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Stimati Associati e gentili Sostenitori, oggi (29/9) ricorre la Festa di San Michele Arcangelo: il campione di Dio nella battaglia contro Lucifero e gli angeli ribelli (Apoc. 12, 7-8), il custode del corpo di Mosè (Giuda, 9), il difensore di Maria Santissima (Apoc. 12, 5-6); è il primo Angelo onorato dai fedeli e invocato come medico delle malattie. Il culto liturgico in Oriente si trova all’inizio del secolo IV, in Occidente qualche decennio dopo. Nel secolo VI, a Roma, il 30 settembre si celebrava l’anniversario della dedicazione della chiesa dedicata a San Michele Arcangelo sulla Via Salaria, dedicazione che più tardi diede origine alla festa attuale. In questo giorno San Michele è onorato come «il principe della milizia celeste»; e perciò la liturgia intende festeggiare tutti gli Angeli. A San Michele si attribuiscono tre funzioni: a) guida e conduce le anime in cielo (Off. della Messa dei Def.) dopo averle pesate sulla bilancia della giustizia divina; b) difende la Chiesa e il popolo cristiano (All.); c) in cielo presiede il culto d’adorazione della Santissima Trinità e offre a Dio le preghiere dei Santi e dei fedeli (Off.). Segue la preghiera che la Chiesa recita a San Michele alla fine di ogni Santa Messa: «Sancte Míchaël Archángele, defénde nos in proélio: contra nequítias et insídias diáboli esto praesídium. Imperet illi Deus, súpplices deprecámur: tuque, Prínceps milítiae coeléstis, Sátanam aliósque spíritus malígnos, qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo, divina virtúte, in inférnum detrúde. Amen». Fra le tante mostruosità e blasfemie compiute contro la Santa Messa, i modernisti hanno anche censurato questa importante orazione.
• Adesso finalmente parliamo di Sacra Scrittura con l’Abate Ricciotti - Dio lo abbia in gloria! § 515. L’insidiosa questione del tributo a Cesare era finita con una sconfitta dei Farisei interroganti, i quali «avendo udito furono presi d’ammirazione e lasciatolo se n’andarono» (Matteo, 22, 22). Di questa sconfitta si compiacquero i rivali Sadducei, i quali si fecero subito avanti a ritentare per proprio conto una nuova partita; questa avrebbe riguardato l’argomento della resurrezione dei corpi, tenacemente negata dai Sadducei (§ 34) e oggetto di vecchie dispute fra loro e i Farisei. Si presentarono pertanto a Gesù per sottoporgli non la questione astratta della resurrezione, ma un caso concreto, uno di quei «casi» che formavano la delizia delle accademie giudaiche. Cominciarono col citare la legge del «levirato», con cui Mosè prescrive che, se un Ebreo muoia non lasciando figli, il fratello del morto sposi la vedova di lui per procurare una discendenza al defunto (Deuteronomio, 25, 5 segg.). Ricordata questa legge, essi presentarono il «caso». C’erano stati sette fratelli, il primo dei quali era morto non lasciando figli, cosicché il secondo fratello aveva sposato la vedova del primo; ma anche costui era morto non lasciando figli, e la donna era stata sposata dal terzo; altrettanto era avvenuto con tutti i successivi fratelli fino al settimo, e dopo la morte del settimo era morta anche la donna. Ora - chiedevano quei Sadducei - di chi sarebbe stata moglie quella donna, quando fosse risorta insieme con tutti e sette contemporaneamente? Tutti e sette, infatti, avevano egual diritto su di lei. Il caso era tipicamente accademico; ma in fatto d’astruseria e di manierismo si andava oltre, come appare dal seguente «caso» conservato nel Talmud. - C’erano 13 fratelli, e 12 di essi morirono senza figli. Le 12 vedove citarono allora il superstite fratello davanti al Rabbi (Giuda I, morto sui primi del sec. III) affinché le sposasse in forza della legge del «levirato»; ma il superstite dichiarò che non aveva mezzi finanziari per mantenere le 12 aspiranti. Esse allora, tutte d’accordo, dichiararono che ciascuna avrebbe provveduto al mantenimento durante un mese all’anno, e così si sarebbe provveduto a tutti e 12 i mesi. Senonché il futuro marito delle 12 aspiranti fece cautamente osservare che nel calendario ebraico i mesi dell’anno erano talvolta 13: ciò infatti avveniva circa ogni 3 anni, quando si intercalava un tredicesimo mese per eguagliare l’ufficiale anno lunare con l’anno solare; ma il generoso Rabbi rispose che nel caso di mese intercalato egli avrebbe provveduto al mantenimento. E così avvenne. Dopo 3 anni le 12 vedove rimaritate si presentarono alla casa del Rabbi recando complessivamente 36 bambini, e il Rabbi li mantenne tutti per quel mese.
• § 516. I Sadducei che proposero il loro «caso» a Gesù non s’interessavano di questioni finanziarie, ma di quella della resurrezione. Secondo essi il caso proposto dimostrava che la resurrezione era impossibile, giacché risorta che fosse quella donna avrebbe dovuto essere nello stesso tempo moglie di tutti e sette i risorti mariti: ma poiché ciò era manifestamente una sconcezza e un’assurdità, per questo la resurrezione si dimostrava impossibile. Se poi Gesù avesse tentato di difendere la resurrezione, nello sciogliere il caso proposto si sarebbe cacciato in un ginepraio di ridicolaggini perdendo così ogni credito sulla folla. Questo modo di ragionare presupponeva un concetto della resurrezione molto crasso e materialesco, il quale anche per tale ragione era respinto dai Sadducei mentre tra i Farisei era predominante sebbene non universale; questo concetto immaginava la resurrezione come il ridestarsi di un dormiente, il quale svegliato che sia si ritrova nelle stesse condizioni naturali di prima che s’addormentasse. Perciò ai risorti si assegnavano le antiche attività di mangiare, bere, dormire, generare, ecc.; anzi sembrava conveniente che queste attività fossero accresciute e rafforzate, tanto che un cinquantennio dopo Gesù l’autorevole Rabban Gamaliel sentenziava che nella vita futura le donne partoriranno ogni giorno come le galline (in Strack e Billerbeck, Op. cit. nei precedenti Comun., vol. I, pag. 889, insieme con altre testimonianze più crude). Gesù taglia corto a tali fantasticherie puerili, e risponde: «Errate, non sapendo le Scritture né la potenza d’Iddio. Nella resurrezione infatti (i risorti) né sposano né sono sposati, ma sono come angeli nel cielo». I risorti saranno bensì gli stessi uomini di prima, ma non già nelle stesse condizioni di prima: la loro nuova condizione sarà come quella degli angeli nel cielo. Continuò poi Gesù: «Riguardo alla resurrezione dei morti, non leggeste ciò che fu detto a voi da Iddio affermante “Io sono il Dio di Abramo e il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”? (Esodo, 3, 6)? Non è Dio di morti ma di viventi». Il passo citato da Gesù fa parte della Torah, l’unica Scrittura sacra accettata dai Sadducei (§ 31); questa sembra la ragione - come notò già San Girolamo - per cui Gesù, tralasciando altri passi delle Scritture che attestano più chiaramente le fede nella resurrezione dei morti (§ 80), argomenti da questo passo che a differenza degli altri non poteva essere rifiutato dai Sadducei. Ad ogni modo l’argomentazione è condotta secondo i metodi delle scuole rabbiniche, e presuppone il patrimonio ideale dell’ebraismo: il Dio dei patriarchi ebrei è Dio non di morti ma di viventi; dunque quei patriarchi vivono anche dopo la loro morte corporea, e la resurrezione è attestata dalle sacre Scritture.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, «Instaurare omnia in Christo». Tra una settimana si svolgerà la quattordicesima «Giornata per la Regalità Sociale di Cristo». La giornata ha come finalità la formazione dei cattolici militanti, militanti del regno di Cristo nella vita privata (e quindi vivere abitualmente in stato di grazia, osservare i 10 comandamenti ed i precetti della Chiesa, assistere ogni domenica alla Messa ed accostarsi frequentemente ai Sacramenti), nella vita familiare e nella vita professionale (mettendo Dio al primo posto, secondo il motto di Santa Giovanna d’Arco: «Dieu premier servi»). Per chi, poi, è impegnato in associazioni culturali o movimenti politici, considerare la religione cattolica il fine principale del proprio impegno e non secondario, a partire dal punto oggi fondamentale: la questione dell’autorità nella Chiesa.
• Don Francesco Ricossa sarà il docente del seminario di studi: «Gli amici e i nemici della regalità di Cristo», che prenderà in esame tre anniversari legati al 1919, considerati alla luce del Magistero. Di particolare interesse la rivista «Fede e Ragione», fondata e diretta da don Paolo de Töth - l’ultimo dei cattolici integrali - per continuare la «buona battaglia» antimodernista e antimassonica. La rivista rappresenta una miniera di articoli (anche di mons. Umberto Benigni) che non hanno perso la loro attualità, poiché basati sui princìpi della verità eterna, che meritano di essere letti e studiati. Appuntamento, quindi, alle ore 10 di sabato 12 ottobre nei saloni del M. B. Center di Modena: Cliccare qui. Video di presentazione della giornata: Cliccare qui. Comunicato tratto dalla pagina Facebook di don Ugo Carandino.
• Dalla «Vita di Gesù Cristo» dell’abate Ricciotti oggi studieremo il capitolo: «Il massimo comandamento. Il Messia figlio di David». § 517. L’alternativa di Farisei e Sadducei continuò ancora in quel giorno operosissimo per Gesù. La risposta data ai Sadducei piacque a uno Scriba presente alla discussione, il quale perciò si fece avanti e propose a Gesù una questione che corrispondeva bene ai metodi rabbinici: «Qual è il comandamento primo di tutti?» (Marco, 12, 28) o come è riportata da Matteo (22, 36): «Qual (è il) comandamento (più) grande della Legge?». La Legge scritta infatti, ossia la Torah, conteneva secondo i rabbini 613 precetti (§ 30), dei quali 248 erano positivi perché comandavano una data azione, e 365 erano negativi perché proibivano di fare alcunché: gli uni e gli altri, poi, erano ripartiti in precetti “leggieri” e precetti “gravi” a seconda dell’importanza che si attribuiva loro. Ora, fra tutti questi comandamenti vi sarà pure stata una specie di gerarchia, e fra i precetti “gravi” ve ne sarà stato uno gravissimo che superava per importanza tutti gli altri. Ciò appunto voleva sapere da Gesù questo Scriba. La risposta di Gesù fu quella già data al dottore della Legge per cui fu pronunziata la parabola del buon Samaritano: Gesù recitò l’inizio dello Shemà (§ 438). «Il primo (comandamento) è: “Ascolta Israele! Il Signore Iddio nostro è Signore unico; e amerai il Signore Iddio tuo con tutto il cuore tuo, e con tutta l’anima tua, e con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. (Il) secondo (comandamento è) questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Maggiore di questi, altro comandamento non è». Veramente lo Scriba aveva interrogato circa un solo comandamento, il massimo fra tutti; Gesù ha risposto recitando il comandamento dell’amore di Dio, ma quasicché tale comandamento non sia da solo integro e pieno - almeno nel campo pratico - vi aggiunge l’altro dell’amore del prossimo: questi due precetti, che si riconnettono l’un l’altro, formano per Gesù il comandamento «massimo». Le stesse idee erano già state espresse nel Discorso della montagna (§§ 327, 332).
• Lo Scriba approvò cordialmente la risposta di Gesù riscontrando da parte sua che il doppio amore di Dio e del prossimo valeva più che tutti gli olocausti e i sacrifizi del Tempio. In premio di questa sua replica Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno d’Iddio». Gli mancava, infatti, soltanto di credere nella missione di Gesù ad imitazione di Pietro, di Giovanni, e di tanti altri. Se ciò poi avvenisse, non sappiamo. Dopo questa discussione finita con l’accordo dei due, ci si dice che «nessuno più osava interrogarlo» (Marco, 12, 34). Gesù però venne per conto suo alla riscossa. Avvicinatosi nel Tempio stesso a un altro gruppo di Farisei, intavolò una questione riguardo al Messia: Da quale stirpe sarebbe disceso il Messia? Di chi sarebbe egli stato figlio? Gl’interrogati, d’accordo con tutta la tradizione ebraica, risposero: Di David. Gesù allora fece osservare che nella sacra Scrittura David stesso, il cui nome figura nell’iscrizione in cima al Salmo 110 ebr. (Vulg. 109), si esprime ivi così: «Oracolo di Jahvè al mio Signore: “Siedi alla mia destra, finché Io ponga i tuoi nemici (quale) sgabello per i tuoi piedi!”». Da questo passo Gesù argomentò: «Se dunque David lo chiama “Signore”, come è figlio di lui?». La forza dell’argomentazione poggiava su due punti ammessi anche dai Farisei: in primo luogo, che nel Salmo parlava David come mostrava la sua iscrizione; in secondo luogo, che il Salmo trattava del futuro Messia, come risulta dal largo impiego in questo senso che se ne fa nel Nuovo Testamento (più di quindici volte) e che presuppone il consenso della parte avversaria. Perché mai, dunque, David chiamava «Signore» il futuro Messia che era suo discendente? Ciò dimostrava, secondo Gesù, che il Messia era più che un semplice «figlio di David» e racchiudeva in sé qualità che lo rendevano più che Giona e più che Salomone (§ 446) e anche più che David; ma Gesù voleva avere dai Farisei la spiegazione di questa apparente incongruenza. Quei Farisei però non poterono rispondere nulla. Più tardi, dal secolo II in poi, i rabbini risolsero la questione sostenendo che il Salmo non si riferiva al Messia, bensì ad un altro personaggio: che di solito era creduto Abramo, talvolta David stesso (!), e secondo la solitaria notizia di Giustino (Dial. cum Tryph., 33 e 83) il re Ezechia. Questa mutazione di riferimento fu evidentemente determinata dalla polemica anticristiana (cf. Testi rabbinici in Strack e Billerbeck, Op. cit., vol. IV, pagg. 452-465) .

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, segnaliamo il nostro canale Youtube, dove è stato caricato un nuovo video di dottrina sui miracoli e sugli esorcismi: https://youtu.be/D8auMkKrQfs. Molto ricca è l’odierna lezione del venerando Abate Ricciotti, il quale ci parlerà dell’«elenchos» contro gli Scribi ed i Farisei, successivamente dell’offerta della vedova.
• § 518. I Greci antichi avevano chiamato èlenchos quella parte dell’orazione forense in cui, esponendosi le accuse addotte contro l’avversario, si corredavano delle rispettive prove; era dunque un biasimo dimostrativo del disonore altrui, come nei tempi più antichi (presso Omero) èlenchos aveva significato sia «biasimo» sia «disonore». In quel tempestoso martedì, consumato da Gesù in buona parte a battagliare contro Scribi e Farisei, non poteva mancare un èlenchos contro questi avversari che riassumesse ed integrasse le accuse già formulate in precedenza. Difatti tutti e tre i Sinottici riportano tale requisitoria di Gesù in questo giorno, ma con le solite divergenze: Marco (12, 38-40) è brevissimo; così pure Luca (20, 46-47), il quale però ha già riferito un ampio formulario d’accuse in occasione del pranzo offerto a Gesù dal Fariseo (§ 447). Lunghissimo è invece Matteo (cap. 23), il quale incorpora quasi tutto il formulario di Luca accrescendolo di altre accuse. È probabile che Matteo, come ha già fatto per il Discorso della montagna (§ 317), abbia riunito qui per motivi redazionali alcune sentenze di Gesù pronunziate occasionalmente altrove: e questa conclusione è suggerita anche dall’esame letterario dell’èlenchos, ch’è diviso simmetricamente in tre parti (23, 1-2; 23,13-32; 23, 33-39), ed ha la seconda parte suddivisa in sette Guai a voi!... (§ 125); tuttavia la collocazione di Matteo è nel suo complesso preferibile a quella di Luca, e il nucleo principale del discorso dovette esser pronunziato da Gesù appunto in questo scorcio di sua vita come del resto confermano vagamente gli altri due Sinottici. Riproduciamo qui integralmente l’èlenchos di Matteo, rinviando per le parti già viste a quanto già se ne disse in precedenza. «Sulla cattedra di Mosè si sedettero gli Scribi ed i Farisei. Perciò tutte quante le cose che vi dicano fate ed osservate, ma conforme alle opere loro non fate, giacché dicono e non fanno. Legano infatti carichi pesanti e (li) impongono sulle spalle degli uomini, ma essi col loro dito non vogliono rimuoverli. Fanno poi tutte le opere loro per esser rimirati dagli uomini: allargano infatti le loro filatterie e ingrandiscono le loro frange, amano poi il primo divano nei conviti e i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze e l’esser chiamati “Rabbi” dagli uomini. - Voi invece non vi lasciate chiamare “Rabbi”: uno solo infatti è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” vostro (alcuno) sulla terra: uno solo infatti è il Padre vostro, quello celeste. E non vi lasciate chiamare “direttori” perché direttore vostro è uno solo, il Cristo. Invece chi di voi è maggiore, sarà inserviente di voi; chiunque poi s’innalzerà sarà abbassato, e chiunque s’abbasserà sarà innalzato». In questa prima parte del discorso Gesù traccia i lineamenti caratteristici dei Farisei, e tornano perciò alcuni tratti delle sue precedenti discussioni con essi: parlando qui egli alla folla del Tempio, passa subito appresso ad esortare affinché quelle caratteristiche non siano imitate e si faccia precisamente il contrario. La vanagloria dei Farisei si esercitava fra l’altro nelle filatterie, le quali consistevano in bossoletti ove stavano arrotolate strisce di pergamena su cui erano scritti alcuni passi dei Libri sacri (cioè Esodo, 13, 1-10; 13, 11-16; Deuteron., 6, 4-9; 11, 13-21): durante la preghiera l’Israelita applicava (ed applica ancora) le strisce sulla fronte e sul braccio sinistro, intendendo di eseguire letteralmente la prescrizione contenuta in Deuteron., 6, 8 (cfr. Esodo, 13, 9). I vanagloriosi si procuravano strisce più ampie e vistose, per dare più sull’occhio; altrettanto facevano con le frange del mantello che avevano anch’esse un significato religioso ed erano portate pure da Gesù, come già vedemmo (§ 349).
• § 519. La seconda parte del discorso costituisce il vero èlenchos: «Guai però a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché rinserrate il regno dei cieli in faccia agli uomini: voi infatti non entrate, né gli entranti lasciate entrare. Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché girate per mare e per terra per fare un solo proselita, e quando sia divenuto (tale) lo rendete figlio di Geenna il doppio di voi. Guai a voi, guide cieche che dite: “Chi abbia giurato per il santuario, è nulla; ma chi abbia giurato per l’oro del santuario, è obbligato”. Stolti e ciechi! Chi è infatti maggiore, l’oro oppure il santuario che ha santificato l’oro? E (dite anche): “Chi abbia giurato per l’altare, è nulla; ma chi abbia giurato per il dono che (sta) sopra a quello, è obbligato”. Ciechi! Che cosa infatti è maggiore, il dono oppure l’altare che santifica il dono? Chi dunque ha giurato per l’altare, giura per esso e per tutte le cose che (stanno) sopra a quello; e chi ha giurato per il santuario, giura per esso e per chi l’abita; e chi ha giurato per il cielo, giura per il trono d’Iddio e per chi vi è assiso sopra. Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e della finocchiella e del comino, e lasciate le cose più gravi della Legge, il giudizio e la misericordia e la fede! Invece, queste cose bisognava fare e quelle non tralasciare. Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite invece il camello! Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché mondate l’esterno della coppa e del vassoio, mentre l’interno è riempito di rapina e sfrenatezza! Fariseo cieco, monda dapprima l’interno della coppa affinché diventi puro anche l’esterno di essa! Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali al di fuori appaiono belli, al di dentro invece sono ripieni d’ossa di morti e d’ogni impurità! Così anche voi all’esterno apparite giusti agli uomini, all’interno invece siete colmi d’ipocrisia e d’iniquità. Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri dei profeti ed abbellite le tombe dei giusti, ed esclamate: “Se fossimo stati ai giorni dei padri nostri, non saremmo stati loro complici nel sangue dei profeti!”. Cosicché attestate a voi stessi che siete figli di quei che uccisero i profeti. E voi colmate la misura dei padri vostri!». L’èlenchos ha denunziato i fatti; tale denunzia serviva già da prova, perché tutti gli uditori sapevano per esperienza che i casi mentovati corrispondevano alla realtà. Un quarantennio più tardi, dopo la catastrofe del 70, lo stato delle cose cambierà alquanto: i Farisei rimarranno le guide sole e incontrastate del residuo della nazione e moltiplicheranno a piacer loro norme e prescrizioni; ma rinunceranno del tutto all’ansioso proselitismo qui accennato, e di cui già vedemmo alcuni risultati ottenuti fra i Greci (§ 508).
• § 520. All’annunzio che i Farisei hanno colmato la misura dei padri loro segue la deplorazione, come nella procedura forense alla dimostrazione del delitto seguiva la pena; è la terza parte del discorso: «Serpenti, razza di vipere, come (avverrà che) sfuggiate al giudizio (condanna) della Geenna? Per questo ecco io invio a voi profeti e sapienti e scribi: di essi ucciderete e crocifiggerete, e di essi flagellerete nelle vostre sinagoghe (§ 64) e perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zacharia figlio di Barachia che uccideste fra il santuario e l’altare. In verità vi dico, verranno tutte queste cose su questa generazione! - Gerusalemme, Gerusalemme, uccidente i profeti e lapidante gl’inviati ad essa! Quante volte volli coadunare insieme i tuoi figli, alla maniera che una gallina coaduna i pulcini sotto le ali, e (voi) non voleste! Ecco, è lasciata a voi la vostra casa deserta. Vi dico infatti, non (sarà che) mi vediate da adesso fino a che diciate: “Benedetto il Veniente in nome del Signore!”». Questa ultima parte, più che una minaccia, è in realtà una deplorazione. Gesù deplora che i suoi reiterati tentativi di salvare città e nazione siano stati frustrati, e che l’intero edificio costruito man mano da Dio per la salvezza d’Israele venga demolito man mano dalla pervicacia degli uomini: ciò ch’è avvenuto a al tempo della Legge quando i profeti di Jahvè finivano lapidati, avverrà anche al tempo del Messia i cui inviati finiranno in maniera analoga; ma in tal modo tutto il peso dei delitti anche più antichi graverà su quei che compiono l’ultimo delitto, perché costoro scalzano le ultime fondamenta dell’edificio di Dio, e colmando la misura attireranno su se stessi la vendetta totale. È dunque una minaccia salutare, un supremo angoscioso grido affinché le guide cieche della nazione eletta s’arrestino sull’estremo orlo dell’abisso. Dei delitti antichi sono ricordati per nome solo due, l’uccisione di Abele e quella di Zacharia, probabilmente perché erano narrate l’una al principio del primo libro della Bibbia ebraica che è il Genesi (4, 8), e l’altra sulla fine dell’ultimo libro che sono le Cronache (II Cron., 24, 20-22). Vecchia, poi, è l’altra difficoltà offerta dall’appellativo paterno di Zacharia chiamato qui «figlio di Barachia», mentre nelle Cronache è chiamato «figlio di Jojada»; al contrario appare come figlio di Barachia il profeta Zacharia (Zach., 1, 1. 7), che è tutt’altra persona dallo Zacharia qui ricordato. È notevole però che l’appellativo paterno manca nel passo parallelo di Luca (11, 51) e anche nell’autorevolissimo codice Sinattico di Matteo: ciò potrebbe far sospettare che «figlio di Barachia» sia un’antica glossa infiltratasi nel testo greco ma assente nell’originale semitico di Matteo (§ 121), salvo che la divergenza si fondi su altre ragioni che a noi oggi sfuggono. I due Sinottici, che soli riportano quest’apostrofe di Gesù a Gerusalemme, mostrano con ciò di conoscere i reiterati tentativi di Gesù per salvare la città e quindi i suoi ripetuti viaggi alla capitale, sebbene questi viaggi siano oggetto della narrazione di Giovanni e non dei Sinottici: quindi la tradizione sinottica implicitamente conosce quella giovannea, sebbene non se ne serva (§ 165).
• § 521. Ma con questo appello, angoscioso e minaccioso, i tentativi di Gesù finiscono. Quando sia avvenuta l’ultima ripulsa e consumato l’ultimo delitto, la loro casa sarà abbandonata ad essi deserta, priva dell’aiuto di colui che hanno respinto. Né essi rivedranno mai più lui, se non in tempi d’un futuro remotissimo allorché l’aberrante nazione si sarà ravveduta del suo errore e farà ricerca del respinto: «Una voce sulle nude colline si ode, il pianto supplichevole dei figli d’Israele: ché aberrarono dalla loro via, dimenticarono Jahvè loro Dio; saranno giorni, quelli, in cui non si esclamerà più oltre “O Arca dell’alleanza di Jahvè!”, non starà (più) a cuore, non si penserà ad essa, non sarà rimpianta né costruita più oltre; e agli aberranti sarà rivolto un invito: “Ritornate, o figli ribelli, guarirò io le vostre ribellioni!” ed essi risponderanno: “Eccoci, noi veniamo a te, perché tu sei Jahvè nostro Dio!... Davvero, in Jahvè nostro Dio sta la salvezza d’Israele!”» Geremia, 3, 16... 23, con inversioni. Questa visione dell’antico profeta è contemplata nuovamente da Gesù ma sullo sfondo d’un tempo del tutto nuovo ed ancor più remoto, quello dell’ultima parusia; allora Israele, riconciliato col già respinto Messia, potrà nuovamente vederlo perché gli andrà incontro rivolgendogli l’acclamazione già rivoltagli nel breve trionfo di due giorni prima: Benedetto il Veniente in nome del Signore! (§ 504). Qualche anno più tardi il fariseo Paolo di Tarso, divenuto «schiavo del Cristo Gesù», contemplerà anch’egli il remotissimo tempo in cui i suoi connazionali, presentemente accecati, riacquisteranno la vista e così l’intero Israele sarà salvato (Romani, 11, 25-26). Dopo l’èlenchos contro Scribi e Farisei, ci è dato assistere ad una umile ma nobilissima scenetta che è precisamente l’opposto del mondo spirituale degli Scribi e dei Farisei: la scenetta è descritta da Luca (21, 1-4) ma anche più vividamente da Marco (12, 41-44); Matteo invece, inaspettatamente, la omette. Forse si tratta di un elemento della catechesi di Pietro, trasmesso a Luca per mezzo di Marco.
• § 522. Quel martedì era quasi trascorso; Gesù, terminata l’accorata deplorazione contro i suoi avversari, entrò nelle parti interne del Tempio spingendosi fino all’«atrio delle donne», e ivi si sedette di fronte all’attigua aula del Tesoro (§ 47). All’ingresso di questa erano collocate, per raccogliere le offerte, tredici casse chiamate «trombe» dalla forma allungata dell’imboccatura nella quale si gettavano le monete; in occasione di grandi feste, come questa di Pasqua, le offerte erano abbondantissime perché molti pellegrini approfittavano di questa loro venuta per pagare il tributo prescritto per il Tempio (§ 406) e tutti in genere facevano oblazioni spontanee: perciò vicino alle casse stavano di guardia alcuni sacerdoti, che certificavano il pagamento del tributo e sorvegliavano il regolare svolgimento delle operazioni. Seduto lì di fronte, Gesù guardava. Molti ricchi venivano alle casse e con molta ostentazione gettavano dentro manciate di monete, sicuri con ciò di essere apprezzati assai, oltreché dagli uomini, anche da Dio; frammezzo a costoro, non avvertita né curata da alcuno, venne una povera strascicata di vedova che lasciò cadere nella cassa soltanto «due minuzzoli che è (un) quadrante» (§ 133), cioè neppure due centesimi. Allora Gesù, «chiamati a sé i suoi discepoli disse loro: In verità vi dico che questa vedova, povera, gettò più di tutti quei che gettano nel tesoro; tutti infatti gettarono (traendo) dal sovrabbondante ad essi: questa invece (traendo) dalla sua indigenza gettò tutto quanto aveva, l’intera sua sussistenza» (Marco, 12, 43-44). Anche con questa osservazione il maestro dello spirito si opponeva ai maestri dell’esteriorità, suoi avversari.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati, gentili Lettori, grazie a Dio, nonostante la ‘pausa’ estiva, fino ad ora siamo stati sempre puntuali nella stesura, stampa e distribuzione del nostro settimanale. Come avrete potuto notare, da questo numero ci concentreremo soprattutto sullo studio di alcuni libri, fra i quali: 1) «Fortes in Fide», don Bussinello; 2) «Il Sillabario del Cristianesimo», mons. Olgiati. Perché questa scelta? Per due ragioni. Lo scritto di don Bussinello è semplice ed immediato, adatto soprattutto ai giovanissimi ed agli ignoranti. Purtroppo, soprattutto nell’epoca moderna, se non si riparte dalla base, si rimane e si vive ignoranti. Quello di mons. Olgiati, invece, bene si presta a chi ha già acquisito, evidentemente studiando sui buoni libri, almeno i rudimenti della vera religione, la Cattolica, dunque apre ad approfondimenti filosofici e di anti modernismo. Quando avremo terminato lo studio di questi due libri, se Dio vorrà, pian pianino leggeremo e stamperemo altro. Cosa conta nella vita? Ciò che primariamente conta è la salvezza dell’anima. Commentando il Catechismo di san Pio X, padre Dragone riferisce al numero 132: «Chi è fuori dalla Chiesa si salva? Chi è fuori dalla Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto, non si salva; ma chi ci si trova senza propria colpa, e viva bene, può salvarsi con l’amore di carità, che unisce a Dio e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all’anima di lei». Il padre sta citando Papa san Pio X. Spiega, poi, Dragone: «La Chiesa ha un corpo formato dal Capo e dalle varie membra unite al Capo mediante il carattere battesimale; ha inoltre un’anima, che è lo Spirito Santo, che vivifica le membra con la grazia e la carità. Per salvarsi è necessario morire in grazia di Dio; perciò per entrare in cielo occorre essere uniti almeno all’anima della Chiesa, mediante la grazia. Orbene: 1) è unito al corpo e all’anima della Chiesa, e quindi si salva, colui che è battezzato e muore in grazia di Dio; 2) è unito al corpo e non all’anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi è battezzato e muore in peccato mortale senza pentimento; 3) è unito all’anima e non al corpo della Chiesa, e quindi si può salvare, chi è senza battesimo, ma muore perdonato dei suoi peccati per il dolore perfetto con cui li ha detestati; 4) non è unito né al corpo né all’anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi non è battezzato, vive in peccato e muore senza il dolore perfetto. Non si può salvare chi è fuori della Chiesa per propria colpa, cioè chi sa che soltanto nella Chiesa vi è possibilità di salvezza, trascura di entrarvi o di ritornarvi, e muore in peccato senza l’amore di carità o il dolore perfetto. Invece si salva colui che è fuori della Chiesa senza propria colpa, o perché non la conosce o pur conoscendola, non sa che bisogna farne parte, ma vive bene, o almeno prima di morire si pente dei suoi peccati col dolore perfetto» (Spiegazione del Catechismo di San Pio X. Per i catechisti, ed. CLS, Verrua Savoia, 2009, pag. 207). Leggendo padre Dragone, abbiamo capito quanto sia necessario detestare l’ignoranza ed essere umili come gli innocenti, sempre pronti a studiare i buoni libri. Se si desidera l’ignoranza, difatti, si è colpevoli e molto facilmente ci si danna l’anima. Ci erudisce sant’Alfonso Maria de’ Liguori che usa il sommo san Tommaso ed altri: «È regola certa che non può darsi ignoranza invincibile in quelle cose che l’uomo deve e può sapere. Quando dunque non sa quel ch’è tenuto a sapere ed all’incontro può vincere l’ignoranza colla sua diligenza (studio superare potest, come parla S. Tommaso, I, II, q. 76, a. 2) egli non può essere scusato da colpa. Quali cose poi siam tenuti noi a sapere, le spiega l’Angelico nello stesso luogo: Omnes tenentur scire communiter ea quæ sunt fidei, et universalia juris præcepta; singuli autem quæ ad eorum statum vel officium spectant. Sicché, parlando del dritto naturale, non può darsi ignoranza invincibile nei primi principi della legge [...] Così anche non può darsi nelle conclusioni immediate o sieno prossime a detti principi, quali sono i precetti del decalogo. Neppure può darsi negli obblighi spettanti al proprio stato o proprio officio; poiché chi assume qualche stato, per esempio, ecclesiastico o religioso, o pure chi prende ad esercitare qualche officio, come di giudice, di medico, di confessore o simile, è obbligato ad istruirsi dei doveri di quello stato o di quell’officio; e chi l’ignora, lasciando d’istruirsene, o per timore di non esser poi tenuto ad osservarli, o per mera ma volontaria negligenza, la sua ignoranza sarà sempre colpevole, e tutti gli errori che indi commetterà per cagione di tal negligenza saranno tutti colpevoli, quantunque egli, nel commetterli, non abbia avvertenza attuale della loro malizia; mentre basta a renderli colpevoli l’avvertenza virtuale ossia (come chiamano altri) interpretativa, ch’egli ha avuta in principio in tralasciare di sapere le proprie obbligazioni. [... San Tommaso scrive] che non può essere scusato quel giudice, se erra nel giudicare per non saper le leggi che doveva aver imparate» (cf. Dell’uso moderato dell’opinione probabile, CAPITOLO II).
A cura di CdP
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, «oggi ricorre il 75° anniversario dello sterminio di 200 bambini milanesi, avvenuto il 20 ottobre 1944 ad opera delle bombe angloamericane nel quartiere di Gorla. Nessun presidente della repubblica italiana e ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia si sono recati in questi 75 anni sul luogo dell’eccidio. (Il Centro Studi Giuseppe Federici ha pubblicato) l’elenco delle vittime senza voler alimentare odio o vendette: tutte le anime delle vittime e dei carnefici sono state giudicate da N. S. Gesù Cristo, che ha dato a ciascuna di esse “secondo i meriti, il premio o la pena eterna” (dall’Atto di fede)». Approfondimenti sul sito del Centro Studi Giuseppe Federici. Finalmente l’Abate Ricciotti ci illustra il famoso Discorso escatologico di Nostro Signore Gesù Cristo. Suddivideremo la dotta dissertazione in due parti, la prima verrà pubblicata adesso, mentre la seconda la prossima settimana.
• § 523. La giornata volgeva oramai al tramonto; Gesù s’avviò per uscire dal Tempio e passar la notte fuori della città, come soleva fare in quella settimana (§ 510). Attraversato l’atrio dei gentili, egli fiancheggiò le sottocostruzioni che s’elevavano lungo la valle del Cedron ed offrivano uno spettacolo di vera potenza e magnificenza. A quella vista tornarono spontaneamente alla memoria dei discepoli che lo seguivano le ultime parole di lui, pronunziate poco prima contro i Farisei e ch’erano balenate come tetra minaccia: «Ecco, è lasciata a voi la vostra casa deserta». La prima e più amata casa di ogni buon Israelita era la casa del Dio Jahvè, il Tempio della città santa e unico di tutto il mondo; quel Tempio non poteva non essere eterno come era richiesto dalla fede comune e anche dimostrato dalla grandiosità delle sue costruzioni. In che senso, dunque, aveva Gesù potuto dire che quella casa sarebbe rimasta deserta? Si ricollegava forse questa predizione con le altre angosciose predizioni fatte nel passato dal maestro? Ci fu qualche discepolo che volle scandagliare il pensiero di Gesù: senza darsene l’aria, gli si avvicinò mentre la comitiva sfilava lungo le sottocostruzioni del Tempio e cominciò ad esaltare quell’edificio gigantesco con termini entusiastici, non dissimili certamente da quelli che si ritrovano nelle ampie descrizioni di Flavio Giuseppe (Antichità giud., XV, 380-425; Guerra giud., V, 184-226). Le lodi del resto non erano esagerate perché, stando a questo testimonio oculare, appunto quelle sottocostruzioni e le parti del Tempio rivolte verso il Cedron presentavano il seguente aspetto: «Il tempio inferiore, nella parte più bassa, fu dovuto tener su con muri di 300 cubiti (circa 150 metri) e in certi posti anche più: tuttavia l’intera profondità delle fondamenta non appariva, perché (i costruttori) colmarono buona parte dei burroni volendo livellare le stradicciuole della città. Nella costruzione (delle fondamenta) furono (impiegate) pietre di 40 cubiti di grandezza (20 metri) ... Di tali fondamenta erano degne anche le fabbriche sovrastanti. Doppi erano infatti tutti i portici, e sostenuti da colonne di 25 cubiti d’altezza (metri 12,50), ch’erano monoliti di marmo bianchissimo ricoperti con impalcature di cedro; la loro magnificenza naturale, la levigatura e l’aggiustamento offrivano uno spettacolo ammirevole ...» (Guerra giud., V, 188-191). Senonché le parole entusiastiche dei discepoli non riuscirono a scuotere la pensierosità di Gesù; solo dopo qualche tempo egli, rialzando il capo e dando uno sguardo fugace alle decantate costruzioni, rispose gravemente: «Non vedete tutte queste cose? In verità vi dico non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta». E subito si chiuse nel suo silenzio. I discepoli rimasero come fulminati da quelle parole; la pensierosità del maestro si diffuse sui discepoli, e la comitiva proseguì, oramai muta, il cammino, attraversando il Cedron e poi risalendo sull’opposto pendio del monte degli Olivi. Quando fu sulla cima del monte, Gesù si sedette di fronte al Tempio (Marco, 13, 3) e rimase lì muto a guardare: lo si sarebbe detto un pilota che dalla riva riguardi accoratamente la sua amata nave su cui ha navigato lunghi anni, ma che ha dovuto abbandonare perché sa che di lì a pochi momenti sprofonderà per sempre. Gli sgomentati discepoli approfittarono di quella sosta per tornare sull’argomento di prima e domandare al maestro qualche schiarimento sulla sua nerissima predizione. Lo interrogavano privatamente Pietro e Giacomo e Giovanni e Andrea; e Gesù rispose con quello che comunemente è designato come il «discorso escatologico».
• § 524. Il discorso escatologico è riferito dai soli Sinottici (Matteo, cap. 24; Marco, cap. 13; Luca, 21, 5-36) ma con le solite divergenze che si riscontrano anche altrove fra loro; inoltre Luca ha già anticipato al cap. 17 vari elementi di questo discorso (§ 474 segg.), e lo stesso in minor parte sembra aver fatto anche Matteo (10, 17-23). È dunque palese anche qui l’intervento redazionale dei singoli Evangelisti, del quale il lettore odierno deve tener conto per una retta esegesi del discorso. Ma bisogna aver presente anche un altro fatto importante. Le tre redazioni del discorso presso i Sinottici dipendono come al solito dalle rispettive catechesi ch’essi rappresentano (§ 110 segg.), e rispecchiano perciò l’animus Ecclesia; ora tale animus, nel presente caso, si trovava in condizioni di delicatezza estrema essendo pervaso da quella perplessità e ansia dubbiosa che molti punti del discorso avevano suscitata nella mente dei primitivi cristiani, non esclusi gli Evangelisti. Si confronti infatti l’impressione che il discorso fa in un lettore odierno con l’impressione ch’esso faceva nei fedeli della prima generazione cristiana, e si ammetterà senza esitazione che la giusta interpretazione del discorso è oggi assai più facile di allora. In realtà il tempo è spesso un ottimo coefficiente per una retta esegesi; e il lettore odierno, che ha a sua disposizione venti secoli di storia, può oggi comprendere bene almeno alcuni punti del discorso escatologico, mentre quei primitivi cristiani non avevano questo prezioso aiuto. Il discorso, infatti, tratta di due grandi avvenimenti, ambedue futuri in un tempo più o meno remoto, ma idealmente ricollegati in qualche maniera fra loro. Come futuri, questi avvenimenti erano ambedue velati di mistero per chi aveva ascoltato il discorso dalla bocca di Gesù o degli Apostoli; poco più tardi, durante la stessa prima generazione cristiana, il meno remoto dei due avvenimenti accadde di fatto e allora una parte del mistero fu svelata tuttavia, per contraccolpo, l’altra parte s’avvolse in un’oscurità più ansiosa e palpitante. Se si era avverata così puntualmente la prima predizione che appariva idealmente ricollegata con la seconda, non si avvererebbe presto anche la seconda? Il primo avvenimento non era come l’immediato precursore del secondo? E su queste domande i primi cristiani rifletterono trepidanti per molti anni. Oggi si riconosce concordemente che il primo dei due fatti si è avverato durante la prima generazione cristiana, ma non sorgono più le ansie di quella generazione riguardo al susseguirsi immediato del secondo fatto: i venti secoli di storia hanno attribuito il loro giusto valore alle parole di Gesù che ponevano tra i due fatti un interstizio di tempo incommensurabile. Fatta però la luce sul primo fatto e sull’interstizio, l’oscurità si è raccolta oggi tutta sul secondo fatto, riguardo al quale il lettore odierno è non meno dubbioso della prima generazione cristiana, sebbene non ansioso come quella. Confrontando poi accuratamente fra loro le tre recensioni del discorso, e anche i tratti paralleli solitari, appare molto probabile che la sua forma più antica e meno sottoposta a redazione sia quella trasmessaci da Marco, ossia la forma della catechesi di Pietro (§ 128 segg.): prendendo questa per guida, senza perdere d’occhio le altre testimonianze, possiamo riassumere la sostanza del discorso nella maniera seguente.
• § 525. La domanda rivolta a Gesù dai quattro discepoli sulla cima del monte era consistita in queste parole: «Dicci, quando saranno queste cose, e quale (sarà) il segno allorché stiano per conterminarsi tutte queste cose?» (Marco, 13, 4). L’espressione «queste cose» si riferisce la prima volta alla distruzione del tempio, di cui Gesù aveva predetto che non sarebbe rimasto pietra sopra pietra; ma la seconda volta ha certamente un significato più ampio, e si riporta alla catastrofe addirittura universale in cui dovevano aver termine tutte queste cose, cioè il «secolo» o mondo presente, come suggerisce anche il termine «conterminarsi» che è tipico per designare la fine del mondo (§ 638). Ciò del resto è messo fuor d’ogni dubbio dal parallelo Matteo (24, 3), ove la domanda dei discepoli suona: «Dicci, quando saranno queste cose, e quale (sarà) il segno della tua “parusia” e della conterminazione del “secolo”?». I discepoli dunque, al sentire annunziata da Gesù la distruzione del Tempio, avevano ripensato alle varie promesse da lui fatte che il regno d’Iddio sarebbe venuto in possanza (§ 401) e che nella rigenerazione si sarebbe assiso il figlio dell’uomo sul suo trono di gloria (§ 486), nonché ai vari accenni delle parabole, e spontaneamente avevano fuso tutto insieme, contemplando o simultanei o almeno in una immediata concatenazione di tempo ambedue gli avvenimenti, sia quello della distruzione del Tempio sia quello della parusia e della fine del «secolo». Gesù pertanto dovrà rispondere ad ambedue i punti della domanda, quando sarà la distruzione del Tempio e quando la fine del mondo; inoltre dovrà descrivere i segni precursori dell’uno e dell’altro avvenimento. Egli infatti comincia col mettere in guardia i suoi discepoli contro insidie ingannevoli, e perciò nella prima sezione della sua risposta descrive i segni che precederanno la distruzione del Tempio (Marco, 13, 5-23). - Si faranno avanti molti predicatori menzogneri spacciandosi per il Messia e attireranno in errore molti, così pure avverranno guerre, sedizioni, terremoti e carestie in luoghi diversi: «ma tutto ciò non (è) ancora la fine», bensì soltanto «l’inizio delle doglie»; la grande tribolazione infatti si scaricherà direttamente sui discepoli di Gesù, che saranno deferiti a sinedri, sinagoghe e governatori, saranno battuti e imprigionati, saranno traditi dai più stretti parenti, e odiati universalmente a causa della loro fede: ma ciò nonostante e appunto durante questo tempo «in tutte le genti dapprima dev’esser predicata la “buona novella”». Infine la «grande tribolazione» entrerà nella sua stretta finale: l’abominio della desolazione predetto da Daniele (9, 27) sarà stabilito nel Tempio, e Gerusalemme sarà circondata da armate; allora i discepoli rimasti fedeli a Gesù si diano immediatamente alla fuga per salvare le loro vite. Quelli saranno «giorni di vendetta affinché siano adempiute tutte le cose scritte nei libri sacri» (Luca, 21, 22), e sarà «tribolazione quale non è stata siffatta, dal principio della creazione che creò Iddio, fino adesso e non sarà» (cfr. Daniele, 12, 1), sebbene la sua durata sarà abbreviata per far sì che ne scampino gli eletti (Marco, 13, 19-20). Fin qui, come si sarà notato, il discorso non ha fatto alcun accenno al tempo ma solo ai segni della «grande tribolazione». Che poi questa si riferisca alla distruzione del Tempio e di Gerusalemme è dimostrato dai termini impiegati, ed è inoltre confermato dall’importante rilievo che pure Flavio Giuseppe, accingendosi a narrare lo stesso fatto, impiega espressioni somigliantissime, dicendo: «In realtà le sventure di tutti i secoli mi sembrano restare al di sotto confrontate con quelle dei Giudei» (Guerra giud., I, 12), e definisce anche la guerra tra Roma e la Giudea «la più grande non solo di quelle del nostro tempo ma quasi anche di quelle che udimmo per fama esser scoppiate fra città e città o fra nazioni e nazioni» (ivi, I, 1). Né fa ostacolo la condizione che, alla distruzione del Tempio, «in tutte le genti dapprima dev’essere predicata la “buona novella”»; altrettanto affermava, come di cosa fatta, San Paolo egualmente prima che Gerusalemme fosse distrutta (§ 401). Ora, la distruzione di Gerusalemme avvenne nel quarantennio successivo al discorso, ossia nello spazio di tempo computato dai Giudei come una «generazione». Troviamo infatti che Gesù in seguito - quando ha finito di descrivere i segni e passa a parlare dei tempi - afferma: «In verità vi dico che non passerà questa generazione fino a che tutte queste cose avvengano» (Marco, 13, 30). FINE DELLA PRIMA PARTE.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, la scorsa settimana ci siamo salutati con la sentenza: «In verità vi dico che non passerà questa generazione fino a che tutte queste cose avvengano» (Marco, 13, 30). Così termina la nostra prima parte dell’erudito studio dell’Abate Ricciotti sul discorso escatologico di Gesù. Proseguiamo, dunque, da qui.
• § 526. Passando ora ai riscontri storici noi troviamo che, sullo scorcio del previsto quarantennio, si svolge un periodo il quale fu definito, da uno storico romano che lo conosceva assai bene. Dal canto suo Flavio Giuseppe, occupandosi particolarmente della Palestina, ci fornisce quelle notizie sulle agitazioni interne e soprattutto sul ribollimento del messianismo politico che ricordammo occasionalmente più volte. La conclusione di tutto fu la catastrofe del 70, ove perirono Tempio, capitale e nazione. Quanto ai discepoli di Gesù, durante questa «grande tribolazione» essi subirono quelle persecuzioni dentro e fuori la Palestina che sono attestate sia dagli Atti e altri scritti del Nuovo Testamento, sia dagli storici romani, e che erano mosse tanto da connazionali e da congiunti quanto da estranei e da pagani; ma coloro che ressero alle lusinghe dei «falsi profeti» e alle violenze dei persecutori, allorché videro il Tempio di Gerusalemme profanato dai sanguinari Zeloti (Guerra giud., IV, 151 segg., 305 segg., 381 segg.), si attennero all’ammonizione del discorso escatologico e fuggendo dalla città si ritirarono a Pella in Transgiordania, come narra Eusebio (Hist. eccl., III, 5, 3).
• § 527. Fin qui Gesù ha risposto soltanto al primo punto della domanda rivoltagli dai discepoli, descrivendo i segni che precederanno la distruzione del Tempio; un netto e preciso distacco, a guisa di conclusione, si ritrova infatti al termine di questa sezione ove Gesù finisce ammonendo: «Voi quindi guardate: (io) vi ho predetto tutte le cose» (Marco, 13, 23). Adesso manca che Gesù risponda al secondo punto della domanda, comunicando i segni della fine del mondo. La nuova sezione (Marco, 13, 24 segg.) comincia con le parole: «Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole s’oscurerà, ecc». Qui l’espressione «in quei giorni» è la solita formula, impiegata frequentissimamente nell’Antico e nel Nuovo Testamento, per introdurre un nuovo argomento ma senza un preciso valore temporale, significando tutt’al più in un certo tempo..., a suo tempo..., in una data epoca. In questa epoca imprecisata, che si svolgerà dopo la «grande tribolazione», avverranno insieme la fine del mondo e la parusia, che sono descritte con termini presi in gran parte dall’Antico Testamento e comuni alla letteratura apocalittica (§ 84 segg.): il sole e la luna s’oscureranno, le stelle cadranno, le potenze dei cieli saranno scosse, e allora comparirà sulle nubi il figlio dell’uomo che verrà con possanza e gloria e invierà i suoi angeli ai quattro venti a radunare gli eletti; con ciò il «secolo» presente è chiuso e il «secolo» futuro è inaugurato. Questa descrizione dei segni della parusia è più breve, in tutti e tre i Sinottici, della descrizione dei segni della «grande tribolazione». Quanto poi all’indicazione del tempo in cui avverrà la parusia, la troviamo subito appresso all’indicazione del tempo assegnato alla «grande tribolazione»; ma, mentre per quest’ultima l’indicazione è stata precisa e netta - ossia «la presente generazione» - per l’altra è totalmente negativa: «Circa poi a quel giorno o all’ora nessuno sa (alcunché) né gli angeli». Nei secoli IV e V, ai tempi delle focose dispute ariane e cristologiche si usò ed abusò largamente di questo passo per misurare la scienza del Figlio divino confrontata con quella del Padre, e per attribuirgli una certa ignoranza. Ma appunto la difficoltà della frase, che sembra affermare questa ignoranza nel Figlio, è una ragione di più per considerarla autentica frase di Gesù pervenutaci nella forma più precisa e genuina: come pure la stessa difficoltà fu probabilmente la ragione per cui tutta la frase fu omessa da San Luca nel suo Vangelo, e per cui l’allusione al Figlio scomparve anche nel passo corrispondente di San Matteo (24, 36) da vari codici greci e dalla Vulgata latina, volendosi evitare una spiacevole sorpresa nei rispettivi lettori. Ma, superate le controversie ariane e cristologiche, si convenne generalmente nell’interpretare la frase come una fin de non recevoir da parte di Gesù, che non vuol essere interrogato su questo punto perché il rispondervi non entra nella sua missione: Gesù, che già aveva risposto ai figli di Zebedeo non esser compito suo ma del Padre assegnare i seggi nel glorioso regno messianico (§ 496), in questa occasione dixit nescire illum diem quia in magisterio eius non erat ut per eum sciretur a nobis, mentre invece entrava nella sua missione appunto il tener nascosto quel giorno; tamquam enim magister sciebat et docere quod proderat et non docere quod oberat (S. Agostino, Enarration. in Psalm. XXXVI, sermo I, 1). Ai nostri giorni la difficoltà è stata ripresa in pieno dalla scuola escatologica (§ 209 segg.), secondo cui Gesù era sicuro che la parusia sarebbe avvenuta nel corso della generazione (sua) contemporanea, sebbene confessasse di non conoscere il preciso giorno e la precisa ora (§ 529).
• § 528. Presentato in questa maniera - (e non alla maniera della scuola escatologica, ndr) - il discorso escatologico è chiaro, in quella misura che può essere concessa dal suo argomento. La sua prima sezione tratta dei segni della «grande tribolazione», cioè degli avvenimenti che precedettero ed accompagnarono la distruzione di Gerusalemme, la seconda sezione tratta dei segni della parusia e della fine del mondo. Dopo le trattazioni dei «segni» vengono le fissazioni dei rispettivi tempi: per la «grande tribolazione» è fissata la «generazione contemporanea» (di Gesù), mentre per la parusia è riserbato un arcano silenzio. Ma la difficoltà sta in questo, che la fissazione di ciascun tempo non è soggiunta immediatamente appresso alla rispettiva trattazione dei «segni» - cioè la «presente generazione» appresso alla «grande tribolazione», e il silenzio appresso alla parusia - bensì ambedue le fissazioni dei tempi sono relegate assieme in fondo, dopo ambedue le trattazioni dei «segni». Perché mai questa collocazione che sembra violenta e tale da provocare equivoci? Appunto qui è da scorgere l’opera redazionale degli Evangelisti e l’influenza delle circostanze in cui si svolgeva - come accennammo (§ 524) - la primitiva catechesi della Chiesa. Questa collocazione simultanea in fondo, che a noi oggi sembra violenta e tale da provocare equivoci, era invece prudentissima quando scrivevano i Sinottici, quando cioè non si sapeva nulla non solo del tempo della parusia ma neppure del preciso tempo della «grande tribolazione»: Gerusalemme infatti ancora era incolume e prospera, e nulla faceva umanamente sospettare che dopo pochi anni essa sarebbe ridotta a un ammasso di macerie. Neppure risultava chiaramente in quale relazione stessero fra loro la «grande tribolazione» e la parusia, che almeno idealmente apparivano ricollegate fra loro: la prima non sarebbe forse la preparazione immediata della seconda, e la venuta del Messia glorioso non sarebbe l’immediato premio a chi aveva superato la grande prova? Molti cristiani infatti ritenevano imminente la parusia, e la risposta di Gesù in proposito, se non implicava necessariamente tale opinione, neppure la escludeva con evidente chiarezza: il figlio dell’uomo poteva comparire inatteso in ogni momento, «come ladro notturno». Ma anche se fra la «grande tribolazione» e la parusia doveva cadere un interstizio, chi poteva dire se questo interstizio sarebbe stato breve o mediocre o lungo o lunghissimo? Di tutto ciò nessuno sapeva alcunché con certezza, prima di quel tragico anno 70; oggi invece, edotti da venti secoli di storia, noi siamo perfettamente informati della «grande tribolazione» che culminò nel 70 e dell’interstizio ch’è di una durata incalcolabile, mentre ci è rimasto impenetrabilmente occulto il tempo della parusia. Per queste ragioni gli Evangelisti sinottici, nell’oscurità che li avvolgeva, divisero il discorso escatologico secondo la materia in esso trattata, collocando prima i «segni» e poi i tempi, e lasciando alle opinioni dei lettori il ricollegamento delle singole parti fra loro: tanto più che, su questa palpitante questione della parusia le singole comunità ricevevano particolari ammaestramenti dai loro direttori, come per la comunità dei Tessalonicesi apprendiamo occasionalmente da San Paolo (II Tessal., 2, 5) e per le comunità dell’Asia Minore da San Pietro (II Pietro, 3, 1 segg.); e quindi i lettori dei Vangeli potevano e forse dovevano rivolgersi per schiarimenti a tali autentici interpreti, sempre in virtù del principio che la catechesi scritta non pretendeva mai di sostituire la catechesi orale, bensì la presupponeva in più modi (§107).
• § 529. La moderna scuola escatologica desume i suoi principali argomenti da questo discorso, ma appunto confondendo dati e referenze, e attribuendo all’unico avvenimento della parusia ambedue le fissazioni cronologiche, sia quella della «presente generazione» sia quella «del giorno e dell’ora». Già rilevammo che siffatta teoria è in contraddizione con le testimonianze storiche pervenuteci da quell’epoca (§ 212); qui sarà opportuno spendere appena una parola sull’attribuzione «del giorno e dell’ora». I suddetti studiosi sono costretti a interpretarli in senso rigoroso, ossia giorno per 24 ore e ora per 60 minuti: cosicché Gesù avrebbe confessato di non conoscere in quale gruppo di 24 ore e in quale gruppo di 60 minuti sarebbe avvenuto il cataclisma universale, pur essendo certo che sarebbe avvenuto nella generazione a lui contemporanea. È serio tutto ciò? È serio che un presunto “visionario”, tutto vibrante nell’aspettativa che entro breve tempo il mondo intero vada in pezzi, si rammarichi di non sapere il preciso momento in cui avverrà la conflagrazione? I veri visionari, appunto perché tali, non sono calcolatori così sottili, ritrovandosi totalmente assorbiti dalla visione principale: un “visionario” di questo genere è come un uomo che abbia sotto i piedi una mina con la sua miccia accesa, e non possa in alcun modo fuggire; la certezza assoluta dell’imminente scoppio gli fa totalmente dimenticare l’incertezza del preciso momento in cui lo scoppio avverrà. Gesù invece è un calcolatore sottile, e distingue nettamente le sue due fissazioni di tempi in rapporto alle due precedenti descrizioni dei «segni». Ecco pertanto nella sua integrità il passo relativo ai tempi, nel quale ognuno può riconoscere il netto distacco che riporta ciascuna fissazione di tempo alla rispettiva descrizione dei «segni»: «In verità vi dico che non passerà questa generazione fino a che tutte queste cose avvengano. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Circa poi a quel giorno o all’ora nessuno sa (alcunché), né gli angeli in cielo né il Figlio, se non il Padre» (Marco, 13, 30-32; cfr. Matteo, 24, 34-36). Da «Vita di Gesù Cristo», Abate Giuseppe Ricciotti, Imprimatur 1940, 7a Edizione, Rizzoli & C. Editori, Milano e Roma, 1941. Fine.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, inizia il mese di novembre, nel quale si commemorano particolarmente i fedeli defunti. Le condizioni per l’indulgenza plenaria sono: 1) Adempiere l’opera prescritta, con l’intenzione (almeno abituale e generale) di guadagnare l’indulgenza. 2) Confessione (anche nella settimana che precede o segue l’opera prescritta) e comunione (la vigilia o la settimana che segue l’opera prescritta). 3) Visita, se richiesta, di una chiesa o oratorio pubblico; si può fare dal mezzogiorno del giorno precedente. 4) Pregare in qualunque modo, secondo le intenzioni dei SS. Pontefici, cioè: a) Esaltazione della Fede; b) Estirpazione delle eresie; c) Conversione dei peccatori; d) Pace tra i prìncipi cristiani. 5) Essere in stato di grazia. Prosegue qui.
• L’Abate Ricciotti oggi ci spiega: «La parabola delle vergini. L’ultimo giudizio». § 530. Essendo assolutamente ignoto il giorno della parusia, coloro che aspettano la consumazione finale del regno di Dio dovranno tenersi pronti sempre, perché sempre potrà giungere quel giorno e cadere quell’ora. L’ignoranza del tempo porta con sé il pericolo di una neghittosa trascuranza, al quale dovrà provvedersi con una incessante vigilanza. Questo è l’insegnamento della parabola delle vergini, riportata dal solo Matteo (25, 1-13) e soggiunta al discorso escatologico. La parabola si riporta alle costumanze delle nozze giudaiche, di cui già trattammo (§ 281). Dieci vergini sono state invitate alle nozze di una loro amica, per farle corteggio la sera dei nissū’īn (§ 231); sono uscite dalle loro case munite ciascuna della propria lampada di terracotta, non tanto per far chiaro lungo la strada fino alla casa della sposa, quanto per accrescere la giocondità della festa allorché giungerà lo sposo. Si prevede tuttavia, essendo un matrimonio di lusso, che lo sposo si farà attendere alquanto, dovendo egli a sua volta ricevere una fila interminabile di visitatori. Perciò cinque di quelle vergini, ch’erano prudenti, portarono seco oltre alla lampada accesa anche un orcioletto pieno d’olio per rifornire la piccola lampada quando il suo contenuto fosse esaurito; le altre cinque invece, ch’erano disavvedute, non si preoccuparono delle ore lontane e portarono soltanto la lampada, non ripensando ch’essa non poteva restare accesa se non per un tempo relativamente breve. Ciò che le vergini avvedute hanno previsto, avviene di fatto: lo sposo, trattenuto a casa sua, tarda molto a giungere. Frattanto in casa della sposa la comitiva ivi radunata cambia gradualmente il suo contegno; quelle ragazze, da vivaci ed irrequiete ch’erano alla prim’ora, divengono man mano inerti, svogliate e come rassegnate; il chiacchierio s’acquieta, qua e là appaiono segni di noia; ancora più tardi qualcuna sbadiglia e appartatasi in un angolo comincia a lottare fiaccamente contro il sonno che la invade; e le ore seguitano a passare monotone senza che nessuno giunga, cosicché «indugiando lo sposo, s’appisolarono tutte e dormivano. Ma a metà notte ci fu un grido: “Ecco lo sposo! Uscite(gli) incontro!”. Allora sorsero tutte quelle vergini ed acconciarono le lampade loro. Le disavvedute dissero pertanto alle prudenti: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono!” Ma le prudenti risposero dicendo: “Mai più! Non basterebbe a noi e a voi (insieme)! Andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Allontanandosi quelle per comprare venne lo sposo, e quelle pronte entrarono con lui nelle nozze e fu rinserrata la porta. Alla fine però vengono anche le restanti vergini dicendo: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispondendo disse: “In verità vi dico, non so (di) voi!”». La ripulsa dello sposo fa scaturire la morale della parabola, la quale si conclude con l’ammonizione: «Vegliate dunque, perché non sapete il giorno né l’ora!». Veramente la parabola ha taluni tratti che si discostano dalla realtà contemporanea, ad esempio l’invito di andare a comperare l’olio a mezzanotte quasicché a quell’ora le botteghe fossero aperte. Ma tali astrazioni di tempo e luogo sono ammissibili in una comparazione ampia, la quale converge tutta su un punto particolare non soffermandosi su lineamenti secondari. Qui il punto preso di mira è duplice: l’ignoranza del giorno e dell’ora ch’è rilevata dalla conclusione finale, e insieme anche il pericolo dell’impreparazione e dell’attesa ch’è rilevato in tutta la parabola. L’attesa prolungandosi diventa insidiosa, perché fa trascurare la preparazione che eventualmente esisteva da principio e fa dimenticare la realtà della «venuta»; d’altra parte l’essere stato preparato soltanto alla prima ora non giova nulla a chi non si ritrovi preparato anche all’ultimo minuto, quello della «venuta». Nella lingua dei papiri greci la «venuta» e «presenza» di un re si trova espressa col termine parusia.
• § 531. Egualmente il solo Matteo (25, 31-46) presenta il gran quadro in cui il «secolo» presente si chiude e il «secolo» futuro s’inaugura ufficialmente, il quadro del giudizio finale. Questo tema era stato trattato già dagli antichi profeti, ma sotto altra luce e con altri intendimenti; qui invece la mira principale è di far risaltare i rapporti morali che legano il «secolo» presente con quello futuro, cioè la ripercussione etica che la vita presente avrà nella vita futura. Se nel passato il giudizio finale era stato presentato come il trionfo della nazione ebraica su nazioni pagane o di un partito onesto e pio su un partito malvagio ed empio, qui invece esso riveste un carattere morale riguardante i singoli individui dell’umanità intera senza discriminazione alcuna: inoltre, questo carattere morale è riassunto nella carità, come se la nota distintiva del regno di Dio e la tessera per entrarvi sia la carità (§ 550) e il giudizio finale sia il trionfo della carità. «Quando venga il figlio dell’uomo nella gloria sua e tutti gli angeli con lui, allora sederà sul trono della sua gloria. E si raduneranno davanti a lui tutte le genti, ed (egli) separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai montoni e collocherà le pecore alla sua destra e i montoni alla sinistra. Allora dirà il re a quelli della sua destra: “Venite, i benedetti del Padre mio! Possedete il regno a voi preparato dalla fondazione del mondo! Ebbi fame, infatti, e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, forestiero ero e mi accoglieste, nudo e mi ricopriste, fui ammalato e mi visitaste, in prigione ero e veniste a me”. Allora gli risponderanno i giusti dicendo: “Signore, quando ti vedemmo aver fame e nutrimmo, ovvero aver sete e demmo da bere? E quando ti vedemmo forestiero ed accogliemmo, ovvero nudo e ricoprimmo? E quando ti vedemmo ammalato ovvero in prigione e venimmo a te?”. E rispondendo il re dirà loro: “In verità vi dico, quanto faceste ad un solo di questi fratelli miei minimi, faceste a me”. Allora dirà a quelli alla sinistra: “Partitevi da me, maledetti, nel fuoco eterno, quello preparato al diavolo e agli angeli suoi! Ebbi fame, infatti, e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, forestiero ero e non mi accoglieste, nudo e non mi ricopriste, ammalato e in prigione e non mi visitaste”. Allora risponderanno anch’essi dicendo: “Signore, quando ti vedemmo aver fame ovvero aver sete ovvero forestiero ovvero nudo ovvero ammalato ovvero in prigione, e non ti servimmo?”. Allora risponderà loro dicendo: “In verità vi dico, quanto non faceste a uno solo di questi minimi neppure a me (lo) faceste”. E andranno questi in supplizio eterno, i giusti invece in vita eterna (cfr. Daniele, 12, 2)».
Ndr.: Anche quest’ultimo passo della Sacra Scrittura viene abitualmente abusato dai modernisti e fanatici della cosiddetta “accoglienza” - gli stessi che ostentano esecrandi peccati e sostengono di non credere nell’inferno «supplizio eterno» - per losche finalità filantropiche od elettorali. Non lasciamoci ingannare. Le loro rivendicazioni poggiano sulla falsa scienza, sulla falsa esegesi, finalmente sull’apostasia. Per una corretta conoscenza della dottrina cristiana sull’immigrazione e sulla vera accoglienza rimandiamo almeno ai seguenti approfondimenti: 1) «Esposizione della dottrina cristiana sulle migrazioni»; 2) «Exsul Familia Nazarethana in italiano. La Magna Charta di Pio XII sull’immigrazione». Buono studio!

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, il venerando Abate Giuseppe Ricciotti ci accompagna finalmente alla settimana di Passione.
• § 532. Giunse pertanto il penultimo giorno avanti la Pasqua, ossia il mercoledì. Il tempo, per i sommi sacerdoti e i Farisei, stringeva e bisognava decidersi ad agire. Nonostante le ripetute deliberazioni prese nei giorni precedenti, ancora non si era fatto nulla, perché Gesù era protetto dal favore popolare e quindi si permetteva di girare impunemente in Gerusalemme e perfino di predicare nel Tempio. Ma non c’era dunque modo di farlo scomparire occultamente, senza che il popolo se ne avvedesse? Certo non bisognava perdere altro tempo, e la questione doveva essere risolta in maniera definitiva prima della Pasqua, per evitare conseguenze che potevano esser gravissime. Le feste in genere, e soprattutto la Pasqua, a causa delle enormi affluenze di folle eccitate, erano considerate dal procuratore romano come periodi di convulsione sismica, ed allora più che mai egli sbarrava tanto d’occhi e raddoppiava la vigilanza per timore che un nonnulla facesse saltare tutto in aria: perciò in tali occasioni - come riferisce occasionalmente Flavio Giuseppe (Guerra giud., II, 224) - la coorte romana di presidio a Gerusalemme si schierava lungo il portico del Tempio, «giacché nelle feste essi fanno sempre la guardia armati affinché la folla adunata non faccia sedizioni». Che cosa dunque non poteva accadere con quel Rabbi galileo in giro per la città e nel Tempio, attorniato da gruppi d’entusiasti che lo credevano Messia? Al primo subbuglio che fosse accaduto, il cavaliere Ponzio Pilato avrebbe scatenato i suoi soldati sulle folle dei pellegrini cominciando davvero a distruggere il luogo santo e la nazione, come si era temuto (§ 494). No, no, assolutamente bisognava scongiurare questo pericolo e far si che per la Pasqua tutto fosse a posto. Ma come? In quel mercoledì si tenne un nuovo consiglio per discutere tale questione. «Allora si radunarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo nel palazzo del sommo sacerdote chiamato Caifa, e deliberarono di catturare Gesù con inganno e d’uccider(lo). Tuttavia dicevano: “Non nella festa, affinché non avvenga tumulto nel popolo”» (Matteo, 26, 3-5). Era dunque pacifico per tutti i partecipi dell’adunanza che Gesù dovesse esser soppresso; tuttavia alcuni più cauti facevano notare il pericolo che l’arresto fosse eseguito durante la festa pasquale quando molti pellegrini, o Galilei o favorevoli a Gesù, potevano insorgere per proteggerlo; d’altra parte neppure sarebbe stato opportuno rimandare l’arresto a dopo la festa, perché nel frattempo Gesù poteva allontanarsi con i pellegrini che tornavano alle loro case e così sfuggire alla cattura, come aveva già fatto dopo la resurrezione di Lazaro: perciò bisognava agire subito, prima della Pasqua e in segreto. A questa sollecitudine e segretezza mirava l’osservazione dei cauti consiglieri. Ma appunto qui stava la difficoltà. Alla Pasqua mancavano solo due giorni, e Gesù passava tutta la sua giornata in mezzo al popolo; com’era possibile agire in sì poco tempo e in maniera che l’arresto si risapesse solo a cose fatte? L’aiuto venne donde meno si aspettava. «Allora uno dei dodici, quello chiamato Giuda Iscariota, andato dai sommi sacerdoti disse: “Che cosa mi volete dare, ed io lo consegnerò a voi?”. E quelli stabilirono trenta (monete) argentee. E da allora (Giuda) cercava un’opportunità per consegnarlo». Questa è l’informazione di San Matteo (26, l4-l6), con cui concordano gli altri due Sinottici, i quali non precisano la somma pattuita ma aggiungono la ben comprensibile notizia che i sommi sacerdoti si rallegrarono della proposta di Giuda. E infatti adesso, con tale cooperatore, arrestare sollecitamente e segretamente Gesù diventava impresa facile.
• § 533. Ma quale ragione spinse Giuda al tradimento? La primitiva catechesi non ci ha trasmesso altra ragione che l’amore al lucro. Quando gli Evangelisti presentavano Giuda come ladro e amministratore fraudolento della cassetta comune (§ 502) preparavano in realtà la scena di Giuda che si reca dai sommi sacerdoti per chiedere: «Che cosa mi volete dare...?». Ma, anche fuori dei Vangeli, quando Pietro parla del traditore ormai suicida, non accenna ad altro profitto del tradimento se non all’acquisto d’un campo «con la mercede dell’iniquità» (Atti, 1, 16-19). La ragione del lucro è dunque sicura; tuttavia insieme con essa non è escluso che ve ne siano state altre di cui la primitiva catechesi non si occupò, e qui il campo è aperto a ragionevoli congetture. Anche astraendo dai voli fantastici fatti su questo campo sommamente tragico da drammaturghi o da storici d’ispirazione romanzesca, resta sempre l’inaspettato contegno tenuto da Giuda soltanto due giorni dopo: visto che Gesù è stato condannato, il traditore improvvisamente si pente di aver venduto il sangue di quel giusto, e riportatone il prezzo ai sommi sacerdoti va ad impiccarsi (§ 574). Ebbene, questo non è il contegno di un semplice avaro: un avaro tipico, un uomo che non avesse avuto altro amore che per il denaro, sarebbe rimasto soddisfatto del lucro ottenuto, qualunque fosse stata la sorte successiva di Gesù, e non avrebbe pensato né a restituire il denaro né ad impiccarsi. Avaro e cupido Giuda fu certamente, ma oltre a ciò era qualche cosa d’altro. Esistono in lui almeno due amori: uno è quello dell’oro, che lo spinge a tradire Gesù; ma a fianco a questo esiste un altro amore che talvolta può anche essere più forte, perché a tradimento compiuto prevale sullo stesso amore dell’oro e spinge il traditore a restituire il lucro, a rinnegare tutto il suo tradimento, a compiangerne la vittima e infine ad uccidersi per disperazione. Qual era l’oggetto di questo amore contrastante con quello dell’oro? Per quanto ci si ripensi, non si trova altro oggetto possibile se non Gesù. Se Giuda non avesse sentito per Gesù un amore tanto grande che talvolta prevaleva su quello per l’oro, non avrebbe né restituito il denaro né rinnegato il suo tradimento. Ma se egli amava Gesù, perché lo tradì? Certamente perché il suo amore era grande ma non incontrastato, non era l’amore generoso, fiducioso, luminoso di un Pietro e di un Giovanni, e conteneva pur nella sua fiamma alcunché di fumoso e di tenebroso: in che consistesse però questo elemento oscuro non sappiamo, e per noi rimarrà il mistero dell’iniquità somma. Riseppe forse Giuda di essere stato denunziato a Gesù come frodatore della cassetta comune, e non tollerò di essere decaduto dalla stima di lui? Ma anche Pietro come rinnegatore di Gesù giudicherà di esser decaduto dalla stima di lui, eppure non dispererà. Forse, più accortamente degli altri Apostoli, Giuda comprese dalle rettifiche messianiche di Gesù che il suo regno non avrebbe apportato né gloria né potenza mondane ai futuri cortigiani, e in quel previsto fallimento provvide da avaro qual era ai propri interessi? Ipotesi possibilissima; la quale tuttavia non spiega da sola perché mai Giuda, dopo essersi staccato da Gesù mediante il tradimento, si senta ancora legato a lui da pentirsi ed uccidersi. Forse, accoppiando l’amore del lucro con l’ansia di veder presto Gesù a capo del regno messianico politico, Giuda lo tradì con la sicurezza di vederlo compiere portenti su portenti di fronte ai suoi avversari, e così di costringerlo a inaugurare subito quel regno che si faceva troppo aspettare? In tal caso però il traditore non si sarebbe dovuto uccidere prima della morte di Gesù ma tutt’al più dopo, perché egli non sapeva quando il Messia sarebbe ricorso ai suoi massimi portenti, tanto più che proprio all’inizio della sua operosità di traditore Giuda aveva assistito nel Gethsemani al portento delle guardie atterrate (§ 559). E le ipotesi si potrebbero facilmente moltiplicare, senza però che ne rimanesse schiarito con sicurezza il mistero dell’iniquità somma.
• § 534. Inoltre, tale iniquità non consisté soltanto nel vendere Gesù, ma più e soprattutto nel disperare del suo perdono. Giuda aveva visto Gesù perdonare a usurai e prostitute, aveva udito dalla sua bocca le parabole della misericordia compresa quella del figliuol prodigo, lo aveva inteso comandare a Pietro di perdonare «settanta volte sette»: eppure dopo tutto ciò egli dispera del suo perdono e s’impicca, mentre Pietro dopo il suo rinnegamento non dispererà ma scoppierà a piangere. Anche questo disperare del perdono dimostra che Giuda aveva per il giusto da lui tradito un’altissima stima, la quale gli faceva misurare l’abissale nefandezza del delitto commesso: ma era anche una stima incompleta e quindi ingiuriosa, perché davanti alla responsabilità del tradimento si fermava a mezza strada e ingiuriosamente riteneva Gesù incapace di perdonare al traditore. Ben più che dal tradimento di Giuda, Gesù fu ingiuriato dal suo disperare del perdono: qui fu l’oltraggio sommo ricevuto da Gesù e l’iniquità somma commessa da Giuda. La mercede stabilita dai sommi sacerdoti per il tradimento fu di trenta (monete) argentee. Il solo San Matteo comunica questa cifra perché, sollecito qual è di segnalare che in Gesù si sono adempite le antiche profezie messianiche, scorge qui adempita una profezia di Zacharia (§ 575); tuttavia Matteo, né in questo punto né in seguito (27, 3-10), dirà il nome individuale delle monete e parlerà sempre di «trenta argentei». Non c’è dubbio che l’innominata moneta fosse il siclo (§ 249) ossia lo statere (§ 406), il quale valeva quattro dramme ossia quattro denari (§ 465); non era quindi il denarius romano (§ 514); ma una moneta di valore quattro volte maggiore: perciò, parlando tecnicamente, l’espressione usuale di «trenta denari di Giuda» è falsa perché l’intera somma di 30 sicli era costituita da 120 «denari». Nel valore odierno (anno 1940, ndr.) essa corrisponderebbe a circa 128 lire in oro. Era norma della legge ebraica (Esodo, 21, 32) che quando un bove avesse ucciso cozzando uno schiavo, il padrone del bove dovesse pagare al padrone dello schiavo a risarcimento del danno subito 30 sicli d’argento: quindi in pratica il valore medio d’uno schiavo doveva computarsi circa sui 30 sicli. Può darsi che i sommi sacerdoti s’ispirassero a questa norma della Legge nello stabilire la mercede a Giuda, perché così ottenevano il doppio scopo di mostrarsi osservatori la lettera anche in quel caso e insieme di trattare Gesù come uno schiavo qualunque. San Luca, il quale ha terminato il racconto delle tentazioni di Gesù dicendo che «il diavolo si allontanò da lui fino a tempo (opportuno)» (§ 276), inizia qui il racconto del tradimento dicendo che «entrò Satana in Giuda, quello chiamato Iscariota», il quale andò ad accordarsi per il suo delitto con i sommi sacerdoti (Luca, 22, 3 segg.). Cosicché per l’Evangelista discepolo di Paolo la passione di Gesù è il tempo (opportuno) preaccennato, e rappresenta in qualche modo una ripresa delle tentazioni a cui Gesù era stato sottoposto da Satana all’inizio della sua vita pubblica: terminando adesso Gesù la vita intera, Satana gli muove l’ultimo e più potente assalto e lo sottopone alla suprema prova, dopo di che egli entrerà nella sua gloria. «O stolti e lenti di cuore...! Non doveva forse patire queste cose il Cristo (Messia) e (così) entrare nella sua gloria?» (Luca, 24, 25-26) (§ 630).

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, sul nostro sito abbiamo pubblicato il prezioso libro «Il Santuario di Loreto. Notizie critico-storiche». Per leggerne il contenuto e per richiedere una copia fotostatica rilegata visitare il link: https://bit.ly/2QoA8Qd. Con il dotto Abate Giuseppe Ricciotti oggi studieremo: «I preparativi dell’ultima cena».
• § 535. Spuntò il giovedì, che era il «primo giorno degli Azimi quando immolavano la Pasqua» (Marco, 14,12); perciò in quel giorno si dovevano provvedere le cose necessarie alla celebrazione del solenne rito anche da parte della comitiva di Gesù (§ 495), giacché per questo rito Gesù avrebbe dovuto rimanere quella notte a Gerusalemme e rinunziare a ritirarsi a Bethania sul monte degli Olivi come le notti precedenti. «Gli dissero quindi i discepoli: Dove vuoi che andiamo a preparare affinché (tu) mangi la Pasqua?». Gesù allora inviò Pietro e Giovanni (Luca, 22,8) dicendo loro: «Andate nella città e vi si farà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo, e dove egli sia entrato direte al padron di casa: “Il maestro dice: Do v’è la mia stanza ove (io) mangi la Pasqua insieme con i miei discepoli?”. Ed egli vi mostrerà una sala superiore grande, provvista di tappeti, pronta; e ivi preparate per noi» (Marco, 14, 13-15). Il segno dato ai due Apostoli era abbastanza singolare, perché l’ufficio di attingere e trasportare l’acqua era riservato ordinariamente alle donne. I due s’attennero al segno: entrando in città, certamente per la porta situata sopra la piscina del Siloe (§ 428) e di fronte al monte degli Olivi, incontrarono effettivamente l’uomo dalla brocca; avendo poi essi seguito costui alla casa ov’era diretto, il padrone mise a loro disposizione la sala di cui Gesù aveva parlato. Non c’è da dubitare che quel padrone fosse persona affezionata a Gesù; probabilmente l’aveva ricevuto altre volte a casa sua. Chi sarà stato questo ignoto discepolo? Più che al cauto Nicodemo (§§ 288, 420) o a Giuseppe di Arimatea (§ 615), il pensiero corre al padre o ad altro parente di San Marco, la cui casa dopo la morte di Gesù diventò luogo abituale d’adunanza per i cristiani di Gerusalemme (§ 127); se poi si potesse provare che quel misterioso giovanetto il quale sfuggì nudo di mano alle guardie del Gethsemani era appunto Marco (§ 561), si avrebbe conferma che il padrone della casa era suo parente, tanto più che questo racconto della preparazione della Pasqua è più minuto e circostanziato nel Vangelo di San Marco che in quello di San Matteo. Se il nome di questo discepolo fu tenuto occulto dagli Evangelisti è ben possibile che ciò avvenisse per una ragione prudenziale, analoga a quella per cui i Sinottici omisero l’intero racconto della resurrezione di Lazaro (§ 493). Così pure, per una elementare prudenza, Gesù inviò a preparare la cena Pietro e Giovanni, ma non Giuda, l’amministratore comune a cui sarebbe spettato quell’ufficio: il traditore era occupato nel frattempo a ordire il suo tradimento, e questa sua tenebrosa cura non doveva essere ancor più facilitata dalla prematura indicazione del luogo ove doveva tenersi il supremo convegno. Del resto l’opinione secondo cui l’ultima cena ebbe luogo nella casa di San Marco non è nuova, ed ha pure in suo favore una rispettabile tradizione. Verso il 530 l’arcidiacono Teodosio descrivendo la sua visita a Gerusalemme, quando parla della chiesa della Sancta Sion ritenuta universalmente come il luogo dell’ultima cena, afferma fiduciosamente: «Ipsa fuit domus sancti Marci evangelistae» (De situ Terrae Sanctae, p. 141). E questa affermazione doveva fondarsi su un’antica tradizione; infatti nello stesso secolo VI, il monaco cipriota Alessandro comunica che una tradizione già antica ai suoi tempi affermava che la casa in cui ebbe luogo l’ultima cena fu appunto quella di Maria madre di Marco, ove il maestro era solito albergare ogni volta che veniva a Gerusalemme, e inoltre che l’uomo della brocca sarebbe stato appunto Marco. È questo il luogo ove la tradizione, già dal secolo IV, ha collocato l’odierno Cenacolo, all’estremità sud-occidentale della Città Alta. Compiuti durante la giornata i preparativi, in quella stessa sera si tenne la cena. Ma qui s’incontra una famosa questione cronologica che riguarda sia il giorno dell’ultima cena, sia quello successivo nel quale avvenne la morte di Gesù; è la questione di sapere quali giorni, non della settimana, ma del mese fossero questi due giorni.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, in data 22 novembre 2019 abbiamo donato ai cristiani poveri della Caritas di Potenza i seguenti prodotti: - Numero 40 giocattoli / peluche per bambini; - Numero 2 paia di scarpe da donna; - Un assortimento di foulard e calze da donna. Veniamo alla Sacra Scrittura. L’Abate Ricciotti in questa lezione ci parla della questione cronologica dell’ultima cena.
• § 536. Quanto al giorno della settimana non sorge alcun dubbio, perché tanto i Sinottici quanto Giovanni mettono l’ultima cena al giovedì e la morte al venerdì seguente. La divergenza sta nella collocazione di questi due giorni nel mese Nisan, perché dai Sinottici risulterebbe che il giovedì dell’ultima cena era il 14 Nisan e perciò il venerdì della morte era il 15, mentre da Giovanni risulterebbe che il giovedì era il 13 Nisan e il venerdì il 14. I Sinottici infatti mettono l’ultima cena nel giorno quando immolavano la Pasqua (Marco, 14, 12; cfr. Luca, 22, 7), ossia in cui si faceva l’immolazione dell’agnello pasquale che era prescritta per il pomeriggio del 14 Nisan (§74) perciò l’ultima cena sarebbe stata la cena dell’agnello pasquale celebrata da Gesù al giorno prescritto; essendo poi egli morto il giorno seguente, questo giorno sarebbe stato il 15 Nisan in cui cadeva la Pasqua ebraica. Giovanni invece narra che Gesù morì nella parasceve della Pasqua (Giov., 19, 14), ossia nel giorno precedente alla Pasqua e prima che in quel giorno i Giudei avessero celebrato il rito dell’agnello e mangiato la Pasqua: «Essi infatti non entrarono nel pretorio (di Pilato) per non contaminarsi ma per mangiare la Pasqua» (Giov., 18, 28), riuscendo in quello stesso giorno a far condannare Gesù e ad ucciderlo; in tal caso Gesù morì il 14 Nisan, e l’ultima cena da lui celebrata la sera precedente non era legalmente la cena dell’agnello pasquale. (...)
• § 537. Senonché i Sinottici stessi, con talune loro fuggevoli allusioni, inducono a fare ulteriori ed importanti considerazioni. Stando alla loro cronologia, Gesù fu arrestato nella notte fra il 14 e il 15 Nisan, e le varie peripezie del suo processo terminate con la condanna e l’esecuzione di questa cominciarono già alle prime ore del 15 Nisan per prolungarsi fino al pomeriggio di quel giorno. Ora, tutto ciò s’imbatté in una difficoltà gravissima ed evidentissima, cioè nel carattere supremamente festivo che aveva quella notte e quel giorno: in quella notte si mangiava l’agnello pasquale col solenne cerimoniale già visto (§ 75) e da turbe innumerevoli affluite a Gerusalemme da ogni paese; e in quel giorno poi, che era la Pasqua (15 Nisan), era rigorosamente prescritta l’astensione da ogni lavoro (Esodo, 12, 16; Levitico, 23, 7), e valevano per esso le norme del riposo del sabbato anche se in realtà quel giorno non fosse un sabbato. È pertanto storicamente inconcepibile che gli avversari di Gesù, per quanto colmi di odio contro di lui, trascurassero la cena pasquale di quella notte e violassero il riposo festivo di quel giorno per compiere tutto ciò che era necessario al processo, alla condanna e alla sua esecuzione. E infatti la sconfinata meticolosità che vedemmo più volte applicata al riposo sabbatico non avrebbe permesso varie azioni che troviamo compiute in queste poche ore: ad esempio che coloro i quali in quella notte arrestarono Gesù trasportassero armi ed altri oggetti (Matteo, 26, 47), e che accendessero il fuoco proprio in casa del sommo sacerdote (Luca, 22, 55); ovvero che durante quel santissimo giorno di Pasqua vi fosse un uomo come Simone il Cireneo che veniva dal campo, dove era stato certamente a lavorare (Marco, 15, 21); oppure che si comprasse una sindone, come fece Giuseppe di Arimatea (Marco, 15, 46); o anche che si preparassero aromi ed unguenti, come fecero le pie donne (Luca, 23, 56). Tutte queste azioni erano altrettante violazioni del riposo festivo; se perciò si considerano sommate tutte insieme, portano alla conclusione che quella notte non era sacra e quel giorno non era santissimo né di riposo per molti Giudei - se non per tutti - e quindi che costoro non avevano mangiato l’agnello pasquale la sera del giovedì come Gesù, né celebravano la Pasqua il venerdì. Questa conclusione è tanto più importante, in quanto estratta da informazioni offerte dai soli Sinottici. Si aggiunga a conferma un’altra osservazione. Gesù muore nel pomeriggio del venerdì, che secondo i Sinottici sembra essere il giorno di Pasqua (15 Nisan). Appena egli è morto, Giuseppe di Arimatea si affretta a seppellirlo in quello stesso pomeriggio, perché col tramonto sarebbe cominciato il riposo del successivo sabbato (Marco, 15, 42 segg); così pure dal canto loro le pie donne prepararono in quel pomeriggio gli aromi e gli unguenti per la venerata salma, ma giunta la sera passarono inoperose il sabbato conforme il comandamento (Luca, 23, 56). Tutto ciò sarebbe regolarissimo riferendosi al riposo del vero sabbato settimanale: ma se in quel venerdì ormai tramontato, in cui era morto Gesù, era anche caduta la Pasqua, questa solennità portava con sé egualmente il riposo festivo; e allora come mai e perché mai affrettarsi tanto nel pomeriggio di quel venerdì, se già in esso vigeva un riposo anche più solenne in virtù della solennità pasquale? Quindi anche da questo lato, ed egualmente per notizie offerte dai Sinottici, ritornerebbe la conclusione che pure Giuseppe di Arimatea e le pie donne non celebravano la Pasqua in quel venerdì, il quale perciò non era per essi il 15 Nisan. In realtà la divergenza fra i Sinottici e Giovanni, stando ai semplici dati ricavati da essi, è inconciliabile; se si seguono i Sinottici Gesù sembra morto il 15 Nisan, se si segue Giovanni è morto il 14 Nisan.
• § 538. I tentativi per comporre la divergenza sono stati molti, sebbene parecchi di essi non avessero neppure l’ombra di fondamento storico. In tale condizione si ritrova, ad esempio, l’ipotesi secondo cui in quell’anno i Giudei avrebbero ritardato di un giorno la Pasqua trasportandola al 16 Nisan, per aver agio di processare ed uccidere Gesù, mossi unicamente dall’odio contro di lui, mentre Gesù avrebbe mangiato l’agnello pasquale al tempo prescritto; questa ipotesi, proposta già in antico da Eusebio di Cesarea e recentemente da alcuni moderni, ha il torto di essere antistorica in quanto dimentica il tenacissimo attaccamento che gli avversari di Gesù avevano alle loro tradizioni, e che non avrebbe ceduto il passo neppure al loro odio contro Gesù e ciò, senza rilevare l’assurdità che siffatto spostamento della Pasqua in odio a Gesù sarebbe stato decretato in poche ore, imposto a folle enormi che non conoscevano neppure di nome Gesù, e perfino a persone a lui benevole quali Giuseppe di Arimatea e le pie donne. Altra soluzione che non risolve nulla è quella secondo cui Giovanni, allorché dice che i Giudei «non entrarono nel pretorio per non contaminarsi ma per mangiare la Pasqua», alluderebbe alla consumazione delle altre offerte del ciclo pasquale, ma non a quella dell’agnello che i Giudei avrebbero già mangiato nella stessa sera che Gesù. Senonché, anche astraendo dal fatto che rimarrebbe egualmente la difficoltà del riposo violato, questa soluzione è dimostrata falsa dall’uso rabbinico dell’espressione «mangiare la Pasqua», la quale si riferisce costantemente all’agnello pasquale. Fra quegli studiosi moderni che vogliono trovare nel IV Vangelo tutte narrazioni allegoriche ha incontrato molta fortuna la soluzione che ritiene come storica soltanto la cronologia dei Sinottici e considera invece la cronologia del IV Vangelo come risultato di una accomodazione dogmatico-allegorica; Gesù sarebbe morto in realtà il 15 Nisan, giorno della Pasqua ebraica, giorno dell’immolazione dell’agnello pasquale, soltanto per significare che egli è il simbolico agnello pasquale del Nuovo Testamento che ha definitivamente sostituito l’antica vittima della Pasqua ebraica, conforme al principio dogmatico di San Paolo: «(Quale) nostra Pasqua fu immolato Cristo» (I Cor., 5, 7). Senonché, chi non si lasci abbagliare dalle apparenze, questa soluzione apparirà non meno antistorica di altre. Essa infatti passa sopra, con fallace indifferenza, agli importantissimi accenni che già rilevammo dagli stessi Sinottici, i quali su questo argomento sono considerati storici dagli stessi seguaci di tale soluzione. Se Gesù morì il 15 Nisan e se quel giorno era Pasqua, perché mai molti Giudei non osservavano in quel giorno il riposo festivo come incidentalmente ma sicuramente abbiamo appreso dai Sinottici? Sarebbero forse allegorici in altra maniera anche i Sinottici? O non piuttosto la presunta cronologia allegorica del IV Vangelo è storica non meno di quella dei Sinottici? Quanto all’unica ragione positiva addotta, cioè la coincidenza della immolazione dell’agnello pasquale con la morte di Gesù, è ragione più speciosa che soda; anzi, esaminata più da vicino, sembrerebbe piuttosto una difficoltà in contrario che una ragione in favore. Se Gesù è morto secondo i Sinottici il 15 Nisan ed ha celebrato la cena pasquale la sera del 14, Giovanni aveva ogni motivo allegorico per conservare questa cronologia e non già per mutarla; infatti, secondo essa, Gesù avrebbe istituito l’Eucaristia proprio mentre i Giudei celebravano la cena pasquale, ed è appunto l’Eucaristia il rito unico e perenne che nella Chiesa cristiana ha sostituito i vari riti sacrificali del giudaismo; perciò Giovanni, che giustamente è riconosciuto anche dagli avversari come l’Evangelista del Cristo «pane di vita» (§ 373, nota), poteva attenersi tranquillamente alla cronologia dei Sinottici ritrovandovi pienamente appagata la sua inclinazione dogmatico-allegorica. E invece, secondo il suo solito, Giovanni ha ritoccato in parte quella cronologia, mettendo in miglior luce quanto era stato accennato vagamente dai Sinottici stessi. In tal caso non parlerebbe in lui il testimonio oculare e prediletto, piuttosto che il presunto allegorizzante?
• § 539. In questa vecchia e intricata questione i recenti e proficui studi degli antichi documenti rabbinici hanno aperto una nuova via, che è forse la buona. Già avemmo occasione di rilevare quanto fossero empirici ed incerti i mezzi con cui ai tempi di Gesù si fissava il calendario giudaico, e come questo calendario fosse di una elasticità appena concepibile per noi moderni (§ 180); ebbene, appunto da questa elasticità potrebbe dipendere la divergenza fra i Sinottici e Giovanni, consistendo essa nel collocare il venerdì della morte di Gesù o al 14 o al 15 Nisan. Se quel venerdì fu insieme il 14 e il 15 Nisan - ossia se alcuni Giudei lo computavano come il 14 e altri come il 15 - sarebbe conciliata la divergenza, perché i Sinottici si riferirebbero ai Giudei che consideravano quel venerdì come 15 Nisan, mentre Giovanni si riferirebbe agli altri che lo consideravano come il 14 Nisan. Troviamo infatti che, ai tempi di Gesù, si agitava una seria controversia fra Sadducei e Farisei a proposito della data della Pentecoste, e per conseguenza anche della Pasqua essendo le due feste ricollegate fra loro. I partigiani della famiglia di Boeto (§ 33), influentissima nel ceto sacerdotale e sadduceo, sostenevano che la Pentecoste doveva celebrarsi sempre di domenica; ma poiché i 50 giorni d’interstizio fra la Pasqua e la Pentecoste (§ 76) si cominciavano a contare da quel giorno dell’ottava Pasquale nel quale si offriva nel Tempio il primo manipolo di spighe, perciò essi sostenevano che l’offerta del manipolo doveva farsi sempre nella domenica di detta ottava. I Farisei al contrario sostenevano che la Pentecoste poteva celebrarsi in qualunque giorno settimanale; quindi l’offerta del manipolo doveva farsi sempre al giorno immediatamente successivo alla Pasqua, cioè al 16 Nisan, qualunque giorno settimanale esso fosse. Stante questa divergenza i Boetani e in genere i Sadducei usavano spostare il calendario, specialmente nei casi in cui la Pasqua (15 Nisan) fosse caduta di venerdì ovvero di domenica. Nel caso di Pasqua al venerdì, essi posticipavano il calendario d’un giorno e facevano cadere in quel venerdì l’immolazione dell’agnello e la cena pasquale (14 Nisan), nel sabbato la Pasqua (15 Nisan), e nella domenica l’offerta del manipolo (16 Nisan). Nel caso di Pasqua alla domenica anticipavano d’un giorno e facevano cadere in quella domenica l’offerta del manipolo (16 Nisan), nel precedente sabbato la Pasqua (15 Nisan), e nel precedente venerdì l’immolazione dell’agnello (14 Nisan). Questo spostamento di calendario si otteneva facilmente, anche mediante piccoli sotterfugi, approfittando dell’empirismo con cui si regolava la fissazione del calendario e di cui già trattammo (§ 180). A questa accomodazione dei Sadducei non acconsentivano però i Farisei; i quali, non preoccupandosi del giorno settimanale in cui cadeva la Pentecoste, celebravano il rito dell’agnello, quello della Pasqua e quello del manipolo, nei giorni in cui effettivamente cadevano. Si produceva quindi una scissione fra coloro che celebravano questi riti. La gran massa del popolo, dominata dai Farisei, li seguiva anche nella fissazione cronologica di questi riti. Al contrario le classi aristocratiche, più legate al ceto sacerdotale, seguivano la fissazione dei Boetani e dei Sadducei. Ogni gruppo seguiva la propria cronologia, non curandosi del gruppo opposto; tuttavia non dovevano mancare molti individui i quali o per ragioni di comodità seguivano la cronologia del gruppo non loro, ovvero non appartenendo a rigore a nessun gruppo sceglievano fra le due alternative quella che meglio piaceva.
• § 540. Ora, applicando questi dati al caso di Gesù, si trova una corrispondenza sorprendente. L’anno in cui Gesù mori, la Pasqua cadeva regolarmente al venerdì. Perciò i Sadducei, conforme alla loro norma, posticiparono il calendario d’un giorno per ottenere che l’offerta del manipolo cadesse alla domenica. I Farisei invece si attennero al calendario regolare, respingendo la posticipazione dei Sadducei e celebrando l’offerta del manipolo al sabbato. Il popolo si divise fra le due correnti. [Il Ricciotti a questo punto pubblica una] tabella [che] mostrerà nelle prime due colonne la differenza di datazione della festività pasquale tra i Sadducei e i Farisei, nelle ultime due colonne le rispettive posizioni degli Evangelisti (cfr. tabella al § 536): Si noti come Giovanni concordi col calendario mensile dei Sadducei, e invece i Sinottici concordino con quello dei Farisei. Infatti l’ultima cena di Gesù fu certamente la cena legale dell’agnello, e fu tenuta al giovedi nello stesso tempo che la tenevano i Farisei e in maggioranza quei del popolo; i quali consideravano quel giorno come il 14 Nisan, e il seguente venerdì come il 15 ossia la Pasqua. Ma la preponderanza del Sinedrio, che condannò Gesù, era composta di Sadducei (§ 58); i quali perciò consideravano quel giovedì come il 13 Nisan, e di conseguenza ritardavano la cena dell’agnello al venerdì seguente e la Pasqua al sabbato seguente. Così si comprende anche perché nel venerdì della morte di Gesù non osservassero il riposo festivo, sebbene quel giorno cadesse la Pasqua; era Pasqua per i Farisei, ma non per molti altri che per una ragione o l’altra seguivano il calendario dei Sadducei. In conclusione, i Sinottici si riferiscono al calendario mensile seguito da Gesù in accordo con i Farisei, pur accennando chiaramente al disaccordo di altri; Giovanni invece si riferisce al calendario seguito dai sinedristi Sadducei; condannatori ufficiali di Gesù, pur supponendo già noto che il calendario seguito da Gesù era differente. È assolutamente sicura questa spiegazione della vecchia questione? No, giacché rimangono ancora taluni punti oscuri, che qui sarebbe eccessivo elencare. Tuttavia a noi sembra la più fondata storicamente, soprattutto perché tiene conto della elasticità del calendario contemporaneo; la quale elasticità è una realtà storica di primaria importanza perché essa, come entra per qualche parte nelle famose controversie sorte nel cristianesimo primitivo a proposito della celebrazione della Pasqua cristiana, così ancora oggi spiega le divergenze cronologiche che si riscontrano a proposito di costumanze islamiche fra Arabi, anche di regioni confinanti, formandosi il loro calendario sull’osservazione diretta della luna.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, approfondiamo la questione di «Giuda il traditore», di cui già si è detto in passato.
• § 541. Che in quella cena pasquale di Gesù sia avvenuto qualcosa di straordinario, Giovanni lo esprime con quella sua maniera singolare fatta di velate allusioni, che però era capita benissimo dagli esperti uditori della sua catechesi: «Sapendo Gesù che venne l’ora di lui affinché passasse da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, quelli (ch’erano) nel mondo, (sino) in fine li amò» (Giov., 13, 1). Queste parole possono considerarsi come un nuovo piccolo prologo che Giovanni premette al racconto della passione: Gesù, che ha sempre amato i suoi, adesso dimostra il suo amore (sino) in fine, non solo cronologicamente sino alla fine della sua vita, ma molto più intensivamente sino al fine raggiungibile, sino all’estremo limite possibile dell’amore stesso. Accennando all’amore (sino) in fine vuole forse l’Evangelista spirituale alludere all’istituzione dell’Eucaristia che egli solo non narra? È possibilissimo (§ 545). D’altra parte anche l’Evangelista discepolo di San Paolo accenna a questo amore, quando narra che a principio della cena Gesù, vedendosi circondato dai suoi discepoli, esclamò verso di essi: «Di (gran) desiderio desiderai mangiare questa Pasqua con voi prima che io patisca. Vi dico infatti che più non la mangerò fino a che (essa) sia compiuta nel regno d’iddio» (Luca, 22, 15-16). Torna qui l’idea che la passione è per il Messia la condizione necessaria per il suo ingresso alla gloria: questa gloria, poi, sarà il trionfo del regno di Dio simboleggiato in un banchetto eterno. Nell’ultima cena fu certamente seguito il solito rito della cena pasquale - che descrivemmo altrove (§ 75) - con le quattro coppe rituali di vino, con il pane azimo, le erbe agresti e l’agnello arrostito, sebbene non tutte queste cose siano ricordate dagli Evangelisti. Gesù in quella comitiva fungeva da padre di famiglia; perciò benedisse egli la prima coppa, ed aggiunse: «Prendete ciò e dividete (lo) fra voi; vi dico, infatti, non berrò da adesso del prodotto della vite fino a che il regno d’Iddio sia venuto» (ivi, 17-18). In relazione al precedente simbolo del banchetto eterno, il regno di Dio è qui simboleggiato in un simposio eterno. La cena era pertanto cominciata, ma non tutti i convitati erano pienamente soddisfatti: non sarebbero stati uomini della loro nazione e del loro tempo, se parecchi di loro non si fossero mostrati scontenti del posto che occupavano a tavola desiderandone uno più onorifico (§ 457). Quella brava gente aveva tutta una grande stima «di sé, e avvenne anche una gara fra loro, riguardo a chi di essi appaia esser maggiore» (ivi, 24); la disputa non era nuova, ma un vago accenno di Giovanni (13, 2-5) potrebbe far sospettare che questa volta la disputa fosse provocata da pretensioni di Giuda Iscariota: appunto il traditore avrebbe suscitato la gelosia degli altri Apostoli pretendendo uno dei posti più onorifici, e ciò conforme a un fenomeno frequente nei traditori che, spinti dalla dissimulazione, pretendono preferenze e particolari riguardi. A quella umiliante scenata Gesù dovette rispondere a parole come più o meno già aveva risposto alle altre contese di preminenza avvenute nel passato fra gli Apostoli (§ § 408, 496), ma questa volta volle aggiungere anche una risposta con i fatti (Giovanni, 13, 4 segg.). Vedendo che nonostante le sue esortazioni all’umiltà i brontolii ringhiosi di quei materialoni non cessavano, egli si leva dal suo divano, depone le vesti, si cinge al grembo d’un pannolino, e preso un catino con acqua comincia a lavare i piedi ai commensali: i più umili schiavi erano incaricati di questo ufficio, e potevano compierlo agevolmente perché i commensali erano distesi sui divani col busto verso la tavola e i piedi sporgenti dall’altra parte all’infuori (§ 341). Al vedere il maestro abbassatosi a quel servigio, gli Apostoli rimasero interdetti e accettarono passivamente la lavanda come un’umiliazione: neppure Giuda osò protestare. Solo Pietro, che probabilmente fu il primo a cui si rivolse Gesù, protestò dicendo: «Signore, tu mi lavi i piedi?». E Gesù a lui: «Ciò che io faccio, tu adesso non sai; lo saprai in seguito». Ma Pietro non cede: «Non mi laverai i piedi in eterno!». Gesù replica: «Se non t’avrò lavato, non avrai parte con me». A questa risposta l’irruente Pietro salta all’altro eccesso: «Signore, lavami non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Gesù allora conclude: «Chi si è lavato non ha bisogno di lavarsi (se non i piedi), ma è mondo interamente; e voi siete mondi, ma non tutti». Trasalì Giuda a quest’allusione? Forse no; il traditore dovette contentarsi all’udire che il suo delitto restava ancora occulto ai suoi colleghi. Ma la cosa non fini lì.
• § 542. Terminata la lavanda dei piedi, Gesù indossò nuovamente le sue vesti e riprese posto a tavola sul suo divano. Egli occupava certamente il posto più onorifico, e la contesa testé sorta fra gli Apostoli era stata motivata del desiderio di occupare i divani più vicini a lui. Poiché la tavola era a semicerchio e i divani erano disposti radialmente all’esterno del semicerchio, si può ragionevolmente congetturare che Gesù occupasse il divano centrale al vertice del semicerchio; ma da quanto accennano gli Evangelisti risulta che i divani più vicini a Gesù erano occupati da Pietro, Giovanni e Giuda Iscariota. Immaginandosi pertanto i commensali sdraiati sui divani e appoggiati col gomito sinistro verso la tavola, Gesù ch’era al centro doveva avere alle sue spalle Pietro, che così occupava il secondo posto nel grado onorifico; dall’altro lato, cioè davanti al petto di Gesù, doveva stare sdraiato Giovanni, che così poteva appoggiare il capo sul petto del maestro; Giuda Iscariota sta subito appresso a Giovanni, di modo che Gesù stendendo il braccio poteva senza difficoltà giungere a dargli un boccone di cibo. Schematicamente, dunque, la posizione dei commensali attorno alla tavola doveva presentarsi così: Ripresa la cena, non c’era tuttavia serenità fra i commensali: gli Apostoli erano rimasti turbati dall’affermazione di Gesù che essi non tutti erano mondi, e desideravano qualche schiarimento in proposito. Anche Gesù dal canto suo desiderava tornar sopra quell’argomento, non tanto per la giusta curiosità di coloro ch’erano mondi, quanto per la non richiesta purificazione di colui ch’era l’unico immondo: con quell’infelice bisognava ancora fare un tentativo, offrirgli un ultimo salvataggio. Perciò, quando si riprese a mangiare, Gesù parlando ancora genericamente citò un passo del Salmo (41, 10 ebr.): «Chi mangia il pane mio alzò contro di me il suo calcagno (Giov., 13, 18; cfr. Marco, 14, 18). E, detto ciò, egli fu turbato nello spirito, aggiungendo senza nominare alcuno: In verità, in verità vi dico, che uno di voi mi tradirà». Fu uno sgomento generale. Proprio in quella serata così solenne e così affettuosa, si poteva parlare di tradimento? Proprio fra quei dodici uomini che si erano dati anima e corpo al maestro, si poteva dissimulare un traditore? Tutti allora con veemenza impetuosa, non senza una punta di sincero risentimento, domandarono a gara al maestro: «Sono forse io, Signore?». Gesù confermò nuovamente senza dir nomi, ma facendo risaltare la qualità particolarissima del traditore: «Uno dei dodici! Chi intinge con me nel vassoio!» (Marco, 14, 20). Tutti i commensali infatti, stendendosi dal loro divano, in tingevano il pane e le erbe amare in vassoi comuni che contenevano la salsa pasquale (§ 75), e ciascuno poteva servire a circa tre persone: probabilmente quello in cui intingeva Gesù serviva pure a Giovanni e a Giuda. Ma anche quest’ultima indicazione fu interpretata in senso vago dagli Apostoli, quasicché equivalesse alla precedente espressione «uno dei dodici» e designasse in genere chi intingeva in un vassoio qualsiasi della tavola comune: invece, probabilmente, Gesù aveva alluso al vassoio suo proprio. Ad ogni modo fra i commensali c’era colui che aveva ben capito, e appunto riferendosi a lui Gesù aggiunse parole che vollero essere l’ultimo spasimato grido di esortazione, l’estrema segnalazione dell’abisso: «Poiché il figlio dell’uomo se ne va, conforme è scritto circa lui: guai però a quell’uomo da cui il figlio dell’uomo è tradito! Buona cosa (sarebbe) per lui, se non fosse nato quell’uomo!».
• § 543. A questo punto Giuda non poteva più tacere; il suo silenzio, fra l’ansia trepidante dei molti, l’avrebbe da se stesso denunziato. Calmo, misurato, ma non senza un leggiero tremito nella voce, egli allora domandò come tutti gli altri: «Sono forse io, Rabbi?». Il traditore era sdraiato poco distante dal tradito; le teste dei due, rivolte verso la tavola, erano anche più vicine che non il resto dei loro corpi. Alla domanda di Giuda, che dovette passare inosservata ai più dei commensali, Gesù fece il supremo tentativo per la salvezza di lui; colse forse un momento in cui Giovanni, commensale intermedio, era sollevato col busto e badava altrove, e allora rispose sommessamente a Giuda: «Tu (l’)hai detto!». Era un modo ebraico per dare una risposta affermativa. Oramai non c’era più nulla da fare; il traditore sapeva di essere conosciuto come tale. Scegliesse lui: o consumare il tradimento svelato, o implorare il perdono dal sempre venerato maestro (§ 533). La sommessa risposta data da Gesù a Giuda era sfuggita agli altri commensali, salvo forse a Giovanni. Perciò il desiderio di sapere qualcosa di preciso sul tradimento e sul traditore era vivissimo in tutti, e specialmente nel generoso Pietro. Costui non osò interrogare Gesù, per timore forse di ricevere una risposta severa come altre volte; tuttavia per giungere al suo intento egli trovò sagacemente la via buona, rivolgendosi a Giovanni. Il discepolo prediletto occupava il divano immediatamente a destra di Gesù cosicché, stando ambedue sdraiati ed appoggiati sul gomito sinistro, Gesù rivolgeva il petto verso Giovanni e di costui si poteva dire che «era adagiato... nel seno di Gesù» (in Giov., 13, 23); Pietro invece stava sul divano a sinistra di Gesù, e Gesù gli volgeva le spalle né lo vedeva direttamente. Però Pietro, approfittando della sua situazione, fece un cenno a Giovanni incitandolo a domandare a Gesù chi fosse il traditore di cui parlava; la manovra del resto era semplicissima, perché Pietro si era alzato sul busto, e attirata così l’attenzione di Giovanni gli avrà espresso il proprio desiderio a cenni, fatti più in alto della persona di Gesù ch’era ripiegato sul gomito sinistro. L’Evangelista giovanetto comprese subito il desiderio di Pietro, e a sua volta fece una piccola manovra suggeritagli dal suo confidente cuore d’amico prediletto; giratosi egli per metà sul suo corpo, si puntò non più sul gomito sinistro ma sul destro, e così ritrovandosi anche più vicino al divano di Gesù appoggiò confidenzialmente la sua testa sul petto del maestro e stette a guardarlo negli occhi dal sotto in su, come un bambino reclinato sul seno del babbo e che aspetti una grazia. Quindi, sommessamente gli domandò: «Signore, chi e?». La domanda del piccolo amico prediletto fu esaudita, ma per il disgraziato amico che franava verso l’abisso si ebbe ancora un ultimo riguardo. Nei pasti comuni degli Orientali antichi - e anche dei moderni - era un gesto di cortesia offrire a un commensale un boccone bell’e preparato, cioè un frammento di pane che, chi usava la cortesia, staccava dalla focaccia comune, arrotolava, intingeva nel vassoio ove tutti intingevano, e così porgeva al convitato avvicinandoglielo alla bocca. Alla richiesta dunque di Giovanni, Gesù rispose: «È quello a cui io intingerò il boccone e glie(lo) darò». E staccato un pezzo di pane, lo intinse e dette a Giuda. Il traditore ancora non era stato svelato, se non segretamente al fido Giovanni, e a quella cortesia di Gesù egli poteva ancora rinsavire; ma, impassibile, Giuda trangugiò il boccone senza dir nulla, mostrando con ciò d’aver fatto la sua scelta definitiva. «E dopo il boccone - commenta qui il testimonio oculare e consapevole di quella scena - allora entrò in lui il Satana». Tuttavia Giuda stesso non resisté più oltre; si alzò dal suo divano per uscire. «Gli dice pertanto Gesù: “Ciò che fai, fa’ presto”. Ma nessuno dei commensali capì ciò, a che (scopo) glie(lo) disse. Alcuni infatti credevano che, siccome Giuda teneva la cassetta (§ 502), Gesù gli dicesse: “Compra le cose di cui abbiamo bisogno per la festa”, ovvero, che desse qualcosa ai poveri. Preso pertanto il boccone, colui uscì subito. Era notte». E il traditore, uscito fuori, s’immerse nella sua doppia notte.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, sono reperibili su Amazon e presso l’autore due libri di cui consigliamo la lettura e la diffusione; 1) «Il Papa eretico: Appunti sulla questione del cosiddetto “Papa eretico”». Dossier giornalistico in cui l’autore prova a fornire risposte ad alcune frequenti domande: 1) Chi ha parlato del cosiddetto «Papa eretico»? 2) Cosa ha scritto a riguardo? 3) È vero, come vogliono alcuni intellettuali moderni, che quasi nessuno ha studiato l’ipotesi? 4) È vero che l’uomo eletto dal Conclave (o designato) può essere veramente Pontefice e, nel contempo, eretico? 5) Che significa «essere Pontefice», che significa «essere eretico» e che significa semplicemente «divulgare eresie»? L’autore intende restituire giustizia e verità ai nostri eruditi, fornire altresì puntuali riferimenti per poterli studiare con zelo cristiano. Finalmente intende esporre con estrema chiarezza le sue conclusioni e rispondere alla fatidica domanda: L’eretico è Papa?. 2) «Il Limbo: Semplice e breve compendio di dottrina sul Limbo». I bambini morti senza Battesimo hanno il peccato originale, e quello solo. Essi muoiono prima dell’uso di ragione senza il Battesimo di acqua, non sono capaci di ricevere quello di desiderio e se non ricevono quello di sangue col Martirio passano all’altra vita col peccato originale, privi della grazia di Dio e del diritto al Paradiso. D’altra parte, non avendo ancora l’uso di ragione, non commisero alcun peccato attuale, né mortale né veniale, per il quale si richiede l’avvertenza della mente ed il consenso della volontà, di cui sono incapaci. Essi, quindi, al momento della morte hanno soltanto il peccato originale. Non meritano il Paradiso, non meritano l’Inferno e né il Purgatorio. Morti senza Battesimo e prima dell’uso di ragione non possono essere né premiati con la visione intuitiva e con la felicità del Paradiso, né puniti con le pene dell’Inferno. Perciò sono destinati al Limbo, dove non hanno né esigenze né gioie soprannaturali, ma godono tutta quella felicità naturale di cui è capace la natura umana. I genitori hanno l’obbligo gravissimo di far amministrare al più presto il Battesimo ai loro neonati, per assicurare loro la felicità soprannaturale del Paradiso, nel caso dovessero morire.
• Veniamo allo studio della Sacra Scrittura con l’aiuto dell’Abate Ricciotti: «Gesù istituisce l’Eucaristia». § 544. A questo punto, il banchetto pasquale doveva esser molto avanzato, e prossimo alla fine: forse la seconda coppa era quasi consumata, e fra poco si doveva mescere la terza coppa (§ 75). A un tratto Gesù compie un’azione insolita, non contemplata dal rito della cena pasquale. Prese egli una focaccia di pane azimo e, dopo aver pronunziata una formula di benedizione, ne staccò dei pezzi che distribuì agli Apostoli dicendo: «Prendete, mangiate; questo è il corpo mio, che per voi (è) dato. Ciò fate nel mio ricordo». Poco dopo, probabilmente quando fu versata alla fine della cena la terza coppa rituale, egli prese un calice pieno di vino temperato e, avendo parimenti reso grazie, ne fece bere a tutti dicendo: «Bevete da esso tutti. Questo calice (è) il nuovo testamento nel sangue mio, che per molti (è) versato. Ciò fate, quante volte (ne) beviate, nel mio ricordo». Quale impressione facesse personalmente sugli Apostoli questa doppia azione di Gesù non ci vien detto dai Sinottici, ma ciò non significa gran che; d’assai maggior importanza è invece l’impressione e l’effetto permanente che ne ricevette tutta la primissima società cristiana, la quale fu l’interprete sotto ogni aspetto più autorevole di quella doppia azione di Gesù e delle parole che l’accompagnarono. E qui, per riscontrare i fatti storici, abbiamo a nostra disposizione due eccellenti specole d’osservazione, poste a una certa distanza l’una dall’altra. Circa venticinque anni dopo l’ultima cena di Gesù, san Paolo scriveva ai cristiani di Corinto quella sua lettera (I Cor., 11, 23-29) ove l’Eucaristia è presentata come rito stabile e abituale, come rito per cui il fedele che vi partecipava mangiava veramente il corpo e beveva veramente il sangue di Gesù, come rito infine ricollegato direttamente con la doppia azione di Gesù nell’ultima cena e con la sua morte redentrice. Nessun dubbio che questo insegnamento di Paolo, da lui già trasmesso negli anni precedenti ai fedeli di Corinto (ivi, 11, 23), fosse stato trasmesso anche alle altre comunità da lui catechizzate e si trovasse in pieno accordo con la catechesi degli altri Apostoli; questa, insomma, era la maniera in cui la catechesi primitiva e la liturgia primitiva interpretavano e rinnovavano la doppia azione compiuta da Gesù nell’ultima cena. Un quarantennio più tardi della lettera di Paolo incontriamo un’altra specola che funziona in maniera differente ma non meno precisa: è il IV Vangelo, il solo Vangelo che non racconti l’istituzione dell’Eucaristia. Già sappiamo che questo silenzio è più eloquente, in qualche modo, di un racconto effettivo (§§ 378-383); ma qui si può aggiungere un’altra considerazione. Anche dato e non concesso che autore del IV Vangelo sia, non l’apostolo Giovanni, ma uno sconosciuto mistico solitario, questo autore molto probabilmente conosceva la lettera di Paolo, indubbiamente conosceva gli scritti dei Sinottici, certissimamente era edotto della liturgia eucaristica diffusa alla fine del secolo I ovunque vi fosse una comunità cristiana; egli dunque, della fede dei suoi tempi, è un testimonio silenzioso ma non meno efficace, in quanto serba silenzio sull’istituzione ma ne mette in sommo rilievo gli effetti spirituali col suo discorso sul pane vivo (§ 387 segg.): del resto oggi ciò è ammesso anche da studiosi radicali (§ 373, nota). In conclusione l’autore del IV Vangelo (san Giovanni) concorda pienamente con la catechesi di Paolo e con quella dei Sinottici, e le conferma accettandole in parte silenziosamente, e in parte mettendole in accurato rilievo.
• § 545. Tornando ora agli Apostoli e all’impressione immediata che ricevettero dalle parole di Gesù, bisogna riconoscere che fu un’impressione meno nuova di quanto sembrerebbe a prima vista; anzi, in qualche modo, essa fu la risoluzione di un vecchio enigma che s’agitava nelle menti di quegli uomini. L’antico discorso sul pane vivo non solo non era stato giammai da essi dimenticato, ma piuttosto di tempo in tempo aveva dovuto riaffacciarsi alle loro menti come un’arcana promessa rimasta tuttora inadempiuta. «In verità, in verità vi dico, se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e beviate il sangue di lui, non avete vita in voi stessi... La carne mia è vero nutrimento, e il sangue mio è vera bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue in me rimane e io in lui... chi mangia me, egli pure vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo», ecc. Affermazioni di questo genere aveva fatto Gesù a Cafarnao molti mesi prima, ma fino all’ultima cena egli non aveva offerto maniera ai suoi discepoli di eseguire questo comando così essenziale per avere vita in se stessi. E in qual maniera, poi, avrebbe egli reso «molle» un discorso così duro (§ 382)? In qual maniera avrebbe reso umano e spirituale un banchetto che sembrava da antropofagi? La «durezza» delle affermazioni aveva scandalizzato molti discepoli di Gesù, i quali lo avevano abbandonato: i dodici invece gli erano rimasti fedeli, perché «il maestro aveva parole di vita eterna»; tuttavia nei molti mesi trascorsi quelle parole ancora non erano state avverate, e certamente i dodici più d’una volta si saranno domandati dubbiosi se il maestro non si era dimenticato della promessa, ovvero in che maniera l’avrebbe mantenuta. Improvvisamente, quella notte, essi vedono il maestro distribuire pane e vino, dicendo «Questo è il mio corpo»; «Questo è il mio sangue». Con tale doppia azione e doppia affermazione il vecchio enigma era risolto, l’antica promessa era mantenuta, e il vero significato dell’azione e dell’affermazione appariva mirabilmente chiaro alla luce del discorso sul pane vivo: l’apparente pane e l’apparente vino allora distribuiti erano in realtà il corpo e il sangue del maestro. Chi pertanto abbia presente lo stile sentenzioso e riflesso di Giovanni troverà possibilissimo che, quando egli afferma aver Gesù amato i suoi «(sino) in fine», con questa frase alluda appunto all’istituzione dell’Eucaristia da lui non raccontata (§ 541).
• § 546. Un’azione così importante di Gesù, compiuta da lui in circostanze così solenni, e per dippiù divenuta la base della vita religiosa della Chiesa fin dalla prima generazione cristiana, non poteva non attirare la particolarissima attenzione degli studiosi radicali. Gesù ha realmente compiuto la doppia azione e pronunziato la doppia affermazione dell’ultima cena? Ciò che i Sinottici e san Paolo narrano su questo argomento è realmente storico, ovvero ha di storico soltanto un piccolo nucleo, ingrandito più tardi e travisato dall’elaborazione della prima generazione cristiana? Ebbe Gesù intenzione d’istituire un vero rito stabile da rinnovarsi in seguito dai suoi discepoli, ovvero fece una semplice azione simbolica la quale valeva solo in quanto fatta da lui in quelle circostanze, ma senza ch’egli comandasse di rinnovare l’azione in seguito? Queste ed altre domande concomitanti che furono proposte non riguardano soltanto l’Eucaristia in sé ma investono l’intera operosità di Gesù, che sarà valutata differentemente a seconda di come si risponde a queste domande. Se si accetta infatti il racconto dei Sinottici e di san Paolo come sta, bisogna riconoscere che Gesù attribuiva alla sua morte un valore di redenzione («il corpo mio che per voi è dato; ... il sangue mio che per molti è versato»); bisogna anche ammettere che egli intendeva fondare una particolare religione, con un suo ben distinto rito, il quale ricordasse perennemente la morte redentrice del fondatore («ciò fate... nel mio ricordo»). Ora, queste ed altre conseguenze smentivano più o meno ampiamente le interpretazioni che della figura e opera di Gesù davano le teorie contemporanee, da quella della Scuola liberale a quella degli escatologisti: il mellifluo predicatore dell’universale paternità divina immaginato dai liberali (§ 204 segg.) non pensava certamente alla sua morte come a un vero sacrifizio di redenzione per l’umanità; tanto meno il visionario ritrovato dagli escatologisti poteva preoccuparsi di fondare una particolare religione con un ben distinto rito che sopravvivesse alla catastrofe del «secolo» presente (§ 209 segg.). Per salvare dunque le teorie bisognava dimostrare che Gesù non ha affatto istituito l’Eucaristia; e per ottenere ciò bisognava sottoporre a una vigile interpretazione i racconti dei Sinottici e di san Paolo. Ora, noi già sappiamo che le “vigili interpretazioni” degli studiosi radicali si riducono, immancabilmente, a ripudiare come aggiunti e tardivi quei passi che non s’inquadrano in una preconcetta teoria; ma in questo caso, meglio forse che in ogni altra questione dei Vangeli, appare chiaramente la ferrea necessità della logica per cui, quando in siffatti testi si cominci a negare una parte, si finisce inevitabilmente a negare e ripudiare tutto quanto.
• § 547. Si cominciò dunque col negare che Gesù avesse comandato agli Apostoli di rinnovare in seguito il rito, rendendolo un rito perenne; poiché infatti il gruppo di san Matteo e di san Marco non riferisce le parole «ciò fate... nel mio ricordo», se ne concluse che tali parole erano un’aggiunta posteriore introdotta dal gruppo di san Paolo e di san Luca, e quindi da ripudiarsi. Rimaneva però ancora molto, cioè che il corpo di Gesù «per voi è dato», che il calice del suo sangue è «il nuovo testamento» ed è «per molti versato»: rimaneva insomma l’idea della morte redentrice del Cristo. Ma anche questo molto fu man mano ripudiato con lo stesso procedimento: si decretò che erano tutte aggiunte posteriori, dovute all’influenza delle elaborazioni teologiche di san Paolo. È vero che pure nel gruppo di san Matteo e di san Marco (nei due rispettivi Vangeli, ndr.) si trova che il sangue del Cristo è «il sangue del (nuovo) testamento» e che «per molti è versato in remissione di peccati». Ma ciò che dimostrava? Nulla. Anche questo era da ripudiarsi, come un’aggiunta dovuta all’influenza di Paolo. (Per i modernisti ed i novatori, ndr.) rimanevano quindi, come primitive, le sole parole: «Questo è il corpo mio; Questo è il sangue mio», pronunziate alludendo al convito messianico, presentando il pane e il vino come simbolo di quel convito, ma senza relazione alla sua imminente morte. Eppure, anche dopo queste amputazioni, restavano ancora seri dubbi. Erano proprio primitive e genuine ambedue quelle affermazioni risparmiate? Ci si ripensò sopra, e si finì per concludere che non potevano essere risparmiate ambedue. Alla nuova amputazione offrì pretesto il fatto che, tra la congerie di codici antichissimi e tutti sostanzialmente uniformi, ve n’era uno - il disputatissimo «codice di Beza» - suffragato da pochi altri di antiche versioni, nel quale il racconto di san Luca è ridotto a queste parole: «E preso il pane, avendo reso grazie (lo) spezzò e dette loro dicendo: “Questo è il corpo mio”»; tutto il resto è ivi omesso, compresa la distribuzione del vino e le relative parole. Questo - si disse - era il racconto primitivo: la sola presentazione del pane, senza alcuna contrapposizione del pane-corpo al vino-sangue, ossia senza l’idea della morte, e naturalmente senza il comando di rinnovare il rito in seguito. Rimaneva così il pane insieme con la sua presentazione. Eppure anche questo rudere superstite non soddisfece, se non altro perché troppo esiguo ed insignificante. Che cosa, insomma, aveva Gesù inteso fare presentando il pane come suo corpo? Non aveva egli mangiato centinaia di volte il pane insieme con i suoi discepoli? Ovvero quella volta il pasto comune aveva un significato particolare come pasto di haberūth, di «colleganza» (§ 39)? Ma in tal caso il suo significato particolare gli proveniva dalla morte imminente di Gesù, e quindi si ritornava alla già respinta relazione con la morte. No, con tutte le precedenti amputazioni non si era ottenuto nulla di sicuro; per trovare un terreno storico più “sodo” e spazioso bisognava scendere alla liturgia della Chiesa primitiva, e ricercare che cosa intendessero fare quei primi cristiani compiendo il rito dell’Eucaristia e attribuendone l’istituzione a Gesù. (L’Abate Ricciotti sta facendo del sarcasmo sugli “eruditi” studi dei modernisti, ndr.). E, in primo luogo, era un rito di provenienza giudaica o straniera? Si ricercò nel giudaismo tardivo, ma non se ne trasse nulla di soddisfacente. Fu applicato il metodo della Storia comparata delle religioni (§ 214). Si pensò a primitivi riti di totemismo e di teofagia; più accuratamente s’investigarono i riti di Iside ed Osiride, e l’emofagia dei culti di Sabazio e di Dioniso; un’attenzione anche maggiore si portò ai misteri Eleusini e ai banchetti di Mithra. Certamente si trovarono notizie peregrine e si fecero osservazioni importanti su questi riti pagani; ma quando si giunge al vero nodo della questione, ossia alle loro relazioni col rito eucaristico del cristianesimo primitivo, si presero anche lucciole per lanterne e si affermò che una zanzara è uguale in tutto a un’aquila dal momento che ambedue hanno le ali e volano e si nutrono di sangue. Soprattutto, poi, queste “dotte” ricerche parvero come tanti voli fatti in aria, lontano dal terreno della realtà storica: prima di pensare a Iside ed Osiride e ad altre infiltrazioni orientali, bisognava infatti fare i conti con san Paolo e vedere se egli lasciava il tempo materiale al penetrare di tali infiltrazioni nel cristianesimo.
• § 548. San Paolo infatti scrive la sua Lettera ai Corinti nell’anno 56, ma egli stesso dice di avere ammaestrato oralmente i Corinti sul rito eucaristico in precedenza (§ 544), ossia quando aveva fondato quella comunità cristiana. Ciò era avvenuto nell’anno 51. Ma anche quest’anno è troppo tardivo per la nostra questione, perché in quel tempo Paolo possedeva già riguardo all’Eucaristia la sua dottrina ben definita e certamente concorde con la catechesi e con la dottrina delle altre comunità: ossia egli la possedeva già prima del 50, a meno d’un ventennio dall’ultima cena di Gesù. Ma anche da questo ventennio sono da togliersi altri anni. Solo verso il 36 Paolo, fino allora intransigente fariseo, passa nel numero dei perseguitati discepoli del Cristo; ma naturalmente ancora per parecchio tempo egli rimane nella penombra e mena una vita o del tutto solitaria o semipubblica fra l’Arabia, Damasco e Tarso. Soltanto col primo grande viaggio missionario Paolo diventa una figura di primo piano nel cristianesimo primitivo, ma è il viaggio che comincia tra il 44-45 per terminare nel 49; siamo con ciò al periodo, testé accennato, in cui Paolo già possedeva una dottrina ben definita riguardo all’Eucaristia. Ora, troppe e troppo inverosimili cose sarebbero da ammassarsi, secondo l’ipotesi radicale, in questo decennio che va dal 36 al 45 circa, per potersi ammettere quell’ipotesi. In primo luogo che Paolo, indomabile avversario dell’idolatria ieri come Fariseo e oggi come discepolo del Cristo, prenda appunto dall’idolatria quello che sarà il fondamentale rito liturgico del cristianesimo; inoltre che egli abbia, in quei suoi primi anni, tanta autorità da diffonderlo nelle chiese cristiane della più diversa origine; poi, che egli riesca così rapidamente in questa diffusione da ottenere che già prima del 50 il rito fosse comune, fondamentale, unico. No: questa non è storia; sono voli di fantasia, guidata da preconcetti ma non dai documenti. La pagina di san Paolo sull’Eucaristia è tale documento da troncare tutti codesti voli; essa, debitamente illuminata dall’operosità dei primi anni cristiani di Paolo, dimostra che l’Apostolo ha desunto la sua dottrina eucaristica dalla chiesa di Gerusalemme, verso la quale egli ha tenuto sempre fisso lo sguardo e nella quale si è recato anche più volte in persona nel decennio suddetto. E la chiesa di Gerusalemme era quella dov’era avvenuta l’ultima cena di Gesù. La forza di questo elementare ragionamento è stata sentita anche nel campo degli studiosi radicali, almeno dai più logici e franchi tra essi. E allora non è rimasto altro che fare l’ultimo passo nella via della negazione, ricorrendo al solito metodo di dichiarare aggiunta e tardiva anche la pagina di san Paolo. E anche questo passo è stato fatto (dai modernisti, ndr.): il racconto paolino dell’Eucaristia è stato dichiarato falso e interpolato, per la sola ma decisiva ragione che non si accorda con la (loro) teoria preconcetta (§ 219). Qualunque studioso sereno giudicherà sul carattere scientifico di questi procedimenti. Da «Vita di Gesù Cristo», Abate Giuseppe Ricciotti, Imprimatur 1940, 7a Edizione, Rizzoli & C. Editori, Milano e Roma, 1941. Ricciotti giustamente fa polemica contro le esegesi moderniste (principalmente quella di Alfred Loisy). I suoi splendidi lavori sul Testo sacro, di carattere piuttosto conservatore, dimostrano una solida preparazione storica e filologica, nonché una gran fede!

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, ancora per due settimane proseguiremo con l’abituale studio della «Vita di Gesù Cristo» redatta dall’Abate Ricciotti, per poi fermarci durante il periodo immediatamente natalizio e riprendere, a Dio piacendo, dopo l’Epifania. Oggi parliamo della predizione del rinnegamento di Pietro.
• § 549. La cena era finita con la recita della seconda parte dell’Hallel (cfr. hymno dicto; Matteo, 26, 30; Marco, 14, 26) e con la consumazione della quarta coppa. Ma la comitiva s’intrattenne ancora molto tempo nella sala della cena, come si usava nella notte di Pasqua (§ 75); durante questo lungo indugio avvenne, secondo san Luca (22, 31 segg.) e san Giovanni (13, 36 segg.) la predizione della dispersione degli Apostoli e del rinnegamento di Pietro, che secondo san Matteo e san Marco sembrerebbe avvenuta dopo l’uscita dalla sala. A un certo punto Gesù, rivoltosi agli Apostoli, mestamente dice loro: «Voi tutti prenderete scandalo in me in questa notte; sta scritto infatti “Percoterò il pastore, e saranno disperse. le pecore del gregge” (cfr. Zacharia, 13, 7). Ma dopo che io sia risorto, vi precederò nella Galilea». Era un’altra ancora di quelle tetre previsioni che davano tanto sui nervi agli Apostoli. La loro insofferenza apparve subito sul viso a parecchi, e specialmente all’impetuoso Pietro. Ma Gesù non cambia tono; anzi, voltandosi proprio verso Pietro, soggiunge: «Simone! Simone! Ecco il Satana cercò di voi (altri), per vagliar(vi) come (si vaglia) il grano. Ma io pregai per te affinché non venga meno la tua fede; e tu, una volta tornato addietro, conferma i tuoi fratelli». Al bravo Pietro queste parole non piacquero affatto: egli voleva un gran bene a Gesù e, qualunque tentativo avesse fatto Satana, non avrebbe mai commesso contro il maestro alcuna vigliaccheria da cui sarebbe tornato addietro. Il dispiacere di Pietro si colorì anche di un certo risentimento, e in un dialoghetto con Gesù di cui gli Evangelisti riportano frasi staccate egli disse fra altro: «Se tutti si scandalizzeranno in te, io non mai mi scandalizzerò! - Signore! Con te sono pronto ad andare in carcere e a morte!». Nessuno, certamente, avrebbe pensato a richiamare in dubbio la sincerità di Pietro quando parlava così; tuttavia Gesù, calmo e paziente, gli dette la seguente risposta, riportata da san Marco (14, 30) che l’avrà udita centinaia di volte da Pietro stesso quando predicava: «In verità ti dico che tu oggi, questa notte, prima che il gallo abbia cantato due volte, mi avrai rinnegato tre volte». Questo era troppo per Pietro! Un fiume di proteste e d’attestazioni eruppe allora dalla sua bocca. San Marco, volendo forse usare un certo riguardo al suo padre spirituale, accenna a questo fiume dicendo che Pietro parla in maniera sovrabbondante e ripeteva che, seppure avesse dovuto morire insieme col maestro, non lo avrebbe rinnegato. Altrettanto, più o meno, dicevano anche gli altri Apostoli. Gesù dal canto suo mostrava di non avere troppa fiducia, non già sulla sincerità, ma sulla sodezza di tutte queste attestazioni, e continuò ad esortarli affinché, come avevano avuto fiducia in lui nel passato, l’avessero anche nella durissima lotta che allora stava per cominciare (Luca, 22, 35-37). A questa esortazione, la focosità bellicosa degli Apostoli divampa anche più. Se è venuto il momento di lottare e combattere, essi sono tutti pronti: o vinceranno a fianco al maestro, o cadranno tutti con le armi in pugno! E passando subito dalle parole ai fatti, rivolgono al loro capitano ciò che sembra quasi un invito a passare in rivista il loro armamento. C’erano in quella sala, forse a caso, due spade. Mostrandole a Gesù, essi gli dicono: «Signore, ecco qui due spade!». E Gesù con infinita pazienza, forse con un mesto sorriso, risponde: «Basta (così)». Quante cose rimanevano velate sotto quel «Basta così!». Fino all’ultimo momento, né gli Apostoli smentivano la loro grossezza di mente nel comprendere, né Gesù abbreviava la sua longanimità di cuore nel tollerare.

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, vogliate gradire il nostro augurio di santo Natale 2019. Nell’odierno studio dei Vangeli l’Abate Ricciotti ci descrive gli ultimi colloqui di Gesù con gli Apostoli.
• § 550. Il solo san Giovanni riferisce questi colloqui, conforme alle sue predilezioni e quasi in compenso di non aver riferito l’istituzione dell’Eucaristia. Né letterariamente né concettualmente questi discorsi potranno mai esser classificati o riassunti. Essi sono un’eruzione impetuosa di sentimenti che non è contenuta né diretta da alcuna norma, ma solo viene giù come scaturisce da un vulcano di amore; e la lava incandescente s’avanza ora pianamente e ora a sbalzi, con progressi e con retroversioni, inonda monticelli e burroni, e travolgendo tutto trasforma ogni zona sommersa in un lago infiammato. L’amore per il Padre celeste: l’amore per i discepoli terrestri. Il Padre, a cui fra ore Gesù ritorna: i discepoli, da cui fra ore egli si allontana. Ma sebbene tanto sublimi, questi colloqui non astraggono dalla realtà umana e terrena, bensì in alcuni punti la seguono minutamente con l’intenzione appunto di farla diventare una realtà transumana e ultraterrena. La piena effusione d’amore era trattenuta ancora da un impedimento, la presenza di Giuda; ma quando costui uscì, Gesù disse: «Adesso fu glorificato il figlio dell’uomo, e Iddio fu glorificato in lui; se Iddio fu glorificato in lui, pure Iddio lo glorificherà in lui (stesso) e subito lo glorificherà. Figliolini, ancora un poco sono con voi. Mi cercherete, e come dissi ai Giudei “dove io vado voi non potete venire’” (§ 419), (così) pure a voi dico adesso. Un comandamento nuovo vi do che vi amiate gli uni gli altri; come (io) vi amai, (comando) che pure voi vi amiate gli uni gli altri. In ciò conosceranno tutti che siete miei discepoli, qualora abbiate amore gli uni agli altri». Con ciò Gesù ha consegnato la tessera di riconoscimento ai propri discepoli. Nell’antichità, sia giudaica sia greco-romana, le varie associazioni o religiose o culturali o d’altro genere avevano spesso una nota distintiva che contrassegnava la loro operosità e serviva quasi da tessera di riconoscimento ai propri membri: talvolta, anche, essi si servivano di un motto, di un aforisma, che rispecchiava in qualche modo quella nota distintiva. Qui, per Gesù, la nota distintiva che servirà da tessera di riconoscimento per i suoi seguaci dovrà essere, non la scienza della «tradizione» come per i Farisei, né la scienza dei numeri come per i Pitagorici, né altre scienze o altre pratiche come per altre associazioni, bensì la scienza e la pratica dell’amore. Perciò egli ha chiamato questo suo precetto un «comandamento nuovo», perché in realtà nessun fondatore di precedenti associazioni aveva pensato di assegnarlo e distribuirlo ai propri seguaci come tessera di riconoscimento. Se alla civiltà d’allora Roma aveva contribuito creando la Forza e il Diritto; se, anche prima, la Grecia aveva elargito all’umanità la Bellezza e la Sapienza; se, proprio in quell’epoca, le varie religioni orientali diffondevano nel mondo greco-romano correnti mistiche d’indole varia: nessuno ancora aveva importato come forza sociale l’amore, perché l’«amore», nel più ampio senso - ossia la carità - ancora non era stato “inventato”. E la novità di questo elemento allora importato fece grande impressione sui contemporanei. È noto il passo di Tertulliano che, descrivendo questa impressione, riferisce le esclamazioni dei pagani riguardo ai cristiani: «Guarda come si amano fra loro!» (Essi - pagani - infatti si odiano fra loro). «E come sono pronti a morir l’uno per l’altro!» (Essi - pagani -infatti sono anche più pronti ad ammazzarsi l’un altro). D’ora innanzi la futura società umana dovrà fare i conti con questa novità inventata e importata da Gesù, e il vero progresso umano sarà misurato in ragione di quanto la legge dell’«amore-carità» sarà realmente obbedita.
• § 551. Dopo un dialogo con Pietro e con Tommaso, Gesù continuò: «In verità, in verità vi dico, chi ha fede in me le opere che io faccio anch’egli farà, e maggiori di queste farà perché io vado al Padre; e ciò che chiediate in nome mio lo farò, affinché sia glorificato il Padre nel Figlio: se mi chiederete alcunché in mio nome io (lo) farò. Se mi amate, custodite i miei comandamenti [Ecco cosa significa amare: osservare i comandamenti, ndr.]. E io pregherò il Padre ed (egli) vi darà un altro difensore affinché sia insieme con voi in eterno, (cioè) lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede né conosce; voi (invece) lo conoscete, perché presso voi rimane ed in voi sarà. Non vi lascerò orfani: verrò a voi. Ancora un poco e il mondo non mi vede più; voi invece mi vedete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi conoscerete che io (sono) nel Padre mio, e voi in me, e io in voi. Chi ha i miei comandamenti e li custodisce, questi è colui che mi ama; colui poi che mi ama sarà amato dal Padre mio, ed io l’amerò e manifesterò me stesso a lui». All’udire tutto ciò i poveri Apostoli non potevano non sentirsi quasi del tutto smarriti, e dovevano brancolare fra quei concetti come in mezzo ad una nebbia luminosa. Una nuova domanda, fatta questa volta da Giuda (Taddeo), svia alquanto il discorso; poi Gesù riprende: «Pace lascio a voi, la pace mia do a voi: non come il mondo (la) dà, io (la) do a voi. Non si turbi il vostro cuore nè si sgomenti. Udiste che io vi dissi “vado, e (poi) vengo a voi”; se mi amaste, godreste che io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me. E adesso ve (l’)ho detto prima che avvenga, affinché quando sia avvenuto crediate. Non parlerò più con voi di molte cose, perché il principe del mondo sta per venire; e in me non ha nulla, bensì (ciò accade) affinché il mondo conosca che io amo il Padre e come il Padre mi comandò cosi faccio. Sorgete: partiamo di qua». È molto probabile che questo invito a partire dal cenacolo non fosse immediatamente eseguito, giacché la vera uscita dalla città è segnalata molto più tardi, a colloqui finiti (Giov., 18, 1); fu dunque quasi un generico ricordo che bisognava abbandonare quel luogo di calda intimità, quell’ultimo convegno di Gesù con i suoi diletti prima della morte. Ma, come suole avvenire in occasione di distacchi supremi, quel primo appello a partire fu seguito da un altro indugio amoroso in cui Gesù seguitò a parlare, provocato forse da questo o quello dei presenti: frattanto il prediletto dei discepoli attentissimamente raccoglieva le sue parole e se le imprimeva nella vigile memoria, per ripeterle più tardi come Evangelista spirituale (§§ 167 segg., 290).
• § 552. Immediatamente infatti dopo l’appello alla partenza, Gesù continua: «Io sono la vite vera, e il Padre mio è il viticultore... Io sono la vite, voi i tralci; chi rimane in me e io in lui, costui porta molto frutto, perché senza me non potete far niente. Se alcuno non rimanga in me sarà gettato fuori come il frascame e si disseccherà, e lo raccoglieranno in fasci e getteranno nel fuoco e brucerà; qualora (invece) rimaniate in me le mie parole rimangano in voi, domandate ciò che vogliate e sarà (dato) a voi. In ciò fu glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e siate miei discepoli. Come amò me il Padre, anch’io amai voi: rimanete nel mio amore. Qualora custodiate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho custodito i comandamenti del Padre mio e rimango nell’amore di lui. Di queste cose ho parlato con voi affinché il mio gaudio sia in voi e il gaudio vostro sia compiuto. Questo è il comandamento mio, che vi amiate gli uni gli altri come (io) vi amai: maggiore di questo nessuno ha un amore, che taluno la sua vita (ri)metta in pro dei suoi amici. Voi siete amici miei, qualora facciate ciò che io vi comando. Non vi dico più “servi”, perché il servo non sa che cosa fa il suo signore: vi ho detti invece “amici”, perché tutte le cose che udii dal Padre mio resi note a voi... Queste cose vi comando, che vi amiate gli uni gli altri. Se il mondo vi odia, conoscete che ha odiato me prima di voi. Se foste dal mondo, il mondo amerebbe la (sua) proprietà; perché invece non siete dal mondo bensì io vi trassi fuori dal mondo, per questo il mondo vi odia... Di queste cose ho parlato a voi affinché non vi scandatizziate. Vi renderanno privi di sinagoga (§ 430), anzi verrà un’ora in cui chiunque vi uccida creda di offrire culto a Iddio; e faranno tali cose perché non conobbero il Padre né me. Tuttavia vi ho parlato di queste cose, affinché quando venga la loro ora vi rammentiate di esse, che io ve (le) dissi; non vi dissi invece queste cose da principio, perché ero con voi. Ma adesso me ne vado a Colui che m’inviò...». Dopo altre interrogazioni degli Apostoli, Gesù chiude il colloquio dicendo: «Di queste cose vi ho parlato, affinché in me abbiate pace: nel mondo avete tribolazione. Tuttavia fatevi coraggio: io ho vinto il mondo». [Nota 1 alla pagina 676: Dove Gesù dice: «... se mi amaste, godreste che io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me ...», questa proposizione era il testo classico con cui gli antichi Ariani volevano dimostrare che il Figlio non era consustanziale al Padre. Ma è chiaro che qui Gesù si mette allo stesso livello umano degli uomini Apostoli, bisognosi di conforto, e quindi che parla ad essi da uomo e in quanto uomo. È l’antica spiegazione dei Padri].
• § 553. Dopo questi colloqui con gli Apostoli, l’Evangelista spirituale (san Giovanni, ndr.) soggiunse immediatamente quel colloquio di Gesù col Padre celeste ch’è designato comunemente dagli studiosi come la «preghiera sacerdotale» (Giov., 17, 1-26). In essa Gesù prega dapprima il Padre per se stesso, per esser da lui glorificato (17, 1-5); quindi per gli Apostoli, perché siano protetti nella loro futura missione (17, 6-19); infine per tutti coloro che crederanno in lui (17, 20-26). È la più lunga preghiera di Gesù riportata nei Vangeli; e con fine accortezza provvide san Giovanni a far sì che questo inestimabile tesoro, tralasciato dai Sinottici, non andasse perduto perché egli lo considerò giustamente come riepilogo di tutta l’operosità di Gesù, quasi ultimo fiore di fuoco sbocciato sul sommo vertice della sua vita. Più in su di quel fiore luminoso non c’è che il cielo del Padre: Tali cose parlò Gesù; ed elevati i suoi occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora. Glorifica il figlio tuo affinché il figlio glorifichi te, conforme gli desti potestà su ogni carne, affinché a tutti coloro che gli hai dati (egli) dia vita eterna. Ora, questa è la vita eterna, che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che inviasti, Gesù Cristo. Io ti glorificai sulla terra, avendo compiuto l’opera che mi hai data da fare; e adesso tu, Padre, glorifica me presso te stesso con la gloria che avevo, prima che il mondo fosse, presso di te. Manifestai il tuo nome agli uomini che mi desti dal mondo. Tuoi erano e a me li desti, e la tua parola hanno custodita. Adesso sanno che tutte quante le cose che mi hai date sono da te: poiché le parole che desti a me (io) ho date a loro, ed essi (le) ricevettero e conobbero veramente che da te uscii e credettero che tu m’inviasti. Io per essi prego: non per il mondo prego, ma per quelli che mi hai dati perché sono tuoi; e tutte le cose mie sono tue, e le tue (sono) mie e sono stato glorificato in esse. E (io) non sono più nel mondo - mentre essi sono nel mondo - e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel nome tuo che mi hai dato, affinché siano una sola cosa come noi. Quando ero con loro, io li custodivo nel nome tuo che mi hai dato, e feci guardia, e nessuno di essi perì se non il figlio della perdizione affinché s’adempisse la Scrittura. Ma adesso vengo a te, e queste cose parlo nel mondo affinché abbiano il gaudio mio compiuto in se stessi. Io ho dato a loro la tua parola, e il mondo li odiò perché (essi) non sono dal mondo come io non sono dal mondo. Non prego che (tu) li tolga dal mondo, bensì che li custodisca dal male: dal mondo non sono (essi), come io non sono dal mondo. Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come (tu) inviasti me nel mondo, anch’io inviai essi nel mondo; e per essi io santifico me stesso, affinché siano anch’essi santificati ne(lla) verità. Non prego però per questi soltanto, ma anche per quelli che credono in me mediante la loro parola, affinché tutti siano una sola cosa come tu Padre (sei) in me e io in te, affinché anche essi siano in noi, affinché il mondo creda che tu m’inviasti. Io pure la gloria che mi hai data ho data ad essi, affinché siano una sola cosa come noi (siamo) una sola cosa. Io in essi e tu in me, affinché siano consumati in uno, affinché conosca il mondo che tu inviasti me e amasti essi come amasti me. Padre, quei che mi hai dati voglio che dove sono io anch’essi siano come me, affinché vedano la gloria mia che mi hai data, perché mi amasti prima della creazione del mondo. Padre giusto, ancorché il mondo non ti conobbe, io invece ti conobbi, e costoro conobbero che tu m’inviasti; e resi noto ad essi il tuo nome e (lo) renderò noto, affinché l’amore col quale mi amasti sia in essi ed io in essi»..

Da Vita di Gesù Cristo, imprimatur 1940, Giuseppe Ricciotti (preghiamo l'Eterno riposo ...), 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Stimati Associati, gentili Lettori, se vi state domandando perché i nostri comunicati siano sempre densi di citazioni scelte e scarni di considerazioni personali, lo si deve al fatto che il settimanale SVRSVM CORDA tratta temi delicatissimi, i più delicati che esistano, dove potrebbe essere in giuoco l’anima delle persone, il bene più prezioso che tutti abbiamo; pertanto, non essendo noi all’altezza, altrimenti non sentiremmo neanche la necessità di formarci su SVRSVM CORDA ed altrove, lasciamo che sia SEMPRE e solo la Chiesa ad istruire. Poche considerazioni, così, ma tanti e tanti contenuti - di granito - che vengono dalla Bocca di Dio, dall’Oracolo del Signore, ovverosia dalla Chiesa cattolica. Scacciamo ogni istante la tentazione della setta protestantica del libero esame, che dalla mente perversa di Lutero, il quale, di dannata memoria, tutto voleva fare e solo secondo il proprio punto di vista, ci ha restituito molte mostruosità del pensiero e morbi sociali, fra cui il comunismo, il socialismo, il liberalismo e, abominevole più che mai, il rivoluzionarismo liberticida francese. Ciò premesso, veniamo al tema d’oggi: «Il buon costume e la diseducazione morale». Insegna Papa Leone XIII nella Immortale Dei del giorno 1 novembre 1885: «La sola vita virtuosa spiana la via al cielo, meta ultima dell’uomo; e perciò fallisce lo Stato a leggi prescritte dalla natura, ove tolto ogni freno all’errore e al male, lasci piena balia di travolgere le menti e di corrompere i cuori. Tener poi lontana dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’insegnamento, dalla famiglia, la Chiesa da Dio stesso fondata, è grande e funestissimo errore. Società virtuosa non può essere, tolto il fondamento della Religione; ed ormai, forse più di quello che bisogni, si sa da tutti a che si riduca e dove vada a parare quella morale che chiamano civile. Maestra verace di virtù e tutrice del buon costume è la Chiesa di Cristo; è essa che mantiene incolumi i principii donde derivano i doveri, e messi dinanzi i più efficaci motivi a vivere rettamente, non solo vieta le reazioni esterne, ma comanda altresì di frenare i movimenti dell’animo contrarii alla ragione, ancorché puramente interni» (cf. Civiltà Cattolica, anno Trigesimosesto, vol. XII, della serie Duodecima, p. XXV). Papa Pio XI nella Divina Illustri Magistri, del giorno 31 dicembre 1929, asserisce: «Massimamente pericoloso è quel naturalismo, che, ai nostri tempi, invade il campo dell’educazione in argomento delicatissimo quale è quello dell’onestà dei costumi. Assai diffuso è l’errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola, promuovono una cosidetta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso, con mezzi puramente naturali, quali una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente ed anche pubblicamente e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro quei pericoli». Ancora: «Costoro errano gravemente non volendo riconoscere la nativa fragilità della natura umana e la legge, di cui parla l’Apostolo, ripugnante alla legge della mente (San Paolo, ai Romani, VII, 23), e misconoscendo anche l’esperienza stessa dei fatti, onde consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell’ignoranza intellettuale quanto principalmente dell’inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia». Papa Leone XIII nella sua Rerum novarum, del giorno 15 maggio 1891, riflette: «La prosperità delle Nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dalla osservanza della Religione e della giustizia, dall’imposizione moderata e dall’equa distribuzione delle pubbliche gravezze, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell’agricoltura e da altre simili cose, le quali quanto maggiormente promosse, tanto più rendono felici i popoli».
A cura di CdP
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, auguriamo un santo 2020 a tutti voi. Vi ricordiamo, inoltre, che nella sezione riservata del sito è disponibile il Rendiconto economico annuale. Siete pregati di accedere con Login, di prenderne visione e - se lo ritenete opportuno - di approvarlo. Come già accennato precedentemente, per qualche tempo sospenderemo le abituali spiegazioni del Vangelo - dalla «Vita di Gesù Cristo» - a cura dell’Abate Ricciotti e dedicheremo le nostre attenzioni ad altre tematiche.
• Festa di amore. Epifania significa manifestazione. Gesù si manifesta ai pagani, ai Magi. Si era manifestato ai pastori, rappresentanti del popolo Ebreo; poi si è manifestato ai Magi, rappresentanti di tutta l’umanità pagana. È l’amore di Gesù Bambino che invade il mondo, per riempire di amore e di grazia le anime nostre. È la festa dell’amore di Gesù per tutti gli uomini. La Chiesa la celebra con grande solennità, e ci invita a baciare Gesù Bambino. Amiamo Gesù vero unico Dio.
• Festa di luce. Gesù, che si era fatto annunziare ai pastori per mezzo di un Angelo, si fa annunziare ai pagani per mezzo di una stella. Gesù chiama in vari modi. I Magi, uomini dotti e ricchi, erano venuti a conoscenza che il popolo ebreo era in attesa del gran Re; e sapevano che sarebbe stato annunziato da una stella speciale in cielo. Vista la stella, partirono con doni. La stella li guidava. Per trovare Gesù ci vuole una guida. Il Romano Pontefice ed il Magistero siano la nostra guida.
• Festa di incontri. I Magi, col loro seguito, s’incontrano con Gesù. La vita è piena d’incontri, dalla culla alla tomba... E, ogni incontro porta delle conseguenze... Che cosa è l’incontro dell’anima con Gesù?... Che videro, che sentirono, che dissero, che fecero, che provarono i Magi?... Nessuno potrebbe dirlo. Gesù riempì i Magi di celesti dolcezze, in proporzione della generosità da essi usata nell’affrontare i sacrifici del viaggio. Gesù si manifesta a noi, in proporzione della nostra generosità nel cammino della vocazione. Qual è lo spirito di sacrificio che accettiamo per dedicarci al nostro progresso spirituale ed intellettuale?
• Una stella. Sapevano i Magi, per antica tradizione, che il mondo avrebbe avuto un gran Re, inviato dal Cielo, e che sarebbe nato nella Giudea, allorché nel cielo sarebbe apparsa una stella speciale. Vista la stella, dunque, capirono, e Lo andarono a cercare. Non si erano sbagliati. Gesù era veramente nato, ma non sapevano il luogo preciso; perciò partirono, e cercarono notizie in Gerusalemme, presso la corte di Erode. Consideriamo la prontezza e diligenza dei Magi. È così che si cerca Gesù. Non facciamoci distrarre della mondanità.
• Una losca figura. Il re Erode si turba nel sentire la nascita di un altro Re nella Giudea; ma nasconde il suo turbamento, e prepara i suoi piani perversi, che avranno come risultato la strage degli Innocenti. L’ambizioso, l’ipocrita, il sanguinario resta sempre quel maligno che si è rivelato in tutta la sua vita passata. Egli non sa nulla della nascita di Gesù, che, tuttavia, non è molto lontano dalla sua reggia. Deve interrogare i dotti della sua corte per sapere cosa dicessero le profezie; poi, raccomanda ai Magi di fare ricerca del nuovo Re, e di ritornare da lui per informarlo. Chi vive in peccato resta nell’ignoranza di Dio, che è l’unico suo bene. Fuggiamo il peccato.
• Gesù Bambino. Partiti da Erode, usciti da Gerusalemme, i Magi rividero la stella. La seguirono. Ed essa si fermò in Betlemme, sul luogo preciso dove stava Gesù. I Magi, finalmente, dopo tante incertezze e fatiche, trovano Gesù. Che gioia!... Dalla culla del Figlio di Dio umanato, partì una grazia speciale, che trasformò il cuore di quei generosi viaggiatori. Per vedere Gesù, e ricevere i suoi doni, bisogna saper affrontare gli immancabili disagi delle faticose ricerche. Raccoglimento, preghiera, studio, ubbidienza, duro lavoro, doveri, ecco il faticoso cammino che ci condurrà a Gesù! Accettiamo di buon cuore tutto questo.
• Cosa cercano. I Magi cercavano un bambino, che sarebbe stato il Re dell’universo, quindi, anche il loro Re. Era doveroso, dunque, andarlo a trovare e fargli omaggio. E partirono, affrontando gravi disagi e recando doni. Che discorsi facevano per la via? Come si figuravano di trovare la culla del nato Re? La loro fantasia era in piena attività. Non sapevano pensare ad altro che al fasto e al lusso dei Re terreni, portandolo alle più alte proporzioni. Lavoro di tanta fantasia... Nulla corrisponderà alla realtà. Non viviamo di fantasia. Non abitiamo in un mondo di sogni e di fate. Impariamo ad essere riflessivi, prudenti, saggi. Non esponiamoci a fatali delusioni.
• In una povera casa, i Magi trovano Gesù Bambino con la Madre e San Giuseppe. La grazia li sostenne: altrimenti non avrebbero potuto crederlo. E si prostrarono. Ora è Gesù stesso che illumina, sostiene, riempie di fede e di amore i loro cuori. Nulla di questo era passato per la loro fantasia. I doni di Dio non si sanno immaginare. Sono superiori ad ogni nostro pensiero e desiderio.
• Il cuore dei Magi è trasformato. Quel santo Bambino, che aveva fatto sussultare di gioia Giovanni Battista, nel seno materno, che avrà operato nei Magi? Videro Dio : videro il paradiso: gustarono la felicità, che solo Dio possiede e può dare a quelli che lo amano. E, prostrati, Lo adorarono. Chi si avvicina al fuoco si riscalda. Chi si avvicina a Dio si divinizza. Stiamo vicini a Gesù, doniamoci a Lui ed Egli si darà a noi.
Ispirato agli scritti del Canonico Muscolo, da «Meditatio mea».
CdP
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Stimati Associati e gentili Sostenitori, è frequente imbattersi in avventori di ogni sorta - soprattutto modernisti infiltrati nella Chiesa - i quali definiscono l’Islam «religione di pace». Niente di più falso: lo insegnano la storia passata e recente, la Sunna e, non ultimo, il Corano.
Non ho molto spazio a disposizione, dunque mi limiterò solamente a fornire dei riferimenti: Corano, Sura 8, 12-17; 9, 111; 5, 33; 4,84; 61,4; 2,190; 2, 216; 2, 217; 4,77; 4,74; 4,76; 9,13-14; 9,36; 9,41; 9, 123; 47,4; 2, 191; 9, 5; 8, 65; 33, 61; 47, 4; 8, 60; 2, 193; 2, 194; 3, 169, eccetera. Per la corretta interpretazione rimando alle versioni commentate UCOII. (Vedere nota a fine pagina)
Purtroppo noi Cattolici paghiamo le conseguenze del fetido ecumenismo - indifferentismo deplorato dalla Chiesa (es. «Mortalium Animos», Pio XI) - celebrato da Montini, Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio e dai modernisti loro seguaci. Qui numerose condanne della Chiesa all'eresia chiamata «ecumenismo».
È davvero difficile, quindi, difendere la verità in un mondo, e soprattutto nelle chiese, oramai plagiato da cumuli di guide cieche che pretendono eguagliare tutte le religioni e piegare la Chiesa ai sollazzi ed ai pruriti del mondo. Ma non perdiamoci d’animo: abbiamo la Fede, la Grazia sacramentale ed il Magistero della Chiesa, tanto ci basta a perseverare.
I Maomettani, insegna il «Catechismo» (al n° 106, Papa San Pio X), non sono battezzati e non fanno parte della Chiesa. L’Islam non è una via di salvezza (ivi., n° 125), difatti per salvarsi è necessario credere nelle verità rivelate. I Maomettani in senso proprio sono infedeli, poiché non hanno ricevuto il Battesimo, sono privi cioé della virtù della Fede e non credono in Cristo Salvatore. Gli infedeli possono essere negativi (non hanno mai sentito parlare di Gesù) o positivi (conoscono Gesù ma lo rigettano). I primi, se vivono secondo la legge naturale e si sforzano di cercare Dio, possono essere uniti all’anima della Chiesa e salvarsi. I secondi assolutamente non si possono salvare.
I Maomettani sono infedeli anche perché ritengono Maometto superiore a Cristo.
Tra i Martiri armeni ricordiamo un bambino al quale i Maomettani tagliarono le mani poiché non voleva convertirsi all’Islam e dunque apostatare dal Cattolicesimo (P. Dragone, «Commento al Cat. S. Pio X», p. 302). Non contenti, gli esponenti della «religione di pace» gli dissero: «Se non ti decidi ti taglieremo anche la testa!». Il futuro Martire rispose: «Troncatemi pure anche la testa, ma io voglio morire cristiano, come sono vissuto».
Eppure i modernisti esibiscono per santo un baciatore di Corani (Wojtyla nel 1985 a Casablanca e nel 1999 in Vaticano). Wojtyla sosteneva anche le abnormi falsità: «Voi Mussulmani, nostri fratelli nella fede in un unico Dio» (Parigi, 31 maggio 1980); «Abramo è per noi uno stesso modello di fede in Dio (...). Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio» (Casablanca, 19 agosto 1985). Nulla di nuovo, si tratta difatti della miasmatica dottrina della «Nostra Aetate», promulgata da Montini e punto di riferimento anche di Ratzinger, di Bergoglio e di tutti i modernisti. Siete stupiti o scandalizzati? Mi permetto di consigliarvi i seguenti approfondimenti: - Appunti sulla questione del cosiddetto «Papa eretico»; - Catechismo sul Modernismo. Et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos ...
I Martiri sono gli eroi della Fede cristiana. I “concilianti” sono degli apostati. L’apostasia è un peccato gravissimo, separa dalla Chiesa e dalla Comunione dei Santi e priva della possibilità di salvezza. La Cresima è il Sacramento che dà la forza ai Martiri di confessare la Fede.
Maometto II voleva costringere un soldato prigioniero a rinnegare la Fede cristiana. Il soldato, scoprendosi il petto pieno di cicatrici, esclamò: «Come tradirò il Re del Cielo, io che ho sfidato mille morti per un re della terra?» (ivi., p. 403).
Dobbiamo ringraziare ogni giorno il Signore perché ci ha elargito il dono della Fede nel Battesimo, e pregare per la conversione di tutti gli infedeli. Coloro che non hanno mai avuto la Fede e quelli che l’hanno perduta, devono studiare diligentemente la Religione cattolica. Se si applicano a questo studio con animo scevro di passioni e libero da preconcetti, scoprono presto o tardi che la Religione cattolica è l’unica vera. Avendo imitato San Tommaso apostolo nell’infedeltà, dovrebbero anche seguirne l’esempio nel ritorno alla Fede in Cristo Risorto (Ivi., p. 160). Per il ritorno degli erranti e per la conversione degli infedeli, più delle parole e degli scritti polemici, giovano la preghiera, la penitenza ed il buon esempio (ivi., p. 163).
Il dotto San Giovanni Bosco - al quale Dio salvò la vita da vari attentati orditi dagli eretici Valdesi - nella sua preziosa «Storia Ecclesiastica» scrive: «Il famoso impostore Maometto (...) vagando in cerca di fortuna, fu fatto agente di una vedova mercantessa di Damasco che poscia lo sposò. Siccome pativa epilessia, egli seppe servirsi di questa sua infermità a provare la religione da sé inventata, affermando quelle frequenti cadute essere altrettanti rapimenti in cui esso teneva colloquii coll’Arcangelo Gabriele. La religione che Maometto predicava è un miscuglio di paganesimo, di giudaismo e di cristianesimo. (...) Vantandosi superiore al divin Salvatore, venne tosto eccitato a far miracoli al pari di lui. Ma egli rispondeva di essere suscitato da Dio non a fare miracoli, sibbene a ristabilire la vera religione colla forza. Scrisse la sua credenza in lingua araba in un libro, cui diede nome Corano, nel quale si vanta di avere operato un miracolo, per altro molto ridicolo. Narra che essendo caduto un pezzo della luna nella sua manica si gloriava di averla saputo racconciare; il perché i Maomettani presero per insegna la mezzaluna. Conosciuto per uomo perturbatore, i suoi cittadini volevano ucciderlo. Ma Maometto pigliò la fuga, e ritirossi a Medina con alcuni avventurieri che l’aiutarono ad impadronirsi di quella città. Il suo Corano è pieno di contraddizioni, assurdità, e ripetizioni. Non sapendo scrivere Maometto fu aiutato da un ebreo e da un monaco apostata persiano, di nome Sergio. Il Maomettismo favorendo il libertinaggio ebbe tosto molti seguaci, ed in breve il suo autore potè colle parole, ma specialmente colle armi dilatarla quasi per tutto l’Oriente» (Epoca terza. Capo I, Maometto).
Qui potete trovare il vero Discorso di San Francesco davanti al Sultano Al-Malik al-Kāmil. Qui potete trovare la Breve storia dell'Islam raccontata dal Dottore della Chiesa Sant'Alfonso.
Et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos ...
CdP
– «E quando il tuo Signore ispirò agli angeli: “Invero sono con voi: rafforzate coloro che credono. Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi! E ciò avvenne perché si erano separati da Allah e dal Suo Messaggero”. Allah è severo nel castigo con chi si separa da Lui e dal Suo Messaggero! Assaggiate questo! I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! 0 voi che credete, quando incontrerete i miscredenti in ordine di battaglia non volgete loro le spalle. Chi in quel giorno volgerà loro le spalle – eccetto il caso di stratagemma per [meglio] combattere o per raggiungere un altro gruppo – incorrerà nella collera di Allah e il suo rifugio sarà l’inferno. Qual triste rifugio! Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8, 12-17);
– «Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni [dando] in cambio il Giardino, [poiché] combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi. Promessa autentica per Lui vincolante, presente nella Torâh, nel Vangelo e nel Corano. Chi, più di Allah, rispetta i patti? Rallegratevi del baratto che avete fatto. Questo è il successo più grande» (Sura 9, 111);
– «La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso» (Sura 5, 33);
– «Combatti dunque per la causa di Allah – sei responsabile solo di te stesso – e incoraggia i credenti. Forse Allah fermerà l’acrimonia dei miscredenti. Allah è più temibile nella Sua acrimonia, è più temibile nel Suo castigo» (Sura 4,84). «Combatti», arabo «katel», radice della parola «uccidere, assassinare, trucidare »;
– «In verità Allah ama coloro che combattono per la Sua causa in ranghi serrati come fossero un solido edificio» (Sura 61,4);
– «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono» (Sura 2,190);
– «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa, che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete» (2, 216);
– «Ti chiedono del combattimento nel mese sacro. Dì: “Combattere in questo tempo è un grande peccato, ma più grave è frapporre ostacoli sul sentiero di Allah e distogliere da Lui e dalla Santa Moschea. Ma, di fronte ad Allah, peggio ancora è scacciarne gli abitanti. La sovversione è peggiore dell’omicidio» (Sura 2, 217);
– «Non hai visto coloro ai quali fu detto: “Cessate il combattimento, eseguite la preghiera e pagate la decima”? Quando fu loro ordinato di combattere, ecco che una parte di loro temendo gli uomini quanto temono Allah o ancor di più, dissero: “0 Signor nostro, perché ci hai ordinato il combattimento? Se potessi rinviarci il termine!” Di’ loro: “Il godimento di questo mondo ha poco valore, mentre l’Altra vita è migliore per chi è timorato [di Allah], Lì non subirete la minima ingiustizia”» (Sura 4,77);
– «Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa» (Sura 4,74);
– «Coloro che credono combattono per la causa di Allah, mentre i miscredenti combattono per la causa degli idoli. Combattete gli alleati di Satana. Deboli sono le astuzie di Satana» (Sura 4,76);
– «Non combatterete contro gente che ha violato i giuramenti e cercato di scacciare il Messaggero? Sono loro che vi hanno attaccato per primi. Li temerete? Allah ha ben più diritto di essere temuto, se siete credenti. Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti». (Sura 9,13-14);
«Presso Allah il computo dei mesi è di dodici mesi [lunari] nel Suo Libro, sin dal giorno in cui creò i cieli e la terra. Quattro di loro sono sacri. Questa è la religione retta. In questi mesi non opprimete voi stessi, ma combattete tutti assieme i politeisti, come essi vi combattono tutti assieme. Sappiate che Allah è con coloro che [Lo] temono» (Sura 9,36);
– «Leggeri o pesanti, lanciatevi nella missione e lottate con i vostri beni e le vostre vite. Questo è meglio per voi, se lo sapeste!» (Sura 9,41);
– «0 voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con i timorati». (Sura 9, 123);
– «Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è [l’ordine di Allah], Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah» (Sura 47,4);
– «Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti» (Sura 2, 191);
– «Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso» (Sura 9, 5). Di questa “decima” e del suo significato ve ne ho già parlato in passato;
– «Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti» (Sura 8, 65);
– «[Gli ipocriti e i miscredenti] Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte» (Sura 33, 61);
– «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (Sura 47, 4);
– «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati, per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati» (Sura 8, 60);
– «Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che prevaricano» (Sura 2, 193);
– «Mese sacro per mese sacro e per ogni cosa proibita un contrappasso. Aggredite coloro che vi aggrediscono. Temete Allah e sappiate che Allah è con coloro che Lo temono» (Sura 2, 194);
– «E non chiamare morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Dio, anzi, vivi sono, nutriti di Grazia presso il Signore!» (Sura 3, 169).
E così via.
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• Veniamo ora agli argomenti del giorno - brevi pillole. L’intelligenza, moto dell’anima, è necessaria. Il Sacerdote, per esempio, è destinato a maestro di tutte le anime che si troveranno attorno a lui. Egli dovrà essere un dotto, da poter stare alla pari con tutte le persone colte del suo ambiente, in fatto di cultura generale; mentre, in cultura sacra deve essere uno specialista. «Ora, se tu non avessi sufficiente intelligenza, come potresti assimilare la cultura necessaria?», dice il Canonico Muscolo al seminarista. Il Sacerdote deve essere, come disse Gesù, luce del mondo e sale della terra, cioè maestro di verità e di santità. L’intelligenza è assolutamente necessaria. Essa è un dono di Dio che dobbiamo chiedere con Fede. Il santo Curato d’Ars era deficiente in fatto d’intelligenza; pure, egli ne ottenne tanta, per mezzo della Madonna, quanto bastò a compiere il suo dovere ed a fare un grandissimo bene.
• Quanta ne occorre. Certo, non si pretende che tutti abbiano cinque talenti. Chi li ha è fortunato. Ma Dio, ad alcuni ne dà cinque, ad altri due, e ad altri uno appena. Si richiede almeno una intelligenza mediocre. Chi brilla per intelligenza andrà avanti con facilità; e chi non brilla potrà andare avanti raddoppiando la buona volontà: altro moto dell’anima. Ma c’è in funzione la grazia speciale del Signore, per chi è umile e diligente. Piccole intelligenze han fatto tanto bene con l’aiuto di Dio; e certe grandi intelligenze han fatto niente di bene a causa del loro orgoglio. Da qui la necessità di essere umili e di sforzarci di lavorare.
• Come usarla. L’intelligenza nessuno se la dà, ma la riceve dalla natura: da Dio. Insuperbirsene è stoltezza. Riconoscere il dono, ringraziarne il Donatore, fargli omaggio di essa: questa è giustizia, è saggezza. La nostra intelligenza deve servirci a meglio amare e servire Dio; e il prossimo per amore di Lui, che ne è il Creatore e Padre comune. L’intelligenza, dunque, non è in servizio del nostro orgoglio, del nostro arricchimento materiale, ma del nostro progresso nel bene, in armonia con la nostra dignità di figli di Dio. Dio è contento di come stiamo usando la nostra intelligenza? Riflettiamo e preghiamo...
• La libertà è un gran dono di Dio. Ognuno ha il dono della libertà. Quindi, noi abbiamo la capacità di fare o non fare una cosa: di stare attenti alla Meditazione o di non starci, abbiamo la capacità di fare una cosa invece di un’altra: di stare seduti o in ginocchio alla Preghiera. Cioè, noi abbiamo la capacità di fare il bene ed il male; il dovere o il suo contrario. Possiamo fare il male? Abbiamo la capacità terribile di poterlo fare; ma non abbiamo alcun diritto di farlo; perché, il capo di casa, Dio, proibisce di fare il male, essendo esso cosa indegna della Sua sapienza e bontà. Dio ci ha dato la libertà affinché possiamo liberamente amarlo e meritare altri doni da Lui; non perché facessimo il male, e lo provocassimo a castigarci. Dobbiamo liberamente fare quello che è giusto e santo; perché, solo ciò vuole da noi il Signore. Pensiamo spesso a questa verità...
• Gran pericolo. Se il mondo è pieno di guai, e l’Inferno è popolato di dannati, ciò si deve all’uso della libertà in senso contrario a quello voluto dal Creatore. Se non studiamo, se non lavoriamo, non siamo noi che ci determiniamo liberamente? Eppure, la volontà di Dio è che noi studiamo, lavoriamo e facciamo sempre il nostro dovere. Intanto abbiamo l’arma pericolosa della libertà, per cui possiamo determinarci al bene oppure al male. Se ci riesce faticoso il dovere, ciò è effetto della ferita infertaci dal peccato originale. Tuttavia sappiamo che c’è la grazia di Gesù, a superare le difficoltà. Chiediamo a Dio la grazia utile a fare sempre bene i doveri del nostro stato...
• Libertà e grazia. Molti vivono santamente; molti arrivano fino a salire la gloria degli altari. Tutto questo avviene, perché ognuno si decide per il bene, mentre avrebbe la capacità di decidersi per il male. Determinarsi per il bene è difficile, ma possibile. Dice Sant’Agostino che: «Chi prega bene, vive anche bene». E già; perché, chi è convinto della sua debolezza e prega, si assicura l’aiuto della grazia di Dio. Con essa, l’intelligenza vede con chiarezza la via giusta da seguire; e la volontà è allettata a determinarsi verso di essa. Da soli non valiamo niente; con la grazia possiamo tutto ciò che è bene per la nostra anima. Traiamo le conclusioni...
Pensieri scelti da «Meditatio mea» del Canonico Raffaele Muscolo. Commento CdP.
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La conversione - insegna Cornelio Alapide (N.B. userò i suoi preziosi «Tesori» per redigere tutto l’editoriale) - è opera della grazia e bontà di Dio. «Il Signore mi ha liberato da ogni opera cattiva, diceva San Paolo, mi salverà e mi condurrà nel suo celeste regno: gloria sia a Lui in tutti i secoli dei secoli». Adamo, Davide, Maddalena, Paolo, Agostino, ecc.., e tutti i peccatori che si sono convertiti e si convertono, lo fanno solo per grazia e misericordia di Dio... «Dio, scrive San Paolo, per sua volontà opera in noi il volere ed il fare». Uno può ben perdersi senza Dio; ma non si ritorna alla vita, non si viene a conversione senza l’aiuto di Dio. «Il Signore ha inviato dal cielo la sua grazia e mi ha liberato, coprendo di obbrobrio i miei calpestatori», dice il Salmista. Ed ancora: «Non a noi, o Signore, è da attribuire la nostra conversione, ma a voi solo se ne deve la gloria». E per mezzo di Ezechiele Dio medesimo dice: «Io toglierò loro il cuore di pietra e ne sostituirò uno di carne, affinché camminino per la strada dei miei precetti, osservino le mie sentenze, siano mio popolo, ed io sia loro Dio».
Osservate, dice Sant’Agostino, le bestie selvagge ed anche gli animali domestici, sui quali l’uomo signoreggia: «Né il cavallo, né il leone si domano da se stessi; così è dell’uomo. Per domare il leone ed il cavallo ci vuole l’uomo, per domare l’uomo ci vuole Dio; e l’uomo non si doma già con la natura, ma con la grazia». Dio desidera grandemente la conversione del peccatore: «Io voglio la misericordia e non il sacrifizio, disse Gesù Cristo; perché non sono venuto quaggiù a chiamare i giusti,. ma i peccatori». «Ecco che sto all’uscio e busso, dice Iddio nell’Apocalisse; chi dà orecchio alla mia voce e mi apre il cuore, mi avrà in sua casa, alla sua tavola, ed egli si assiderà alla mia».
Leggiamo nell’Ecclesiastico che il Signore è paziente coi peccatori e spande su loro la sua misericordia; Egli vede la presunzione e la malizia del loro cuore, conosce lo sregolamento e la corruzione del loro spirito; perciò versa su di loro tutta la sua misericordia. La misericordia di Dio si estende ad ogni persona; prova compassione di chiunque riceve l’insegnamento della sua misericordia ed è pronto a riconoscere le sue sentenze. «Dio, scrive Sant’Agostino, comincia ad operare per il primo in noi, facendo sì che vogliamo; e coopera con noi, allorché vogliamo, compiendo». Scrive San Gregorio: «Quel Dio che ributta il peccatore, accoglie il penitente, chiama a sé i suoi nemici, concede il perdono ai convertiti, anima gli indolenti, consola gli afflitti, istruisce gli avidi, soccorre ai combattenti, rafforza i travagliati, esaudisce i supplicanti». «Noi eravamo un tempo, dice San Paolo, insensati, increduli, ingannati»; per la conversione, siamo divenuti saggi, credenti, illuminati. Il peccatore che amando la terra era terra, volgendosi al cielo per la conversione, diventa paradiso, scrive San Girolamo.
Nel cuore del peccatore convertito può dirsi che Dio ha spuntato la spada, ha spezzato la corazza, ha rotto l’arco di Satana: afferma il Salmista. Saulo sbuffa minacce e anela strage; Gesù Cristo gli dice: «Perché mi perseguiti, o Saulo?»; ed egli rapidamente: «Che volete, o Signore, ch’io faccia?». « Già è pronto ad obbedire, osserva Sant’Agostino, quegli che fremeva di rabbia e ardeva della voglia di perseguitare; già il manigoldo si converte in difensore; il lupo diventa agnello: l’avversario si fa intrepido avvocato». A imitazione di Satana, Saulo altro non cercava che la morte e l’uccisione dei fedeli; cambiato in Paolo, diventa un modello di tutte le virtù e niente più gli sta a cuore che la gloria di Dio e la salute delle anime: «Cristo è la mia vita ed il morire è per me un guadagno». Dice ancora San Paolo: «Io vivo, non più io, ma è Gesù Cristo che vive in me».
«L’Agnello morto per le sue pecore, dice Sant’Agostino, cambia in agnello Paolo ch’era un lupo. E chi si adoperava a tutto potere per cancellare il nome di Gesù, deve ora soffrire per mantenere l’onore di questo nome; o misericordioso castigo!». Paolo è atterrato e convertito; recupera ben presto la vista ed è pieno di forza; predica Gesù Cristo... «Non si vergogna del suo cambiamento, nota il Crisostomo, non esita a rinunziare a ciò che prima formava la sua gloria».
La conversione dei popoli pagani, si guardi sotto qualunque aspetto, è uno dei più stupendi miracoli. Il Venerabile Beda, spiegando il settimo capo del Vangelo di San Luca, ove si racconta come Gesù cacciò un demonio dal corpo d’un muto, così scrive: «Tre miracoli avvennero in quest’uomo: era cieco e vide; muto e parlò; ossesso e fu liberato. Questi tre miracoli avvengono ogni giorno nella conversione dei peccatori: il demonio è scacciato, essi ricevono la luce della fede e la loro bocca, già muta, si apre per lodare Iddio». Più insigne miracolo è, dice San Gregorio, convertire un peccatore con l’insegnamento e con la preghiera, che risuscitare un morto: poiché il morto non pone ostacoli alla sua risurrezione, mentre il peccatore indurito oppone agli sforzi dell’apostolo la sua volontà perversa. «La conversione dell’empio, dice Sant’Agostino, è opera più grande, più difficile, più divina che la creazione medesima dell’universo».
Chi non ammirerà, dice Cassiano, l’opera miracolosa di Dio nella conversione dei peccatori e non esclamerà: «Io seppi che Dio è grande allorché lo vidi fare di un avaro un prodigo, di un voluttuoso un casto, di un orgoglioso un umile, di un essere debole e fragile un uomo mortificato e un soldato imperterrito, di un amico degli agi e dell’opulenza, un penitente che digiuna e si priva di tutto per alleviare il povero. Ecco le opere, certamente, più ammirabili di Dio; ecco i più grandi prodigi ch’Egli abbia fatto su la terra». «Chi di voi, diceva Gesù Cristo, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove e si mette in cerca della smarrita finché l’abbia raggiunta? E trovatala se la leva in collo e la porta tutto giulivo al chiuso, e quivi raccolti gli amici e i vicini, dice: “Rallegratevi con me perché ho trovato la pecorella che si era perduta. Ora, io vi do la mia parola che si farà maggior festa in cielo per un solo peccatore che viene a conversione, che non per novantanove giusti, i quali di penitenza non bisognano”».
Questo avviene allorquando un peccatore si converte: Dio si rallegra, gli angeli fanno festa, il cielo esulta, la Chiesa, tenera madre, versa lacrime di consolazione; a somiglianza del padre del figliuol prodigo, essa accoglie questo figlio traviato, l’abbraccia, se lo stringe al petto, lo sveste dei cenci, gli indossa splendide vesti, imbandisce un lauto convito, e grida: «Il figliuol mio era morto ed è risuscitato; io l’avevo perduto e l’ho ritrovato». Peccando e danneggiando se stesso e la società, l’uomo contrista la Chiesa; convertendosi, colma di consolazione il cuore di questa tenera madre, come il ritorno del figliuol prodigo allietò il cuore del padre. Il peccatore riconciliato con Dio può ripetere con San Paolo: «Né occhio vide, né orecchio udì, né mente d’uomo ha immaginato quello che Dio riserva a coloro che l’amano». Il mondo corrotto, i peccatori induriti non ne capiscono un solo iota di queste ineffabili consolazioni. «Essi, da quegli animali che sono, non assaporano, dice San Paolo, fuorché le animalesche, essendo chiusi a quelle di Dio».
Il padre celeste, dice Gesù Cristo, nasconde queste meraviglie ai peccatori superbi che non vogliono convertirsi, ma le manifesta ai peccatori che si umiliano e domandano grazia. Un peccatore che ricusa di convertirsi è, al dire dell’Apostolo Paolo, senza Dio, senza Gesù Cristo; colui, al contrario, che desidera ed ama la propria conversione, è in Gesù Cristo; stava lontano da Dio e gli si avvicina per il sangue del Salvatore. Dei primi fedeli si dice negli Atti Apostolici, che «una grande grazia era in tutti loro». Non abbiamo noi forse le medesime grazie per convertirci? Le grazie non ci mancano, siamo noi che manchiamo alla grazia. Noi abbiamo la Dottrina, la Parola di Dio, la sua Legge, le sue inspirazioni, i Sacramenti, i rimorsi, ecc. Non restiamo né ciechi, né sordi, né muti, e convertiamoci ... Imitiamo i Tessalonicesi i quali avevano così bene approfittato delle grazie recate loro da San Paolo, che questi potè loro scrivere: «Sapete voi medesimi come il nostro arrivo in mezzo a voi non è stato vuoto di frutto».
«La grazia di Dio Salvatore nostro, scriveva il grande Apostolo a Tito, si è rivelata a tutti gli uomini, per insegnarci a rinunziare all’empietà ed alle voglie del secolo e a vivere nel mondo con temperanza, pietà e giustizia». Non bisogna procrastinare la conversione: «Se oggi vi si fa sentire la voce del Signore, non indurite i vostri cuori», scrive il Salmista. Così fece il prodigo il quale non appena ebbe detto: «Io m’alzerò e me n’andrò al padre», sull’istante si mosse e si pose in viaggio. «Noi sappiamo, scriveva San Paolo ai Romani, che il tempo incalza e che è giunta l’ora di destarci dal sonno». Bisogna imitare Davide, il quale così diceva: «Io l’ho detto: ed ora comincio la mia conversione, io ritorno al mio Dio senza indugio; questo cambiamento è, in verità, l’opera della mano di Dio». Commenta ancora Cornelio Alapide: «Peccatori, voi fuggite Dio che vi chiama, che vuole il ritorno a Lui; ebbene voi non fuggirete a Dio vendicatore che vi giudicherà e condannerà». «Peccatori, dice l’Ecclesiastico, vi prenda compassione dell’anima vostra, rendendovi accetti a Dio per mezzo d’una pronta e sincera conversione».
Chi vuol fare l’elemosina, dice Sant’Agostino, cominci da se medesimo. Dio, nella sua bontà infinita, non solo ci consiglia, ma ci scongiura di uscire dal triste stato del peccato mortale. Dice Isaia: «Cercate il Signore mentre si può trovare; invocatelo finché l’avete vicino». Ed ancora: «Lasci l’empio la sua strada e l’iniquo i perversi suoi disegni; ritornino al Signore ed egli ne avrà compassione; ritornino al loro Dio che è ricco in misericordia». Il durare nel peccato è cosa deplorevole. Per convertirsi bisogna rinunziare al peccato e distaccarsene. La morte ci separa da tutto: ora la conversione che è la morte del peccato, ci deve separare dal peccato: «Gettiamo da noi le opere delle tenebre e impugniamo le armi della luce. Vestitevi del nostro Signore Gesù Cristo e non cercate di secondare i desideri della carne», scrive San Paolo ai Romani.
Tre cose richiede il Signore perché una conversione sia vera e perfetta: 1° che si rimuova il peccato, cioè se ne allontani lo spirito e si prenda la risoluzione di non più peccare; 2° si regolino le mani per fare buone azioni; 3° si purifichi il cuore da ogni iniquità per mezzo della contrizione e della confessione. Insomma, in noi ogni cosa sia nuova: i cuori, le parole, le opere. Dice San Girolamo: «La concupiscenza e i delitti devono scomparire alla loro volta in faccia alla continenza e all’innocenza, di maniera che queste virtù annientino i vizi loro contrari». Conclude il Salmista: «Spezziamo le catene del peccato e gettiamo da noi il giogo di Satana».
Sentenze da «I Tesori di Cornelio Alapide».
CdP
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Oggi abbiamo pochissimo spazio per l’editoriale, ci rifaremo. «Chi cerca di arricchire non bada a nessun’altra cosa», dice l’Ecclesiastico. Il forziere d’un avaro è la tomba dove giace la vita degl’indigenti. Udite che cosa ci dice Sant’Agostino: «Voi avete lucrato, ma per ciò fare avete offeso Dio: avete acquistato dell’oro e perduta la fede». L’avaro è un idolatra: «Io sono divenuto ricco, mi sono acquistato un idolo» (Osea XII, 8), diceva Efraim, e così ripete l’avaro. E qual è questo suo idolo? Uditelo dal medesimo profeta Osea: «Del loro oro e del loro argento si fecero degli idoli che li condurranno a perdizione». Gli avari amano e adorano le ricchezze, perché ogni loro pensiero ed azione volgono al fine di procacciarsene e di conservarle; ad esse consacrano il corpo, il cuore, l’anima, le sollecitudini, le fatiche, i sudori, i sonni, le veglie, la vita. Obbediscono interamente e ciecamente alla loro passione, e pongono in essa ogni felicità e l’ultimo fine. Per lei trascurano il culto di Dio, ne violano i precetti, ne negano la provvidenza...
Sentenze da «I Tesori di Cornelio Alapide».
CdP
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La parola avaro significa avido di oro, dice Sant’Isidoro; «ed è avaro, soggiunge Sant’Agostino, non solamente chi ama il danaro, ma chiunque brama troppo ardentemente qualsiasi altro oggetto. Chiunque desidera oltre quello che gli bisogna, è avaro».
L’avarizia è una follia; «Non ammassate ricchezze su la terra, dice Gesù Cristo in San Matteo, dove o la ruggine le consuma, o i vermi le rodono, o i ladri le scovano e involano». Notiamo queste tre maniere di distruzione, riflette Cornelio Alapide: la tignuola che rode gli abiti, la ruggine che consuma il ferro, i ladri che rubano l’oro e l’argento; e da ciò rileviamo che per tre motivi Gesù Cristo cerca di distogliere l’uomo dall’amore disordinato delle ricchezze! Innanzitutto perché svaniscono e si corrompono; in secondo luogo perché abbagliano la mente; in terzo luogo perché esse s’impadroniscono di tutta l’anima, e le impediscono di servire a Dio.
Vi fu un uomo ricchissimo, diceva Gesù Cristo, al quale i possedimenti avevano reso così bene e abbondantemente, che di ogni raccolto aveva grande abbondanza. Ora costui andava una notte tra sé ragionando e dicendo: «Che farò di tanti beni? Oh, ecco quello che farò: distruggerò i vecchi granai e ne farò dei nuovi e più ampi, e quivi ammasserò tutti i miei raccolti, e dirò all’anima mia: ora tu hai moltissimi beni per molti anni; riposati dunque lietamente, e bevi, e mangia, e sta allegramente». Ma in quel momento una voce terribile gli disse: «Pazzo che tu sei, questa notte medesima ti sarà richiesta l’anima, e i beni che hai a tanto studio apparecchiati e cumulati di chi saranno?». Tal sorte avrà colui che, avaro, pensa solo ad avere e non è ricco nel Signore.
Gesù, ci dice il Padre Dragone, perfeziona i Comandamenti comandando anche l’elemosina, la castità (secondo il proprio stato) e l’obbedienza, che conducono a una buona vita. Conviene occupare i giorni di festa a bene dell’anima, dice San Pio X, anche compiendo qualche opera buona: specialmente qualcuna delle opere di misericordia spirituale o corporale, come istruire i fanciulli aiutando a fare il Catechismo, aiutare i poveri con qualche elemosina, visitare gli ammalati e i carcerati. Qualche elemosina, ripete il Dragone, serve a scontare specialmente i peccati di avarizia.
Il quarto Precetto ci ordina - insegna San Pio X - di fare le offerte per il conveniente esercizio del Culto e per l’onesto sostentamento dei ministri di Dio. Il patriarca Abramo pagò la decima parte del valore di tutto quello che possedeva a Melchisedech, Sacerdote dell’Altissimo, che aveva offerto pane e vino in sacrificio, prefigurando il Sacrificio del Nuovo Testamento, e aveva benedetto Abramo in nome di Dio (Gen., 14, 18-20). Gesù, levando poi gli occhi, osservò i ricchi che gettavano le loro offerte nella cassetta del tempio, e vide anche una povera vedova gettarvi due oboli. Allora disse: «Vi dico in verità che questa vedova povera ha messo più che non tutti gli altri, perché tutti costoro hanno messo nelle offerte a Dio di quello che loro sopravanzava; essa invece nella sua miseria ha messo quanto aveva per sostentarsi» (Lc., 21, 1-4).
Se si osserva l’anima dell’avaro, si troverà somigliante ad un abito roso dalla tignuola: si vedrà foracchiata da ogni parte, incancrenita dal peccato e coperta della ruggine del male - ci dice Cornelio Alapide. È troppo vera la parola di San Paolo a Timoteo: «Quelli che vogliono arricchire, cadono nella tentazione e nel laccio del diavolo e in molti inutili e nocivi desideri i quali sommergono gli uomini nella morte e nella perdizione. Poiché radice di tutti i mali è la cupidigia: per amore della quale alcuni hanno deviato dalla fede, e si trovano in molti dispiaceri».
Fuggite l’avarizia, dice San Prospero; se bramate disordinatamente le ricchezze, v’impiglierete in mille difficoltà per trovarle, vi addosserete lavori e fastidi per procacciarvele, cure e attenzioni per custodirle, infine proverete amarezze per goderle e dolori nel perderle. «O uomo, soggiunge Sant’Agostino, che sei tormentato dall’avarizia, quanto non ti costa cara la tua passione! Dio si ama senza fatica. L’avarizia impone travagli, pericoli, tristezze, tribolazioni e tu a tutto ti sobbarchi! E a qual fine? Per riempire i tuoi forzieri e perdere la tranquillità. Tu godevi ben altra pace prima che possedessi, che non ora che hai cominciato ad ammucchiare. Vedi a che cosa l’avarizia ti ha sospinto. Hai arricchito la casa e stai in timore dei ladri; hai acquistato l’oro e perduto il sonno».
L’avarizia, secondo la graziosa similitudine di San Bernardo, è trascinata su di un carro a quattro ruote che sono quattro vizi: la pusillanimità, l’inumanità, il disprezzo di Dio, la dimenticanza della morte». Gesù Cristo dà alle ricchezze il nome di spine. E infatti, spiega il Crisostomo, date uno sguardo un poco addentro alla coscienza dell’avaro, e ci vedrete un gran numero di peccati, un timore continuo, l’ansia, l’affanno, il sospetto, e cento sorta di spaventi.
«L’avarizia, dice Sant’Ambrogio, è invidiosa di tutti, vile a se stessa, povera in mezzo alle ricchezze». I giorni dell’avaro passano nelle tenebre, nei pianti, nella collera, nella stanchezza e nel furore. Non lo contenta né il tempo sereno, né il nuvoloso; il suo parlare è un continuo lagnarsi dei suoi scarsi profitti. Non c’è, a sentirlo, casa più sventurata della sua.
Sentenze da «I Tesori di Cornelio Alapide».
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• La vocazione viene da Dio. Vi è una doppia vocazione ed elezione; l’una per la fede e la grazia, l’altra per la felicità e la gloria; l’una per vivere di Dio e per Iddio quaggiù, l’altra per godere Dio in cielo. La vocazione è la conseguenza dell’elezione. Dio elegge, poi chiama. «Dio ci previene per chiamarci, scrive Sant’Agostino, ci segue per glorificarci». Vi è inoltre una vocazione speciale per la perfezione e per il ministero evangelico. Da Dio fu chiamato Abramo e costituito padre del popolo del Signore, affinché dalla sua stirpe nascesse il Messia (Gesù Cristo). Dio sceglie e chiama Mosè perché sia il capo del suo popolo e lo liberi dalla schiavitù d’Egitto. Dio elegge e manda i profeti. Dio sceglie i sacerdoti, i religiosi, le vergini. Dio dà a ciascuno la propria vocazione. Narra San Luca, che Gesù Cristo «chiamati a sé i discepoli, ne scelse dodici fra di loro, i quali chiamò Apostoli», ed ai quali poi diceva: «Non voi avete eletto me, ma io ho scelto voi, e vi ho dato per missione di andare e portare frutti». San Paolo in Galati dice di se stesso, che Dio lo aveva separato e riservato a sé fin dal seno di sua madre, e lo aveva chiamato per sua grazia.
• Dio ci chiama in due modi: 1° esteriormente, per mezzo degli esempi, delle prediche, delle letture, delle croci...; 2° interiormente, per mezzo della grazia preveniente..., eccitante... Per qual fine Dio ci chiami, ce lo insegna San Paolo dove scrive ai Tessalonicesi: Dio vi ha scelto dal principio per la salute nella santificazione dello Spirito e nella fede della verità; alla quale salute vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, affinché acquistiate la gloria del nostro Signore Gesù Cristo. Ce lo accenna il divin Maestro nelle citate parole dette agli Apostoli: «Io vi ho scelto e costituiti a questo fine che andiate, e portiate frutto, e il frutto vostro rimanga». «Iddio ci ha scelti per sua eredità e per luogo di suo domicilio», dice il re Profeta. «Il Signore vi ha scelti, annunzia Mosè agli Ebrei (oggi la Chiesa Cattolica), affinché siate suo popolo tra tutti i popoli che sono su la terra».
• Dio ci aiuta a corrispondere alla nostra vocazione. Iddio non solamente ci chiama, ma ci dà inoltre la forza di corrispondere alla sua chiamata, secondo quel detto dell’Apostolo: «Colui che vi chiama è fedele, e si farà egli medesimo aiuto nell’adempimento dei doveri della vostra vocazione». «Iddio, scrive in altro luogo il medesimo Apostolo, ci ha liberati e chiamati per mezzo della sua santa vocazione, non già in riguardo delle opere nostre, ma secondo il suo decreto e la grazia che ci è stata data da Gesù Cristo prima dei tempi».
• Non tocca a noi scegliere la nostra vocazione. Nessuno, dice San Paolo, dove conferire a se stesso un onore qualunque, ma colui che è chiamato da Dio. Ora quante volontà sostituite alla volontà di Dio! Quante persone fanno a se stesse una vocazione senza consultare né Iddio, né i suoi rappresentanti, né i buoni parenti, né i veri amici! Donde poi tante pene, tante difficoltà, tante traversie nella vita, tanti scandali, tante cause di dannazione. Essere volontariamente infedele alla vocazione divina è un mettersi fuori dalla via della salute. In quello stato la persona si trova come un pesce fuor d’acqua, come un soldato senz’armi nella mischia, come una pecora sbandata. Oh! giovani incauti e imprudenti - esclama Cornelio Alapide - che volete seguire i capricci di una volontà illusa dalle nascenti passioni, che volete abbracciare uno stato di vita al quale Dio non vi chiama, o quanto siete da compiangere, o qual triste avvenire vi preparate! Al contrario chi cerca di conoscere la vocazione di Dio, e conosciutala si adopera ad eseguirla fedelmente, diviene, come già San Paolo, un vaso di elezione, destinato ad essere riempito delle più speciali ed elette grazie di Dio, e si assicura la gloria eterna. Chi fallisce volontariamente alla propria vocazione, pone un ostacolo all’effusione delle grazie: egli è un ramo reciso dal tronco, non buono ad altro che ad ardere, commenta ancora Cornelio Alapide.
• La vocazione ad uno stato di maggior perfezione, quale è lo stato sacerdotale e il religioso, è l’indizio più certo della predestinazione alla gloria, come formalmente dice San Paolo: «Quelli che Dio ha predestinato, ha anche chiamato; e quelli che ha chiamato, ha giustificato; e quelli che ha giustificato, ha glorificato». La vocazione allo stato chiericale è una distinzione e un’elevazione tutta speciale di cui parla il Signore quando dice per bocca del Salmista: «Ho innalzato il mio eletto in mezzo al mio popolo». Gli altri saranno con gli uomini, il mio eletto sarà con me... Gli altri si uniranno tra di loro, il mio eletto si unirà a me. Gli altri avranno il niente per loro sposo, ma il mio diletto lo sposerò a me per tutta l’eternità - dice il Signore per bocca di Osea. «Il Signore fa conoscere quelli che a lui appartengono, dice la Scrittura, e chiama i suoi santi: e quelli ch’esso sceglie, si avvicineranno a lui». L’anima che segue la sua vocazione allo stato sacerdotale o religioso, vede in sé effettuate, nel dominio spirituale e divino, che è infinitamente più desiderabile e prezioso del terreno e temporale, tutti i vantaggi, tutte le ricchezze promesse da Dio nel senso materiale al popolo ebreo, quando gli diceva che lo avrebbe introdotto in una terra di latte e miele.
• La vocazione religiosa ha tanti privilegi. Trattandosi della vocazione di Paolo e Barnaba al ministero sacerdotale, lo Spirito Santo disse: «Separatemi Saulo e Barnaba per l’opera alla quale io li ho chiamati». E San Pietro chiama gli eletti al chiericato «stirpe scelta, sacerdozio regale, gente sana, popolo d’acquisto; affinché proclami le virtù di colui che l’ha chiamato dalle tenebre al chiarore della sua fiammeggiante luce». Chi viene favorito di tale vocazione, ha tutta ragione di dire: «Signore, voi mi avete tenuto per mano e mi avete guidato secondo i vostri disegni, e ricevuto nella vostra gloria». Il Signore veglierà sulla loro entrata e sulla loro uscita, oggi e sempre - recita il Salmista.
• La vocazione si deve sempre provare. Quando gli Apostoli vollero ordinare dei diaconi, cercarono persone di cui il popolo potesse fare testimonianza che godevano buon nome, e che fossero pieni di Spirito Santo e di sapienza. Occorrono prove dalla parte di Dio; incertezze, dubbi, aridità, prove per parte dei parenti sinceri; dei superiori; prove per parte del demonio... Dice Cornelio Alapide: Quante volte Dio chiama, la grazia sollecita, e intanto il demonio, il mondo, la carne, talvolta i parenti, mettono ostacoli, frappongono difficoltà affinché non si obbedisca alla chiamata divina! Quante vocazioni allo stato ecclesiastico o religioso, non restano impedite dai Faraoni ribelli a Dio! (cfr. Esodo, V, 1-2).
• Bisogna studiare la propria vocazione e corrispondervi. La preghiera è indispensabile a chi vuole conoscere e seguire la propria vocazione; con essa otteniamo dal cielo i lumi, la forza, le grazie di cui abbisognamo in un affare così importante come quello della scelta di uno stato di vita. Quello poi che assicura la vocazione presso Dio, è 1° il desiderio di salvare l’anima propria. 2° I buoni costumi, una vita santa formano ed assicurano la vocazione alla gloria. Nel tumulto delle passioni del cuore, non s’intende più la voce di Dio...
Sentenze da «I Tesori di Cornelio Alapide».
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• Come si fa a sapere se l’Inferno c’è? Che cos’è questo Inferno del quale oggi si parla troppo poco (con grave danno per la vita spirituale degli uomini) e che invece sarebbe bene, anzi, doveroso conoscere nella giusta luce? È il castigo che Dio ha dato agli angeli ribelli e che darà anche agli uomini che si ribellano a Lui e disobbediscono alla sua legge, se muoiono nella sua inimicizia. Prima di tutto conviene dimostrare che c’è e poi cercheremo di capire che cosa è. Così facendo, potremo arrivare a delle conclusioni pratiche. Per abbracciare una verità la nostra intelligenza ha bisogno di solide argomentazioni. Trattandosi di una verità che ha tante e così gravi conseguenze per la vita presente e per quella futura, prenderemo in esame le prove della ragione, poi le prove della divina Rivelazione e infine le prove della storia.
• Le prove della ragione. Gli uomini, anche se molto spesso, poco o tanto, si comportano ingiustamente, sono concordi nell’ammettere che a chi fa il bene spetta il premio e a chi fa il male spetta il castigo. Allo studente volonteroso spetta la promozione, allo svogliato la bocciatura. Al soldato coraggioso si consegna la medaglia al valore militare, al disertore è riservato il carcere. II cittadino onesto è premiato col riconoscimento dei suoi diritti, il delinquente va colpito con una giusta punizione. Dunque, la nostra ragione non è contraria ad ammettere il castigo per i colpevoli. Dio è giusto, anzi, è la Giustizia per essenza. II Signore ha dato agli uomini la libertà, ha impresso nel cuore di ognuno la legge naturale, che impone di fare il bene e di evitare il male. Ha dato anche la legge positiva, compendiata nei Dieci Comandamenti. È mai possibile che il Legislatore Supremo dia dei Comandamenti e poi non si curi se vengono osservati o calpestati? Lo stesso (infame, ndr) Voltaire, filosofo empio, nella sua opera «La legge naturale» ebbe il buon senso di scrivere: «Se tutto il creato ci dimostra l’esistenza di un Ente infinitamente sapiente, la nostra ragione ci dice che deve pur essere infinitamente giusto. Ma come potrebbe essere tale se non sapesse né ricompensare né punire? Il dovere di ogni sovrano è di castigare le azioni cattive e di premiare quelle buone. Volete che Dio non faccia ciò che la stessa giustizia umana sa fare?».
• Le prove della Rivelazione divina. Nelle verità di fede la nostra povera intelligenza umana può dare soltanto qualche piccolo contributo. Dio, Suprema Verità, ha voluto svelare all’uomo cose a lui misteriose; l’uomo è libero di accettarle o di rifiutarle, ma a suo tempo renderà conto al Creatore della sua scelta. La divina Rivelazione è contenuta anche nella Sacra Scrittura così come è stata conservata e viene interpretata dalla Chiesa. La Bibbia si distingue in due parti: Antico Testamento e Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento Dio parlava ai Profeti e questi erano i suoi portavoce presso il popolo ebreo. II re e profeta Davide scrisse: «Siano confusi gli empi, tacciano negli inferi» (Sal. 30, 18). Degli uomini che si sono ribellati contro Dio il profeta Isaia disse: «Il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà» (Is. 66, 24). Il precursore di Gesù, San Giovanni Battista, per disporre gli animi dei suoi contemporanei ad accogliere il Messia, parlò anche di un compito particolare affidato al Redentore: dare il premio ai buoni e il castigo ai ribelli e lo fece servendosi di un paragone: «Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3, 12). Il Figlio di Dio. Nella pienezza dei tempi, duemila anni fa, mentre a Roma imperava Cesare Ottaviano Augusto, fece la sua comparsa nel mondo il Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ebbe allora inizio il Nuovo Testamento...
Da «L’Inferno c’è», don Tomaselli, imprimatur 1954.
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• § 554. San Giovanni, appena ha finito di riferire gli ultimi colloqui, prosegue: «Avendo detto queste cose, Gesù uscì con i discepoli suoi di la’ dal torrente del Cedron, ove era un giardino nel quale entrò egli e i discepoli suoi. Sapeva però il luogo anche Giuda, che lo tradiva, perché spesso si era raccolto colà Gesù con i discepoli suoi» (Giov., 18, 1-2). L’indicazione che il prediletto giardino era di là dal torrente del Cedron già basta per concludere che era nella zona del monte degli Olivi: ciò del resto è affermato esplicitamente dai Sinottici, i quali comunicano anche che il giardino si chiamava Gethsemani. L’appellativo, presuppone un oliveto, munito del suo pressoio e protetto forse da un recinto, il tutto in pieno accordo col nome del monte stesso; una tradizione, che è nettissima già dal secolo IV, indica come il Gethsemani un luogo poco oltre il Cedron e lungo l’odierna strada da Gerusalemme a Bethania, dove sono tuttora superstiti olivi di straordinaria grandezza e di età millenaria. Il cammino dal cenacolo al Gethsemani non era più che una comoda passeggiata. Nella chiara notte di plenilunio, alla frizzante aria primaverile, i reduci dal cenacolo scesero dalla Città Alta giù nel Tyropeon, seguendo probabilmente l’antica strada a gradini recentemente scoperta, attraversarono il quartiere del Siloe (§ 428), uscirono quindi dalla città per la Porta della Fonte, e risaliti verso il settentrione oltrepassarono il Cedron raggiungendo il Gethsemani. Il giardino doveva appartenere a qualche discepolo o ammiratore di Gesù, e questi perciò se ne serviva liberamente. Chi sa che il suo proprietario non fosse lo stesso padrone del cenacolo? Ciò spiegherebbe più facilmente come mai fosse presente nel giardino il giovinetto con la sola sindone, se costui è veramente San Marco (§ 561): ma trattandosi di ipotesi poggiata su altre ipotesi, non è il caso di insistere. Come altri poderetti di quel genere, anche il Gethsemani doveva avere vicino all’ingresso una casupola per riparo dell’ortolano e per deposito di roba; più in là c’era probabilmente pure una grotta scavata nel fianco del monte, e nella grotta era stato collocato (come si preferisce fare anche oggi) il torchio che dava il nome al luogo. In quella notte pasquale la zona era deserta, trattenendosi quasi tutti nell’intimità delle proprie case. Alla solitudine esterna corrispondeva lo stato d’animo della comitiva: come Gesù si mostrava triste lungo il cammino, così gli Apostoli rimasero taciturni e pensierosi. Giunti che furono al giardino, Gesù invitò la comitiva ad allocarsi alla meglio per passare la notte: e fu cosa facilissima per quegli orientali che erano abituati a dormire all’aperto ravvolti nel loro mantello, mentre questa volta trovarono il vantaggio di un ricovero e di foglie secche nella casupola o nella grotta. Al congedarsi da loro Gesù disse: «Restate qui, mentre io vado più in là a pregare. Pregate per non entrare in tentazione!». - Al momento poi di allontanarsi, egli prese con sé i tre testimoni della trasfigurazione, i prediletti Pietro, Giacomo e Giovanni (§ 403), conducendoli verso il luogo ove voleva pregare.
• § 555. Discostati che furono, i testimoni dell’antica gloria compresero subito che adesso avrebbero assistito a ben altra manifestazione, perché a un tratto Gesù cominciò a sgomentarsi ed angosciarsi. Rivolto poi ai tre, allorché avranno tentato di consolarlo, esclamò: «Tristissima è l’anima mia fino a morte! Restate qui, e vegliate con me!». Anche quella compagnia, però, non gli dava sollievo. Nella sconfinata angoscia che l’opprimeva, egli cercò ancora di restare solo per pregare. Facendo uno sforzo immenso, con il volto illividito, le ginocchia vacillanti, le braccia tese in cerca di sostegno, egli si staccò da essi quanto un lancio di sasso, e alfine stremato cadde sul suo volto pregando. Non era il modo di pregare solito ai Giudei, che stavano ritti; era l’accasciarsi a terra di chi non ha più forza di reggersi in piedi e vuole pregare prostrato giù nella polvere. Intanto i tre testimoni, certamente turbati anch’essi, osservavano quello stramazzato gemente: nella serenità plenilunare, alla distanza forse di una quarantina di passi (un lancio di sasso), essi potevano vedere e udire distintamente tutto. Lo stramazzato gemeva: «Abba (Padre)! Tutto è possibile a te! Allontana questo calice da me! Tuttavia (sia fatto) non ciò che io voglio, ma ciò che (vuoi) tu!». Il calice era un’espressione metaforica, frequente negli scritti rabbinici, per designare la sorte assegnata a qualcuno; la sorte qui prevista da Gesù è la suprema prova attraverso la quale il Messia deve pervenire al trionfo (§ § 400, 475, 495), è l’ora decisiva in cui il chicco di grano caduto in terra si disfà e muore ma per sprigionare nuova vita (§ 508). Quale differenza, pertanto, fra le disposizioni di spirito della domenica precedente e quelle di questa notte! Allora, nel Tempio, Gesù aveva prontamente e risolutamente respinto ogni titubanza davanti alla prova suprema (§ 508); in questa notte, a pochi momenti dall’inizio della prova, egli non solo è titubante ma prega esplicitamente il Padre celeste affinché la prova sia risparmiata: tuttavia la preghiera è condizionata al beneplacito supremo del Padre e la volontà dell’uomo è subordinata alla volontà di Dio. Non mai, in tutto il resto della sua vita, Gesù appare così veracemente uomo. Davvero che in quell’ora non già il cavaliere romano Ponzio Pilato, ma l’umanità intera avrebbe dovuto presentare Gesù al balcone dell’universo proclamando: Ecce homo! D’altra parte in quella stessa ora, più chiaramente forse che in seguito, si può misurare la smisurata angoscia che si riversò nello spirito di Gesù durante la sua Passione: perciò a quella proclamazione terrestre «Ecce homo!» avrebbe forse risposto una voce celeste proclamando «Ecce Deus!».
• § 556. La preghiera al Padre dovette essere ripetuta più e più volte, con l’uniformità di chi non chiede altro, con lo spasimo di chi si ritrova in indigenza estrema. Gli apparve però un angelo dal cielo, confortandolo. Il solo San Luca (22, 43), che non è uno dei tre testimoni oculari ma si è informato da essi, dà questa notizia; egualmente egli solo, da psicologo e da medico, ha raccolto taluni particolari di ciò che allora avvenne: «E fatto in agonia, più intensamente pregava. E divenne il sudore di lui quasi globuli di sangue scendenti giù sulla terra». L’agonia era per i Greci ciò che si svolgeva nell’«agone», cioè il concorso degli aurighi e la tenzone degli atleti che lottavano per il premio: e la lotta esigeva dalle membra e dagli spiriti i più laceranti sforzi, le violenze più spossanti, onde nessuno si avvicinava a quella lotta senza un interno pavore (timore - senso di terrore, ndr.) e una trepidazione ansiosa. Più tardi, infatti, «agonia» significò in genere pavore o trepidazione, ma specialmente di chi è implicato nella somma lotta Contro la morte: tale il caso di Gesù. «E fatto in agonia, più intensamente pregava». La preghiera, a cui egli sempre aveva fatto particolare ricorso nelle circostanze più solenni della sua vita, diventa suo unico rifugio in quest’ora suprema. E l’agonia si prolunga, e l’agonizzante o lottatore manifesta sul suo corpo gli effetti della lotta: trasuda, «e il sudore di lui diviene quasi globuli di sangue scendenti giù sulla terra». Alla distanza di un lancio di sasso, sotto il chiarore plenilunare questo fenomeno poté essere osservato abbastanza bene: anche più distintamente poté essere riscontrato dai tre testimoni poco dopo, quando Gesù si recò presso di loro avendo tuttora sul volto le rigature rosseggianti, i grumoli e le altre tracce dei globuli di sangue. Un fenomeno fisiologico, designato come ematidrosi cioè «sudore sanguigno», è noto ai medici: l’osservazione era stata fatta già da Aristotile, che impiega anche il termine là ove dice «taluni sudarono un sanguigno sudore». Il fenomeno avvenuto in Gesù potrà essere oggetto di ricerche scientifiche dei fisiologi, pur avendo presenti le singolari circostanze del paziente: il fisiologo San Luca, trasmettendo egli solo questa notizia, sembra tacitamente invitare a tali ricerche. Ma appunto in questa notizia, che mette tanto in rilievo la realtà della natura umana di Gesù, trovarono scandalo taluni antichi cristiani al leggere il Vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perché sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli attacchi di Celso contro la persona di Gesù (§ 195) avevano suscitato tale preoccupazione. Perciò avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno all’angelo confortatore, cominciò a scomparire dai codici del III Vangelo, soppressa per questo infondato timore. Oggi essa manca in vari codici unciali (antichi manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini, ndr.), fra cui l’autorevolissimo codice Vaticano, in alcuni minuscoli e in altri documenti, e questa mancanza era già stata segnalata nel IV secolo da Sant’Ilario e San Girolamo. Tuttavia, allorché quella vana preoccupazione si dissipò col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cessò anche la soppressione dell’ombroso passo; del resto le testimonianze in suo favore - sia di codici, sia di scrittori antichi a cominciare da Giustino (Dial. cum Tryph., 103) e Sant’Ireneo - sono così numerose e gravi da non lasciare alcun serio dubbio sulla autenticità del passo.
• § 557. L’agonia frattanto si prolungava: la mezzanotte doveva essere già passata. I tre testimoni, da principio turbati per ciò che vedevano, in seguito erano entrati a poco a poco in una specie di torpore fatto di tristezza, di stanchezza e di sonnolenza: alla fine si erano addormentati tutti e tre. A un certo punto Gesù, nella sua sconfinata angoscia spirituale, sentì anche la desolazione della solitudine umana e quindi cercò nuovamente la compagnia dei tre prediletti: forse si riprometteva soltanto una buona parola, un gesto amichevole, qualcosa che gli facesse sentire di non essere solo sulla terra. Ma giunto presso di loro li trovò addormentati tutti e tre, compreso Pietro che poco prima aveva fatto scorrere fiumi di parole per attestare la sua fedeltà (§ 549). Gli disse allora Gesù: «Simone, dormi? Non fosti capace di vegliare per una sola ora? Vegliate e pregate, affinché non veniate in tentazione! Lo spirito bensì è pronto, ma la carne inferma». Tutto qui fu il conforto che Gesù ritrovò fra i suoi prediletti. E così lo spasimo continuò; ond’egli, lasciati gli uomini, tornò nuovamente a Dio. L’unica domanda di prima fu rivolta ancora adesso al Padre celeste, e i testimoni da poco ridesti la udirono: «Padre mio! Se non può questo (calice passare se (io) non (1’) abbia bevuto, sia fatta la volontà tua!». Trascorse ancora del tempo. La notte era silenziosa e monotona. Dopo qualche resistenza i tre testimoni furono vinti di nuovo dal sonno: Gesù, «tornato di nuovo, li trovò dormienti, giacché gli occhi loro erano aggravati, e non sapevano che cosa rispondergli». In quest’ultima osservazione di San Marco (14, 40) si riconosce facilmente una confessione del suo informatore, il testimonio Pietro. «E lasciatili, di nuovo andatosene pregò per la terza volta, dicendo lo stesso discorso di nuovo» (Matteo, 26, 44). Quanto durasse questa terza ripresa della preghiera non sappiamo: forse non molto. A un certo punto Gesù si ripresentò ai tre assonnati, e in tono questa volta diverso disse loro: «Dormite ormai e riposate. Basta! Venne l’ora: ecco, il figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, chi mi tradisce si è avvicinato». Le prime parole «Dormite ormai» e «riposate» non sono certamente un invito a fare ciò che dicono; è anche poco probabile che valgano in senso interrogativo; più giusto sembra interpretarle come un’antifrasi, quasi una familiare ironia che affermi il contrario di ciò a cui mira, come se dicesse: «Si, si, dormite pure! Non vedete che giunge il traditore?...». Si sentiva infatti rumore di folla che giungeva dalla strada di Gerusalemme: si intravedevano anche, in quella direzione, lumi di lanterne e fiaccole. Gesù ricondusse i tre sonnolenti testimoni là dove stavano gli altri otto Apostoli, immersi certamente nel più profondo sonno. Svegliò tutti, e rivolgendo loro parole di esortazione rimase in attesa.
Da «Vita di Gesù Cristo», imprimatur 1940, Abate Giuseppe Ricciotti, 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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• L’Abate Ricciotti ci descrive l’arresto di Gesù come segue. § 558. «E mentre egli parlava ancora, ecco Giuda uno dei dodici venne, e con lui (era) molta folla con spade e bastoni (mandata) dai sommi sacerdoti ed anziani del popolo». A questa notizia dei Sinottici, San Giovanni aggiunge alcuni particolari riguardo alla «molta folla»; essa in maggior parte era composta di inservienti del Tempio (cfr. Luca, 22, 52), ma c’era anche una coorte con un tribuno (Giov., 18, 3. 12). Ora, questi armati venivano certamente da parte del procuratore romano (§ 619); come erano andate dunque le cose? Non è arrischiato ricostruirle così. Quando Giuda uscì dal cenacolo (§ 543) si recò dai maggiorenti giudei, i quali l’attendevano e avevano compiuto nel frattempo i loro preparativi materiali e morali: materialmente, perché avevano dato ordine ai loro inservienti di tenersi pronti per una piccola ma delicata spedizione; moralmente, perché erano andati dal procuratore o dal tribuno, e dipingendo quel galileo di Gesù come un mestatore politico circondato da altri mestatori suoi compaesani e tutti pronti a suscitare sommosse nella capitale, avevano ottenuto facilmente una scorta armata. Questa scorta non poteva essere l’intera coorte (circa 600 uomini) di stanza a Gerusalemme, ma soltanto una minima parte alla quale qui San Giovanni dà il nome dell’intero: ad ogni modo la presenza dei soldati di Roma aveva un grande valore morale, tanto più che con essi era venuto anche il tribuno che li comandava. Con questa gente, adunatasi a notte fatta, si trattava di rintracciare ed arrestare Gesù. Dove trovarlo per impadronirsene alla chetichella e senza timore di reazioni popolari? A tale impresa nessuno poteva servire meglio di Giuda, che era stato pagato soprattutto per questa parte del programma; già udimmo infatti da San Giovanni che il luogo del Gethsemani era ben noto anche a Giuda «perché spesso si era raccolto cola’ Gesù con i discepoli suoi» (§ 554), e il traditore sapeva bene che Gesù dopo la cena pasquale non poteva essersi recato fino a Bethania troppo lontana: dunque doveva essere al prediletto Gethsemani, o giù di lì. Nel prendere gli ultimi accordi con i sommi sacerdoti, Giuda stabilì un segno speciale per far riconoscere Gesù: «Quello che io abbia baciato è lui! Afferratelo!». Nell’antico Oriente, infatti, i discepoli baciavano per rispetto le mani del maestro: gli amici invece, trattandosi alla pari, si baciavano sulla faccia. Nel segno scelto da Giuda c’era dunque come un avanzo di pudore, per cui il traditore non si sentiva il coraggio di additare palesemente alle guardie il suo maestro ed amico gridando «è lui! »; così avrebbe fatto chi avesse avuto un vero odio per Gesù, perché quel grido già sarebbe stato uno sfogo all’odio: invece il segno convenuto pretendeva salvare le apparenze. Ma anche qui riappare l’enigma di Giuda. Non sapeva egli forse che al maestro il tradimento era noto? Non aveva egli stesso udito quel misericordioso «Tu l’hai detto!» dalla bocca di Gesù poche ore prima (§ 543)? Se tali sconcertanti pensieri s’affacciarono in realtà alla mente di Giuda, egli si sarà rinfrancato ripensando ai 30 sicli e voltandosi per vedersi spalleggiato dai soldati di Roma: ad ogni modo questo pudore di finzione era anch’esso un certo avanzo dell’amore per Gesù, amore allora sopraffatto da quello per l’oro; invece, poche ore più tardi, l’amore per l’oro rimarrà soccombente, il tradimento sarà rinnegato, ma l’amore per Gesù non sarà abbastanza puro e forte da ricercare il perdono di lui (§ 534).
• § 559. Avvenne tutto secondo il convenuto. Gesù stava ancora parlando con gli Apostoli testé risvegliati, quando Giuda entrò nel giardino seguito a poca distanza dalle guardie; si avvicinò egli al gruppo dei dodici e sbirciando nella penombra degli olivi riconobbe Gesù. Andatogli allora dappresso, gli pose le mani sulle spalle e lo baciò in faccia esclamando: «Salute, Rabbi!». Gesù lo guardò, e a mezza voce gli disse: «Amico, per che cosa sei qui?». E passato qualche istante: «Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?». Non venne alcuna risposta; Giuda aveva compiuto l’incarico che si era assunto verso coloro che gli stavano alle spalle. Visto eseguito il segnale convenuto, le guardie vennero avanti alla rinfusa. Gesù allora, staccatosi dal gruppo degli Apostoli, mosse incontro a loro e domandò: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù il Nazoreo». E Gesù: «Sono io». A queste parole i più vicini vacillarono e poi caddero all’inverso in terra. Anche di altri personaggi dell’antichità, come di Mario e di Marco Antonio, si legge che abbiano atterrito solo con la loro presenza o voce persone inviate ad assassinarli, ma si trattava di sicari singoli e di circostanze speciali: nel caso di Gesù può darsi benissimo che le guardie subissero ad un tratto la potenza della sua persona e ne rimanessero sgomentate, forse anche ripensando alla triste fine fatta dagli armati spediti a catturare Elia (II [IV] Re, 1, 10 segg.) o altri antichi profeti; tuttavia è certo che San Giovanni, il quale è solo a narrare questo episodio, vuole qui presentarlo come fatto taumaturgico, anche per dimostrare la libertà con cui Gesù accettava la sua cattura. Rialzatisi e ripetuto che cercavano Gesù il Nazareno, Gesù rispose ancora: «Vi dissi che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che costoro se ne vadano». Con delicato accorgimento Gesù chiama gli Apostoli «costoro», dissimulando cioè la loro qualità di discepoli particolari per non esporli a violenze. Alla risposta di Gesù le guardie gli misero le mani addosso e l’afferrarono. Coloro che eseguirono l’arresto dovettero essere gli inservienti del Tempio, giacché appunto un servo del sommo sacerdote ne risentì per primo le conseguenze, e Gesù appena arrestato fu condotto avanti al sommo sacerdote e non all’autorità romana; al contrario i soldati della coorte romana (Unità, prima numerica e poi tattica, dell’esercito romano, composta di tre manipoli, ndr.) rimasero da parte inoperosi, pronti a intervenire solo nel caso che fosse successo qualche tafferuglio grave.
• § 560. La delicatezza di Gesù che si preoccupava per prima cosa di salvare gli Apostoli, e d’altra parte il vedere improvvisamente l’amato maestro caduto in potere di quella gente e così umiliato, risvegliò negli Apostoli quei propositi bellicosi che essi avevano manifestato poche ore prima nel cenacolo e che erano stati senza dubbio soggettivamente sinceri (§ 549). Spintisi allora nel tafferuglio fin presso a Gesù gli domandarono: «Signore, percoteremo di spada?». Ma Pietro non sarebbe stato Pietro se si fosse frenato in attesa della risposta di Gesù; egli invece, senz’altro, «avendo una spada la sfoderò e colpì il servo del sommo sacerdote e gli mozzò l’orecchio destro: il servo aveva nome Malcho». Solo San Giovanni (18, 10) nomina Pietro e Malcho: i Sinottici invece parlano del ferimento ma senza nominare né il ferito né il feritore, probabilmente per quella prudenza suggerita dal tempo in cui scrivevano e che vedemmo applicata altrove (§ 493, 535). Gesù intervenne subito e disse a Pietro: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quei che impugneranno una spada periranno di spada!. Ovvero credi che non posso pregare il Padre mio ed (egli) mi appresterà subito più che dodici legioni di angeli (§ 347)? Come pertanto si compirebbero le Scritture (le quali dicono) che così deve avvenire?». Messo a posto il feritore, Gesù mise a posto anche il ferito risanandogli l’orecchio col semplice tocco di mano; anche questa guarigione è narrata soltanto dall’Evangelista medico (Luca, 22, 51). Disse quindi alla turba, fra cui erano sommi sacerdoti, capitani del tempio (§ 54) e anziani: «Come verso un ladrone usciste con spade e bastoni? Essendo io ogni giorno con voi nel tempio, non stendeste le mani addosso a me; ma questa è l’ora vostra e la potestà delle tenebre» (Luca, 22, 52-53).
• § 561. L’arrestato fu legato; si cominciò a condurlo via. Gli Apostoli, a cui dapprima la sonnolenza e poi il subitaneo sdegno non avevano permesso di rendersi ben conto della realtà dei fatti, soltanto allora compresero: il maestro era veramente arrestato, era condotto via come un volgare delinquente. Allora forse, meglio che a tutte le passate affermazioni di Gesù, essi cominciarono a intravedere quale fosse la durissima prova, quali i patimenti supremi, attraverso cui il maestro aveva predetto più volte di dover passare per giungere alla sua gloria. A tale tristissima veduta, a tali mestissimi ricordi, quegli undici si sentirono schiantati. Della futura lontana gloria del Messia essi non si ricordarono affatto; badarono soltanto al tintinnio delle catene, al luccicore delle spade, all’umiliazione del maestro: allora, totalmente smarriti, abbandonarono ogni cosa dandosi alla fuga, tutti dal primo all’ultimo. E Gesù uscì dal Gethsemani circondato dalla sola sbirraglia: non gli stava dappresso neppure un amico. O meglio, un amico c’era ancora, sebbene non stesse molto dappresso. Qui infatti avviene l’episodio del «giovanetto con la sola sindone». Come già vedemmo, è possibile che quel giovanetto fosse l’Evangelista Marco (§ 134). Se egli era figlio o altro parente del proprietario del cenacolo (§ 535), il quale forse era proprietario anche del Gethsemani (§ 554), si può supporre che terminata l’ultima cena egli per simpatia avesse seguito la comitiva di Gesù al Gethsemani ed ivi si fosse intrattenuto per qualche tempo con gli otto Apostoli ricoverati nella casipola o grotta, e dopo un certo tempo anch’egli si fosse messo a dormire. è importante il particolare che egli fosse «avvolto d’una sindone sul nudo»: la sindone di lino era infatti usata, stando in letto, soltanto da persone facoltose, mentre i popolani, come gli Apostoli, dormivano ravvolti nelle stesse vesti del giorno; probabilmente, dunque, quel giovanetto era abituato a passar talvolta la notte nella casipola del Gethsemani, ove in un angoletto avrà avuto il suo giaciglio e l’occorrente per dormire da persona agiata. Se queste ipotesi corrispondono alla realtà, tutto diventa chiaro. Il giovanetto, risvegliato improvvisamente dal vociare delle guardie e dalle grida del ferito e degli Apostoli, si alza dal giaciglio e balza fuori vestito come si trova: assiste all’ultima scena dell’arresto di Gesù e alla fuga degli Apostoli; allora, sia per la sicurezza d’un padrone che si ritrova sul terreno suo proprio, sia per la vivacità giovanile accresciuta dall’affetto per l’arrestato, egli si mette a seguire le guardie che s’allontanano; le guardie poco dopo s’accorgono di quel giovanetto che sta pedinando in quello strano abbigliamento, e insospettite lo prendono. Ma afferrano la sola sindone: perché l’agile ragazzo, sgusciando dal di sotto, lascia la sindone in mano alle guardie e fugge via tutto nudo. E così Gesù fu abbandonato anche da quest’ultimo amico: un adolescente privo di veste.
[Dalla nota 1 alla pagina 691, «Vita di Gesù Cristo», G. Ricciotti: Questo episodio è così tipicamente storico nel suo «verismo», che il richiamarne in dubbio la realtà sembrerebbe cosa inconcepibile. Eppure anche a questo si è giunti: si è affermato (modernista A. Loisy) che l’episodio è una pura finzione per dimostrare avverato il passo di Amos (2, 16) che dice nel testo ebraico: «E il più saldo di cuore fra i prodi nudo fuggirà in quel giorno». Senonché il contesto di Amos parla di tutt’altro argomento, e basta leggerlo per vedere che non offre il mimmo appiglio ad inventare un episodio come quello di Marco. A tali conclusioni da disperazione porta il partito preso di subordinare i documenti ad una tesi preconcetta]. Prosegue qui.
Da «Vita di Gesù Cristo», imprimatur 1940, Abate Giuseppe Ricciotti, 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Prima parte. §562. Potevano essere circa due ore dopo la mezzanotte. Il gruppo delle guardie, recando con sé l’arrestato, rifece in senso inverso la stessa strada fatta poche ore prima da Gesù con gli Apostoli, e attraversato il Cedron risalì sulla collina occidentale della città, ov’era la casa del sommo sacerdote Anna. Giunta ivi la scorta si divise; l’arrestato e le guardie del Sinedrio rimasero nella casa, mentre i soldati della coorte romana si ritirarono nel loro quartiere sulla fortezza Antonia. Quanto avvenne allora è narrato in maniera diversa dai quattro Evangelisti. Dei tre Sinottici, Matteo e Marco offrono una narrazione sostanzialmente uniforme; da essi però si discosta notevolmente Luca, il Sinottico che scrive dopo di loro; infine Giovanni, secondo il suo solito, fa precisazioni e integrazioni ai tre racconti precedenti presupponendoli già noti. Fra i Sinottici, Matteo e Marco parlano di una presentazione di Gesù avvenuta di notte, e di un’altra davanti al Sinedrio avvenuta di buon mattino; Luca invece parla soltanto della presentazione mattinale davanti al Sinedrio. Giovanni, per conto suo, distingue una presentazione davanti al sommo sacerdote non più in carica, Anna, della quale tacciono i Sinottici, e una successiva presentazione davanti al sommo sacerdote allora in carica, Caifa; egli invece non parla di una presentazione davanti al Sinedrio. Per concordare queste varie relazioni basta avere presente quanto rilevammo più volte nel passato: cioè che i Sinottici spesso non si preoccupano né dell’integrità della narrazione né della serie cronologica dei fatti, e che d’altra parte San Giovanni evita abitualmente di ripetere il racconto dei Sinottici, pur facendo un tacito assegnamento su di esso con la mira di integrarlo. Così ad esempio, poiché Anna non era stato neppur nominato dai Sinottici, Giovanni comincia la narrazione precisando che Gesù fu condotto dapprima presso Anna (§ 164), e solo in seguito segnala che fu condotto presso Caifa, che è il sommo sacerdote di cui parlano i Sinottici. Molto probabilmente, a cagione anche della loro parentela, Anna e Caifa abitavano ambedue nello stesso edificio in appartamenti differenti. Una tradizione assai antica, risalendo almeno al secolo IV, colloca la casa di Caifa sulla collina occidentale della città a poche decine di metri a settentrione del tradizionale cenacolo (§ 535). Se Gesù fu condotto dapprima presso Anna, la ragione fu probabilmente che costui, non più in carica ma sempre potentissimo (§ 52), aveva suggerito la maniera di catturare il Rabbi galileo; quasi in conseguenza di questa sua operosità e per deferenza al suo straordinario potere, il suo genero Caifa aveva dato ordine che l’arrestato fosse condotto direttamente presso Anna. A questo punto pertanto si inizia il processo di Gesù, che si svolse in due fasi differenti, presso due sedi differenti, e in forza di argomenti in parte differenti. La prima fase è religiosa: Gesù, imputato di delitto religioso, compare davanti al tribunale nazionale-religioso del Sinedrio e ivi è dichiarato degno di morte. Ma questa sentenza ha valore soltanto teoretico, perché, come già sappiamo (§ 59), il Sinedrio non poteva eseguire le sentenze capitali da esso pronunziate se non fossero state individualmente ed esplicitamente approvate dal rappresentante dell’autorità di Roma. Allora, per far sì che la propria sentenza non rimanga sterile e inefficace, il Sinedrio si rivolge al procuratore romano e qui si apre la seconda fase del processo: la quale si svolge, non più davanti ai giudici di prima, ma davanti al tribunale civile del procuratore; inoltre i giudici di prima compaiono nel nuovo tribunale in funzione di accusatori, e presentano accuse solo in minor parte religiose e in maggior parte politiche.
• § 563. Il processo religioso cominciò con un interrogatorio a cui Anna sottopose Gesù; ma esso non fu una vera inquisizione ufficiale, fu piuttosto un orientamento giuridico della questione o anche una soddisfazione personale che volle prendersi l’inquirente, in attesa che giudici e testimoni ufficiali fossero convocati in quell’ora notturna e intervenissero personalmente. Anna interrogò Gesù circa i suoi discepoli e il suo insegnamento. Gesù rispose: «Io palesemente ho parlato al mondo; io sempre insegnai in sinagoga e nel tempio dove tutti i Giudei s’adunano, e di nascosto non parlai (di) nulla. Perché interroghi me? Interroga quei che udirono che cosa parlai loro. Ecco: costoro sanno le cose che dissi io» (Giov., 18, 20-21). L’imputato rispondeva in maniera conforme al diritto delle genti: presso tutti i popoli, compreso l’ebraico, un accusato non rendeva testimonianza riguardo a se stesso; testimonianze valide erano soltanto quelle rese da testimoni alieni degni di fede, e Gesù con la sua risposta rinvia il giudice appunto a tali testimoni. Egli non è stato fondatore di società segrete o insegnante d’una sapienza arcana e gelosa: ha parlato in luoghi pubblici e a tutti quei che si presentavano; costoro perciò potranno render testimonianza del suo insegnamento. In maniera analoga si era difeso, cinque secoli prima, Socrate davanti ai giudici ateniesi; anch’egli aveva parlato sempre palesemente, e se qualche testimonio avesse affermato d’aver udito da lui cose che non tutti avevano potuto udire sarebbe stato un mentitore. L’inappuntabile risposta di Gesù dovette provocare in Anna un gesto di dispetto, perché l’inquirente certamente sperava che l’imputato con la sua risposta fornisse argomenti per la sua futura accusa ufficiale. Il gesto stizzoso di Anna fu notato da uno dei presenti, servitore assai zelante, il quale stimò giusto prendere le parti dell’inquirente e andare incontro al suo segreto desiderio; trovandosi perciò vicino a Gesù, gli dette uno schiaffo esclamando scandalizzato: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Rispose a lui Gesù: «Se parlai male, rendi testimonianza circa il male; se invece bene, perché mi percuoti?» (Giov., 18, 22-23). Con questo schiaffo termina ciò che noi sappiamo dell’interrogatorio di Anna, il quale del resto non dovette esser lungo. Visto il contegno misuratissimo che l’imputato teneva e forse anche desiderando di non ingolfarsi nelle vicende del processo, Anna inviò senz’altro Gesù legato al sommo sacerdote in carica, il proprio genero Caifa. Il tragitto dall’una all’altra abitazione fu brevissimo, perché, come supponemmo (§ 562), consistette nell’attraversare un cortile o atrio a cui facevano capo i vari appartamenti.
• § 564. Nel frattempo in casa di Caifa si erano radunati vari membri del Sinedrio, e quando furono in numero bastevole sottoposero Gesù a un regolare interrogatorio, ove si raccolsero i primi elementi della procedura ufficiale riguardante l’imputato. Tuttavia la seduta del Sinedrio in vera funzione di tribunale fu tenuta soltanto più tardi, sul far del mattino, quasi per integrare ed applicare i risultati del primo saggio fatto durante la notte. Matteo e Marco sembrano attribuire l’interrogatorio di Gesù alla seduta notturna; Luca, cronologicamente più preciso, lo attribuisce alla seduta mattinale, e indubbiamente la sua attribuzione è da preferirsi. Riportammo altrove le prescrizioni minutissime ed accuratissime che si leggono nel Talmud riguardo ai processi, specialmente a quelli che potevano concludersi con una sentenza capitale (§ 60); ma accennammo anche che tutta quella legislazione, così ampia e sapiente, era anche troppo sapiente perché si potesse attuare nella pratica. Essa in realtà fu messa in iscritto soltanto dal secolo II dopo Cristo in poi, e agli storici imparziali appare oggi come una teoria astratta, come una visione ideale della perfetta amministrazione della giustizia, piuttosto che come un codice normativo da seguirsi nella pratica; senza ripensare alle Utopie di Platone e di Tommaso Moro e senza uscire dallo stesso Israele, l’ampia e minuziosa legislazione di Ezechiele (capp. 40-48) riguardo al futuro Tempio aveva già offerto un tipico saggio di siffatte teorie o visioni ideali. È stato osservato giustamente da studiosi moderni, anche Israeliti, che la legislazione talmudica dei processi sembra congegnata in maniera da rendere impossibile una sentenza capitale: è certo poi che essa, fissata in scritto quando la nazione giudaica aveva perduto ogni autonomia politica ed era rappresentata dai soli Farisei (§ 87), poté essere elaborata senza alcuna aderenza al presente e attribuita arbitrariamente al passato come un prodotto della “tradizione”. Che essa fosse totalmente inventata in occasione di questa sua codificazione, non è verosimile; ma le norme osservate per consuetudine ai tempi dell’autonomia e prima della codificazione dovevano essere rare e scarne e certamente ben lontane da quella precisione e minuziosità che ricevettero poi nello scritto. Ai tempi di Gesù, in mancanza della codificazione, vigevano soltanto norme consuetudinarie, di cui però non possiamo oggi stabilire il numero e l’indole: possiamo ritenere in genere che esse corrispondevano solo ad una minima parte di ciò che più tardi risultò codificato. Sarebbe quindi falso metodo confrontare - come si è fatto - le disposizioni processuali del Talmud con la pratica seguita nel processo di Gesù, per vedere se e fino a qual punto quelle disposizioni vi furono osservate: di molte di esse, infatti, non sappiamo neppure se allora esistessero. Esisteva certamente, ad esempio, la norma solenne e antica (Numeri, 35, 30; Deuteronomio, 17, 6; 19, 15) secondo cui nessuno poteva esser condannato se non in forza di testimonianze aliene, e non mai di una sola ma almeno di due o tre; al contrario non è sicuro che esistesse la norma codificata più tardi secondo cui in seduta notturna non potevano essere trattati processi criminali, e anche l’altra secondo cui una condanna a morte non poteva essere pronunziata nel giorno stesso della discussione del processo. Certo è che, nel processo di Gesù, tutte e tre queste norme non risultano osservate.
• § 565. Essendo pertanto stati preparati nella seduta notturna gli argomenti principali per la seduta mattinale, questa fu tenuta «appena si fece giorno» (Luca, 22, 66), cioè appena cominciarono a diradarsi le tenebre notturne, anche prima della piena alba (§ 576). Dovevano essere circa le nostre ore cinque antimeridiane. Alla seduta notturna saranno intervenuti o i più focosi avversari di Gesù oppure i frequentatori più assidui della casa del sommo sacerdote; a quella mattinale invece intervennero i membri di tutti e tre i gruppi del Sinedrio (Luca, ivi; cfr. § 58). In osservanza pertanto dell’antica e solenne norma suaccennata si cominciò con escutere «molti... testimoni», i quali però erano «falsi»; ma sia che la subornazione di tali testimoni fosse stata fatta in maniera affrettata e vaga, sia che essi riferendosi ad antichi fatti e discorsi di Gesù confondessero particolarità ben diverse, le loro «testimonianze non erano concordi» (Marco, 14, 56). Con tali deposizioni il processo non faceva un passo avanti e non si salvavano neppure le apparenze della legalità; giacché anche se a quei tempi non vigeva la norma, codificata più tardi, secondo cui il testimone doveva precisare esattamente il giorno, l’ora, il luogo, e tutte le altre minute circostanze del delitto attestato (§ 60), si richiedeva evidentemente che le deposizioni non si contraddicessero a vicenda. Qui invece si contraddicevano. Alla fine, tuttavia, si presentarono due testimoni che sembrarono concordi: il numero legale minimo, di due, c’era, e pareva esserci anche la concordia. Costoro deposero che Gesù aveva pronunziato le seguenti parole: «Posso demolire il santuario d’Iddio e in tre giorni edificar(lo)» (Matteo, 26, 61); ovvero secondo l’altra relazione: «Io demolirò questo santuario manufatto, e in tre giorni (ne) edificherò un altro non manufatto» (Marco, 14, 58). Ma anche questa doppia testimonianza, all’ulteriore inquisizione dei giudici, non risultò concorde nei suoi particolari: soprattutto, poi, essa non era vera né quanto allo spirito né quanto alla lettera. La testimonianza infatti si riferiva evidentemente alle parole pronunziate da Gesù più di due anni prima, in occasione della cacciata dei mercanti dal Tempio (§ 287); ma già vedemmo che quelle parole erano metaforiche e si riferivano, non già al Tempio di Gerusalemme, ma al corpo di Gesù stesso. Inoltre, anche volendo prendere quelle parole come dirette al Tempio di Gerusalemme, Gesù non aveva espresso il proposito di demolire egli stesso il Tempio, bensì aveva sfidato i suoi avversari a demolirlo (Demolite questo santuario, ecc.); dunque egli tutt’al più sarebbe stato il ricostruttore del Tempio, eventualmente demolito dai Giudei, non già il suo demolitore. Ma ricostruire il Tempio poteva esser titolo di encomio, non già argomento di accusa; una delle pochissime benemerenze che, mezzo secolo avanti, Erode il Grande si era procurato agli occhi dei Giudei osservanti era stata appunto quella di aver ricostruito più suntuosamente di prima il Tempio da lui stesso man mano demolito (§ 46). Certamente testimoni e giudici non credevano che Gesù potesse fare quanto Erode il Grande aveva fatto; ma essi in tal caso potevano concludere tutt’al più che l’imputato era un vanesio, un sognatore, un millantatore, non già un empio e un bestemmiatore.
• § 566. Senonché la doppia testimonianza riguardo al Tempio era troppo opportuna perché quei giudici, in difetto d’altri capi d’accusa, se la lasciassero sfuggire: essa poteva valere almeno come prova che Gesù aveva ritenuto possibile o aveva profetizzato la distruzione del Tempio. Ora, quando si trattava di quel cumulo di sassi e di travi che costituivano il Tempio materiale, i Giudei dei tempi di Gesù perdevano immediatamente il lume degli occhi, come l’avevano perso sei secoli prima i Giudei dei tempi di Geremia. L’antico profeta era stato giudicato degno di morte perché aveva predetto da parte di Dio che il Tempio sarebbe stato distrutto (Geremia, 7, 4 segg.; 26, 6 segg.); e le scritture di lui, nelle quali si narrava questa predizione insieme col suo puntuale avveramento e con l’empio trattamento fatto al profeta, erano tuttora venerate come sacre da coloro che stavano là assisi a giudicare Gesù: ma l’insegnamento che essi ne trassero fu di ripetere in maniera peggiorativa quanto i loro antenati avevano fatto al profeta del Dio d’Israele. Vedendo infatti che pure quest’ultima testimonianza stava per sfumare, il sommo sacerdote prese una risoluzione decisiva. Levatosi in piedi, Caifa tentò di ottenere da Gesù qualcosa che in apparenza fosse una sua giustificazione di fronte all’accusa dei testimoni, ma che in realtà avrebbe implicato l’imputato nella discussione inducendolo a confessioni; gli disse perciò: «Non rispondi nulla? Che cosa testificano costoro di te?». Ma la desiderata risposta non venne, e Gesù serbò un silenzio assoluto. Allora il sommo sacerdote, assumendo un atteggiamento ispirato e solenne, insistette: «Ti scongiuro per il Dio vivente affinché ci dica se tu sei il Cristo (Messia), il Figlio d’iddio». L’atteggiamento del sommo sacerdote sembrava quello di un uomo che, tutto preso dal desiderio della verità, aspettasse soltanto una parola d’assicurazione per affidarsi e rendersi totalmente ad essa; udendolo si sarebbe detto che, a una risposta affermativa di Gesù, egli si sarebbe prostrato riverente davanti a lui riconoscendolo come il Messia d’Israele. Si noti inoltre, accuratamente, che Caifa ha scongiurato Gesù a dichiarare se egli sia il Cristo, il Figlio d’iddio. Cosicché i termini dell’interrogazione sono due; Gesù potrà affermare o negare di essere il Cristo, ossia il Messia, e oltre a ciò di essere il Figlio d’Iddio. È probabile che Caifa, in questo scongiuro, usasse i due termini come praticamente sinonimi; tuttavia egli stesso e gli altri membri del Sinedrio mostreranno in seguito di saper ben distinguere il preciso significato dei due termini, e attribuiranno al termine «il Figlio d’Iddio» un significato distinto e assai più alto che quello di «Messia».
• § 567. Il momento era davvero solenne. Tutta l’operosità, tutta la missione di Gesù apparivano quasi riassunte nella risposta che egli avrebbe data allo scongiuro del sommo sacerdote. Chi interrogava era rivestito dell’autorità somma e ufficiale in Israele; chi rispondeva era colui che nella sua vita aveva serbato quasi costantemente occulta la sua qualità di Messia per ragioni d’oculata prudenza, confidandola soltanto negli ultimi tempi e soltanto a persone opportune e predisposte. Ma allora le ragioni di prudenza avevano cessato di esistere: pericoloso che fosse, era ben giunto il momento di dichiarare apertamente la propria qualità davanti all’intero Israele, rappresentato dal sommo sacerdote e dal Sinedrio. Tuttavia la risposta, che Gesù aveva già pronta, sarebbe stata certamente oggetto di scandalo per coloro a cui era diretta, a causa delle loro particolari condizioni di spirito: inoltre sarebbe stato necessario dapprima mettere bene in chiaro taluni principii sui quali essi potevano equivocare. Gesù quindi prudentemente ammonì: «Se io ve (lo) dico, non (mi) crederete; se poi (vi) interrogherò, non (mi) risponderete» (Luca, 22, 67-68). Questa ammonizione deluse per un momento l’ansiosa aspettativa dell’intera assemblea, i cui membri perciò dovettero esortare l’imputato a rispondere, ripetendogli alla rinfusa la domanda del sommo sacerdote per ottenere la dichiarazione che essi si aspettavano. Gesù allora, indirizzandosi al sommo sacerdote rispose: «Tu (l’)hai detto»; il che significava: «Io sono ciò che tu hai detto» (§ 543). A questa schematica affermazione l’imputato aggiunse una dichiarazione rivolta all’intera assemblea: «Senonché vi dico, da adesso vedrete il figlio dell’uomo seduto a destra della “Potenza” e veniente sulle nubi del cielo». Questa aggiunta adduce, fondendoli insieme, due celebri passi messianici (Daniele, 7, 9. 13; Salmo 110 ebr., 1); essa infatti vuole precisare il senso della schematica affermazione di Gesù ricollegandola con le sacre Scritture ebraiche, e nello stesso tempo appellarsi ad una futura prova di quella affermazione cioé al ritorno glorioso del Messia «sulle nubi del cielo», predetto dalle Scritture.
• § 568. Appena udite le parole di Gesù tutti i Sinedristi insorsero protesi e vibranti, e a gara domandarono all’imputato: T»u dunque sei il Figlio d’Iddio?» (Luca, 22, 70). Dalla precedente risposta di Gesù essi già avevano ottenuto la preziosa confessione che egli si reputava Messia: poteva tuttavia rimanere un dubbio, cioè se egli si reputasse bensì Messia ma non già «Figlio d’Iddio» nel senso ontologico dell’appellativo. In realtà, le allusioni fatte da Gesù ai due passi messianici mettevano sufficientemente in chiaro anche questo punto; tuttavia i Sinedristi, ansiosi di ottenere una piena dichiarazione dall’imputato, gliene rivolsero formale domanda: «Tu dunque sei oltreché il Messia anche il Figlio d’Iddio?». Più precisi ed esatti di così, quei giudici non potevano essere. Più precisa ed esatta non poté essere la risposta di Gesù, la quale nel silenzio palpitante del tribunale risonò: «Voi dite che io sono»; il che significava: «Io sono ciò che voi dite» cioè il Figlio d’Iddio. Ottenuta questa nettissima affermazione, il sommo sacerdote gridò esterrefatto: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, adesso avete udito la bestemmia! Che ve (ne) pare?». Tutti a gran voce risposero: «è reo di morte!». Per rendere più visivo e più impressionante il suo sdegno, il sommo sacerdote mentre aveva lanciato il primo grido si era anche strappato l’orlo superiore della tunica, com’era usanza di fare quando si assisteva ad una scena di sommo cordoglio; ma in realtà se quell’uomo avesse mostrato palesemente sul volto i veri sentimenti che aveva nel cuore, il suo aspetto sarebbe apparso illuminato di profonda e sincera gioia. Egli infatti credeva d’esser riuscito a far bestemmiare Gesù, e con ciò ad implicarlo nella sua propria condanna.
• § 569. Senonché l’interrogazione rivolta dal sommo sacerdote a Gesù aveva costituito una procedura del tutto illegale. Poiché fino allora era mancata la prova testimoniale, si era cercato di rendere l’imputato testimonio avverso a se stesso, contro la norma stabilita in Sanhedrīn, 9 b, e di sorprenderlo in un preteso delitto flagrante; in tal modo non si teneva più conto dei pretesi delitti passati per concentrarsi unicamente su uno presente, e Gesù non figurava più come un imputato responsabile di antiche colpe ma come un innocente arrestato per esser provocato a bestemmiare. Inoltre Gesù, affermando di essere il Messia, non aveva affatto bestemmiato: in primo luogo perché egli in quella sua affermazione non aveva impiegato il nome di Dio, bensì aveva prudentemente sostituito al pronome personale o generico di Dio (Jahveh ovvero Elohīm) l’appellativo di «Potenza» come solevano fare i rabbini; in secondo luogo, perché attribuire a se stesso o ad altri unicamente la qualità di Messia d’Israele non poteva considerarsi una bestemmia. Senza uscire infatti dal rabbinismo più ortodosso, un secolo più tardi il grande Rabbi Aqiba proclamerà Messia quel Bar Kokeba che guiderà l’ultima e più catastrofica ribellione della Giudea contro Roma; eppure, nonostante questa fallace proclamazione, Rabbi Aqiba non solo non fu giudicato bestemmiatore ma rimase poi sempre come uno dei più illustri luminari del giudaismo dell’Era Volgare. Perciò l’affermazione messianica che Gesù aveva fatta di se stesso, anche se non era accettata, poteva essere giudicata dai suoi avversari tutt’al più vana e millantatrice quale di un allucinato od esaltato - come in realtà fu giudicata da alcuni contemporanei l’affermazione di Rabbi Aqiba - ma bestemmia contro la Divinità non era in alcun modo. Perché dunque il presidente gridò, e il tribunale confermò, che Gesù aveva bestemmiato? Evidentemente in forza della risposta affermativa data da Gesù all’ultima interrogazione: «Tu dunque sei il Figlio d’iddio?». In questa domanda il termine «il Figlio d’Iddio» certamente non è - nell’intenzione stessa dell’interrogante - un pratico sinonimo del termine Messia, bensì rappresenta in confronto con questo termine un ulteriore progresso, un climax, e riveste un significato assai superiore: gli interroganti volevano sapere da Gesù se egli, nel significato ontologicamente vero, si riteneva «il Figlio d’iddio». Avendo Gesù risposto in maniera affermativa, fu giudicato bestemmiatore. E così il processo religioso era finito e la sentenza era stata data: Gesù era stato giudicato reo di morte come bestemmiatore. La procedura era riuscita al sommo sacerdote in maniera superiore alla sua aspettativa. Visto che era inutile sperare nelle deposizioni dei testimoni subornati, egli si era rivolto direttamente all’imputato prendendo di mira dapprima la qualità di Messia, perché ottenuta una confessione su questo punto il reo confesso ne avrebbe dovuto rispondere poi in sede politica davanti al procuratore romano. Senonché la confessione era stata così ampia e solenne, che aveva portato spontaneamente all’altra interrogazione se l’imputato fosse - oltreché Messia - anche «il Figlio d’Iddio». Questa nuova interrogazione, più delicata e decisiva che mai, aveva ottenuto pure essa una risposta pienamente affermativa. Cosicché, in conclusione, l’inquirente aveva trionfato in ambedue i campi: in quello nazionale-politico, perché l’imputato aveva confessato di essere il Messia d’Israele; in quello rigorosamente religioso, perché aveva confessato di essere vero Figlio d’Iddio. Questa seconda confessione era stata decisiva davanti al tribunale del Sinedrio; la prima verrà addotta e sarà egualmente decisiva davanti al tribunale del procuratore romano. Questi fatti avvennero - come già accennammo (§ 564) - nella seduta mattinale, la quale fu definitiva e incorporò nella sua procedura i risultati provvisori ottenuti nella seduta notturna. Ma nel frattempo erano già avvenuti e tuttora avvenivano altri fatti, che qui raggruppiamo a parte. Prosegue la prossima settimana ...
Da «Vita di Gesù Cristo», imprimatur 1940, Abate Giuseppe Ricciotti, 7a Edizione, 32° - 36° migliaio, Encomio solenne della Reale Accademia d’Italia, Rizzoli & C. Editori, Milano - Roma, 1941.
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Cari Associati e Simpatizzanti, siamo riusciti a terminare anche il secondo numero del settimanale «Svrsvm Corda®». Ringraziamo, per tutto quanto e per la nostra attività, san Giovanni di Dio, protettore dell’Associazione. Se Dio vuole, lunedì inizieremo la distribuzione del bollettino cartaceo, mentre l’edizione digitale è già disponibile all’indirizzo Internet www.sursumcorda.cloud. La settimana appena conclusa è stata davvero impegnativa: l’immancabile ‘scontro’ con la burocrazia nazionale; gli impegni associativi; le varie spese; la programmazione del sito; la digitalizzazione dei testi, ecc... Abbiamo 4 nuovi Associati uniti nella preghiera, finalmente anche un codice ISSN, un account ISBN come editori e la prossima settimana dovrebbe arrivarci anche l’iscrizione al ROC. In questo numero impareremo a conoscere meglio Dio, soprattutto attraverso gli scritti di mons. Perardi. Lo Spirito Santo, nel Libro della Sapienza, così parla degli uomini i quali, dal mondo che vedono, non hanno saputo elevarsi a conoscere Dio: «Ora, vani sono tutti gli uomini che non hanno conoscenza di Dio; e dalle cose buone che vedono non hanno saputo intendere Colui che è, né dalla considerazione delle opere riconobbero l’artefice (...) Se rapiti dalla bellezza di tali cose, le riconobbero come dèi, pensino quanto più bello sia il loro Signore, poiché le ha fatte tutte l’Autore della bellezza. Se poi ammirarono le virtù e le loro opere, da queste intendano che più potente di esse è Colui che le ha fatte. Poiché dalla grandezza e dalla bellezza della creatura potrà intelligibilmente vedersi il loro Creatore (...) Se gli uomini giunsero a saper tanto da apprezzare le cose del mondo, come mai non hanno trovato più facilmente il Signore di esse? Infelici sono coloro le cui speranze sono in cose morte (...)» (Capo XIII, 1-10). E per mezzo di san Paolo: «Quello che può conoscersi di Dio è manifesto in essi (uomini), poiché Dio lo ha loro manifestato. Infatti le cose invisibili di Lui, dopo creato il mondo, comprendendosi per le cose fatte, sono diventate visibili: anche la eterna potenza e il divino essere di Lui, talché sono inescusabili. Perché avendo conosciuto Dio non lo glorificarono come Dio, né a Lui resero grazie: ma divennero stolti nei loro pensamenti, e si ottenebrò l’insensato loro cuore » (Ai Romani, 1,19-21).
Carlo Di Pietro
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Stimati Associati, gentili Lettori, il 6 agosto dell’anno 523 moriva Papa sant’Ormisda. Ogni legittimo Pontefice ci ha lasciato in eredità il grande tesoro del suo Magistero, che, senza trascurare i nostri doveri di stato e senza travalicarne i limiti, faremmo bene a meditare con filiale attenzione. La Professione di fede che ci accingiamo a studiare era destinata al clero che rientrava dallo scisma acaciano. Oggi risulta insolito parlare di scisma, dato che ognuno sembra predicare e praticare la propria ‘esclusiva’ fede sentimentale, generalmente un misto di relativismo, naturalismo e fideismo, noncurante di qualsiasi autorità, nell’indifferenza di chi dovrebbe essere l’autorità, eppure la storia ci insegna che la Chiesa ha sempre e santamente vigilato sull’unità di fede e di governo. Tra le diverse versioni, di poco differenti l’una dall’altra, viene qui riportata quella che sant’Ormisda consegnò al suo legato l’11 agosto 515. Essa fu sottoscritta a Costantinopoli il 18 marzo 517. È molto vicina a questa versione della formula un’altra che fu allegata alla lettera Inter ea quae, indirizzata ai vescovi della Spagna in data 2 aprile 517. Il 16 marzo 536 l’imperatore Giustiniano ed il patriarca Menas di Costantinopoli (Collectio Avellana, Lettera 89 90) e più tardi anche il Concilio di Costantinopoli IV (Sessione 1) sottoscrissero una formula di questo tipo (cf. Denzinger, 363-365; pag. 208-209). Leggiamo: «(1) L’inizio della salvezza è custodire la regola della retta fede e non deviare in nessun modo da quanto stabilito dai Padri. E giacché non si può non tenere conto della sentenza del Signore nostro Gesù Cristo, che dice: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa [Mt 16,18], quanto fu detto vien dimostrato dai fatti che seguirono, giacché presso la Sede Apostolica la religione cattolica è sempre stata conservata immacolata. (2) Non desideriamo dunque affatto separar(ci) da questa speranza e (questa) fede e, seguendo in tutto quanto i Padri hanno stabilito, anatematizziamo tutte le eresie, particolarmente l’eretico Nestorio, che è stato a suo tempo vescovo della città di Costantinopoli, (e fu) condannato nel Concilio di Efeso da Celestino, papa della città di Roma e da san Cirillo, vescovo della città di Alessandria; assieme a costui, anatematizziamo Eutiche e Dioscoro d’Alessandria, condannati nel santo Concilio di Calcedonia, che seguiamo e abbracciamo [e che sulle orme del s. Concilio di Nicea proclamò la fede apostolica]. (3) Aggiungiamo a costoro [Detestiamo anche] il traditore Timoteo soprannominato Eluro, e il suo discepolo e in tutto (suo) seguace Pietro d’Alessandria; così pure condanniamo [anche] e anatematizziamo Acacio, vescovo di Costantinopoli, condannato dalla Sede Apostolica, loro complice e seguace, oppure coloro che sono rimasti nella condivisione di comunione con loro: giacché [Acacio] meritò nella condanna un giudizio simile (a quello) di coloro alla cui comunione si unì. Condanniamo non di meno Pietro d’Antiochia con i suoi seguaci e (i seguaci) di tutti i sopraddetti. (4) Conseguentemente accogliamo [invece] e approviamo tutte le lettere del beato papa Leone, da lui scritte circa la religione cristiana. Quindi, come abbiamo sopra detto, seguiamo in tutto la Sede Apostolica e proclamiamo tutto quanto è stato da essa stabilito, [E perciò] spero di meritare di essere nell’unica comunione con voi, (quella) proclamata dalla Sede Apostolica, nella quale c’è l’integra e verace [e perfetta] solidità della religione cristiana: promettiamo [prometto] anche [in futuro] di non leggere durante i misteri i nomi di coloro che sono stati allontanati dalla comunione con la Chiesa cattolica, cioè coloro che non sono d’accordo con la Sede Apostolica. [Che se cercherò in qualcosa di deviare dalla mia professione, professo che per il mio stesso giudizio sono complice di quanti ho condannato]. (5) Questa mia professione poi [io] (l’)ho sottoscritta di propria [mia] mano e (l’)ho consegnata [mandata] a te, Ormisda, santo e venerabile papa della città di Roma ...».
A cura di CdP
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• Si tenga presente che: 1° Giuda tradì Gesù perché era un avaro, e pur amandolo lo tradì per avarizia fino a suicidarsi a causa della disperazione; 2° Aiutare i Sacerdoti è un dovere dei Cristiani, nonché Precetto che ci comanda di sovvenire alle necessità della Chiesa contribuendo secondo le leggi o le usanze (San Pio X); 3° L’avaro è, in realtà, un miserabile. Egli è povero pur avendo tutto o quanto basta. L’avaro è portato al furto ed alla frode negli affari. L’avaro si lamenta addirittura delle sue fortune, ritenendole poche od a rischio. L’avaro non può elevare la sua anima a Dio, poiché ella è prigioniera di questa infame passione. L’avaro ordinariamente va all’inferno “senza appello”. Tuttavia anche l’avaro può liberarsi da questo cancro, ma deve iniziare con una sincera richiesta di perdono a Dio e con slanci di generosità. L’avaro guardi alle odierne incerte circostanze come a un dono di Dio per la sua redenzione: dopo la morte l’avaro, come ogni disgraziato peccatore, non potrà avere alcuna altra possibilità, ma sarà eternamente dannato e odiato da Dio.
• Questo breve editoriale, in tempo di Corona Virus, è dedicato a Dio. Ci faremo aiutare dalle preziose indicazioni di teologia morale Roberti-Palazzini. Dio è il primo fondamento di ogni legge morale in quanto ne è la causa efficiente, esemplare e finale. Infatti, come Creatore e Governatore supremo di tutto l’universo, Egli ha concepito sin dall’eternità ed espresso nella creazione le leggi secondo le quali debbono svolgersi le azioni umane, esprimendo queste leggi sia nell’ordine obiettivo delle cose e nella loro natura (in quanto conosciuta dalla ragione umana) sia coi dettati positivi (v. anche Legge eterna, naturale, divino-positiva); cosicché ogni legge proviene da Dio, direttamente oppure indirettamente, per mezzo di un’Autorità che da Lui deriva la potestà di comandare. L’uomo, osservando questa legge morale, tende al suo ultimo fine, perché la propria perfezione morale che ne risulta lo rende simile alla perfezione del suo divino esemplare, e soprattutto perché essa lo conduce all’acquisto di Dio come soggetto di conoscenza e di amore soprannaturale nel Paradiso. Chi nega l’esistenza di Dio sottrae alla legge morale l’unico suo fondamento, che non può essere sostituito con criteri di utilità, di benessere o di imperativi categorici, né con un fatto compiuto per imposizione esterna da parte di altri uomini: Non c’è potestà se non da Dio (Rom., 13, 1).
• È evidente che ogni legge o comandamento si riferisce in ultima analisi sempre a Dio stesso, e che quindi ogni infrazione costituisce un reato contro di Lui. Mentre, però, questa opposizione a Dio per gran parte della legge morale si effettua in modo indiretto, essendo il suo oggetto diretto un bene creato (vita umana, beni temporali, onore, ecc.), per un’altra parte l’opposizione è diretta, e precisamente per quella parte di cui Dio o le cose di Dio sono l’oggetto immediato, che determina i nostri doveri verso di Lui: adorazione, culto, fede, speranza, carità, eccetera. Praticamente troviamo questi doveri espressi negli obblighi che ci impongono le tre virtù teologali e i tre primi comandamenti del decalogo (v. Adorazione, Bestemmia, Carità, Culto, Fede, Giuramento, Liturgia, Speranza, Tentazione di Dio, ecc.). Esempio: Il pensiero ecumenico è un’opposizione diretta a Dio. La frode negli affari è un’opposizione indiretta a Dio.
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Il momento attuale è caratterizzato dal pericolo Covid-19. Tema che, per prudenza, preferisco non toccare direttamente: ho, difatti, poche certezze e molti dubbi. Tuttavia è certo che due persone che direttamente conoscevo, due concittadini pieni di vita e molto noti per le loro attività, sono stati lasciati morire in casa ed in meno di quindici giorni. A quanto pare, chi di dovere, privo degli adeguati dispositivi di protezione, non ha avuto il coraggio di prestare loro la doverosa assistenza sanitaria. Si tratta di casi isolati? Le risposte veraci probabilmente non arriveranno mai.
Per noi Cattolici vale sempre la massima del Maestro: «Estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae» - «Siate sempre prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe» (S. Matthaeum, X, 16). Sant’Agostino commenta: «Semplici come colombe per non nuocere a nessuno, astuti come serpenti per stare in guardia e non ricevere danno. Ma non potrai stare in guardia dal ricevere danno, se non comprenderai in che cosa puoi essere danneggiato».
Non ho mai usato Sursum Corda per parlare di questioni personali, ma oggi farò un’eccezione poiché ciò che ho fatto potrebbe interessare ad altri: 1° Ho scritto testamento; 2° Ho scritto le ultime volontà; 3° Ho scritto il D.A.T. o “testamento biologico” (D.A.T. è acronimo di Disposizioni Anticipate di Trattamento).
Testamento è quell’atto di ultima volontà (mortis causa) essenzialmente unilaterale e revocabile, con il quale la persona dispone del suo patrimonio o di parte di esso, per il tempo successivo alla morte. La capacità di disporre per testamento (capacità attiva) è propria di quanti, avendo l’uso di ragione (diritto naturale), possono disporre dei propri beni e non sono dichiarati incapaci dalla legge (diritto positivo). La disposizione testamentaria, come ogni altro negozio giuridico, può essere semplice o può essere anche modificata dalla apposizione di alcune lecite e legali condizioni, termini e modalità. Inoltre perché il testamento sia valido è necessario che la disposizione sia redatta nella forma corretta e che abbia un contenuto legale.
Dal punto di vista morale il testamento deve soddisfare intanto gli obblighi di giustizia (per esempio: la restituzione di quanto dovuto a qualcuno) e di pietà (per esempio: lascio i miei averi a tale Istituto religioso, a tale povero, al figlio naturale, eccetera ...). Anche in questo caso la legge divina e naturale prevale sulla legge squisitamente umana (per esempio: i legittimi eredi, con i loro avvocatucchi, che si fanno avanti con la pretesa di acciuffare la totalità del malloppo devono sottostare a leggi più grandi di loro ed invalicabili, se essi hanno il buon senso di conservare almeno la dignità umana e di non diventare peggiori delle iene).
Il testamento deve essere consegnato a persone di fiducia, delle quali si ha certezza che lo esibiranno al momento opportuno. È moralmente molto prudente fare testamento anche per evitare problemi di ordine morale e pratico agli eredi. Mi permetto di consigliare grande liberalità nella stesura del testamento, soprattutto lasciando disposizioni in favore di pie cause. I modernisti che occupano le nostre chiese NON sono una causa pia, ma sono l’opposto: «Il modernismo è sintesi di dutte le eresie e conduce all'ateismo e alla distruzione della Religione» (cfr. Pascendi, Papa San Pio X). Sempre mi permetto, nella mia miseria, di consigliare tanta prudenza: insomma bisogna essere lungimiranti affinché nessuno dei possibili aventi diritto - male intenzionato - abbia appigli per impugnare il testamento e per ostacolare l’esecuzione delle nostre oneste intenzioni.
Ultime volontà. Nel mio caso ho preferito unificare testamento ed ultime volontà, atteso che la mia famiglia è, grazie a Dio, nella totalità Cattolica integrale ed intransigente, dunque è veramente Cattolica e piamente rispettosa dei Sacerdoti che ci hanno in cura. In altri casi (per esempio: apostasie in famiglia, sventura di avere familiari comunisti, atei, modernisti, catto-comunisti o altre barbarie), è preferibile consegnare le ultime volontà, che riguardano quegli argomenti più spirituali, al Sacerdote.
Mi permetto di consigliare tanta prudenza anche in questa scelta: sappiamo difatti che molti, talvolta in buona fede, pur essendo vestiti da preti in verità non lo sono o non sono dei buoni Sacerdoti. Non ho autorità per sentenziare in materia né posso dilungarmi in tecnicismi, posso solo lasciare scritto, nella massima serenità, che è inverosimile considerare prete chi è stato ordinato col nuovo rito ed in ambienti oramai protestantizzati; è altresì inverosimile considerare un buon Sacerdote chi, pur ordinato col rito cattolico ed in circostanze “tradizionali”, considera Papa un pubblico apostata (difatti un anticristo non può essere uno con Cristo - Qui approfondimenti).
Dicevo che le ultime volontà sono delle disposizioni più immediate, soprattutto di carattere spirituale ma non solo, cui si richiede adempimento in caso di malattia grave ed invalidante, poi in prossimità della morte o, più in generale, quando c’è il rischio prossimo e concreto di morte. Possono essere anche volontà che fanno riferimento all’immediato: subito dopo la morte. È azione prudente scrivere - a prescindere dalle circostanze: «(...) ipsi enim diligenter scitis quia dies Domini, sicut fur in nocte, ita veniet» (I ad Thess., V, 2); poiché il Signore viene come ladro di notte - le proprie ultime volontà e consegnarle al Sacerdote come pure a persona, anch’essa cattolicssima, di cui si ha piena fiducia.
Avendo poco spazio a disposizione non mi è possibile trattare in maniera approfondita tutti gli argomenti dottrinali e morali alla base delle proposizioni che vado ad enunciare, mentre mi limiterò ad elencare alcune delle mie ultime volontà con brevi spiegazioni. Il grosso dell’esposizione verrà in seguito, quando parlerò del D.A.T. (o “testamento biologico”).
Purtroppo devo citare me stesso: «1° In caso di decesso ... NON avvisate nessuno ad eccezione dei soggetti che vado ad indicare al punto 2°. Lo stesso si faccia in caso di mia grave malattia (per l’amministrazione dei Sacramenti); 2° Avvisate solo i Sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia TO. In caso di loro indisponibilità, ... per il tramite di ... (indico il nome della persona di fiducia: di provata fede, competente in materia e di specchiata moralità) ... individuate un qualsiasi vero Sacerdote (che sia validamente ordinato, ovvero ordinato con rito cattolico e da un vero e notoriamente stimato Vescovo: la cui linea episcopale sia evidente e cristallina) che vive e celebra “NON una cum … i modernisti occupanti (materialmente e non formalmente) la Sede apostolica e le Sedi episcopali”; 3° Assolutamente non permettete ad un non prete, (come pure) ad un (qualsiasi altro) modernista (di destra, centro o sinistra poco importa), di insozzare la mia salma e di celebrare un falso e/o sacrilego rito funebre; 4° Assolutamente non consentite che il mio corpo venga massonicamente cremato (elencherò l’unica eccezione possibile); 5° Il Sacerdote deciderà come e dove dovrà svolgersi il mio funerale (questo per ragioni pratiche); 6° Io preferirei un funerale anonimo ed in forma assolutamente riservata (con l’aiuto di Dio mi sforzo di vivere anonimo e tale vorrei fosse il mio funerale: «Non efficiamur inanis gloriae cupidi» insegna l’Apostolo ai Galati, V, 26); 7° Richiedo, se possibile, di essere sotterrato; 8° Non vorrei la lapide ma solo una Croce con la scritta: Dominus dedit, Dominus abstulit; sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum (Iob, I, 21) ... eccetera ...».
Sono consapevole di non essere stato affatto esaustivo, tuttavia spero vivamente di aver dato degli spunti al lettore di buon senso. Probabilmente qualcuno, leggendo questo scritto, penserà di me che sono uno squilibrato, un eccessivo, un esaltato ... un estremista. Rispondo con la Scrittura: 1° «Fons vitae eruditio possidentis; poena stultorum stultitia» (Prov., XVI, 22); 2° «Beati estis cum maledixerint vobis ... propter Me» (S. Matthaeum, V, 11). E finalmente prego Dio, con l’intercessione della Beata Vergine Maria, dei Santi (in particolare di San Carlo Borromeo e di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori) e dei Martiri (in particolare di San Lorenzo e di San Giorgio), di poter rispondere con l’Apostolo: «Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi» - Ho combattuto la buona battaglia ... ho conservato la fede (II ad Tim., IV, 7).
Testamento biologico. Veniamo al D.A.T. o “testamento biologico”. La questione si fa più entusiasmante, considerando che si tratta di una attuale e prudente risposta ai potentati di Satana, i quali intendono ucciderci prima che vediamo la luce, pervertirci per asservirci qualora fossimo già nati, ucciderci quando diventiamo un problema, infine arricchirsi vendendo i nostri organi e cremando la nostra salma. È lo spirito della laicità, peste che pervade l’umana società («Pestem dicimus aetatis nostrae laicismum» Pius PP. XI, Quas Primas), funesta entità che domina la legislazione degli Stati cosiddetti laici, comunisti e/o aconfessionali. Unico rimedio alla peste dell’età nostra, prosegue il Pontefice, è riconoscere ed attuare nei singoli, nelle famiglie, nella scuola, nella società, nella legislazione ed ovunque il dogma della Regalità Sociale di Cristo. Lo Stato deve essere confessionale, deve veramente professare il Cattolicesimo romano, unica vera religione: «Et non est in alio aliquo salus, nec enim nomen aliud est sub caelo datum in hominibus, in quo oportet nos salvos fieri ...» (Actus, IV, 12).
D.A.T. significa “disposizioni anticipate di trattamento”, misura che ci è stata praticamente imposta da uno sparuto gruppo di appartenenti ai movimenti in difesa dei cosiddetti “diritti civili”, aggregazioni promotrici delle aberrazioni le più irragionevoli, contro natura, barbare, blasfeme ed anti-sociali. Non giudico le intezioni ma i fatti: «Omnis enim, qui mala agit, odit lucem et non venit ad lucem» (S. Ioannem, III, 20). Credo che il castigo maggiore che possa mandare Dio ad un genitore sia quello di dargli come erede uno di questi infami soggetti (infame = persona che pubblicamente ha una condotta contraria al diritto divino e/o naturale).
Il “testamento biologico” è entrato ufficialmente in vigore in Italia il 31 gennaio 2018, con una pseudo-legge a firma M5S ed approvata con i voti del tenebroso ed anticristico asse Partito Democratico, Liberi e Uguali e Movimento 5 Stelle. Chiudo la parentesi politica esprimendo, con don Margotti - Pio IX - Leone XIII, il mio fermo non expedit a qualsiasi fazione politica contemporanea. Qui gli appropriati approfondimenti.
Il D.A.T. esiste, è una realtà, è stata partorita da colui che è mentitore ed omicida sin dal principio - «homicida erat ab initio et in veritate non stabat» (S. Ioannem, VIII, 44) -, prendiamone atto ed utilizziamo questo “testamento biologico” alla maggior gloria di Dio ed a nostro giovamento.
Dottrina in sintesi. Vado ad elencare alcuni punti fermi di dottrina. 1° Riconosciamo l’esistenza di due ordini: il soprannaturale, poi il naturale; 2° Diamo la giusta importanza all’uno ed all’altro; 3° L’ordine naturale è sì importante, ma lo è di più l’ordine soprannaturale; 4° Il diritto alla vita è un diritto naturale che ogni uomo ha soltanto perché è uomo. Fondamento di questo diritto è la natura intellettuale dell’uomo, cioé la natura umana (brevemente = corpo + anima sin dal momento del concepimento e fino alla morte reale); 5° Il diritto alla vita è inalienabile ed è ordinariamente inviolabile (eccezioni = legittima difesa, sentenza della legittima autorità, guerra giusta - cfr. Catechismo del santo Pontefice Pio X al n° 413: «È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto; e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore»). D’altronde si tratta di affermazioni di retta ragione e precipuamente naturali, oltre che cattolicissime; 6° L’anima non è puro spirito (come lo sono gli angeli) ma è destinata a vivere nel corpo, mentre il corpo è un organo, uno strumento necessario all’anima, ma le è inferiore e va dominato; 7° La sofferenza è necessaria, anzi indispensabile. Molte volte è l’unico segno, per mezzo del dolore, che ci fa prendere consapevolezza dei nostri mali fisici e spirituali. Se non ci fossero dolore e sofferenza l’uomo potrebbe morire menomato senza neppure accorgersene. Nell’ordine soprannaturale ha una funzione espiativa ed è la pena terrena per soddisfare la giustizia di Dio, offeso dal peccato. Il diritto divino ci dice che le sofferenze sono il mezzo per riparare la colpa del peccato, sia originale che personale; 8° La morte dell’uomo è la separazione dell’anima dal corpo. L’anima, non essendo una creatura composta, non può morire. Ogni atto che di per sé priva l’unione dell’anima con il corpo causa direttamente la morte e si chiama uccisione. Distinguiamo la morte naturale dalla morte accidentale. La morte può essere causata volontariamente dall’uomo stesso ed è il caso dell’omicidio o del suicidio. L’aborto è un omicidio. L’eutanasia è un omicidio su commissione, talvolta anche omicidio suicidio (quando è direttamente la vittima a richiedere la sua uccisione); 9° L’uomo non può disporre della propria vita, sebbene non è moralmente obbligatorio desiderare di vivere. È dunque possibile desiderare la morte, come il cristiano brama la morte per poter finalmente vedere Dio, tuttavia la Chiesa ha sempre rigettato la ricerca diretta della morte, come ha rigettato la ricerca diretta del martirio. Quindi l’uomo ha il dovere di vivere; 10° Il pericolo di morte è quella circostanza da cui può venire la morte. Esiste nel momento in cui, date alcune particolari circostanze (malattia, epidemia, età avanzata, seri problemi di salute, eccetera), la morte si ritiene gravemente probabile. L’articolo di morte si ha invece quando la morte si ritiene certa ed inevitabile, non solamente una seria probabilità. Chi si vanta del proprio coraggio, chi vuole esibirsi, chi prova piacere compiendo atti pericolosi, si espone, peccando contro il quinto comandamento, al pericolo di morte.
Ciò premesso, vado ad elencare quanto ho di pugno scritto nel mio “testamento biologico”, poi scansionato, firmato digitalmente (*.p7m) ed inviato mezzo PEC (Posta Elettronica Certificata) al Sindaco del comune ove risiedo, all’Ufficio protocollo del medesimo Comune, al mio stimabile avvocato, infine ho consegnato l’originale alla famiglia. Seguirà un breve approfondimento.
Devo purtroppo citarmi per la seconda volta: «Con viva fede e profonda convinzione, di mio pugno scrivo e dichiaro quanto segue. Nell’ipotesi di non trovarmi nella condizione di poter decidere riguardo alle mie cure sanitarie, a causa di un deterioramento mentale e/o fisico, e/o di essere in un qualsiasi altro stato clinico esistente nella realtà e/o nella vigente legislazione ed in qualsivoglia altra condizione o presunta tale: 1° Voglio essere sempre informato sul mio stato di salute e sui farmaci somministratimi; 2° NON intendo in alcun modo donare gli organi. Nego qualsiasi donazione di organi.
(Donazione degli organi. Per primo, gli organi di un vero morto non interessano a nessuno, per conseguenza la scienza, secondo criteri legali che variano da paese a paese, decide quando dichiarare cerebralmente morto un individuo, dunque decide quando “staccare la spina” e procedere all’espianto. Traete voi le conclusioni. In ultimo, i miei organi potrebbero giovare alla vita di un reprobo satanasso, di un pervertito impenitente, eccetera ... L’idea non mi esalta!); 3° NON intendo che vengano interrotte le cure mediche, l’alimentazione, la respirazione ed altro utile a tenermi in vita. Nego l’interruzione delle cure lecite; 4° Rigetto assolutamente l’eutanasia, la cosiddetta sedazione profonda e qualsiasi altra forma di omicidio camuffato da pietà.
(Eutanasia e Sedazione profonda. Il cristianesimo fece sparire l’usanza inumana dell’eutanasia - o uccisione degli ammalati, dei vecchi decrepiti, dei bambini deformi, eccetera - ma la società laica, dunque atea e neo-pagana - l’ha riesumata dalle tenebre portandosi ad un livello più basso delle società squisitamente barbariche, dove alla vita pure veniva riconosciuto un rilevante valore. Anche la cosiddetta sedazione profonda, ovvero la somminiostrazione di sostanze che privano il paziente del normale uso di coscienza, permanentemente o temporaneamente, che accelerano la morte ed espongono il paziente ad una morte non riconciliato con Dio, sono assolutamente abominevoli ed illecite);
5° NON intendo rinunciare ad alcun tipo di cura medica (per la moralità e la liceità rimando unicamente alla decisione insindacabile di uno dei Sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia TO ...). Che anzi pretendo le migliori cure mediche previste dal sevizio sanitario pubblico, per le quali ho regolarmente pagato le tasse senza mai usufruirne e/o abusarne; 6° Aborrisco la mostruosa pratica della moderna cremazione. NON intendo essere cremato per alcuna ragione, anche se dovessi morire di peste, ebola, Covid-19 e simili malattie contagiose.
[Cremazione. La Chiesa ammetteva straordinariamente la bruciatura del cadavere in caso di pestilenze ed epidemie, quando cioé non si poteva fare altrimenti per salvaguardare la salute pubblica e porre fine al contagio. Non è il caso della contemporaneità. 1° Ci sono tutte le circostanze, le tecnologie ed i mezzi per garantire a chiunque degna sepoltura. 2° Inoltre la moderna cremazione è un vero e proprio rito gestito da precise organizzazioni dichiaratamente settarie in odio a Cristo. La cremazione fu praticata in epoche remote presso alcune, benché rare, comunità pagane. È praticata in sporadiche false religioni particolarmente superstiziose. Durante la funesta Rivoluzione Francese si tentò di imporre la cremazione nella legislazione civile. In Italia ricomparve dopo il “Risorgimento (del paganesimo)” per mano delle società massoniche ed anticristiche (Approfondimenti qui). Furono costruiti i primi forni crematori dalla massoneria in Padova, poi in altre località europee, infine negli USA nell’ignorante intento di contrastare e ridicolizzare il dogma della Resurrezione dei corpi. L’autorità suprema della Chiesa cattolica - N.B. i modernisti che occupano la Chiesa dagli anni ’60 non fanno testo poiché le loro sentenze, prive di autorità e di autorevolezza, vanno ignorate - ha sempre condannato la cremazione, ha condannato chi formalmente coopera alla cremazione, ha condannato chi dà ordine di cremare il proprio corpo o di far cremare il corpo di qualcuno, ha condannato chi fa parte delle società di cremazione, ha negato l’assoluzione sacramentale a chi ha ordinato la propria cremazione e non vuol revocare tale proposito, ha negato allo stesso la sepoltura ecclesiastica. I massoni ed altri sedicenti illuminati sono i propagatori di questa funestissima pratica. Le società di cremazione sono ordinariamente gestite da pochi e settari potentati anticristiani. La Chiesa ha sempre condannato la cremazione poiché si oppone direttamente all’antichissima ed umana tradizione di riverenza per il corpo umano, organo dell’anima santificata dalla grazia e dalla vita divina, tempio dello Spirito Santo. Bruciare un corpo per uno stato di grave necessità - per esempio in caso di pestilenza - quando non ci sono altri rimedi possibili è dunque lecito. È sempre illecita la pratica della moderna cremazione. La Chiesa non cambierà mai la sua posizione in materia].
Seguono le disposizioni sul funerale ... eccetera ... eccetera ...».
Nel redigere questo mio breve “testamento biologico” ho astutamente seguito lo schema interattivo di cui fa propaganda una nota associazione per i “diritti civili”. Ordinariamente un'accozzaglia di debosciati e falsi intellettuali - «Et sicut non probaverunt Deum habere in notitia, tradidit eos Deus in reprobum sensum, ut faciant, quae non conveniunt etc ...» (ad Romanos, I, 28) - che propaganda aborto, meretricio, sodomia, narcotici, eutanasia, femminismo, contraccettivi, eugenetica, sindacalismo, indulti ed altre misure e posizioni parimenti efferate, selvagge, irragionevoli, ostili a Dio, alla vita ed alla legge di natura. Utilizzando il loro schema burocraticamente granitico, nella compilazione ho scritto l’esatto contrario delle volontà propagandate da questi loschi figuri, poi ho finalmente depositato l’atto. Spero di aver fato un lavoro, certamente non perfetto, quantomeno meritorio per la mia anima e gradito al buon Dio.
Per gli approfondimenti ho convenientemente utilizzato il manuale Roberti-Palazzini (De Profùndis)
- Comunicato numero 202. Che significa «Buona Pasqua»?
- Comunicato numero 203. Cosa sono le opere di misericordia?
- Comunicato numero 204. Il Breve Esame Critico al «Novus Ordo Missae»
- Comunicato numero 205. La presenza del male e la Divina Provvidenza
- Comunicato numero 206. Le vere profezie e le false profezie
- Comunicato numero 207. La vera Bibbia e le false bibbie
- Comunicato numero 208. Che cos’è la Bibbia?
- Comunicato numero 209. La Chiesa e lo Spiritismo
- Comunicato numero 21. L'uomo moderno «chiama bene il male e male il bene»
- Comunicato numero 210. La verità sui fondatori del Protestantesimo