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«Alcuni dicono dicono: Iddio vuole la pace comune. E chi lo nega? ma non la vuole con discapito della sua fede; Egli ch’è il Principe della pace, la vuole, e ci comanda di conservarla con noi e cogli altri [...] Ma di qual pace intende parlare il Signore? Parla della pace vera, che si acquista e si mantiene coll’esercizio delle virtù [...] Parla di quella pace che si ottiene con lo stare unito con Dio e col prossimo; e questa ci conduce poi alla felicità eterna. Non parla già della pace falsa, che si suppone ottenersi col tollerare coloro che vogliono credere ed operare a loro piacere contro quello che Dio ha rivelato; questa è la pace degli empi che dormono nella loro perdizione; questa pace di morte non la vuole il nostro Salvatore, ma Egli è venuto a discacciarla dalla terra: “Nolite arbitrari (disse), quia pacem venerim mittere in terram: non veni pacem mittere, sed gladium” (Mt. 10,34). San Luca (12, 51) invece di “gladium” scrisse “separationem”; sicché Gesù Cristo è venuto a separare gl’infedeli dai fedeli, acciocché i fedeli non si perdano col comunicare con gl’infedeli, come spiega (Verso 58) lo stesso san Luca, dicendo: “Cum autem vadis cum adversario tuo ad principem, in via da operam liberari ab illo, ne forte trahat te ad iudicem, et iudex tradat te exactori, et exactor mittat te in carcerem”. Ecco il precipizio, al quale conduce la tolleranza col comunicare coi nemici della fede». Lo studio completo di sant’Alfonso lo trovate sul nostro sito al link: http://www.sursumcorda.cloud/massime-e-meditazioni/sant-alfonso-sull-ecumenismo.html. Sant’Alfonso, tuttavia, sebbene sia un grandissimo Dottore della Chiesa, non è La Chiesa, ovvero non è direttamente infallibile, dunque cediamo la parola al Pontefice introducendo la voce Mortalium Animos dell’Enciclopedia Cattolica, Vaticano, 1951, Vol. VIII, Coll. 1425 e 1426: «Prime parole della lettera Enciclica di Pio XI del 6 gennaio 1928 De vera religionis unitate fovenda (AAS, 20 [1928], pp. 5-16), pubblicata quasi all’indomani della Conferenza di Losanna (3-21 agosto 1927) e della risposta negativa della Congregazione del Sant’Uffizio al dubbio se sia lecito ai cattolici partecipare ai congressi pancristiani (8 luglio 1927, in AAS, 19 [1927], p. 278). In opposizione infatti all’atteggiamento della Chiesa cattolica, ferma nei suoi principi, si faceva strada, dopo le Conferenze pancristiane di Stoccolma e di Losanna, la concezione di un cattolicesimo a più largo respiro, di una specie di alleanza tra la Chiesa di Roma e le altre comunità cristiane separate, allo scopo di opporre all’incredulità invadente la fraternità universale dei discepoli di Gesù. L’Enciclica è una presa di posizione della Chiesa contro questa nuova concezione; e si divide in tre parti. Nella prima il Pontefice rileva il fatto del desiderio degli uomini di unirsi tra di loro, desiderio che assume tre diverse forme: unione di tutti gli uomini come aventi tutti la stessa comune origine e natura, quale base e garanzia di collaborazione e di pace, unione davvero desiderabile; unione di tutti gli uomini che hanno una religione, qualunque essa sia, come argine contro l’empietà e la irreligiosità: una simile forma di unione non può così semplicemente essere appoggiata dai cattolici; unione di tutti i cristiani o pancristianesimo. Di questa terza forma vuole trattare il Pontefice. Nella seconda parte, si afferma che per diritto naturale e divino-positivo l’unica religione vera è la religione cristiana-cattolica, e che Gesù fondò una sola Chiesa come una società visibile e sovrana destinata a raccogliere nel suo grembo tutti gli uomini. Di conseguenza il Papa denuncia l’errore di coloro che vedono la Chiesa solo come una federazione di comunità; che affermano che il desiderio del Signore di un solo ovile non ha ancora potuto realizzarsi, come se non esistesse ancora la vera Chiesa di Gesù Cristo o esistesse senza Pastore; che aspirano ad una unione pratica con Roma, risultato di compromessi e di vicendevoli concessioni. Nella terza parte Pio XI afferma che di conseguenza né la Santa Sede né i cattolici possono prendere parte o favorire questi movimenti in quanto “falsæ cuidam christianæ religioni auctoritatem adiungerent”. Né ciò è contrario alla carità, perché la vera carità non può essere contro la verità e la fede. L’esclusione di un unico Magistero che costituisca un impegno per tutti, è un coefficente di disgregazione e non di unione ed apre la via all’indifferentismo. La discriminazione tra verità fondamentali e non fondamentali con un minore impegno per queste (es JANNI, Ugo), quando si tratti di verità rivelate, non ha senso. La vera unione non è quindi possibile se non con il ritorno dei dissidenti alla vera Chiesa e con l’accettare il primato di san Pietro e dei suoi successori. L’Enciclica, che fu pubblicata in circostanze analoghe a quelle in cui nel 1896 Leone XIII pubblicò la Satis cognitum, è meno ampia della precedente; però rivela un senso di decisione nell’affermare la dottrina della Chiesa di fronte alle dichiarazioni volutamente elastiche e piene di reticenze circospette delle Conferenze di Stoccolma e di Losanna. [...]».

A cura di CdP