a lui unita e sottomessa, «nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della Fede, quando decretarono: “Per Fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale Magistero come verità da Dio rivelata”».
Papa Pio XII, nella Humani Generis del 22 agosto 1950, ultima magna charta contro il modernismo dottrinale e sociale, esorta il popolo a non deviare mai dal Magistero, asserisce difatti: «[…] è noto che non mancano nemmeno oggi, come ai tempi apostolici, coloro che, amanti più del conveniente delle novità e timorosi di essere ritenuti ignoranti […] in quest’epoca di progresso, cercano di sottrarsi alla direzione del sacro Magistero e perciò sono nel pericolo di allontanarsi insensibilmente dalle verità Rivelate e di trarre in errore anche gli altri».
Prosegue: «Purtroppo questi amatori delle novità facilmente passano dal disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della Chiesa […] E benché questo sacro Magistero debba essere per qualsiasi teologo, in materia di fede e di costumi, la norma prossima e universale di verità […], viene alle volte ignorato, come se non esistesse».
Dobbiamo necessariamente domandarci, nel nostro peculiare studio, quale sia il dovere del buon cattolico, a maggior ragione del politico che si dice cattolico e che ha il compito, dietro propria onerosa responsabilità, di legiferare per garantire il bene comune, ad maiorem Dei gloriam.
Quanti politici, al contrario di quanto la Chiesa comanda, scrivono od approvano con leggerezza leggi decisamente eretiche ed immorali, con tutte le conseguenze pratiche che causano al popolo ed i castighi di Dio che provocano, senza alcuna vergogna e timore?
La Chiesa ha costantemente affermato, sin dalla sua fondazione (cf. Gal. 1,8), che è necessario lasciarsi guidare dal Magistero sia nell’approvazione che nel divieto, e Pio XII ribadisce: «[…] i fedeli hanno il dovere di rifuggire […] da quegli errori che in maggiore o minore misura s’avvicinano all’eresia, e quindi “di osservare anche le Costituzioni e i Decreti con cui queste false opinioni vengono dalla Santa Sede proscritte e proibite”».
San Paolo ai Filippesi (3,1-2) sentenzia: «A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai […]».
Come abbiamo già visto nel precedente articolo, Papa Pacelli esorta a fare distinzione fra l’insegnamento della fede cattolica contenuto nel Magistero, dal carattere decisamente inopinabile ed assolutamente vincolante, e quello delle disparate scuole teologiche od economico/sociali, che non costituiscono affatto una porta d’ingresso nella Chiesa.
Solamente la Chiesa è, difatti, «la porta della salvezza» e «la fonte della verità», protetta dallo Spirito Santo. Ebbene, come in ogni altra ramificazione dottrinale, anche nella trasmissione della Dottrina sociale, il politico deve avere come riferimento la norma di verità immediata ed universale che è, appunto, il Magistero della Chiesa.
Si potrebbe pensare, in quest’istante, che la Dottrina sociale della Chiesa contenga in essa programmi preconfezionati da utilizzare al bisogno e senza compiere alcuno sforzo intellettivo e d’analisi di merito, invero, pur essendo una guida sicura a cui ancorarsi, il compito di dedicarsi alle analisi sociali, economiche e politiche spetta al cattolico che, dietro propria grave responsabilità, soprattutto agli occhi di Dio, deve saper trarre le conclusioni necessarie per ben agire.
Quindi siamo in presenza di una guida sicura da utilizzare come fa un fiume del proprio letto. L’acqua generalmente scorre libera dalla sorgente alla foce, tuttavia senza mai oltrepassare gli argini dai quali si lascia guidare; essi garantiscono il corretto corso del fiume e fanno sì che non vi siano pericoli per il popolo. Tutti conosciamo i tristi risvolti delle inondazioni!
Una politica eretica ed immorale è come un fiume in piena che rompe gli argini e fa strage di ogni creatura e cosa incontri lungo il suo sadico tragitto.
La Dottrina sociale della Chiesa è, per concludere, «un insieme di concezioni fatte di verità, di princìpi e di valori». Il Guerry (Op. cit., p. 21) la sintetizza in questi termini: «- di verità (morali e religiose), ovvero ciò che occorre credere e pensare; - di princìpi (morali d’azione), ovvero ciò che occorre fare, mettere in pratica; - di valori (esigenze fondamentali della condizione umana), ovvero ciò che occorre rispettare, difendere ed amare».
Tutte queste sono concezioni attinte alla legge naturale ed alla Rivelazione che il Magistero della Chiesa «applica ai problemi sociali quali si presentano in una data congiuntura, alle realtà mutevoli e dinamiche della vita economica e sociale sempre in cammino».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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Prosegue da mercoledì 13.04 … Resta bene inteso che coloro i quali affermarono e continuano a sostenere che «Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa» (cf. Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores, Pio IX, n° 55), sono in anathèma. Anche in questa contingenza essi proferiscono e/o praticano l’eresia, che sia materiale o formale è affar loro, tuttavia, all’atto pratico, ciò corrisponde quasi certamente alla demolizione dell’ordine sociale.
Negare una verità rivelata e già definita dalla Chiesa è eresia. La consapevolezza del soggetto la rende formale, dunque sempre colpevole: «[…] sicché chi abbia ricusato di ascoltare la Chiesa, deve, secondo l’ordine di Dio, ritenersi come etnico e pubblicano» (Mystici Corporis, Pio XII).
È inconciliabile la cosiddetta laicità, ovvero il laicismo, con il dogma della Regalità Sociale di Cristo. Sentenzia Papa Pio XI nella Quas Primas, 11 dicembre 1925, all’atto della proclamazione: «[…] sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create […] Il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini […] È Lui solo la fonte della salute privata e pubblica […] È Lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati».
Incede coraggiosissimo il Pontefice: «Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria».
Papa Leone XIII, nella Annum Sacrum del 25 maggio 1889, aveva già espresso il concetto della Regalità universale di Cristo: ««L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo».
Oggi sono gli stessi popoli cattolici, per nostra immensa sciagura divenuti apostati, che rigettano Cristo a giovamento della laicità, e come ammoniva Sua Santità Pio XI (Ubi arcano Dei, 23 dicembre 1922): «Non si volle più Dio, né Gesù Cristo, né la dottrina sua nella scuola, e la scuola, per triste ma ineluttabile necessità, divenne non soltanto laica e areligiosa, ma anche apertamente atea e antireligiosa, dovendo l’ignaro fanciullo presto persuadersi che nessuna importanza hanno per la vita Dio e la Religione, di cui mai sente parlare, se non forse con parole di vilipendio. […] Sono idee non rette e non sani sentimenti, dei quali, dopo l’uragano della guerra mondiale e degli avvenimenti politici e sociali che le tennero dietro, l’atmosfera stessa si direbbe infetta, così frequenti sono i casi di contagio, tanto più pericoloso quanto meno prontamente avvertito, grazie alle apparenze ingannevoli che lo dissimulano, sicché gli stessi alunni del santuario non ne vanno immuni […] Allontanato, infatti Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla».
Per intenderci, la Allocuzione Acerbissimum vobiscum, a proposito del matrimonio, commina l’anathèma contro tutti quelli che affermano: «Per diritto di natura il vincolo del matrimonio non è indissolubile, e in diversi casi il divorzio propriamente detto può essere sancito dall’autorità civile» (27 settembre 1852).
Nello stesso documento Papa Pio IX tuona: «[...] né si può passare sotto silenzio che con la nuova Costituzione di quella Repubblica, recentemente sancita, tra l’altro si difende il diritto di libertà d’insegnamento, e si riconosce a tutti indistintamente la più grande libertà di espressione di qualsiasi opinione, come pure di divulgare con la stampa ogni più strana mostruosità, e di professare, in privato come in pubblico, qualsiasi culto» [Acta Pii IX, 1 (1854), 383 ss.].
Queste affermazioni, ovviamente, non scaturiscono da velleità o follie dei Pontefici, bensì sono profondamente radicate (v. Dogmatica) nella concezione cristiana che la Chiesa ha della società, avendo già dimostrato, per mezzo della storia, che ogni qual volta gli agnelli si sono allontanati dal pastore, il gregge o è andato disperso o ne è uscito gravemente danneggiato.
La Chiesa ha, così, sempre regolato, per giusta ragione, i «costumi», ovvero il comportamento dell’uomo sociale, del suo modo di vivere in un mondo popolato da più persone, quindi bisognoso di leggi sante che regolino il sociale, orientandolo al bene.
La Chiesa è, parimenti, sempre intervenuta nel dibattito pubblico, come ci ricorda Papa Pio XII nel suo Messaggio del 14 settembre 1952 ai cattolici d’Austria: «Con tutte le sue forze la Chiesa combatterà la battaglia in cui sono in gioco dei valori supremi: dignità dell’uomo e salvezza eterna delle anime […es.] solo il matrimonio religioso, e mai quello esclusivamente civile, è per il cattolico un vero matrimonio».
E Sua Santità Leone XIII nella Arcanum Divinae del 10 febbraio 1880 attesta che: «[…] deve essere chiaro a tutti che se tra i cristiani si contrae l’unione dell’uomo e della donna indipendentemente dal Sacramento, essa manca della natura e dell’efficacia del legittimo matrimonio, e quantunque essa sia stata fatta in modo conforme alle leggi dello Stato, tuttavia non può essere considerata più che un rito od un’usanza introdotta dal diritto civile. Inoltre, dal diritto civile non possono essere ordinate e amministrate se non quelle cose che i matrimoni producono nell’ordine civile, e che ovviamente non possono essere prodotte se non ne esiste la vera e legittima causa, cioè il vincolo nuziale».
La legge dell’uomo non può seguire una strada contraria alla Legge di Dio.
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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È grazie alla Rivelazione se si ha, oggi, una concezione cristiana dell’uomo, espletandone l’origine, la natura, la dignità ed il destino. Quando i dettami della Rivelazione, che tutti convergono in Cristo, sono stati attuati nelle società a mercé della guida educatrice e riformatrice della Chiesa, si è passati dalle realtà barbare ed incivili (dove i diritti sociali erano pressoché inesistenti), alla civilizzazione, alla socializzazione, alla cultura più elevata ed alla sensibilità più acuta.
Il ritorno, scientificamente programmato, all’epoca precristiana, come sta accadendo al mondo d’oggi, dimostra chiaramente che l’eliminazione di una determinata concezione dell’esistenza è concausa di inarrestabile regresso, riportando l’umanità ad un’esistenza addirittura più bruta e sconclusionata di quella dei selvaggi, per tutto ciò che riguarda la morale, la giustizia, la vita pubblica, la comunità, la famiglia, la società in generale.
L’uomo d’oggi, lo dobbiamo riconoscere con grande dolore ma con lucido realismo, conduce generalmente un’esistenza atomistica, con tutti i guai che a ciò conseguono!
La Dottrina sociale della Chiesa applica, invece, alcuni princìpi o concezioni - fra i quali la consapevolezza cristiana del mondo, della famiglia, dell’amore - all’analisi condivisa o critica dei regimi economico-sociali visibili, e tende a fornire gli elementi per preparare i soggetti più idonei - le menti eccelse ed illuminate - alla restaurazione dell’ordine sociale veramente cristiano.
Negli ultimi 200 anni abbiamo assistito, al contrario, all’ascesa in politica di molti elementi che, con la loro stessa condotta umana ed azione politica, hanno dimostrato di non avere alcuna caratura a compiti così delicati e di non possedere neanche le basi morali e culturali per poter ben legiferare ed amministrare.
Anche questa aberrante verità è parte della pneumatica decadente che l’odierno mondo occidentale eredita, sebbene dietro mentite spoglie, anche dal socialismo viscerale che, più di altre pestilenze, ha contagiato l’intrinseca “anima” della società che oggi propende senza freno, quasi fosse giusto, all’egualitarismo antimeritocratico con la conseguente esaltazione del potente e del demagogo.
È venuta a mancare, anche da parte della Chiesa, oggi visibilmente occupata nella quasi totalità dei vertici da massonisti ed eretici di ogni sorta, la guida sicura del Magistero, che sempre interveniva nelle questioni sociali mediante la sua Dottrina, in nome della verità.
Papa Pio XII ricorda, nel suo Radiomessaggio del 24 dicembre 1951, che la Chiesa «anche nelle cose politiche, non può mai essere puramente politica, ma deve essere sempre “sub specie aeternitatis”, nella luce della legge divina, del suo ordine, dei suoi valori, delle sue norme».
La Chiesa non può immischiarsi nel «giuoco di combinazioni, che può spiegarsi col fluttuare incessante degl’interessi temporali», tipico dei governi e della politica, mentre invece « si tiene lontana da simili mutevoli combinazioni. Se giudica, non è per essa uscire da una neutralità fino allora osservata, perchè Dio non è mai neutrale verso le cose umane, dinanzi al corso della storia, e perciò non può esser tale neppure la sua Chiesa. Se parla, è in virtù della sua divina missione voluta da Dio. Se parla e giudica sui problemi del giorno, è con la chiara coscienza di anticipare, nella virtù dello Spirito Santo, la sentenza che alla fine dei tempi il suo Signore e Capo, Giudice dell’universo, confermerà e sanzionerà».
Resta bene inteso che tutti coloro i quali affermarono e continuano a sostenere che «si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa» (cf. Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores, Pio IX, n° 55), sono in anathèma. Essi proferiscono e praticano l’eresia, che sia materiale o formale a noi poco importa all’atto pratico che, di fatto, corrisponde alla demolizione dell’ordine sociale.
Per intenderci, la Allocuzione Acerbissimum vobiscum, a proposito del matrimonio, commina l’anathèma contro tutti quelli che affermano: «Per diritto di natura il vincolo del matrimonio non è indissolubile, e in diversi casi il divorzio propriamente detto può essere sancito dall’autorità civile» (27 settembre 1852).
Nello stesso documento Papa Pio IX tuona: «[...] né si può passare sotto silenzio che con la nuova Costituzione di quella Repubblica, recentemente sancita, tra l’altro si difende il diritto di libertà d’insegnamento, e si riconosce a tutti indistintamente la più grande libertà di espressione di qualsiasi opinione, come pure di divulgare con la stampa ogni più strana mostruosità, e di professare, in privato come in pubblico, qualsiasi culto» [Acta Pii IX, 1 (1854), 383 ss.].
Queste affermazioni, ovviamente, non scaturiscono da velleità o follie del Pontefice, bensì sono profondamente radicare nella concezione cristiana che la Chiesa ha della società, avendo già dimostrato, per mezzo della storia, che ogni qual volta gli agnellini si sono allontanati dal pastore, il gregge o è andato disperso o ne è uscito gravemente danneggiato.
La Chiesa ha, dunque, sempre regolato, per giusta ragione, i «costumi», ovvero il comportamento dell’uomo sociale, del suo modo di vivere in un mondo popolato da più persone, quindi bisognoso di leggi sante che regolino il sociale, orientandolo al bene.
La Chiesa è, parimenti, sempre intervenuta nel dibattito pubblico, come ci ricorda Papa Pio XII nel suo Messaggio del 14 settembre 1952 ai cattolici d’Austria: «Con tutte le sue forze la Chiesa combatterà la battaglia in cui sono in gioco dei valori supremi: dignità dell’uomo e salvezza eterna delle anime […] solo il matrimonio religioso, e mai quello esclusivamente civile, è per il cattolico un vero matrimonio».
E SS. Leone XIII nella Arcanum Divinae del 10 febbraio 1880 asserisce: «[…] deve essere chiaro a tutti che se tra i cristiani si contrae l’unione dell’uomo e della donna indipendentemente dal Sacramento, essa manca della natura e dell’efficacia del legittimo matrimonio, e quantunque essa sia stata fatta in modo conforme alle leggi dello Stato, tuttavia non può essere considerata più che un rito od un’usanza introdotta dal diritto civile. Inoltre, dal diritto civile non possono essere ordinate e amministrate se non quelle cose che i matrimoni producono nell’ordine civile, e che ovviamente non possono essere prodotte se non ne esiste la vera e legittima causa, cioè il vincolo nuziale».
Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata
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