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In due modi cerca il demonio d'ingannare l'uomo per farlo perdere; dopo il peccato lo tenta a disperarsi col rigore della divina giustizia; prima però del peccato l'incoraggisce a peccare colla speranza sulla divina misericordia (1). E fa assai più strage d'anime con questo secondo inganno che col primo. "Dio è di misericordia". Ecco la risposta de' peccatori ostinati a chi loro parla di convertirsi. "Dio è di misericordia". Ma come cantò la divina Madre: "Misericordia eius timentibus eum" (2). il Signore usa misericordia a chi teme di offenderlo, non già a chi si serve della di lui misericordia per più ingiuriarlo.
Signore, vi ringrazio della luce che mi date in farmi conoscere la gran pazienza, che avete avuta con me. Ecco io sono uno di costoro, che mi sono avvaluto della vostra bontà per più offendervi.
"Dio è di misericordia". Dio è misericordioso, ma ancora è giusto. I peccatori vorrebbero solamente che fosse misericordioso, ma non giusto; ma ciò non è possibile, perché se Dio sempre perdonasse e non castigasse mai, mancherebbe nella giustizia. E per questo appunto, diceva il P. Maestro Avila (3) che la pazienza di Dio in soffrire chi si avvale della sua pietà per più oltraggiarlo, non sarebbe pietà, ma mancamento di giustizia. Egli è tenuto a castigare gl'ingrati. Li sopporta sino a un certo segno, e poi l'abbandona (4) al castigo.
Signore, io vedo che tal castigo non è giunto ancora per me; se fosse giunto, in questo punto già mi troverei confinato all'inferno, o pure mi troverei ostinato a peccare. Ma no, io voglio mutar vita; non voglio offendervi più; se per lo passato vi ho offeso, me ne dispiace con tutta l'anima mia; per l'avvenire voglio amarvi, e voglio amarvi più degli altri, giacché voi non avete usata con gli altri la pazienza, che avete usata con me.
"Deus non irridetur" (5) Iddio non si fa burlare; sarebbe un burlare Iddio il voler seguire sempre ad offenderlo e poi andar a goderlo in paradiso. "Quae seminaverit homo, haec et metet" (Galat. 6) (6). Chi semina opere buone, raccoglie premi; chi semina peccati, raccoglie castighi. La speranza di coloro che peccano, è perché Dio perdona; ma questa speranza è abbominata da Dio: "Spes illorum abominatio" (Iob. 11).7 Onde questa medesima speranza provoca Dio a più presto castigarli, siccome provocherebbe il suo padrone quel servo, che si animasse a maltrattarlo, perché il padrone è buono.
Gesù mio, così ho fatt'io, perché voi siete così buono, perciò non ho fatto conto de' vostri precetti. Confesso, ho fatto male, detesto tutte l'offese che v'ho (8) fatte. Ora v'amo più di me stesso, e non voglio più disgustarvi. Povero me, se tornassi a disgustarvi con un peccato mortale! Signor mio, non lo permettete; fatemi prima morire.
O Maria, voi siete la madre della perseveranza, aiutatemi voi.
1 [23.] Forse è una citazione implicita di L. BLOSIUS, Paradisus animae fidelis, c. 2, n. 4; Opera, Antverpiae 1632, 5, col. 2: «Diabolus hoc malignitatis dolo fere uti consuevit, ut ei qui peccare statuit, ipsum Dominum clementissimum et misericordissimum esse polliceatur: ubi vero peccato admisso poenitentiam agere voluerit, iam illum, implacabilem, nimiumque severum esse modis omnibus suadeat. Sed audiendus non est impostor»
2 [26.] Luc., I, 50: «Et misericordia eius a progenie in progenies timentibus eum»
3 [8.] G. AVILA, Lettere spirituali, p. III, lett. 12; Roma 1668, 64: «Come perdonerà Iddio a chi l'ha offeso, e se ne ride, e non tiene rimorso nel suo cuore d'aver disprezzato il suo padre, Dio e Signore? Non sarebbe questa misericordia, ma un mancamento di giustizia: e cosa molto contra ragione, che a Dio non conviene, le cui opere sono giudizio, peso e misura». Cfr. B. JUAN DE AVILA, Obras completas; I, Epistolario, p. III, carta 167, Madrid 1952, 828
4 [11.] l'abbandona) li abbandona B B1 B2
5 [19.] Galat., 6, 7
6 [21.] Galat., 6, 8
7 [25.] Iob, 11, 20: «Spes illorum abominatio animae»
8 [30.] v'ho) vi ho B1 B2; v'amo) vi amo B1 B2.
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ESAME DI COSCIENZA
VERSO DIO
Ho sempre detto le preghiere mattino e sera? Sono andato al catechismo e alle prediche? Sono superstizioso? Ho partecipato a sedute spiritiche? Ho bestemmiato? Ho fatto giuramenti falsi? Ho ascoltato la Messa tutte le domeniche e le altre feste comandate? L’ho ascoltata per intero: con rispetto, e attenzione? Ho lavorato o fatto lavorare di festa: senza grave necessità?
VERSO LA CHIESA
Ho fatto e ho fatto bene la Confessione e Comunione Pasquale? Ho osservato la legge dell'astinenza e del digiuno? Sano venuto incontro alle necessità della Chiesa aiutando le sue opere? Ho criticato, parlato male del Papa, dei Vescovi e dei Sacerdoti? Ho letto a diffuso giornali e libri contrari agli insegnamenti della Religione? Sono iscritto o simpatizzante per partiti contrari alla Chiesa? Ho dato il mio voto a partiti condannati dalla Chiesa? Ho avuto rispetto umano nel difendere apertamente la dottrina del Santo Vangelo?
VERSO NOI STESSI
Ho assecondato pensieri, desideri, affetti cattivi? Ho detto parole, tenuto discorsi, cantato canzoni disoneste? Ho letto libri, riviste o venduto stampe cattive? Guardato figure indecenti? Ho commesso atti impuri? Da solo o con altri? Ho partecipato a divertimenti immorali? Sono stato con compagnie cattive? Ho ecceduto nel bere o nel mangiare?
VERSO GLI ALTRI
Ho amato e rispettato i genitori? Li ho obbediti e aiutati in caso di bisogno? Ho sprecato senza permesso il denaro della famiglia? Ho eseguito gli ordini dei genitori e dei Superiori? Sono stato giusto con gli inferiori? Nutro odio, invidia contro qualcuno? Mi sono vendicato? Ho ingiuriato, percosso, ferito, ucciso? Ho perdonato le offese? Ho dato scandalo con parole, gesti o azioni? Ho pensato o augurato del male ad altri? Ho calunniato o fatto accuse false? Ho detto bugie? Ho trascurato qualche occasione di fare del bene?
VERSO LA ROBA ALTRUI
Ho fatto l'elemosina secondo le mie possibilità e secondo il comando di Gesù Cristo? Ho rubato? Ingannato nei contratti e nei prezzi? Ho dato la giusta mercede agli operai e dipendenti? Ho causato danno alla roba altrui? Ho riparato, restituito? Ho consigliato o aiutato a far del male?
DOVERI DEL PROPRIO STATO
Ho compiuto bene i miei doveri: in famiglia e nei rapporti con gli altri? Ho cagionato danni ad altri trascurando ciò che dovevo fare? Ho eseguito bene i miei impegni di lavoro o di impiego? Ho adempiuto i miei doveri verso i genitori o verso i figli?
(Per gli SPOSATI)
Ho compiuto il mio dovere nel Matrimonio, secondo la Legge di Dio? Ricordo ancora qualche altro peccato? Sono tranquillo sulle Confessioni passate? Ho fatto la penitenza e messo in pratica i consigli del Confessore e il proposito?
MODO DI CONFESSARSI
Facendo l'esame gli coscienza, procura di ricordare tutti i peccati commessi, a partire dall’ultima confessione ben fatta. Dei peccati mortali commessi è necessario dire anche il numero, almeno approssimativo, e le circostanze che rendessero più grave la colpa. Per ottenere il perdono disponiti al dolore pensando a Gesù che muore sulla Croce per espiare i tuoi peccati. Pensa che anche un solo peccato mortale ci separa da Dio, e ci fa meritare l’inferno. Prometti sinceramente di non offenderLo più, e di evitare le occasioni di peccato. Sei obbligato a confessare solo i peccati mortali, ma è bene dire anche i veniali. Chi tace apposta anche un solo peccato mortale non ottiene il perdono di alcun peccato, anzi commette un grave sacrilegio.
Apri il cuore al Confessore: sii sincero con lui come lo saresti sul letto di morte. Ricorda che ti confessi a Dio, non ad un uomo e che il Confessore è tenuto al gravissimo obbligo del segreto sacramentale anche a costo della vita. Inginocchiandoti davanti al Confessore dirai: Beneditemi o Padre perché ho peccato, Terminata l’accusa dirai: Mi pento e chiedo perdono anche dei peccati della vita passata e specialmente dei più gravi. Rispondi con sincerità e umiltà alle domande del Confessore, ascolta i suoi consigli e mentre ti dà l’assoluzione recita l'Atto di dolore. Ringrazia di cuore il Signore del perdono ricevuto e rinnova il proposito di non offenderLo più. Fermati qualche momento a pregare e, se puoi, fa subito la penitenza che ti ha dato il Confessore.
ATTO DI DOLORE
Mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perchè peccando ho meritato i Vostri castighi, e molto più perchè ho offeso Voi infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col Vostro santo aiuto di non offenderVi mai più e di fuggire le occasioni prossime del peccato. Signore, misericordia, perdonatemi.
O Gesù, d'amore acceso non Vi avessi mai offeso; o mio caro e buon Gesù, con la Vostra santa grazia non Vi voglio offender più.
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Io N. fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.
Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.
Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell'origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.
Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.
Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell'evoluzione dei dogmi da un significato all'altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.
Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall'oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell'intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.
Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell'enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.
Riprovo altresì l'errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.
Disapprovo pure e respingo l'opinione di chi pensa che l'uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.
Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l'analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.
Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l'insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull'origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell'aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l'esame di qualsiasi altro documento profano.
Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c'è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l'abilità e l'ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.
Mantengo pertanto e fino all'ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell'episcopato agli apostoli (1), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (2).
Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell'insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.
1 IRENEO, Adversus haereses, 4, 26, 2: PG 7, 1053.
2 TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 28: PL 2, 40.
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di Monsignor Umberto Benigni
Per difendere l’integralità della Fede Cattolica minacciata dal Modernismo, Monsignor Umberto Benigni fondò a Roma il Sodalitium Pianum (S + P), associazione approvata e incoraggiata da San Pio X (Rescritti Autografi di S. S. Pio X, del 5 luglio 1911 e dell’8 luglio 1912; Lettera della S. Contrazione Concistoriale, del 25 febbraio 1913).
Programma del Sodalitium Pianum
1. Noi siamo Cattolici-Romani integrali. Come l’indica questa parola, il Cattolico-Romano integrale accetta integralmente la dottrina, la disciplina, le direzioni della Santa Sede e tutte le loro legittime conseguenze per l’individuo e per la società. Esso è «papalino», «clericale», antimodernista, antiliberale, antisettario. Egli è dunque integralmente contro-rivoluzionario, perché è avversario non solamente della Rivoluzione giacobina e del Radicalismo settario, ma ugualmente del liberalismo religioso e sociale. Resta assolutamente inteso che dicendo «Cattolico Romano integrale», non s’intende affatto modificare in qualsiasi modo l’autentico e glorioso titolo di Cattolico-Romano. La parola «integrale» significa soltanto «integralmente Cattolico-Romano», cioè pienamente e semplicemente Cattolico-Romano senza le aggiunte o restrizioni corrispondenti (anche al di fuori dell’intenzione di chi ne usa) tanto alle espressioni di «cattolico liberale», «cattolico sociale», e qualunque altra, quanto al fatto di chi tende a restringere in teoria od in pratica l’applicazione dei diritti della Chiesa e dei doveri del cattolico nella vita religiosa e sociale.
2. Noi lottiamo per il principio e per il fatto dell’Autorità, della Tradizione, dell’Ordine religioso e sociale nel senso cattolico della parola e nelle sue deduzioni logiche.
3. Noi consideriamo come piaghe nel corpo umano della Chiesa lo spirito e il fatto del liberalismo e del democratismo cosiddetti cattolici, come del Modernismo intellettuale e pratico, radicale o moderato, con le loro conseguenze.
4. Nel caso pratico della disciplina cattolica, noi veneriamo e seguiamo i Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio, sotto la direzione ed il controllo del Vicario di Cristo, col quale noi vogliamo essere sempre, avanti e malgrado tutto.
5. La natura della Chiesa cattolica c’insegna, e la sua storia ci conferma, che la S. Sede è il centro vitale del cattolicismo: per ciò stesso, da un certo punto di vista e specialmente in alcune circostanze, il contegno momentaneo della S. Sede è altresì la risultante della situazione religiosa e sociale. Così noi comprendiamo pienamente come Roma possa talvolta tacere ed attendere, in vista della situazione stessa, quale nel momento si presenta. In tali casi noi ci guarderemo bene dal prenderne pretesto per restare inattivi davanti ai danni ed ai pericoli della situazione. Dacché abbiamo compresa e sicuramente controllata, in ogni caso, la realtà delle cose, noi agiamo nel miglior modo possibile contro quei danni e pericoli, sempre e dovunque secondo la volontà e il desiderio del Papa.
6. Nella nostra osservazione ed azione noi ci mettiamo soprattutto dal punto di vista «cattolico», cioè universale, sia nel tempo, attraverso i differenti momenti storici - sia nello spazio, attraverso tutti i paesi. Noi sappiamo che nelle contingenze momentanee e locali, c’è sempre, almeno nel fondo, la lotta secolare e cosmopolita fra le due grandi forze organiche: da un lato, l’unica Chiesa di Dio, Cattolica-Romana, dall’altro i suoi nemici interni ed esterni. Gli esterni (le sètte giudeo-massoniche ed i loro alleati diretti) sono nelle mani del Potere centrale della Sètta; gl’interni (modernisti, demoliberali, ecc.) gli servono d’istrumento cosciente o incosciente per l’infiltrazione e la decomposizione tra i cattolici.
7. Noi combattiamo la Sètta interna ed esterna, sempre e dovunque, sotto tutte le forme e con tutti i mezzi onesti ed opportuni. Nelle persone dei settari interni ed esterni e dei loro complici noi combattiamo soltanto la realizzazione concreta della Sètta, della sua vita, della sua azione, dei suoi piani. Questo, intendiamo farlo senza alcun rancore verso i nostri fratelli traviati, come altresì senza alcuna debolezza e senza alcun equivoco, come un buon soldato tratta sul campo di battaglia quanti militano sotto lo stendardo nemico, i loro ausiliari ed i loro complici.
8. Noi siamo pienamente contro ogni tentativo di diminuire, di rendere secondarie, di dissimulare sistematicamente le rivendicazioni papali per la Questione Romana, di ostacolare l’influenza sociale del Papato, di far dominare il laicismo; per la rivendicazione instancabile della Questione Romana secondo i diritti e le direzioni della S. Sede, e per uno sforzo continuo affine di ricondurre, il più possibile, la vita sociale sotto l’influenza legittima e benefica del Papato ed, in genere, della Chiesa cattolica.
9. contro l’interconfessionalismo, il neutralismo e il minimismo religioso nell’organizzazione ed azione sociale, nell’insegnamento, come in ogni attività dell’individuo e della collettività, la quale dipende dalla vera morale, dunque dalla vera religione, dunque dalla Chiesa; per la confessionalità in tutti i casi previsti dal comma precedente; e se, in casi eccezionali e transitori, la S. Sede tollera delle unioni interconfessionali, per l’applicazione coscienziosa e controllata di tale tolleranza eccezionale e per la sua durata ed estensione le più possibilmente ristrette, secondo le intenzioni della S. Sede.
10. contro il sindacalismo apertamente o implicitamente «areligioso», neutro, amorale, che fatalmente conduce alla lotta anticristiana delle classi secondo la legge brutale del più forte; contro il democratismo, anche quando si chiama economico-sociale, che spinge col suo individualismo alla disgregazione sociale; per l’armonia cristiana delle classi fra loro, come fra l’individuo, la classe e la società intiera; per l’organizzazione corporativa della società cristiana secondo i principi e le tradizioni di giustizia e di carità sociale, insegnati e vissuti dalla Chiesa e dal mondo cattolico per molti secoli, e che perciò sono perfettamente adattabili ad ogni epoca e società veramente civili.
11. contro il nazionalismo pagano che fa riscontro al sindacalismo areligioso (quello considerando le nazioni, come questo le classi, quali collettività di cui ciascuna può e deve fare amoralmente i propri interessi al di fuori e contro quelli degli altri, secondo la legge brutale di cui abbiamo parlato); e, nello stesso tempo, contro l’antimilitarismo ed il pacifismo utopista, sfruttati dalle Sètte allo scopo d’indebolire e addormentare la società sotto l’incubo giudeo-massonico; per il patriottismo sano e morale, patriottismo cristiano di cui la storia della Chiesa cattolica ci ha dato sempre splendidi esempi.
12. contro il femminismo che esagera e snatura i diritti e i doveri della donna, mettendoli fuori della legge cristiana; contro la coeducazione dei sessi; contro l’iniziazione sessuale della fanciullezza; per il miglioramento delle condizioni materiali e morali della donna, della gioventù, della famiglia secondo la dottrina e la tradizione cattolica.
13. contro la dottrina ed il fatto profondamente anticristiani della Separazione fra la Chiesa e lo Stato, come fra la religione e la civiltà, la scienza, la letteratura, l’arte; per l’unione leale e cordiale tanto della civiltà, della scienza, della letteratura, dell’arte quanto dello Stato, con la religione e perciò con la Chiesa.
14. contro l’insegnamento filosofico, dommatico e biblico «modernizzato», il quale, anche quando non è prettamente modernista, si rende per lo meno uguale ad un insegnamento archeologico od anatomico, come se non si trattasse di una dottrina immortale e vivificatrice che tutto il clero, senza eccezione, deve imparare soprattutto per il suo ministero sacerdotale; per l’insegnamento ecclesiastico ispirato e guidato dalla gloriosa tradizione della Scolastica e dei Santi Dottori della Chiesa e dei migliori teologi del tempo della Controriforma, con tutti i seri sussidii del metodo e della documentazione scientifica.
15. contro il falso misticismo a tendenze individualistiche ed illuministe; per la vita spirituale, intensa e profonda, secondo l’insegnamento dottrinale e pratico dei Santi e degli autori mistici lodati dalla Chiesa.
16. in genere, contro lo sfruttamento del clero e dell’azione cattolica da parte di qualsiasi partito politico o sociale, ed, in ispecie, contro l’esagerazione «sociale» che si vuole inoculare al clero ed all’azione cattolica sotto pretesto di «uscire dalla sagrestia» per non rientrarvi che troppo raramente, o di nascosto, od almeno con lo spirito assorbito dal resto; per il mantenimento dell’azione ecclesiastica e rispettivamente della azione cattolica nel suo insieme sul terreno apertamente religioso, avanti tutto, e senza esagerazioni «sociali» o simili per il resto.
17. contro la mania o la debolezza di tanti cattolici, di voler apparire «coscienti ed evoluti, veramente del loro tempo», e bonarii di fronte al nemico brutale od ipocrita, ma sempre implacabile, pronti ad ostentare il loro tollerantismo, e ad arrossire, se non a dir male, degli atti di giusto rigore compiuti dalla Chiesa o per essa, pronti ad un ottimismo sistematico verso gli inganni degli avversari, e riservando le loro diffidenze e durezze pei Cattolici-Romani integrali; per un contegno giusto e conveniente, ma sempre franco, energico ed instancabile di fronte al nemico, alle sue violenze alle sue astuzie.
18. contro tutto quanto è opposto alla dottrina, alla tradizione, alla disciplina, al sentimento del cattolicismo integralmente romano; per tutto quanto gli è conforme.
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1. Desidero darvi, o buoni fedeli, qualche avvertimento sul valore della misericordia. Per quanto abbia sperimentato che voi siete disponibili a ogni opera buona, tuttavia è necessario che su questo argomento tenga con voi un discorso di particolare impegno. Vediamo dunque: che cosa è la misericordia? Non è altro se non un caricarsi il cuore di po' di miseria [altrui]. La parola " misericordia " deriva il suo nome dal dolore per il " misero ". Tutt'e due le parole ci sono in quel termine: miseria e cuore. Quando il tuo cuore è toccato, colpito dalla miseria altrui, ecco, allora quella è misericordia. Fate attenzione pertanto, fratelli miei, come tutte le buone opere che facciamo nella vita riguardano veramente la misericordia. Ad esempio: tu dài del pane a chi ha fame; daglielo con la partecipazione del cuore, non con noncuranza, per non trattare come un cane l'uomo a te simile. Quando dunque compi un atto di misericordia comportati [così]: se porgi un pane, cerca di essere partecipe della pena di chi ha fame; se dài da bere, partecipa alla pena di chi ha sete; se dài un vestito, condividi la pena di chi non ha vestiti; se dài ospitalità condividi la pena di chi è pellegrino; se visiti un infermo quella di chi ha una malattia; se vai a un funerale ti dispiaccia del morto e se metti pace fra i litiganti pensa all'affanno di chi ha una contesa. Se amiamo Dio e il prossimo non possiamo fare queste cose senza una pena nel cuore. Queste sono le opere buone che provano il nostro essere cristiani. il santo Apostolo dice infatti: Mentre ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti (1). Parimenti lo stesso Apostolo che cosa dice nello stesso passo sempre sul ben operare? Questo vi dico: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà (2). Chi ha parlato di seminagione, ha promesso il raccolto.
In cielo non vi saranno opere di misericordia. Impegno della seminagione. Esempio del contadino.
2. Quando semini, poiché fai un'opera di misericordia, se sei partecipe del dolore di colui che ne è l'oggetto, semini tra le lacrime (3). Ma un giorno tuttavia, raggiunto il nostro fine, non ci sarà più bisogno di questa seminagione di misericordia; perché in quel regno non ci saranno degli infelici che come qui hanno sofferto angustie a causa di Dio. Nel luogo della ricompensa infatti, a chi porgi il pane se nessuno ha fame? Quale nudità potrai rivestire se tutti sono vestiti d'immortalità? A chi dài ospitalità se tutti vivono nella loro patria? Quali i malati da visitare se c'è eterna salute? Quali morti da seppellire lì dove si vive eternamente? Quali litigiosi puoi mettere d'accordo lì dove ha raggiunto pienezza quella pace che qui viene promessa? Non ci saranno dunque lì opere di misericordia. Perché? Perché non semini più: porti i manipoli di grano. Perciò non stanchiamoci di operare. Seminiamo tra le lacrime, cioè con fatica e dolore. Pertanto non venite meno nelle opere di misericordia perché riceverete la ricompensa della vostra seminagione (4). D'inverno si semina con fatica. Ma l'asprezza dell'inverno non ha mai distolto il contadino dal gettare nella terra il frutto selezionato con tanta fatica. Egli procede e getta in terra il seme che aveva raccolto dalla terra, che dalla terra era stato selezionato. Non si arresta, lo getta in terra, tremando di freddo, ma sollecito. Perché sollecito nonostante il freddo? Scuotono la pigrizia fede e speranza. Non vede certo la messe ma ha fede che spunterà. Non raccoglie già ora i frutti ma spera di raccoglierli; e si rianima con questa fede, con questa speranza, così che sopportando il grande disagio del freddo, butta il seme nella terra ed è sicuro di poter raccogliere con l'aiuto di Dio frutti abbondanti secondo il suo lavoro e la sua fatica.
1 - Gal 6, 10
2 - 2 Cor 9, 6
3 - Cf. Sal 125, 6
4 - Cf. Gal 6, 9
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L’orazione mentale o meditazione è l’elevazione ed insieme l’applicazione della nostra mente e del nostro cuore a Dio per mezzo di una seria considerazione delle Massime o Verità Eterne, allo scopo di tributargli i nostri omaggi, esporgli i nostri bisogni, fare fermi propositi di emendamento e di santificazione, e quindi divenire migliori, giacché questo è il frutto principale della meditazione.
I. PREPARATEVI: ossia raccoglietevi con fede alla presenza di Dio: adoratelo con umiltà e con contrizione dei vostri peccati; chiedetegli lume e grazia di meditare con frutto, invocando perciò la Santissima Vergine e i Santi; dite con Samuele: «Parlate, Signore, che il vostro servo vi ascolta: Loquere, Domine; quia audit servus tuus».
II. MEDITARE: cioè rappresentatevi in qualche modo alla memoria il soggetto da meditare, e il frutto che ne volete ricavare; e letto il punto intendetelo bene, riflettetevi sopra; applicatelo a voi, paragonandovi ed esaminando la vostra vita passata, e quindi i vizi e i difetti della vita presente, cercando attentamente la loro radice per estirparli. Fate quindi colla volontà atti di ringraziamento a Dio che v’ha sopportato, ecc.? di confusione e dolore de’ vostri peccati, di veri desideri e stabili propositi di voler lasciare quel tal vizio ed usare dei tali mezzi, chiedendo con replicate preghiere grazia alle tre divine Persone, a Maria Santissima, all’Angelo custode e ai Santi Avvocati: e queste preghiere sono la parte migliore e più fruttuosa della Meditazione. Nelle aridità e distrazioni pensate alla presenza di Dio, umiliatevi e dite spesso: Gesù mio, misericordia; replicate, ancorché freddamente, i suddetti affetti, ovvero con molto frutto potere offrire il sangue di Gesù Cristo per essere liberato da quel tal vizio o difetto, per impetrare quella tale virtù di cui avete bisogno.
III. CONCHIUDETE: ringraziando Dio dei lumi avuti ed esaminando e chiedendo perdono delle mancanze commesse nella Meditazione; offrite i propositi fatti; chiedete di nuovo la grazia di eseguirli con fedeltà, e serbate nel vostro cuore qualche buon sentimento da ricordarsi durante la giornata.
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I. Considera come, se è infinita la giustizia di Dio contro i peccatori ostinati, infinita è ancora la Sua misericordia verso i peccatori pentiti. Dio odia infinitamente il peccato, ma ama all’eccesso le Sue creature. Se l’anima si pente del peccato, subito è amata da Dio. Se tutti i peccatori con cuore umiliato e contrito ricorressero a Dio, tutti si salverebbero. Quella infinita Bontà ci vuole tutti salvi. Per il paradiso, non per l’inferno ci ha creati Dio. Non voglio, dice il Signore, la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Ecco, o peccatore, come il caro Padre celeste t’invita a penitenza, e ti chiama al Suo amore. Se il peccatore farà penitenza de’ suoi peccati, Io, dice Dio, mi scorderò di tutte le sue iniquità. Se l’anima tua sarà bruttamente macchiata di colpe, resterà monda come la neve. Io getterò nel fondo del mare tutti i peccati tuoi. Sanerò le tue rovine, ti amerò spontaneamente, perché col tuo pentimento si è placato il Mio sdegno. Convertirò i peccatori, perché ne ho pietà, e mi saranno così cari dopo il pentimento, come cari mi furono prima che mi offendessero. L’empietà del peccatore non gli nuocerà, quando egli si convertirà a Me, e lascerà il suo peccato. Ti sei allontanato da Me, mi hai abbandonato per seguire i piaceri, su via, torna a Me, ed io ti riceverò. Ti aspetto dopo il peccato, perché ho compassione di te, voglio usarti misericordia; appena comincerai a piangere, Io, intenerito alla voce del tuo pianto, subito risponderò che ti ho perdonato. Niuna madre è così pronta a soccorrere il suo figliuolo caduto nel fuoco, quanto la misericordia di Dio è sollecita ad abbracciare il peccatore pentito. Quanto maggiori furono i tuoi peccati, tanto più trionfa sopra di te la bontà, la carità e la clemenza di quel Dio ch’è ricco di misericordia. - Anima mia, alla considerazione di tante misericordie del tuo Dio, come non ti stemperi in lagrime di compunzione? Come non ti abbruci tra le fiamme di santo amore?
II. Considera, come il Redentore andava sempre in cerca dei poveri peccatori per convertirli e salvarli. Quel Dio d’infinita bontà protesta che era venuto al mondo per salvare i peccatori, e quanti ricorsero alla Sua bontà, a tutti perdonò, e a nessuno rinfacciò mai le passate colpe. Se un pastore ha cento pecorelle, dice il Signore, e ne perde una, lascia le novantanove nel deserto e cammina per le selve e i boschi in cerca della pecorella smarrita, la trova, se la pone tutto allegro sulle spalle, va in casa, chiama gli amici e i vicini e dice: Rallegratevi meco ché ho ritrovata la mia pecorella perduta. O peccatore, torna pentito al tuo Salvatore, al tuo Dio, torna figlio, al tuo padre ch’egli desidera perdonarti, e da tanti anni ti viene appresso, e t’invita a penitenza, e ti chiama al Suo amore, non fare il sordo, torna al Pastore dell'anima tua. O mio Gesù, vita mia! Tu hai amato me anche quando fuggivo da Te, e non Ti sei scordato di me. Ti ringrazio.
II. Considera l’amore che Dio ti porta nell’esempio del figliuol prodigo, il quale si prende la porzione de' suoi beni, si parte dalla casa del suo buon padre, si dà in preda alle dissolutezze, dissipa le ricchezze e non avendo più come vivere, si mette a guardare i porci, nemmeno saziandosi delle ghiande che quelli mangiavano. Fra tante miserie viene in sé, risolve di tornare a casa di suo padre, s’incammina, il padre lo vede, e lo riconosce ancor da lontano quantunque tutto lacero e sparuto, se ne muove a pietà, piange per tenerezza, gli corre incontro, lo stringe al petto, lo abbraccia, lo bagna di amorose lagrime, lo copre colle sue vesti, lo mena a casa, e dice ai servitori; presto, prendete l’abito più prezioso e vestitene il mio caro figlio, ponete al suo dito l’anello, calzatelo, preparate un sontuoso banchetto, uccidete un vitello impinguato, ordinate una piacevole musica, chiamate i parenti, invitate gli amici, perché questo mio diletto figlio era morto, ed ora me l’io veggo vivo, io l’avea perduto e l’ho ritrovato. Peccatore, eccoti figurato in questo figlio prodigo; così facesti tu, quando col peccato voltasti le spalle al tuo caro Padre celeste per secondare le tue passioni. Via su, che fai? Perché umiliato e contrito non torni con speranza e tutto amore fra le braccia aperte del tuo Signore? Ah! Mio amatissimo Padre. Ho fatto male ad abbandonarTi, me ne dispiace, torno alla bontà, accoglimi per tua misericordia, ricordaTi che mi sei padre, propongo di non partirmi mai più da Te. Voglio vivere da tuo buon figlio.
Frutto. - I. Ascolterò la voce del misericordioso Iddio, che mi chiama a penitenza.
II. Trovandomi in peccato mortale, mi studierò di rimettermi subito in grazia di Dio.
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Prima della meditazione. Credo fermamente, mio Dio, di essere alla Vostra divina presenza, e profondamente Vi adoro. Riconosco di meritare i Vostri castighi per le offese che Vi ho fatte peccando, me ne pento di tutto cuore, e Ve ne chiedo umilmente perdono, risoluto di non offenderVi mai più.
Illuminate, o Signore, la mia mente e infiammate il mio cuore, affinché da questa santa meditazione possa ricavare quei frutti di cui ha più bisogno l’anima mia.
Sancta Maria, et omnes Sancti, intercedite pro nobis.
Leggi passo passo la Meditazione; dopo ogni punto considera quella massima eterna e fa gli affetti convenienti. Finita la considerazione, fa risoluzione particolare di levarti il tal vizio e poi farai il seguente ringraziamento:
Vi ringrazio, o mio Dio, dei lumi che mi avetedati in questa meditazione. Perdonatemi tutte le mancanze e i difetti che in essa ho commesso.
Vi offro il proponimento fatto di volermi emendare del tale difetto. Vi chiedo, o mio Dio, la grazia di mettere in pratica quanto ho risoluto di fare.
Vergine Santissima, pregate per me ed unite le vostre intercessioni alle mie suppliche presso il trono del vostro divin Figliuolo.
Santi miei protettori, pregate per me.
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I. Considera, anima mia, come questo essere che tu hai, te l’ha dato Dio creandoti a Sua immagine senza tuo merito; ti ha adottato per figlio col santo battesimo; ti ha amato più che da padre, e ti ha creato perché Lo amassi e servissi in questa vita, per poi goderLo in Paradiso. Sicché non sei nato, né devi vivere per godere, per farti ricco e potente, per mangiare, bere e dormire, come i bruti, ma solo per amare il tuo Dio e salvarti in eterno. E le cose create te le ha date il Signore in uso, perché t’aiutassero a conseguire il tuo gran fine. O me infelice, che a tutt’altro ho pensato fuorché al mio fine! Padre mio, per amor di Gesù, fate che io cominci una buona vita tutta santa e tutta conforme al Vostro divin volere.
II. Considera come in punto di morte sentirai grandi rimorsi, se non hai atteso a servir Dio. Che pena quando alla fine dei tuoi giorni vedrai, che di tutte le ricchezze, grandezze, glorie e piaceri, non ti resta altro in quell’ora che un pugno di mosche. Stupirai come per vanità e cose da niente hai perduta la grazia di Dio e l’anima tua, senza poter rifare il mal fatto, né aver più tempo di mettersi nel buon cammino! Oh disperazione! Oh tormento! Vedrai allora quanto vale il tempo, ma tardi; lo vorresti comprare col sangue, ma non si potrà. Oh giorno amaro per chi non ha amato Dio.
III. Considera quanto si trascura questo gran fine! Si pensa ad accumulare ricchezze, si pensa a mangiare, a festeggiare, a darsi bel tempo. E Dio non si serve, ed a salvare l’anima non si attende, e il fine eterno si tiene per una bagatella! E così la maggior parte dei cristiani banchettando, cantando e suonando sé ne va all’inferno! Oh se essi sapessero che cosa vuol dire inferno!
O uomo, stenti tanto per dannarti e nulla vuoi fare per salvarti? Moriva un segretario di Francesco I re d’Inghilterra, e moriva dicendo: Misero me! ho consumato tanta carta per scrivere le lettere del mio principe, e non ho speso un foglio per ricordarmi dei miei peccati e fare una buona confessione. Filippo II re di Spagna, diceva morendo: Oh fossi stato a servire Dio in un deserto e non fossi mai stato re! Ma a che servono allora questi sospiri e questi lamenti? Servono per maggior disperazione. Impara tu a spese d’altri a vivere sollecito della tua salute se non vuoi cadere nella medesima disperazione. E sappi, che quanto fai, dici e pensi fuor del gusto di Dio, tutto è perduto. Suvvia, è tempo già di mutar vita. Che vuoi aspettare il punto della morte a disingannarti? Alle porte dell’eternità, sulle fauci dell’inferno, quando non c’è più tempo di emendare l’errore? Dio mio, perdonatemi, io Vi amo sopra ogni cosa. Mi pento d’avervi offeso sopra ogni male. Maria, speranza mia, pregate Gesù per me.
Frutto. -I. Mi ricorderò spesso di Dio, dei Suoi immensi benefici e Lo ringrazierò con tutto il cuore.
II. Regolerò ed impiegherò meglio il tempo dirigendo ogni mia azione alla Divina Gloria.
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I. Considera, o uomo, quanto importa conseguire il tuo gran fine; Importa tutto, perché, se lo conseguirai e ti salvi, sarai sempre beato e godrai in anima e corpo ogni bene. Ma se lo sgarri, perderai anima e corpo, Paradiso e Dio, sarai eternamente misero, sarai per sempre dannato! Dunque questo è l’affare più importante di tutti, il solo necessario: servire Dio e salvare l’anima. Perciò non dire più, cristiano mio, ora voglio soddisfarmi, poi mi darò a Dio, e spero salvarmi. Questa speranza falsa, oh quanti ne ha mandati all’inferno, i quali pure dicevano così, ed ora sono dannati, e non vi è più rimedio per essi!
Qual dannato voleva proprio dannarsi? Ma Dio maledice chi pecca per la speranza del perdono: Maledictus homo qui peccat in spe. Tu dici: voglio far questo, e poi me ne confesserò: e chi sa, se avrai tempo? Chi ti assicura che non morrai subito dopo il peccato? Frattanto perdi la grazia di Dio, e se non la trovi più? Dio fa misericordia a chi Lo teme, non a chi Lo disprezza: Et misericordia ejus timentibus eum (Lc. 1,50). Né dire più: tanto mi confesso di due peccati quanto di tre; no, perché Dio due peccati ti perdonerà e non tre. Dio sopporta, ma non sopporta sempre: In plenitudine peccatorum puniat (2 Mach. 6,14). Quando è piena la misura, Dio non perdona più, e castiga colla morte e coll’abbandonare il peccatore, sicché di peccato in peccato se ne andrà all'inferno, castigo peggiore della morte. Attento, o fratello, a questo che ora leggi: Finiscila, datti a Dio. Temi che questo sia l’ultimo avviso, che Dio ti manda. Basta quanto Egli t'ha sopportato. Trema che un altro peccato mortale che farai, Dio non te lo perdonerà più. Vedi che si tratta dell’anima, si tratta dell’eternità. Questo gran pensiero dell’eternità quanti ne ha mandati a vivere nei chiostri, nei deserti e nelle grotte! Povero me, che per tanti peccati fatti mi trovo il cuore afflitto, l’anima aggravata, l’inferno meritato, Dio perduto. Ah, Dio mio e Padre mio, perdonatemi e legatemi all’amor Vostro.
II. Considera come questo affare eterno è il più trascurato. A tutto si pensa, fuorché a salvarsi. Per tutto v’è tempo, fuorché per il Signore. Si dica ad un mondano che frequenti i Sacramenti, che faccia mezz’ora di adorazione al giorno, risponde: Ho figli, ho nipoti, ho possessione, ho da fare. Oh Dio, e non hai l’anima? Impegna pure le ricchezze, chiama i figli, i nipoti, che ti diano aiuto in tempo di morte, e ti cavino dall'inferno, se vai dannato! Non ti lusingare di poter accordare Dio e mondo, paradiso e peccati. Il salvarti non è affare da trattarsi alla larga: bisogna faticare; devi farti forza, se vuoi guadagnarti la corona immortale. Quanti cristiani si lusingavano che più tardi avrebbero servito Dio e si sarebbero salvati, ed ora stanno all’inferno! Che pazzia pensar sempre a quello che finisce così presto, e pensar tanto poco a quello che non ha mai da finire! Ah cristiano, pensa ai casi tuoi! Pensa che fra poco sloggerai da questa terra, e andrai alla casa dell’eternità! Povero te, se ti danni! Vedi che non vi potrai rimediare più.
III. Considera, cristiano, e di’: Ho un’anima sola; se la perdo, ho perduto ogni cosa. Ho un’anima sola, se io con danno di quest’anima mi guadagno un mondo, che mi serve? Se divento un grande uomo e perdo l’anima, che mi giova? Se accumulo ricchezze, se avanzo la casa, se faccio diventar grandi i figli e perdo l'anima, che mi giova? Che giovarono le grandezze, i piaceri, le vanità, a tanti che vissero nel mondo, ed ora sono polvere in una fossa e confinati giù all’inferno? Dunque se l’anima è mia, se quest’ultima è sola, e se la perdo una volta, l’ho perduta per sempre, devo ben pensare a salvarmi. Questo è un punto che troppo importa. Si tratta di essere o sempre felice o sempre infelice. 0 mio Dio, confesso, e mi confondo, che finora sono vissuto da cieco, sono andato così lontano da Voi, non ho mai pensato a salvare quest’anima mia. Salvatemi, o Padre, per amor di Gesù Cristo. Mi contento di perdere ogni cosa, purché non perda Voi, o mio Dio. Maria, speranza mia, salvatemi Voi colla vostra intercessione.
Frutto. -I. Accomoderò bene e subito i debiti dell’anima mia con una buona confessione.
II. Mi applicherò con più impegno e fervore agli esercizi di pietà.
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I. Considera come tu, creato da Dio per amare Dio, con ingratitudine d’inferno ti sei ribellato, Lo hai trattato da nemico, hai disprezzato la Sua grazia, la Sua amicizia. Conoscevi che Gli davi un gran disgusto con quel peccato, e l’hai fatto. Chi pecca che fa? Volta le spalle a Dio, Gli perde il rispetto, alza la mano per darGli uno schiaffo, affligge il cuore di Dio: Et afflixerunt spiritum sanctum ejus (Is. 63,10). Chi pecca dice a Dio col fatto: allontanateVi da me, non Vi voglio riconoscere per mio Signore. Il mio Dio è quel piacere, quell’interesse, quella vendetta. Così hai detto nel tuo cuore, quando hai preferito la creatura a Dio. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi non sapeva credere come un cristiano potesse ad occhi aperti fare un peccato mortale: e tu che leggi che dici? Quanti ne hai commessi? Dio mio, perdonatemi, abbiate pietà di me. Ho offeso Voi, Bontà infinita: odio tutti i peccati miei, Vi amo, e mi pento di averVi ingiuriato a torto, o Dio mio, degno di infinito amore.
II. Considera come Dio ti diceva quando peccavi: Figlio, io sono il tuo Dio, che ti creai dal niente, e ti ricomprai col mio sangue; Io ti proibisco di fare questo peccato sotto pena della mia disgrazia. Ma tu peccando dicesti a Dio: Signore, io non voglio ubbidirVi, voglio pigliarmi questo gusto, e non mi importa che Vi dispiaccia, e ch’io perda la Vostra grazia. Dixisti: non serviam (Je. 2,20). Ah, mio Dio e ciò l’ho fatto più volte! Come mi avete sopportato? Oh fossi morto prima di averVi offeso! Io non voglio più disgustarVi, io Vi voglio amare, o Bontà infinita. Datemi Voi perseveranza, datemi il Vostro santo amore.
III. Considera, che quando i peccati giungono ad un certo numero, fanno che Iddio abbandoni il peccatore: Dominus patienter expectat, ut cum judicii dies advenerit, in plenitudine peccatorum puniat (2 Mach. 6,14). Se dunque, fratello mio, sarai di nuovo tentato a peccare, non dire più: peccherò e poi me ne confesserò. E se Dio ti fa morire allora? E se Dio ti abbandona, che cosa ne sarà di te per tutta l’eternità? Così tanti si sono perduti. Anch’essi speravano il perdono, ma è venuta la morte e si sono dannati! Trema che lo stesso non avvenga di te. Non merita misericordia chi vuol servirsi della bontà di Dio per offenderlo. Dopo tanti peccati che Dio ha perdonati, giustamente devi temere che ad un altro peccato mortale che farai Dio non ti perdoni più. RingraziaLo che t’ha aspettato finora. E fa in questo punto una forte risoluzione di soffrire prima la morte che fare un altro peccato. Dirai sempre da oggi innanzi: Signore, basta quanto Vi ho offeso. La vita che mi resta non la voglio spendere più a disgustarVi; no, Voi non lo meritate; la voglio spendere solo ad amarVi e a piangere le offese che Vi ho fatto. Me ne pento con tutto il cuore. Gesù mio, Vi voglio amare, datemene la forza. Maria, Madre mia, aiutatemi.
Frutto. -I. Farò spesso degli atti di pentimento, replicando: Gesù mio misericordia, mi pento d’averVi offeso, ve ne domando perdono.
II. Mi esaminerò, se siavi in me nessun affetto disordinato il quale possa allontanarmi da Dio, e lo toglierò dal mio cuore.
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I. Considera come deve finire questa vita. È uscita già la sentenza, devi morire. La morte è certa, ma non si sa quando ci viene. Che ci vuole a morire? Una gocciola che cade sul cuore, una vena che ti si rompa nel petto, una soffocazione di catarro, un torrente impetuoso di sangue, un animaletto velenoso che ti morda, una febbre, una puntura, una piaga, una inondazione, un terremoto, un fulmine, un lampo basta a levarti la vita. La morte verrà ad assalirti quando meno ci pensi. Quanti la sera si sono posti a dormire e la mattina si son trovati morti. Non può forse ciò succedere anche a te? Tutti quelli che sono morti di morte improvvisa non pensavano di morire così: sono morti! E se si trovavano in peccato, ora dove stanno? E ivi staranno per tutta l’eternità. Ma sia come si voglia, è certo che deve venire un tempo nel quale per te si farà notte e non giorno, o vedrai il giorno, e non vedrai la notte. «Verrò come ladro alla sordina e di nascosto», dice Gesù Cristo. Ti avvisa per tempo il tuo buon Signore, perché ama la tua salvezza. Corrispondi a Dio, approfitta dell’avviso, preparati a ben morire prima che venga la morte. È tempo di prepararsi per trovarsi in quel momento preparato. È certo che devi morire, deve finire la scena di questo mondo per te, e non sai quando. Chi sa se fra un anno, fra un mese, se domani sarai vivo? Gesù mio, perdonatemi.
II. Considera come nell’ora della morte ti troverai steso in un letto, assistito dal sacerdote che ti conforterà l’anima, coi parenti accanto che ti piangeranno, col crocifisso a capo, colla candela ai piedi, già vicino a passare all’eternità. Ti sentirai la testa addolorata, gli occhi oscurati, la lingua arsa, le fauci chiuse, il petto aggravato, il sangue gelato, la carne consumata, il cuore trafitto. Lascerai ogni cosa e povero e nudo sarai gettato a marcire in una fossa. Qui i vermi e i sorci ti roderanno tutte le carni, e di te non resteranno che quattro ossa spolpate, ed un po’ di polvere fetente, e niente più. Apri una fossa e vedi a che è ridotto quel riccone, quell’avaro, quella donna vana. Così finisce la vita. Nell’ora della morte ti vedrai circondato da demoni, che ti metteranno innanzi tutti i peccati commessi da quando eri fanciullo. Ora il demonio per indurti a peccare, copre e scusa la colpa, dice che non è gran male quella vanità, quel piacere, quella confidenza, quel rancore; che non v’è mal fine in quella conversazione, ma in morte scoprirà la gravità del tuo peccato, e al lume di quell’eternità, alla quale starai per passare, conoscerai che male fu aver offeso un Dio infinito. Presto, rimedia a tempo, ora che puoi, perché allora non sarà più tempo. Dio mio, datemi luce.
III. Considera come la morte è un momento dal quale dipende l’eternità. Giace l’uomo già vicino a morire, e per conseguenza vicino ad una delle due eternità, e questa sorte sta attaccata a quest’ultima chiusa di bocca, dopo la quale in un punto si trova l’anima: o salva o dannata per sempre. Oh punto! Oh chiusa di bocca! Oh momento dal quale dipende un’eternità. Un’eternità o di gloria o di pene. Un’eternità o sempre felice o sempre infelice, o di contenti o di affanni. Un’eternità o di paradiso o d’inferno. Vale a dire, se in quel momento ti salvi non avrai più guai, sarai sempre contento e beato; ma se ti perdi e ti danni, sarai sempre afflitto e disperato, finché Dio sarà Dio. In morte conoscerai che vuol dire paradiso, inferno, peccato mortale, Dio offeso, legge di Dio disprezzata, peccati taciuti in confessione, roba non restituita. Misero me, dirà il moribondo, tra pochi minuti devo comparire innanzi a Dio. E chi sa qual sentenza mi toccherà. Dove andrò? in paradiso o all'infeno? A godere fra gli angeli o ad ardere coi dannati? Sarò figlio di Dio, o schiavo del demonio? Fra poco, ohimè, lo saprò e dove alloggerò la prima volta, vi resterò in eterno. Ah! fra poche ore, fra pochi momenti che ne sarà di me? Se non risarcisco quello scandalo? Se non restituisco quella roba, quella fama, se non perdono di cuore al nemico, se non mi confesso bene? Allora detesterai mille volte quel giorno che peccasti, quel delitto, quella vendetta che ti prendesti, ma troppo tardi e senza frutto, perché lo farai per puro timore del castigo, senza amore di Dio. Ah! Signore, ecco che da questo momento io mi converto a Voi: no, non voglio aspettare la morte; da ora io Vi amo, Vi abbraccio, e voglio morire abbracciato con Voi. Madre mia Maria, fatemi morire sotto il manto vostro, aiutatemi in questo momento.
Frutto. - I. Concepirò disprezzo delle vanità del mondo, e del mio corpo, origine di tanti miei peccati.
II. Ad ogni tentazione di offendere Dio, dirò subito: Pensa che devi morire.
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I. Considera che la tua anima, appena uscita dal corpo, sarà condotta innanzi al tribunale di Dio per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente da te maltrattato, adirato al sommo; gli accusatori sono i demoni tuoi nemici capitali; i processi, i tuoi peccati; la sentenza è inappellabile; la pena, un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza dei tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, di omissione, di scandalo, tutto si peserà in questa grande bilancia della divina giustizia, e se in una cosa ti troverai mancante, sarai perduto. Gesù mio e giudice mio, perdonatemi, prima che mi abbiate a giudicare.
II. Considera come la divina giustizia dovrà giudicare tutte le genti nella valle di Iosafat, quando alla fine del mondo risusciteranno i corpi per ricevere insieme coll’anima il premio o la pena secondo le loro opere. Rifletti che se ti danni, ripiglierai questo tuo medesimo corpo, che servirà per eterna prigione dell’anima sventurata. A quell’amaro incontro l’anima maledirà il corpo, e il corpo maledirà l’anima, sicché l’anima ed il corpo che ora si accordano nel cercare piaceri proibiti, si uniranno a forza dopo la morte per essere carnefici di sé stessi. Al contrario, se ti salvi, questo tuo corpo sorgerà tutto bello, impassibile e risplendente, e così in anima ed in corpo sarai fatto degno della vita beata. E così finirà la scena di questo mondo. Saranno finite allora tutte le grandezze, i piaceri, le vanità di questa terra, tutto sarà finito, vi saranno solo due eternità, l’una di gloria e l’altra di pena, l’una beata e l’altra infelice, l’una di gaudi e l’altra di tormenti. Nel paradiso i giusti, nell’inferno i peccatori. Povero allora chi avrà amato il mondo e pei miseri gusti di questa terra avrà perduto tutto, l’anima, il corpo, il paradiso e Dio.
III. Considera l’eterna sentenza. Gesù Cristo giudice si volterà contro i reprobi e loro dirà: L’avete finita, ingrati, l’avete finita. È già venuta l’ora mia, ora di verità e di giustizia, ora di sdegno e di vendetta; su, scellerati, avete amata la maledizione, venga dunque sopra di voi: siate maledetti nel tempo, maledetti nell’eternità. Allontanatevi dalla mia faccia, andate privi d’ogni bene, carichi di tutte le pene al fuoco eterno: Discedite a me, maledirti in ignem aetemum (Mt. 25,41). Dopo Gesù si volgerà agli eletti e dirà: Venite voi, figli miei benedetti, venite a possedere il regno dei cieli preparato per voi. Venite, non più per portare dietro di me la croce, ma insieme con me, la corona, Venite ad essere eredi delle mie ricchezze, compagni della mia gloria, venite a cantare in eterno le mie misericordie, venite dall’esilio alla patria, venite dalle pene all’eterno riposo: Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum (Mt. 25,34). Gesù mio, spero anch’io di essere tra quei benedetti, io Vi amo sopra ogni cosa, beneditemi da quest’ora. E beneditemi Voi, Madre mia Maria.
Frutto. -I. Farò ogni azione come se dovessi comparire subito a rendere conto al divino tribunale.
II. Mi eserciterò nelle opere di misericordia spirituali e corporali a cui Dio ha promesso una eterna benedizione nel giorno del giudizio.
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I. Considera come l’inferno è una prigione infelicissima piena di fuoco; in questo fuoco sono sommersi i dannati avendo un abisso di fuoco di sopra, d’intorno, di sotto. Fuoco negli occhi, fuoco nella bocca, fuoco da per tutto. Tutti poi i sensi hanno la loro propria pena. Gli occhi acciecati dal fumo e dalle tenebre, ed atterriti dalla vista degli altri dannati e dei demoni. Le orecchie odono giorno e notte continui urli, pianti, bestemmie. L’odorato è appestato dai fetori di quegli innumerevoli corpi puzzolenti. Il gusto è cruciato da ardentissima sete e da fame canina, senza poter ottenere mai una goccia d’acqua, né un tozzo di pane. Perciò quegli infelici, carcerati, arsi dalla sete, divorati dal fuoco, afflitti da tutti i tormenti, piangono, urlano, si disperano, ma non vi è, né vi sarà mai chi li sollevi o li consoli. Oh inferno, inferno, al quale alcuni non vogliono credere, se proprio non vi cadono! Che dici tu che leggi? Se ora tu dovessi morire dove andresti? Tu non hai la forza di sopportare una scintilla di candela sulla mano, e sopporterai di dover stare in un lago di fuoco, che ti divori, sconsolato ed abbandonato da tutti per tutta l’eternità?
II. Considera poi la pena che avranno le potenze dell'anima. La memoria sarà sempre tormentata dal rimorso della coscienza; questo è quel verme che roderà sempre il dannato nel pensare che si è perduto volontariamente per pochi piaceri avvelenati. Oh Dio, che gli parranno allora quei momenti di piacere dopo cento, dopo mille milioni di anni d’inferno? Questo verme gli ricorderà il tempo che gli aveva dato Dio per rimediare al mal fatto, le comodità che gli aveva presentate per salvarsi, i buoni esempi dei compagni, i propositi fatti, ma non eseguiti. Ed allora vedrà che non v’è più rimedio alla sua rovina eterna. Oh Dio, oh Dio! E che doppio inferno sarà questo! La volontà sarà sempre contraddetta, non avrà mai niente di ciò che vorrà, cioè nessun bene ed avrà sempre quel che non vorrà, cioè tutti i tormenti. L’intelletto conoscerà i grandi beni che ha perduto, cioè il paradiso e Dio. Oh Dio, oh Dio, perdonatemi per amore di Gesù Cristo.
III. Peccatore, tu che ora non ti curi di perdere il paradiso e Dio, conoscerai la tua cecità quando vedrai i beati trionfare e godere nel regno dei cieli, e tu, come cane puzzolente, sarai cacciato via da quella patria beata, dalla bella faccia di Dio, dalla compagnia di Maria, degli angeli e dei santi. Allora smaniando griderai: Oh paradiso di contenti, o Dio, bene infinito, non siete, né sarete più mio. Su dunque, fa penitenza, muta vita, non aspettare che anche per te non vi sia più tempo. Datti a Dio, comincia ad amarLo davvero. Prega Gesù, prega Maria, che abbiano pietà di te.
Frutto. - I. Compenserò con qualche mortificazione le pene da me meritate nell’inferno.
II. Quando avrò qualche disgusto o incomodo, o dolore, ecc., dirò a me stesso: Ricordati che lo hai meritato, e dovresti essere nell’inferno; e soffrirò con pazienza.
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I. Considera come nell’inferno non vi è fine; si patiscono tutte le pene, e tutte eterne. Sicché, passeranno cento anni di quelle pene, ne passeranno mille e l’inferno allora comincerà; passeranno centomila e cento milioni, mille milioni di anni e di secoli e l’inferno sarà da capo. Se un angelo a quest’ora portasse la notizia ad un dannato che Dio lo vuol cavare dall’inferno, ma quando? Quando saranno passati tanti milioni di secoli, quante sono le gocce d’acqua, le fronde degli alberi, le arene nel mare e della terra, voi vi spaventereste, ma è pur vero che quegli farebbe festa a questa notizia, che non fareste voi se aveste la notizia di esser fatto re di un gran regno; Sì, perché direbbe il dannato: è vero che passeranno tanti secoli, ma verrà un giorno in cui finiranno. Ma passeranno tutti questi secoli, quante sono le arene, le gocce, le fronde e l’inferno sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo patto con Dio: Signore, accrescete quanto vi piace la mia pena, allungatela per quanto tempo vi piace, basta che vi poniate termine, ed io sono contento. Ma no, questo termine non sarà mai. Almeno il povero dannato potesse ingannare sé stesso, e lusingarsi col dire: Chi sa, forse un giorno Dio avrà pietà di me, e mi libererà dall’inferno. No, il dannato si vedrà sempre scritta in faccia la sentenza della sua dannazione eterna e dirà: dunque tutte queste pene che ora patisco, questo fuoco, questa malinconia, questo grido, non hanno da finire per me? No, gli sarà risposto: mai, mai, mai. E quanto tempo dureranno? Sempre, Oh, mai! Oh sempre! Oh eternità! Oh inferno! come mai gli uomini ti credono e peccano, e seguitano a vivere in peccato!
II. Fratello mio, sta attento, pensa che anche per te è preparato l’inferno, se pecchi. Già arde sotto ai tuoi piedi questa orrenda fornace, ed a quest’ora che leggi, quante anime vi stanno cadendo! Pensa, che se vi cadrai una volta, non potrai uscirne mai più. E se qualche volta hai già meritato l’inferno, ringrazia Dio che non vi ti ha mandato e presto togliti dal pericolo: piangi i tuoi peccati e piglia i mezzi più adatti che puoi per salvarti. Confessati spesso; leggi questo o altro libretto spirituale ogni giorno, prendi la devozione a Maria col Rosario ogni giorno, col digiuno ogni sabato; nelle tentazioni resisti, chiamando Gesù e Maria fuggi le occasioni di peccare, e se Dio ti chiama a lasciare il mondo, fallo, fallo; ogni cosa che si fa per scampare ad una eternità di pene è poco, è niente. Nulla nimia securitas ubi periclitatur aeternitas (san Bernardo). Per assicurarci dell’eternità non vi è cautela che basti. Vedi quanti anacoreti per sfuggire all’inferno sono andati a vivere nelle grotte e nei deserti? E tu che fai, dopo che tante volte hai meritato l’inferno? Che fai? che fai? Vedi che ti danni. Datti tutto a Dio, e digli: Signore, eccomi, voglio fare tutto quello che volete da me. Maria, aiutatemi.
Frutto. - I. Mi ricorderò spesso di questa verità. Finisce tutto e finisce presto, l’eternità non finisce mai.
II. Nelle noie e difficoltà di fare il bene e resistere al male, dirò a me stesso: Tutto è poco per l’acquisto di una beata eternità.
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Articolo 1
IIª-IIae q. 30 a. 1 arg. 1
SEMBRA che il male non sia propriamente il movente della misericordia. Infatti:
1. Come sopra vedemmo, la colpa è un male più grave della pena. Ma la colpa non provoca alla misericordia, bensì allo sdegno. Dunque non è il male che provoca alla misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 1 arg. 2
2. Le cose crudeli e orribili si presentano come un eccesso di male. Ora, il Filosofo afferma: "Ciò che è orribile è diverso da ciò che è miserevole, ed elimina la misericordia". Perciò il male in quanto male non muove alla misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 1 arg. 3
3. Le descrizioni dei mali non sono veri mali. Eppure codeste descrizioni provocano alla misericordia, come nota Aristotele. Dunque il male non è il movente appropriato della misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 1 s. c.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna che la misericordia è una specie di tristezza. Ma il movente della tristezza è il male. Quindi è il male che muove alla misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 1 co.
RISPONDO: Come scrive S. Agostino, "la misericordia è la compassione del nostro cuore per l'altrui miseria, che, potendolo, siamo spinti a soccorrere": infatti misericordia deriva dall'avere un cuore misero (o triste) sull'altrui miseria. Ora, la miseria si contrappone alla felicità. E nel concetto di felicità, o di beatitudine, è inclusa l'idea che uno riesca ad avere quello che vuole: infatti, come S. Agostino insegna, "felice è colui che ha tutto ciò che vuole, e non vuole nessun male". E quindi al contrario la miseria implica l'idea che uno soffra ciò che non vuole. Ora l'uomo può volere una cosa in tre maniere. Primo, per desiderio naturale: così tutti gli uomini, p. es., vogliono esistere e vivere. Secondo, uno può volere una cosa per libera scelta in seguito a una deliberazione. Terzo, uno può volere una cosa non in se stessa, ma nelle sue cause: chi, p. es., vuol mangiare cose nocive, si può dire che vuole ammalarsi. Perciò tra i moventi della misericordia, che appartengono alla miseria, troviamo innanzi tutto le cose contrarie all'appetito naturale del prossimo, cioè i mali che corrompono e contristano, e che si contrappongono ai beni desiderati per natura dagli uomini. Ecco perché il Filosofo afferma, che "la misericordia è una tristezza relativa a un male evidente che corrompe e contrista". - Secondo, codesti mali provocano maggiormente alla misericordia, se sono contrari anche al volere deliberato. Infatti il Filosofo scrive che sono degni di misericordia quei mali, "che sono causati dalla disgrazia": e cioè "quando si produce un male là dove si sperava un bene". - Terzo, questi mali sono ancora più eccitanti alla misericordia, se contrastano con tutto il volere di un uomo: quando uno, p. es., dopo avere sempre cercato il bene, viene colpito dal male. Ecco perché il Filosofo afferma, che "la misericordia tocca soprattutto i mali di colui che soffre ingiustamente".
IIª-IIae q. 30 a. 1 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La colpa è essenzialmente volontaria. E sotto quest'aspetto non è degna di compassione, ma di punizione. Siccome però la colpa in qualche modo può essere una punizione, cioè in quanto c'è in essa un aspetto che ripugna al volere di chi pecca, da questo lato può esser degna di compassione. Ed è per questo che possiamo avere misericordia e compassione dei peccatori: poiché, secondo S. Gregorio, "la vera giustizia non nutre sdegno", contro i peccatori, "ma compassione". E nel Vangelo si legge: "Nel vedere Gesù quelle turbe ne ebbe compassione, poiché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore".
IIª-IIae q. 30 a. 1 ad 2
2. Essendo la misericordia compassione della miseria altrui, in senso proprio non si ha misericordia che verso gli altri: non già verso se stessi; se non in senso metaforico, come si fa con la giustizia, considerando distinte nell'uomo le varie parti, come spiega Aristotele. È in tal senso che si dice nella Scrittura: "Abbi misericordia dell'anima tua, rendendoti accetto a Dio". Perciò come non c'è vera misericordia verso se stessi, ma dolore, quando soffriamo in noi qualche cosa di crudele; così non abbiamo misericordia, ma dolore come di ferite proprie, se si tratta di persone a noi così unite da essere, come i figli e i genitori, qualche cosa di noi stessi. Ecco perché il Filosofo afferma che "la crudeltà esclude la misericordia".
IIª-IIae q. 30 a. 1 ad 3
3. Come dalla speranza e dal ricordo del bene nasce il piacere, così dal timore e dal ricordo del male nasce la tristezza: tuttavia questa non è così forte come per la presenza sensibile di esso. Ecco perché le descrizioni dei mali, in quanto ci rappresentano, come fossero presenti, cose degne di compassione, muovono alla misericordia.
Articolo 2
IIª-IIae q. 30 a. 2 arg. 1
SEMBRA che tra i motivi del compatimento non ci siano i difetti personali del misericordioso. Infatti:
1. Compatire è proprio di Dio, secondo le parole del Salmo: "Le sue misericordie dominano su tutte le sue opere". Ma in Dio non ci sono menomazioni. Dunque una menomazione non può essere tra i motivi della misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 2 arg. 2
2. Se le menomazioni sono motivi di compatimento, è necessario che quelli più menomati siano più portati a compatire. Ma questo è falso: poiché, come dice il Filosofo, "quelli che sono rovinati del tutto non hanno misericordia". Dunque le menomazioni non sono un motivo di compassione da parte dei misericordiosi.
IIª-IIae q. 30 a. 2 arg. 3
3. Subire un'offesa è una menomazione. Ora, il Filosofo afferma, che "coloro i quali si sentono offesi non hanno misericordia". Perciò una menomazione da parte di chi deve compatire non è un motivo che spinge alla misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 2 s. c.
IN CONTRARIO: La misericordia è una specie di tristezza. Ma ogni menomazione è motivo di tristezza: infatti, come già abbiamo notato, gli infermi sono più portati ad addolorarsi. Dunque la menomazione di chi deve usare misericordia è tra i motivi del suo compatimento.
IIª-IIae q. 30 a. 2 co.
RISPONDO: Essendo la misericordia, come abbiamo detto, il compatimento della miseria altrui, uno è spinto ad avere misericordia dalla stessa ragione per cui se ne addolora. E siccome la tristezza, o dolore, ha per oggetto il male proprio, in tanto uno si addolora della miseria altrui, in quanto la considera come propria. Ora, questo avviene in due modi. Primo, per un legame di affetto: e questo avviene con l'amore. Infatti chi ama, considerando l'amico un altro se stesso, reputa come proprio il male di lui: e quindi se ne addolora come del male proprio. Ecco perché il Filosofo mette tra i requisiti dell'amicizia "l'addolorarsi con l'amico". E l'Apostolo comanda di "godere con chi gode, e di piangere con chi piange". - Secondo, questo può avvenire per un legame reale, in quanto il male di certe persone è talmente vicino da ricadere su di noi. Per questo motivo il Filosofo insegna che gli uomini compatiscono i propri congiunti e i propri simili; perché pensano di potersi trovare a soffrire cose consimili. Ed ecco perché i vecchi e le persone sagge, le quali pensano di potersi trovare male, nonché i deboli e i paurosi sono più portati alla misericordia. Invece gli altri che si credono felici, e così potenti da non poter subire nessun male, non sono così facili alla misericordia. - Perciò da questo lato una menomazione è sempre il motivo della misericordia: o perché uno considera propria la menomazione altrui, per il legame dell'amore; oppure per la possibilità di subire cose consimili.
IIª-IIae q. 30 a. 2 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio non usa misericordia che per amore, poiché ci ama come qualche cosa di se stesso.
IIª-IIae q. 30 a. 2 ad 2
2. Coloro che sono già colpiti dai mali più gravi non temono più di soffrire altre cose; e quindi non hanno misericordia. - Così pure fanno quelli che han troppa paura: poiché sono tanto presi dalla propria passione, da non badare alla miseria altrui.
IIª-IIae q. 30 a. 2 ad 3
3. Coloro che sono predisposti all'offesa, o perché l'hanno subita, o perché intendono infliggerla, sono portati all'ira e all'audacia, che sono passioni virili le quali esaltano l'animo umano verso le cose ardue. Perciò esse tolgono all'uomo la convinzione di dover subire in seguito qualche sciagura. Ecco perché costoro, mentre sono in tale disposizione, non hanno misericordia, come dice la Scrittura: "L'ira non ha misericordia né il furore impetuoso". - Per lo stesso motivo non hanno misericordia i superbi, che disprezzano gli altri e li stimano cattivi. E quindi pensano che costoro soffrano giustamente quello che soffrono. Perciò S. Gregorio ha detto, che "la falsa giustizia", cioè quella dei superbi, "non ha compassione, ma disprezzo".
Articolo 3
IIª-IIae q. 30 a. 3 arg. 1
SEMBRA che la misericordia non sia una virtù. Infatti:
1. Nella virtù la cosa principale è l'elezione, o scelta, come nota il Filosofo. Ora, per usare le sue parole, l'elezione appartiene "all'appetito preceduto dalla deliberazione". Perciò non può dirsi virtù ciò che ostacola la deliberazione. Ma la misericordia ostacola la deliberazione, come nota Sallustio: "Tutti gli uomini che deliberano su cose dubbie devono spogliarsi dell'ira e della misericordia; infatti l'animo non può scorgere facilmente la verità, ove ci siano questi ostacoli". Perciò la misericordia non è una virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 3 arg. 2
2. Nessuna cosa contraria a una virtù è degna di lode. Ora, la nemesi, come dice Aristotele, è contraria alla misericordia. E d'altra parte la nemesi è una passione lodevole, secondo lo stesso Aristotele. Dunque la misericordia non è una virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 3 arg. 3
3. La gioia e la pace non sono virtù specialmente distinte, perché, come abbiamo visto, derivano dalla carità. Ma anche la misericordia deriva dalla carità: infatti come con la carità "godiamo con chi gode", così con essa "piangiamo con chi piange". Perciò la misericordia non è una virtù specifica.
IIª-IIae q. 30 a. 3 arg. 4
4. La misericordia, appartenendo a una potenza appetitiva, non è una virtù intellettuale. E neppure è una virtù teologale, non avendo essa Dio per oggetto. Così pure non è una virtù morale; perché non ha per oggetto né le operazioni, essendo questo il compito della giustizia, né le passioni, non riducendosi essa a nessuna delle dodici mesotes di cui parla Aristotele nell'Etica. Dunque la misericordia non è una virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 3 s. c.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Di gran lunga più giustamente e più umanamente e più convenientemente al sentimento religioso parlò Cicerone in lode di Cesare, là dove disse: "Nessuna delle tue virtù è più ammirevole né più gradita della tua misericordia"". Quindi la misericordia è una virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 3 co.
RISPONDO: La misericordia implica una tristezza per l'altrui miseria. Ma questa tristezza, o dolore, può indicare due cose. Primo, un moto dell'appetito sensitivo. E in questo senso la misericordia è una passione e non una virtù. - Secondo, può indicare un moto dell'appetito intellettivo, ed è il dispiacere (spirituale) del male altrui. Ora, questo atto può essere regolato dalla ragione: e con esso così regolato si possono regolare razionalmente i moti dell'appetito inferiore. Ecco perché S. Agostino insegna, che "questo moto dell'animo", cioè la misericordia, "è subordinato alla ragione, allorché si usa misericordia senza offendere la giustizia, sia soccorrendo i bisognosi, che perdonando ai colpevoli". E poiché l'essenza della virtù umana consiste nel fatto che i moti dell'animo sono regolati dalla ragione, come abbiamo visto sopra, è chiaro che la misericordia è una virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 3 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo di Sallustio va inteso della misericordia in quanto è una passione non regolata dalla ragione. Infatti essa allora ostacola la ragione nel deliberare, facendole abbandonare la giustizia.
IIª-IIae q. 30 a. 3 ad 2
2. Il Filosofo qui parla della misericordia e della nemesi in quanto sono passioni. Esse si contrappongono per una diversità di giudizio sui mali altrui: infatti il misericordioso si addolora, perché ritiene che uno soffra ingiustamente; chi invece è dominato dalla nemesi ne gode, ritenendo che certuni soffrano giustamente, e si rattrista della prosperità dei malvagi. E Aristotele conclude, che "l'una e l'altra cosa è lodevole, derivando da un identico costume". Propriamente però alla misericordia si contrappone l'invidia, come diremo in seguito.
IIª-IIae q. 30 a. 3 ad 3
3. Gioia e pace non aggiungono nulla alla ragione di bene che forma l'oggetto della carità: e quindi non si richiede altra virtù che la carità. Invece la misericordia ha di mira una ragione speciale, cioè la miseria di chi è oggetto di misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 3 ad 4
4. La misericordia in quanto virtù è una virtù morale riguardante le passioni: e si riduce a quel giusto mezzo che si chiama nemesi; poiché, come dice Aristotele, "derivano da un identico costume". Però queste mesotes il Filosofo non le considera virtù, ma passioni: perché sono lodevoli anche in quanto passioni. Niente però impedisce che derivino da un abito volontario. E in questo modo assumono l'aspetto di virtù.
Articolo 4
IIª-IIae q. 30 a. 4 arg. 1
SEMBRA che la misericordia sia la più grande delle virtù. Infatti:
1. La cosa che più sembra appartenere alla virtù è il culto divino. Ma la misericordia viene preferita nella Scrittura al culto divino. "Io voglio misericordia e non sacrificio". Dunque la misericordia è la più grande delle virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 4 arg. 2
2. Spiegando quel detto paolino: "La pietà è utile a tutto", la Glossa afferma: "Tutto il compendio della dottrina cristiana si trova nella misericordia e nella pietà". Ora, la dottrina cristiana abbraccia tutte le virtù. Dunque il compendio di tutte le virtù consiste nella misericordia.
IIª-IIae q. 30 a. 4 arg. 3
3. "La virtù è quella che rende buono chi la possiede". E quindi una virtù tanto è migliore, quanto rende l'uomo più simile a Dio: perché l'uomo diviene migliore rendendosi più simile a Dio. Ma questo viene compiuto specialmente dalla misericordia: perché di Dio si dice nella Scrittura, che "le sue misericordie dominano su tutte le sue opere". Infatti il Signore afferma nel Vangelo: "Siate misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro". Perciò la misericordia è la più grande delle virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 4 s. c.
IN CONTRARIO: L'Apostolo, dopo aver detto ai Colossesi: "Assumete, come eletti di Dio, viscere di misericordia", aggiunge: "Soprattutto abbiate la carità". Dunque la misericordia non è la più grande delle virtù.
IIª-IIae q. 30 a. 4 co.
RISPONDO: Una virtù può essere la più grande in due maniere: primo in se stessa; secondo in rapporto a chi la possiede. Ora, in se stessa la misericordia è certamente al primo posto. Infatti spetta alla misericordia donare ad altri; e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui: ora, questo è compito specialmente di chi è superiore. Ecco perché si dice che è proprio di Dio usare misericordia: e in questo specialmente si manifesta la sua onnipotenza.
Ma per chi la possiede la misericordia non è la virtù più grande, se egli non è il più grande, senza avere nessuno sopra di sé ma tutti sotto di sé. Infatti per chi ha sopra di sé qualche altro è meglio stabilire un legame col suo superiore, che supplire ai difetti dei propri inferiori. Ecco perché nell'uomo, il quale ha come superiore Dio, la carità che unisce a Dio è superiore alla misericordia, la quale supplisce le deficienze del prossimo. Ma tra tutte le virtù che riguardano il prossimo la prima è la misericordia, e il suo atto è quello più eccellente: poiché soccorrere l'altrui miseria è per se stesso un atto degno di chi è superiore e migliore.
IIª-IIae q. 30 a. 4 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a suo vantaggio, ma a vantaggio nostro e del prossimo: egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo, secondo le parole di S. Paolo: "Non vi dimenticate di far del bene e di partecipare (i vostri beni ad altri); poiché di tali sacrifici Dio si compiace".
IIª-IIae q. 30 a. 4 ad 2
2. Il compendio della religione cristiana consiste nella misericordia quanto alle opere esterne. Ma l'affetto della carità con la quale ci si unisce a Dio, è superiore all'amore e alla misericordia verso il prossimo
IIª-IIae q. 30 a. 4 ad 3
3. Con la carità diventiamo simili a Dio, unendoci a lui mediante l'affetto. Essa perciò è superiore alla misericordia, che ci rende simili a Dio solo nell'operare.
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Beata la casa in cui si prega, perché in essa sarà il Signore. Beata la casa dove la festa è santificata, perché i suoi abitanti si troveranno alla festa del cielo. Beata la casa da cui non si esce per frequentare i divertimenti cattivi, perché in essa regnerà la cristiana letizia. Beata la casa in cui non entrano le bestemmie, il discorso cattivo, la stampa pericolosa, l’intemperanza, perché sarà colmata di benedizione e di pace. Beata la casa dove i bambini ricevono subito la grazia del battesimo, perché in essa cresceranno i cittadini del cielo. Beata la casa dove si chiama per tempo il sacerdote di Dio accanto agli infermi, perché in essa l’infermità sarà alleviata e la morte sarà benedetta. Beata la casa dove si ama e s’impara la dottrina cristiana, perché in essa è la fede sempre lucente e viva. Beata la casa dove i genitori sono consolati dai figliuoli amorosi e obbedienti e dove i figli trovano nei genitori l’esempio del Timor di Dio: sarà nido dei giusti, asilo di virtù, tabernacolo di salvezza.
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1 – Consigliare i dubbiosi
2 – Insegnare agli ignoranti
3 – Ammonire i peccatori
4 – Consolare gli afflitti
5 – Perdonare le offese
6 – Sopportare pazientemente le persone moleste
7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti
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32. Per vivere secondo Dio, che cosa dobbiamo fare? Per vivere secondo Dio dobbiamo credere le verità rivelate da Lui e osservare i suoi comandamenti con l’aiuto della sua grazia, che si ottiene mediante i sacramenti e l’orazione.
61. Che cosa sono i comandamenti di Dio? I comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testamento diede a Mosè sul monte Sinai, e Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo.
62. Chi trasgredisce i comandamenti di Dio pecca gravemente? Chi deliberatamente trasgredisce anche un solo comandamento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio e, perciò, merita l’inferno.
63. Che ci ordina il primo comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori di me"? Il primo comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori di me", ci ordina di essere religiosi, cioè di credere in Dio, di amarlo, adorarlo e servirlo.
64. Che ci proibisce il primo comandamento? Il primo comandamento ci proibisce l’empietà, la superstizione, l’irreligiosità, l’eresia e l’ignoranza colpevole delle verità della fede.
65. Che ci proibisce il secondo comandamento: "non nominare il Nome di Dio invano"? Il secondo comandamento: "non nominare il Nome di Dio invano", ci proibisce di nominarlo senza rispetto, di bestemmiare, di fare giuramenti falsi o illeciti.
66. Che ci ordina il secondo comandamento? Il secondo comandamento ci ordina di avere sempre riverenza per il nome di Dio, e di adempiere i voti e le promesse giurate.
67. Che ci ordina il terzo comandamento: "ricordati di santificare le feste"? Il terzo comandamento: "ricordati di santificare le feste", ci ordina di onorare Dio nei giorni di festa, con atti di culto esterno, dei quali per i cristiani l’essenziale è la Santa Messa.
68. Che ci proibisce il terzo comandamento? Il terzo comandamento ci proibisce nei giorni di festa le opere servili e qualunque opera che ci impedisce il culto di Dio.
69. Quali opere si dicono servili? Si dicono servili i lavori manuali propri, degli artigiani e degli operai.
70. Che ci ordina il quarto comandamento: "onora il padre e la madre"? Il quarto comandamento: "onora il padre e la madre", ci ordina di amare, rispettare e ubbidire i genitori e i nostri superiori in autorità.
71. Che ci proibisce il quarto comandamento? I quarto comandamento ci proibisce di offendere i genitori e i superiori in autorità e di disubbidirli.
72. Che ci proibisce il quinto comandamento: "non uccidere"? Il quinto comandamento: "non uccidere", ci proibisce l’omicidio, il suicidio, il duello, i ferimenti, le percosse, le ingiurie, le imprecazioni e lo scandalo.
73. Che ci ordina il quinto comandamento? Il quinto comandamento ci ordina di voler bene a tutti, anche ai nemici, e di riparare il male corporale e spirituale fatto al prossimo.
74. Che ci proibisce il sesto comandamento: "non commettere atti impuri"? Il sesto comandamento: "non commettere atti impuri", ci proibisce ogni impurità; perciò le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali.
75. Che ci ordina il sesto comandamento? Il sesto comandamento ci ordina di essere santi nel corpo, portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, come opera di Dio e tempio, dove egli abita con la presenza e con la grazia.
76. Che ci proibisce il settimo comandamento: "non rubare"? Il settimo comandamento: "non rubare", ci proibisce di danneggiare il prossimo nella roba.
77. Che ci ordina il settimo comandamento? Il settimo comandamento ci ordina di restituire la roba degli altri, di riparare i danni colpevolmente arrecati, di pagare i debiti e la giusta mercede agli operai.
78. Che ci proibisce l’ottavo comandamento: "non dire falsa testimonianza"? L’ottavo comandamento: "non dire falsa testimonianza", ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto dell’altrui fama.
79. Che ci ordina l’ottavo comandamento? L’ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e a luogo la verità, e d’interpretare in bene, possibilmente, le azioni del prossimo.
80. Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome, accusandolo falsamente o sparlandone, a che cosa è obbligato? Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome, accusandolo falsamente o sparlandone, deve riparare, per quanto può, il danno arrecato.
81. Che ci proibisce il nono comandamento: "non desiderare la donna d’altri"? Il nono comandamento: "non desiderare la donna d’altri", ci proibisce i pensieri e i desideri cattivi.
82. Che ci ordina il nono comandamento? Il nono comandamento ci ordina la perfetta purezza dell’anima.
83. Che ci proibisce il decimo comandamento: "non desiderare la roba d’altri"? Il decimo comandamento: "non desiderare la roba d’altri", ci proibisce l’avidità sfrenata delle ricchezze.
84. Che ci ordina il decimo comandamento? Il decimo comandamento ci ordina di essere giusti e moderati nel desiderio di migliorare la propria condizione, di soffrire con pazienza le strettezze e le altre miserie.
CATECHISMO ESSENZIALE della Chiesa Cattolica
di San Pio X
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Del resto, comunque ciò sia, è certo che dopo la morte di san Pietro, che fissò il suo pontificato nella Sede romana, non è stato, né sarà più lecito neppure a tutta la Chiesa ammettere la successione di san Pietro ad altro vescovo che al vescovo di Roma, con separare la podestà vescovile di Roma dalla podestà pontificia; perché ciò sarebbe interrompere la successione de’ vescovi romani, dalla quale i fedeli colla scorta de’ santi padri han sempre riconosciuta la successione della podestà di san Pietro. Niente ancora importa che ne’ secoli passati alcun pontefice sia stato illegittimamente eletto, o fraudolentemente siasi intruso nel pontificato; basta che poi sia stato accettato da tutta la Chiesa come papa, attesoché per tale accettazione già si è renduto legittimo e vero pontefice. Ma se per qualche tempo non fosse stato veramente accettato universalmente dalla Chiesa, in tal caso per quel tempo sarebbe vacata la Sede pontificia, come vaca nella morte de’ pontefici. Così neppure importa che in caso di scisma siasi stato molto tempo nel dubbio chi fosse il vero pontefice; perché allora uno sarebbe stato il vero, benché non abbastanza conosciuto; e se niuno degli antipapi fosse stato vero, allora il pontificato sarebbe finalmente vacato. Che poi alcuni pontefici sieno caduti in eresia, taluni han cercato di provarlo, ma non mai l’han provato, né mai lo proveranno; e noi chiaramente proveremo il contrario nel fine del cap X [Verità della Fede, ndR]. Del resto, se Dio permettesse che un papa fosse notoriamente eretico e contumace, egli cesserebbe d’essere papa, e vacherebbe il pontificato. Ma se fosse eretico occulto, e non proponesse alla Chiesa alcun falso dogma, allora niun danno alla Chiesa recherebbe; ma dobbiamo giustamente presumere, come dice il cardinal Bellarmino, che Iddio non mai permetterà che alcuno de’ pontefici romani, anche come uomo privato, diventi eretico né notorio né occulto.
da Verità della Fede, parte III, cap. 8
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[Premesse sulla vera religione e sull'ordine sociale] Dicono di più gli increduli che la rivelazione divina sarebbe contraria alla pace delle repubbliche, poiché ella vieterebbe alla Chiesa di tollerare altra religione che non segua la rivelazione; e ciò sarebbe cagione di mille sedizioni e discordie tra i popoli. Quindi non possono soffrire il dogma evangelico, che fuori della Chiesa cattolica non vi è salute. Ecco come scrive il Rousseau (Emil. t. 3. p. 172): "A Dio non piaccia ch'io predichi giammai agli uomini i dogmi crudeli dell'intolleranza, e che li porti a detestare il loro prossimo, dicendo agli altri; voi sarete dannati". Aggiunge nello stesso luogo: "L'intolleranza è un dogma orribile, che arma gli uni contro gli altri, e li rende nemici del genere umano". Sicché vorrebbero i deisti che dalla nostra Chiesa cattolica si permettesse una tolleranza ecclesiastica, con cui si facesse credere ai popoli, "che ogni uomo dabbene, in qualunque religione che viva, possa salvarsi": così parla il nominato Rousseau nella lettera alla pag. 86.
Dicono che la religione deve riguardarsi come una legge nazionale, una legge di pura politica esteriore (siccome scrive lo stesso Rousseau nella citata lettera), la quale in conseguenza non obbliga, che sino a quando si dimora nel paese ove una tale legge è in vigore. Bella regola di credere e di operare! Da questa ne seguirebbe, che un cristiano, se dimora presso i cristiani, deve credere che Gesù Cristo sia figlio di Dio, e Salvatore del mondo: se presso i turchi, deve credere che Gesù Cristo non sia che un misero precursore di Maometto: se presso i giudei, un impostore e seduttore. Ma tutta questa credenza sarebbe esterna, poiché secondo i deisti internamente ognuno può credere quel che vuole; ed ecco, col dogma della tolleranza, aperta una pubblica scuola d'ipocrisia, abominata dagli stessi gentili, i quali dopo aver costretto i cristiani per via di tormenti a rinunziare alla fede, li deridevano poi e li disprezzavano, se quelli per debolezza la rinnegavano. Oltreché, fondandosi la tolleranza secondo i deisti sulla ragione dell'interesse dello stato e della polizia del governo, ne segue che, cambiandosi col tempo le ragioni dell'interesse e della polizia, si cambierà insieme il dogma della tolleranza; onde quei che prima dovevano tollerarsi, col tempo poi non si potranno più tollerare. Sicché il dogma, dagl'increduli giudicato essenziale alla religione per il bene comune della pace, sarà col tempo una legge variabile? Dunque i dogmi essenziali della religione anche sono variabili?
Ma non può negarsi, essi replicano, che molte guerre e sedizioni, avvenute specialmente in più regni di Europa, sarebbero avvenute, perché la Chiesa cattolica non avrebbe voluto tollerare coloro che seguivano altra religione. Ma di queste sedizioni e guerre, si domanda, chi n'è stata la cagione? Forse Gesù Cristo col riprovare la tolleranza, come espressamente egli la riprovò, quando ordinò ai suoi apostoli che predicassero il vangelo per tutta la terra, dichiarando che chi non l'avesse creduto sarebbe condannato: "Praedicate evangelium omni creaturae. Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit; qui non crediderit condemnabitur" (Marc. 16. 16). Ed ordinò che chi non si uniforma alla Chiesa sia tenuto come infedele. "Si ecclesiam non audierit, sit tibi tanquam ethnicus et publicanus" (Matth. 18. 17). No, che non è stato Gesù Cristo, né la Chiesa la cagione delle guerre e sedizioni; sono stati i nemici della verità, che è insegnata dalla Chiesa, col volersi separare da quella e dalle sue dottrine. La religione che professa la nostra Chiesa, col vietare i peccati e promuovere i buoni costumi, promuove insieme la pace comune. Questa è una verità che chiaramente si prova con l'esperienza: in quei regni, ove più si osserva l'ubbidienza alla chiesa, ivi più si vede regnare la pace. Confessa lo stesso Rousseau (Emil. t. 3. p. 182) e dice: "I nostri governi sono debitori incontrastabilmente al cristianesimo della loro autorità più solida e delle rivoluzioni meno frequenti e dell'esser renduti meno sanguinarj. Ciò si prova col fatto, comparandoli agli antichi governi. La religione meglio conosciuta, togliendo via il fanatismo, ha dato più di dolcezza a' costumi cristiani. Questo cambiamento non è l'opera delle lettere, poiché ovunque hanno elleno fiorito, l'umanità non è stata più rispettata; le crudeltà degli ateniesi, degli egizi, degl'imperatori di Roma e della Cina ne fan piena fede. Quante opere di misericordia ha operate il vangelo! Quante restituzioni e riparazioni fa la confessione presso i cattolici!". Si aggiunga alla confessione del Rousseau quella dell'autore dello spirito delle leggi (L. 24. c. 3) che mi giova qui ripetere: "Cosa ammirabile! la religione cristiana, che non sembra avere altro obbietto che la felicità dell'altra vita fa ancora qui la nostra felicità!". Ed anche è ammirabile che quest'autore (il signor Montesquieu) confessi questa massima del vangelo, mentre scrive nella sua opera (L. 24. parte 10), che gli stoici erano puri atei: e poi dice che la distruzione degli stoici è stata una delle disgrazie del genere umano: dunque la distruzione degli atei è stata una delle disgrazie del genere umano?
[Ottenere e conservare la vera pace] Ma dicono i deisti, che per mantenere la pubblica tranquillità non è necessaria la religione rivelata, ma basta lo stabilire ciascuno nei suoi doveri. Oro io domando, per quali mezzi si stabilisce ognuno nei suoi doveri? La religione naturale coi soli suoi lumi naturali non basta, come già provammo da principio nel §. I., mentr'ella neppure è sufficiente a far conoscere all'uomo i propri doveri a causa del peccato che talmente ha oscurato la nostra mente, che senza la luce della rivelazione spesso ci fa travedere i nostri obblighi; ed anche quando li vediamo, le tentazioni e le passioni spesso ci fanno preferire il male al bene. E pertanto ci è necessaria la divina grazia, acciocché prima conosciamo i nostri doveri, e poi coll'aiuto della grazia possiamo adempirli. Se la religione rivelata non recasse altro bene, che di metter l'uomo in sistema di vivere ordinatamente, solamente per questo solo buono effetto della pace comune dovrebbe da tutti abbracciarsi. La infelicità delle repubbliche da che nasce, se non dal disordine dei particolari? Perché ciascuno non attende che al proprio interesse e piacere, perciò non vi è chi procuri il bene comune; e da ciò ne avviene poi la comune inquiete. La religione rivelata all'incontro, poiché mette ordine a tutti gli stati delle persone, perciò apporta la comune quiete. Replicano i deisti, che a tale effetto vi sono i mezzi naturali, come sono le leggi, ile pene ed il buon governo, i quali bastano a frenare l'audacia dei libertini. Ma no, che senza il freno della religione nessuno di questi mezzi è bastante a correggere i viziosi e specialmente gl'increduli: essi non ascoltano altro che i loro appetiti, e nell'occasione di poterli soddisfare disprezzano tutto, leggi, pene e sovrani. Le leggi giovano sì bene a conservare i buoni costumi negli uomini morigerati, ma non li formano nei cattivi; la sola religione rivelata forma i buoni costumi, e fa che poi le leggi siano tutte osservate. Dice addirittura il clero protestante che se non vi fosse la religione, la quale insegna esservi un giudice sovrano che vendica le infedeltà, rare volte gli uomini osserverebbero le promesse, onde senza questo timore gli empi crescerebbero in eccesso. Neppure bastano le pene minacciate dalle leggi a moderare le insolenze dei discoli che disturbano la pubblica pace; essendoché spesso i delitti restano impuniti, o per essere occulti, o perché mancano le prove sufficienti a poterli punire; e non rare volte, benché sian provati i delitti, i delinquenti colla fuga si liberano dalla pena. Il medesimo clero scrive così: La massima parte degli uomini non è capace di ben operare per la sola mira del pubblico bene; l'interesse particolare si trova quasi sempre opposto all'interesse comune: il solo timore dei castighi divini mette freno ai disordini. E quindi avveniva (dice il Barbeyracco) che i sadducei, perché negavano l'immortalità dell'anima, erano nemici della società.
[Contro il germe della Rivoluzione] Parlando poi del buon governo, non si nega che il buon governo dei principi molto conferisce alla felicità dei popoli; ma la sola religione è quella che stabilisce la felicità comune; ella sola mette il giusto ordine tra i sovrani ed i sudditi; e quest'ordine poi è quello che produce la pubblica pace. La religione fa intendere ai sudditi, che ogni podestà è da Dio: "Non est enim potestas nisi a Deo"(Rom. 13. 1). Sicché i principi son ministri dello stesso Dio: "Ministri enim Dei sunt, in hoc ipsum servientes" (Ib. vers. 6). E perciò i sudditi son tenuti ad ubbidirli, non solo per timore delle pene, ma anche per obbligo della coscienza: "Ideo necessitate subditi estote non solum propter iram, sed etiam propter conscientiam"(Vers. 5). Ed aggiunge san Pietro, che debbono ubbidire non solo ai sovrani pii, ma anche ai discoli ed infedeli: "Servi, subditi estote in omni timore dominis, non tantum bonis et modestis, sed etiam dyscolis"(1. Petr. 1. 18). All'incontro la religione fa sapere ai sovrani, che se essi abusano della loro autorità nel governo dei popoli, hanno da renderne strettissimo conto a Dio: "Quoniam data est a Domino potestas vobis... qui interrogabit opera vestra, et cogitationes scrutabitur" (Sap. 6.). Onde il loro giudizio sarà rigorosissimo: "Quoniam iudicium durissimum his, qui praesunt, fiet"(Ib. v. 6). Sicché la religione conserva l'ubbidienza e la fedeltà dei sudditi, e raffrena la cupidigia e la tirannia dei sovrani. Gl'increduli poi con le loro perniciose massime si oppongono così alla moderazione dei principi nel comandare, come alla sommessione dei sudditi nell'ubbidire; giacché essi, non avendo stima di Dio, neppure l'hanno dei sovrani [Sant'Alfonso descrive queste dinamiche che, purtroppo, esonderanno, poi, con la Rivoluzione francese ed altrove, ndR]. Ecco come scrive l'empio Giovanni Rousseau dalla sua montagna nello stesso suo libro dell'Emilio, parlando della soggezione ai sovrani: "Quando tutti i re fossero tolti, le cose non andrebbero peggio; perocché sempre la moltitudine sarà sacrificata ad un piccolo numero (intende dei principi), e l'interesse pubblico all'interesse particolare; e sempre questi speciosi nomi di giustizia e di subordinazione serviranno di strumento alla violenza e di armi all'iniquità. Onde ne segue che gli ordini distinti, i quali si pretendono utili agli altri, non sono effettivamente utili che a loro stessi a spese degli altri". Soggiunge: "La suprema potestà è da Dio, come da Dio ogni morbo pestilenziale proviene: così gli uomini son tenuti a scansare quella, come fanno tutto per preservarsi da questo". Dice inoltre: "Il principato non serve ad altro che a spogliar crudelmente l'uomo del meglio che ha ricevuto dalla natura; mentre da libero che nasce è posto miseramente fra i ceppi. Il principe giova al popolo, come il lupo agli armenti, buono solo per divorarli". Termina dicendo: "Il cattolicesimo è vizioso, per esser troppo favorevole alla tirannia". Questo infame libro fu condannato dall'arcivescovo di Parigi nel suo editto dell'anno 1762. Ma si noti qui il temerario spirito di libertà e seduzione [pillole velenose di Rivoluzione e comunismo, ndR], che promuovono i deisti nei popoli contro la soggezione che debbono ai loro sovrani. Pretendono essi insomma stabilire la pubblica tranquillità con indurre i sudditi a sottrarsi dall'obbedienza dei principi e delle loro leggi.
[Contro il germe del Comunismo] Dicono inoltre gl'increduli, che per stabilire la comune felicità nei popoli sarebbe necessario mettere fra tutti l'uguaglianza dei beni. Dunque, domando, col rendere tutti gli uomini eguali nel possesso dei beni, ne gioverebbe la comune felicità? Io dico che da ciò ne avverrebbe la comune infelicità, e lo provo. Se tutti fossero eguali nelle ricchezze e negli onori, tutti sarebbero infelici; perché il ricco non avrebbe chi lo servisse nei bisogni della vita umana: come potrebb'egli venir provveduto di vesti, di cibi, di mobili e di tante altre cose necessarie alla vita? Ciascuno, per esserne provveduto, dovrebbe saper fare tutte le arti. E se ognuno poi dovesse faticare manualmente per cibarsi, per vestirsi e per ogni altra cosa che gli bisognasse, chi potrebbe attendere a studiare i libri, a scrivere delle scienze necessarie a ben vivere [es. la medicina, ndR] ed a ben intendere le scritture sagre? Chi potrebbe occuparsi ad esaminare e giudicar le cause nei tribunali? Qual uomo poi vorrebbe soggettarsi a servire un altro, se fosse egualmente provveduto di beni e di onori? E così l'ignorante non troverebbe chi lo ammaestrasse, l'infermo non troverebbe chi lo medicasse, e chi per qualche disgrazia avesse perdute le sue robe, non avrebbe a chi ricorrere che lo soccorresse: dovrebbe ricorrere al principe, procurare mezzi per ottenere il di lui favore; e frattanto come farebbe? La religione è quella, che ponendo ordine a tutti i bisogni umani, fa che il ricco sovvenga il povero, il povero serva al ricco, il dotto istruisca l'ignorante, etc... Ed ecco in tal modo ciascuno è sovvenuto nelle proprie necessità, ed è dato senso a tutte le ineguaglianze, poiché questi scambievoli soccorsi bastantemente compensano l'ineguale distribuzione dei beni, e formano la pubblica tranquillità. Ciò sia detto di passaggio, ma torniamo al punto dell'intolleranza.
[Contro il velenoso Relativismo] Abbiamo provato già, che non è l'intolleranza la cagione delle guerre e sedizioni; ma dato per vero, com'è affatto falso, che l'intolleranza delle religioni separate dalla cattolica cagionasse discordie, perciò la Chiesa dovrebbe ammettere l'errore ed avere comunicazione con coloro che rifiutano la religione vera? Se vi è Dio, vi deve essere la religione vera, che insegni la vera fede, con la quale Iddio ci faccia conoscere le verità che dobbiamo credere ed i precetti che dobbiamo osservare. E se vi è Dio (cosa che già non si nega dai deisti, perché la stessa ragione naturale ce lo dimostra), essendo questo Dio l'ente supremo e perfettissimo, non può essere altro che uno, e per conseguenza la fede non può essere altra che una, come scrive san Paolo: "Unus Dominus, una fides, unum baptisma" (Ephes. 4. 5), Le religioni dunque diverse, che tengono diversi dogmi di fede affatto opposti tra di loro, non possono esser tutte vere, ma una sola ha da esser la vera, mentre la verità non può esser che una. Ora se la rivelazione divina, che solamente nella religione cristiana si conserva, è assolutamente necessaria (siccome si è provato) alla nostra eterna salute, come possiamo noi tollerare altre religioni, la gentile, la maomettana, la giudaica o altre simili, che negano la divina rivelazione?
[Contro il pestilenziale Pancristianesimo] E se noi cattolici, i quali crediamo che fra le religioni cristiane la sola cattolica è la vera, per la ragione incontrastabile ed evidente che l'assiste, cioè perché (secondo quanto ho scritto nell'opera della Verità della fede part. III. cap. 6. n. 5. e nella dogmatica Contro i riformati tratt. XIII. per tutto) la cattolica è stata la prima Chiesa fondata da Gesù Cristo (cosa che non la negano neppure gli stessi novatori), e il medesimo Salvatore le ha promesso la sua assistenza sino alla fine del mondo: "Et ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi"(Matth. 38. 20). Ed ha dichiarato che ella non sarà mai abbattuta dalle porte dell'inferno, che sono l'eresia: "Portae inferi non praevalebunt adversus eam"(Matth. 16. 18). Posto ciò, come la nostra religione cattolica può tollerare le altre che insegnano dottrine tutte contrarie a quelle che essa tiene? Che un ateo tolleri tutte le religioni, ben s'intende, perché l'ateo nulla credendo, nulla [dovrebbe] riprova[re, ndR]; ma chi crede alla religione rivelata da Dio, non può giammai tollerare alcuno errore da quella riprovato.
[Contro il menzognero Ecumenismo] Per evitare la forza di questa verità, i riformati con la scorta del signor Iurieu hanno inventato la distinzione degli articoli fondamentali e non fondamentali [invenzione che oggi, nel 2016, devono tenere tutti gli ecumenisti col fine di tentare, vanamente, di reggere in piedi il loro costrutto di cartapesta, ndR]. Non neghiamo, che i punti teologici circa le verità sopranaturali non tutti sono fondamentali, molti di loro sinora sono anche controversi tra i dottori [solo le dichiarazioni di Magistero pongono fine a determinate controversie, ndR], e finché non sono decisi dalla Chiesa per fondamentali, non siamo tenuti a seguire alcuna delle parti. I fondamentali dunque sono quelli che già sono stati determinati dalla Chiesa, la quale secondo l'apostolo è la colonna ferma della verità: "Scias quomodo oporteat te in domo Dei conversari, quae est ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis" (1. Timoth. 3. 15). E questi punti fondamentali già decisi, siamo tutti obbligati a tenere per certi. Nell'antica Alleanza poteva alcuno salvarsi fuori della legge ebraica, osservando i precetti naturali, come si salvò Giobbe con più altri, secondo quanto è ritenuto, con la credenza di un Dio rimuneratore e con la fede almeno implicita del Redentore [Nostro Signore Gesù Cristo, ndR] futuro: ma Gesù Cristo nella nuova alleanza ha stabilito per tutti la fede, che deve tenersi per conseguire la salute eterna; poiché solo in Gesù Cristo si trova la salute: "Non est in aliquo alio salus" (Act. 12). Sicché questa Chiesa di Gesù Cristo è l'unica vera, fuori di cui non vi è salute.
[La Chiesa cattolica odiata da tutti i nemici di Gesù] I deisti all'incontro, e parimente i protestanti, tollerano tutte le religioni, fuorché la cattolica, e così in sostanza non ne ammettono veruna, e si dichiarano nemici di Gesù Cristo, il quale disse: "Qui non est mecum, contra me est; et qui non colligit mecum, dispergit" (Luc. 11. 23) - Chi non è con Me è contro di Me .... Quindi l'apostolo ammoniva i suoi discepoli a rifiutare ogni dottrina diversa da quella ch'egli aveva loro insegnata, ancorché fosse venuto un angelo dal cielo ad annunziarla: "Sed licet vos, aut angelus de coelo evangelizet vobis, praeterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit" (Gal. 1. 8) - SIA ANATEMA!. Adducendone la ragione, perché tale dottrina l'aveva appresa per rivelazione di Gesù Cristo: "Neque enim ego ab homine accepi illud neque didici, sed per revelationem Iesu Christi" (Vers. 12). E lo stesso scrisse san Giovanni: "Si quis venit ad vos, et hanc doctrinam non affert, nolite recipere eum in domum, nec ave ei dixeritis" (2. Ep. n. 10) ["Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo". Questo preciso passo sarà ricordato anche da Papa Pio XI nella sua Mortalium Animos, che ripubblicheremo amDg sul numero 27 di Sursum corda, contro l'Ecumenismo e contro i Raduni ecumenici, ndR]. Come dunque può stimarsi irragionevole l'intolleranza della Chiesa cattolica romana, allorché separa da sé coloro che seguono altra dottrina? Ma perché poi, dicono, la Chiesa romana condanna chi non è della sua comunione? La Chiesa non lo condanna, ma giustamente con la scomunica lo divide dal suo corpo, per ubbidire a Gesù Cristo che ordina: "Si autem ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus" (Matth. 18. 17) - [... e se non ascolterà neanche la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano, ndR].
[Contro i Raduni ecumenici per la falsa pace] Ma dicono: Iddio vuole la pace comune. E chi lo nega? ma non la vuole con discapito della sua fede; Egli ch'è il Principe della pace, la vuole, e ci comanda di conservarla con noi e cogli altri: "Inquire pacem, et persequere eam" (Ps. 33. 15). Ma di qual pace intende parlare il Signore? Parla della pace vera, che si acquista e si mantiene coll'esercizio delle virtù: "Fiat pax in virtute tua"(Oseae 6. 7). Parla di quella pace che si ottiene [solo, ndR] con lo stare unito con Dio e col prossimo; e questa ci conduce poi alla felicità eterna. Non parla già della pace falsa, che si suppone ottenersi col tollerare coloro che vogliono credere ed operare a loro piacere contro quello che Dio ha rivelato; questa è la pace degli empi che dormono nella lor perdizione; questa pace di morte non la vuole il nostro Salvatore, ma Egli è venuto a discacciarla dalla terra: "Nolite arbitrari (disse), quia pacem venerim mittere in terram: non veni pacem mittere, sed gladium" (Matth. 10. 34) - [Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada, ndR]. San Luca (12. 51) invece di "gladium" scrisse "separationem"; sicché Gesù Cristo è venuto a separare gl'infedeli dai fedeli, acciocché i fedeli non si perdano col comunicare con gl'infedeli, come spiega (Verso 58) lo stesso san Luca, dicendo: "Cum autem vadis cum adversario tuo ad principem, in via da operam liberari ab illo, ne forte trahat te ad iudicem, et iudex tradat te exactori, et exactor mittat te in carcerem". Ecco il precipizio, al quale conduce la tolleranza col comunicare coi nemici della fede.
[Conclusione] Gian Leonardo Froereisen in una orazione detta e stampata in Argentina nell'anno 1743, essendo rettore di quella università, piange lo stato di molte chiese della comunione augustana, e dice: "La nostra comunione pare un'armata, ove ciascuno vuol far da capo; ella è un serpe tagliato in più parti, le quali vivono, ma presto perderanno la vita". Ecco la bella tranquillità che nasce dalla tolleranza! Inoltre dalla tolleranza, che i riformati [i Protestanti dai cui velenosi insegnamenti si spargerà nei secoli il germe della Rivoluzione, fino alla moribonda e deprimente società contemporanea, ndR] si sono posti a predicare nei loro libri, che n'è avvenuto? Che si è posto in dimenticanza il dogma, e così poi si è introdotto il deismo e l'ateismo, poich'è facilissimo il passare dal deismo all'ateismo, contro cui poi hanno cercato di scrivere con molto calore essi riformati; ma debbono confessare che a tal precipizio essi hanno dato la spinta, con promuovere la libertà di pensare in materia di religione, in modo che ora per quanto si affaticano, non possono più rimediarvi.
[Per dovere di testimonianza della vera fede, così per obbligo morale, il curatore del presente articolo informa i lettori che i documenti del cosiddetto Vaticanosecondo dai titoli: Unitatis redintegratio, Nostra Aetate, Gaudium ed Spes e Dignitatis Humanae, a volte con proposizioni spregiudicate, altre volte dietro elaborati sofismi, in alcuni casi ammettendo e poi negando, contraddicono nella sostanza tutto quanto è stato qui enunciato da sant'Alfonso Maria de' Liguri, il quale, al contrario, si è rigorosamente attenuto al dogma cattolico (cf. Denzinger, EDB, pp. 974; cf. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, II, 28, § 2; Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 18 maggio 1803 circa l’esame delle sue opere; Risposta della Santa Penitenzieria all’arcivescovo di Besançon, 5 luglio 1831; Risposta al “confessore dubbioso”, confermata dal Papa il 22 Luglio 1831; Bolla di canonizzazione Sanctitas et doctrina del 26 maggio 1839; Gregorio XVI, Acta, a cura di A.M. Bernasconi 2, 305a-309b; Decreto Inter eos qui del 23 marzo 1871, che gli conferisce il titolo di «dottore della chiesa»; Pio IX, Acta, 1/V, 296-298; ecc …) ed al comune insegnamento della Chiesa a riguardo (lo impareremo adeguatamente studiando domenica 25 settembre 2016 la Mortalium Animos di Papa Pio XI). Chi non vuol credere a questa precisazione, creda almeno ai fatti, alla storia, ndR].
Tratto da Sant'Alfonso Maria de' Liguori, Riflessioni sulla verità della Divina Rivelazione, Cap. III. La divina rivelazione non si oppone alla pubblica tranquillità. Curatore dell'articolo CdP (Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti).
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Che cos’è la misericordia di Dio? (da «I Tesori di Cornelio ALapide»)
Come proprietà della luce è illuminare, così proprietà di Dio è avere pietà delle sue creature, diceva San Nilo (Vit. Patr.). La misericordia è virtù naturale e divina; il Sommo bene è sommamente misericordioso e benefico. Perciò il Salmista pone al di sopra di tutte le opere di Dio la misericordia: - Miserationes eius super omnia opera eius (Psalm. CXLIV,9). San Pietro ci esorta a benedire Dio Padre, a ragione della grande misericordia per cui impulso ci ha rigenerati alla speranza viva: Benedictus Deus et Pater Domini nostri Iesu Christi, qui secundum misericordiam suam magnani regeneravit nos in spem vivam! (I Petr. I,3). Finalmente la Chiesa così si volge a pregare Dio nella liturgia: «O Signore Iddio, del quale è cosa tutta propria aver sempre pietà e perdonare, ricevete favorevole la nostra domanda» - Deus cui proprium est misereri semper et parcere, suscipe deprecationem nostram.
Grande e senza confini è la misericordia di Dio: 1° Per la sua causa efficiente, perché viene da Dio e dal suo amore immenso per noi; 2° Per l’oggetto che ci presenta. Dio ci ha dato il Figliuol suo Unigenito, per mostrarci quanta abbondanza egli spande, per mezzo di lui, le sue misericordie sopra di noi; 3° Per il soggetto al quale si applica. Noi non siamo altro che vermi della terra, carichi di peccati e di miserie. Egli ci ha chiamati a sé e resi capaci di ricevere la sua grazia e la sua gloria. In questo senso dice il Salmista, che «l’abisso invoca l’abisso» - Abyssus abyssum invocat (Psalm. XL1, 7). L’abisso delle miserie umane invoca l’abisso delle misericordie divine; 4° Per la moltitudine dei doni che ci ha fatto. Chi infatti potrebbe enumerare le grazie ed i favori di cui ci ha colmati e continuamente ci ricolma Dio? Questo faceva dire a Sant’Agostino: 0 Signore, io ho dalla vostra misericordia tutto ciò che sono; infatti che cosa ho fatto io, per cui meritassi di vivere? Che cosa ho fatto, per meritarmi di potervi invocare? Nessuno si può paragonare a voi in misericordia; da voi, o Dio mio, misericordia mia, ho ricevuto l’essere, da voi ho ricevuto l’essere buono (Conc. 11, in Psalm. LVIII); 5° Rispetto ai luoghi e ai tempi. Infatti si estende a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, secondo quelle parole del profeta: «La terra è piena della misericordia del Signore» - Misericordia Domini piena est terra (Psalm. XXXII,5). Per i santi questa misericordia dura in eterno; 6° Per il fine a cui tende, che è di condurci al regno dell’eterna gloria. Davide, rapito in estasi alla considerazione della misericordia divina, dice: «Voi avete, o Signore, moltiplicato in immenso la vostra misericordia» - Multiplicasti misericordiam tuam (Psalm. XXXV,7). «Come è dolce la vostra misericordia, o Signore; deh! fate che non mi si tolga mai dalla memoria… o Dio mio, misericordia mia!» - Deus meus, misericordia mea (LVIII, 17). «A voi, o Signore, appartiene la misericordia» - Tibi, Domine, misericordia (LXI,11). «Affrettatevi di prevenirci con le vostre misericordie, chè noi siamo ridotti alla miseria» - Cito anticipent nos misericordiae tuae, quia pauperes facti sumus nimis (LXXVIII,8). «Noi siamo stati colmati della vostra misericordia» - Repleti sumus misericordia tua (LXXXIX,14). «Dolce è il Signore e la sua misericordia durerà in eterno» - Suavis est Dominus, in aeternum misericordia eius (XCIX,5). «Il Signore ha consegnato gli uomini in mano alle sue misericordie» - Dedit eos in misericordias (CV,44). «Presso il Signore si trova la misericordia ed esuberanza di redenzione» - Apud Dominum misericordia et copiosa apud eum redemptio (CXXIX,7). «Signore, esclama il Savio, voi avete pietà di tutti gli uomini, perché potete tutto» - Misereris omnium, quia omnia potes (Sap. XI,24); «e tutti trattate con indulgenza, perché ogni creatura appartiene a voi, o Dio, che amate le anime» - Parcis autem omnibus, quoniam tua suit, Domine, qui amas animas (Ib. 27). «L’accostarsi della vostra misericordia sanava i vostri figli» - Misericordia tua adveniens, sanabat (Ib. XVI,10). «Dio è compassionevole e misericordioso, dice l’Ecclesiastico, nel giorno della tribolazione rimetterà i peccati; egli è il protettore di tutti quelli che lo cercano con sincerità di cuore» (II,13). O come grande è la misericordia del Signore, e la sua clemenza verso quelli che a lui si volgono!» - Quam magna misericordia Domini, et propitiatio illius convertentibus ad se! (Ib. XVII,28). Dice il Crisostomo: «Che cos’è mai il peccato, in confronto alla misericordia divina? Tela di ragno che al primo soffio di vento più non si vede»; e un celebre autore proferì questa sentenza: Tra l’ultimo gemito di un moribondo e l’inferno, ci sta in mezzo un oceano di misericordia. Ah, diciamo pure con l’Ecclesiastico: «Chi prenderà a raccontare la misericordia di Dio?» - Quis adiiciet enarrare misericordiam eius? (XVIII,4); egli è in verità come lo chiama San Paolo, «Padre delle misericordie» - Pater misericordiarum (II Cor. I,3).
«Non manca nulla a colui che possiede la potenza della misericordia e la misericordia onnipotente», scrive San Fulgenzio. In Dio, la bontà dell’onnipotenza e l’onnipotenza della bontà sono così grandi, che non si dà peccato che egli non possa o non voglia perdonare all’uomo che si converte (Gesù le disse: «Neanche io ti condanno; vai e d’ora in poi non peccare più» Gv. VIII,11). Egli è un abile e caritatevole medico alle cui sollecitudini nulla resiste; vuole e può rimettere ogni delitto. La sua bontà perfetta non è giammai vinta dal peccato, la sua misericordia ha dei rimedi per ogni sorta di mali. Purché avessero voluto, avrebbero potuto anch’essi, Caino, Antioco, Giuda ottenere perdono come l’ottennero Davide, la Maddalena, Pietro, Paolo, Agostino (Epist. VII, ad Venant.).
«Abbandoni l’empio la sua via, dice Isaia, e l’iniquo i suoi disegni; ritornino al Signore ed avrà pietà di loro; sì, ritornino al nostro Dio, perché è ricco in misericordia!» - Derelinquat impius viam suam, et vir iniquus cogitationes suas, et revertatur ad Dominum et miserebitur eius; et ad Deum nostrum, quoniam multus est ad ignoscendum (LV,7). Infatti il Signore medesimo dice: «I miei pensieri non sono i vostri, né i fatti miei somigliano ai vostri» - Non enim cogitationes meae, cogitationes vestrae, neque viae vestrae, viae meae, dicit Dominus (Ib. 8). «Io so i disegni che ho formati su di voi, disegni di pace, non di castigo» - Ego enim scio cogitationes, quas ego cogito super vos, cogitationes pacis et non afflictionis (Ierem. XXIX,11).
Non disperate mai del perdono e dell’amicizia di Dio, dicono San Cirillo e San Tommaso, non cadete d’animo per la moltitudine e l’enormità delle vostre cadute, né dell’abito al delitto; la misericordia che Dio offre e promette a quelli che si pentono, supera infinitamente tutti i nostri eccessi… Poiché, Dio offeso non si diporta, come l’uomo il quale non fa che respirare vendetta e lanciare imprecazioni e minacce contro chi l’ha oltraggiato: tanto sono lontane da Dio queste idee, quanto dista il cielo dalla terra; nulla gli sta più a cuore che perdonare e fare grazia. Perciò combatte le nostre offese con le armi della clemenza, dell’indulgenza e della misericordia. «Tu perdoni mille e mille volte», cioè quanto vuole l’uomo, diceva a Dio Geremia: - Facis misericordiam in millibus (Ierem. XXXII,18). E non è forse questa la risposta di Gesù Cristo medesimo, quando, interrogato da San Pietro, se avesse da perdonare fino a sette volte, non ti dico fino a sette, gli rispose, ma fino a settanta volte sette, cioè tutte le volte che ti offende? (Matth. XVIII,21-22).
«Dio è ricco in misericordia» - Deus dives est in misericordia (Eph. II,4), dice l’Apostolo; «Egli non fa differenza tra il Giudeo e il Greco, ma è il medesimo Signore di tutti; ricco per chiunque l’invoca» - Non enim est distinctio Iudaei et Graeci, nam idem Dominus omnium; dives in omnes qui invocant illum (Rom. X,12). Quaggiù la collera divina non infierisce mai contro di noi tanto, che non sia temperata dalla misericordia nel seno della quale sempre ci sta aperto un asilo. Ed a chi, se non alla clemenza infinita di Dio, andiamo noi debitori, se nonostante tanti peccati per parte nostra, la sua misericordia non cessa di aspettarci, invitarci e sollecitarci, di farci del bene e coprirci della sua protezione, e colmarci di grazie? Ah sì, con tutta ragione possiamo ripetere con Geremia: «È grazia della misericordia di Dio se già non siamo scomparsi dal mondo; è perché la sua compassione non venne meno» - Misericordiae Domini quia non sumus consumpti; quia non defecerunt miserationes eius (Lament. III,22).
«Io ho voluto la misericordia e non il sacrifizio» - Misericordiam volui et non sacrificium (Ose. VI,6), disse Dio per bocca di Osea; e siccome i Giudei mostravano di aver poco capito il senso di queste parole, Gesù nel ripeterle loro soggiunse: «Se sapeste che cosa vuol dire: - voglio la misericordia e non il sacrifizio, non avreste giammai condannato degli innocenti» - Si autem sciretis quid est: Misericordiam volo et non sacrificium, nunquam condemnassetis innocentes (Matth. XII,7). Di qui si comprende quanto stia a cuore al Signore la misericordia, se la preferisce a tutti i sacrifizi. Ah sì! è proprio di Dio il perdonare, come è proprio dell’ape fare il miele.
Non è forse la misericordia di Dio la vera causa dell’incarnazione e della redenzione? Non disse forse Gesù chiaramente: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» - Non veni vocare iustos sed peccatores? (Matth. IX,13). Non è sua parola che si farà maggior festa in cielo per un peccatore, che si riduca a penitenza, che non per novantanove giusti i quali non abbisognano di perdono? (Luc. XV,7). «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Ivi., dice il Signore).
Si legge nel Vangelo che essendosi un giorno ricusati gli abitanti di una città della Samaria di ospitare Gesù Cristo, i suoi discepoli sdegnati dell’affronto, gli dissero: Vuoi che noi comandiamo al fuoco di scendere dal cielo a incenerirli? Ed egli biasimandoli: Non sapete, rispose, quale spirito avete. Il Figliuolo dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle (Luc. IX,52-56). Che misericordia! Veramente tutta propria di colui di cui era detto che non avrebbe spezzato la canna fessa, né spento il lucignolo ancora fumante (Matth. XII,20). Non è Gesù il buon pastore che corre mille rischi di morte, per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita, e che trovatala se la mette sulle spalle e la riporta a casa? Non è quel misericordioso Samaritano che versa l’olio e il vino sulle nostre piaghe e ci conduce, sulla sua umanità, al cielo? Non è il tenero padre che geme sui traviamenti di un figlio scapestrato e che, tocco di compassione, gli corre incontro, l’abbraccia, lo stringe al petto, lo bagna di lacrime, lo veste di magnifici abiti, e uccide il più grasso vitello per festeggiarlo, non appena lo vede tornare alla casa paterna? Maddalena si prostra ai suoi piedi ed egli è sollecito di rimandarla assolta… Pietro lo rinnega; egli lo guarda con una occhiata di misericordia, e dimentica la triplice colpa di cui l’Apostolo si è fatto reo… Il buon ladrone confìtto con lui in croce gli domanda grazia, e ne riceve il perdono e il Paradiso… Il buon ladrone riconosce Gesù («Neanche tu hai timore di Dio […] egli invece non ha fatto nulla di male»), riconosce le sue miserie («Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni»), si pente e chiede perdono («Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»), Gesù lo perdona («In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso»), racconta san Luca (XXII).
L’Eccellenza della misericordia: 1° «Essere misericordioso vuol dire essere perfetto e, dirò meglio, essere Dio, scrive San Giovanni Crisostomo, perché si adempie e si esercita una funzione divina. Regina, e grande regina è la misericordia, dice il medesimo dottore; essa rende gli uomini simili a Dio» - Pretiosus vir misericors, imo misereri est Deus esse… Misericordia regina est, vere regina, similes faciens homines Deo (Rom. IV in Epl. ad Philipp.); 2° Gli uomini troppo severi e molto più se sono crudeli, si attirano l’odio generale. Ad ogni passo devono temere la loro rovina, perché la loro iniquità li segue; gli uomini e Dio medesimo li perseguitano con la loro vendetta. All’opposto, il misericordioso non deve temere né insulto, né affronto, né violenza, né odio, perché la sua misericordia, scudo celeste, e la grazia di Dio lo proteggono. Egli è caro a Dio ed agli uomini; 3° «Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia» - Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur (Matth. V,7). Fare misericordia è ottenerla per noi medesimi… Dio concede ai misericordiosi: a) la grazia della penitenza e quindi il perdono dei loro peccati… b) favori di ogni maniera, in abbondanza; 4° «L’uomo misericordioso fa del bene all’anima propria» - Benefacit animae suae vir misericors (Prov. XI,17), leggiamo nei Proverbi. Mentre fa del bene agli altri, il misericordioso ne fa a se stesso; infatti, egli conta innanzi a Dio tanti protettori, quante sono le persone verso cui ha usato misericordia; poi costituisce suo “debitore” Dio medesimo, perché Dio promette di fare misericordia ai misericordiosi… «Dio benedice l’uomo dal cuore compassionevole», dice il Savio: - Qui pronus est ad misericordiam benedicetur (Prov. XXII,9); 5° La misericordia accompagna il misericordioso anche dopo morte; prende le difese al tribunale del giudice supremo e lo preserva dall’eterna condanna. Insomma procura la vita, la giustizia e la gloria: - Qui sequitur misericordiam, inveniet vitam, iustitiam et gloriam (Prov. XXI,21).
In che modo si deve esercitare la misericordia: La misericordia si pratica, 1° compatendo alle miserie degli altri…; 2° sovvenendole…; 3° soccorrendo alle anime che troviamo affondate nel peccato, nell’ignoranza, nell’afflizione … esercitando la carità: «la carità […] non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (ICor. XIII,6) … «Non contraddire alla verità, ma vergognati della tua ignoranza» (Sir. IV,25) … «Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv. I,17) … «conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv. VIII,32) … ; 4° cercando coloro che languiscono nel bisogno e prevenendo le loro domande (secondo le nostre capacità)…; 5° offrendo loro dei soccorsi (secondo le nostre possibilità)…; 6° esponendo e sacrificando, a imitazione di Gesù Cristo, anche la vita a favore degli altri.
Quando incontri un peccatore, piangi per prima cosa i tuoi peccati, e poi i suoi, scrive San Gregorio; perché quelle colpe che deplori in lui, può ben essere che tu medesimo o abbia commesso, o ti accadrà di commetterle. Se i superiori devono condannare e riprendere il vizio per schiantarlo, devono però farlo con prudenza, discernimento, sollecitudine, ricordando che bisogna essere a un tempo e inesorabile censore e punitore del peccato, e medico compassionevole della natura umana che è oltre così debole e fiacca (così tanto, che nemmeno possiamo immaginarlo). Se si deve percuotere il peccatore, si deve nutrire il prossimo: - Si feriendus est peccator, nutriendus est proximus (Pastor.).
Nella nostra condotta verso il prossimo imitiamo il padre del figliuol prodigo, e non dimentichiamo mai quella massima di Sant’Agostino, che non vi è misfatto commesso da un uomo, che non possa essere commesso da un altro uomo, se Dio l’abbandoni. Ognuno deve dire al peccatore quello che San Cipriano diceva ai caduti nella persecuzione. «Con voi divido il dolore, con voi io mi batto il petto; io mi figuro di essere caduto con quelli fra voi che caddero, e l’affetto che vi porto mi fece prostrare a terra in compagnia di coloro che nascondono la fronte nella polvere» (Serm de Lapsis).
Dice san Paolo: «Io infatti non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede […] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede […] In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto […] essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile […] Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli» (Rom. I,16 ss.).
San Giovanni, l’Apostolo dell’amore, scrive: «[…] perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi». (I GV. V,3).
L’Apostolo afferma: «Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue». (At. XX,26 ss.).
Tratto da «I Tesori di Cornelio ALapide», vol. II, p. 538, ss.., ed. IV, 1948, Soc. Edit. Inter.
«Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. – dice Gesù – Se vuoi entrare nella vita [eterna], osserva i comandamenti» (Mt. XIX,17); «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», dice il Signore (Gv. XIV,15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò» (Gv. XIV,21); «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv. XV,10). Ammonisce san Giovanni: «Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» (I Gv. II,4); «Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Ap. XIV,12).