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Pertanto, se in così difficili frangenti i cattolici daranno ascolto, com’è loro dovere, alle Nostre parole, si renderanno chiaramente conto di quali siano i compiti di ciascuno, sia nel campo delle idee, sia in quello delle azioni. Riguardo alle idee, è necessario tenere saldi nella mente, con intima adesione, tutti gli insegnamenti passati e futuri dei romani Pontefici, nonché essere pronti a professarli apertamente ogni volta che appaia opportuno. E particolarmente riguardo a quelle cosiddette libertà alle quali si aspira nei tempi più recenti, conviene che ciascuno si attenga al giudizio della Sede Apostolica e che pensi in totale accordo con essa [Correva l’anno 1885, ben prima del “colpo di Stato protosessantottino” del cosiddetto “Vaticano Secondo”, da cui verranno con gradualità ed arbitrio rigettate, apertamente o dietro sofismi, quasi tutte le qui enunciate definizioni dottrinali: necessarie e non riformabili, ndR]. Occorre stare attenti a non farsi trarre in inganno dalla loro apparente onestà, tener presente da quali premesse traggono origine e da quali confuse passioni sono rinvigorite e alimentate. Ormai si sa abbastanza, per esperienza, quali effetti esse abbiano sulla società, poiché esse hanno ovunque prodotto frutti, dei quali i saggi e gli onesti a ragione si rammaricano. Nel caso che esista realmente da qualche parte, o si immagini, una comunità nella quale il nome cristiano sia perseguitato con leggi proterve e tiranniche, se ad essa si paragona il moderno sistema di governo di cui parliamo, questo potrà risultare più tollerabile. Tuttavia i principi su cui si fonda sono certamente di per sé, come abbiamo detto, tali da non meritare che riprovazione. Quanto all’azione, essa può interessare la sfera privata e domestica, oppure la sfera pubblica. Nell’ambito individuale il primo dovere è di conformare la vita e la condotta, col massimo scrupolo, ai precetti evangelici, senza sottrarvisi nemmeno quando la virtù cristiana esiga qualche più arduo esercizio di pazienza e di sopportazione. Si deve inoltre amare la Chiesa come una madre comune; osservarne fedelmente le leggi, averne a cuore l’onore, e salvaguardarne i diritti; adoperarsi perché sia amata e rispettata con pari devozione da coloro sui quali ci si trovi ad esercitare qualche forma di autorità.
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Quale sia poi la vera religione, senza difficoltà può vedere chi giudichi con metro sereno e imparziale: poiché è evidente per moltissime e luminose prove, per la verità di indubitabili vaticinî, per la frequenza dei miracoli, per la diffusione straordinariamente rapida della fede anche in mezzo a nemici e fra gravissimi ostacoli, per la testimonianza dei martiri e per altre simili, che l’unica vera è quella che Gesù Cristo stesso ha fondato ed affidato alla sua Chiesa perché la difendesse e la propagasse. Infatti l’Unigenito figlio di Dio istituì sulla terra quella società, che chiama Chiesa, alla quale trasmise, perché la continuasse nei secoli, l’eccelsa e divina missione, che Egli stesso aveva ricevuto dal Padre. «Come il Padre mandò me, anch’io mando voi» (Gv. 20,21). «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt. 28,20). Dunque, come Gesù Cristo venne sulla terra perché «gli uomini abbiano la vita e ne abbiano in abbondanza» (Gv. 10,10), allo stesso modo la Chiesa si propone come fine la salvezza eterna delle anime; per questo motivo essa è tale, per sua natura, da offrirsi per abbracciare l’intero genere umano, senza limiti di tempi e di luoghi. «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc. 16,15). A una così vasta moltitudine di uomini Dio stesso assegnò magistrati con il potere di governarla: e tra tutti volle che uno fosse il primo, il supremo e infallibile maestro di verità, ed a lui affidò le chiavi del regno dei cieli. «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt. 16,19). «Pasci gli agnelli... pasci le pecore» (Gv. 21,16-17). «Io pregai per te, perché non venga meno la tua fede» (Lc. 22,32). Questa società, sebbene sia composta di uomini non diversamente dalla società civile, tuttavia, per il fine al quale tende e per i mezzi di cui si serve per conseguirlo, ha carattere soprannaturale e spirituale, e in questo si distingue e differisce dalla società civile; ciò che soprattutto conta, essa è una società nel suo genere e nel suo assetto giuridico perfetta, dal momento che possiede, per volontà e grazia del suo fondatore, in sé e per se stessa tutti gli strumenti necessari al suo esistere e al suo operare.
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Quell’immortale opera di Dio misericordioso che è la Chiesa, sebbene in sé e per sua natura si proponga come scopo la salvezza delle anime e il raggiungimento della felicità celeste, pure anche nel campo delle cose terrene reca tali e tanti benefìci, quali più numerosi e maggiori non potrebbe se fosse stata istituita al precipuo e prioritario scopo di tutelare e assicurare la prosperità di questa vita terrena. E veramente dovunque la Chiesa abbia posto piede ha immediatamente cambiato l’aspetto delle cose, ha instillato nei costumi dei popoli virtù prima sconosciute e una nuova civiltà: e i popoli che l’accolsero si distinsero per l’umanità, per l’equità, per le imprese gloriose. Eppure resiste quella tradizionale e oltraggiosa accusa secondo cui la Chiesa sarebbe in contrasto con gl’interessi dello Stato e del tutto incapace di dare un contributo a quelle esigenze di benessere e di decoro, cui a buon diritto e naturalmente tende ogni società ben ordinata. Sappiamo che fin dai primi tempi della Chiesa i cristiani erano perseguitati in nome di analogo, iniquo pregiudizio, e che si soleva anche additarli all’odio e al sospetto come nemici dell’impero: allora il popolo amava far ricadere sul nome cristiano la colpa di qualunque sventura si fosse abbattuta sullo Stato, quando invece era la giustizia di Dio che esigeva dai peccatori la dovuta espiazione delle loro scelleratezze. L’atrocità di simile calunnia giustamente armò l’ingegno ed affilò la penna di Agostino, il quale, particolarmente nella Città di Dio, illuminò di tanta luce l’efficacia della dottrina cristiana anche per quanto attiene alla vita sociale, che non sembra tanto aver difeso la causa dei cristiani del suo tempo, quanto aver riportato un trionfo imperituro su tutte le false calunnie. Non si placò tuttavia la funesta voglia di simili accuse e denigrazioni, ed a moltissimi piacque attingere le norme del vivere sociale altrove piuttosto che dalle dottrine approvate dalla Chiesa cattolica. Anzi, in questi ultimi tempi cominciò a prevalere e a farsi dominante ovunque quello che chiamano nuovo diritto, che proclamano essere come il frutto di un secolo ormai adulto, maturato attraverso il progredire della libertà.
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Veramente, Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al Magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: «Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina».
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Non è difficile stabilire quali sarebbero l’aspetto e la struttura di uno Stato che fosse governato sulla base dei principi cristiani. Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita. E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto d’imperio non lo riceve da altri se non da Dio, massimo Principe di tutti. Non v’è potere se non da Dio (Rm. 13,1). Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico. Ma in qualsiasi tipo di Stato i prìncipi devono soprattutto tener fisso lo sguardo a Dio, sommo reggitore del mondo, e proporsi Lui quale modello e norma nel governo della comunità. Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano.
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Veramente, in quella forma di società che abbiamo esposto le cose divine e le umane sono armoniosamente ordinate: sono salvi i diritti dei cittadini, in quanto difesi col patrocinio delle leggi divine, naturali e umane; sono sapientemente definiti i singoli doveri ed è opportunamente regolato il loro adempimento. Ciascun individuo, nel suo incerto e faticoso viaggio verso l’eterna città celeste, sa di disporre di guide che lo sostengono nel cammino e lo aiutano a raggiungere la meta, ed ugualmente comprende che altre guide hanno il compito di procurargli o conservargli la sicurezza, le fortune e tutti gli altri beni sui quali poggia questa nostra vita terrena. La società domestica deriva quella solida stabilità che le conviene dalla santità del matrimonio uno e indivisibile; diritti e doveri sono regolati tra i coniugi con sapiente giustizia ed equità; alla donna è riservato il debito onore; l’autorità del marito è modellata su quella di Dio; la patria potestà è convenientemente temperata in considerazione della dignità della moglie e dei figli; infine si provvede alla giusta tutela, al benessere e all’educazione dei figli stessi. Nell’ambito politico e civile, le leggi hanno per oggetto il bene comune, e sono conformate non alla volontà e al fallace giudizio della moltitudine, ma alla verità e alla giustizia; l’autorità dei Principi riveste un carattere in certo modo sacro e sovrumano, e ha dei limiti perché non si allontani dalla giustizia né trascenda ad abusi nel comando; l’obbedienza dei cittadini si accompagna a decoro e dignità, poiché non si tratta di servitù di uomo ad uomo, ma di osservanza della volontà di Dio, che per mezzo di uomini esercita il proprio dominio. Quando tali concetti saranno stati accolti e assimilati, s’intenderà facilmente come sia unicamente atto di giustizia il rispettare la maestà dei Principi, il sottostare con costanza e lealtà ai pubblici poteri, il rifuggire da azioni sediziose, il preservare intatta la santa disciplina sociale. Similmente si annoverano tra i doveri la reciproca carità, la benevolenza, la liberalità; il cittadino che è anche cristiano non viene a trovarsi in contraddizione con se stesso a causa di precetti contrastanti; sono infine assicurati anche alla comunità e alla società civile quegli inestimabili beni, di cui la religione cristiana di per sé ricolma anche la vita terrena degli uomini: sicché emerge tutta la verità di quel detto: «Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela».
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[...] Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo. Infatti, se veramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limitata da alcuna legge. Ne consegue del pari che queste varie libertà possono essere tollerate se vi sia un giusto motivo, ma entro certi limiti di moderazione, in modo che non degenerino nell’arbitrio e nell’arroganza. Dove infatti vige la consuetudine di queste libertà, i cittadini le trasformino in facoltà di agire correttamente e di esse abbiano il concetto medesimo che ne ha la Chiesa. Pertanto ogni libertà è da ritenere legittima finché procura più frequenti occasioni di onesta condotta, altrimenti no. Dove la tirannide opprima o sovrasti in modo tale da sottomettere la cittadinanza con iniqua violenza, o costringa la Chiesa ad essere priva della dovuta libertà, è lecito chiedere una diversa organizzazione dello Stato, in cui sia concesso agire liberamente; in questo caso non si rivendica quella smodata e colpevole libertà, ma qualche sollievo a vantaggio di tutti e si agisce così solamente perché non sia impedita la facoltà di comportarsi onestamente là dove si concede licenza al malaffare. [...] Inoltre, non è vietato preferire un tipo di Stato regolato dalla partecipazione popolare, fatta salva la dottrina cattolica circa l’origine e l’esercizio del pubblico potere. Tra i vari tipi di Stato, purché siano di per se stessi in grado di provvedere al benessere dei cittadini, nessuno è riprovato dalla Chiesa; essa pretende tuttavia ciò che anche la natura comanda: che i singoli Stati si reggano senza recare danno ad alcuno, e soprattutto rispettino i diritti della Chiesa. È onesto partecipare alla pubblica amministrazione, a meno che in qualche luogo, per eccezionali circostanze di tempo e di cose, non venga disposto diversamente; anzi la Chiesa approva che ognuno dedichi l’opera sua al comune vantaggio e che con ogni sua iniziativa – nei limiti del possibile – difenda, consolidi, renda prospero lo Stato.
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In primo luogo notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna. Eppure, fra tutti i doveri umani, senza dubbio il più nobile e il più santo consiste nell’obbligo di onorare Dio con profonda devozione. Tale obbligo deriva dal fatto che noi siamo sempre in potere di Dio, siamo governati dalla volontà e dalla provvidenza di Dio e, da Lui partiti, a Lui dobbiamo ritornare. Si aggiunga che senza religione non può esservi virtù nel vero senso della parola; infatti è virtù morale quella che ha per dovere di condurre a Dio, ultimo e sommo bene per l’uomo; perciò la religione, che determina le azioni che direttamente e immediatamente hanno il fine di onorare Dio, è sovrana e moderatrice di tutte le virtù. E a chi si chiede quale unica religione sia doveroso seguire, tra le molte esistenti e tra loro discordi, la ragione e la natura rispondono: certamente quella che Dio ha prescritto e che gli uomini possono facilmente riconoscere da certi aspetti esteriori con cui la divina provvidenza volle distinguerla, poiché in una questione di tanta importanza ogni errore produrrebbe immense rovine. Perciò, una volta concessa quella libertà di cui stiamo parlando, si attribuisce all’uomo la facoltà di pervertire o abbandonare impunemente un sacrosanto dovere, e conseguentemente di volgersi al male rinunciando a un bene immutabile; questa non è libertà, come dicemmo, ma licenza e schiavitù di un’anima avvilita nel peccato. La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti, senza tener conto della volontà popolare, se il popolo si dichiara cattolico. Ma perché fossero corretti tali principi, dovrebbe essere vero che gli obblighi della società civile verso Dio o sono nulli o possono essere impunemente disattesi: e ciò è falso in entrambi i casi.
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Alquanto più moderati, ma per nulla più coerenti, sono coloro che dicono che la vita e i costumi dei privati devono essere regolati dal dettato delle leggi divine, ma non quelli dello Stato; che è lecito sottrarsi ai comandamenti di Dio nei pubblici affari e non rifarsi ad essi in alcun modo nel formulare le leggi. Ne deriva quel funesto corollario per cui è necessario dissociare la Chiesa dallo Stato. Ma non è difficile comprendere l’assurdità di queste affermazioni. Infatti la stessa natura prescrive che ai cittadini siano dati mezzi e opportunità per condurre una vita onesta, cioè conforme alla legge di Dio, poiché Dio è il principio della rettitudine e della giustizia e quindi è inconcepibile che lo Stato ignori quelle stesse leggi o che possa fondare una convivenza ad esse ostile. Inoltre coloro che governano i popoli hanno il dovere verso la comunità di provvedere non solo al benessere e ai beni materiali, ma soprattutto ai beni spirituali con la sapienza delle leggi. E invero non si può immaginare nulla di più adatto ad accrescere questi beni che quelle leggi di cui Dio è autore; perciò, nel governo della società, coloro che rifiutano di applicare le leggi divine, fanno sì che il potere politico si svii dal suo scopo e dall’ordine di natura. Ma ciò che più importa e che già da Noi stessi fu più volte ricordato, è il fatto che, sebbene il governo civile miri a fini diversi rispetto al potere sacrale, e non percorra lo stesso itinerario, tuttavia nell’esercizio del potere è inevitabile che talora l’uno e l’altro s’incontrino. Infatti entrambi hanno il dominio sulle stesse persone e accade spesso che entrambi affrontino le stesse questioni sia pure con diverso criterio. Ogni volta che un tal caso si presenta, poiché il conflitto è assurdo e profondamente ripugna alla sapientissima volontà di Dio, è necessario che vi sia un metodo e un ordine per cui possa sussistere un ragionevole accordo nell’operare, dopo aver rimosso le cause di dispute e di conflitti. Una siffatta concordia fu già paragonata, non senza ragione, all’unione che esiste tra l’anima e il corpo, con vantaggio di entrambe le parti; la loro disunione è soprattutto nociva al corpo, in quanto ne spegne la vita.
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Infine non si può tacere che un campo immenso si spalanca in cui l’iniziativa e l’intelligenza degli uomini possono liberamente spaziare ed esercitarsi: cioè sui temi che non hanno alcun necessario rapporto con i principi di fede e di morale cristiana o sui quali la Chiesa, senza far uso della sua autorità, lascia libero e integro il giudizio dei dotti. Da quanto si è detto si comprende quale sia nella fattispecie quella libertà che con pari ardore rivendicano e predicano i seguaci del Liberalismo. Per un verso pretendono per sé e per lo Stato una licenza così eccessiva che non esitano ad aprire un varco anche alle opinioni più perverse; d’altra parte intralciano in tanti modi la Chiesa e restringono la sua libertà entro i più angusti limiti, per quanto è loro possibile, quantunque dalla dottrina della Chiesa non solo non si deve temere alcun danno ma ci si deve aspettare ogni sorta di benefici. Inoltre si predica assiduamente quella che viene chiamata libertà di coscienza; la quale, se interpretata nel senso che a ciascuno è giustamente lecito, a piacer suo, di venerare o di non onorare Dio, trova la sua smentita negli argomenti svolti in precedenza. Ma può avere anche questo significato: all’uomo è lecito, nel civile consorzio, seguire la volontà e i comandamenti di Dio secondo coscienza e senza impedimento alcuno. Questa vera libertà, degna dei figli di Dio, che assai giustamente tutela la dignità della persona umana, è più forte di qualunque violenza e offesa, ed è sempre desiderata e soprattutto amata dalla Chiesa. Con costanza, gli Apostoli rivendicarono per sé una siffatta libertà; gli Apologisti la sancirono con gli scritti; i Martiri la consacrarono in gran numero col loro sangue. E meritatamente, in quanto questa libertà cristiana attesta ad un tempo il supremo e giustissimo potere di Dio sugli uomini e l’assoluto e primario dovere degli uomini verso Dio. Essa non ha nulla in comune con uno spirito sedizioso e ribelle, né la si può in alcun modo incolpare di voler sottrarsi all’ossequio verso il pubblico potere, poiché comandare e pretendere obbedienza, nella misura che tale diritto appartiene al potere umano, per nulla contrasta col potere divino e si mantiene nell’ordine voluto da Dio.
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Ora si consideri un poco la libertà di parola e ciò che piace esprimere per mezzo della stampa. È appena il caso di dire che questa libertà non può essere un diritto se non è temperata dalla moderazione ed esorbita oltre la misura. Infatti il diritto è una facoltà morale: come dicemmo e come dovremo più spesso ridire, è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine. La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società. Gli abusi dell’ingegno sregolato, che si risolvono in oppressione delle moltitudini ignoranti, devono essere repressi dall’autorità delle leggi non meno che le offese recate con la forza ai più deboli. Tanto più che una gran parte di cittadini non può affatto – o talvolta lo può con estrema difficoltà – guardarsi dai sofismi e dagli artifici dialettici, soprattutto se blandiscono le passioni. Concessa a chiunque illimitata libertà di parola e di stampa, nulla rimarrà d’intatto e d’inviolato; non saranno neppure risparmiati quei supremi e veritieri principi di natura che sono da considerare come un comune e nobilissimo patrimonio del genere umano. Così oscurata a poco a poco la verità dalla tenebre, come spesso accade, facilmente prenderà il sopravvento il regno dell’errore dannoso e proteiforme. Perciò quanto più la licenza avrà spazio, tanto maggiore danno avrà la libertà; tanto più sarà ampia e sicura la libertà, quanto più efficaci i freni alla licenza. Invero, ove natura non si opponga, è concesso, su questioni opinabili permesse da Dio alla discussione degli uomini, esprimere liberamente ciò che piace e ciò che si sente; infatti una tale libertà non conduce mai gli uomini a conculcare la verità, ma semmai ad indagarla ed a rivelarla.
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Quanto si è detto circa la libertà dei singoli uomini può essere facilmente riferito agli uomini tra loro uniti in civile consorzio. Infatti, ciò che la ragione e la legge naturale operano nei singoli uomini, del pari agisce nella società la legge umana promulgata per il bene comune dei cittadini. Tra le leggi degli uomini alcune riguardano ciò che per natura è bene o male; esse, corredate dalla debita sanzione, insegnano a seguire l’uno e a fuggire l’altro. Ma siffatte disposizioni non traggono origine dalla società umana, poiché come la stessa società non ha generato la natura umana, così del pari non crea il bene che conviene alla natura, né il male che ripugna alla natura; piuttosto precorrono la stessa società civile e sono assolutamente da ricondurre alla legge naturale e perciò alla legge eterna. Dunque i precetti di diritto naturale contenuti nelle leggi umane, non hanno solo la forza di legge umana ma soprattutto comprendono quell’autorità molto più alta e molto più augusta che proviene dalla stessa legge di natura e dalla legge eterna. In questo genere di leggi, il dovere del legislatore civile è comunemente quello di condurre all’obbedienza i cittadini, dopo aver adottato una comune disciplina, reprimendo i malvagi inclini ai vizi, affinché, distolti dal male, perseguano la rettitudine o almeno non siano d’impedimento e danno alla società. Invero, altre ordinanze del potere civile non derivano subito e direttamente dal diritto naturale, ma da più lontano e in modo obliquo, e definiscono varie questioni che la natura non ha definito se non in generale e in modo indeterminato. Così la natura comanda che i cittadini contribuiscano alla tranquillità e alla prosperità pubblica: ma quanto, come, in quali occasioni non è stabilito da natura, bensì dalla saggezza degli uomini. Ora, in queste particolari regole di vita suggerite dalla prudenza della ragione e introdotte dal legittimo potere, consiste la legge umana propriamente detta. Questa legge impone a tutti i cittadini di concorrere al fine indicato dalla società e vieta di abbandonarlo; la stessa legge, finché segue dolcemente e consenziente i dettami di natura, conduce alla rettitudine e distoglie dal male.
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Tuttavia la Chiesa, con intelligenza materna, considera il grave peso della umana fragilità e non ignora quale sia il corso degli animi e delle vicende da cui è trascinata la nostra età. Per queste ragioni, senza attribuire diritti se non alla verità e alla rettitudine, la Chiesa non vieta che il pubblico potere tolleri qualcosa non conforme alla verità e alla giustizia, o per evitare un male maggiore o per conseguire e preservare un bene. Dio stesso provvidentissimo, infinitamente buono e potente, consentì tuttavia che nel mondo esistesse il male, in parte perché non siano esclusi beni più rilevanti, in parte perché non si conseguano mali maggiori. Nel governo delle nazioni è giusto imitare il Reggitore del mondo: anzi, non potendo l’umana autorità impedire ogni male, deve «concedere e lasciare impunite molte cose che invece sono punite giustamente dalla divina Provvidenza». Tuttavia, come complemento a quanto detto, se a causa del bene comune e soltanto per questo motivo la legge degli uomini può o anche deve tollerare il male, non può né deve approvarlo o volerlo in quanto tale: infatti il male, essendo di per sé privazione di bene, ripugna al bene comune che il legislatore, per quanto gli è possibile, deve volere e tutelare. E anche in questo caso è necessario che la legge umana si proponga di imitare Dio il quale, nel consentire che il male esista nel mondo «non vuole che il male si faccia, né vuole che il male non si faccia, ma vuole permettere che il male si faccia, e questo è bene» . Questa affermazione del dottore Angelico contiene in sintesi tutta la dottrina sulla tolleranza del male. Ma bisogna riconoscere, se si vuole giudicare rettamente, che quanto più in uno Stato è necessario tollerare il male, tanto più questo tipo di Stato è lontano da una condizione ottimale; così pure, quando si opera secondo i precetti della prudenza politica, è necessario circoscrivere la tolleranza dei mali entro i limiti che il motivo – cioè la salute pubblica – richiede. Perciò, se la tolleranza reca danno alla salute pubblica e procura mali maggiori allo Stato, ne consegue che non è lecito praticarla, poiché in tali circostanze viene a mancare il movente del bene.
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La libertà, nobilissimo dono di natura, proprio unicamente di creature dotate d’intelletto e di ragione, attribuisce all’uomo la dignità di essere «in mano del proprio arbitrio» e di essere padrone delle proprie azioni. Tuttavia è molto importante stabilire in che modo tale dignità debba manifestarsi, poiché dall’uso della libertà possono derivare grandi vantaggi ma anche grandi mali. Infatti è facoltà dell’uomo ubbidire alla ragione, seguire il bene morale, tendere direttamente al suo fine ultimo. Ma egli può anche deviare verso tutt’altri scopi e, perseguendo false immagini del bene, può turbare l’ordine prestabilito e precipitare in volontaria rovina. Gesù Cristo, liberatore del genere umano, restaurando ed elevando la primitiva dignità di natura, giovò moltissimo alla volontà dell’uomo e la innalzò verso miglior segno, ora soccorrendola con la sua grazia, ora proponendo la sempiterna felicità nei cieli. Per tale motivo la Chiesa cattolica ha giovato e gioverà sempre a questo eccellente bene di natura, poiché è sua missione diffondere in tutto il corso dei secoli i benefici recati a noi da Gesù Cristo. Eppure sono molti coloro che considerano la Chiesa contraria alla libertà umana. La causa di tale pregiudizio proviene da un perverso e confuso concetto di libertà, che viene snaturato nella sua essenza o allargato più del giusto, in modo da coinvolgere situazioni nelle quali l’uomo non può essere libero, se si vuol giudicare rettamente. In altre occasioni, e soprattutto nella Enciclica «Immortale Dei», discorremmo delle cosiddette libertà moderne, facendo distinzione tra ciò che è onesto e il suo contrario; dimostrammo ad un tempo che ciò che vi è di buono in quelle libertà è tanto antico quanto la verità e che la Chiesa lo ha sempre favorevolmente approvato e messo in pratica. Ciò che vi aggiunse di nuovo, a dire il vero, consiste nella parte più corrotta che provenne da tempi turbolenti e da eccessiva brama di novità. Ma poiché vi sono molti che si ostinano nella opinione che quelle libertà, anche quando siano segnate dal male, sono da considerare come il sommo vanto della nostra età e il necessario fondamento delle formazioni statali, così che, senza di quelle, negano che si possa concepire un perfetto governo dello Stato, Ci sembra sia necessario trattare specificamente tale argomento, avendo come obiettivo il pubblico bene.
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• Il culto da rendersi a Dio. La prima [osservazione necessaria per restaurare la società] concerne il senso stesso del culto da rendersi a Dio, senso che negli ultimi cento anni si è venuto oscurando anche in mezzo ai fedeli. Se infatti in ogni tempo accade che nel santuario della vita religiosa personale gli uomini cerchino e si studino di far avanzare il proprio interesse, questo si vide oltre misura verificato e provato sotto l’influsso della superba e vanitosa cultura materialistica, che signoreggiò le moderne generazioni. Si vollero ridurre i rapporti tra Dio e l’uomo all’aiuto di Dio nelle occorrenze materiali e terrene; per il resto l’uomo volle fare da sé quasi che più non avesse bisogno del sostegno divino. Il culto di Dio divenne un concetto dell’utile; la religione dalla sfera dello spirito cadde in quella della materia. La pratica religiosa non usava che chiedere favori al cielo per i bisogni della terra, facendo quasi i conti con Dio; la fede vacillava, se l’aiuto non rispondeva al desiderio. Che religione e fede avanti ogni altra cosa importino adorazione e servizio di Dio; che vi siano Comandamenti di Dio, i quali obbligano sempre, in ogni luogo e in tutte le circostanze; che per il cristiano la vita futura domini e determini la terrena; questi concetti e queste verità, che reggono e guidano l’intelletto e la volontà del credente, erano divenuti estranei al pensiero e al sentimento dello spirito umano. A tale traviamento qual rimedio conviene opporre? Fa d’uopo che le grandi verità e i grandi concetti della fede ritornino, come vita e realtà, in tutte le classi del popolo, nelle superiori ancor più che in quelle diseredate e provate dall’indigenza e dalla miseria di quaggiù. Bisogno più urgente di questo nell’educazione religiosa non vi è forse al presente, che non solo lo esige, ma facilita anche il provvedervi, perché quanto adesso di mali e di sventure l’umanità sperimenta per la decadenza della morale e della giustizia, viene ad essere una correzione terribilmente aperta e dolorosa della falsa idea di Dio e della religione stravolta nella sua pratica. È stato detto che il prodigio di questi anni sono i milioni di fedeli che onorano Dio e lo servono, sottomessi ai suoi Comandamenti, sebbene siano venuti a trovarsi in condizioni di strettezze indicibili. Certamente così devoti e impavidi cristiani, vanto della Chiesa, vi sono, e voi stessi, diletti figli, ne conoscete non pochi; adoperatevi con zelo, affinché crescano sempre più in numero tra i credenti affidati alle vostre cure.
• La santificazione delle feste. Il culto di Dio, che nel corso della vita umana dovrebbe iniziare e chiudere ogni giornata, impone però doveri speciali per la santificazione delle feste; e qui cade la seconda Nostra osservazione. Non si può certo far rimprovero alla Chiesa di voler applicare il precetto domenicale con eccessiva durezza, a lei che lo determina e lo regola con quella «benignitas et humanitas» [Cf. Tit., 3, 4], di cui le diede esempio il suo divin Fondatore. Ma contro la profanazione e il tramutamento laico del sacro giorno della domenica, che con ritmo crescente lo vengono spogliando del suo carattere religioso, e in tal guisa allontanano gli uomini da Dio, la Chiesa, custode della legge divina, deve opporsi e far fronte con santa fermezza. Anche qui l’opera zelante della cura pastorale, pur usando ogni mitezza nei casi di necessità e ogni riguardo verso anormali situazioni economiche e sociali non possibili a mutarsi d’un colpo, ha da essere ampia e procedere nella seguente direzione: Sospensione delle opere servili nella domenica e nelle altre feste di precetto, specialmente in pubblico. Le orribili distruzioni causate dalla guerra appariscono alla pietà cristiana come una spaventosa manifestazione dei danni che l’aver profanato la domenica ha portato con sé. Ma se dalla vita pubblica noi entriamo nella privata, chi non vede quanto convenga che anche la famiglia sia educata a limitare il lavoro domenicale allo stretto necessario, così da permettere e accordare a tutti, anche ai domestici, il riposo festivo? Fronte ha da far la Chiesa anche contro l’assorbimento e la distrazione derivanti dallo «sport» eccessivo, cosicché non rimane più tempo per la preghiera, per il raccoglimento e per il riposo; i membri della famiglia vengono l’uno dall’altro forzatamente separati, i figli rimangono alienati e fuori della vigilanza dei loro genitori. Fronte senza timore contro quei divertimenti, i quali, come il cinematografo immorale, tramutano la domenica in giorno di peccati. Finalmente deve darsi il debito riposo e ristoro festivo, che torna sopra ogni altra cosa a vantaggio dell’elevazione religiosa, del rinnovamento spirituale e del concorde avanzamento della vita di famiglia. È vero che il ritorno alla santificazione delle feste nelle grandi città moderne domanda a chi ha cura delle anime uno zelo eroico e un lavoro quasi sovrumano; però da tale ritorno molto dipende quel più e quel meglio che si fa non solo per la salute delle anime dei fedeli, ma anche per la salvezza della famiglia e per il risanamento della vita sociale contro le forze dissolventi del malcontento, della irritazione e del decadimento dello spirito nelle cose puramente terrene e materiali.
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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• Il principio di autorità. Se noi guardiamo ora i comandamenti di Dio singolarmente, si può ben dire che ognuno di essi è divenuto un grido di allarme: ognuno addita gravi pericoli morali. I tempi passati hanno veduto anch’essi seri disordini: chi potrebbe negarlo? Ma alcune colonne, che sostenevano l’ordine etico, innanzi tutto la fede in Dio, l’autorità dei genitori e dei pubblici poteri, rimanevano pur sempre salde e intatte. Oggi voi vedete tutto l’edificio della morale minato, insidiato e sconvolto. Un segno caratteristico di tale decadenza è che col venir meno della fede in Dio, e con la simultanea esagerazione ed abuso che non di rado si fa della potestà pubblica, non solo le forme concrete, ma anche il principio stesso di autorità divengono «pietre di scandalo» e incontrano rifiuto. Crediamo tuttavia che a risanare e migliorare tale stato di cose due rimedi particolarmente gioverebbero. In primo luogo, si restituisca l’autorità dei genitori in tutti i suoi diritti, anche colà ove essi fossero stati ristretti o assorbiti, per esempio nel campo della scuola e dell’educazione. Poi tutti coloro che hanno una pubblica autorità, tutte le classi dirigenti fino ai datori di lavoro e agli educatori della gioventù, precedano essi stessi con l’esempio di una vita timorata [di Dio] ed esercitino il potere morale inerente al loro ufficio conforme alle leggi della giustizia e dell’amore [ossia le Leggi di Dio]. A tale modello di probità il mondo rimarrebbe ammirato, vedendo quali prodigi di pubblica tranquillità e fiducia potrebbero scaturirne.
• Il rispetto del diritto e della vita umana. Nel terreno della reciproca lealtà e veracità regna e si espande un’aria viziata, entro la quale le persone di buona fede si sentono mozzare il respiro. Chi avrebbe aspettato che dopo tutta l’altera civiltà e la superiore cultura, che furono vanto delle età precedenti, il rispetto verso il diritto avrebbe incontrato pericoli e cimenti e violazioni, quali soltanto i periodi più oscuri della storia conobbero? Ma anche in tale materia la chiave di ogni soluzione è data dalla fede in un Dio personale [la Santissima Trinità], che è fonte di giustizia e ha riservato a sé il diritto sulla vita e sulla morte. Non altro che questa fede varrà a conferire la forza morale di osservare i dovuti limiti di fronte a tutte le insidie e le tentazioni di varcarli; tenendo presente allo sguardo che, eccettuati i casi della legittima difesa privata, della guerra giusta e guerreggiata con giusti metodi, e della pena di morte inflitta dall’autorità pubblica per ben determinati e provati gravissimi delitti, la vita umana è intangibile. Ma troppo lungo sarebbe, se volessimo trattare con voi di ogni Comandamento in particolare. Ci restringeremo pertanto ad alcune indicazioni che Ci sembrano nel momento presente tra le più importanti per la cura spirituale dei fedeli. Sui comandamenti chiamati «della prima tavola»‚ che riguardano Dio [Cf. Catech. ad parochos, p. III, 4 praecept. n. 3.], stimiamo opportune due osservazioni. Prosegue ...
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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• Il mondo presente ha urgente bisogno di esserne (dello zelo nel sostenere il valore e la inviolabilità nella vita umana ) convinto col triplice attestato della intelligenza, del cuore e dei fatti. La vostra professione [il Pontefice si sta rivolgendo direttamente alle ostetriche] vi offre la possibilità di dare un tale attestato e ve ne fa un dovere. Talvolta è una semplice parola opportunamente e con tatto detta alla madre o al padre; più sovente ancora tutta la vostra condotta e la vostra maniera cosciente di agire influiscono discretamente, silenziosamente, su di loro. Voi siete più che altri in grado di conoscere e di apprezzare quel che la vita umana è in sé stessa, e ciò che essa vale dinanzi alla sana ragione, alla vostra coscienza morale, alla società civile, alla Chiesa, e soprattutto allo sguardo di Dio. Il Signore ha fatto tutte le altre cose sulla terra per l’uomo; e l’uomo stesso, per ciò che riguarda il suo essere e la sua essenza, è stato creato per Iddio, e non per alcuna creatura, sebbene, quanto al suo operare, è obbligato anche verso la comunità. Ora «uomo» è il bambino, anche non ancora nato, allo stesso grado e per lo stesso titolo che la madre.
• Inoltre ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna «indicazione» medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione, che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito. Così, per esempio, salvare la vita della madre è un nobilissimo fine; ma l’uccisione diretta del bambino come mezzo a tal fine, non è lecita. La diretta distruzione della cosiddetta «vita senza valore», nata o non ancora nata, praticata pochi anni or sono in gran numero, non si può in alcun modo giustificare. Perciò, quando questa pratica ebbe principio, la Chiesa dichiarò formalmente essere contrario al diritto naturale e divino positivo, e quindi illecito, l’uccidere, anche se per ordine della pubblica autorità, coloro che, sebbene innocenti, tuttavia per tare fisiche o psichiche non sono utili alla nazione, ma piuttosto ne divengono un aggravio (Decr. S. Off. 2 dec. 1940 - Acta Ap. Sedis vol. 32, 1940, p. 553-554). La vita di un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana. Non abbiamo bisogno d’insegnare a voi nei particolari il significato e la portata, nella vostra professione, di questa legge fondamentale. Ma non dimenticate: al di sopra di qualsiasi legge umana, al disopra di qualsiasi «indicazione», si leva, indefettibile, la legge di Dio.
• L’apostolato della vostra professione [di ostetriche] v’impone il dovere di comunicare anche ad altri la conoscenza, la stima e il rispetto della vita umana, che voi nutrite nel vostro cuore per convinzione cristiana; di prenderne, al bisogno, arditamente la difesa, e di proteggere, quando è necessario ed è in vostro potere, la indifesa, ancora nascosta vita del bambino, appoggiandovi sulla forza del precetto divino: Non occides: non uccidere (Es. 20, 13). Tale funzione difensiva si presenta talvolta come la più necessaria ed urgente; tuttavia essa non è la più nobile e la più importante parte della vostra missione; questa [missione], infatti, non è puramente negativa, ma soprattutto costruttrice, e tende a promuovere, edificare, rafforzare. • Infondete nello spirito e nel cuore della madre e del padre la stima, il desiderio, la gioia, l’amoroso accoglimento del nuovo nato fin dal suo primo vagito. Il bambino, formato nel seno materno, è un dono di Dio (Ps. 127, 3), che ne affida la cura ai genitori. Con quale delicatezza, con quale incanto, la Sacra Scrittura mostra la graziosa corona dei figli riuniti intorno alla mensa del padre! Essi sono la ricompensa del giusto, come la sterilità è ben spesso il castigo del peccatore. Ascoltate la parola divina espressa con la insuperabile poesia del Salmo: «La tua sposa sarà come vite rigogliosa nell’intimo della tua casa, i tuoi figli come rampolli di ulivo intorno alla tua mensa. Ecco in qual modo è benedetto l’uomo timorato di Dio!» (Ps. 128, 3-4), mentre del malvagio è scritto : «La tua posterità sia dannata allo sterminio, alla prossima generazione ne sia estinto perfino il nome» (Ps. 109, 13).
• Il vostro apostolato però si dirige soprattutto alla madre. Senza dubbio la voce della natura parla in lei e le mette nel cuore il desiderio, la gioia, il coraggio, l’amore, la volontà di aver cura del fanciullo, ma, per vincere le suggestioni della pusillanimità in tutte le sue forme, quella voce ha bisogno di essere rafforzata e di prendere, per così dire, un accento soprannaturale. Tocca a voi di far gustare alla giovane madre, meno con le parole che con tutta la vostra maniera di essere e di agire, la grandezza, la bellezza, la nobiltà di quella vita, che si desta, si forma e vive nel suo seno, che da lei nasce, che ella porta nelle sue braccia e nutrisce al suo petto; di far risplendere ai suoi occhi e nel suo cuore il gran dono dell’amore di Dio per lei e per il suo bambino. La Sacra Scrittura vi fa intendere con molteplici esempi l’eco delle preghiere supplichevoli, e poi dei canti di riconoscente allegrezza di tante madri, finalmente esaudite, dopo aver lungamente implorato con le lacrime la grazia della maternità. Anche i dolori che, dopo la colpa originale, la madre deve soffrire per dare alla luce il suo bambino, non fanno che stringere maggiormente il vincolo che li unisce; ella lo ama tanto più, quanto più le è costato dolore. Ciò ha espresso con commovente e profonda semplicità Colui che ha plasmato il cuore delle madri: «La donna, quando partorisce, è in doglia, perché è giunta l’ora sua; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che è nato un uomo al mondo» (Io. 16, 21). Inoltre lo Spirito Santo, per la penna dell’Apostolo San Paolo, mostra ancora la grandezza e la letizia della maternità: Dio dona alla madre il bambino, ma, pur nel donarlo, la fa cooperare effettivamente allo schiudersi del fiore, di cui aveva deposto il germe nelle sue viscere, e questa cooperazione diviene una via che la conduce alla sua eterna salvezza: «si salverà la donna per la generazione dei figli [se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia]» (I Tim. 2, 15).
• Questo perfetto accordo della ragione e della fede vi dà la garanzia che voi siete nella piena verità e che potete proseguire con incondizionata sicurezza il vostro apostolato di stima e di amore per la vita nascente. Se voi riuscirete ad esercitare questo apostolato presso la culla ove vagisce il neonato, non vi sarà troppo difficile di ottenere ciò che la vostra coscienza professionale, in armonia con la legge di Dio e della natura, vi impone di prescrivere per il bene della madre e del bambino.
• Non abbiamo del resto bisogno di dimostrare a voi, che ne avete l’esperienza, quanto sia oggi necessario questo apostolato della stima e dell’amore per la nuova vita. Purtroppo non sono rari i casi, in cui il parlare, anche soltanto con un cauto accenno, dei figliuoli come di una «benedizione», basta per provocare contraddizione o forse anche derisione. Molto più spesso domina la idea e la parola del grave «peso» dei figli. Come questa mentalità è opposta al pensiero di Dio e al linguaggio della Sacra Scrittura, e anche alla sana ragione e al sentimento della natura! Se vi sono condizioni e circostanze, in cui i genitori, senza violare la legge di Dio, possono evitare la «benedizione» dei figli, tuttavia questi casi di forza maggiore non autorizzano a pervertire le idee, a deprezzare i valori e a vilipendere la madre, che ha avuto il coraggio e l’onore di dare la vita.
• Se ciò che abbiamo detto finora riguarda la protezione e la cura della vita naturale, a ben più forte ragione deve valere per la vita soprannaturale, che il neonato riceve col Battesimo. Nella presente economia non vi è altro mezzo per comunicare questa vita al bambino, che non ha ancora l’uso della ragione. E tuttavia lo stato di grazia nel momento della morte è assolutamente necessario per la salvezza; senza di esso non è possibile di giungere alla felicità soprannaturale, alla visione beatifica di Dio [maggiori approfondimenti: La vera dottrina cattolica sul Limbo]. Un atto di amore può bastare all’adulto per conseguire la grazia santificante e supplire al difetto del Battesimo: al non ancora nato o al neonato bambino questa via non è aperta. Se dunque si considera che la carità verso il prossimo impone di assisterlo in caso di necessità; che questo obbligo è tanto più grave ed urgente, quanto più grande è il bene da procurare o il male da evitare, e quanto meno il bisognoso è capace di aiutarsi e salvarsi da sé; allora è facile di comprendere la grande importanza di provvedere al Battesimo di un bambino, privo di qualsiasi uso di ragione e che si trova in grave pericolo o dinanzi a morte sicura. Senza dubbio questo dovere lega in primo luogo i genitori; ma in casi di urgenza, quando non vi è tempo da perdere o non è possibile di chiamare un Sacerdote, spetta a voi [ostetriche] il sublime ufficio di conferire il Battesimo. Non mancate dunque di prestare questo servigio caritatevole e di esercitare questo attivo apostolato della vostra professione. Possa essere per voi di conforto e d’incoraggiamento la parola di Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matt. 5, 7). E quale misericordia più grande e più bella che di assicurare all’anima del bambino - tra la soglia della vita che ha appena varcata, e la soglia della morte che si accinge a passare - l’entrata nella gloriosa e beatificante eternità!
Dal Discorso di Sua Santità Pio XII alle ostetriche, 29 ottobre 1951
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• Spesso il bambino non è desiderato; peggio, è temuto; come potrebbe in tale condizione esistere ancora la prontezza al dovere? Qui il vostro apostolato [il Papa sta parlando direttamente alle ostetriche] deve esercitarsi in una maniera effettiva ed efficace: innanzi tutto, negativamente, rifiutando ogni cooperazione immorale; quindi anche positivamente, rivolgendo le vostre cure delicate a dissipare i preconcetti, le varie apprensioni o i pretesti pusillanimi, ad allontanare, per quanto vi è possibile, gli ostacoli anche esteriori, che possono rendere penosa l’accettazione della maternità. Se non si ricorre ai vostri consigli e al vostro aiuto che per facilitare la procreazione della nuova vita, per proteggerla e incamminarla verso il suo pieno sviluppo, voi potete senz’altro prestare la vostra cooperazione; ma in quanti altri casi si fa invece ricorso a voi per impedire la procreazione e la conservazione di questa vita, senza alcun riguardo ai precetti dell’ordine morale? Ottemperare a tali richieste, sarebbe un abbassare il vostro sapere e la vostra abilità, facendovi complici di una azione immorale; sarebbe un pervertire il vostro apostolato. Questo esige un calmo, ma categorico «no», che non lascia trasgredire la legge di Dio e il dettame della coscienza. Perciò la vostra professione vi astringe ad avere una chiara cognizione di quella legge divina, in guisa da farla rispettare, senza rimanere al di qua, né andare al di là dei suoi precetti.
• Il Nostro Predecessore Pio XI di felice memoria nella sua Enciclica Casti Connubii del 31 dicembre 1930 proclamò di nuovo solennemente la legge fondamentale dell’atto e dei rapporti coniugali: che ogni attentato dei coniugi nel compimento dell’atto coniugale o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, attentato avente per scopo di privarlo della forza ad esso inerente e di impedire la procreazione di una nuova vita, è immorale; e che nessuna «indicazione» o necessità può mutare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito (cfr. Acta Ap. Sedis vol 22, p. 559 e segg.).
• Questa prescrizione è in pieno vigore oggi come ieri, e tale sarà anche domani e sempre, perché non è un semplice precetto di diritto umano, ma l’espressione di una legge naturale e divina. (...) Opponetevi dunque, per quanto è da voi, nel vostro apostolato a queste tendenze perverse [il Papa si riferisce alla contraccezione ed alla sterilizzazione] e negate ad esse la vostra cooperazione. (...)
• [Nei capoversi successivi il Pontefice biasima l’uso del matrimonio esclusivamente nei tempi della sterilità naturale; quindi esorta quei coniugi che dovessero trovarsi in «casi assai delicati per la salute» a praticare l’«eroica astinenza». Difatti: «Iddio non obbliga all’impossibile. Ma Iddio obbliga i coniugi all’astinenza se la loro unione non può essere compiuta secondo le norme della natura. Dunque in questi casi l’astinenza è possibile. Abbiamo a conferma di tale argomento la dottrina del Concilio di Trento, il quale, nel capitolo sulla osservanza, necessaria e possibile, dei Comandamenti, insegna, riferendosi a un passo di Sant’Agostino: “Iddio non comanda cose impossibili, ma mentre comanda, ammonisce, e di fare quel che puoi, e di domandare quel che non puoi, e aiuta affinché tu possa”» (Conc. Trid. Sess. 6 cap. II Denzinger n. 804 - S. August. De natura et gratia cap. 43 n. 50 Migne P. L. vol. 44 col. 271)]. (...)
• L’individuo e la società, il popolo e lo Stato, la Chiesa stessa, dipendono per la loro esistenza, nell’ordine da Dio stabilito, dal matrimonio fecondo.
Dal Discorso di Sua Santità Pio XII alle ostetriche, 29 ottobre 1951
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L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» (De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
• Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero - scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI - potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, ... ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati» [Quas primas: AAS 17 (1925), p. 599].
• Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus.). E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come ... Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò» (Eadmerus, De excellentia Virginis Mariae, c. 11). Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza» (Suarez, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: ed. Vivès, XIX, 327).
• Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione» (S. Irenaeus, Adv. haer., V, 19, 1), per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» [Auspicatus profecto: AAS 25 (1933), p. 80] e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda» [Mystici corporis: AAS 35 (1943), p. 247]; se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
• È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
• Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine - canta san Sofronio - hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. ... Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?» (In Annuntiationem Beatae Mariae Virginis: PG 87, 3238D et 3242A). E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli» (Hom. II in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 98, 354B). San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre» (Hom. I in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 96, 715A)
• Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde - come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di felice memoria nella lettera apostolica Ineffabilis Deus - «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere» (Ineffabilis Deus: Acta Pii IX, I, pp. 597-598).
• Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno - così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di immortale memoria- trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita» (Ibidem, p. 618). A questo proposito l’altro predecessore Nostro di felice memoria, Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie [Adiutricem populi: AAS 28 (1895-96), p. 130]; e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno» [Ad diem illum: AAS 36 (1903-04), p. 455].
• Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
• Però in queste e altre questioni, che riguardano la beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del bene infinito, che è Dio» (S. Thomas, Summa theol., I, q. 25, a. 6, ad 4).
• Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il magistero vivo della Chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente» [Humani generis: AAS 42 (1950), p. 569].
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Questo [ossia le conseguenze del compimento o dell’omissione delle opere di giustizia sociale] Noi rileviamo anche rispetto ad alcune nuove e pericolose dottrine e tendenze, che trovano buon viso e sequela fra non pochi giovani che si professano cattolici. Vogliamo sperare che coloro, i quali si lasciano trasportare da siffatte idee, siano mossi da rette intenzioni: Ci vediamo però nella necessità di rammentar loro la grave ammonizione del Nostro immortale Predecessore Pio XI nella sua Enciclica «Quadragesimo anno»: «Qui apostoli esse volunt inter socialistas, christianam veritatem plenam atque integram aperte et sincere profiteantur oportet, neque ulla ratione erroribus conniveant. Id imprimis satagant, si vere Evangelii praecones esse velint, ut socialistis ostendant eorum postulata, quatenus iusta sunt, ex principüs christianae fidei multo validius defendi et ex viribus christianae caritatis multo efficacius provehi». [Quelli, infatti, che vogliono essere apostoli tra i socialisti, devono professare apertamente e sinceramente, nella sua pienezza e integrità, la verità cristiana, ed in nessuna maniera usare connivenza con gli errori. Che, se veramente vogliono essere banditori del Vangelo, devono studiarsi anzitutto di far vedere ai socialisti che le loro rivendicazioni, (per quel poco che) hanno di giusto, si possono molto più validamente sostenere coi princìpi della fede cristiana e molto più efficacemente promuovere con le forze della cristiana carità]. La Chiesa, società universale dei fedeli di ogni lingua e di ogni popolo, ha la sua propria dottrina sociale, da lei profondamente elaborata dai primi secoli all’età moderna, e nel suo svolgimento e perfezionamento studiata da ogni lato e sotto ogni aspetto. Il valore e la dignità della natura umana, redenta ed elevata all’ordine superiore dal sangue di Cristo e dalla grazia divina che la destina al cielo, stanno permanentemente innanzi agli occhi della Chiesa e dei cattolici, che sono sempre gli alleati e i propugnatori di ciò che è secondo natura; e perciò hanno ritenuto ognora come fatto innaturale che una parte del popolo, - chiamata con duro nome, che ricorda distinzioni romane antiche, «proletariato» - debba rimanere in una continua ed ereditaria precarietà di vita. Essi [i veri cattolici] possono rivendicare a sé l’onore di aver combattuto in prima fila ogniqualvolta si è trattato di mitigare o migliorare quell’infimo stato del popolo per via legislativa. Ma la Chiesa, amica e custode com’è di ogni benessere familiare, pur lodando e accogliendo i provvedimenti di aiuto e di sollievo, tende, di là da essi, al raggiungimento di un ordine economico, che per la sua stessa struttura crei alla classe lavoratrice una condizione sicura e stabile: tutto ciò secondo le massime della giustizia sociale espresse ed esposte dal medesimo Nostro Predecessore: «Sua igitur cuique pars bonorum attribuenda est: efficiendumque, ut ad boni communis seu socialis iustitiae normas revocetur et conformetur partitio bonorum creatorum, quam hodie ob ingens discrimen inter paucos praedivites et innumeros rerum inopes gravissimo laborare incommodo cordatus quisque novit». [A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale.]. Le vie a questa meta i Papi in Atti molteplici e gli uomini cattolici di dottrina e di azione sociale hanno luminosamente additate con non minor forza di convincimento che maturità di riflessione e di giudizio. Ma ciò che più importa è che la comunanza dei fedeli nell’ampia opera sua non dubiti di porre risolutamente e coraggiosamente in pratica i princìpi della dottrina sociale della Chiesa e sappia difenderli e propagarli; cosicché - come notavamo dapprima circa la discrepanza tra la cognizione religiosa e il fatto religioso - non abbia qui a verificarsi che le vedute sociali dei cattolici siano forti e la loro azione sociale debole. A nessun fedele sia dato motivo od occasione di ricorrere ad altri maestri di dubbia fede e di falsa scienza [i socialisti] e di cercare altrove ciò che la Chiesa copiosamente offre: il campo, il disegno, l’ordine, l’esempio di attività sociale e di cristiana carità per la salvezza del genere umano dalla sua profonda miseria e per il suo rinnovamento nello spirito e nella forza di Gesù Cristo.
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Ci giova far Nostra la severa ammonizione di San Paolo: «Nessuno soverchi o faccia frode al proprio fratello negli affari, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose». (...) I tempi di scosse e di perturbamenti economici (...) esigono doppiamente l’esatta osservanza del settimo e del quinto comandamento concernenti i beni e la vita del prossimo, perché altrimenti troppo grande diviene il pericolo che lealtà e fedeltà di agire e di trattare vicendevolmente svaniscano a tal segno da rendere poco meno che impossibile e insopportabile il vivere civile. [È necessario contrastare] la disonestà nel maneggio degli affari, il temerario e perverso sfruttamento delle difficoltà presenti, e particolarmente l’imposizione di prezzi esorbitanti e l’illecito accaparramento delle cose necessarie alla vita (...): violazioni di giustizia che gridano verso Dio. Ognuno vede e comprende quanto sia necessario di prevenire simili tentazioni e vigilare se stessi, non solo con la coscienziosa probità nei rapporti di mio e tuo, ma altresì con imperturbato e vivo senso e generosa mano per tutto ciò a cui inclina e sospinge la carità cristiana e che la giustizia sociale domanda. Dalle opere di misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati, - oh, come tutti questi dolori e affanni dalla vicina realtà risuonano nell’ora presente alle nostre orecchie! - non dipendono forse, secondo la solenne assicurazione di Cristo, nell’estremo giudizio la benedizione o la maledizione, il gaudio o il dolore per tutta l’eternità?
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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La presente ora apocalittica, che come uragano di distruzione e pioggia di sangue passa sopra la terra, chi ben ne consideri gli effetti religiosi e morali, non può a meno di ritenerla bisognevole di una nuova proclamazione del Decalogo [dei dieci Comandamenti], che il divino Maestro, rispondendo a chi lo aveva interrogato quale fosse il più gran Comandamento della Legge, compendiò nella sua infinita sapienza in due precetti, dicendo che il massimo e primo è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente [che significa: credere e fare tutto quello che Dio comanda per mezzo della Sua Chiesa]; e che il secondo è simile al primo: amare il prossimo come se stesso, perché in questi due comandamenti gravitano tutta la Legge e i Profeti. In quest’ora [Pio XII scrive nel 1944, prima del “Vaticano Secondo” e delle sue funeste conseguenze su scala globale] Dio e l’uomo, tutto ciò che è religioso e spirituale, (...), sembra che risorga e riacquisti in mezzo agli universali dolori e lamenti una speciale vivacità e un senso più profondo, che penetrano e scuotono le più oscure latebre del cuore e i più riposti pensieri delle menti. Le verità religiose più semplici e una volta per tutti indiscusse, la divina Provvidenza che governa il mondo, la giustizia fra le genti che affanna pensatori e popoli, sono divenute grandi questioni, «pietre di scandalo»‚ intorno alle quali dibattono, si dividono e divergono gl’intelletti e le volontà operose degli spiriti, che a difenderle e sostenerle, per informare ad esse la propria vita, sentono la necessità di grande coraggio e di somma prontezza. Nel mondo di oggi i dieci Comandamenti di Dio sono i dieci scaglioni per salire la montagna della vita cristiana e della perfezione nella sequela di Cristo: duri e massicci scaglioni che, saliti, elevano l’uomo sopra l’oscuro abisso del decadimento morale. Sono quasi monti che si innalzano l’uno sopra l’altro, verso i quali l’umanità, che vuol salvarsi e ascendere a conquistare la vita, ha da sollevare e tener fissi gli occhi, perché dal superarli col soccorso divino può venire soltanto la salute e la gloria del trionfo. Tocca a voi [Predicatori], diletti figli, di contribuire a rendere gli uomini atti a ricevere questa salvezza, conducendoli sul monte del Signore, affinché Egli insegni loro le sue vie ed essi seguano i suoi pensieri.
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Dio, il nome di Dio e il culto di Dio costituiscono la «prima tavola»; il prossimo, i doveri e i diritti della vita umana appaiono nella «seconda tavola» [dei Comandamenti, ndR]‚ la quale con la prima forma il Decalogo, quasi a quel modo che l’amore di Dio e l’amore del prossimo si uniscono a fare un amore solo che da Dio si riversa sul prossimo. Più numerosi sono i precetti contenuti in questa «seconda tavola», che meriterebbero molte osservazioni; ma come potremmo Noi omettere di ricordare le parole «Non moechaberis» [Esodo, XX,14]? È dir troppo, se Ci rammarichiamo che contro tale comandamento proprio i Paesi, che si vantano più civili, presentano uno spettacolo di più profonda devastazione morale, e se aggiungiamo che le sue vestigia sono visibili fin nella eterna Città? Noi ben sappiamo - e ne parlammo ampiamente in altra occasione - quanto anche le riforme economiche e sociali convenga che efficacemente influiscano a salvare il matrimonio e la famiglia; ma tale salvezza, in fin dei conti, rimane un dovere e un ufficio religioso, il cui processo curativo ha da prendere le mosse dalla radice. L’intera concezione del campo della vita, che rientra nel sesto comandamento, è infettata da ciò che si potrebbe chiamare «il matrimonio in film»‚ il quale altro non è se non una irriverente e impudica mostra delle contaminazioni del matrimonio e delle infedeltà coniugali, che trascina a vedere le nozze svincolate da ogni legame morale, soltanto come scena e fonte di piacere sensuale, e non come opera di Dio, come santo istituto, ufficio naturale e felicità pura, in cui l’elemento spirituale sempre sovrasta e domina, come scuola e in pari tempo trionfo di un amore fedele fino alla tomba, fino alla porta dell’eternità. Far rivivere tale visione cristiana del matrimonio fra i fedeli non è forse un dovere della cura delle anime? È necessario che la vita coniugale venga di nuovo rivestita e circondata di quel rispetto, di cui la sana e incorrotta natura e la rivelazione fin dal principio l’adornarono: rispetto per le forze, che Dio ha mirabilmente infuse nella natura per suscitare nuove vite, per edificare la famiglia, per la conservazione del genere umano. L’educazione dei giovani alla castità dei pensieri e degli affetti, alla continenza prima del matrimonio, non è l’ultima meta, a cui tende e mira la pedagogia cristiana, ma ben la dimostrazione della sua efficacia a formare lo spirito contro i pericoli che insidiano la virtù. Il giovane, che affronta e vittoriosamente sostiene la lotta per la purezza, osserverà anche gli altri comandamenti di Dio e sarà atto a fondare una famiglia secondo i disegni del Creatore. Come si potrebbe invece sperare e attendere castità e fedeltà coniugale da un giovane, che non seppe mai vincere se stesso e signoreggiare le sue passioni, disprezzare i cattivi inviti e i mali esempi‚ e che si è permesso avanti le nozze ogni disordine morale? Se il curatore di anime - come ne ha obbligo sacro innanzi a Dio ed alla Chiesa - vuole ottenere vittoria contro i due cancri della famiglia, l’abuso del matrimonio e la violazione della fede coniugale, deve formare, crescere e istruire coi lumi della fede una generazione, che fin dai primi anni abbia appreso a pensare santamente, a vivere castamente, a dominare se stessa. Pensare santamente soprattutto della donna. Il «matrimonio in film» ha in questa materia agito nel modo forse più funesto; ha tolto all’uomo il rispetto della donna, e poi alla donna il rispetto di se stessa. Possano l’educazione e la cura delle anime ricondurre le menti e i cuori all’antico e puro ideale della donna, additando loro l’Immacolata Vergine e Madre di Dio Maria, la tenera e fiduciosa venerazione verso la quale è stata in ogni tempo conservazione e salvezza dell’onore femminile!
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Per la città di Roma la santificazione delle feste prende anche e possiede una sua nota e un suo aspetto speciale. Roma è il centro della Chiesa cattolica; città santa, per la copia dei suoi monumenti cristiani e dei suoi ricordi storici, per le sue Basiliche, per le sue funzioni sacre e solenni, a cui in tempo di pace da ogni parte affluiscono i fedeli, che nel loro concetto e nel loro cuore la venerano come ispiratrice, animatrice e glorificatrice di santità. Quale penosa delusione sarebbe per tutti coloro, nella cui patria il precetto domenicale viene pienamente rispettato, osservato e mantenuto, se qui in Roma non trovassero altro che una delle tante grandi città, le quali con la loro profanazione delle feste sono corresponsabili nel disfacimento dell’ordine mondiale cristiano?
[Dal Discorso di Sua Santità Pio XII ai parroci ed ai quaresimalisti di Roma, martedì 23 febbraio 1944; cf. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207. Tipografia Poliglotta Vaticana. Documento ricco di infallibili sentenze ed attualissimo].
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Alcuni fra i più utili e significativi pensieri tratti dalla Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Le pèlerinage de Lourdes», del 2 luglio 1957. Citazioni: [...] Questi cent’anni di culto mariano [...] hanno in qualche modo intrecciato tra la sede di Pietro e il santuario dei Pirenei saldi vincoli, che Ci piace ricordare. Non è stata forse la stessa Vergine a desiderare tali relazioni? «Ciò che a Roma il sommo pontefice definiva con il suo infallibile Magistero, la vergine immacolata Madre di Dio, benedetta tra tutte le donne, volle, come sembra, confermare con le sue labbra, quando poco dopo si manifestò con una celebre apparizione alla grotta di Massabielle ...» [Décret de Tuto pour la Canonisation de S.te Bernadette, 2 juillet 1933: AAS 25 (1933), p. 377]. Certamente la parola infallibile del romano pontefice, interprete autentico della verità rivelata, non aveva bisogno di alcuna conferma celeste per avvalorare la fede dei credenti. Ma con quale commozione e gratitudine il popolo cristiano ed i suoi pastori appresero dalle labbra di Bernardetta la risposta venuta dal cielo: «Io sono l’Immacolata Concezione»! [...] Il cinquantenario della definizione dogmatica dell’Immacolata concezione della Vergine santissima offrì a san Pio X l’opportunità di attestare, in un documento solenne, il nesso storico tra questo atto del Magistero e l’apparizione di Lourdes: «Appena Pio IX aveva definito verità di fede cattolica che Maria fu sin dall’origine esente dal peccato, la Vergine stessa cominciò ad operare meraviglie in Lourdes» (Lettre encyclique Ad diem illum, 2 février 1904: Acta Pii X, vol, 1, p. 149; EE 4/18). [...] Pio XI - che era già stato pellegrino a Lourdes - proseguì l’opera ed ebbe la gioia di elevare agli onori degli altari la privilegiata della Vergine, divenuta suor Maria Bernarda nella Congregazione della carità e dell’istruzione cristiana. Non veniva così a confermare, in un certo senso, la promessa fatta dall’Immacolata alla giovane Bernardetta, «che sarebbe stata felice non in questo mondo, ma nell’altro»?
[...] Più tardi l’illustre pontefice, che aveva poco prima onorato, sull’esempio dei suoi predecessori, con una legazione, le feste anniversarie delle apparizioni, decideva di chiudere il giubileo della redenzione alla grotta di Massabielle, là dove, secondo le sue stesse parole, «l’immacolata vergine Maria si mostrò più volte alla beata Bernardetta Soubirous, esortando con bontà tutti gli uomini alla penitenza, nel luogo stesso della meravigliosa apparizione, che essa ricolmò di grazie e di prodigi» (Bref du 11 janvier 1933: Arch. Brev. Ap., Pius XI, Ind. Perpet. f.128). [...] A questo unanime concerto di lodi, come non avremmo unita la Nostra voce? L’abbiamo fatto specialmente nella Nostra enciclica Fulgens corona, ricordando, sulle orme dei Nostri predecessori che «la beata vergine Maria stessa sembra abbia voluto confermare, con un prodigio, la definizione che il vicario del suo divin Figlio in terra aveva proclamata, con il plauso dell’intera Chiesa» [Lettre encyclique Fulgens corona, 8 septembre 1953: AAS 45 (1963), p 578; EE 6/946].
[...] Noi abbiamo soprattutto la convinzione che ella ci esorta a raccogliere le lezioni spirituali delle apparizioni, e ad impegnarci sulla via così chiaramente da lei indicataci. Queste lezioni, eco fedele del messaggio evangelico, concorrono a porre in risalto, in maniera impressionante, il contrasto tra i disegni di Dio e la vana sapienza del mondo. La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta ad una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: «Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all’inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt. 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?
[...] Già Pio XI in occasione delle feste mariane del giubileo della redenzione implorava «che gli spiriti accecati... siano illuminati dalla luce della verità e della giustizia; che gli smarriti nell’errore siano ricondotti sul retto cammino, che una giusta libertà sia accordata dovunque alla Chiesa, e che un’èra di concorde e vera prosperità sorga per tutti i popoli» [Lettre du 10 janvier 1935: AAS 27 (1935), p. 7]. Ora il mondo, che ai nostri giorni offre tanti giusti motivi di legittimo orgoglio e di sicurezza, conosce anche una terribile tentazione di materialismo, frequentemente denunciata dai Nostri predecessori e da Noi stessi. Questo materialismo non si trova solamente nella condannata filosofia che regge la politica e l’economia di una parte dell’umanità; esso imperversa pure nell’amore al denaro, le cui rovine si allargano secondo le dimensioni delle moderne intraprese, e che purtroppo è lo stimolo determinante di tante deliberazioni che pesano sulla vita dei popoli; si esprime nel culto del corpo, nell’eccessiva ricerca dei comodi e nel rifuggire da ogni austerità di vita; spinge al disprezzo della vita umana fino a distruggerla prima che abbia visto la luce; si manifesta nella ricerca sfrenata del piacere, che si esibisce senza pudore e tenta anche di sedurre, con le letture e gli spettacoli, le anime ancora pure; si palesa nel disinteresse per il fratello, nell’egoismo che lo opprime, nell’ingiustizia che lo priva dei suoi diritti; in una parola, in quel concetto della vita che tutto regola solo in funzione della prosperità materiale e delle soddisfazioni terrene. «Anima mia, diceva un ricco, tu hai messo da parte una quantità di beni per moltissimi anni: riposati; mangia, bevi, dàtti bel tempo. Ma Dio gli disse: Stolto, in questa stessa notte ti sarà richiesta l’anima tua» (Lc. 12,19-20).
A una società che, nella vita pubblica, sovente contesta i diritti supremi di Dio; che vorrebbe guadagnare l’universo a prezzo della sua anima precipitando così verso la propria rovina, la Madre santissima ha lanciato un grido di allarme. Docili al suo richiamo, i sacerdoti siano coraggiosi nel predicare a tutti senza timore le grandi verità della salvezza. Non vi è infatti durevole rinnovamento se non è fondato sugli intangibili principi della fede, e spetta ai sacerdoti di formare la coscienza del popolo cristiano. Come l’Immacolata, che, mossa a pietà delle nostre miserie e chiaramente conoscendo i nostri veri bisogni, viene agli uomini per ricordare loro i gradi essenziali e austeri della conversione religiosa, così i ministri della parola di Dio debbono, con soprannaturale fermezza, indicare alle anime lo stretto cammino che porta alla vita (cf. Mt. 7,14). Lo faranno senza dimenticare lo spirito di dolcezza e di pazienza a cui debbono risalire (cf. Lc. 9,55), ma senza nascondere nulla delle esigenze dell’evangelo. Alla scuola di Maria essi impareranno a non vivere che per dare Gesù al mondo, ma, se pur occorre, anche ad attendere con fede l’ora di Gesù e a restare ai piedi della croce. [...] «Volete avere la bontà di venire ...», diceva la Vergine santa a Bernardetta. Questo invito affabile, che non comanda, che si rivolge al cuore e sollecita con delicatezza una risposta libera e generosa, è nuovamente proposto dalla Madre di Dio ai suoi figli di Francia e del mondo. Senza imporsi, ella insiste a che essi riformino se medesimi e si adoperino, con tutte le forze, alla salvezza del mondo. I cristiani non rimarranno inerti a tale richiamo; andranno a Maria. A ciascuno di essi, al termine di questa lettera, Noi vorremmo dire con san Bernardo: «Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. ... Seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non ti disperi, pensando a lei non sbagli. Se lei ti tiene, non cadi; se lei ti protegge, non temi; se lei ti guida, non ti stanchi; se lei ti dà il suo favore, tu arrivi al tuo fine ...» (Hom. II super «Missus est»: PL 183, 70-71). [...].

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Dall'Incontro fra il Papa San Pio X e il fondatore del sionismo: Theodor Herzl. Riportato da Herzl nel suo giornale del 25 gennaio 1904.
Fui condotto dal Papa passando per un gran numero di piccoli saloni. Egli mi ricevette in piedi e mi tese la mano, che io non baciai… […] Io gli sottoposi brevemente il mio problema. Egli rispose con tono severo e categorico:«Noi non possiamo sostenere questo movimento [sionista]. Non potremo impedire agli Ebrei di andare a Gerusalemme, ma in nessun caso possiamo sostenere la cosa. Anche se non è sempre stata santa, la terra di Gerusalemme è stata santificata dalla vita di Gesù Cristo. Come capo della Chiesa io non posso dirvi altro. Gli Ebrei non hanno riconosciuto Nostro Signore, e per questo noi non possiamo riconoscere il popolo ebraico». […] Ecco, pensai, ricomincia il vecchio conflitto fra Roma e Gerusalemme; lui rappresenta Roma, io Gerusalemme […].
«Ma che dice, Santo Padre, della situazione attuale?» – gli chiesi – Ed egli mi rispose: «Io so che è spiacevole vedere i Turchi in possesso dei nostri luoghi santi. Siamo costretti a sopportalo. Ma sostenere gli Ebrei perché ottengano essi i luoghi santi è una cosa che non possiamo fare». Io feci notare che la nostra motivazione era il disagio degli Ebrei, e che intendevamo lasciare da parte le questioni religiose.
«Sì» - mi disse - «ma noi, e in particolare io, come capo della Chiesa, non possiamo farlo. Due sono i casi che possono presentarsi: o gli Ebrei rimangono fedeli alla loro credenza e continuano ad attendere il Messia, che per noi è già venuto; e in questo caso essi negano la divinità di Gesù e noi non possiamo fare alcunché per loro; o essi vanno in quelle terre senza alcuna religione, e in questo caso noi possiamo sostenerli ancora meno. La religione ebraica è stata la base della nostra, ma essa è stata rimpiazzata dalla dottrina di Cristo e da allora noi non possiamo più riconoscere la sua esistenza. Gli Ebrei, che avrebbero dovuto essere i primi a riconoscere Gesù Cristo, fino ad oggi non l’hanno fatto».
Io stavo per dirgli: «E’ quello che accade in tutte le famiglie. Nessuno è profeta nella sua famiglia», e invece gli dissi: «Il terrore e le persecuzioni non erano certo i mezzi migliori per illuminare gli Ebrei». E questa volta egli replicò con una semplicità disarmante: «Nostro Signore è giunto senza disporre di alcuna potenza. Era povero. E’ venuto in pace. Egli non ha perseguitato alcuno, ma è stato perseguitato. [...] Gli Ebrei hanno avuto tutto il tempo per riconoscere la divinità di Gesù Cristo senza alcuna pressione esterna. Ma non l’hanno fatto e continuano a non farlo fino ad oggi».
«Ma Santo Padre» - gli dissi - «la situazione degli Ebrei è spaventosa. Io non so se Vostra Santità si rende conto di tutta l’ampiezza di questo dramma. Noi abbiamo bisogno di un paese per i perseguitati». Ed egli ha replicato: «E questo dev’essere Gerusalemme?».
«Noi non chiediamo Gerusalemme» - ho replicato - «ma la Palestina, solo il paese profano». Ed egli mi ha risposto: «Noi non possiamo sostenere questa cosa».
«Santo Padre, lei conosce la situazione degli Ebrei?» gli chiesi. «Sì, l’ho conosciuta a Mantova» - mi ha risposto - «dove vi sono degli Ebrei, D’altronde, io ho sempre avuto delle buone relazioni con gli Ebrei. Recentemente, una sera, sono venuti in visita da me due Ebrei. E’ vero che esistono dei rapporti che si collocano al di fuori della religione: dei rapporti di cortesia e di carità; noi non rifiutiamo agli Ebrei né gli uni né gli altri. Del resto, noi preghiamo per loro, affinché si illumini il loro spirito. Proprio oggi noi celebriamo la festa di un miscredente che, sulla via di Damasco si è convertito in maniera miracolosa al vero credo [San Paolo]. Così, se voi andate in Palestina e lì stabilite il vostro popolo, noi prepareremo delle chiese e dei sacerdoti per battezzarvi tutti».
Theodore Herzl – Journal 1895-1904. Le fondateur du sionisme parle. Citato nella rivista «Le sel de la Terre». Fonte
I frutti del Sionismo sono inconfutabili ed oramai a tutti tristemente noti: - la Terra Santa non conosce pace; - la prevaricazione è la norma; - la cristianità nella Terra di Nostro Signore è stata quasi interamente estirpata. Per approfondimenti sul Sionismo: Il Movimento sionista parte prima e parte seconda dall'Enciclopedia Cattolica.
Il Muro vicino al Caritas Baby Hospital di Betlemme, 10 luglio 2013 - Dal dossier fotografico Non più Muri
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Il Matrimonio è un sacramento, istituito da nostro Signore Gesù Cristo, che stabilisce una santa e indissolubile unione tra l'uomo e la donna, e dà loro la grazia di amarsi l'un l'altro santamente e di allevare cristianamente i figli. Il Matrimonio fu istituito da Dio stesso nel paradiso terrestre, e nel nuovo Testamento fu elevato da Gesù Cristo alla dignità di sacramento. Si dice che il vincolo del matrimonio è indissolubile ossia che non si può sciogliere se non per la morte di uno dei coniugi, perché così ha stabilito Dio fin da principio, e così ha solennemente proclamato nostro Signore Gesù Cristo. Il sacramento del Matrimonio: 1º dà l'aumento della grazia santificante; 2º conferisce la grazia speciale per adempiere fedelmente tutti i doveri matrimoniali. Chi contrae matrimonio deve avere l'intenzione: 1º di fare la volontà di Dio, che lo chiama a tale stato; 2º di operare in esso la salvezza della propria anima; 3º di allevare cristianamente i figli, se Dio concede di averne. Le persone congiunte in matrimonio devono: 1º custodire inviolata la fedeltà coniugale e comportarsi sempre cristianamente in tutto; 2º amarsi scambievolmente, sopportandosi a vicenda con pazienza, e vivere in pace e concordia; 3º se hanno dei figli, pensare seriamente a provvederli secondo il bisogno; dar loro un'educazione cristiana; e lasciare ad essi la libertà di scegliere quello stato a cui da Dio sono chiamati. Può l'autorità civile sciogliere col divorzio il vincolo del matrimonio cristiano? No, il vincolo del matrimonio cristiano non può essere sciolto dall'autorità civile, perché questa non può ingerirsi in materia di sacramenti, e separare ciò che Dio ha congiunto. Se gli sposi convivessero tra loro col solo matrimonio civile, in che condizione si troverebbero? Se gli sposi convivessero tra loro col solo matrimonio civile sarebbero in stato di continuo peccato mortale, e la loro unione resterebbe sempre illegittima innanzi a Dio e alla Chiesa.
Dal Catechismo di Papa San Pio X
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Al Poggiòlo, un paese vicino di una gran città, avevano fatto ritorno i soldati dalla guerra, ricevuti con quelle accoglienze che si possono immaginare, ma non descrivere; erano finite le luminarie, cessati i canti del popolo, i suoni delle campane e delle bande; terminate, insomma, le feste. Ma il Sindaco, un brav’ uomo, amante del suo Comune, il Parroco, il Maestro elementare, l’Avvocato Landi e altri maggiorenti del paese, riuniti a conversazione, pensavano che sarebbe stato necessario fondare tra i soldati una società di cultura e di mutuo soccorso; trovare per essi un luogo di convegno, una sala, dove potessero divertirsi onestamente, leggere qualche giornale e qualche libro, scambiarsi pensieri, e trattare amichevolmente delle proprie cose. Il Sindaco concesse la scuola del Comune per le ore della sera e propose che intanto si tenessero alcune conferenze; gli altri offrirono la loro cooperazione, e tutti decisero per prima cosa di cantare un Te Deum nella Chiesa Parrocchiale. La funzione, infatti, si fece e riuscì solennemente ... Per scaricare il documento in PDF ocr cliccare qui.
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- Categoria: Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti
Quest’ opuscolo, che di nuovo vede ora la luce, fu per la prima volta pubblicato in un giornale francese (La Francia Cristiana; nu. dei 31 marzo e 18 aprile 1821. — Fu tradotto e stampato in Genova nel 1823 presso i Fratelli Pagano) mentre il liberalismo, macchinando nel segreto le tenebrose sue arti, preparava quella luttuosa catastrofe che, scoppiata nel 1830 a Parigi, rovinò la Francia e, minacciando continuamente la stabilità dei troni e la quiete dei popoli, ha gettato nell’incertezza dell'avvenire l'Europa e ve la terrà, finché la mano di Dio, eguagliato il castigo alle colpe, non ricomponga l'ordine turbato. Questo momento avvicinasi: e la Provvidenza, che degli umani disegni si serve a compire gli immutabili suoi decreti, conduce visibilmente gli eccessi del disordine a preparare il trionfo della verità. Se mai vi è stato alcun tempo in cui qualunque sia privo di quel miserabile egoismo che lascia indifferente per il giusto e per l'iniquo, per la speranza e per il timore dell'avvenire, debba alzare fortemente la voce, e parlare al pubblico parole di verità, tale è questo per fermo: giacché le passate e le presenti vicende hanno mirabilmente disposto gli animi ad ascoltarle. Qualche anno fa, quando un’ apparenza di pubblica sicurezza faceva chiudere gli occhi sull'imminente ma nascosto pericolo, non volevasi da troppi por mente a chi accennava le trame de' settarj (della massoneria). L'aspetto della società era gradevole, e pochi giungevano a vedere il cancro corrompitore che serpeggiava per le sue viscere, e ne distruggeva il principio vitale. Alcuni avvertivano di questa piaga; ma il volgo non la credeva, (e il volgo è stato sempre infinitamente maggiore di quel che si pensa): ed essi felici se la noncuranza e l'oblio li salvava dalle cortesi denominazioni di fanatici, e di teste calde (oggi si direbbe: di complottisti). Gli avvenimenti però hanno con troppo lor dispiacere provato che avevano ragione. Se i loro avvisi disprezzati non servirono a prevenire lo sconvolgimento della società, serviranno forse ad affrettarne il termine; e per quei paesi avventurati a cui l'ira del cielo ha minacciato soltanto, riusciranno di salutare avvertimento. Io pertanto ho pensato di ripubblicare questo breve opuscolo sul piano dei liberali per ricominciare la rivoluzione, aggiungendovi alcune confessioni sfuggite ai fogli rivoluzionari, dopo le gloriose giornate. Così quelle parole che prima dell’avvenimento erano forti per la sola loro verità, confermate dai fatti acquisteranno il peso d’una predizione avverata.
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La Pontificia Accademia dell’Immacolata Concezione sorse in Roma, gentil fiore di poesia, dall’anima supplice della Chiesa in lotta aperta con le aberrazioni filosofiche e le perversioni sociali. Sorse in quel torpido periodo del secolo XIX che va dall’infida tregua del Congresso di Vienna ai moti rivoluzionari del ‘48. Sotto la fragile reazione imperavano gl’immortali princìpi. Il dottrinarismo liberale trescava con l’opulenza viziosa della grande industria e si scavava la fossa con le sue stesse negazioni: l’individualismo anarchico e il comunismo materialistico. Così, nella città del mondo, le cattedre seminavano dottrine di odio e il cielo fosco pareva solcato da livide minacce. Ma nella città di Dio i giusti apprestavano sereni le difese delle verità cristiane: pensatori, propugnavano con gli scritti la fede e la morale cattolica; apostoli, con opere luminose di assistenza sociale illustravano la bellezza inesausta della carità di Cristo. Dei doni dello Spirito, sovrattutto, pascevano gli animi e invocavano commossi la dolcissima Immacolata Madre di Dio, la cui protezione ... ben sempre rispose, chi la chiamò con fede.Mirabile provvidenza che il P. M. Alfonso Orlich, ministro generale dei Frati Minori Conventuali, rilevò agostinianamente nel discorso che pronunciò in solenne adunanza accademica per commemorare il settantacinquesimo anniversario della Bolla dommatica Ineffabilis Deus, di Papa Pio IX. Il ch. oratore rievocò in sintesi di potenza drammatica il pontificato del mite e forte Pontefice, acclamato a buon diritto il Pontefice dell’Immacolata. Le umane vicende tristissime si trasfigurano in linee di compostezza monumentale e salgono a fondersi nella chiarità delle stelle. Questa atmosfera sovrannaturale, così vivida e schietta, noi abbiamo a pieni polmoni respirata, ascoltando l’ornata parola del P. Orlich che esaltava tutto quello che più oggi commuove il cuore d’un credente: la definizione dommatica dell’Immacolata Concezione di Maria, Lourdes, il Sillabo, la prigionia di Pio IX, il trionfo di Pio XI. L’Ordine Minoritico vanta insigni benemerenze nella preparazione dottrinale della definizione del domma mariano, e queste glorie di famiglia, un Ministro Generale di tanta parte del grande albero minoritico, il P. Orlich, ha sentite e proclamate, con passione filiale. I dispareri approfondirono la tesi teologica e non menomarono la grandezza d’intelletto e di fede dei più devoti cultori di Maria, quali san Bernardo, san Tomaso, san Bonaventura, ma diedero ragione alle tradizioni religiose dell’isola dei Santi e formarono un più bel titolo d’onore al Dottore sottile. Il culto di Maria, così come il culto Eucaristico, costituisce, la gloria sì, ma particolarmente la forza del Cattolicismo. Il culto mariano segna la maturità di quella fede che vince ogni errore, dal Concilio di Efeso all’Enciclica Ineffabilis Deus; sì che Maria la riassume tutta e vince, Ella proprio, ogni errore. Debellatrice dell’eresia, schiaccia col piede virginale il caput draconis magni. L’Accademia dell’Immacolata Concezione, incoraggiata dal plauso del suo eminentissimo Protettore, Card. Camillo Laurenti, ha chiesto alla francescana cortesia del ch. autore di poter dare alle stampe e diffondere a beneficio delle missioni estere dei Minori Conventuali il discorso bellissimo. L’opera austera di dottrina si traduce, per miracolo consueto ai figli della luce, in opera lieta di carità. Di che gli accademici tutti rendono grazie al Signore.
Vincenzo Bianchi-Cagliesi
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Per inviare una donazione Cliccare qui. «Seneca lasciò detto che il povero manca di molte cose, mentre l'avaro manca di tutto» (Cornelio Alapide).

























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- Pio IX, «Dei Filius». Capitolo IV. Della Fede e della Ragione. Conclusione
- Pio IX, «Dei Filius». Capitolo I. Dio creatore di tutte le cose
- Pio IX, «Dei Filius». Capitolo II. La Rivelazione
- Pio IX, «Dei Filius». Capitolo III. La Fede
- Pio IX, «Dei Filius». Introduzione sulla fede cattolica
- Pio IX, «Pastor Æternus». Capitolo I. Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro
- Pio IX, «Pastor Æternus». Capitolo II. Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici
- Pio IX, «Pastor Æternus». Capitolo III. Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice
- Pio IX, «Pastor Æternus». Capitolo IV. Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice
- Pio IX, «Pastor Æternus». Introduzione sul primato Apostolico