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Mai forse quanto oggi gli uomini han sentito nei loro cuori così vivo e potente il desiderio di rafforzare e allargare, a comune bene di tutti, quei rapporti di fraternità che tutti ci stringono e adunano, per il fatto stesso della comune origine e natura. Le nazioni ancora non godono la gioia della pace; anzi qua e là riscoppiano vecchi e nuovi rancori, con sedizioni e conflitti civili. Moltissime delle controversie che minano la tranquillità e prosperità dei popoli non troveranno, d’altra parte, soluzione definitiva, sino a tanto che non v’intervenga l’azione di quanti sono al governo dei popoli e ne dirigono e promuovono gl’interessi. Si capisce dunque che tanti bramino una più cordiale intesa ed unione fra le varie genti, e per un senso di fraternità universale, e per la certezza, ormai indubitabile, dell’unità del genere umano. Un fenomeno dello stesso genere avviene, per dato e fatto di alcuni, in ciò che riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Gesù Cristo, Signore nostro. Costoro, nella certezza che debba essere molto raro un uomo privo in tutto di senso religioso, sono venuti nella speranza che un giorno o l’altro i popoli, quantunque circa Iddio la pensino quale in un modo e quale in un altro, tuttavia si accorderanno nella professione di un certo numero di dottrine, come sopra un comune fondamento di vita spirituale. A questo scopo si fanno congressi, adunanze, discorsi; c’è un bel numero di intervenuti, ed hanno la parola un po’ tutti: infedeli di ogni razza, cristiani, perfino quanti disertano infelicemente Cristo, e quanti non vogliono ammettere la Sua divina natura e missione. Orbene, i cattolici non possono in nessuna maniera appoggiare tentativi come questi, i quali [tentativi, ndR] suppongono essere tutte le religioni più o meno buone e lodevoli, in quanto che tutte o per una via o per l’altra manifestano ed attestano quel senso nativo e spontaneo in noi, che ci porta verso Iddio e verso il riconoscimento devoto del Suo impero. Teoria questa, che non è soltanto una falsità vera e propria, ma che ripudia la vera Religione falsandone il concetto, e così spiana la via al naturalismo e all’ateismo.
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Iddio, creatore dell’universo, ci ha creati col fine che lo conoscessimo e servissimo; ha dunque tutto il diritto a che noi lo serviamo. Poteva, per il governo dell’uomo, dare a lui soltanto una legge di natura, quella legge, cioè che gli mise nel cuore creandolo; e poi guidare i suoi ulteriori sviluppi a norma di questa legge con ordinaria provvidenza. Volle invece aggiungere dei precetti a cui obbedissimo; e perciò, nel corso dei secoli, dai primi tempi umani sino alla venuta ed alla predicazione di Gesù, Egli stesso insegnò all’uomo quali doveri la natura ragionevole dovesse a Lui che l’aveva creata. «Spesse volte ed in varie maniere quel Dio che aveva parlato una volta attraverso i profeti, ha parlato in ultimo a noi, di questi giorni, attraverso il Figliuolo» (Hebr. 1,1, segg.). Rimane chiaro dunque, che non ci può essere religione vera, se non quella che ha per base la parola di Dio rivelata: rivelazione incominciatasi sui primordi umani, continuata nel Vecchio Testamento, e perfezionata e compiuta da Gesù stesso nel Nuovo. In realtà, se Iddio ha parlato - e che abbia parlato si dimostra storicamente - non è chi non veda che l’uomo non ha da far altro che crederGli assolutamente sulla parola, e senz’altro obbedirne i comandi: a compiere l’uno e l’altro dovere bene, per la gloria di Dio e la salvezza nostra, l’Unigenito Figliuol di Dio stabilì in terra la Sua Chiesa. Pertanto non ci si può professare cristiani senza credere che Cristo ha fondato una Chiesa e una Chiesa unica. Il dissenso incomincia allorché si vuol sapere quale deve essere questa Chiesa secondo la volontà del Suo Fondatore. Molti cristiani, per esempio, negano che la Chiesa debba essere visibile, almeno nel senso che il corpo dei fedeli debba apparire unico e tutto concorde in una stessa dottrina e sotto uno stesso Magistero e governo; e intendono per Chiesa visibile una Confederazione delle varie comunità cristiane, sebbene in particolare aderiscano a dottrine diverse, anzi opposte.
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Ciò posto, è evidente che la Sede Apostolica non può in nessuna maniera prender parte ai loro congressi, e in nessuna maniera devono i cattolici aderire o tener mano a simili tentativi; altrimenti vengono a dar autorità a una pretesa religione cristiana, che è lontana le mille miglia dalla sola Chiesa di Cristo. Dovremmo Noi patire che la verità, e la verità rilevata da Dio, sia tratta a compromessi? Sarebbe una ingiustizia palese. Ciò che è in giuoco nella faccenda è appunto la difesa della verità rivelata. Gesù Cristo, per dare a tutti i popoli la dottrina evangelica, inviò per la terra tutta gli Apostoli, e perché non potessero sbagliare, li volle prima ammaestrati in ogni verità dallo Spirito Santo (Ioan. XVI, 13): forse che nella Chiesa, assistita e custodita sempre da Dio, questa dottrina degli Apostoli è venuta mai a mancare e si è offuscata? Quando il nostro Redentore affermò nettamente che il Vangelo non era cosa dei soli tempi Apostolici, ma di tutte le età venture, poteva l’oggetto della Sede divenire col tempo così oscuro ed incerto da doversi oggi tollerare opinioni diverse non solo, ma contrarie fra di loro? Se fosse così, bisognerebbe pur dire che lo Spirito Santo, disceso sugli Apostoli, e la sua perpetua presenza nel seno della Chiesa e la predicazione medesima di Gesù Cristo, hanno perduto oramai da secoli ogni utilità ed efficacia: cosa che a solo dirla apparisce una bestemmia. Ora l’Unigenito Figlio di Dio da una parte ordinò ai Suoi ministri di insegnare a tutti i popoli, dall’altra pose agli uomini tutti l’obbligo di prestare fede a ciò che veniva loro annunciato dai «testimoni preordinati da Dio» (Act. X, 41), e l’obbligo sancì con queste parole: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, andrà condannato» (Marc. XVI, 16). Ora questo doppio comando di Cristo, da osservarsi necessariamente, di insegnare cioè e di credere per aver l’eterna salvezza, neppure si potrebbe comprendere se la Chiesa non proponesse intera e chiara la dottrina evangelica e non fosse immune da ogni pericolo di errore nell’insegnarla.
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E’ necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come «armi di giustizia» [Rom., 6, 13] offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.
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Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza» [In Luc., 10]; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati... ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato» [I Petr., 1, 18-19]. Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo [I Cor., 6, 20]: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo [Ibid., 6, 15].
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Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori. Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiae caritatem [Ef., 3, 19]) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno [Dan., 7, 13-14], perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.
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Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine [Lc., 1, 32-33] vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re [Matth., 25, 31-40], e pubblicamente confermò di essere Re [Joh., 18, 37] e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra [Matth., 28, 18]. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra» [Apoc., 1, 5], porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti» [Apoc. 19, 16]. Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale [Hebr., 1, 1], è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici [I Cor., 15, 25]. Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione.
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La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. Ed a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina.
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Inizio della citazione di Papa Pio XI: Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare La pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento dal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza. L’Anno Santo e il Regno di Cristo. E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re.
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Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione.
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Scopo della festa di Cristo Re. E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia sì che essi servano al progresso della sua vita spirituale. D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio [Sant’Agostino, De Sanctis, Serm. 47].
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Echi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione.
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Non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe [Num., 24, 19], e che dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità ed avrà in possesso i confini della terra [Ps. 2, 6]. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale» [Ps., 44, 6]. E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace... Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra» [Ps. 44, 8]. A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo» [Is., 9, 6-7]. E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il «Rampollo giusto» che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra» [Jer., 23, 5]; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto... ed esso durerà in eterno» [Dan., 2, 44] e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato.
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Volendo ora esprimere la natura ed il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire [Conc. Trid., Sess. VI, can. 21]. I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità [Joh., 15, 10]. Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio» [Joh., 5, 22]. Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.
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Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose ed ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini» [I Cor., 7, 23]. Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. Per quello poi che si riferisce alla concordia ed alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze.
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Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno «non è di questo mondo». Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla «potestà delle tenebre», e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?
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D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli» [Brev. Rom. Inno del Mattutino dell’Epifania]. Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo» [Leone Pp. XIII, Enc. Annum Sacrum, 25. V. 1899]. Né v’è differenza fra gli individui ed il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati» [Act., 4, 12], è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini» [S. Agostino, Lettera a Macedone, III]. Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria.
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Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di coteste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana.
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Per quanto riguarda la Teologia, certuni intendono ridurre al massimo il significato dei dogmi; liberare lo stesso dogma dal modo di esprimersi, già da tempo usato nella Chiesa, e dai concetti filosofici in vigore presso i dottori cattolici, per ritornare nell’esporre la dottrina cattolica, alle espressioni usate dalla Sacra Scrittura e dai Santi Padri. Essi così sperano che il dogma, spogliato degli elementi estrinseci, come essi dicono, alla divina rivelazione, possa venire con frutto paragonato alle opinioni dogmatiche di coloro che sono separati dalla Chiesa e in questo modo si possa pian piano arrivare all’assimilazione del dogma con le opinioni dei dissidenti. Inoltre, ridotta in tali condizioni la dottrina cattolica, pensano di aprire così la via attraverso la quale arrivare, dando soddisfazione alle odierne necessità, a poter esprimere i dogmi con le categorie della filosofia odierna, sia dell’immanentismo, sia dell’idealismo, sia dell’esistenzialismo o di qualsiasi altro sistema. E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità ai vari sistemi filosofici di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma - come essi dicono - equivalenti, esponga al modo umano le medesime verità divine.
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Rimane ora da parlare di quelle questioni che, pur appartenendo alle scienze positive, sono più o meno connesse con le verità della fede cristiana. Non pochi chiedono instantemente che la religione cattolica tenga massimo conto di quelle scienze. Il che è senza dubbio cosa lodevole, quando si tratta di fatti realmente dimostrati; ma bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo. Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede (Cf. Allocuzione Pont, ai membri dell’Accademia delle Scienze, 30 novembre 1941; AAS, vol. XXXVIII, p. 506).
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Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, così pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In modo particolare si deve deplorare un certo sistema di interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all’Arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948; AAS, vol. XL, pp. 45-48). Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli - fa ancora notare la Lettera - con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell’origine del genere umano e del popolo eletto. Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (il che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che hanno fatto questo con l’aiuto dell’ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle Sacre Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un’accesa fantasia che di quell’amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi son palesemente superiori agli antichi scrittori profani.
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Ritorniamo ora alle teorie nuove, di cui abbiamo parlato prima: da alcuni vengono proposte od istillate nella mente diverse opinioni che sminuiscono l’autorità divina della Sacra Scrittura. Con audacia alcuni pervertono il senso delle parole del Concilio Vaticano [1869 - 1870, ndR] con cui si definisce che Dio è l’autore della Sacra Scrittura, e rinnovano la sentenza, già più volte condannata, secondo cui l’inerranza della Sacra Scrittura si estenderebbe soltanto a ciò che riguarda Dio stesso o la religione e la morale. Anzi falsamente parlano di un senso umano della Bibbia, sotto il quale sarebbe nascosto il senso divino, che è, come essi dichiarano, il solo infallibile. Nell’interpretazione della Sacra Scrittura essi non vogliono tener conto dell’analogia della fede e della tradizione della Chiesa; in modo che la dottrina dei Santi Padri e del Magistero dovrebbe essere misurata con quella della Sacra Scrittura, spiegata, però, dagli esegeti in modo puramente umano; e non piuttosto la Sacra Scrittura esposta secondo la mente della Chiesa, che da Cristo Signore è stata costituita custode e interprete di tutto il deposito delle verità rivelate. Inoltre il senso letterale della Sacra Scrittura e la sua spiegazione elaborata, sotto la vigilanza della Chiesa, da tali e tanti esegeti, dovrebbe, secondo le loro false opinioni, cedere il posto ad una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale; secondo questa esegesi i libri del Vecchio Testamento, che oggi nella Chiesa sono una fonte chiusa e nascosta, verrebbero finalmente aperti a tutti. In questo modo - essi affermano - svaniscono tutte le difficoltà alle quali vanno incontro soltanto coloro che si attengono al senso letterale delle Scritture.
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Tutti sanno quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana, alla quale spetta il compito di dimostrare con certezza la esistenza di un solo Dio personale, di dimostrare invincibilmente per mezzo dei segni divini i fondamenti della stessa fede cristiana; di porre inoltre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impressa nelle anime degli uomini; ed infine il compito di raggiungere una conoscenza limitata, ma utilissima, dei misteri (Cf. Conc. Vat. D. B. 1796). Ma questo compito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principi e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica - cioè di ragione sufficiente, di causalità e di finalità - ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile. In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre, specialmente riguardo ai principi ed alle principali asserzioni di cui già parlammo.
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Circa alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica. I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale, per tutti gli onesti, soprattutto per i sinceri e fedeli figli della Chiesa, sono sempre stati origine e causa di fortissimo dolore, ma specialmente oggi [anno 1950, ndR], quando vediamo come da ogni parte vengano offesi gli stessi principî della cultura cristiana. Veramente non c’è da meravigliarsi, se fuori dell’ovile di Cristo sempre vi sono stati questi dissensi ed errori. Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, ed anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l’ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione. Nel raggiungere tali verità, l’intelletto umano incontra ostacoli sia a causa della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi non vogliono che sia vero! Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore (Conc. Vat. D. B. 1876, Cost. «De fide cath.», cap. 2, De revelatione).
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• Un fatto, che sempre si ripete nella storia della Chiesa, è che quando la fede e la morale cristiana si urtano contro forti correnti avverse di errori o di appetiti viziati, sorgono tentativi di vincere le difficoltà con qualche comodo compromesso, o altrimenti di schivarle ed eluderle. Anche in ciò che spetta ai comandamenti di Dio si è creduto di aver trovato un ripiego. Nella materia morale, [dicono gli erranti], vi è inimicizia con Dio, perdita della vita soprannaturale, grave colpa in senso proprio, solamente quando l’atto, di cui si deve rispondere, è stato posto non solo con la chiara consapevolezza che è contro il comandamento di Dio, ma, anche con la espressa intenzione di offendere con esso il Signore, di rompere l’unione con Lui, di disdire a Lui l’amore. Se questa intenzione è mancata, se, cioè l’uomo da parte sua non ha voluto troncare l’amicizia con Dio, l’atto singolo - [affermano gli erranti] - non può nuocergli. Per portare un esempio: le moltiformi deviazioni del sesto comandamento non sarebbero per il credente, il quale nel resto vuol mantenersi unito a Dio e conservarsi amico di Lui, nessuna grave mancanza, né importerebbero colpa mortale. Stupefacente soluzione! [Il Pontefice sta biasimando e deridendo questa soluzione, che, neanche a dirlo, diventa la sentenza ordinariamente approvata e tenuta dai falsari autori del “Vaticano Secondo” e successivi seguaci, ndR].
• Chi non vede come nella chiara conoscenza che un determinato atto umano è contro il comandamento di Dio, s’include che esso non può essere indirizzato al fine dell’unione con Lui, appunto perché contiene l’avversione, ossia l’allontanamento dell’animo, da Dio e dalla sua volontà (aversio a Deo fine ultimo), avversione che distrugge l’unione e l’amicizia con Lui, come fa propriamente la colpa grave? Non è forse vero che la fede e la teologia insegnano che ogni peccato è un’offesa di Dio e mira ad offenderlo, perché l’intenzione insita nella colpa grave è contro la volontà di Dio espressa nel comandamento di Lui che si viola? Quando l’uomo dice sì al frutto proibito, dice no a Dio proibente; quando antepone se stesso e la sua volontà alla legge di Dio, allontana da sé Dio e il divino volere: in ciò consiste l’avversione da Dio e l’intima essenza della colpa grave. La malizia dell’atto umano viene [dal fatto] che non è commisurato alla sua regola, la quale è duplice: l’una prossima e omogenea, cioè la stessa umana ragione; l’altra è la prima regola, vale a dire la legge eterna, che è come la ragione di Dio, la cui luce risplende nella coscienza umana, allorché fa vedere la distinzione fra il bene e il male [Cf. S. Th. 1a 2ae p. q. 71 a. 6]. Il vero credente non ignora che l’intenzione tendente all’oggetto della colpa mortale non è separabile dall’intenzione che viola la volontà e la legge divina e rompe ogni amicizia con Dio, il quale sa ben conoscere le rette e le male intenzioni degli atti umani e premiarle o punirle con la sua penetrante giustizia. Vedete, dunque, come la soluzione [addotta dai falsi credenti, ndR] vada a danno della verità e della santità cristiana. Crediamo, per l’onore di coloro, i quali l’hanno messa fuori e la sostengono, che essi stessi la rinnegherebbero, se si volesse tirarne le logiche conseguenze e applicarla [applicare questa erronea sentenza, ndR] in altre materie, per esempio, allo spergiuro e all’assassinio deliberato; poiché anche questi peccati nella maggior parte dei casi si commettono con l’intenzione di farne dei mezzi a un fine, quale sarebbe il bisogno di uscire da una difficile contingenza. [La storia insegna che, purtroppo, detti disonorevoli falsari adottano abitualmente la prassi dello spergiuro - che cos’è la professione del Credo e contemporaneamente quella dell’ecumenismo, se non anche un costante spergiuro; e non siperitano di anatematizzare gli assassini deliberati, per esempio gli abortisti, ndR]. Del resto, voi ben conoscete come suona la parola di Cristo: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io stesso ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nell’amore di Lui» [Io., 15, 10].
• Sentenza. Non vi è dunque che una via per giungere all’amore di Dio e mantenersi nell’unione e amicizia di Lui: l’osservanza dei suoi precetti. Le parole contano poco; quel che vale sono i fatti, e perciò il Redentore diceva: «Non tutti quelli che mi dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli» [Matth., 7, 21]. Confessare Dio con l’adempimento della sua santa volontà in tutti i suoi comandamenti e conformarvi, anzi unificarvi la volontà nostra, questa, e soltanto questa, è la via del cielo. San Paolo proclama tale assioma della vita morale con energica forma: «Badate di non errare: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quei che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né quei che sono dediti all’ubriachezza, né i malefici, né i rapaci, avranno l’eredità del regno di Dio» [1 Cor. 6, 9-10; cf. Gal. 5, 19-20]. L’Apostolo delle genti aveva davanti allo sguardo non solo la defezione da Dio con la formale negazione della fede e l’odio formale di Lui, bensì anche ogni grave lesione delle virtù morali, e la sua parola non riguardava soltanto l’abitudine di peccare, ma altresì tutti i singoli atti contro la morale e la giustizia, che sono peccati mortali e portano con sé l’eterna dannazione. Il dare proprio all’uomo religioso quasi una carta d’immunità da ogni colpa in tutto ciò che facesse contro i comandamenti di Dio, non potrebbe certo stimarsi ed essere la redenzione dalla miseria morale, a togliere la quale si trova oggi di fronte la Chiesa.
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Dalla Haurietis aquas, Papa Pio XII, Palpita d'amore!: «Palpita d’amore il cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo amore umano e divino, quando, come ci rivela l’apostolo, non appena la vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo fiat, il Verbo di Dio, «entrando nel mondo, dice: “Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; olocausti per il peccato non gradisti: allora dissi: Ecco io vengo (come all’inizio del libro è scritto di me) per compiere, o Dio, la tua volontà”. E per questa volontà noi siamo santificati per l’offerta del corpo di Gesù Cristo (fatta) una volta» (Eb 10,5-7. 10). Palpitava altresì d’amore il cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino; quando egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima madre, nella casetta di Nazareth, e col suo padre putativo san Giuseppe cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere del falegname. Parimenti palpitava di quel triplice amore nelle sue continue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi di onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute a ogni sorta di infermi; nel sopportare le fatiche; nel tollerare il sudore, la fame, la sete; nelle veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto del celeste suo Padre; e finalmente nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliol prodigo. E veramente in queste parole e in queste azioni, come osserva san Gregorio Magno, si è manifestato il cuore di Dio: «Intuisci il cuore di Dio nelle parole di Dio, affinché più ardente possa esperimentare l’attrattiva dei beni eterni» (Registr. epist., lib. IV, ep. 31 ad Theodorum medicum: PL 77, 706).».
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• La Chiesa (...) ha sempre proseguito nel medesimo cammino, e anche oggi non procede diversamente. Chi non sa come il Nostro Predecessore Pio X, di santa memoria, aprì largamente ai fedeli, e specialmente ai fanciulli, le porte verso le fonti eucaristiche della grazia? Sarebbe però una funesta illusione il credere che l’efficacia del sacramento, l’opus operatum, dispensi le anime dalla cooperazione nel procurare la loro salvezza. Uno degli effetti della Santissima Eucaristia, «tamquam antidotum, quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur» (Conc. Trident. Sess. XIII cap. 2), consiste appunto nel dare la forza per la lotta contro il peccato. La vita del cristiano, che s’informa all’esempio di Cristo, è vita di combattimento contro il demonio, il mondo e la carne. Il darsi al quietismo non è stato mai un bene, e un bene (non) è oggidì, meno che mai, nella Chiesa come società, e nella vita religiosa di qualsivoglia persona. Possano i fedeli, i quali ascoltano dai pergami la parola di Dio, schiudere con avida brama il loro spirito alla cognizione della verità e della vita soprannaturale, che viene loro offerta; ma a tale cognizione è necessario che facciano seguire l’osservanza dei comandamenti e che, perseverando nelle opere buone, crescano e si rinvigoriscano nella grazia. • Non è nostra intenzione favorire un duro rigorismo. Chi ha cura di anime sa con benevola comprensione aver riguardo alle persone e alle circostanze, che consigliano mitezza e adattamento nelle cose non essenziali. Ma l’inflessibilità della ragione e del dovere possiede un largo campo irriducibile là dove imperano i comandamenti di Dio, obbliganti sempre e dappertutto alla volontaria sommessione e abnegazione di se stessi e delle proprie passioni, al dominio delle male inclinazioni e al rafforzamento del proprio coscienzioso volere per i momenti delle più gravi risoluzioni.
• L’eroismo, Cristo non lo rinvenne in tutti; a chiunque manifestava anche soltanto una traccia di buona volontà, (Egli) porgeva la mano e ispirava coraggio; al tempo stesso, però, non si astenne dall’enunciare le più alte domande: «Se alcuno vuol tenermi dietro, rinneghi se stesso e prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Luc., IX, 23). «Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matth., V, 48). Per condurre gli uomini a così alta meta, la Chiesa tutti soccorre, sempre con l’intento di più e più avvicinare alla perfezione del Padre celeste quanti credono in Cristo e praticano i suoi insegnamenti e comandi.
• Essa sta sul monte, visibile a tutti, «madre de’ santi, immagine della città superna»‚ mentre pur apparisce che lo scristianamento intorno a lei ha guadagnato e guadagna terreno. Ma questo fatto, per quanto doloroso, deve forse scoraggiarvi (...)? La Chiesa è là sul suo fondamento, inflessibile alle defezioni e alle persecuzioni, perché essa è la forza di Dio e di Cristo. Fu detto che, se Dio non vi fosse, bisognerebbe inventarlo [Cf. Fiòdor Dostojevskij, I fratelli Karamàzov (traduzione dal russo) lib. 2 n.. 6 e lib. 5 n. 3]: senza un Dio che abbia segnato agli uomini la distinzione e i confini del bene e del male, non splenderebbe alla ragione una legge di moralità su questa terra. Là ove domina la fede (nel) Dio personale, rimane saldo l’ordine morale, determinato dai dieci precetti del Decalogo; altrimenti, o prima o poi, miseramente crolla. Soltanto là ove quest’ordine illumina la mente, dirige il cuore e impera alle passioni, la vita dei singoli individui e delle comunità ha sostegno e vigore, e si mostra degna della creatura ragionevole. Poiché esso solo assicura e nobilita la dignità umana, i cui lineamenti si identificano con quelli del Decalogo; cosicché solamente se opera entro quell’ordine, entro quel limite dei dieci comandamenti, la libera volontà grandeggia nella virtù e nei suoi atti, come (il maggior dono che Dio, per Sua grandezza, fece creando) all’uomo. Quando invece (l’uomo)esce da quei confini e fa lecito ogni suo libito (Cf. Inf. 5, 56), voi la vedete tramutarsi in un torrente impetuoso, che ha lasciato il suo alveo e, varcati gli argini, si riversa attraverso la regione, recando devastazione e morte. Non è forse vero che senza quei legami la libera volontà è più pericolosa e audace che il naturale istinto degli animali selvatici o feroci? Le masse umane, che non conoscono Dio nella (vera) religione, non si possono alla lunga frenare e reggere se non col terrore; ma il terrore è la fine e la morte della dignità e della libertà umana.
• Oggigiorno l’umanità, che non ha chiuso gli occhi sopra i movimenti sociali, vede e contempla tale concatenazione di tristi cause ed effetti e le amare e dolorose loro conseguenze. Se la elevata prosperità materiale delle ultime generazioni tenne in qualche modo lontani i rovinosi mali derivanti dall’allontanamento da Dio, o almeno li ricoprì, quando umanamente parlando vi sarebbe potuto essere motivo di scoraggiamento; al presente, in questo tempo di miseria, senza nome e soccorso, che ha fatto scomparire ogni alta floridezza economica, ecco che in mezzo al disfacimento dei pubblici ordinamenti, mentre la convivenza umana avrebbe tanto più bisogno delle forze religiose e morali, si fa invece tristemente sentire la diminuzione della fede in Dio e della osservanza dei Suoi comandamenti. Ciò che ci insegnano l’esperienza e la contemplazione di quest’ora tragica è quasi un insegnamento intuitivo dell’ammonimento della Sacra Scrittura, la quale proclama che l’uomo, libero di risolversi, deve sapere quel che egli sceglie, acqua o fuoco, vita o morte: ciò che preferisce gli sarà dato (Cf. Eccli., XV, 17-18). Il tempo, che sì fieramente volge e trascina nel sangue e nel dolore tanti popoli e nazioni [il Papa sta insegnando in tempo di guerra, ndR], è veramente tale da far sentire e ascoltare i comandamenti di Dio non come voce di molesta coazione, (così come) si amava di rappresentarli nei giorni di prosperità esteriore e di benessere materiale, ma come lieta novella, come promessa, di protezione, salvezza e redenzione; e così possiate voi (Parroci) annunziarli al popolo!
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Foste mai nelle Catacombe, in quei venerandi recessi ove maturò il più grande portento della terra, ove ogni sasso ricorda storie sublimi di sangue e di vittorie? Portatevi alla cripta di San Cornelio: vi è scritto cosi: «Io canterò la tua fortezza, o Signore, e, al mattino, inni di letizia offerirò alla tua misericordia». O, se vi piace, entrate nel carcere di San Paolo e meditatene la protesta, eternata sul sasso: «Per il Vangelo patisco sino alle catene, ma la parola di Dio non è incatenata». Si, ognuno deve incidere il suo solco e irrigarlo di sudore, di pianto, di sangue. E non ci colgano tristezze, se, affidata la sementa alle glebe, sembri sparita. Un nulla è colui, che semina, un nulla colui, che irriga: Dio solo feconda...
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La velocità di scaricamento delle pagine può variare in base alla connessione internet utilizzata. Per scaricare il PDF del libro cliccare qui. Per inviare una donazione a Sursum Corda cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»).




















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A richiesta di parecchi RR. Parrochi di Roma si pubblicano a parte le Preghiere per il santo sacrificio della Messa, come si trovano nei «Primi elementi della dottrina cristiana, tratti dal Catechismo pubblicato per ordine di Sua Santità Pio X». Tali preghiere furono in massima parte ricavate dall’«Ordinario della Messa»; solo, con approvazione dei Superiori, vennero riunite ad esse, inserendole in luoghi opportuni, quelle «Prime preghiere e formole» del Catechismo, le quali, per ordine di Sua Santità Pio X, debbono recitarsi in comune ad alta voce in tutte le messe principali festive [Ordiniamo che a tutte le messe principali festive, come pure in tutte le classi della dottrina cristiana, siano recitate in principio, ad alta voce, chiaramente, posatamente, le prime preghiere e le principali altre formole. In tal maniera, dopo qualche tempo, senza sforzo, tutti le avranno imparate; e s’introdurrà un'ottima e cara consuetudine di comune preghiera e d'istruzione, che da tempo è in vigore in molte diocesi italiane, con non poca edificazione e profitto (Lettera al Card. Vicario, 18 ottobre 1912)]. Oltre ad agevolare l'osservanza della prescrizione pontificia, queste paginette serviranno a mantenere e a più largamente diffondere la salutare consuetudine di recitare le preghiere del Santo Sacrifìcio, specialmente alle messe per i fanciulli nelle parrocchie, a quelle di comunità dei Collegi, Oratori festivi, Confraternite, ecc.; poiché così tutti potranno seguir meglio il Santo Sacrificio e imparar le preghiere più adatte per assistervi nel modo più conveniente.
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ITALIANI!
Nell'assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo ii 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso te decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alta comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunci are entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risoluta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri, ho ripetuto ch'era mio dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.
Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.
ITALIANI!
Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la Magistratura, le cui tradizioni d'indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso né rendermi complice dell'illegalità che il Governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori.
Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.
A tutti coloro che ancora conservano la fedeltà nella Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a voler evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace.
Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il pensiero a quanti sono Caduti nel nome d’Italia ed il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. - Viva l’Italia!
Roma, 13 giugno 1946. UMBERTO
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