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Carlo Di Pietro (anche Carlo Maria Di Pietro). Nato a Potenza nel 1976, è un piccolo editore, giornalista e scrittore italiano. Nel 2016 ha fondato l'Associazione di misericordia spirituale e di volontariato Sursum Corda Onlus (dal 2019 O.D.V.): è direttore dell'omonimo settimanale (ISSN: 9772499625002) e del Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti. Si occupa abitualmente di Teologia politica. Non è iscritto ad alcun partito politico e non fa parte di altre associazioni. Pagina Amazon. Pagina Facebook. Canale Youtube.
LIBRI E PUBBLICAZIONI:
• Maria mediatrice (curatore), ISBN 9798160390895;
• Comunismo e Cristianesimo (curatore), ISBN 9798178367025;
• L'Evoluzionismo (curatore), ISBN 9798354643905;
• L'Eutanasia (curatore), ISBN 9798843279967;
• La Teosofia (curatore), ISBN 9798842278961;
• L'ecumenismo (autore), ISBN 9788833053752;
• Il Limbo: Semplice e breve compendio di dottrina sul Limbo (autore), ISBN 9781671958333;
• Il Papa eretico: l'eretico è Papa? (autore), ISBN 9781708368562;
• Appunti sulla questione del cosiddetto «Papa eretico» (autore), ISSN 9772499625002, Inserti a Sursum Corda;
• Racconti miracolosi, di P. Giacinto da Belmonte. Con saggio introduttivo sui veri e sui falsi miracoli (coautore), ISBN 9788890074714;
• L’inferno è dogma o favola?, di Mons. de Ségur (curatore), ISBN 9788890074745;
• Saggio sulla laicità e sulla separazione Chiesa-Stato (autore), ISSN 9772499625002, Inserto a Sursum Corda;
• Catechismo sul Modernismo, di Padre Lemius (curatore), ISBN 9788890074783;
• Saggio sull'infallibilità del Romano Pontefice e della Chiesa (autore), ISSN 9772499625002, Inserto a Sursum Corda;
• Chi è Maria? Catechismo mariano, di Padre Roschini (curatore), ISBN 9788890074769;
• Le condanne della Chiesa all'ecumenismo (autore), ISSN 9772499625002, Inserto a Sursum Corda;
• La Rivoluzione, secondo Mons. de Ségur (curatore), ISBN 9788890074707;
• Dal divorzio al gender (presente come AAVV), ISBN 9788898766260;
• Gender: ascesa e dittatura della teoria che "non esiste" (coautore), ISBN 9781522772538;
• Joseph Aloisius Ratzinger. L’altra teologia del “papa emerito” (autore), ISBN 9788898766185;
• Humanum Genus. Dissertazione su Massoneria, Sette segrete e Cosmopolitismo (coautore), ISBN 9788898766161;
• Il Diavolo e l'Anticristo (autore), ISBN 9788898766086;
• Yo fui mason - Ero massone, Maurice Caillet (curatore), ISBN 9788885223653;
• Apologia del Papato (autore), ISBN 9788885223707;
• Il terrore dei demonii. San Michele Arcangelo (curatore), ISBN 9788898766000;
• Gli angeli dei Dottori della Chiesa (presente come AAVV), ISBN 9788861388536;
• Il sacramento del diavolo. Omosessualismo, sodomia e Cattolicesimo (coautore), ISBN 9788864092904;
• I Diavoli - Guida essenziale. Compendio di demonologia (coautore), ISBN 9788864092454;
• Gli angeli dei cardinali (presente come AAVV), ISBN 9788861386976;
• La satanica bandiera della pace (coautore), ISBN 8861387188;
• Vita eterna: l'Inferno. Compendio di Dottrina cattolica (autore), ISBN 9788861386624;
• Esorcismi, benedizioni, imposizioni delle mani ... chi può farli? (autore), ISBN 9788861385603;
• I castighi di Dio. Compendio di Dottrina cattolica (autore), ISBN 9788861385474 - Ricerca aggiornata e corretta: Cliccare qui;
• La devozione alla Vergine Maria. La Madonna non è un idolo pagano (coautore), ISBN 9788861385481;
• Gli angeli dei vescovi (presente come AAVV), ISBN 9788861385283;
• Inferi, inferno e limbo. Compendio di Dottrina (autore), ISBN 9788861385313 - Ricerca aggiornata e corretta: Cliccare qui;
• Le tasse e la Chiesa: non pagare le tasse è reato ... ma è sempre anche peccato? (autore), ISBN 9788861385306;
• Il ritorno di Cristo: riflessioni sui segni dei tempi (coautore), ISBN 9788861385290;
• Preghiere dei Cristiani ai Santi Angeli di Dio (coautore), ISBN 9788861385221;
• I Santi e il Demonio, introduzione di A. Gemma (coautore), ISBN 9788871986272;
• Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione dal demonio vol. 2 (coautore), introduzione di A. Meluzzi, ISBN 9788861382947;
• Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione dal demonio vol. 1 (coautore), introduzione di F. Bruno, ISBN 9788861382930;
• Tutto sui diavoli (coautore), introduzione di T. Cantelmi, ISBN 9788861383081;
• Diavoli, come riconoscerli e proteggersi (autore), introduzione di R. Lavatori, ISBN 9788861382695;
• Il Burattinaio (autore), ISBN 9788861380653.
HA INTRODOTTO:
• Le Forze occulte della Sovversione, di C. Nitoglia, ISBN 9788885223660;
• Islam, metafisica medievale araba e filosofia moderna ebraica, di C. Nitoglia, ISBN 9788898766055;
• In passato ha introdotto vari testi di M. Stanzione.
ALTRE BREVI INFORMAZIONI:
• Ha pubblicato con alcuni editori e su riviste tematiche, siti/blog;
• Scrive abitualmente di teologia politica e società su Il Roma. Collabora sporadicamente con radio e tv;
• È tra i fondatori delle Edizioni Radio Spada, con cui ha collaborato dal 7.6.2013 al 7.6.2016. Ha avuto anche una rubrica tematica sul blog di Radio Spada dal 7.6.2013 al 7.6.2016.
CASO PONTIFEX.ROMA:
• Fondò con altre persone il bollettino informatico VatiSpy, sostituito un anno dopo, nell’ottobre del 2008, con Pontifex.Roma, sito noto alle cronache nazionali ed estere per numerose polemiche. Prese definitivamente le distanze dal sito nel gennaio 2013 e fece ammenda.
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Dalla Ad Beatissimi Apostolorum, 1° Novembre 1914, Papa Benedetto XV: «Di fronte a questa mostruosità del pensare e dell’agire (la ribellione alla legittima autorità, ndR), deleteria di ogni esistenza sociale, Noi costituiti da Dio custodi della verità, non possiamo non alzare la voce; e ricordiamo ai popoli quella dottrina che nessun placito umano può mutare: “Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Rom. XIII, 1). Pertanto, ogni potere che si esercita sulla terra, sia esso di sovrano, sia di autorità subalterne, ha Dio per origine. Dal che san Paolo deduce il dovere di ottemperare, non già in qualsivoglia maniera, ma per coscienza, ai comandi di chi è investito del potere, salvo il caso in cui si oppongano alle leggi divine: “Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” (Ibid. 5). Conformemente a questi precetti di San Paolo, insegna pure lo stesso Principe degli Apostoli: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore di Dio; sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati” (I Petr. II, 13-14). Da tale premessa lo stesso Apostolo delle genti deduce che chi si ribella alle legittime autorità umane si ribella a Dio, e incorre nell’eterna dannazione: “Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E coloro che si oppongono si attireranno addosso la condanna” (Rom. XIII, 2). Rammentino questo i prìncipi ed i reggitori dei popoli, e vedano se sia sapiente e salutare decisione, per i pubblici poteri e per gli Stati, il far divorzio dalla Religione santa di Cristo, che è sostegno così potente dell’autorità. Riflettano bene se sia misura di saggia politica il volere bandita dal pubblico insegnamento la dottrina del Vangelo e della Chiesa. Una funesta esperienza dimostra che l’autorità umana è disprezzata dove esula la religione. Succede infatti alle società, quello stesso che accadde al nostro primo padre, dopo aver mancato.
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Dalla Inscrutabili Dei Consilio, 21 aprile 1878, Papa Leone XIII: «La vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. (...)
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Dalla Notre charge apostolique, 25 agosto 1910, Papa san Pio X: «Dunque il Sillon (la cosiddetta Democrazia cristiana francese, ndR) semina fra la vostra gioventù cattolica nozioni erronee e funeste sull’autorità, sulla libertà e sull’ubbidienza. [...] Lo stesso accade per la nozione di fraternità, di cui stabiliscono la base nell’amore degli interessi comuni, oppure, al di la di tutte le filosofie e di tutte le religioni, nella semplice nozione di umanità, comprendendo così nello stesso amore ed in un’eguale tolleranza tutti gli uomini con tutte le loro miserie, tanto intellettuali e morali quanto fisiche e temporali. Orbene, la dottrina cattolica ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nella tolleranza delle convinzioni erronee, per quanto sincere esse siano, né nella indifferenza teorica o pratica per l’errore o per il vizio in cui vediamo immersi i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale, non meno che per il loro benessere materiale. Questa stessa dottrina cattolica ci insegna pure che la sorgente dell’amore per il prossimo si trova nell’amore di Dio, padre comune e comune fine di tutta l’umana famiglia, e nell’amore di Gesù Cristo, di cui siamo le membra al punto che consolare un infelice equivale a far bene a Gesù Cristo stesso. Ogni altro amore è illusione o sentimento sterile e passeggero. Certamente, l’esperienza umana sta a provare, nelle società pagane o laiche di tutti i tempi, che in certi momenti la considerazione dei comuni interessi o della naturale somiglianza è di scarsissimo peso di fronte alle passioni e agli affetti disordinati del cuore. No, non vi è vera fraternità al di fuori della carità cristiana, che per amore di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo, nostro Salvatore, abbraccia tutti gli uomini per confortarli tutti e tutti condurre alla stessa fede e alla stessa felicità celeste. Separando la fraternità della carità cristiana intesa in tal modo, la Democrazia, lungi dall’essere un progresso, costituirebbe un disastroso regresso per la civiltà.
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Dalla Pacem, Dei Munus Pulcherrimum, 23 Maggio 1920, Papa Benedetto XV: «La carità cristiana non si limita a non odiare i nemici o ad amarli come fratelli, ma vuole anche che facciamo loro del bene; seguendo in ciò le orme del nostro Redentore, il quale “passò facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo” (Act., X, 38) e compì il corso della sua vita mortale, spesa tutta nel beneficare immensamente gli uomini, versando per essi il suo sangue. Conseguentemente disse Giovanni: “Da questo abbiamo conosciuto la carità di Dio, perché Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno possiede ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli miei, non amiamo a parole né con la lingua, ma con le opere e nella verità” (I Ioan., III, 16-18). In effetti, non vi furono mai giorni in cui si dovessero, più di ora “ampliare maggiormente i confini della carità” in quanto siamo tutti oppressi e travagliati da gravissime angustie, e forse mai come ora il genere umano abbisognò di quella comune beneficenza che fiorisce dal sincero amore per il prossimo e che è piena di sacrificio e di fervore. (...) Gli Apostoli, seguendo le orme del divino Maestro ed ammaestrati dalla sua voce e dai suoi precetti, erano di una assiduità meravigliosa nell’esortare così i fedeli: “Sopra tutto poi abbiate perseverante tra voi stessi la mutua carità” (I Petr., IV, 8). “E sopra tutte queste cose conservate la carità, la quale è il vincolo della perfezione” (Coloss., III, 14). “Carissimi, amiamoci l’un l’altro (rispettiamo i comandamenti, ndR); perché la carità è da Dio” (I Ioan., IV, 7). A queste raccomandazioni di Cristo e degli Apostoli erano assolutamente ubbidienti quei nostri fratelli degli antichi tempi, i quali, sebbene appartenenti a diverse nazioni talvolta in lotta tra loro, tuttavia, cancellando volontariamente il ricordo delle contese, vivevano in perfetta concordia.
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Dalla Quadragesimo Anno, 15 maggio 1931, Papa Pio XI: «A quel modo cioè che l’unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, cosi il retto ordine dell’economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale dimenticando o ignorando che l’economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l’autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati; non può essere in alcun modo il timone dell’economia; il che è dimostrato anche troppo dall’esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. È dunque al tutto necessario che l’economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. Ma tale ufficio molto meno può essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi tempi è andata sostituendosi alla libera concorrenza; poiché, essendo essa una forza cieca e una energia violenta, per diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente frenata e guidata. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi da cui questa egemonia possa essere vigorosamente e totalmente governata: e tali sono la giustizia e la carità sociali. Perciò è necessario che alla giustizia sociale si ispirino le istituzioni dei popoli, anzi di tutta la vita della società; e più ancora è necessario che questa giustizia sia davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale a cui l’economia tutta si conformi.
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Dalla Ubi Arcano Dei Consilio, 23 dicembre 1922, Papa Pio XI: «La constatazione però di tanti e si gravi mali non deve toglierci la speranza e la cura di trovarne i rimedi, tanto più che i mali stessi già ne danno qualche indicazione e suggerimento. Prima di ogni altra cosa, infatti, occorre ed urge pacificare gli animi. Una pace occorre, che non sia soltanto nell’esteriorità di cortesie reciproche, ma scenda nei cuori, ed i cuori riavvicini, rassereni e riapra a mutuo affetto di fraterna benevolenza. Ma tale non è se non la pace di Cristo; “e la pace di Cristo regni nei vostri cuori” (Col., III., 15), né altra potrebbe essere la pace sua che Egli dà (Ioan., XIV, 27), mentre Dio, com’Egli è, intuisce i cuori (I Reg., XVI, 7), e nei cuori ha il suo regno. D’altra parte Gesù Cristo ha ben diritto di chiamare sua questa vera pace dei cuori, Egli che per primo disse agli uomini “voi siete tutti fratelli” (Matth., XXIII, 8) e loro promulgava, suggellandola nel suo sangue, la legge di universale mutua dilezione e tolleranza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate a vicenda come io vi ho amati” (Ioan., XV, 12); “Sopportate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete alla legge di Cristo” (Gal., VI, 2). Ne consegue immediatamente che la pace di Cristo dovrà bensì essere una pace giusta (come il suo profeta l’annuncia: “la pace, opera di giustizia” [Is., XXXII, 17]), essendo Egli quel Dio che giudica la giustizia stessa (Ps., IX, 5); non potrà però constare soltanto di dura ed inflessibile giustizia, ma dovrà essere fatta dolce e soave da una almeno uguale misura di carità con effetto di sincera riconciliazione. Tale è la pace che Gesù Cristo conquistava a noi ed al mondo intero e che l’Apostolo, con tanta energica espressione, in Gesù Cristo stesso impersona, dicendo: “Egli è la nostra pace”; perché, soddisfacendo alla divina giustizia, col supplizio della crocifissa carne sua, in se stesso uccideva ogni inimicizia, facendo la pace (Eph., II, 14 et ss.) e riconciliando tutti e tutto in se stesso.
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La guerra è uno tra i fenomeni sociali, che ha avuto nella storia il maggiore rilievo. Gli storiografi, soprattutto gli antichi, si sono preoccupati di prospettare, pressoché esclusivamente, gli eventi bellici, lasciando spesso nell’ombra le vicende non meno e talora più importanti della vita dei popoli. Dal punto di vista sociologico la guerra è una delle più caratteristiche manifestazioni della lotta, che è inerente alla vita; lotta che non ha certo la significazione darvinistica della selezione e del trionfo degli individui e delle razze più riccamente dotate dalla natura, ma che importa una funzione vitale, con cui l’organismo individuale o collettivo mira a disfarsi degli antagonismi che ne pregiudicano lo sviluppo e a conquistare dei beni assimilabili e in qualche modo proficui. Un organismo qualsivoglia, sia l’insetto del prato o il leone del deserto, sorregge la sua esistenza attraverso la distruzione e l’appropriazione di altri esseri, ciò che avviene sovente con la lotta. Anche l’uomo, come qualsiasi altro essere vivente, è un lottatore, e la sua vita è necessariamente un’arena e la sua naturale professione una tal quale milizia. Pur sotto questo aspetto «Militia est vita hominis super terram» (Iob. 7, 1). Ma tra il mondo semplicemente animale e quello umano corre un divario d’estrema importanza. Nel primo le forme concrete della lotta sono fatalmente rigide, sempre identiche; nel secondo si modificano, e mentre alcune decadono altre risorgono; nel primo domina la fatalità dell’istinto, nel secondo la mobilità inventiva e creatrice dell’intelligenza. Dal punto di vista giuridico la guerra è un istituto universalmente ammesso quale mezzo estremo e risolutivo dei conflitti che sorgono fra gli Stati. Il Vattel la definisce: «Lo stato in cui si persegue con la forza il proprio diritto»; definizione non integra, giacché nell’accezione odierna la guerra ha un carattere pubblico, sicché la classificazione degli antichi internazionalisti, di guerre private e guerre pubbliche, è del tutto separata nel diritto moderno. Il Suárez con maggior precisione così definisce la guerra: Un conflitto esterno, contrario alla pace esteriore, allora propriamente si dice guerra, quando avviene tra due principi o due Stati; se invece avviene tra il principe e lo Stato si dice rivolta; se tra privati si dice rissa o duello: concetti tra i quali la differenza sembra più di forma che di sostanza. Per inviare una donazione all'Associazione cliccare qui.
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Da varii anni esiste un Parlamento Europeo: vi sono anche Deputati eletti in rappresentanza degli Italiani. Alla scadenza del loro mandato veniamo invitati a rieleggerli o sostituirli con altri. È mio convincimento si tratti di una concezione errata. Non può, infatti, ragionevolmente parlarsi di una Comunità Europea. Meno ancora esistono ragioni valide per trasformarla in Unione Europea, come anche da autorevoli Personalità viene favorito. Vengo a spiegarmi.
Cominciamo da alcune Domande: 1 = Occorre premettere il richiamo ad alcuni fondamentali Princìpi. In che senso può parlarsi di Comunità Politica? 2 = È esatto distinguere Comunità di libera scelta da altre di Diritto Naturale? 3 = Quali Comunità possono venir considerate di Diritto Naturale? Rispondendo a tali interrogativi osservo:
1 = Perché sia lecito parlare di Comunità esistente, occorrono degli Individui, uno dei quali abbia autorità per comandare sugli altri appartenenti al gruppo. Se si tratta di due sole persone, un Uomo ed una Donna associatisi per varii fini, tra cui quello di mettere al mondo dei Figli, abbiamo una Comunità domestica, denominata Famiglia. Se invece si tratta di un maggior numero di persone e di Famiglie, conviventi su un medesimo Territorio e tra le quali esista chi comanda (ai fini di una felice convivenza), si può parlare di Comunità politica (o anche di Comunità civile). 2 = Non solo è esatto distinguere le Comunità di libera scelta da quelle di Diritto Naturale, ma è doveroso poiché nessuno è obbligato di far parte di una Comunità che non sia di Diritto Naturale. Solo queste ultime esistono per una esigenza propria della Natura Umana, quale il Creatore la ha concepita e voluta, con nostro irrinunciabile beneficio. 3 = Soltanto la Famiglia domestica e la Società politica in cui siamo nati sono di Diritto Naturale, come dimostra il fatto che, quando nasciamo, ci troviamo sottoposti a due sole Autorità, quella del Capo-famiglia e quella che comanda al complesso di Individui e di Famiglie di cui ci troviamo a far parte. Così sempre avviene, appunto perché Esigenza intrinseca della Natura che Dio ha avuto la bontà di assegnarci.
Risulta chiaro, da quanto fin qui abbiamo cercato di ragionare, che il primo assurdo significato del voler sostituire all’Ordine Naturale nuovi tipi di Comunità, implica - anche se non ce se ne renda conto - metter l’uomo ed il suo capriccio al posto della sapienza divina. Che l’insieme del Genere Umano, in ogni epoca della Storia, vada (in senso generico) considerato una sola Famiglia, non è da dubitarne. Altro problema è quello di configurarlo, anche sul piano giuridico, una Comunità o Unione politica. Vi si nasconde una particolare insidia, perché lo si invoca anche, e soprattutto, da vantati democratici, ossia dagli assertori di uguaglianza di diritti politici per tutti Noi mortali. La democrazia in Politica, ossia come sistema di Ordinamento Statale, nega che l’etica Politica (o sociale) sia una scienza, settore delle Scienze Morali. Come tale, richiede una specializzazione. [NB: approfondire in Libertas ed in Graves De Communi Re, ndR].
Si deve riconoscere - e ne abbiamo fatto larga esperienza - che Individui di forte Volontà di applicazione, divenuti (per fare recenti esempi) un Vittorio Scialoja, Guglielmo Marconi, Ferruccio Lantini, di diversissimi settori culturali, hanno ritenuto dignitoso collaborare con Benito Mussolini, Capo del (secondo alcuni) abominevole Fascismo! Si sarebbero quindi dimostrati ignorantissimi o forse perversi, in fatto di “Scienza politica”! E Papa Pio XI, vero pozzo di Cultura, che non esitò a trattare col (preteso) boia? E pare lo abbia definito «Uomo della Provvidenza»? Siccome poi Alcide De Gasperi si premurò di buttare a mare tutta l'impostazione dei Patti Lateranensi, quale il Papa aveva esaltata, come ci mettiamo? Se tanto clamorose divergenze si verificano tra Personaggi di altissimo rilievo (non lo si intenda come un ‘osanna’ nostra per tutti gli ora nominati: anche Hitler ha avuto... rilievo!) pretenderemo che ogni Italiano, Tedesco, Francese ecc. ecc. sia in grado di decidere ai fini politici per giuste scelte in sede di immana vastità, mentre sappiamo quanto siano tutti poco capaci di farlo per il proprio paesello? Eppure i favoreggiatori della ora invocata unità europea sono disposti ad intenderla, al pari dei propugnatori, col presupposto della immane scemenza di una uguaglianza di diritti “politici” della correlativa capacità, tra gli Scalfaro ed i Berlusconi e gli assassini razzisti del Ruanda o di altri settori del traviatissimo pianeta terrestre!!! Dobbiamo insistere sulle rilevate assurdità, che possono anche aver sapore di bestemmie, perché ignorano, o contrastano, la benefica intelligenza e sovranità del Creatore dell’universo. (…)
Ripetiamo quanto Papa Pio XI rilevò nella Enciclica Ubi arcano Dei Consilio: «Molti sono coloro che credono o dicono di professare le dottrine cattoliche sull’autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui rapporti tra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni tra Chiesa e Stato, fra Religione e Patria, fra classe e classe, tra Nazione e Nazione, sui diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e dell’Episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore Redentore Signore degli individui e dei popoli. Ma poi parlano, scrivono e, quel che è peggio, operano come non fossero più da seguire, o non col rigore di prima, le dottrine e le prescrizioni solennemente ed invariabilmente richiamate, ed inculcate in tanti documenti pontifici, nominatamente di Leone XIII, Pio X, Benedetto XV. In questo va riconosciuto un genere di modernismo morale, giuridico, sociale: decisamente lo condanniamo, non meno del noto modernismo dogmatico. Occorre pertanto ricordare il vigore (“revocandae Sunt”) di quelle dottrine e di quei precetti: risvegliare in tutti quello Spirito di fede, di carità soprannaturale e di cristiana disciplina, da cui solo può attendersi una esatta loro comprensione (“plane sensum aperire”) e la volontà di uniformarvisi (“horum observantiam urgere”)».
(…) Si rifletta sui delicatissimi Temi e Problemi attinenti al fondamento della autorità e sua legittimazione, od ai diritti degli Operai! E quanto ai rapporti tra Chiesa e Stato, Religione e Patria, Classe e Classe, Nazione e Nazione? Un [presunto, ndR] vescovo, in recente Intervista giornalistica, ha dato per pacifico e legittimo che «siamo ad una svolta (...). Si tratta di passare dalla Comunità all’Unione (...): Il futuro di cittadini europei appare a portata di mano. Ma cittadini bisogna diventare, e non soltanto presumerlo di esserlo». Anche il frutto dell’Albero proibito - ossia contrastante il Disegno Divino - apparve desiderabilissimo oltre che a portata di mano! E le conseguenze? Ci ha riflettuto il [presunto, ndR] vescovo? Per lui si tratta di progetti che al cristiano tocca poggiare su basi irrinunciabili. Nell’aver totalmente ignorato tra esse il rispetto obbediente ed incondizionato della volontà di Dio, da riconoscersi apertamente come unico Sovrano e Legislatore ... ... alla mercé di chi intende abbandonare la sostanza delle pretese basi?
Di Carlo Francesco D’Agostino - Centro Politico Italiano - Ed. L’Alleanza Italiana. Da Quaderni della Nuova Alleanza n° 48, pag. 65 seg.
Questo breve estrapolato è solo un assaggio - anche eccessivamente sintetico - della corposa e meritevole opera politica che per più di mezzo secolo il Cav. D’Agostino ha condotto contro la pseudopolitica contemporanea.
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Non c’è sorgente più inesausta di errori che l’abuso delle parole. Del prestigio delle parole se ne servono i perturbatori di ogni ordine, avendo sempre in bocca parole come Popolo, Progresso, Civiltà, Costituzione. Ma i vocaboli più nocivamente adottati furono e sono quelli dei liberali e dei socialisti: Libertà, Fratellanza, Uguaglianza. Vocaboli di dannata, massonica memoria. Concentriamoci criticamente sul Socialismo.
Il Socialismo promette di rendere l’uomo libero sciogliendolo dai vincoli sociali. A comprendere quanta fallacia e veleno si racchiudano in tale premessa, conviene rievocare alla mente la giusta idea di Libertà. La libertà, di cui è così dolce il nome e così raro l’uso, mentre l’abuso è così frequente, vuole che si adoperi in conformità al diritto naturale.
Ora essendo la natura dell’uomo ragionevole e perfettibile, allora egli segue la perfezione della libertà quando segue la ragione e, operando, si rende migliore. A ciò mirano le leggi sociali, tanto quelle che sono imposte dal Creatore, quanto quelle che sono prescritte dalle autorità da Lui derivate.
Dunque il Socialismo, sottraendo l’uomo da queste, annienta la libertà e sottopone l’uomo alla servitù degli istinti. Spostando, poi, questo concetto dal singolo individuo all’intera società, vediamo che il Socialismo, anche in quest’ultima, distrugge ogni idea di libertà, poiché ne assoggetta lo svolgimento al fato ineluttabile del progresso umanitario; perché, alla fin fine, incatena tutti gli individui sotto la tirannide dei pochi despoti che, dalla universale anarchia, sorgono a dominare. La storia su questo punto è in pieno accordo con la teoria.
Il Socialismo promette di far scomparire le disuguaglianze delle condizioni e delle fortune. Siffatta pretesa manca di base ragionevole e di possibilità pratica; quella varietà di differenze, difatti, non è effetto della violenza o del caso, ma disposizione provvidenziale che, per mezzo dei bisogni scambievoli, stringe i legami della società civile, come appunto dalle diversità e dal contrasto delle leggi cosmiche nasce l’armonia del mondo fisico. Pretendere di far scomparire le disuguaglianze di condizioni e fortune è una utopia contro natura.
Un sistema contrario, infatti, sarebbe impossibile, stante la disuguaglianza concreta di cui gli individui umani, astrattamente uguali, sono dotati. Onde la pretesa uguaglianza di condizioni e di fortune, dove pure si riuscisse a introdurre, non sussisterebbe che un solo istante e l’istante dopo, in forza della legge di natura, sparirebbe; per non parlare dell’ingiustizia che essa in sé svolgerebbe, remunerando in egual misura meriti e demeriti disparatissimi; e del danno che arrecherebbe alla società intera estinguendo ogni stimolo all’esercizio delle forze individuali.
I teorici del socialismo, ben conoscendo queste presse, si avvalgono di quelle fallaci promesse per illudere gli ingenui e per stabilire la propria dominazione. Sì, perché «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri», scriverebbe Orwell.
L’unica verace uguaglianza che sia possibile agli uomini non è prodotta da altro che dalla religione di Gesù Cristo. Vera e prolifera uguaglianza, poiché armonica alla legge di natura, a meriti e demeriti, a premi e castighi, a diritti e doveri!
Infine, quanto alla fratellanza universale, essa - nell'ordine squisitamente naturale - non è altro che il risultato di due idee: la derivazione di un ceppo comune e l’unione di essi mediante relazioni di amore. Ciò definito, con quale faccia il Socialismo può vantarsi di promuovere la fratellanza, quando esso disdice o chiama in dubbio l’unità primigenia della specie umana ed insegna che l’amore di sé stessi è la sorgente di ogni moralità?
La sostanza è che i Socialisti per fratellanza umanitaria intendo una comunella di ladrocini e di sangue, con la quale intendono ammorbare il pianeta e diventare il flagello delle moltitudini. Il Socialismo, dunque, è il più crudele nemico della fratellanza; ed è anche, combattendo accanitamente Nostro Signore Gesù Cristo e la Sua Chiesa, mosso ad abbattere quel principio e quella fonte da cui la vera fratellanza unicamente nasce e prolifera.
a cura di CdP
Ispirato alla dissertazione del sig. D. G. Papardo, Acc. Relig. Catt., 21 di luglio 1853
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[N.B. La nostra Associazione non fa politica: Non expedit prohibitionem importat. Per capire il cosiddetto Fascismo consigliamo agli stimati Lettori la Non abbiamo bisogno del Sommo Pontefice Pio XI, ndR].
Monsignore Reverendissimo, sul Suo giornale sono state qualificate «farneticazioni» le critiche da me mosse, a nome dei principii cattolici, al Partito Democristiano. È mio diritto replicare, per rispetto alla verità, che al disopra di ogni altro bene sta a cuore ai credenti - poiché, Lei mi insegna, Dio è verità! - e per riaffermare la legittimità della campagna politica antidemocristiana dell’unico Partito italiano che sia impegnato ad essere null’altro che Cattolico, ed è il Centro Politico Italiano, che ho l’onore di dirigere. Poiché poi fruisco dell’ospitalità di un giornale che si oppone agli eccessi della campagna politica antifascista, ed Ella ha lasciato stampare che Mussolini avrebbe ridotto il Cristianesimo «al ruolo di paggio al Fascismo», mentre la D.C. sarebbe fedelmente cristiana, consenta che io imposti la mia replica in un raffronto tra l’azione politica dei due dittatori - ché null’altro fu anche il De Gasperi - e le esigenze politico-sociali del Cattolicesimo. Sarò necessariamente sintetico, trattandosi di un articolo di giornale: ma per chi voglia più ampia documentazione sono a disposizione le nutrite pubblicazioni del nostro Partito.
Procedendo cronologicamente, ricordiamo che Mussolini, dopo una nobile esaltazione del Cattolicesimo avente suo centro in Roma, fatta in Parlamento, assunte le redini del Potere dispose una radicale bonifica nel settore della stampa, per la tutela della moralità: ben lo ricordiamo, signor Parroco, noi che abbiamo i capelli bianchi! E quanto agli spettacoli, la tutela del buon costume fu energica, anche se non nella misura in cui il Cattolicesimo avrebbe potuto sperare. Salito al governo De Gasperi, e la sua legione di ex dirigenti di Azione Cattolica, la più immonda propaganda pornografica, corruttrice dei costumi, eccitatrice dei peggiori vizi, è stata lasciata scatenare, l’han tutelata le leggi «democristiane», in nome della «libertà», di quella «libertà del male» che invano - per questi falsi cristiani - i Papi han bollato come la peggiore delle servitù.
Mussolini proveniva dalla scuola marxista di suo padre, proveniva dal socialismo materialistico: maggior merito se seppe comprendere, pur non essendo un credente, o almeno un saldamente praticante, la necessità che lo Stato Italiano si ancorasse di nuovo, sul serio, alla Divina Religione di Cristo. Il perno dei Patti Lateranensi fu l’impegno dello Stato di perpetuamente rispettare il già decaduto art. 1 dello Statuto, per cui lo Stato riconosceva come propria la Religione Cattolica: e la più bella gemma del Concordato, in applicazione di detto impegno, fu l’obbligazione assunta dallo Stato di porre l’insegnamento della Religione come «fondamento e coronamento» della istruzione, in Italia. Ne derivò che i Cattolici ebbero la più ampia possibilità di combattere la loro nobile battaglia per la conquista delle menti alla luce della verità e dei cuori alla fiamma della Fede: la propaganda antireligiosa, in ogni grado di scuola, era praticamente impossibile, nelle cattedre più pericolose di filosofia, di storia, di scienze morali: toccava al Clero ed ai Cattolici saper trarre il doveroso profitto da questo dono avuto, tramite Mussolini, dalla misericordia di Dio. Andato al potere De Gasperi, coi Fanfani, i Pella, gli Scelba, gli Scalfaro, i Gronchi, i Montini, fu tutto, praticamente, distrutto. «Con empietà nuova, non conosciuta nemmeno dagli stessi pagani», secondo le solenni espressioni della Chiesa, che per bocca di Leone XIII così bollò quello che fu poi il comportamento di De Gasperi e dei suoi accoliti, alla Costituente questi «veri apostati» vollero una Costituzione atea: si opposero alla proposta del monarchico Roberto Lucifero, allievo dei Gesuiti, di porre in testa alla Carta Costituzionale un preambolo in cui si invocasse l’aiuto di Dio, con un atto di Fede. Rigettarono la proposta del monarchico Gennaro Patricolo di mantenere quella adesione dello Stato al Cattolicesimo, cui l’Italia si era solennemente impegnata, verso la Chiesa, col ricordato patto concordatario: posero su un piano di «uguale libertà» la Religione Divina e le sette inventate dai fuorviamenti umani, ciò che incappa in una esplicita condanna della Chiesa, in un solenne Documento Pontificio (la Immortale Dei, di Leone XIII). Ne derivò lo sfrenamento della propaganda protestantica, che Mussolini aveva contenuto. De Gasperi ha messo a loro disposizione anche la Radio: ne derivò la moltiplicazione delle deleterie Logge Massoniche, che Mussolini aveva sciolto. Ne derivò la libertà perfino alla propaganda buddista (c’è un film, al riguardo), a quella divorzista (ed i Democristiani, alla Costituente, disertarono quanto occorreva per non lasciar approvare, nella Costituzione, il principio della indissolubilità del matrimonio).
È la più grande maledizione. Monsignore!, che si potesse attirare dai Democristiani sull’Italia, «la apostasia dello Stato dalla Chiesa divinamente fondata»: dei Patti Lateranensi hanno lasciato in piedi solo la parte riguardante «i rapporti» tra lo Stato e la Chiesa, perchè questa non riaprisse la questione romana: hanno lasciato in piedi l’omaggio dei Carabinieri ai Vescovi ed ai Cardinali, e qualche miserabile aiuto economico, ad un Clero che, se santo, sa mille volte fame a meno. Hanno distrutto tutto quanto riguardava la «condizione della Religione e della Chiesa», in Italia, ossia la parte di vera importanza religiosa e morale: e si cerca di mascherare tutto questo con la pacchiana menzogna che i Patti Lateranensi sarebbero stati «costituzionalizzati», il che non è vero, e la miglior riprova è che proprio il primo e solenne impegno dello Stato, in questi Patti, di mantenere la norma dell’art. 1 dello Statuto del Regno, il cui ripristino in pieno vigore fu sommo scopo di Papa Ratti, fu calpestato, violato, contraddetto, rinnegato. È per questo che l’esatta denominazione da dare al Partito Democristiano, e che ho pubblicamente, in innumerevoli pubblicazioni, adottato - senza tema di essere smentito perchè si basa su una precisa qualifica preventivamente data dalla Chiesa, come abbiam visto, al comportamento dei democristiani alla Costituente - è quello di empio: l’«empia Democrazia Cristiana», penosamente propagandata da Lei, Monsignore, sul Suo giornale!
L’Azione Cattolica quando seppe e volle farlo, poté svolgere durante il regime fascista una libera e mirabile opera di apostolato: il Fascismo, è vero, angariò in qualche forma le organizzazioni giovanili cattoliche, per sostituirvi le sue: ma in queste un sostanziale rispetto verso la Religione era assicurato. L’Azione Cattolica - per grazia di Dio! - durante il Fascismo non poteva «far politica»: non fu tentata di divenire miserabile strumento di un Partito o di una fazione: formò le nostre anime: aprì le nostre menti alla cultura vera, obiettiva, santa: posso ben testimoniarlo io che, senza essere assurto a cariche nazionali (erroneamente attribuitemi su questo giornale) vi militai appassionatamente, a Milano, per molti anni, e ne fui propagandista e dirigente, sotto l’incomparabile guida di Ecclesiastici non faziosi. Andata al governo la D.C., l’Azione Cattolica Italiana si è profondamente traviata per l’insano connubio con un Partito empio: non può più propagandare integra la Dottrina etico-sociale della Chiesa, perchè sconfesserebbe il Partito! Tutti vediamo a qual misero livello è ridotta, salvo individuali eccezioni. Lo Stato non monopolizza più certe attività giovanili, ma solo perchè consente alle più perverse forze anticristiane di mobilitare a piacer loro organizzazioni che corrompono i giovani, nelle idee e nei costumi! Lei ricorda, Monsignore!, il grido di dolore del Vescovo di Padova: «In questa ora di persecuzione!», allorché una sua denuncia contro una corruttrice Associazione Giovanile consentita, autorizzata, protetta dalle Leggi di De Gasperi, diede solo occasione, in un tristemente celebre processo, ad una sfrenata campagna contro la Morale Cattolica? I Democristiani non «perseguitano» essi, apertamente: fan di peggio! In nome di un falsificato cristianesimo - da scriversi, questa volta, con la iniziale molto minuscola - danno libertà ai persecutori e, per l’adultero connubio col mondo ecclesiastico, esautorano, quanto loro possibile, lo impegno della Chiesa di difendere e servire la Verità e la Morale.
Cosa rinfacciò, De Gasperi, al Papa Pio XII che aveva solennemente protestato, nel discorso ai Parroci di Roma per la quaresima del 1946, contro la Legge Elettorale democristiana che minacciava la galera al Clero che avesse compiuto, dai pulpiti, l’intero suo dovere? Rinfacciò che si doveva consentire ai «politici cattolici» (falsamente tali), di scendere a «compromesso» cogli anticristiani, pur di andar con loro a braccetto per conquistare il Potere! Fu in un discorso a Torino, nel marzo 1946, che Lei dovrebbe aver letto: era l’epoca della mia prima denunzia al Sant’Offizio contro l’empio Partito Democristiano, che aveva suscitato grande clamore. È che, signor Parroco, sul Suo giornale si amputano allegramente le Encicliche Pontificie, quando non fanno comodo al Partito cui miseramente Lei si è reso servo. Nella Quadragesimo Anno, la Enciclica sociale di Papa Ratti, non si limita la lode alla legislazione sociale fascista al fatto di avere vietato lo sciopero, previa istituzione di organizzazioni di tutela sindacale ed altre Leggi e Magistrature: si fa «esplicita lode», anche, per la «repressione delle organizzazioni e dei conati socialistici». Il carattere deleterio delle dottrine socialiste, comuniste, marxiste, era stato mirabilmente, più volte, illustrato dai Papi: la condanna contro chiunque volesse avallarle, tollerarle, favorirle, fu sempre esplicita. La sana dottrina sociale - mirante ad elevare i Lavoratori a condizioni di parità giuridica ed economica, coi datori di lavoro, nelle aziende - era stata, ed è tuttora, insegnata insistentemente dai Papi. I Democristiani hanno rinnegato tutto questo: si sono serviti delle squadre d’azione socialcomuniste per impedire con la violenza brutale (l’ho esperimentata io personalmente, in Roma, nel 1946, quando andavo a fare il contraddittorio cattolico ai comizi democristiani!) la difesa dei sani principii cattolici: per non parlare del comodo sistema di eliminare tutta una possibile classe politica, anche se di pensiero cattolico, con le insane leggi di cosiddetta discriminazione ed epurazione antifascista, che - con l’ausilio delle armi di potenze straniere protestantiche e massoniche, nemiche dell'Italia Cattolica, che ci imposero la dittatura democristiano - social - demo - liberale -comunista - assicurarono ai vari De Gasperi la conquista più vigliacca del Potere, mai vista nella storia d’Italia.
Sono ladri, perchè le Leggi socialiste, da essi varate, di lesione della proprietà privata, anche la più onesta, meritano questa qualifica: che essi, poi, meritano anche per gli scandali di concussioni e furto di denaro pubblico, che ad ogni passo scoppiano. Sono antisociali perchè non si sognano nemmeno lontanamente di proporre la riforma del Codice Civile, là dove assicura al capitalismo il pieno dominio nelle Società commerciali ed industriali, ed attraverso questo la sopraffazione dei diritti dei Lavoratori del braccio e della mente. (…) De Gasperi fu per oltre quattro anni legato da un patto di unità d’azione coi Comunisti, per il fine anticristiano di costruire uno Stato «in cui tutti i poteri, ed anche il più alto, derivassero dalla volontà popolare»: se Lei vuole più ampie spiegazioni legga il n. 1 della nostra «Collana del Perchè» («Perchè i Democristiani non sono Cattolici»: n. 1 «Perchè De Gasperi non fu un Cattolico»): e sulla sostanziale identità tra Socialismo e Comunismo, a parte il metodo di conquista del Potere, non credo Lei abbia dubbi: comunque, tuttora, i Democristiani tutelano in mille modi la propaganda comunista, ed hanno permesso lo sconcio del funerale-comizio per Togliatti, cui i Suoi Confratelli romani timidamente opposero come protesta la chiusura delle porte di alcune Chiese: ma non osarono bollare la complicità democristiana [siamo già - purtroppo - nel 1964, ndR].
(…) Quali «leggi sociali» democristiane hanno avviato, dopo venti anni di spadroneggiamento al Potere, a queste doverose riforme? I Democristiani, socialisticamente, al predominio sopraffattorio del Capitalismo privato sostituiscono quello del Capitalismo di Stato, che si riduce ad affarismo dei Partiti e delle loro clientele: è un peggioramento, perchè, almeno, l’iniziativa privata, sia pur capitalistica (e non di capitalisti e lavoratori onestamente associati su base di parità), è più intelligente, abile, produttiva, ai fini dell’accrescimento di prosperità nazionale. Citi, citi, signor Parroco, le Encicliche politico-sociali dei Papi, sul Suo bollettino parrocchiale: e le citi senza falsificarle. A questo, infatti, siamo arrivati, nell’Italia democristiana, che il Radiomessaggio Natalizio 1944 di Papa Pacelli, sul problema della Democrazia, fu pubblicato con gravi falsificazioni sulle Riviste Diocesane di Milano, Bergamo, Padova, Udine, salvo altre (non ho controllato quella di Novara), e su pubblicazioni divulgative di Case Editrici Cattoliche: fu messa in bocca al Papa - con complessive sessanta parole aggiunte al sacro testo dell’insegnamento Pontificio - una apologia del regime democratico che non fece, non volle e non poteva fare: vani sono rimasti i miei insistenti tentativi di far rettificare il falso! Esso è riapparso in Riviste centrali dell’Azione Cattolica nel 1954, ed è stato divulgato dal Fanfani, già apologista fascista, nella sua «Summula sociale»!
(…) Inviti, Monsignore, i democristiani che scrivono sul Suo giornale, a fare almeno essi un vero, e completo, esame di coscienza. Dovranno insegnare ai fedeli che mentre il regime di Mussolini, come dittatura personale, per sé non era in contrasto con la Ragione e la Fede, purché fornisse un buon governo, il regime democristiano, basato sulla bugia della sovranità popolare e sull’inganno di un «suffragio universale» in cui il Popolo è costretto a subire una dittatura mascherata - perché la legislazione elettorale è strutturata in modo da assicurare quanto più possibile la continuazione della dittatura del Partiti messi al Potere dai Nemici stranieri, protestanti e massoni - è in assoluto contrasto con le esigenze della Ragion Naturale e della Dottrina Cattolica.
Questa insegna che il Potere non viene, e non può venire, dalla pretesa «volontà», di un povero ed ingannato Popolo, che nella sua stragrande maggioranza chiede solo di essere ben governato, e non si illude sulla serietà del cosiddetto «autogoverno democratico». Pio XII, nel Radiomessaggio che Voi Ecclesiastici avete tollerato circolasse falsificato, e che comunque non consta abbiate la abitudine di illustrare al Popolo, limita i «diritti del cittadino nel regime democratico» a quello di «dire il proprio parere» e di «non dover obbedire senza prima essere stato ascoltato»: non ha mai insegnato l’assurdità che i cittadini debbano «comandare», sia pure attraverso il voto, alle Autorità che sarebbero appena loro mandatarie. A queste Autorità i Papi insegnano doversi riconoscere ed obbedire l’autorità di Dio e della Sua Legge: giusto il contrario di quel che il Suo De Gasperi, il Suo Fanfani, i Suoi Deputati democristiani, han fatto alla Costituente, e continuano a fare.
La Chiesa insegna che lo Stato deve appoggiare in pieno, tutelare, l’opera d’apostolato del Cattolicesimo, perchè «dove dalla Società Civile sia stata rimossa la Religione, e ripudiata la dottrina e l’autorità della Divina Rivelazione, anche lo stesso genuino concetto della Giustizia e dell’umano Diritto si copre di tenebre e si perde, ed in luogo della Giustizia vera e del Diritto legittimo si sostituisce la forza materiale»: è Pio IX, nella Quanta cura, che lo insegna. E Papa Pacelli, nel ricordato Radiomessaggio, illustra in maniera stupenda come le democrazie demagogiche possano ridurre le masse ad essere ignare, ingannate, tradite, «strumenti di violenza brutale» - con la forza materiale del «numero» - di chi sta al Potere o ad esso si vuole imporre: come fate Voi Ecclesiastici [modernisti, ndR], miseramente, con la pressione morale di una falsificata Religione, trascinando masse di credenti a rendersi strumento per la sopraffazione di un Partito empio.
Insegni, Monsignore!, dal Suo giornaletto parrocchiale, tutta la dottrina politico-sociale cattolica, compreso quel monito di Leone XIII che colpisce Lei, signor Parroco, perché «trarre ad un Partito la Chiesa, e volere al postutto ch’ella dia braccio a superare i politici avversari, è un fare enorme abuso della Religione» (è nella Sapientiae Christianae): ed un florilegio di altri solenni Insegnamenti di Papi nel medesimo senso Lei lo trova in quel Dizionarietto di Dottrina Politica dei Papi che solo il mio Partito, il Centro Politico Italiano, ha avuto il coraggio, e l’onore, di pubblicare, e di cui, benché io non mi «autofinanzi» attraverso le fonti di guadagno del «sottogoverno», Le ho regalato copia.
Monsignore! Un sincero amor di Patria, di Cristo, della Sua Chiesa, è in Lei: non ne dubito: non mi è lecito dubitarne: non voglio dubitarne. (…) San Pio X, nella Enciclica di condanna del Movimento francese del «Sillon», infetto in sostanza del medesimo Modernismo sociale della attuale D.C., riconobbe con suprema onestà che «fino allora» anche la Santa Sede aveva preso un abbaglio, e tollerato, forse protetto, quell’ereticale Partito. Sappiamo benissimo che la forza del Partito Democristiano, in Italia, è dovuta essenzialmente all’appoggio procuratole - contro i precetti solenni della Chiesa - da un Prelato, che ora è il Papa [materialiter ma non formaliter, ndR]. Giovanni Battista Montini accettò che questa funesta sua opera storica, di essersi fatto «tramite per guadagnare l’attivo appoggio della Chiesa per i Partiti Democratici Cristiani in Europa», fosse solennemente riconosciuta, come un preteso merito (mentre era gravissima ribellione alla dottrina ad alla disciplina della Chiesa), in quella «laurea ad honorem», che andò a farsi chiassosamente consegnare In America, da una Università pretesa «cattolica»: e doveva, semmai, considerarla «laurea del disonore». [A causa sua …] il Popolo Italiano sta duramente scontando con il giogo empio, imbelle, sfruttatore, di un Partito Democristiano che fa prendere in odio la Chiesa ed i Preti.
Non so se il Direttore di questo giornale pubblicherà questa mia lettera: io lo ho ammonito di non lasciarsi andare all’anticlericalismo per reazione alla vergognosa condotta di preti faziosamente politicanti. L’anticlericalismo era scomparso, in Italia, almeno come fenomeno di massa, durante il periodo mussoliniano. Le masse popolari, così come si infischiavano che non fossero più permessi i Partiti socialisti, democratici, liberali, comunisti, «papisti» [leggo “pipisti”, ndR], e si occupavano solo di problemi del lavoro e del buon ordine, della buona amministrazione, erano liete della ripresa religiosa. Ricorda, Lei, il congresso delle Confraternite del SS. Sacramento, a Varese, in quegli anni? La religiosità fioriva stupenda. Ora Voi state facendo rinascere un funestissimo anticlericalismo: è un «peccato di Popolo», io so: non giustifico gli anticlericali. Ma mi permetto ri-cordarLe che San Giovanni Crisostomo ha ammonito che «i peccati dei Popoli trovano la loro origine nei peccati del Clero» e che «le teste dei Sacerdoti costituiscono il pavimento dell’inferno».
Cristo fu crocifisso dai Maestri della Legge, di quel tempo. Cristo è stato cacciato dalla Costituzione di uno Stato tradizionalmente Cattolico, è stato crocifisso di nuovo, in questa più moderna forma, con la complicità dei Maestri della Legge di questa generazione di Ecclesiastici [modernisti, ndR], in Italia. Queste sono, signor Parroco, le «farneticazioni di un giramondo che si spaccia per cattolico», come Lei ha lasciato stampare, nei miei riguardi, sul Suo giornale: e Gliene sono grato, perchè dobbiamo continuamente ricontrollare se siamo Cattolici! Lo faccia anche Lei, Monsignore!
Di Carlo Francesco D’Agostino - Centro Politico Italiano - Ed. L’Alleanza Italiana. Da Quaderni della Nuova Alleanza n° 48, pag. 77 seg. - Estratto dalla Lettera aperta a Mons. Mario Rossi, Parroco di Trecate, pubblicata sul n° 2 del Corriere di Trecate del gennaio 1965, accresciuta da note documentative.
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Questo breve articolo di approfondimento teologico-politico vuol integrale le nostre recenti ripubblicazioni web: - Perché Alcide De Gasperi non fu cattolico; - È un errore propugnare una Unione Politica Europea; - Mussolini e De Gasperi nel giudizio della coscienza cattolica. Gli articoli, scritti molti anni fa dal Cav. Carlo Francesco D’Agostino per il Centro Politico Italiano, li trovate sul nostro sito (...) con i dati bibliografici.
• Notoriamente la Democrazia Cristiana è continuazione del Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo (e dall’apostata Romolo Murri, ndR) nel 1918 -19. Trattavasi di un Partito che comportava una rinunzia ai principii politico-sociali cattolici, per poter allearsi con demoliberali e massoni. Già nell’agosto 1920 il Cardinale Arcivescovo di Genova, Tommaso Pio Boggiani, mise clamorosamente in rilievo che gli uomini del P.P.I. pretendevano «operare il cristiano restauro della Società relegando di fatto in soffitta Dio, Gesù Cristo, la Chiesa ed il Papa, e concedendo uguali diritti alla verità ed all’errore». Il testo completo della Lettera Pastorale, dedicata dal Cardinale esclusivamente a smascherare gli errori del Partito di Don Sturzo, De Gasperi e Gronchi, è nel volume «I due anni di Episcopato genovese del Cardinale Boggiani», ed. Lemurio, Acquapendente, 1922 (è stato ripubblicato nel 2008 dal Centro Librario Sodalitium di Verrua Savoia, col titolo «Un vescovo contro la Democrazia Cristiana», pagine 30, euro 5, ndR): noi lo ristampammo in amplissimo estratto su L’Alleanza Italiana n. 87 del settembre 1955. Papa Benedetto XV con sua lettera autografa al Boggiani, lo lodò affermando che aveva «fatto bene a mettere le cose a posto»: questa lettera del Papa è nel medesimo volume, e fu da noi pubblicata per intero di nuovo nel gennaio 1956.
• Contro gli errori del Partito Democristiano, e perché non fossero trascinati in inganno i Cattolici e non ne venissero i mali, purtroppo poi verificatisi, che da una mistificazione del Cristianesimo sarebbero derivati all’Italia, l’avv. C. F. D’Agostino, a nome del Partito Cattolico «Centro Politico Italiano», ha presentato due denunzie al Sant’Offizio. La prima, del marzo 1946, era costituita da cinque quesiti, cui seguì amplissima memoria illustrativa. Il testo della denuncia e la memoria furono pubblicate su L’Alleanza Italiana, di quel tempo (di cui possediamo copia in originale e possiamo fornire il PDF agli Associati interessati, ndR): la ripercussione ne fu notevolmente ampia, su almeno quindici quotidiani, di Roma e fuori. Tra i quesiti, due riguardavano tesi sostenute in due serie di articoli apparsi su Civiltà Cattolica, la nota rivista quindicinale dei Padri Gesuiti di Roma, a noi, del resto, carissimi (lo Indirizzo programmatico, da noi stampato clandestinamente nel dicembre 1943 e con cui iniziò la sua attività il Partito Cattolico Centro Politico Italiano, era stato in tutta la fase preparatoria sottoposto al parere di notissimi Padri di quel Collegio di Gesuiti, tanto che è esatto dire che, pur non avendo minimamente coinvolto Ecclesiastici con Partiti politici, uscì dai corridoi della Civiltà Cattolica). Il testo completo delle due denunce al Sant’Offizio, una del 1946 e l’altra del 1947, da noi presentate contro i ritenuti errori dell’indirizzo ideologico e pratico dei Democristiani italiani e loro fautori, è ristampato, con annotazioni, in altra collana di pubblicazioni del nostro Partito. Ognuno può richiedercelo.
• Il progetto di Costituzione, presentato dall’apposita Commissione alla Costituente Italiana, era ateo: nessuna professione religiosa da parte dello Stato: nessuna invocazione a Dio: questo era ateismo, perché nel campo dell’Etica ignorare una Verità vale quanto negarla: se ne prescinde, infatti, nella propria azione pratica e si violano i precetti che da quella Verità derivano: la cosa è tanto più evidente e grave in un Testo Costituzionale, destinato a dare e spiegare la «direttiva», la impostazione, l’indirizzo di tutta una Legislazione e struttura statali. In sede di Assemblea nessun Parlamentare democristiano mosse obiezioni. Lo fece invece l’onorevole Roberto Lucifero, proponendo la istituzione di un Preambolo alla Carta Costituzionale, che iniziava con le parole: «Il Popolo Italiano, invocando l’assistenza di Dio, nel libero esercizio della propria sovranità... ». L’onorevole Umberto Tupini, che presiedeva il Gruppo Parlamentare democristiano, nel discorso del 5 marzo 1947, preparato in iscritto, quindi particolarmente meditato, e letto in Assemblea, (pagina 1761 vol. 1°, Atti della Costituente), si oppose alla proposta con parole che disonoravano lui e il suo Partito. Il secondo rude colpo contro una impostazione religiosa della Carta Costituzionale, e quindi del nuovo Stato che si voleva costruire, fu dato dall’onorevole Giovanni Gronchi, succeduto al Tupini come presidente del Gruppo Parlamentare democristiano: Procedendosi nell’esame del progetto dei 75, giunti all’articolo 7, l’onorevole Gennaro Patricolo propose fosse precisato che «La Religione Cattolica è la Religione ufficiale della Repubblica Italiana». Patricolo sostenne la sua proposta con un apprezzabile discorso. In una maniera veramente miserevole si oppose il Gronchi, a nome dei 207 Parlamentari D.C., dicendo: «Una brevissima dichiarazione per osservare che l’emendamento dell’onorevole Patricolo, ove non abbia un intento politico, che potrei dire di concorrenza, il che non voglio supporre, è da collocare sulla stessa linea di quello dell’onorevole Rodino, il quale aveva un puro e semplice valore di constatazione statistica. Esso è per noi irrilevante dato lo spirito e la lettera dell’art. 7 quale è proposto dalla Commissione. Perciò noi ci asterremo nella votazione di questo emendamento». (vedere pag. 2447 e ss. vol. 1, Atti della Costituente). è da notare che l’Italia, coi Patti Lateranensi, aveva avuto di mira non solo di regolare «i rapporti» con la Santa Sede, ma anche la «condizione della Religione e della Chiesa», nel nostro Stato: e l’impegno che Papa Pio XI aveva posto come condizione preliminare all’insieme degli Accordi, assunto dall’Italia nell’art. 1 del «Trattato» e richiamato nell’articolo 1 del Concordato, vincolava la nostra Nazione, dinanzi a Dio, dinanzi alla Santa Sede, alla Chiesa ed alla Storia, a mantenere l’adesione solenne al Cattolicesimo, quale era nell’art. 1 dello Statuto del Regno. Orbene questo impegno fu violato con la Carta Costituzionale Repubblicana - e l’onorevole Patricolo tendeva invece a farlo rispettare - negandosi l’adesione dello Stato ad una qualsiasi “fede”, ed accordandosi uguale libertà a tutte le «Confessioni religiose», il che significa che si metteva allo stesso livello Buddha, Nostro Signore Gesù Cristo e lo pseudo-profeta del Monte Amiata, dello scorso secolo, ai cui seguaci recentemente è stato riconosciuto «valore giuridico», come per il Sacramento Cattolico, ai “matrimoni” celebrati secondo un preteso loro rito! Il fatto che l’art. 7 confermasse che i «rapporti» tra la Chiesa Cattolica e lo Stato «sono regolati dai Patti Lateranensi», manteneva in piedi, di questi Patti, solo la eliminazione della «questione romana», ossia di una questione politica che implicava il riconoscimento da parte del Papa delle Annessioni, e le norme, appunto, sui «rapporti» tra due diverse Sovranità: non impediva, peraltro, che la «condizione della Religione e della Chiesa», nel Diritto Costituzionale interno, proprio dello Stato Italiano, fosse funestamente ed ateisticamente innovato in confronto alla precedente situazione di diritto. In più, nell’art. 7, lo Stato finiva col negare alla Chiesa anche la veste di effettiva Sovranità, teoricamente riconosciutale, in quanto rivendicava un proprio, assurdo, diritto di modificare unilateralmente i Patti, sia pure esigendo che queste modifiche fossero votate con le forme richieste per le Leggi Costituzionali ed a parte, naturalmente, le innovazioni già in atto, qui ricordate. In proposito abbiamo pubblicato un’ampia disamina nel volume: «La illusione democristiana», da noi diffuso nel 1951.
• Le falsificazioni, apparse sulle Riviste o Bollettini ufficiali delle Archidiocesi di Milano e di Udine, e delle Diocesi di Bergamo e Padova, nonché nell’opuscolo della collana «La parola del Papa», della Gregoriana Editrice (del Seminario) di Padova, salvo qualche variante sono le seguenti. Laddove Pio XII, nel Radiomessaggio (di Natale del 1944, ndR), diceva: «è appena necessario di ricordare che, secondo gli insegnamenti della Chiesa, non è vietato di preferire governi temperati di forma popolare, salva però la dottrina cattolica circa l’origine e l’uso del potere pubblico e che la Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo, purché adatte per sé a procurare il bene dei cittadini (Leone XIII, Enciclica Libertas, 20-6-1888)», si mutò come segue: «è forse necessario ricordare che, secondo l’insegnamento della Chiesa, non è vietato preferire un governo temperato di forma popolare, salvo però la dottrina cattolica circa l’origine e l’uso del potere pubblico, e che tale forma di governo nel rispetto della dignità e libertà umana, rappresenta la migliore salvaguardia dell’ordine interno e la migliore garanzia della prosperità di uno Stato? La Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo, purché adatte per sé a procurare il bene dei cittadini assicurando però nel contempo all’individuo una considerazione, un trattamento ed un tenore di vita confacenti alla dignità della persona umana». Più oltre, quando il Papa inizia con «Premesso che la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme...» gli si fa dire, invece: «Premesso che una vera e sana democrazia, intesa in senso largo, rispondente anche all’indirizzo sociale proprio della Chiesa, ammette...» e si aggiunge: «in base a quali norme dovrà essere realizzata una simile democrazia, l’unica atta al conseguimento del vero bene comune?». Omettiamo qualche altra, pur significativa, variante al Testo Pontificio. Avendo noi scritto anzitutto al Vescovo di Padova, perché facemmo la scoperta dei falsi sull’opuscolo della Gregoriana Editrice, ci rispose il Cancelliere Vescovile rivelandoci che «le interpolazioni si trovano quasi identiche nei Bollettini» delle altre Diocesi da noi ricordate «dai quali fu sostanzialmente preso l’estratto padovano»: con che si ammetteva che a Padova si era... rimaneggiato, nel Bollettino Diocesano, al confronto delle fonti usate! La lettera concludeva: «Egregio avvocato, creda a me, Ella provveda ai fatti suoi ...» (...). La falsificazione continua a riapparire, qua e là, ancora nell’anno di Grazia 1964, nonostante nostre appassionate istanze perché si ponga riparo.
(di Carlo Francesco D’Agostino - Centro Politico Italiano - Ed. L’Alleanza Italiana. Da Quaderni della Nuova Alleanza n° 48, pag. 77 seg. - Estratto dalla Lettera aperta a Mons. Mario Rossi, Parroco di Trecate, pubblicata sul n° 2 del Corriere di Trecate del gennaio 1965, accresciuta da note documentative, ndR).
In alto un volantino dell’epoca contro la D.C. - In basso il libro del Cardinale Boggiani
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La ostentata esaltazione che certa stampa (in occasione della sua morte - anno 1954, ndR) ha fatto della figura dell’on. De Gasperi come preteso statista cattolico, ci obbliga a ristabilire la verità, con precise e documentate contestazioni. Con questo non intendiamo indagare se e quanto De Gasperi sia stato in buona fede, nella sua maschera - poiché tale e non altro era - di uomo politico cristiano: non usiamo mai affermare la buona o la mala fede di alcuno. Possiamo solo, e lo facciamo ben volentieri, riconoscere che grandissima parte di coloro che hanno appoggiato l’azione politica del De Gasperi e del suo Partito sono stati presumibilmente in buona fede. Noi abbiamo sempre criticato, su questo giornale e su altre pubblicazioni, alcune delle quali di una certa mole, l’opera del defunto capo della Democrazia Cristiana. Ci limitiamo dunque, per documentare la realtà agli ormai numerosi nostri lettori, a riassumere i motivi principali delle passate nostre critiche. Lo faremo con una certa schematicità cronologica, e con concisi commenti che servano ad illuminare quale sola poteva e può essere una posizione politica basata sul Cattolicesimo.
FU SOLIDALE CON IL FASCISMO
1922: De Gasperi alla Camera diede, a nome di oltre cento Deputati del Partito Popolare Italiano, pieno appoggio al Governo Fascista (di cui faceva parte anche l’on. Gronchi con altri Deputati del P.P.I.). Egli gli riconobbe: «volontà fattiva di governo ed il proposito e la forza di ristabilire la legge e la disciplina nel Paese... scopo che va assolutamente raggiunto se la boccheggiante Nazione deve essere salva»: questo disse dopo che Mussolini aveva ben precisato essere suo intendimento: «difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle Camicie Nere, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione» (Atti del Parlamento, vol. IX, 1922, pag. 8390 ss.). Al lume dei princìpi cristiani era ben chiaro che un regime arrivato al potere con una serie di violenze delittuose, e che la sua impostazione confermava con l’arroganza del discorso presidenziale tenuto da Mussolini, non poteva presentare garanzie di sorta. Quel regime tendeva, in sostanza, a rinsaldare le posizioni dell’egemonia capitalistica di fronte al rivoluzionarismo socialistoide, da un lato, ed alla inefficienza degli uomini che, col De Gasperi, avrebbero dovuto rappresentare la scuola politica Cattolica. De Gasperi, accodando i Cattolici alla duplice sopraffazione, capitalistica e fascista, pose le chiare premesse di tutto il nefasto seguito della sua opera politica.
SULL’AVENTINO SI POSE CONTRO LA LEGALITÀ
1924-25: De Gasperi ed i Deputati del P.P.I. in significativa unione con i socialcomunisti abbandonarono il Parlamento, tentando di impostare una «questione morale» sul delitto Matteotti. Questo non era stato che uno dei tanti episodi di violenza dell’illegalismo fascista, che dal De Gasperi aveva avuto il premio del voto favorevole al Governo Fascista ed all’amnistia. Dopo aver vantato, nel 1922: «liberi da ogni viltà - oggi, come ieri, come domani - per la sollecitudine delle nostre persone che sono poca cosa, forti dell’assenso che ci viene da chi liberamente ci diede il mandato, lo eserciteremo con serenità ed equilibrio, con la sola preoccupazione dei supremi interessi del paese» (loc. cit., pag. 8443), De Gasperi ed i suoi compirono la viltà di astenersi dal loro dovere di parlamentari, con l’aggravante di non rinunciare al mandato, ed ordirono quella campagna di stampa sul delitto Matteotti che ebbe il chiaro carattere di un tentativo di violenza morale, sul terreno extraparlamentare, per vincere una battaglia politica condotta e perduta sull’unico terreno legittimo, quello parlamentare. Essi ricorsero ad un metodo strettamente anticostituzionale, tentando di ottenere da Sua Maestà il Re lo scioglimento della Camera appena eletta ed in cui si rifiutavano di combattere (ciò che invece continuò a fare l’on. Giolitti con pochi altri Deputati demoliberali). E questo mentre era in corso l’inchiesta giudiziaria, e mentre le responsabilità in ordine al delitto Matteotti non erano ancora chiarite. Uomini come Filippo Meda, Cavazzoni, Martire, Mattei Gentili, Carapelle ed altri, non vollero condividere la faziosità aventinistica del De Gasperi, il quale poi, dopo il 1945, quando era universalmente riconosciuto esser stato un errore l’abbandono del Parlamento, ebbe ancora la temerarietà di qualificare «roccaforte della libertà» quell’aventinismo che aveva invece rappresentato l’abbandono della difesa della libertà stessa!
ORDÌ UNA RIVOLTA ANTICRISTIANA
1942: fallitogli il tentativo di espatriare ed estraniatosi, nei momenti più ardui, dal servizio del Paese, De Gasperi rimase agganciato a quel Comitato Centrale Antifascista che rappresentò una organizzazione illegale ed immorale, intima unione di massoni, marxisti, materialisti, atei, settari e... democristiani, e che fu strumento tremendamente nefasto per sollevare l’opinione pubblica mondiale contro l’Italia cattolica, col pretesto del Fascismo. De Gasperi ha confessato: «La liberazione dal fascismo appariva ancora molto remota, e nessun partito, vecchio o nuovo, si era ancora costituito, quando nel Comitato Centrale Antifascista sorse l’idea di chiamarsi Democrazie Unite: democrazia liberale, democrazia socialista e... che cosa potevamo essere noi se non la democrazia cristiana?» (ved. Tradizione ed Ideologia della D.C., ed. 1944 e ristampe, presso la D.C., Roma). Con questo dimostrava la mancanza di un pensiero Cristiano, il quale non si qualifica certo come una sottospecie dell’utopia democratica, condannata dalla Chiesa, che per di più per bocca di Leone XIII, nella Graves de Communi Re, ha ingiunto: «non sia poi lecito dare un senso politico alla Democrazia Cristiana»!! Fattone, invece, proprio un Partito, il De Gasperi, con l’animo pieno di «legittimo orgoglio» - come scrisse - mettendosi tra «coloro che erano passati attraverso il lungo periodo senza inflessioni e senza contaminazioni»... «ora che la vittoria contro il Fascismo appariva probabile» (e questa «vittoria» era la catastrofe politico-militare e morale della Patria!) partecipò alla firma del Patto da cui sorse il Comitato di Liberazione Nazionale. Ivanoe Bonomi, che lo promosse, così si esprime (Diario di un anno, ed. Garzanti): «L’antifascismo (era) un movimento sotterraneo (a cui) il declino militare dell’Asse dette nuovo vigore». Esso, a dire del Bonomi: «già da anni minava lo Stato totalitario (e) sentì che si avvicinava la sua ora e che era urgente stringere i contatti e cominciare l’azione. I tempi stringevano ed occorreva precisare le intese (con convegni cui) partecipò ugualmente fervido ed operoso Alcide De Gasperi». Ebbene, prosegue Bonomi: «Fu in quelle riunioni che si tracciò un piano d’intesa, tradotto poi in un patto scritto, firmato da me, dal Casati, dal Ruini, dal De Gasperi, dal Romita e anche da un comunista di nome oscuro ma interprete autorizzato della sua corrente. Quel patto impegnava i partiti ad «una tregua politica nell’ora del trapasso e nel periodo successivo della ricostruzione, indicando come meta comune un regime democratico nel quale tutti i poteri, e anche il più, alto, derivassero dalla volontà popolare». La stampa filodemocristiana, anche quella che pretende avere carattere ufficiale «cattolico», si è ben guardata dal mettere in luce questa sostanza vergognosa di tutta l’opera del De Gasperi e del suo gruppo di dittatori del Partito Democristiano. Noi lo facemmo invece innumerevoli volte su questo giornale - dagli esordi clandestini del 1944 - e nel volume «La illusione democristiana» scritto nel 1949, oltre che in precedenti pubblicazioni. Il «patto» firmato dal De Gasperi era un patto di rivoluzione, impostato su princìpi mille volte solennemente condannati dalla Chiesa oltreché dalla ragione umana: ed era un patto che legalizzava e potenziava i Partiti più notoriamente anticattolici - dal comunista al liberale - impegnando le forze cristiane ad una lunga tregua nei loro confronti fino a quando non si fosse realizzato un ideale anticristiano, quale è quello della rivoluzione demoliberale! Quale prova più evidente della mancanza assoluta di direttiva Cristiana nell’opera del De Gasperi e del tragicissimo inganno da lui teso a quelli, per primi, che ignari di tutto questo hanno accettato la D.C. come il «partito dei Cattolici?».
FIRMÒ LEGGI CHE COMPORTANO LA SCOMUNICA
1946-47-53: perfettamente coerente alla impostazione demoliberale e laicista della Politica, De Gasperi firma le varie Leggi elettorali (fatte e rifatte alla vigilia di ogni elezione per tentare di assicurar meglio il predominio democristiano), in cui è quell’art. 66, poi 71, che pone limiti al Clero che «abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adoperi a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli alla astensione», istituendo per tali ipotesi un reato, con gravi pene. Il Santo Padre, nel Discorso ai Quaresimalisti di Roma del 17 marzo 1946 palesemente protestò per tale violazione della libertà della Chiesa inferta dal Governo democristiano: «Il sacerdote cattolico - disse il Papa - non può essere semplicemente equiparato ai pubblici ufficiali o agli investiti di un pubblico potere o funzione civile o militare». La legge elettorale, infatti, con una medesima norma colpiva tali categorie ed il Clero: «Il Sacerdote è ministro della Chiesa ed ha una missione che si estende a tutta la cerchia dei doveri religiosi e morali dei fedeli... e può quindi essere obbligato a dare, sotto quell’aspetto, consigli o istruzioni riguardanti anche la vita pubblica. Ora è evidente che gli eventuali abusi di tale missione non possono per sé essere lasciati al giudizio dei poteri civili...». De Gasperi accusò il colpo, e nel discorso di Torino del 25 marzo 1946 replicò ampiamente, e concluse col comodo ed ipocrita ripiego: «...so che se il Santo Padre ha in nome della Chiesa il diritto di stabilire le sue tesi e Egli ha questo diritto per ragione che supera i partiti ed i momenti... saprà anche comprendere le difficoltà in cui gli uomini cattolici si battono e vincono e possono vincere solo fino ad un certo punto. È rimasta una piccola pizzicatura per il Clero. Ma credo che i sacerdoti non ne abbiano molta paura» (Il Popolo, 26-3-1946). Comodo ripiego, perché significava ammettere in partenza che le norme della Chiesa (nella specie sanzionate perfino nel Codice di Diritto Canonico, che al canone 1334 commina la scomunica automatica contro coloro che varano leggi che offendono la libertà ed i diritti della Chiesa) varrebbero solo nei limiti in cui i «fedeli» hanno voglia di combattere per rispettarle. Ipocrita ripiego, perché invece il De Gasperi fin dal 1944, combattendo contro il Centro Politico Italiano con l’opuscolo più sopra citato, si proclamava difensore della concezione dello «Stato moderno» assertore di una assoluta «uguaglianza giuridica» e lo faceva espressamente contro l’esigenza da noi posta di una impostazione Cristiana dello Stato. Non era dunque questione che gli uomini politici Cattolici possano combattere e vincere «solo fino ad un certo punto»: a parte che si è sempre saputo che il Cattolico, piuttosto che piegarsi a compromessi, resiste fino a cadere sotto i colpi del martirio, consapevole che il sangue dei Martiri è semenza di Cristiani, a parte questo stava in fatto che il De Gasperi volendo servire la cosiddetta concezione «moderna» dello Stato, non era un combattente per il Cristianesimo, ma un alfiere dell’anticristianesimo, per la cui realizzazione politica si era impegnato ad unità d’azione coi più classici nemici del nome Cristiano.
RESE ATEO LO STATO ITALIANO
1947: alla Costituente il Gruppo democristiano respinse la proposta dell’on. Lucifero di iniziare il testo della Costituzione con le parole: «Il Popolo Italiano, invocando l’assistenza di DIO, nel libero esercizio della propria sovranità...»: così la Costituzione rinnegò la sacra autorità di DIO; respinse la proposta dell’on. Patricolo, che un articolo precisasse: «La Religione Cattolica è la Religione ufficiale dello Stato Italiano» e così il nostro Stato rigettò ogni impostazione Cristiana. De Gasperi sanzionò il tutto ricordando le assicurazioni da lui date «ai protestanti d’America» circa una «piena libertà, piena uguaglianza» che la Costituzione democristiana infatti accorda al Protestantesimo, cui ha concesso perfino l’uso della Radio per le trasmissioni di culto (pag. 2456 Atti della Costituente). Ed in realtà è libero e protetto in Italia ogni altro culto, e vi si diffondono. Così la concezione dello «Stato moderno» da De Gasperi tenacemente perseguita era realizzata nella Legge fondamentale della Repubblica, e le conseguenze tutti le tocchiamo con mano. Lo sbandieramelo di un Cristianesimo soltanto ipocrita doveva portarci rapidamente nel doloroso clima del putridume di «Capocotta» e della apologia dei traviamenti di Coppi fatta su quotidiani di proprietà di uomini della Democrazia Cristiana (ced. Voce della giustizia, n. 36 del 4-9-1954)! Una politica tutta legata all’affarismo e che, in nome di questo, chiude gli occhi ad ogni esigenza della Morale: un rinunciatarismo impressionante che dopo aver elargito una Costituzione secondo il gusto del Protestantesimo anglosassone premia solennemente registi, come il Rossellini, la cui scandalosa condotta di profanatore del sacro tempio della unità famigliare aveva riempito le cronache di una stampa lasciata libera di corrompere, per cui si stanno creando tutte le premesse per la introduzione del divorzio in Italia, già largamente reso possibile da tristi accomodamenti dei nostri Trattati internazionali e della nostra giurisprudenza.
L’ABOMINIO DI UN MALGOVERNO
Questa, in sintesi, è stata l’opera di De Gasperi. Dinanzi a tanti frutti di distruzione morale par quasi secondario ricordare le ingiustizie perpetrate con la legislazione di persecuzione contro gli ex fascisti; le immoralità compiute con le leggi di espropriazione terriera, fraudolentemente denominate «riforma agraria»; la distruzione progressiva del patrimonio immobiliare urbano come conseguenza del delittuoso regime delle locazioni; il danno recato all’agricoltura e le profonde violazioni di giustizia, conseguenti alla legislazione sui contratti agrari; il disordine e la somma di ingiustizie e sperequazioni, oltreché di corruzione, immensamente aggravatosi nel sistema tributario, in cui la legislazione degasperiana ha di gran lunga peggiorato i malanni da tempo esistenti; la mancata difesa del patrimonio boschivo, col conseguente continuo accrescersi dei disastri che produce; l’aggravamento della situazione nel campo della cultura con un regime scolastico, ora poi affidato ad un Ministro liberale, che, in uno al regime di stampa, sta riducendo la intellettualità italiana al bassissimo livello che ogni giorno paurosamente constatiamo.
IL RIGETTO DEI PRINCIPII DEL TONIOLO
Tutto questo era e doveva essere il frutto dell’abbandono delle posizioni cui la scuola del Toniolo aveva tenuto ancorati - sulla scia degli Insegnamenti dei Papi - i Cattolici italiani. De Gasperi, in quella che viene considerata la sua ultima lettera, e quasi un testamento spirituale (Lettera a Fanfani del 9 agosto 1954, ved. Eco di Bergamo, n. 200), ha lasciato scritto: «Perché il Toniolo, nazionalmente parlando, ebbe efficacia così inadeguata? Perché i tempi e gli uomini non gli permisero di sfuggire alla alternativa guelfa - ghibellina, e così non uscì dallo storico steccato politico, benché ne fosse uscito da quello sociale. Il nostro sforzo, più tardi, fu quello di sfuggire alla stretta. Non siamo riusciti spesso, ma ad un certo punto la D.C. divenne un movimento, un partito italiano, al disopra dello storico conflitto. Teniamolo a mente: non bisogna lasciarsi avvinghiare dalle spire dell’alternativa tradizionale». Fino all’ultimo, dunque, De Gasperi ha giuocato all’inganno, e speriamo che non se ne sia reso pieno conto. Giuseppe Toniolo non rimase affatto ancorato ad una «superata» alternativa. Egli semplicemente non volle piegarsi a quella concezione dello Stato che definì «disordine legale permanente delle democrazie cosiddette liberali». (Toniolo, Concetto cristiano di democrazia, ed. Coletti). De Gasperi mostra di bellamente dimenticare questa profonda differenza tra l’indirizzo del Toniolo ed il suo. Ha dimenticato di aver scritto, come abbiamo ricordato, in polemica col Centro Politico Italiano: «Bisogna respingere qualsiasi tentazione di leggi eccezionali, di provvedimenti che escludano dal diritto comune o precludano da certe pubbliche funzioni chi sia alieno dal tradizionale spirito cattolico del Popolo Italiano. Nello Stato moderno l’uguaglianza giuridica e la ammissibilità agli impieghi è divenuta ormai una premessa indispensabile alla libera convivenza civile» (loc. cit.). Pertanto lo Stato democristiano deve lasciar aperto l’adito ai professori materialisti sulle cattedre di Filosofia, ai docenti liberali su quelle di Diritto, agli atei su quelle di Storia del Cristianesimo o delle religioni. Così di seguito. Non solo il Toniolo, ma il Papa e la Chiesa non si piegano a questo, come non ci si può piegare ogni cultore di filosofia naturale. Tardò solo di un anno, infatti, la risposta del Santo Padre: «Ben riflettendo alle conseguenze deleterie che una Costituzione la quale, abbandonando la pietra angolare della concezione cristiana della vita, tentasse di fondarsi sull’agnosticismo morale e religioso, porterebbe in seno alla Società, e nella sua labile storia, ogni Cattolico comprenderà facilmente come ora la questione che, a preferenza di ogni altra, deve attirare la sua attenzione e spronare la sua attività consiste nell’assicurare alla generazioni nel presente ed alle future il bene di una Legge fondamentale dello Stato che non si opponga a sani principi religiosi, e morali, ma ne tragga piuttosto vigorosa ispirazione, e ne proclami e ne persegua sapientemente le finalità. Giovi a questo riguardo ricordare che non sempre la novità delle Leggi è fonte di salute per il Popolo: sovente invece la precipitosa ricerca di radicali innovazioni è indice di oblio della propria dignità e di facile resa ad estranei influssi e non a meditate idee. sappiano dunque i Cattolici italiani che il rimanere fedeli alle migliori e provate tradizioni spirituali e giuridiche non vuol dire essere ostili alle trasformazioni sociali che meglio rispondano al bene comune: e dicano alto al loro grande ed infelice Paese che il patto onde esso vuol essere condotto ad unità e stabilità, non può cementarsi né con odi ne con egoismi di classi, sì bene con la mutua e cristiana carità che tutti i cittadini affratelli in reciproco aiuto, collaborazione e rispetto».
RESPINSE I MONITI DEL SANTO PADRE
Questo energico richiamo alle tradizioni, oltreché alla pacificazione, fu fatto da Pio XII nel suo Autografo per la Settimana Sociale italiana del 1945. È vano che De Gasperi tenti far credere che Toniolo non sapesse districarsi tra errate concezioni di «guelfisino» e «ghibellismo». Toniolo, invece, aveva voluto rimanere fedele alla tradizione razionale e Cattolica, e pertanto NON aveva voluto piegarsi al Demoliberalismo con tanta leggerezza e demagogia imposto dalla Borghesia capitalistica. De Gasperi ci si è piegato! Il suo tentativo di difesa, in polemica col Santo Padre, nel sopracitato discorso di Torino del 25 marzo 1946, recò una confessione come la seguente: «Quando si è fatto il compromesso generale... abbiamo trattato anche lo art. 66 come oggetto di compromesso. Compromesso vuol dire che uno cede da una parte ed uno cede dall’altra». Egli ha ammesso dunque che, pur di mantenere l’alleanza con i Partiti anticattolici del Comitato di Liberazione Nazionale, e pur di realizzare (aggiungiamo noi) i suoi ideali di «Stato moderno», poteva barattare il rispetto di canoni fondamentali della Dottrina cristiana, difesi dal Diritto Canonico. Con questo aveva ancora la temerarietà di invocare «l’aver combattuto per tanti anni per la causa delle libertà religiose». Ma quali «libertà religiose»? Quelle della propaganda protestantica e buddistica, o quella della Religione vera? II Papa aveva invitato a non agire con «facile resa ad estranei influssi»: De Gasperi ci ha confessato che perfino il nome del loro Partito - nome che vale una dottrina! - lo adottarono per influsso dei demosocialisti e dei demoliberali. Norme derivanti dai più sacrosanti princìpi, venivano barattate per un presunto «compromesso» per non rompere la perfetta intesa con coloro con cui si era pattuito di realizzare una rivoluzione demoliberale e quindi una Repubblica. L’invito alla pacificazione ebbe come risposta la moltiplicazione delle leggi di persecuzione contro gli antichi Fascisti. L’invito a bandire l’odio ebbe come riscontro l’odio diffuso e lasciato diffondere contro la legittima autorità dei Savoia, e perfino la spoliazione dei loro beni privati, che tuttora lo Stato degasperiano non consegna nemmeno in quella parte cui le Magistrature italiane lo hanno condannato.
I TRAVESTIMENTI DEL «NEMICO DI CRISTO»
Questa è la triste realtà, che era nostro dovere ristabilire contro l’orrido tentativo di speculazione su una morte, in un regime che con tanta spietatezza perseguita coloro che vogliano commemorare altri Morti!!! Il Santo Padre ha parlato con molta fermezza nel Discorso ai Cardinali il 24 dicembre 1944 trattando della carità misericordiosa della Chiesa: «Un limite nondimeno, una barriera morale si rizza di fronte a questa carità misericordiosa, una barriera che la stessa carità non ha diritto di oltrepassare: la Verità». Ed egli aggiunse che «in un tempo in cui le parole libertà, indipendenza, democrazia non sono per alcune ispirazioni e tendenze di spirito che un mezzo per sopire la vigilanza di coloro, la cui fedeltà non si presterebbe mai scientemente ad abbandonare o a mettere in pericolo il retaggio loro trasmesso da tutto il passato cristiano; in un tempo in cui, più abilmente che mai, il nemico di Cristo e della Chiesa cerca, secondo la espressione dell’Apostolo delle Genti, di travestirsi in Angelo di luce; in un tempo come questo, la Chiesa ed il Pastore Supremo, responsabile della eredità del Signore, hanno più che mai il dovere di proclamare la Verità, di difenderla contro le insidie degli errori dominanti, senza rispetto umano e senza debolezza, di aprire gli occhi agli uomini di buona volontà, e segnatamente ai fedeli, sui pericoli di alcune moderne correnti, di acuire la perspicacia dei loro giudizi per discernere tempestivamente gli errori che rivestono un’apparenza di verità, affinché i Popoli non abbiano a sperimentare troppo tardi e a proprie spese l’amaro ammonimento del Profeta: Avete arato la empietà, avete mietuto la iniquità, vi siete nutriti dei frutti della menzogna». A questo ammonimento seguì la lettura del Messaggio Natalizio Pontificio sul problema della Democrazia, Messaggio che è tutta una condanna della concezione degasperiana e democristiana della Politica. Questo Messaggio, da noi più volte illustrato nei suoi passi salienti, non è MAI stato invocato - per quanto abbiamo potuto accertare - da De Gasperi e dai suoi giornali a sostegno della loro azione politica. In più, il Messaggio è stato pubblicato con gravi falsificazioni, in senso filodemocristiano, su Riviste Diocesane e su pubblicazioni che tendono a sostenere il Partito dominante: né a noi è stato possibile, in genere, ottenere una rettifica di queste falsificazioni. Quali sono dunque gli «errori che rivestono una apparenza di verità», secondo il Sommo Pontefice? Forse solo l’errore del Comunismo che col suo materialismo brutale, con la sua aperta lotta contro la Religione, con le sue barriere di silenzio e feroci epurazioni, non mostra certo di presentarsi come un «Angelo di luce?». Noi non abbiamo mai mancato di richiamare l’attenzione di Chi deve vigilare, e le nostre due denunce al Santo Offizio, contro gli errori del De Gasperi e dei suoi sostenitori documentano un indirizzo ed un’azione precisa di cui purtroppo gli eventi succedutisi in questi anni hanno largamente dimostrato il fondamento. Siamo dispostissimi a lasciare un Morto, tutti i Morti, nella sperata pace: ma non possiamo deflettere contro rinnovati tentativi di «mettere in pericolo il retaggio trasmesso da tutto il passato Cristiano».
Di Carlo Francesco D’Agostino - Centro Politico Italiano - Ed. L’Alleanza Italiana. Da Quaderni della Nuova Alleanza n° 48, pag. 69 seg. - Estratto de L’Alleanza Italiana, settembre 1954.
Questo breve estrapolato è solo un assaggio - anche eccessivamente sintetico - della corposa e meritevole opera che per più di mezzo secolo il Cav. D’Agostino ha condotto contro la D.C., ossia il modernismo dottrinale e sociale camuffato dietro lo “scudo crociato”.
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Papa Pio XII nel suo Radiomessaggio per la Festa di Pentecoste del 1941 auspicava il «rispetto del diritto della famiglia ad uno spazio vitale». Il Pontefice, che fu tra i primi ad occuparsi seriamente (merce rara oggigiorno) di emigrazione ed immigrazione dopo l’epoca gloriosa dei Papi e dei missionari, prima del colonialismo massonico dei cosiddetti “esportatori di democrazia”, domandava lealtà e vera carità, affinché la parte che «lascia il luogo natio» e quella che «ammette i nuovi venuti» possano, insieme, «lealmente eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere ed allo svolgersi di una verace fiducia tra il paese di emigrazione ed il paese d’immigrazione», cosicché «tutti i partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio».
Il punto focale della teologia prettamente tomista di Pio XII, autore inoltre della magna charta sull’immigrazione, la Exsul Familia del giorno 1 agosto 1952, dunque la bolla della teologia cattolica a riguardo, è la comune condivisione della corretta morale e vera dottrina sociale della Chiesa, come esposta da Papa Leone XIII nella Rerum Novarum del 15 maggio 1891, che egli cita. È solo rispettando quei principi divini e naturali, tanto cari alla Chiesa ed agli uomini di retto intelletto, che «le famiglie riceveranno un terreno che sarà per loro terra patria nel vero senso della parola»; i popoli si creeranno «nuovi amici in territori stranieri»; e gli Stati che accolgono gli emigrati «guadagneranno cittadini operosi». Così le nazioni che danno e gli Stati che ricevono: «in pari gara, contribuiranno all’incremento del benessere umano ed al progresso dell’umana cultura».
Secondo Papa Leone XIII, che si è espresso nel mentovato documento, non è pensabile di raggiungere questa concordia sociale, come non è possibile «valutare a dovere le cose del tempo», se l’animo non si «eleva ad un’altra vita», ossia a «quella eterna», senza la quale «la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua». Papa Pecci ci insegna che tutto quanto la «natura ci detta nel cristianesimo» è un «dogma su cui, come principale fondamento, poggia tutto l’edificio della religione». Ciò che importa, quindi, è «il buono o cattivo uso [che si fa] dei beni a disposizione», poiché «la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù».
Il dotto Pontefice insiste in numerose sue Encicliche sul vero valore della carità, che egli nettamente distingue da quella propensione particolarmente volgare che oggi tutti chiamano “filantropia”, eziandio «nelle condizioni presenti», per una «triste ma vera necessità», denuncia il Papa: «la setta massonica, per quanto ostenti uno spirito di beneficenza e di filantropia, non può esercitare che un’influenza funesta: ed appunto funesta perché combatte e tenta distruggere la religione di Cristo, vera benefattrice dell’umanità» (Dall’alto, 15 ottobre 1890). Tuona nella Inimica Vis del giorno 8 dicembre 1892: «Oh in quante famiglie il lupo penetrò in veste d’agnello!», è attraverso tutte quelle «svariatissime società, che oggi [si sviluppano] in ogni ordine di sociale attinenza» che penetra «il veleno massonico»; società filantropiche da scansare come la peste, «di cui non ben conoscano la natura e lo scopo», giacché «passaporto alla merce massonica è spesso quella ciarliera filantropia, contrapposta con tanta pompa alla carità cristiana». Dunque conclude: «nel vostro cuore [siate] cattolici e italiani» e «deplorate questa empia guerra [che vuol] rapirvi al prezioso tesoro».
Sia Papa Pio XII che Papa Leone XIII, «come tutti i Romani Pontefici», prima della disfatta dottrinale e morale del modernismo, «esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino» (cf. Aeterni Patris, 4 agosto 1879), pensiero «ardente di amore» e davvero vincolante se si intende conservare la vera fede, da osservare «attentamente ed inviolabilmente» (cf. Studiorum Ducem, Pio XI, 29 giugno 1923). Papa Innocenzo VI affermava: «La dottrina di questo [di san Tommaso] possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata».
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Insegna Papa Leone XIII, Sapientiae christianae, 10.01.1890: «La legge è il dettame della retta ragione dalla legittima autorità promulgato e non vi è legittima autorità se non deriva da Dio sommo Re e Signore di tutte le cose, che solo può dare a un uomo sugli altri l’impero».
Nella Au milieu des sollicitudes, 16.02.1892, lo stesso Sommo Maestro di Dottrina sociale attesta e decreta: «Governi politici diversi si sono succeduti: imperi, monarchie, repubbliche. Rimanendo sul terreno delle astrazioni, si arriverebbe a stabilire quale di queste forme sia la migliore, considerandole in loro stesse; si può anche veritieramente riconoscere che ciascuna di queste forme è buona, purché sappia andar dritto al suo fine, e cioè al bene comune, per il quale è costituita l’autorità sociale; conviene aggiungere, infine, che da un punto di vista relativo l’una o l’altra forma di governo può essere preferibile in quanto si adatti meglio al carattere ed ai costumi di una o altra particolare Nazione. In questo ordine speculativo di idee i cattolici, come ogni altro cittadino, hanno piena libertà di preferire una forma di governo piuttosto che un’altra, appunto perché nessuna di esse, per se stessa, si oppone alle esigenze di una sana ragione e neppure alle massime della dottrina cristiana. Quando dalle astrazioni si scende sul terreno dei fatti, occorre star bene in guardia a non rinnegare i principii or ora stabiliti; essi permangono irremovibili. Incarnandosi però nei fatti si rivestono di un carattere di contingenza determinato dal contorno in cui si verifica la loro applicazione. In altre parole, se ogni forma politica per se stessa è buona, e può essere messa in atto nel governo dei popoli, tuttavia in fatto il potere politico non lo si riscontra sotto una medesima forma presso tutti i popoli; ciascuno ne ha una sua propria. Questa forma nasce dall’insieme delle circostanze storiche o nazionali, pur sempre umane, che fanno sorgere in una nazione le sue leggi tradizionali, anche fondamentali: da queste si trova determinata la forma particolare di governo e la regola di trasmissione dei supremi poteri».
Ed ancora, nella Notre consolation del 3.05.1892, spiega: «In politica, più che altrove, si verificano cambiamenti inattesi. Monarchie colossali crollano o si smembrano: dinastie soppiantano dinastie: sulle forme politiche adottate altre se ne costituiscono, come nel nostro secolo se ne sono avuti sovrabbondanti esempi. Questi cambiamenti, nella loro origine, sono ben lungi dall’essere sempre legittimi: è anzi difficile che lo siano. Tuttavia il criterio supremo del bene comune e della pubblica tranquillità esige che si accettino questi nuovi regimi stabilitisi di fatto, succeduti ai precedenti governi che, di fatto, non più sussistono. Per tal via le regole ordinarie della trasmissione dei poteri (civili, ndR) restano sospese, e possono anche, col tempo, restare definitivamente abolite. Comunque si giudichino queste trasformazioni straordinarie nella vita dei Popoli, di cui a Dio spetta calcolare le leggi ed all’uomo trarre partito dalle conseguenze, l’onore e la coscienza tuttavia esigono, in qualsiasi situazione, una subordinazione sincera ai governi costituiti; essa è dovuta in nome di quella sovrana, indiscutibile, inalienabile norma detta “la ragione del bene sociale”. Dove andrebbero a finire onore e coscienza se fosse permesso al cittadino di sacrificare il beneficio della pubblica tranquillità alle sue vedute personali ed ai suoi legami di partito?».
Nessuna utopia, dunque, ma: a) Distinguiamo l’origine di questi cambiamenti (possibili nella società squisitamente umana); b) Prendiamo atto del fatto; c) Seguiamo la norma della ragione del bene sociale. La storia degli ultimi tre secoli - dopo gli stravolgimenti provocati dalle inique Rivoluzioni - certifica, all’atto pratico, quale debba essere ordinariamente la risposta del buon cristiano. Nei precedenti articoli già si è detto come, in che modo ed entro quali limiti è lecito muoversi.
Finalmente: «Coloro che sono intimamente convinti dello spirito cristiano, sentono come obbligo di coscienza di dover obbedire all’autorità legittima e di rispettare i diritti di chicchessia; questa disposizione di animo è il più efficace mezzo per recidere alla radice ogni disordine, ogni violenza, tutte le ingiustizie, il desiderio di novità, l’odio fra i diversi ordini sociali…» (Leone XIII, Auspicato concessum, 17.09.1882). Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 23 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Insegna Papa Pio XII nel Radiomessaggio natalizio del 1942: «La ragione, illuminata dalla fede, assegna alle singole persone e particolari società nell’organizzazione sociale un posto fisso e nobile; e sa, per parlare solo del più importante, che tutta l’attività dello Stato, politica ed economica serve per l’attuazione duratura del bene comune; cioè, di quelle esterne condizioni, le quali sono necessarie all’insieme dei cittadini per lo sviluppo delle loro qualità e dei loro uffici, della loro vita materiale, intellettuale e religiosa, in quanto, da un lato, le forze e le energie della famiglia e di altri organismi, a cui spetta una naturale precedenza, non bastano, e, dall’altro, la volontà salvifica di Dio non abbia determinata nella Chiesa un’altra universale società a servizio della persona umana e dell’attuazione dei suoi fini religiosi».
Afferma sempre Papa Pacelli rivolgendosi al Patriziato romano (08.01.1947): «Questo bene comune, vale a dire l’attuazione di normali e stabili condizioni pubbliche, in modo che sia ai singoli che alle famiglie, col retto uso delle loro forze, riesca non difficile di condurre una vita, secondo la legge di Dio, degna, regolata, felice, è il fine e la norma dello Stato e dei suoi organi».
Papa Pio XI asserisce nella Mit brennender sorge (14.03.1937): «L’uomo, in quanto persona, possiede diritti dati da Dio, che devono essere tutelati da ogni attentato della comunità, che avesse per scopo di negarli, di abolirli e di impedirne l’esercizio. Disprezzando questa verità si perde di vista che il vero bene comune, in ultima analisi, viene determinato e conosciuto mediante la natura dell’uomo, con il suo armonico equilibrio fra diritto personale e legame sociale, come anche dal fine della società, determinato dalla stessa natura umana. La società è voluta dal Creatore come mezzo per il pieno sviluppo delle facoltà individuali e sociali di cui l’uomo ha a valersi, ora dando ora ricevendo per il bene suo e quello degli altri. Anche quei valori più universali e più alti che possono essere realizzati, non dall’individuo, ma solo dalla società, hanno per volontà del Creatore come ultimo scopo l’uomo e il suo sviluppo e perfezionamento naturale e soprannaturale. Chi si allontana da questo ordine scuote i pilastri su cui riposa la società, e ne pone in pericolo la tranquillità, la sicurezza, l’esistenza».
Papa Pio XII nella Summi pontificatus (20.10.1939) attesta: «La sovranità civile è stata voluta dal Creatore (come sapientemente insegna il Nostro grande Predecessore Leone XIII nell’Enciclica Immortale Dei), perché regolasse la vita sociale secondo le prescrizioni di un ordine immutabile nei suoi principii universali, rendesse più agevole alla persona umana, nell’ordine temporale, il conseguimento della perfezione fisica, intellettuale e morale e l’aiutasse a raggiungere il fine soprannaturale. È quindi nobile prerogativa e missione dello Stato il controllare, aiutare e ordinare le attività private e individuali della vita nazionale, per farle convergere armonicamente al bene comune, il quale non può essere determinato da concezioni arbitrarie, né ricevere la sua norma primariamente dalla prosperità materiale della società, ma piuttosto dallo sviluppo armonico e dalla perfezione naturale dell’uomo, a cui la società è destinata, quale mezzo, dal Creatore».
Ammonisce: «Considerare lo Stato come fine, a cui ogni cosa dovrebbe essere subordinata e indirizzata, non potrebbe che nuocere alla vera e durevole prosperità delle nazioni. E ciò avviene, sia che tale dominio illimitato venga attribuito allo Stato, quale mandatario della nazione, del popolo o anche di una classe sociale, sia che venga preteso dallo Stato, quale padrone assoluto, indipendentemente da qualsiasi mandato. Se lo Stato infatti a sé attribuisce ed ordina le iniziative private, queste, governate come sono da complesse e delicate norme interne, che garantiscono e assicurano il conseguimento dello scopo ad esse proprio, possono essere danneggiate, con svantaggio del pubblico bene, venendo avulse dall’ambiente loro naturale, cioè dalla responsabile attività privata».
Prosegue: «Anche la prima ed essenziale cellula della società, la famiglia, come il suo benessere e il suo accrescimento, correrebbe allora il pericolo di venir considerata esclusivamente sotto il profilo della potenza nazionale e si dimenticherebbe che l’uomo e la famiglia sono per natura anteriori allo Stato, e che il Creatore dette ad entrambi forze e diritti e assegnò una missione, rispondente ad indubbie esigenze naturali».
Lo stesso Pontefice Pio XII spiega ai rappresentanti del popolo polacco (28.07.1944): «In questo risiede il prezioso segreto della forza nazionale: un Potere che non ha di mira che il bene del Popolo e, reciprocamente, un Popolo unanimemente e confidentemente sottomesso ai suoi Capi, in vista del bene comune». Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 40 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Insegna San Paolo a Timoteo (I, VI, 6-11): «Veramente una grand’arte di guadagno è la pietà con il contentarsi di poco. Nulla infatti abbiamo portato in questo mondo: e non vi è dubbio che nulla possiamo portar via. Ma avendo gli alimenti, e di che coprirci, contentiamoci di questo. Poiché quelli che vogliono (con sfrenata bramosia, ndR) arricchire, cadono nella tentazione e in molti desideri inutili e nocivi, che sommergono gli uomini nella distruzione e nella perdizione. Una radice, infatti, di tutti i mali è la cupidigia: per amore della quale alcuni hanno deviato dalla fede, e si sono trafitti con molti dolori».
Insegna Papa Pio XI nella Quadragesimo anno (15.05.1931): «Allora l’economia sociale veramente sussisterà ed otterrà i suoi fini, quando a tutti e singoli i soci saranno somministrati (secondo giustizia, ndR) tutti i beni che si possono apprestare con le forze ed i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessarii sia a soddisfare ai bisogni ed alle oneste comodità sia a promuovere gli uomini a quella più felice condizione di vita, che, quando la cosa si faccia prudentemente (secondo l’ordine di Dio, ndR), non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce».
Il medesimo Sommo Pontefice, massimo castigatore del Comunismo e del Socialismo, asserisce nella Ubi arcano (23.12.1922): «È nella natura stessa dei beni materiali che la loro disordinata ricerca diventi radice di ogni male e segnatamente di abbassamento morale e di discordie. Infatti da una parte non possono quei beni, in se stessi vili e finiti, appagare le nobili aspirazioni del cuore umano che, creato da Dio e per Iddio, è necessariamente inquieto, finché in Dio non riposi. Dall’altra parte, al contrario dei beni dello spirito, che quanto più si comunicano, tanto più arricchiscono senza mai diminuire, i beni materiali quanto più si spartiscono tra molti, più scemano nei singoli, dovendosi di necessità sottrarre agli uni quello che agli altri è dato: onde non possono mai né contentare tutti ugualmente, né appagare alcuno interamente, e con ciò diventano fonte di divisione e insieme afflizione di spirito, come li sperimentò il sapiente Salomone: “Vanitas vanitatum et afflictio spiritus: vanità delle vanità ed afflizione dello spirito” (Ecclesiaste, I-2-14). E ciò avviene nella società non meno che negli individui. “Donde mai le guerre e contese tra Voi - domanda l’apostolo San Giacomo - non forse dalle Vostre concupiscenze? ” (IV, 1-2)».
Afferma Papa Leone XIII nella Rerum novarum (15.05.1891): «I beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano». Poi chiarisce (ibidem.): «Naturale diritto dell’uomo è la privata proprietà dei beni e l’esercitare questo diritto é, specialmente nella vita socievole, assolutamente necessario. È lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all’umana vita che l’uomo abbia la proprietà dei beni (S. Th. III-II, q. 66, a. 2). Ma se inoltre si domandi quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all’altrui necessità. Onde l’Apostolo dice: Comanda ai ricchi di questo secolo di dare e comunicare facilmente il proprio. Nessuno, certo, é tenuto a soccorrere gli altri con le cose necessarie a sé e ai suoi, anzi neppure con ciò che è necessario alla convivenza e al decoro del proprio stato, perché nessuno deve vivere in modo non conveniente (S. Th. II-II, q. 32, a. 6). Ma, soddisfatte le necessità e la convenienza, è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina (Luc. XI,41). Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica (come favoleggiano alcuni, ndR), ma sopra le leggi ed i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo».
Papa Pio XI sempre nella Quadragesimo anno (15.05.1931) asserisce: «(Tuttavia) si può legittimamente riservare ai pubblici poteri alcune categorie di beni, quelli cioè che presentano un tale potere da non doverli lasciare, senza mettere in pericolo il bene comune, nelle mani dei privati».
Papa Pio XII agli uomini di A.C. (07.09.1947) insegna: «Senza dubbio il naturale corso delle cose porta con sé - e non è né economicamente né socialmente anormale - che i beni della terra siano, entro certi limiti, inegualmente divisi. Tuttavia la Chiesa si oppone all’accumulamento di quei beni nelle mani di relativamente pochi straricchi, mentre vasti ceti del popolo sono condannati ad un pauperismo e ad una condizione economica indegna di esseri umani. Una più giusta distribuzione della ricchezza (da non confondere con le vaneggianti, ingiuste ed innaturali rivendicazioni del Comunismo e del Socialismo, ndR) è dunque un alto scopo sociale degno dei vostri sforzi». Abbiamo risolto la questione in poche righe con l’uso corretto di questi indefettibili insegnamenti. Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 50 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Che cosa s’intende per «pace fredda»? Risponde Papa Pio XII nel Radiomessaggio di Natale (anno 1954). È chiaro che la semplice coesistenza - dice - non merita il nome di pace, quale la tradizione cristiana ha definito «tranquillitas ordinis». La «pace fredda» è soltanto una calma provvisoria, il cui durare è condizionato dalla sensazione mutevole del timore, dal calcolo oscillante delle forze presenti; mentre non ha nulla dell’ordine giusto, il quale suppone una serie di rapporti convergenti in un comune scopo giusto e retto. Escludendo poi qualsiasi vincolo d’ordine spirituale tra i popoli - prosegue - la «pace fredda» è ben lontana da quella predicata e voluta dal Divino Maestro, fondata cioè sull’unione degli spiriti nella medesima fede, e che san Paolo definisce «pax Dei», la quale impegna le intelligenze ed i cuori, e si esercita in armonica collaborazione di opere in tutti i campi della vita, non escluso quello politico, sociale ed economico.
È impressione comune, ricavata dalla semplice osservazione dei fatti, - riflette - che il principale fondamento, su cui poggia il presente stato di relativa calma, sia il timore. Ciascuno dei gruppi, nei quali è divisa l’umana famiglia, tollera che esista l’altro, perché non vuole perire egli stesso. Evitando in tal modo il fatale rischio, i gruppi non convivono, ma coesistono. Non è stato di guerra, ma neppure è pace: è una «fredda calma». In ciascuno dei gruppi è assillante il timore per la potenza militare ed economica dell’altro, è viva l’apprensione per gli effetti catastrofici delle nuovissime armi. Con attenzione piena d’angoscia ciascuno segue lo sviluppo tecnico degli armamenti dell’altro e le sue capacità di produzione economica, mentre affida alla propria propaganda di trarre profitto dall’altrui timore, rafforzandone ed estendendo il senso.
L’assurdo più evidente che emerge da un così miserevole stato di cose - rileva il Pontefice - è questo: la odierna prassi politica, pur paventando la guerra come somma catastrofe, le concede tutto il credito, quasi sia l’unico espediente per sussistere e l’unica regolatrice dei rapporti internazionali. In un certo senso, si confida in ciò da cui supremamente si aborre. È innegabile - prosegue - che l’economia, avvalendosi dell’incalzante progresso della tecnica moderna, ha raggiunto con attività febbrile sorprendenti risultati, tali da far prevedere una trasformazione profonda della vita dei popoli, anche di quelli creduti finora alquanto arretrati. Tuttavia l’economia, con la sua capacità apparentemente illimitata di produrre beni, e con la molteplicità delle sue relazioni, esercita presso molti contemporanei un fascino superiore alle sue possibilità e su terreni ad essa estranei.
L’errore di una simile fiducia riposta nella moderna economia accomuna ancora una volta le due parti, in cui il mondo d’oggi è smembrato. In una di esse s’insegna che se l’uomo ha dimostrato tanto potere da creare il meraviglioso complesso tecnico-economico di cui oggi si vanta, avrà anche la capacità di organizzare la liberazione della vita umana da tutte le privazioni e tutti i mali di cui soffre, e di operare in tal modo una sorta di autoredenzione. D’altra parte, invece, guadagna terreno, la concezione che dall’economia, e in particolare da una sua forma specifica, quale è il libero scambio, si deve attendere la soluzione del problema della pace.
Il corso degli avvenimenti - rileva il Papa - ha dimostrato quanto sia ingannevole l’illusione (anche mistica) di confidare la pace al solo libero scambio. Infatti, mentre in una delle parti coesistenti nella «pace fredda», la libertà economica, tanto esaltata, in realtà ancora non esiste; nell’altra è addirittura rigettata come principio assurdo. Vi è fra ambedue un diametrale contrasto nel concepire i fondamenti stessi della vita. Mentre una delle parti fonda la sua coesione interna sopra un’idea falsa, anzi lesiva dei primari diritti umani e divini, ma tuttavia efficace; l’altra, dimentica di averne già in sé una, vera, provata con buon successo nel passato, sembra invece dirigersi verso princìpi politici evidentemente dissolutori dell’unità.
Molti stimano che la politica stia per ritornare al tipo di Stato nazionalistico, chiuso in se stesso, accentratore delle forze, irrequieto nella scelta delle alleanze, e quindi non meno pernicioso di quello in auge nel secolo scorso. Si è dimenticato l’enorme cumulo di sacrifici di vite e di beni estorto da questo tipo di Stato e gli schiaccianti pesi economici e spirituali da esso imposti. La sostanza dell’errore consiste nel confondere la vita nazionale in senso proprio con la politica nazionalistica: la prima, diritto e pregio di un popolo, può e deve essere promossa; la seconda, quale germe d’infiniti mali, non sarà mai abbastanza respinta. Presagisce: È chiaro che se la comunità europea s’inoltrasse in questa via, la sua coesione risulterebbe ben fragile in paragone a quella che ha di fronte.
Soltanto lo spirito, immagine di Dio ed esecutore dei Suoi disegni, - conclude - può stabilire sulla terra ordine ed armonia, e vi perverrà nella misura in cui si renderà interprete fedele e docile strumento dell’unico Salvatore Gesù Cristo, pace Egli stesso. Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 132 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Papa Pio XII nel Radiomessaggio di Natale (anno 1954) analizza anche la questione della coesistenza nella verità. Leggiamo con attenzione quanto insegna il Sommo Pontefice. Cito: Si è accresciuta la schiera di coloro che si ribellano all’idea di doversi contentare della mera coesistenza, rinunziando a rapporti più vitali con l’altro gruppo, e di essere costretti a vivere tutti i giorni della loro esistenza in un’aura di snervante timore. Sono così tornati a considerare il problema della pace e della guerra come un fatto di responsabilità superiore e cristiana dinanzi a Dio ed alla legge morale.
Certamente anche in questo mutato modo di considerare il problema entra l’elemento «timore», come freno alla guerra e stimolo alla pace; ma si tratta del timore salutare di Dio, garante e vindice dell’ordine morale, e quindi, come insegna il Salmista, del principio di sapienza. Trasportato il problema su questo piano più elevato e unicamente degno delle creature razionali, è riapparsa netta l’assurdità della dottrina che ha imperato nelle scuole politiche degli ultimi decenni: essere, cioè, la guerra una delle tante forme ammesse dell’azione politica, lo sbocco necessario, quasi naturale, degli insanabili dissensi tra due paesi; essere quindi la guerra un fatto estraneo a qualsiasi responsabilità morale.
Assurdo ed inammissibile è apparso parimenti il principio, anche questo per lungo tempo accettato, secondo il quale il governante, che dichiara una guerra, sarebbe soltanto soggetto ad incorrere in un errore politico, se questa sarà perduta; ma non potrebbe in nessun caso esser accusato di colpa morale e di delitto, non avendo, potendolo, conservato la pace. Prosegue il Papa: Appunto questa concezione assurda ed immorale della guerra rese vani, nelle settimane fatali del 1939, i Nostri sforzi, tendenti a sorreggere in ambedue le parti la volontà di continuare a trattare. La guerra fu allora considerata come un dado, da giuocare con maggiore o minore cautela e destrezza, non un fatto morale che impegnava la coscienza e le superiori responsabilità. Occorsero le immense distese di tombe e di rovine, perché si rivelasse il vero volto della guerra: non un gioco più o meno fortunato tra interessi; ma la tragedia, più spirituale che materiale, di milioni di uomini; non il rischio di qualche bene, ma la perdita di tutto: un fatto di enorme gravità.
Afferma ancora: Com’è possibile - si domandarono allora molti con la semplicità e la verità del buon senso - che, mentre ciascuno sente urgere in sé la responsabilità morale dei propri atti più ordinari, l’orrido fatto della guerra, che pure è frutto di libera determinazione in qualcuno, possa sottrarsi al dominio della coscienza, né vi sia un Giudice, cui le innocenti vittime abbiano accesso? In quel nascente clima di rinsavimento popolare, il Nostro grido «guerra alla guerra», col quale, nel 1944, dichiarammo la lotta al puro formalismo dell’azione politica e alle dottrine della guerra che non tengono conto di Dio, né dei Suoi comandamenti, trovò larghi consensi.
Quel salutare rinsavimento, non che dileguarsi, si è maggiormente approfondito ed esteso negli anni della guerra fredda, forse perché la prolungata esperienza ha messo anche più in risalto l’assurdità di una vita controllata dal timore. In tal modo la pace fredda, con le stesse sue incoerenze e coi suoi disagi, mostra di muovere i primi passi verso un ordine morale autentico e verso il riconoscimento dell’alta dottrina della Chiesa sulla guerra giusta ed ingiusta, sulla liceità e la illiceità del ricorso alle armi.
Continua: Vi giungerà certamente, se dall’una e dall’altra parte si ritornerà con animo sincero, quasi religioso, a considerare la guerra come oggetto dell’ordine morale, la cui violazione costituisce realmente una colpa che non resta impunita. Vi giungerà, se, in concreto, gli uomini politici, prima di vagliare i vantaggi ed i rischi delle loro determinazioni, si riconosceranno personalmente soggetti alle eterne leggi morali, e tratteranno il problema della guerra come una questione di coscienza dinanzi a Dio. Non vi è altro mezzo, nelle presenti condizioni, per liberare il mondo dall’incubo angoscioso, se non ricorrendo al timore di Dio, che non avvilisce chi in sé lo accoglie; lo preserva anzi dall’infamia dell’immane crimine, che è la guerra non imposta.
E chi potrebbe meravigliarsi se la pace e la guerra risultano in tal modo strettamente connesse con la verità religiosa? Tutta la realtà è di Dio: proprio nel distaccare la realtà dal suo principio e fine consiste la radice di ogni male. Di qui risulta anche evidente che uno sforzo o una propaganda pacifista che provenisse da chi nega ogni fede in Dio, è sempre molto dubbia, incapace di attenuare od eliminare l’angoscioso senso di timore, se pure non sia condotta ad arte come espediente per provocare un effetto tattico di eccitamento e di confusione. La presente coesistenza nel timore ha così solo due prospettive dinanzi a sé: o si innalzerà a coesistenza nel timore di Dio, e poi a convivenza di pace vera, ispirata e vegliata dal suo ordine morale; ovvero si contrarrà sempre di più in una glaciale paralisi della vita internazionale, i cui gravi pericoli sono già fin da ora prevedibili. Prosegue …
Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 134 segg.).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Insegna Papa Pio XII alle A.C.L.I. (Lavoratori Cristiani) il giorno 11.03.1945: «È giunto ormai il tempo di pensare con la Quadragesimo anno ad un nuovo ordinamento delle forze produttive del popolo. (…) Sappiano gli uomini vedere e riconoscere quella più alta unità la quale lega fra loro tutti quelli che collaborano alla produzione, vale a dire il loro collegamento e la loro solidarietà nel dovere che hanno di provvedere insieme stabilmente al bene comune ed ai bisogni di tutta la comunità. Che questa solidarietà si estenda ad ogni ramo della produzione, che divenga il fondamento di un miglior ordine economico, di una sana e giusta autonomia, ed apra alle classi lavoratrici il cammino per acquistare onestamente la loro parte di responsabilità nella condotta dell’economia nazionale! In tal guisa, grazie a questa armoniosa coordinazione e cooperazione, a questa più intima unione del lavoro con gli altri fattori della vita economica, il lavoratore arriverà a trovare nella sua attività il guadagno tranquillo e sufficiente per il sostentamento della famiglia, una vera soddisfazione del suo spirito ed un potente stimolo verso il suo perfezionamento».
Attenzione, il Papa non sta affatto proclamando il dannato Socialismo, sta solo esortando datori e prestatori di lavoro ad un particolare esercizio delle virtù, necessario alla luce dei conflitti di classe infiammati «dai nemici di Cristo, che mettono a profitto tutte le difficoltà e le questioni della vita operaia, per guadagnare l’anima del lavoratore cristiano, per traviare la sua coscienza e finalmente distaccarlo e allontanarlo dal Salvatore divino» (Ivi.).
Il Pontefice, ai Datori di lavoro e prestatori d’opera, il 24.01.1946, dice: «Abbiamo già avuto occasione di esporre come al disopra della distinzione tra datori e prestatori di lavoro sia quella più alta unità, che lega tra loro quelli che collaborano alla produzione. Questa unità deve essere il fondamento del futuro ordine sociale. (…) Il collegamento e la solidarietà dei datori e prestatori di lavoro per provvedere insieme al bene comune dell’intera comunità».
Il 7.05.1949 Papa Pio XII si rivolge alle Associazioni Patronali Cattoliche: «Di questa comunanza di interesse e di responsabilità nell’opera dell’economia nazionale (…) Pio XI suggerì la formula concreta ed opportuna (…) l’organizzazione professionale nei vari rami della produzione. Nulla infatti gli sembrava più adatto a vincere il liberalesimo economico quanto la formulazione per l’economia sociale di uno statuto di diritto pubblico basato appunto sulla comunanza di responsabilità fra tutti coloro che partecipano alla produzione. Questo tratto dell’Enciclica fu oggetto di una levata di scudi: (…) sarebbe stato più saggio mettersi con fede e con cuore ad attuare quel principio e le sue molteplici applicazioni pratiche».
Nello stesso luogo il Pontefice opportunamente precisa: «Non si sarebbe nel vero se si volesse affermare che ogni impresa particolare è di natura sua una società, sì che le relazioni di coloro che ne fanno parte vi siano determinate dalle norme della giustizia distributiva, di maniera che tutti indistintamente, proprietarii o non dei mezzi di produzione, avrebbero diritto alla loro parte della proprietà o almeno degli utili della impresa. Una siffatta asserzione parte dall’ipotesi che ogni impresa rientri per natura sua nella sfera del diritto pubblico. Ipotesi inesatta: sia che l’impresa sia costituita sotto forma di fondazione o di associazione di tutti gli operai come comproprietarii, oppure che essa sia proprietà privata di un individuo che firma con i suoi operai un contratto di lavoro, nell’un caso come nell’altro rientra nell’ordine giuridico privato della vita economica». Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 141 segg.).
Nel Messaggio per il 50° della «Rerum Novarum», Pentecoste dell’anno 1941, Papa Pio XII dice: «La Rerum Novarum insegna che due sono le proprietà del lavoro umano: esso è personale ed è necessario. È personale perché si compie con l’esercizio delle particolari forze dell’uomo; è necessario perché senza di esso non si può procurare ciò che è indispensabile alla vita, mantenere la quale è un dovere naturale, grave, individuale. Al dovere personale del lavoro imposto dalla natura corrisponde e consegue il diritto naturale di ciascun individuo a fare del lavoro il mezzo per provvedere alla vita propria e dei figli: tanto altamente è ordinato per la conservazione dell’uomo l’impero della natura».
E nel Messaggio natalizio del 1942 asserisce: «Chi vuole che la stella della pace spunti e resti sulla società, dia al lavoro il posto da Dio assegnatogli fin dal principio. Come mezzo indispensabile al dominio del mondo, voluto da Dio per la Sua gloria, ogni lavoro possiede una dignità inalienabile, e in pari tempo un intimo legame col perfezionamento della persona; nobile dignità e prerogativa del lavoro cui in verun modo non avviliscono la fatica e il suo peso, che sono da sopportarsi come effetto del peccato, in ubbidienza e sommissione alla volontà di Dio».
Conclusione: Il datore si preoccupi di procurare un lavoro onesto e retribuito secondo giustizia, il prestatore si sforzi, a sua volta, di faticare con zelo e grande responsabilità, sull’esempio di San Giuseppe!
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Papa Pio XI, nella Quadragesimo anno (15 maggio 1931), ammonisce: «Voi conoscete, venerabili Fratelli e diletti Figli, come il Nostro Predecessore (Leone XIII), abbia difeso gagliardamente il diritto di proprietà contro gli errori dei socialisti, dimostrando che l’abolizione (o l’alterazione) della proprietà privata tornerebbe, non a vantaggio, ma ad estrema rovina della classe operaia. E poiché (vi sono) quelli che, con la più ingiuriosa delle calunnie, accusano il Sommo Pontefice e la Chiesa stessa, quasi abbia preso o prenda ancora le parti dei ricchi contro i proletari, e poiché tra i cattolici stessi si riscontrano dissensi intorno alla vera e schietta sentenza Leoniana, Ci sembra bene ribattere (ad) ogni calunnia contro quella dottrina, che è la cattolica, su questo argomento, e difenderla da false interpretazioni».
Dunque il Pontefice espone, contro le calunnie e contro le false interpretazioni, l’immutabile dottrina cattolica a riguardo.
In primo luogo: «Si (deve) ritenere per certo, che né Leone XIII né i teologi che insegnarono sotto la guida e il vigile Magistero della Chiesa, negarono mai o misero in dubbio la doppia specie di proprietà, detta individuale e sociale, secondo che riguarda gli individui o spetta al bene comune; ma hanno sempre unanimemente affermato che il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé ed alla famiglia, sia perché, grazie a tale istituto, i beni del Creatore, essendo destinati a tutta l’umana famiglia, servano veramente a questo fine; il che in nessun modo si potrebbe ottenere senza l’osservanza di un ordine certo e determinato».
La proprietà privata è, come impariamo, un diritto naturale.
Pertanto: «Occorre guardarsi diligentemente dall’urtare contro un doppio scoglio. Giacché, come negando o affievolendo il carattere sociale e pubblico del diritto di proprietà si cade e si rasenta il cosiddetto “individualismo”, così respingendo e attenuando il carattere privato e individuale del medesimo diritto, necessariamente si precipita nel “collettivismo” o almeno si sconfina verso le sue teorie. E chi non tenga presente queste considerazioni, va logicamente a cadere negli scogli del modernismo morale, giuridico e sociale, da Noi denunciati nella Nostra prima enciclica (Ubi arcano del 23 dicembre 1922). E di ciò si persuadano coloro specialmente che, amanti delle novità, non si peritano d’incolpare la Chiesa con vituperose calunnie, quasi abbia permesso che nella dottrina dei teologi s’infiltrasse il concetto pagano della proprietà, al quale bisognerebbe assolutamente sostituire un altro, che con strana ignoranza essi chiamano “cristiano”».
Il Papa denuncia e contrasta uno dei tanti errori eruttati dai divulgatori della «sintesi di tutte le eresie» (cfr. Pascendi, San Pio X), il modernismo, pestilenziali soggetti che spacciano per cristiano ciò che è, invece, ignoranza ed irragionevolezza. Per rispondere ad una delle tante obiezioni mosse dai sediziosi, il Pontefice spiega: «La giustizia commutativa vuole che sia scrupolosamente mantenuta la divisione dei beni, e che non si invada il diritto altrui col trapassare i limiti del dominio proprio; che poi i padroni non usino se non onestamente della proprietà, ciò non è ufficio di questa speciale giustizia, ma di altre virtù, dei cui doveri non si può esigere l’adempimento per vie giuridiche (cfr. Rerum novarum, n. 19). Onde a torto certuni pretendono che la proprietà e l’onesto uso di essa siano ristretti dentro gli stessi confini; e molto più è contrario a verità il dire che il diritto di proprietà venga meno o si perda per l’abuso o il non uso che se ne faccia».
Ciò premesso: «La pubblica autorità non può usare arbitrariamente di tale diritto (non può trapassare i limiti del dominio privato); poiché bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere, perché l’uomo é anteriore allo Stato (cfr. Rerum novarum, n. 6), ed anche perché il domestico consorzio è logicamente e storicamente anteriore al civile (ivi., n. l0). Perciò il sapientissimo Leone XIII aveva già dichiarato non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti (o con altre misure) la proprietà privata da renderla quasi stremata. Poiché non derivando il diritto di proprietà privata da legge umana, ma da legge naturale, lo Stato non può annientarlo, ma semplicemente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune (ivi., n. 35)».
Per concludere diciamo che lo Stato, il datore ed il prestatore d’opera devono, insieme e nel rispetto della legge di natura, adoperarsi diligentemente per il bene pubblico e domestico. A questo proposito occorre tenere bene a mente la sentenza dell’Apostolo: «Chi non vuole lavorare non mangi (2 Tess., 3, 10)». Sentenza proferita contro quelli che si astengono dal lavoro, quando potrebbero e dovrebbero lavorare»; ma non insegna che il lavoro sia l’unico titolo per ricevere vitto e proventi (cfr. 2 Tess., 3,8-10). Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 142) ed altrove.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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La cosiddetta “immigrazione” è un tema complesso e non può essere affrontato per blocchi ideologico-partitici. Per un verso si rischia di diventare patetici, ipocriti e talvolta affaristi; per l’altro utopisti, nazionalisti e prossimi al razzismo. Sbagliano i primi, ma sbagliano anche i secondi. Tuttavia è l’errore pratico dei primi a fomentare l’errore intanto ideologico dei secondi. Difatti senza l’errore degli immigrazionisti non sarebbe così diffuso l’errore dei nazionalisti.
Dice il Santo che «la lingua deve muoversi quando il cuore è fermo», significa che l’intelletto va usato bene, mortificando le passioni e gli interessi mondani: solo dopo - e dopo aver pregato - conviene esprimersi. È quello che sto cercando di fare scrivendo lucidamente di immigrazione.
Devo precisare, a scanso di equivoci, che una cosa è il Patriottismo, approvato e favorito dalla Chiesa, altro è il Nazionalismo, condannato soprattutto dai Pontefici che hanno regnato in tempo di guerra. Dunque rigetto in principio l’eventuale accusa di non essere patriota, mentre ringrazio Dio di non essere nazionalista. Va aggiunto che ritengo il razzismo un disprezzo contro Dio ed un peccato contro la persona. Le esistenti differenze di natura, anche fra persone, non sono conseguenza di un errore del Creatore, ma fanno parte di un Suo preciso e perfettissimo progetto, pertanto il razzista disprezza Chi crea. Parimenti dimostra un difetto di ragione chi non riconosce l’esistenza delle razze.
Cerchiamo di risolvere la questione “immigrazione” secondo il pensiero cattolico.
Vista la posizione irresponsabile e fanatica della quasi totalità degli “uomini di Chiesa” contemporanei, vi prego di non pensare al Cattolicesimo avendo per riferimento gli odierni occupanti modernisti: «infidi, superbi e ignoranti» (cfr. Pascendi, San Pio X). In contro, vi esorto ad accettare la vera dottrina cattolica, quasi offuscata dalla «caligine del pozzo d’Abisso» (Apoc., IX, 2) del Modernismo, pensando alla Chiesa ordinariamente detta “preconciliare”: governata da sapienti e venerandi uomini di fede, i quali, nonostante i propri limiti umani e nonostante gli errori di alcuni Re cattolici, seppero civilizzare la Terra.
Ma veniamo al tema. È di diritto naturale che il pianeta Terra non è proprietà di qualcuno, ma è a disposizione, come vuole il buon Dio, di tutti i suoi abitanti. Prima della diffusa laicità, difatti, i cristiani ordinariamente disponevano delle cose del creato secondo la volontà di Dio: nell’osservanza della legge eterna, della legge di natura, del diritto divino positivo insegnato e difeso dalla Chiesa, nella sana accettazione delle proprie diversità di natura. Con l’avvento della laicità, quindi con la negazione delle predette leggi ed Istituzioni, sono proliferati il liberalismo, il socialismo, l’egualitarismo, i vizi legalizzati e finalmente la barbarie contemporanea.
Ora, quando i progressisti strombazzano: «Non si possono fermare i flussi migratori», non volendo dicono qualcosa che si accorda col diritto di natura. Caso raro, quasi una burla contro gli innaturali dogmi della laicità, da essi tanto caldeggiati. Pensiamo alle suore in fuga dai saccheggiatori e stupratori giacobini. Pensiamo ai contadini cristiani in fuga dalle orde saracene. Pensiamo ai pellirosse in fuga dallo sterminatore liberal-protestante. Pensiamo ai siculo-calabresi in fuga dall’invasore anglo-garibaldino. Pensiamo alle tante famiglie disperate in fuga dai nazisti. Pensiamo alle comunità in fuga dagli spietati golpisti comunisti. Pensiamo ai cristiani in fuga dai sionisti. Questa è storia vera, a prescindere dalle pretese ideologiche.
Oggi dobbiamo pensare ad alcuni popoli dell’Africa che hanno il diritto di fuggire da governi barbari, sadici, violenti ed ignoranti. Quindi non ha diritto a fuggire dalla propria terra solo chi scappa dalla guerra, ma anche chi ingiustamente vede ostacolato il proprio percorso di vita, vede iniquamente impedito il proprio legittimo desiderio di miglioramento, nonostante questi si impegni ed intenda agire con rettitudine.
In questo senso dobbiamo accettare anche il cosiddetto “migrante economico” e non solamente colui che “scappa dalla guerra”.
Lo stesso dobbiamo dire del “migrante climatico”. Non si può negare ad un integerrimo contadino africano di ambire alla coltivazione di un terreno naturalmente più fertile e meglio irrigato.
Qui introduciamo altre due verità. La prima è che l’africano virtuoso, o quantomeno bene intenzionato, ha il diritto di cercare lecitamente un miglioramento per sé e per la propria famiglia, laddove in Patria gli venga ingiustamente impedito. Questi ha il diritto naturale ad emigrare anche se nel suo paese non c’è la guerra. Quanti giovani italiani emigrano all’estero, eppure qui da noi non c’è guerra, perché non sono raccomandati e dunque non riescono a procacciarsi un lavoro, nemmeno sottostimato rispetto alle proprie capacità naturali? L’esistenza di questo diritto e di questo fatto non si può negare.
La seconda verità è che l’africano delinquente - intendo «delinquente di fatto» o «per cultura», a prescindere se questi abbia o non abbia avuto problemi legali in Patria - non ha lo stesso diritto di migrare conservando la sua pericolosità sociale. Diciamo lo stesso di quei soggetti che praticano culti cosiddetti “religiosi” contro la persona e di iniqua sovrapposizione all’autorità dei legittimi governi (per esempio il Sunnismo). Prosegue la prossima settimana ...
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Prosegue da lunedì 18.6. La scorsa settimana (Cliccare qui) ho provato ad esporre lucidamente la dottrina cristiana sui veri diritti del vero migrante. Auspico di aver suscitato nel lettore quella riflessione equilibrata, coerente col pensiero tomista (Cliccare qui e qui). Oggi intendo analizzare brevemente la condizione - con particolare attenzione al vincolo morale - di chi si trova nella circostanza di dover “accogliere”.
Troppo spesso, purtroppo, nei paesi d’origine non vengono rispettati quei criteri di giustizia dettati dalla legge di natura, dunque è necessario che la coinvolta controparte tenti di sanare i difetti provocati dall'irragionevolezza altrui. Negli ultimi sei anni è accaduto, al contrario, che i Governanti italiani hanno ordinariamente assecondato o fomentato questi difetti, cagionando gravissime conseguenze.
La causa prima della necessità della legge - insegna Leone XIII - va ricercata, in radice, nello stesso libero arbitrio dell’uomo, ossia nel fatto che le nostre volontà NON siano in disaccordo con la retta ragione. Sovente accade, al contrario, che l’uomo agisce contro detta legge, contro la ragione stessa e contro le virtù. A tale deficienza è doveroso opporre argine e rimedio affinché - conclude il Papa - gli uomini si conservino liberi ed uniti nel civile consorzio (cfr. Libertas).
Negli ultimi sei anni l’Italiano si è visto costretto a dover “accogliere” e “mantenere” lo straniero senza alcun criterio selettivo e contro le reali disponibilità dell’erario, atteso che oramai non esiste più neanche l'Organo facente reale e concreta funzione di zecca o di banca di Stato. Tuttavia l’Italiano, essendo stato particolarmente privilegiato dalla Provvidenza, ha uno speciale dovere di prodigarsi nelle opere di misericordia corporale e spirituale. Come risolvere la questione?
Abbiamo già comprovato che gli attuali portavoce del “Clero” modernista, dimostrando ampiamente di aver perduto l’abito della fede (cfr. Mortalium Animos, Pio XI), non sono più in grado di esercitare la carità e non resta loro che propagandare la mondana e pericolosa filantropia (cfr. Humanum Genus, Leone XIII). I loro interventi salottieri sull’immigrazione, per conseguenza, non possono essere degni di attenzione per una mente elevata, né regola di condotta morale (cfr. Pascendi Dominici gregis e Notre Charge Apostolique, San Pio X).
Ciò premesso, riconosciamo come primario fine di chi governa una Nazione il raggiungimento del bene comune del popolo che dalla Provvidenza gli è stato affidato (cfr. De Regimine Principum, San Tommaso d'Aquino). Quando il governante non è in grado, come accade attualmente in Italia, di garantire tale fine, non ha più lo stesso stringente dovere di prodigarsi per lo straniero, se non per sporadici selezionati individui. Se, malgrado l’evidenza, dovesse ostinatamente agire contro ragione e contro lo stesso diritto di natura, avrebbe tradito il proprio popolo e la missione affidatagli da Dio.
Il governante ha anche il dovere di garantire l’ordine pubblico - ossia il retto culto, la vera scienza e la purità dei costumi -, di farlo anche vigilando sui propri confini e tentando di estirpare ogni minaccia interna ed esterna (Cliccare qui).
L’Italia - non nascondiamo la verità - avendo rinunciato anche alla proprietà ed all’indipendenza monetaria, vedendosi addirittura costretta a richiedere ciclicamente cosiddetti “prestiti” ad “usura” presso leviataniche banche straniere, non può offrire più alcuna garanzia - certa e duratura - di salute, sicurezza e lavoro nemmeno ai propri cittadini. Basti pensare che i governi assistono impotenti al crollo delle fatiscenti scuole sulle teste dei fanciulli senza poter intervenire per “carenza di fondi”. Dunque, nel nostro caso, la parola stessa “accoglienza” appare intrinsecamente falsa, non dovrebbe essere utilizzata.
Sono autorizzato a pensare che, dietro il dissennato fenomeno dei “flussi migratori”, vi siano interessi ben più meschini, dinamiche volte a terrorizzare e precarizzare i residenti in Italia, autoctoni o stranieri poco importa, e finalmente a rendere il “debito” insanabile e non più riscuotibile. Sono, inoltre, autorizzato a pensare che vi siano “Entità” febbrilmente prodighe affinché in Europa ritornino i Totalitarismi e cessi quella convivenza dei popoli, più o meno civile, che ci ha restituito quasi settant'anni di pace e benessere.
Chi è che paga 5.000 euro agli scafisti per ogni “viaggiatore”? L’africano che guadagna 30 dollari al mese, difatti, non certo può permettersene più di 5.000 (14 anni di paga) per un viaggio pressoché mitologico. Perché le donne africane, pur consapevoli degli stupri e dello sfruttamento della prostituzione, continuano a partire? Eccetera… Tante sono le domande che è lecito porsi.
Oggigiorno, viste le evidentissime contingenze, chi si ostina a parlare di “dovere dell’accoglienza” probabilmente è in malafede o si dimostra poco ragionevole. Non c’è dubbio che l’“accoglienza”, così come abbiamo tristemente imparato a conoscerla, è ordinariamente un atto contro le virtù morali almeno della giustizia e della prudenza, oltre che contro la misericordia. Un vero cattolico, a queste condizioni, non può essere favorevole ad “accogliere” e non certo per ragioni di razzismo, come ho dimostrato lunedì scorso (Cliccare qui).
Vi esorto a studiare tre documenti istituzionali: 1) La Deliberazione del 7 marzo 2018, n° 3/2018/G della Corte dei Conti sul solo “Sistema di prima accoglienza”; 2) La più recente Relazione al Parlamento sulle Attività delle Forze di Polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata; 3) Le Statistiche sui Detenuti stranieri presenti in Itala pubblicate sul sito del Ministero della Giustizia. Emergono dati agghiaccianti. Sono le stesse Autorità a denunciare - a quanto pare - una colluvie mostruosa di inettitudini, ingiustizie, dilapidazioni, disordini, proliferazioni delle più colorite organizzazioni malavitose, violenze sessuali, omicidi, traffici di droga e di persone.
Altra questione, e concludo, è il Terzomondismo, ossia quel falso ideologico che pretende individuare nell'intero Occidente il colpevole del fallimento dell'intera economia africana. Cosa c'è da sapere?
Un tempo in vaste aree dell’Africa vivevano i missionari cattolici e non risultano agli atti fallimenti economici epocali o episodi di migrazioni di massa. Difatti i venerandi evangelizzatori edificavano, civilizzavano e lecitamente emancipavano le popolazioni indigene. Furono violentemente sostituiti dai famigerati “esportatori di democrazia” o neo-colonialisti (Inglesi, Francesi, ecc…), i quali reintrodussero finanche la schiavitù, finalmente usarono ed usano l’Africa (interi popoli e risorse naturali) come “banca” a costo zero. Oggi sono i medesimi portabandiera di questi predoni laicisti a rivendicare la necessità di aiutare sine die l’Africa poiché sarebbe stata derubata. Noi - popolo cristiano - non l’abbiamo affatto derubata, e lo stesso possiamo affermare dei venerandi missionari che ivi furono inviati dai Pontefici. Credo che, per amore di giustizia, debbano essere gli stessi “esportatori di democrazia” a cessare immediatamente le loro politiche di sfruttamento e schiavismo, ed a risarcire i popoli d’Africa. Debbano farlo con danari propri e debbano sinceramente (conoscono ancora il significato di questa parola?) investire sul territorio e su quelle popolazioni che hanno voluto privare della civilizzazione. Sebbene, è certo, non potranno mai risarcirli di ciò che più conta: li hanno coercitivamente privati della dottrina cristiana.
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Nel 1917 Papa Benedetto XV si rivolge ai Capi dei popoli belligeranti. Dice: «(È necessario accordarsi e deliberare) per una pace giusta e duratura … Il punto fondamentale dev’essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto … Stabilito così l’impero del diritto (ovvero: solo dopo aver stabilito l’impero del diritto moralmente vincolante), si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso … Ma questi accordi pacifici, con gli immensi vantaggi che ne derivano, non sono possibili senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati. (Quindi si garantiscano a tali territori) la piena indipendenza politica, militare ed economica …, (dunque si restituiscano) le colonie» (Dès les début, 1.8.1917). Il Pontefice si concentra su circostanze ben specifiche.
Nel 1945 Papa Pio XII insegna: «L’edificio della pace riposerebbe sopra una base crollante e sempre minacciosa, se non ponesse fine a un siffatto totalitarismo, il quale riduce l’uomo a non essere più che una pedina nel gioco politico, un numero nei calcoli economici. Con un tratto di penna esso muta i confini degli Stati; con una decisione perentoria sottrae l’economia di un popolo, che pure è sempre una parte di tutta la vita nazionale, alle sue naturali possibilità; con una mal dissimulata crudeltà scaccia anch’esso milioni di uomini, centinaia di migliaia di famiglie, nella più squallida miseria, dalle loro case e dalle loro terre, e le sradica e le strappa da una civiltà e una cultura, alla cui formazione avevano lavorato intere generazioni. Anch’esso pone arbitrari limiti alla necessità, e al diritto di migrazione e al desiderio di colonizzazione». Tutto ciò costituisce «un sistema contrario alla dignità e al bene del genere umano. Eppure, secondo l’ordinamento divino, non è la volontà e la potenza di fortuiti e mutevoli gruppi d’interesse, ma l’uomo nel mezzo della famiglia (unità economica, giuridica, morale e religiosa) e della società col suo lavoro, il signore del mondo» (Negli ultimi sei anni, 24.12.1945).
Sempre Papa Pio XII - nel 1954 - commenta: «L’Europa attende ancora il risveglio di una propria coscienza. Frattanto, in quello che essa rappresenta come saggezza e organizzazione di vita associata e come influsso di cultura, sembra che perda terreno in non poche regioni della terra. In verità tale ripiegamento riguarda i fautori della politica nazionalistica, i quali sono costretti ad indietreggiare dinanzi ad avversari che hanno fatto propri i loro stessi metodi. Specialmente tra alcuni popoli fino ad ora considerati coloniali, il processo di maturazione organica verso l’autonomia politica, che l’Europa avrebbe dovuto guidare con accorgimento e premura, si è rapidamente mutato in esplosioni nazionalistiche, avide di potenza. Bisogna confessare che anche questi improvvisi incendi, a danno del prestigio e degli interessi dell’Europa, sono, almeno in parte, il frutto del cattivo suo esempio».
Si tratta di un momentaneo smarrimento per l’Europa? Risponde il Papa: «L’Europa, conforme alle disposizioni della divina Provvidenza, potrà essere ancora vivaio e dispensatrice di quei valori, (solo) se saprà riprendere consapevolezza del suo proprio carattere spirituale e abiurare la divinizzazione della potenza. Come nel passato le sorgenti della sua forza e della sua cultura furono eminentemente cristiane (ovvero cattoliche), così ella dovrà imporsi un ritorno a Dio e agli ideali cristiani (ovvero cattolici), se vorrà ritrovare la base e il vincolo della sua unità e della sua vera grandezza». (A tutto il mondo, 24.12.1954). Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 143) ed altrove.
Monsignor Pasquazi si domandava: «Per quali titoli i popoli civili possono conquistare militarmente territori abitati da popoli di inferiore grado di civiltà e sottometterli al proprio dominio politico?» (Teologia morale, Roberti-Palazzini, 1957, v. Colonialismo). Risponde col noto domenicano Francisco Vitoria (Relectiones theologicae, cap. De India). Tra i vari titoli che «possono addursi per giustificare la colonizzazione, intesa nel senso sopra esposto, non è evidentemente titolo legittimo il diritto di conquista, perchè esso non è che la conseguenza della superiorità della forza materiale». Neppure può ritenersi legittimo «il titolo della cosiddetta superiorità di razza o di stirpe, poiché … si deve soprattutto tener presente che i diritti naturali e, tra essi, il diritto alla indipendenza e libertà, sono comuni a tutti i popoli a qualsiasi razza appartengano e di qualsiasi grado di civiltà». Non può ammettersi neppure il titolo detto «diritto del primo occupante». Neppure «il proposito di portare il dono della civiltà ai popoli che ne mancano», può giustificare «la conquista di territori per costituirvi proprie colonie». Certamente «i popoli civili hanno l’obbligo morale di favorire l’incivilimento dei popoli inferiori e questi hanno l’obbligo morale di tendere ad una maggiore civiltà», tuttavia «a questo dovere di ordine morale dei popoli incivili non corrisponde un vero diritto d’imporre loro la civiltà, privandoli dell’indipendenza e libertà politica». Si deve però fare una eccezione a questo principio generale: «Sarebbe infatti lecito l’intervento (da parte di quella Civiltà veramente virtuosa), anche mediante l’uso della forza, presso popoli incivili se nel loro territorio vi fossero usi e costumi inumani».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Il 15 maggio 1931, nella Quadragesimo anno, Papa Pio XI scrive: «L’uomo - facilmente trascinato da perverse cupidigie - viene fortemente spinto ad anteporre i beni caduchi di questo mondo a quelli imperituri del cielo. Di qui una sete insaziabile di ricchezze e di beni temporali che, se in ogni tempo fu solita a spingere gli uomini a trasgredire le leggi di Dio e calpestare i diritti del prossimo, oggi - col moderno ordinamento economico - offre alla fragilità umana incentivi assai più numerosi».
Preso atto che «l’instabilità della vita economica e specialmente del suo organismo, richiede uno sforzo sommo e continuo di quanti vi si applicano», bisogna pure riconoscere che «alcuni vi hanno indurito la coscienza (fino a) credere lecito l’aumentare i guadagni in qualsiasi maniera».
Il Pontefice prosegue: «I facili guadagni, che l’anarchia del mercato apre a tutti, allettano moltissimi allo scambio e alla vendita, e costoro - unicamente agognando di fare guadagni pronti e con minima fatica - con la sfrenata speculazione fanno salire ed abbassare i prezzi secondo il capriccio e l’avidità loro, con tanta frequenza, che mandano fallite tutte le sagge previsioni dei produttori».
Intanto «le disposizioni giuridiche, ordinate a favorire la cooperazione dei capitali, mentre dividono la responsabilità e restringono il rischio del negoziare, hanno dato ansa (mandato) alla più biasimevole licenza; giacché vediamo che, scemato l’obbligo di esporre i conti, viene attenuato il senso di responsabilità nelle anime: e, sotto la coperta difesa di una società che chiamano “anonima”, si commettono le peggiori ingiustizie e frodi, e i dirigenti di queste “associazioni economiche”, dimentichi dei loro impegni, tradiscono non rare volte i diritti di quelli di cui avevano preso ad amministrare i risparmi».
Né «si può omettere di condannare quegli ingannatori che - non curandosi di soddisfare alle oneste esigenze di chi si vale dell’opera loro - si peritano invece di aizzare le cupidigie umane, per venirle poi sfruttando a proprio guadagno». Restituitoci questo sincero ritratto dei cosiddetti “mercati” - invero degli spietati e scansafatiche speculatori e degli imprenditori avidi: i fomentatori di odio sociale - il Pontefice prosegue: «A una strage così dolorosa di anime, che durando farà cadere a vuoto ogni sforzo di rigenerazione della società, non si può rimediare altrimenti se non col ritorno manifesto e sincero degli uomini alla dottrina evangelica, ai precetti cioè di Colui che solo ha parole di vita eterna, e quindi parole tali che, passando cielo e terra, esse non passeranno mai. Così quanti sono veramente sperimentati nelle cose sociali, invocano con ardore quella che chiamano perfetta realizzazione della vita economica». Tuttavia «un tale ordinamento (…) riuscirà incompleto e imperfetto, (fino a quando) le forme dell’attività umana amichevolmente non si accorderanno ad imitare ed a raggiungere, per quanto è dato all’uomo, la meravigliosa unità del disegno divino; quell’ordine perfetto, diciamo, che a gran voce la Chiesa proclama [dalla morte di Pio XII i modernisti pretendono di proclamare altro, ndR] e la stessa retta ragione richiede: che cioè le cose tutte siano indirizzate a Dio come a primo supremo termine di ogni attività creata, e tutti i beni creati siano riguardati come semplici mezzi, dei quali in tanto si deve far uso in quanto conducono al fine supremo».
Papa Pio XI, al fine di evitare l’equivoco del «barbaro Socialismo», precisa meglio: «Né si deve credere che le professioni lucrative siano meno stimate, ovvero ritenute come poco conformi alla dignità umana. Al contrario, anzi, noi impariamo a riconoscere in esse con venerazione la manifesta volontà del Creatore, il quale ha posto l’uomo sulla terra perché la (lavori), facendola servire alle sue molteplici necessità. Né si proibisce a quelli che attendono alla produzione, l’accrescere nei giusti e debiti modi la loro fortuna; anzi la Chiesa insegna [dalla morte di Pio XII i modernisti pretendono di insegnare altro, ndR] essere giusto che chiunque serve alla comunità e l’arricchisce con l’accrescere i beni della comunità stessa, ne divenga anch’egli più ricco, secondo la sua condizione, purché tutto ciò si cerchi col debito ossequio alla legge di Dio e senza danno dei diritti altrui e se ne faccia un uso conforme all’ordine della fede e della retta ragione».
Finalmente conclude: «Se queste norme saranno da tutti, in ogni luogo e sempre mantenute, non solamente la produzione e l’acquisto dei beni, ma anche l’uso delle ricchezze, che ora si vede così spesso disordinato, verrà tosto ricondotto nei limiti dell’equità [non dell’egualitarismo rivoluzionario, ndR] e della giusta distribuzione [non dell’espropriazione socialista, ndR]. Così alla sordida cupidigia dei soli interessi propri, che è l’obbrobrio e il grande peccato del nostro secolo, si opporrà davvero e coi fatti la regola, soavissima insieme ed efficacissima, della moderazione cristiana, onde l’uomo deve cercare anzitutto il regno di Dio e la Sua giustizia, ritenendo per certo che i beni temporali gli saranno dati (secondo necessità) in forza della sicura promessa della liberalità divina». Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 146 segg.).
Dunque il rimedio non può essere un male ancor più grave come lo spirito rivoluzionario, bensì il ritorno «all’ordine della fede e della retta ragione», al «regno sociale di Dio e della Sua giustizia».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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I moderni pensano ed affermano che la fede sia una «questione personale» e che si debba «scindere la vita pubblica dalla vita privata». Non mi è difficile dimostrare che queste affermazioni sono parimenti eretiche ed illogiche - essendo la fede consapevolezza, subito accettazione e finalmente osservanza - tuttavia non mi dilungherò su questa confutazione, avendo già esposto in passato la dottrina della «Mirari Vos», della «Quas Primas» e di altri infallibili luoghi pontificii ove si condannano i demoni della laicità e del pensiero liberale.
I moderni usano sovente la parola «compromesso» - o “sindrome del moderato” - ebbene noi sappiamo che «il compromesso» è ordinariamente inammissibile, poiché «la verità non si acconcia con l’errore». Mi rallegro, adesso, di usare un discorso poco noto del Pastore angelico, colonna del cattolicesimo e ultimo docente - nel senso proprio del termine - che la Provvidenza decide (almeno per il momento) di dare al genere umano. Insegna Papa Pio XII, il 10 giugno 1945, nel discorso «Quale anniversario» ai Giovani romani di Azione Cattolica: «Ai Cattolici nella vita pubblica occorre una fede precisa, sicura, appoggiata su solide basi, dal largo campo visuale, che li metta in grado, ovunque si trovino, di difendere la verità e diffonderla intorno a sé».
Va avanti: «La vita coinvolge inevitabilmente nelle correnti intellettuali più diverse, ove si urtano e si abbracciano, si combinano e si disgregano, confusamente, inestricabilmente talvolta, il vero e il falso, la certezza e l’ipotesi, in un luccichio abbagliante di ragioni speciose, capaci di sedurre gli spiriti mediocremente colti e insufficientemente avveduti, di scuotere una fede troppo poco sicura di sé».
Prosegue: «Non temete il conflitto tra la ragione o la scienza e la Fede … Pur restando essenzialmente distinte, le scienze fisiche e biologiche, psicologiche e morali, storiche e sociali, non troveranno mai il loro compimento che grazie alla Rivelazione Cristiana, dalla quale scaturiscono potenti energie per la soluzione definitiva e tranquilla dei problemi specificamente riguardanti la vita e le condizioni materiali e spirituali dell’umanità».
L’ora presente - riflette il Pontefice - «esige uomini e giovani di fede robusta». La nostra fede - dice - «deve essere incondizionata come assoluta è la verità». Ricorda: «Vi fu un tempo - quello del liberalesimo intellettuale - in cui il Cattolico era considerato come un essere inferiore, perché la sua fede, si diceva, fa prigioniero del dogma, lo racchiude come in una impalcatura di definizioni e di proposizioni alle quali - e ciò è vero - ha l’obbligo di aderire senza riserva e senza condizioni».
Secondo il Pontefice: «Quel tempo però è passato. Il nostro, tutto al contrario, non stima che gli uomini di forti e ferme convinzioni». Dunque: «Nei grandi conflitti di idee, che agitano presentemente l’umana società, e che si estendono fino agli ultimi angiporti della vita …, non vi è posto che per gli spiriti saldi e irriducibili. Gli altri, i dubbiosi, gli ondeggianti, gli incerti, nonostante tutta l’intelligenza di cui possono essere dotati, debbono rassegnarsi a fallire ed a soccombere. In questo punto le ideologie entrate in scena negli ultimi tempi hanno copiato, o contraffatto, la Chiesa. Pur partendo spesso da princìpi falsi, esse vogliono affermare dottrine e scopi inoppugnabili, ed esigono dai loro aderenti una “fede” senza riserva e una incondizionata dedizione a questa “fede”. Quanto più dunque noi, che possediamo la verità pura, la verità che viene da Dio, tutta la (dimostrabile) verità, dobbiamo andare santamente orgogliosi della nostra fede ed essere risoluti a professarla e a difenderla con incrollabile costanza!».
«Un Cristiano credente - conclude il Sommo Pontefice - deve abbracciare con fermezza tutti gli articoli del dogma rivelato e tutte le verità necessariamente derivanti dal dogma stesso, in particolar modo quindi anche i princìpi fondamentali su cui riposa l’edificio di ogni sana dottrina sociale. Al quale proposito ci preme rinnovare oggi il grave avvertimento paterno, che abbiamo recentemente rivolto ai rappresentanti dell’Azione Cattolica Italiana: Quei princìpi fondamentali obbligano in coscienza tutti i Cattolici, né, ad alcuno di loro è lecito patteggiare con sistemi o tendenze che contraddicono ai princìpi medesimi, o dai quali la Chiesa ha ammonito i fedeli di guardarsi». [Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 159 segg.)].
«I cattolici - aggiunge Pio XII nelle sue Direttive ai laureati e universitari di Azione Cattolica - posseggono nelle verità della loro fede, negli insegnamenti della Chiesa, nel loro programma sociale, una tale ricchezza di forze positive e costruttive che non hanno bisogno di prenderle quasi in prestito da altri».
La dottrina che obbliga in coscienza tutti i Cattolici è «definitivamente ed univocamente fissata nei suoi punti fondamentali, è tuttavia abbastanza larga da poter essere adattata ed applicata (sempre nel medesimo senso e nel medesimo significato) alle mutevoli vicissitudini dei tempi, purché senza detrimento dei suoi princìpi immutabili e permanenti. Essa è chiara in tutti i suoi aspetti; è obbligatoria; nessuno se ne può scostare senza pericolo per la fede e per l’ordine morale» (Cfr. Sursum Corda, «Teologia politica n° 39»).
Carlo Di Pietro da Il Roma
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Papa Pio XII - il 20 aprile del 1946 - si rivolge alla Gioventù maschile dell’Azione Cattolica Italiana. «La storia - rileva il Pontefice - segnala invariabilmente come precorritore delle grandi catastrofi non solo economiche e politiche, ma anche e principalmente spirituali e religiose, il decadimento della moralità pubblica, la corruzione dei costumi, che s’insedia sfrontatamente da sovrana e mira a sedurre sopratutto le giovani generazioni».
Decadimento della moralità e corruzione dei costumi: due inesorabili e molto manifeste pestilenze - eruttate dai consessi settari e rivoluzionari (per la storiografia contemporanea = “democratici”) - che consegnano l’uomo moderno ad una vita atomistica, contaminata dal materialismo, dall’egoismo, dalla sensualità e dall’utilitarismo più volgare e meschino. La solitudine dell’uomo moderno, la dilagante follia e la forsennata ricerca di un qualsivoglia sollievo artificiale (es. sesso, droghe, soldi, vanagloria, shopping, etc…), difatti, sono solo alcuni dei frutti marci di questo sistema.
Il Papa dimostra che «l’esperienza dell’epoca presente - scrive nell’anno 1946 - non fa che confermare le lezioni della storia». Dobbiamo tristemente rilevare che da quel lontano 1946 ad oggi, il regresso intellettuale e morale della cosiddetta “società civile” è stato pressoché inarrestabile, complice anche la Rivoluzione modernista che ha colpito la quasi totalità degli uomini che occupano la Chiesa: oramai dei ciechi che pretendono di guidare altri ciechi!
Ricorda Pio XII: «Per oltre quindici secoli il Popolo Italiano è rimasto fedele all’ordine (sociale onesto e cristiano), che appariva come del tutto normale e incontrastato. Esso era il suo benessere, la sua salvezza nel giorno del pericolo, il suo punto d’appoggio e la base della sua stabilità in mezzo alle trasformazioni, alle crisi, alle lotte ed alle agitazioni politiche e sociali». L’uomo moderno, al contrario, suole definire calunniosamente “oscurantisti” questi luminosi «quindici secoli di onesto e cristiano ordine sociale».
Ma ecco che, commenta Pio XII, «da più di cento anni un lavoro insidioso, sistematico e costante, ha mirato a scalzare, più duramente che con una azione violenta, la cultura cristiana del Popolo Italiano. Oggi l’avversario giudica l’opera sua abbastanza avanzata per muovere all’assalto definitivo. E certo nessuno di voi si fa alcuna illusione sul senso e la portata di certi avvenimenti di cui siamo testimoni. (…) La condizione presente delle cose è ben grave. È necessario dirlo».
Oggi più che mai: «Il popolo è chiamato a prendere una parte sempre più importante nella vita pubblica della Nazione. Questa partecipazione porta con sé gravi responsabilità. Donde la necessità per i fedeli di avere cognizioni nette, solide, precise intorno ai loro doveri di ordine morale e religioso nell’esercizio di diritti civili, in modo particolare del diritto di voto».
Papa Pio XII si rivolge, dunque, ai Giovani dell’Azione Cattolica, che «non è un partito politico e sta al disopra della politica di partito. Ma appunto per ciò essa deve tanto più illuminare i Cattolici sugli interessi religiosi che sono in serio pericolo e persuaderli, non solo in pubblico, ma altresì in privato, uomini e donne, uno a uno, dell’importanza e gravità dell’obbligo che, come Cristiani, li stringe alla retta osservanza dei loro doveri politici. Vale il dettame di non chiudere l’orecchio alle lezioni e agli avvenimenti della storia». Questa storia «non presenta, fino ai nostri tempi, alcun esempio di un Popolo o di un Paese che, dopo di essersi staccato dalla Chiesa e dalla cultura cattolica, vi sia ritornato integralmente. Coloro che le rimasero fedeli hanno ben potuto lottare coraggiosamente, eroicamente; ma, una volta consumata la catastrofe e compiuto il passo fatale (la Rivoluzione), non si è mai avuta finora una completa riparazione e reintegrazione».
Così è accaduto, purtroppo, anche all’Italia ed agli Italiani.
Spiega: «L’oggetto contro il quale l’avversario dirige oggi il suo assalto, aperto o subdolo, non è più, come ordinariamente in passato, l’uno o l’altro punto particolare di dottrina o di disciplina, bensì tutto l’insieme della fede e della morale cristiana fino alle loro ultime conseguenze. Si tratta, in altri termini, di un assalto totale. (…) In tale condizione di cose il vero Cattolico deve rimanere tanto più fermo e saldo sul terreno della sua fede e dimostrarlo coi fatti. Nel calore della lotta un cristianesimo meramente esteriore e di pura forma si fonde come cera al sole. È dunque un ufficio urgentissimo in questi critici momenti di difendere e di inculcare chiaramente e profondamente nelle menti degli uomini la dottrina della Chiesa e di adoperarsi con ogni zelo per ricondurre coloro che vivono fuori della pratica religiosa, a Dio, alla preghiera, alla fede in Cristo, alla frequenza dei Sacramenti, al cuore della Chiesa, affinché seguano i suoi insegnamenti e i suoi precetti. Comportatevi da forti - vi diremo con la Sacra Scrittura - e abbiate coraggio; non vi prenda timore né spavento, perché il Signore Dio vostro è Egli stesso il vostro condottiero, e non vi lascerà né vi abbandonerà (Deuteronomio, XXXI, 6). (…) La fede in Cristo vive sempre vigorosa nel cuore del Popolo Italiano; e voi potete con fiducia far fronte a chiunque voglia impugnarla». [Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 160 segg.)].
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Papa Pio XII - il 26 giugno 1948 - istruisce il Sacro Collegio: «I giorni di tregua - dice il Vicario di Cristo - spesso non sono meno importanti che quelli di combattimento. Non debbono essere giorni di vuota ed infruttuosa interruzione, ma di opera utile, opera di salvamento, opera di costruzione». Questa «opera di salvamento» deve «estendersi anche ai non pochi sviati, i quali, pur essendo - almeno così essi pensano - uniti ai Nostri devoti figli sul terreno della fede, se ne separano per mettersi al seguito di movimenti che tendono effettivamente a laicizzare e scristianizzare tutta la vita privata e pubblica».
Il Pontefice aggiunge: «Quando anche valesse per loro il divino “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (S. Luca, XXIII, 34) ciò non cambierebbe per nulla l’oggettiva perniciosità della loro condotta. Essi si formano una doppia coscienza, in quanto che, mentre pretendono di rimanere membri della comunità cristiana, militano al tempo stesso, come truppe ausiliari, nelle schiere dei negatori di Dio». Proprio questa «duplicità» o questo «sdoppiamento» minaccia di «fare di loro, presto o tardi, un neoplasma pernicioso nel seno stesso della Cristianità». Essi «richiamano alla mente il ricordo di coloro dei quali l’Apostolo Paolo parlava “piangendo” - “flens” - e che strappano le lacrime anche ai Nostri occhi, perché si comportano da nemici della croce di Cristo: “inimicos crucis Christi” (ai Filippesi, III, 18)».
Prosegue il Papa: «Finché è possibile, Noi cerchiamo con bontà e pazienza di aprire loro gli occhi per ricondurli a Colui che solo è via, verità e vita. Infatti anche per le giuste e salutari soluzioni (conformi alle eterne norme divine) delle questioni terrene soccorre la preghiera della Chiesa: “Oh Dio, dà a quanti si professano cristiani di respingere ciò che a questo nome è contrario e di seguire quel che gli è consono” (Oremus della Domenica terza dopo Pasqua). E mentre Noi eleviamo così la nostra orazione per questi pericolanti, li scongiuriamo al tempo stesso di ascoltare gli ammonimenti della Chiesa, che ancora oggi come Madre amante esorta e prega, affinché essa non si veda infine costretta ad applicare loro la severa sentenza del Divino Maestro (Gesù-Cristo): “Se non ascolta nemmeno la Chiesa, abbilo come pagano e pubblicano” (S. Matteo, XVIII, 17)».
Sempre Papa Pio XII, il 16 agosto 1950, si rivolge ai Cattolici tedeschi: «Dio è al centro di tutto l’essere, Dio, l’unico valore incondizionato su cui si deve misurare tutto il creato. Quando il cristiano dimentica questo (ossia quando pretende di pensare, di parlare e di agire come egli crede; non come crede, insegna ed agisce la Chiesa), si è già messo dalla parte dell’avversario».
Ai Laureati di Azione Cattolica il mentovato Papa asserisce: «Lo Spirito Santo vi farà vedere anzitutto ben chiaramente come nessun campo dell’attività umana possa essere sottratto all’azione rinnovatrice di Cristo: “per Quem omnia, in Quo omnia (per il Quale tutte le cose, nel Quale tutte le realtà)”. Già altre volte abbiamo fatto notare il grave errore commesso dagli uomini, quando hanno voluto fare a meno di Lui o si sono addirittura rivoltati contro di Lui nell’atto di porre mano a novelle strutture. Nessun dubbio, dicevamo, che Egli è l’unico Salvatore, l’unico Maestro. Al Vangelo deve essere riconosciuto l’ufficio di fermentare integralmente il pensiero umano, e se alcuni sono ancora esitanti di fronte alla necessità di una radicale trasformazione in senso cristiano, voi dovete ricordare che l’attività teorica e pubblica - in tutti i suoi rami - deve avere un’ispirazione cristiana, né può essere sottratta all’influsso del pensiero e della grazia di Cristo».
Pio XII denuncia: «La vita intellettuale moderna è dominata dal pensiero “scientifico-tecnico” ed “economico” in tal modo che il senso delle verità di un ordine superiore - la scienza le chiama “verità metafisiche” - e la capacità di percepirle cominciano a scomparire. Comprendiamo e stimiamo altamente le attività e le conquiste delle scienze naturali e della tecnica: ma quelle verità metafisiche sostengono tutto l’essere, il materiale e lo spirituale, il naturale ed il soprannaturale. Per gli intellettuali ed i dirigenti cattolici è oggi una vera necessità di ben conoscere questo mondo delle verità perpetuamente valide ed eterne, e di possederle sempre più profondamente, come anche l’intera ricchezza della nostra Fede».
Conclude: «Altra osservazione concerne l’azione pratica. Voi volete collaborare affinché per virtù dello Spirito Santo il mondo si rinnovi. Però non vi riuscirete adattandovi senza riserva a ciò che si vuol chiamare “lo spirito del tempo”, vale a dire al pensiero materialistico trasportato nell’azione, e cedendo ad esso oltre i limiti del lecito; ma soltanto osservando con fedeltà e costanza la linea cattolica chiaramente tracciata. Senza dubbio ciò richiede un alto grado di perseveranza e di fermezza; ma lo Spirito Santo le susciterà in voi» (24-5-1953).
Ed ancora: «È inammissibile che un Cristiano si comprometta con l’errore, anche solo minimamente, sia pure per mantenere i contatti con quelli che sono nell’errore» (Pio XII, Lettera «C’est un geste», 10-7-1946). [Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 162 segg.)].
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Papa Pio XII, il 10 luglio del 1946, nella Lettera «C’est un geste» insegna: «È inammissibile che un Cristiano si comprometta con l’errore, anche solo minimamente, sia pure per mantenere i contatti con quelli che sono nell’errore». Contatti con gli erranti che non cesseranno, facendo noi parte della società, tuttavia è necessario escludere qualsivoglia «compromesso con l’errore».
Precisa meglio: «Questi contatti non mancheranno d’altronde di aver luogo e di conservarsi tra i Cristiani che, con lealtà ed umiltà, si servono delle prerogative della verità; e gli altri che, con pari lealtà ed umiltà, cercano il vero».
D’altronde già Papa Pio IX, il 10 agosto del 1863, nella «Quanto Conficiamur» insegna dalla suprema Cattedra: «Non sia mai che i figli della Chiesa cattolica siano nemici di coloro che non sono uniti a Noi dagli stessi legami di fede e di carità; devono al contrario prodigarsi nel rendere loro tutti i servizi della carità cristiana, nella loro povertà, nelle loro malattie, in tutte le altre disgrazie da cui sono afflitti; devono fare in modo di aiutarli sempre e soprattutto di trascinarli fuori dalle tenebre degli errori in cui miseramente versano, di ricondurli alla verità cattolica ed alla Chiesa (…) per far loro ottenere la salute eterna».
Venendo squisitamente alla politica, alla tecnica, all’azione pubblica e sociale, Papa Pio XII, il 16 maggio 1954, si rivolge ai Cattolici Svizzeri. Egli afferma: «Il materialismo, il processo di laicizzazione di tutta l’esistenza si dispiega nell’àmbito spirituale e religioso: l’idea di Dio, il rispetto e il timore di Dio vengono, sempre più, banditi dalla vita pubblica, dalla famiglia, e in tal modo anche, quasi fatalmente, dalla vita individuale. Tale processo è già molto progredito. A chi spetta di affrontare questo problema se non a voi, figli della Chiesa Cattolica? Voi lo farete con le vostre preghiere, il vostro amore per Cristo, la vostra lotta contro il peccato e per la purezza dell’anima sotto ogni aspetto, con tutti questi valori supremi della vita religiosa e ciò che ne deriva: cioè il vostro impegno pubblico per la causa di Dio, di Cristo e della sua Chiesa».
Impegno che si traduce nella proclamazione della verità, dunque nella condanna dell’errore, nella rettitudine morale, nel ligio adempimento dei propri doveri e nel culto pubblico.
Il Pontefice intende stimolare il fervore: «Non è questa l’ora della pusillanimità né delle concessioni che ripugnano alla coscienza, bensì (è) l’ora della tenacia coraggiosa e della perseveranza (…). Nelle epoche pericolose, nelle epoche decisive per la Religione, la Chiesa ha sempre contato sul sacrificio personale dei suoi fedeli. Ciò è valido anche oggi. Agite di conseguenza!».
Ed ancora: «I diversi popoli e l’umanità nel suo insieme si trovano posti di fronte a questioni di diritto, di economia e di ordine sociale, difficili a risolversi. La Chiesa ed i Cattolici dei diversi Paesi sono consapevoli del dovere che hanno di contribuire con tutte le loro forze alla soluzione di tali problemi. Le loro convinzioni religiose dovranno pertanto essere fortificate. Perché a prescindere dal fatto che tutti gli obblighi morali sono altrettanti doveri religiosi, essi non compiranno nulla di veramente grande e decisivo, sia pure per il bene temporale, se non sostenuti da una fede incrollabile nelle verità eterne. Sì, tale fede è di per se stessa il più prezioso contributo che essi possono portare al bene generale di questo mondo».
Monito del Pontefice - decisamente radicato nella Rivelazione - ben lontano dalle mostruose pretese dei moderni “pensatori”, molti insinuatisi «nelle vene della Chiesa» (cfr. «Pascendi»), i quali bramano una pseudoreligiosità privata: che non abbia alcun riscontro presso Istituzioni e vita pubblica. D’altronde l’epoca moderna è dominata dal demone della laicità che, non posso fare a meno di ricordarlo, è «peste dell’età nostra» (cfr. «Quas Primas»), «turba la pace domestica e spinge la società alla rovina» (Ivi.), «è contraria ai principii fondamentali dell’educazione» (cfr. «Divini Illius Magistri»), «fa crollare ogni cosa» (cfr. «Divini Redemptoris»), «è l’apostasia dell’odierna società» (cfr. «Dilectissima Nobis»), «allo Stato fa rinnegare se stesso e smentisce ciò che forma la ragione stessa della sua esistenza» (cfr. «Au milieu»), «giunge alla triste conseguenza dell’indifferentismo dello Stato in materia di religione, ossia del suo ateismo» (cfr. «È giunto»), «non è cattolica e non è lecita» (cfr. «Immortale Dei»), eccetera.
Conclude Papa Pio XII ai Cattolici Svizzeri: «Nella lotta contro il materialismo, si deve lanciare la parola d’ordine: “Ritorniamo al Cristianesimo …”. Essa si applica bene nelle presenti circostanze. I Cristiani dei primi secoli affrontarono una civilizzazione pagana e materialista che signoreggiava incontestata. Hanno osato attaccarla e, infine, si sono imposti, grazie d’altronde alla loro tenacia ostinata e mediante gravissimi sacrifici. Imitateli! Si degni Maria, la Vergine potente, la Madre della Grazia divina, di guidarvi e benedirvi!». [Cfr. Dizionarietto di Dottrina politica dei Papi (Ed. L’alleanza italiana, 1960, Vol. 1, pag. 163 segg.)].
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Papa Pio XII nel Discorso ai giuristi cattolici del 6 dicembre 1953, meglio noto come Allocuzione «Ci riesce», fornisce una splendida docenza sulle differenze fra la lecita e cristiana tolleranza, e l’approvazione dell’errore. I cosiddetti “pensatori” moderni - ciò non mi stupisce affatto - hanno aborrito anche quest’ultima indefettibile e preziosa docenza, preferendo il perverso sistema filosofico da cui hanno origine l’ecumenismo (cfr. «Mortalium Animos») e la laicità (cfr. «Quas Primas»).
Il Pontefice afferma: «Per il giurista, l’uomo politico e lo Stato cattolico sorge qui il quesito: possono essi dare il consenso ad un simile regolamento (alla giuridica libertà d’esercizio delle varie credenze e pratiche etiche e religiose), quando si tratta di entrare nella Comunità dei popoli e di rimanervi?».
Ora «relativamente agl’interessi religiosi e morali si pone una duplice questione: 1) La prima concerne la verità oggettiva e l’obbligo della coscienza verso ciò che è oggettivamente vero e buono; 2) la seconda riguarda l’effettivo contegno della Comunità dei popoli verso il singolo Stato sovrano e di questo verso la Comunità dei popoli nelle cose della religione e della moralità». La prima «può difficilmente essere l’oggetto di una discussione e di un regolamento fra i singoli Stati e la loro Comunità, specialmente nel caso di una pluralità di confessioni religiose nella Comunità medesima». La seconda, invece, «può essere della massima importanza ed urgenza».
Il Papa enuncia «la via per rispondere rettamente alla seconda questione». Immediatamente «occorre affermare chiaramente che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d’insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale. Un mandato o una autorizzazione di questo genere non avrebbero forza obbligatoria e resterebbero inefficaci». Nessuna autorità potrebbe darli, perchè «è contro natura di obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo all’errore ed al male o a considerare l’uno e l’altro come indifferenti».
Pio XII aggiunge: «Neppure Dio potrebbe dare un tale positivo mandato o una tale positiva autorizzazione, perchè sarebbero in contraddizione con la Sua assoluta veridicità e santità».
Un’altra questione essenzialmente diversa è: «Se in una comunità di Stati possa, almeno in determinate circostanze, essere stabilita la norma che il libero esercizio di una credenza e di una prassi religiosa o morale, le quali hanno valore in uno degli Stati-membri, non sia impedito nell’intero territorio della Comunità per mezzo di leggi o provvedimenti coercitivi statali». In altri termini: «Si chiede se il “non impedire”, ossia il tollerare, sia in quelle circostanze permesso, e perciò la positiva repressione non sia sempre un dovere».
Pio XII si domanda: «Noi abbiamo or ora addotta l’autorità di Dio. Può Dio, sebbene sarebbe a Lui possibile e facile di reprimere l’errore e la deviazione morale, in alcuni casi scegliere il “non impedire”, senza venire in contraddizione con la Sua infinita perfezione? Può darsi che in determinate circostanze Egli non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d’impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso?».
Risponde: «Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa. Essa mostra che l’errore e il peccato si trovano nel mondo in ampia misura. Iddio li riprova; eppure li lascia esistere. Quindi l’affermazione: “Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quando è possibile, perchè la sua tolleranza è in sè stessa immorale” - non può valere nella sua incondizionata assolutezza. D’altra parte, Dio non ha dato nemmeno all’autorità umana un siffatto precetto assoluto e universale, né nel campo della fede né in quello della morale. Non conoscono un tale precetto né la comune convinzione degli uomini, né la coscienza cristiana, né le fonti della rivelazione, né la prassi della Chiesa. Per omettere qui altri testi della Sacra Scrittura che si riferiscono a questo argomento, Cristo nella parabola della zizzania diede il seguente ammonimento: “Lasciate che nel campo del mondo la zizzania cresca insieme al buon seme a causa del frumento” (cfr. Matth., 13, 24-30)».
Dunque: «Il dovere di reprimere le deviazioni morali e religiose non può quindi essere una ultima norma di azione. Esso deve essere subordinato a più alte e più generali norme, le quali in alcune circostanze permettono, ed anzi fanno forse apparire come il partito migliore il non impedire l’errore, per promuovere un bene maggiore». Con questo «sono chiariti i due principii, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale del contenuto sopra indicato, da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati».
Il Pontefice enuncia, così, la sentenza inappellabile: «Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto».
Carlo Di Pietro da Il Roma
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