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La filosofia religiosa della Massoneria, sulle tracce segnate da Lessing, Herder e Fichte, pone tutte le religioni sul medesimo livello, considerando in esse non altro che il prodotto di quel dato grado di civiltà e di cultura che ha raggiunto il popolo che le professa; una tappa nel processo evolutivo dell’umanità, verso quella suprema meta in cui tutti gli uomini avranno raggiunto il possesso della «vera luce». La fede cristiana e cattolica, alla quale [alcune, ndR] vecchie corporazioni operative rimasero sempre tenacemente attaccate [almeno teoricamente, ndR], si è andata man mano dissolvendo, verso un perfetto agnosticismo religioso nella Massoneria latina, che ha detronizzato Dio e posto il Divin Redentore alla pari di tanti altri eroi dell’umanità. A dire di J. G. Findel, quella che per taluni sarebbe la vera filosofia della Massoneria non è in realtà che una tarda sovrapposizione dell’età del filosofismo alla genuina dottrina massonica, la quale consisterebbe nei «principi eterni e immutabili comuni a tutte le religioni», principi che ognuno ha diritto di vagliare e far suoi con «piena libertà di opinioni». [Il 15 agosto 1832 Papa Gregorio XVI promulga l’Enciclica «Mirari Vos» in cui condanna tutti i principi del liberalismo religioso e politico. 1) Condanna delle tesi di “rinnovamento”: «appare chiaramente assurdo ed oltremodo ingiurioso per la Chiesa proporsi una certa “restaurazione e rigenerazione”, come necessaria per provvedere alla sua salvezza ed al suo incremento, quasi che la si potesse ritenere soggetta a difetto, o ad oscuramento o ad altri inconvenienti di simil genere». 2) Condanna dell’indifferentismo religioso: «Veniamo ora ad un’altra sorgente trabocchevole dei mali, da cui piangiamo afflitta presentemente la Chiesa: vogliamo dire l’indifferentismo, ossia quella perversa opinione che per fraudolenta opera degl’increduli si dilatò in ogni parte, e secondo la quale si possa in qualunque professione di Fede conseguire l’eterna salvezza dell’anima se i costumi si conformano alla norma del retto e dell’onesto».
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Dalla conclusione: Abbiamo dato una sommaria esposizione dell’insegnamento cattolico sulla famiglia. E’ insegnamento evidentemente armonico, equilibrante, imparziale, giacché a tutti attribuisce l'unicuique suum. Rispetta ad un tempo i diritti della famiglia e quelli della Chiesa e dello Stato, i diritti dei padre e i diritti della madre, i diritti dei genitori e quelli della prole. E’ inoltre un insegnamento coerente e granitico, che ha il suo piedistallo sul basalto della sana metafisica e i dommi della Fede. Sebbene anche la dottrina opposta ha pure una qualche coerenza. Se Dio, (come alcuni illogicamente sostengono), non è, o — ciò che vale lo stesso — è una proiezione dell’io, o è naufrago nel baratro dell’inconoscibile; se l’uomo alla sua volta non è che il prodotto manipolato dalla sorda ed inconscia forza dell’evoluzione, l’organizzazione della vita familiare non può incentrarsi che sull’asse del piacere e dell’utile dell’io singolo o dell’io collettivo; donde la giustificazione da una parte di tutte le aberrazioni coniugali, e dall’altra la giustificazione delle enormi ingerenze del potere pubblico nel sacrario della famiglia. In fine l’insegnamento della Chiesa sull’istituto familiare ha un carattere d’inflessibilità coraggiosa. Mentre si tende a menomare e anche ad annullare la famiglia, la Chiesa si è impegnata a fondo a difenderla. Le Encicliche papali, come fortezze inespugnabili, difendono i sacri diritti della famiglia. Anche Pio XII ha elevato con fierezza la sua voce in difesa dei nuclei familiari: «Davanti al nostro sguardo, dice Egli, stanno in dolorosa chiarezza i pericoli che temiamo possano derivare a questa generazione e alle future dal misconoscimento, dalla diminuzione, dalla progressiva abolizione dei diritti proprii della famiglia. Perciò ci leviamo a fermi difensori di tali diritti in piena coscienza del dovere, che c’impone il nostro apostolico ministero» («Summi Pontificatus», 20 ottobre 1935). Questo atteggiamento di vigile difesa esercitata dai Papi sulla famiglia, forma una delle maggiori benemerenze della Chiesa nella storia. Quando, infatti, i Papi difendono la famiglia, tutelano in essa la legge naturale e i diritti innati che sono baluardi del nostro incivilimento. Oggi una lotta gigantesca si è ingaggiata fra i popoli che si disputano il primato. Non crediamo di avventurarci in previsioni profetiche, se affermiamo che il primato sarà di quei popoli, che avranno la famiglia stabile, numerosa, morigerata, religiosa, quale appunto la vuole la dottrina cattolica. (Angelo Brucculeri S.J.)
La velocità di scaricamento delle pagine può variare in base alla connessione internet utilizzata. Per scaricare il PDF del libro cliccare qui. Per inviare una donazione a Sursum Corda cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»).


























































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Nel senso attualmente corrente vuol significare: «pietosa uccisione non dolorosa di un malato ritenuto ormai inguaribile e tormentato da sofferenze intollerabili»; può essere applicata per volontaria richiesta del soggetto o per coercizione altrui. Il problema può essere considerato in modo particolare dal punto di vista della deontologia medica, della criminologia, della psicologia, della morale cristiana.
Dall’angolo prospettico della deontologia medica, essendo il fine della medicina quello di conservare il più a lungo possibile la vita umana e opporsi alla morte, l’omicidio liberatore dalle sofferenze non può ammettersi, come essenzialmente opposto al suddetto fine; inoltre, non può aversi l’assoluta certezza della inguaribilità del male, posta la possibilità d’una diagnosi errata, le impensate risorse dell’organismo, il continuo progresso dei mezzi di cura. D’altro lato, la medicina è in possesso dei migliori mezzi per alleviare le sofferenze, usabili con ampia larghezza, senza apprezzabile danno per la vita dell’infermo.
Sotto l’aspetto criminologico, il problema assume innumeri aspetti, e conduce a conclusioni nettamente negative rispetto alla pratica dell’eutanasia e ad una possibile sua (pretesa, ndR) legalizzazione. In quasi tutte le legislazioni passate e presenti le ipotesi, sia di partecipazione al suicidio e sia di omicidio del consenziente, sono ritenute punibili, pur con attenuazione di pena in riguardo ai motivi determinanti. Anche prescindendo genericamente dalle condizioni di malattia della vittima, se il tipo di infermità è tale da invalidare l’autoconsenso, questo diviene inefficace, non essendo espressione di libera volontà. L’eteroconsenso, negli incapaci, è cosa illecita per la mancante volontà del paziente da una parte, dall’altra per il grave rischio di fini occulti egoistici e criminosi degli interessati. Addivenire a considerare l’eutanasia motivo di non punibilità del soggetto attivo (come da alcuni è oggi voluto e proclamato e anche attuato in clamorosi processi, il che è indice di una odierna aborrenda tendenza) sarebbe socialmente improvvido e all’estremo pericoloso. Infatti, è intuibile quanto spesso, con “leggi” (ndR) simili, l’apparente fine di bene diverrebbe un pretesto mascherante i più turpi interessi, cioè quanto spesso la «pietosa morte» inflitta sarebbe l’arbitraria anticipazione, nel campo rigoglioso della delinquenza evoluta, di una morte altrimenti troppo tarda a venire per il desiderio degli interessati.
All’esame psicologico, indagando i motivi determinanti, il più delle volte non può considerarsi altruistico il fine dell’eutanasia, considerato nell’apparente desiderio pietoso d’interrompere le intollerabili sofferenze del paziente; a un esame più profondo, il movente appare materiato dal raffinato egoismo di non voler patire il patimento altrui, o volersi liberare dal peso di una penosa assistenza. La carità cristiana viene così distrutta e la filantropia sociale si risolve nel più banale egoismo.
Dal lato della morale cristiana, l’eutanasia è inaccettabile, come violazione del quinto comandamento: «non uccidere» (l’innocente, ndR) che si erge, come barriera insuperabile, ad ammonire che Dio solo è padrone assoluto della vita e non è lecito dar morte a sé o ad altri. I pagani stessi (Pitagora, Cicerone) ebbero chiaro nella mente ed espressero nelle loro opere il concetto, che è illecito allontanarsi dalla vita senza il comando di Colui che l’ha data, (Cicerone, De senectute, 20, 73; Somnium Scipionis, 3, 7). Nei riguardi d’un’anestesia a fondo, essa è moralmente lecita, purché non valga ad accelerare la morte e consenta all’infermo, almeno a intervalli, quella lucidità che gli permetta di curare i supremi interessi dell’anima e di regolare i suoi doveri di giustizia.
Dal punto di vista pratico attualmente in America si tenta in ogni maniera di ottenere la legalizzazione dell’eutanasia sia volontaria che coercitiva; a Nuova York esiste una «Euthanasia Society» forte anche di un numeroso gruppo di medici aderenti; essa ha organizzato un «American Advisory Council» composto di cento membri, tra cui numerosi appartenenti al clero protestante, uomini politici in vista (il senatore dello stato di Nebraska John H. Comstock, che già nel 1937 aveva proposto al voto nel suo stato una legge che legalizzasse la eutanasia volontaria), massimi esponenti della propaganda eugenica negativa (Margaret Sanger - in foto, ndR); essi attivamente lavorano e premono perché venga portata all’assemblea di stato di Nuova York un «proposed bill to legalize euthanasia».
(Voce tratta da «Enciclopedia Cattolica», Vaticano, Imprimatur 8 ottobre 1950, Vol. V, Coll. 864-866). Fine della citazione.
Purtroppo, dagli anni ‘50 ad oggi, complici soprattutto la funestissima “nuova pentecoste” del Vaticano Secondo e la propaganda massonica, la società cosiddetta “civile” è notevolmente regredita, giungendo fino a superare in barbarie lo stesso paganesimo. In molte nazioni si è preteso addirittura legalizzare la cosiddetta «eutanasia» e questo odioso crimine si sta diffondendo largamente. Anno 2017, in Italia i due partiti - atei - di maggioranza, il «Partito Democratico» ed il «Movimento 5 Stelle», con il concorso di una potentissima invasiva campagna mediatica, si stanno impegnando per la “legalizzazione” di detto crimine.
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Voce tratta dalla prestigiosa Enciclopedia Cattolica, Vaticano, Imprimatur 9 ottobre 1948, Vol. I, Coll. 105-112.
Teologia morale
L’aborto è l’espulsione dell’uovo o dell’embrione o del feto immaturo, cioè non viabile; in altri termini, non ancora capace, naturalmente od artificialmente, di vita extrauterina. «Uovo» è il termine adoperato ad indicare il prodotto della concezione dall’inizio alla seconda settimana completa; «embrione» s’adopera per il tempo che va dalla seconda settimana alla quarta; «feto» per i mesi che intercorrono fra la quarta settimana e il parto regolare. L’atto dell’aborto va distinto: a) dalla semplice accelerazione del parto. Il feto non può vivere fuori del seno materno se non, generalmente, dopo il settimo mese completo di gestazione; eccezionalmente anche dopo il sesto, quando si hanno i mezzi per le cure speciali necessarie al neonato, ad esempio l’incubatrice artificiale. Si deve notare però che a formare un giudizio sulla viabilità del feto separato dalla madre, non conta tanto il numero dei mesi, quanto il suo sviluppo fisico e le sue disposizioni. L’espulsione del feto tra il settimo (o sesto) e il nono mese di gestazione si indica col termine di parto prematuro o accelerazione del parto; b) dal feticidio od embriotomia nelle sue varie forme (craniotomia, sviscerazione, transito di corrente elettrica) che uccide il feto nel seno materno per renderne possibile l’estrazione; c) dalle pratiche anticoncezionali, che mirano preventivamente ad impedire la fecondazione.
L’aborto può avvenire spontaneamente per cause morbose varie del padre o della madre, ad esempio la sifilide (involontario o naturale) o per intervento dell’uomo (volontario o artificiale). In questo caso è diretto, se il mezzo che si adopera tende di sua natura a procurarlo; indiretto, se né l’intenzione, né l’atto compiuto mirano a questo, ma ad altro scopo, ad esempio curare un’infermità della madre; di modo che l’aborto sia soltanto una conseguenza permessa e non propriamente voluta, anche se prevista. L’aborto può volersi e praticarsi per motivi egoistici indegni e perversi (criminale) o per indicazione medica per salvare la madre (terapeutico) o per impedire la nascita di creature tarate (eugenico) o per salvare l’onore o evitare danni economici (a indicazione sociale). È dolorosamente noto quanto sia diffusa la pratica dell’aborto nei nostri tempi, fino a diventare la soluzione più comune di tante situazioni e la prima a cui si ricorre; fino ad essere in alcuni Stati “legalizzato” (abbiamo aggiunto le virgolette, ndR). Il che si deve soprattutto all’irreligiosità crescente ed alla concezione materialistica della vita, che spinge a ricercare il piacere sempre, ad ogni costo, con qualsiasi mezzo ed a sottrarsi a qualunque dovere che pesi.
Princìpi
a) È gravemente illecito uccidere direttamente l’uovo o l’embrione o il feto nel seno materno. Questo in forza della legge naturale confermata dal V comandamento divino: «Non ucciderai». La creatura innocente che si apre alla vita, ha il diritto di vivere come qualunque altra persona umana. Quest’uccisione rimane gravemente illecita anche quando la si intende solo come mezzo per salvare la madre, perché il fine non giustifica i mezzi, né è mai lecito fare il male perché ne derivi un bene. Resta perciò proibito il feticidio o embriotomia in tutte le sue specie. Così le risposte del Sant’Uffizio del 28 maggio 1884, 19 agosto 1889, 25 luglio 1895 (Denz.-U., nn. 1889, 1890, 1890 a. Cf. anche l’enciclica Casti connubii di Pio XI, 31 dicembre 1930: Denz-U., nn. 2242, 224.3).
b) È gravemente illecito procurare l’aborto diretto dell’embrione o del feto vivente (se il feto fosse già morto, naturalmente è lecito estrarlo). Perché ciò equivale ad un’uccisione diretta; si espelle infatti dalla madre una creatura che separata dalla madre non può vivere. L’illiceità rimane anche quando l’aborto è procurato come mezzo per salvare l’onore della giovane, o evitare l’infamia della madre o la vendetta del marito o il peso della prole, o assicurare la salute stessa della madre; ciò sempre in forza dello stesso motivo che il fine non giustifica il mezzo e non si deve fare il male per ricavarne un vero o presunto bene. Resta quindi condannato non solo l’aborto criminale, ma ogni altro aborto diretto ad indicazione terapeutica, sociale o eugenica. Così il Sant’Uffizio nella sua risposta del 25 luglio 1895 (Denz-U., n. 1890 a. Cf. anche le gravissime parole (…) dell’enciclica Casti connubii, -U., nn. 2242, 2243, 2244). Sono anche gravemente illeciti, almeno per la cattiva intenzione, tutti i tentativi di aborto, ai quali si suole ricorrere con i più diversi mezzi e rimedi, anche se poi di fatto non si approda a nulla.
c) L’accelerazione del parto non è illecita in se stessa, purché esista una causa grave e si compia in tempo e condizioni che assicurino la vita del feto e della madre (Sant’Uffizio, 4-6 maggio 1898, 5 marzo 1902: -U., n. 1890 b-1890 c). La causa grave può consistere nel salvare la vita della madre o del feto, quando l’accelerazione del parto è l’unico o il migliore rimedio per conseguire il fine. La causa deve sempre essere proporzionata al pericolo.
d) L’aborto indiretto è lecito quando vi sia una causa grave. Ciò in virtù del principio della doppia causalità: è lecito porre un’azione buona o indifferente, dalla quale segua direttamente un doppio effetto: l’uno buono, al quale si mira; l’altro cattivo, che solo si tollera o si permette, quando però ci sia un motivo proporzionatamente grave. È quindi lecito somministrare alla madre gravemente inferma un rimedio, anche se questo fosse pregiudiziale al feto, quando si verificano queste condizioni: la malattia della madre dev’essere tanto più grave quanto maggiore è il pericolo dell’aborto; manchino altri rimedi inoffensivi; il rimedio adoperato serva direttamente in beneficio della madre e quindi la morte eventuale del feto non s’intenda, ma si eviti al possibile. Il feto, qualora avvenisse l’aborto, dev’essere battezzato (purché non appaia evidentemente essere morto, ndR).
e) Lo stesso principio si può applicare in parecchi altri casi di grave pericolo di morte per la madre; quando il pericolo non si può scongiurare altrimenti che con un intervento chirurgico. Così: 1) quando si tratta di utero gravido canceroso o di un tumore, che non si possa asportare senza nel medesimo tempo asportare anche l’utero gravido, l’isteroctomia è lecita, perché la conseguente morte del feto non è né lo scopo a cui si mira (finis operationis; si mira a togliere l’utero non in quanto gravido, ma in quanto infetto), né l’oggetto dell’azione (finis operis; l’oggetto, qui, non è che l’organo da asportare). 2) quando si tratta di idramnios acuto o di utero incarcerato e retroflesso, che altrimenti non possa ricollocarsi a posto, non consta essere illecita la puntura dell’involucro per farne uscire il liquido amniotico e quindi facilitare le manovre necessarie. 3) quando si tratta di gravidanze extrauterine o feti ectopici. Si ha gravidanza extrauterina quando l’uovo fecondato si è impiantato nella cavità peritoneale, sull’ovaia o più frequentemente nella tromba uterina. Questa gravidanza difficilmente giunge a termine e anche in questi casi è necessario l’intervento chirurgico; di solito si interrompe ai primi mesi per il manifestarsi di un’emorragia, o la rottura della tromba e il distacco della placenta. Tutto ciò provoca la morte del feto e costituisce un pericolo molto grave per la madre. Quale condotta tenere? Se il feto ectopico è già viabile, si può ricorrere all’accelerazione del parto (Sant’Uffizio, 4-6 maggio 1898: -U., n. 1890 b). Se il feto non è viabile e si presume vivo e non urge il pericolo di emorragia, bisogna aspettare e vigilare attentamente per potere intervenire in tempo. Quando l’emorragia è avvenuta o è imminente, allora si può intervenire direttamente contro l’emorragia e asportare il tumore, anche se è un sacco fetale e ne seguirà la morte del feto. In questo caso l’eventuale aborto non è né il finis operis, né il finis operantis. Naturalmente non è mai lecito agire direttamente sul feto e ucciderlo, perché allora si avrebbe un omicidio diretto.
f) Altre operazioni sono lecite quando si tratta di feto viabile, perché non sono direttamente uccisive del feto (taglio cesareo, operazione di Porro, sinfisitomia, laparatomia e simili); ma si richiedono le seguenti condizioni: che non si possa ovviare altrimenti alla morte della madre o del figlio; che vi sia probabile speranza di salvare la madre e si provveda alla salute spirituale e temporale della prole.
Apologetica
Per coonestare (dare parvenza di onestà a ciò che in realtà è disonesto, utilizzando argomentazioni cavillose o false, ndR) in qualche modo il grave delitto dell’aborto, si fa ricorso a molti pretesti. Alcuni di essi si richiamano alla teoria del controllo delle nascite (per i quali ivi., v. nascite, controllo delle); altri toccano più da vicino il nostro argomento:
a) ( Dicono: ) L’embrione, e il feto nei primi tempi, non (sarebbe) ancora animato dall’anima razionale; in questo caso, procurando l’aborto, non si (commetterebbe) omicidio. Si risponde: Già il Sant’Uffizio (4 marzo 1679: -U., nn. 1184-85) ha dichiarato illecito l’aborto diretto col pretesto che il feto sia inanimato. Ed a ragione; perché è sentenza oggi largamente condivisa quella che ritiene che l’anima razionale informa l’uovo fin dal primo momento della avvenuta fecondazione. Se le facoltà superiori dormono, gli è che l’organismo non permette loro ancora di agire, perché non ancora sufficientemente sviluppato. Ma i più moderni studi istologici sui fenomeni che avvengono nell’ovulo fecondato, rivelano che è presente un principio vivificatore che tutto coordina e orienta. In tutti i casi si deve ragionare così: Se l’uovo o l’embrione o il feto già sono animati dall’anima razionale, l’omicidio diretto c’è; tanto più deprecabile in quanto molto spesso si priva la creatura incipiente della vita eterna (va al Limbo); se eventualmente - (per ipotesi) - non fosse ancora animato, c’è un omicidio imperfetto, se si vuole, ma sempre omicidio, perché si stronca un processo vitale naturalmente preordinato a sboccare in un essere umano;
b) ( Dicono: ) Il bambino è una semplice appendice della madre; ora è lecito tagliarsi una mano per salvare una vita. No; il bambino dimostra fin dal principio un organismo in formazione, ma autonomo, con la sua circolazione, col suo proprio sangue, e le proprie pulsazioni; attinge dalla madre, ma elabora da sé, in forza di un principio vitale suo proprio. È dunque non un’appendice, ma un individuo sui iuris;
c) ( Dicono: ) Il feto è un ingiusto aggressore che attenta alla vita della madre. Si deve rispondere: No. Allo stesso modo e con maggior ragione si dovrebbe dire aggreditrice la madre che non è sana, ha insufficienze epatiche, disfunzioni endocrine, per cui il feto non trova nell’organismo materno le condizioni necessarie al suo sviluppo; del resto il feto non ha nessuna colpa se è venuto alla vita. (Cf. enciclica Casti connubii: -U., n. 2242);
d) ( Dicono: ) Si dovranno dunque perdere due vite? No, ma si devono salvare tutte e due; la formola esatta non è «o la madre o il bambino», ma «e la madre e il bambino». I diritti della madre e del figlio sono i diritti di due persone umane pari grado; non si può ucciderne una per salvare l’altra. Non si può in un naufragio strappare il salvagente a uno per darlo a un altro;
e) ( Dicono: ) Ma è un orrore lasciar morire una madre e privare la famiglia del suo più forte sostegno. Si deve rispondere: Ci vogliono tutte le cure e le premure e assistenze possibili per scongiurare questo doloroso pericolo; e se queste sono ben condotte, generalmente si salvano e la madre e il figlio. Ma nel caso deprecabile che non esista rimedio alcuno, non c’è che abbassare il capo e rimpiangere la impotenza umana. In un incendio, nell’affondamento di un sottomarino, non è sempre possibile salvare tutti; si è costretti talora a contemplare la morte altrui senza potere intervenire. Lasciar morire, non è uccidere; e si deve lasciar morire, ma non mai uccidere. In nessun caso;
f) ( Dicono: ) Nel caso di gravidanze extramatrimoniali ne va di mezzo l’onore di una fanciulla o di una donna sposata e delle loro famiglie. E non solo l’onore, ma la pace, l’armonia, ecc. L’aborto, in questi casi, salverebbe tutto. ( Risposta: ) Dobbiamo però osservare che l’onore si salva evitando il male; e non raddoppiandolo;
g) ( Dicono: ) «La donna ha il diritto di abortire come ha il diritto di tagliarsi i capelli e le unghie, di ingrassare o dimagrire» (Madd.na Pelletier, in L’émancipation sexuelle de la femme, presso R. Biot, p. 118). L’obiezione è troppo volgare e indegna; nessun paragone possibile fra i capelli, le unghie, ecc. e una creatura umana, massime considerata come destinata ad essere figlia di Dio e a godere la felicità eterna.
Diritto
Il primo accenno all’aborto come delitto, lo troviamo in un passo della Bibbia (Ex. 21, 22), dove esso, peraltro, viene considerato più come conseguenza di una lesione personale che come reato a sé stante. Nella Grecia antica, la imperante rilassatezza dei costumi non solo tollerava, ma finanche favoriva l’aborto, come è facile rilevare da taluni scritti di Ippocrate e di Aristotele. I Romani, convinti che il feto rappresentasse semplicemente una porzione delle viscere materne, non punirono l’aborto procurato come tale (astraendo, cioè, dal danno e dall’ingiuria eventualmente arrecati alla madre) né durante la repubblica né nei primi tempi dell’impero; e soltanto dall’epoca di Settimio Severo in poi lo assimilarono al veneficium, reprimendolo con la multa, con l’esilio, coi lavori forzati ed anche con la pena capitale se avesse causato la morte della gestante.
La Chiesa fin dai primi secoli considerò il procurato aborto alla stessa stregua dell’omicidio (si ricordino: il Concilio Illiberitano, a. 306, can. 63; il Concilio Ancirano, a. 314, can. 21; il Concilio Trullano, a. 692, can. 91; il Concilio di Worms, a. 869, can. 35), distinguendo però tra la soppressione del feto animato e quella del feto inanimato (can. 8, C. XXXII, q. 2). Tale distinzione venne ribadita da Gregorio XIV nella costituzione Sedes Apostolica del 31 maggio 1591, ma fu poi abbandonata da Pio IX con la costituzione Apostolicae Sedis del 12 ottobre 1869.
Il vigente CIC (can. 2350, § 1 - Pio-Benedettino del 1917, ndR) contempla il procurato aborto fra i delitti contro la vita risolvendo così nel modo più consono alla tradizione e alla dottrina cattolica la controversia lungamente agitatasi, e non ancora sopita, circa la obiettività giuridica del reato in parola. Il bene tutelato dalla norma penale è, dunque, per il canonista, la vita del nascituro, a nulla rilevando che si tratti di vita intrauterina e che il feto non possa propriamente chiamarsi soggetto di un diritto alla vita. Qualsiasi fedele, non esclusa la madre, può rendersi responsabile di questo delitto, il cui elemento materiale è costituito dalla violenta interruzione della gravidanza. Indifferente è la natura dei mezzi (interni o esterni, chimici, meccanici, morali) usati per commetterlo.
Il momento consumativo coincide con la distruzione del prodotto del concepimento, verificatasi in conseguenza delle manovre abortive; si tratta pertanto di delitto materiale, che ammette il tentativo sotto il duplice aspetto del frustrato e del conato. L’elemento psicologico consiste nel dolo, ossia nella coscienza e volontà da parte del delinquente di provocare l’aborto; onde, ad integrare il delitto, non basta l’aborto cosiddetto indiretto.
Le pene comminate dal CIC sono le seguenti: «Procurantes abortum, matre non excepta, incurrunt, effectu secuto, in excommunicationem latae sententiae, Ordinario reservatam; et si sint clerici, praeterea deponantur» (can. 2350, § 1). Per incorrere nella scomunica si richiedono dunque tre condizioni: a) che si tratti di vero aborto diretto (perciò non cadono sotto la pena l’accelerazione del parto, l’embriotomia e altre operazioni illecite). Nulla conta la distinzione tra feto animato e inanimato; e indifferente è il mezzo che si adopera, purché sia la vera causa dell’aborto; b) che si tratti di un aborto procurato, voluto cioè e attuato a bella posta: quindi sotto il termine di «procurantes» si devono intendere tutti coloro, senza dei quali non si sarebbe potuto ottenere l’aborto, cioè la madre, il medico, l’infermiera che coopera, il mandante (can. 2209 § 1, 3; 2231); c) che l’aborto sia realmente avvenuto. Inoltre, alle stesse condizioni, i chierici colpevoli divengono irregolari (can. 985, n. 4) e devono essere deposti (can. 2350, § 1).
Circa le cause modificatrici della imputabilità deve notarsi che trattandosi di actus intrinsece malus, lo stato di necessità (di cui è tipico esempio il caso del medico, il quale ritenga di non poter salvare la vita della gestante se non procurandole l’aborto) non fa venir meno il delitto, ma costituisce una semplice attenuante valutabile di volta in volta a seconda delle circostanze (v. can. 2205, §§ 2 e 3). Quando si tratta di timore grave, i colpevoli dell’aborto diretto peccano gravemente, ma, secondo parecchi teologi, non incorrono nella scomunica. È tuttavia da tener presente, agli effetti pratici, che anche per questo, come per ogni altro delitto ecclesiastico, vige il principio sancito dal can. 2218, § 2, in virtù del quale va esente da pena chi risulti non essere gravemente imputabile.
Gli elementi costitutivi del delitto di procurato aborto si ritrovano pressoché identici nella maggior parte delle legislazioni civili, sebbene diversa, per variare di tempi e di luoghi, apparisca la sua classificazione giuridica. Alcuni codici (come quello toscano del 1853 e quello germanico) lo collocano tra i delitti contro la vita; altri (ad es. il Codice francese) tra i delitti contro la persona; altri ancora (Codice sardo del 1859 e Codice belga) tra i delitti contro l’ordine delle famiglie; altri, infine (come il Codice cileno) tra i delitti contro il buon costume.
Il Codice penale vigente in Italia (nell’anno 1948, ndR), innovando rispetto a quello abrogato, pone(va) il procurato aborto nel titolo X, tra i «delitti contro la integrità e la sanità della stirpe». Esso distingue, anzitutto, l’aborto di donna non consenziente (art. 545) dall’aborto di donna consenziente (art. 546) prevedendo in entrambe le ipotesi un notevole aggravamento di pena per il caso che dall’aborto sia derivata la morte della gestante o una lesione personale (art. 549); più mitemente punisce la donna che si procura essa stessa l’aborto (art. 547); considera come reato a sé il fatto di chi istiga una donna incinta ad abortire, somministrandole mezzi idonei (art. 548); ed assimila inoltre, quoad poenam, ai delitti di lesione personale e di omicidio preterintenzionale le pratiche abortive commesse su donna erroneamente ritenuta incinta, qualora da esse derivi una lesione o la morte della donna (art. 550). Aggrava, in ogni caso, il reato la circostanza che il colpevole sia persona esercente una professione sanitaria (art. 555); mentre le pene, varianti da un minimo di sei mesi a un massimo di quindici anni di reclusione, vengono diminuite dalla metà ai due terzi se il fatto sia stato commesso per salvare l’onore proprio o di un prossimo congiunto (art. 551). (la voce prosegue ...)
Voce tratta dalla prestigiosa Enciclopedia Cattolica, Vaticano, Imprimatur 9 ottobre 1948, Vol. I, Coll. 105-112.
* Anni '60. In foto alcune cosiddette femministe, nate, strumentalizzano una bambina, nata, in una delle tante manifestazioni di propaganda abortista.
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Dicono i moderni: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato …». Quindi concludono: «Chi non agisce sempre in questa maniera non applica il Vangelo». A tale miseria si riduce la mistificatoria dottrina dei modernisti sull’immigrazione (qui approfondimenti). Ecco una prima elementare obiezione, rispondo: Gesù non si riferiva genericamente “all’uomo”, anzi è vero l'esatto contrario, sicché aggiunge: «Estote ergo prudentes sicut serpentes» - «Siate dunque prudenti come i serpenti». Gesù - a prescindere dalle etnie - non intendeva affatto sfamare lo spacciatore, abbeverare il trafficante di schiavi, ospitare il violentatore, favorire il predicatore di odio, eccetera... Replicherò meglio alla blasfemia esegetica immigrazionista più in basso. Si tratta di una volgare pseudo-esegesi di Modernismo.
Premessa. Per chi non ne fosse a conoscenza, devo premettere che il Modernismo è «sintesi di tutte le eresie», «porta all’ateismo», «distrugge ogni religione» e purtroppo «serpeggia nelle viscere della Chiesa» (cfr. Pascendi Dominici gregis, San Pio X; anche Humani generis, Pio XII: qui approfondimenti). Dunque i miasmi dei modernisti non sono dottrina della Chiesa, sebbene provochino grave scandalo contro la Chiesa.
Facciamo attenzione. Oggigiorno il primo e più immediato sigillo per distinguere il modernista dal cattolico è la sua adesione all’ecumenismo, a prescindere se questi sia favorevole o contrario all'attuale sistema migratorio: la sua dottrina presenterà certamente dei difetti. L’ecumenismo - complesso di eresie e gravi errori contro il Vangelo, contro il Credo apostolico e contro numerosi dogmi (qui un comodo dossier video di 142 minuti) - è condannato dalla Chiesa mediante la Mortalium Animos di Papa Pio XI, la Orientalis Ecclesiae di Papa Pio XII e presso numerosi altri luoghi (qui approfondimenti). Dunque l’ecumenista è un modernista manifesto, ragion per cui non può essere contemporaneamente anche cattolico. La sua dottrina non è espressione della mente di Dio.
Avendo appena smascherato il modernista (= abitualmente aderisce all’ecumenismo, caldeggia la distruzione di ogni religione, e della Chiesa se fosse possibile), la creatura ragionevole, per logica conseguenza, non può prendere assolutamente in considerazione la dottrina salottiera dei modernisti, nemmeno quella sull’immigrazione (qui approfondimenti), anche se il pulpito si maschera di virtù (cfr. I S. Giov., IV,1): «Et non mirum, ipse enim satanas transfigurat se in angelum lucis» - «Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce» (II ad Cor., XI, 14).
Oggi la stampa conservatrice li definisce «cattocomunisti», in verità l’etichetta non è appropriata poiché il modernista può essere “cattocomunista”, “cattodemocristiano” oppure “cattofascista”, se proprio vogliamo sforzarci di usare declinazioni politicheggianti (qui approfondimenti di teologia politica). Da bravi protestanti, i modernisti usano il «sola Scriptura» e «violentano la Scrittura» (cfr. Providentissimus Deus, Leone XIII: qui approfondimenti) in ragione dei loro interessi particolari (probabilmente talvolta non ne sono troppo consapevoli), così anche per la questione dell’immigrazione. Il «violentatore della Scrittura» è lungi dall’essere misericordioso o caritatevole, piuttosto è vero l’esatto contrario, dato che il padre di Lutero, il padre del «sola Scriptura» (cfr. Exsurge Domine, Leone X: qui approfondimenti) e «padre della menzogna» è il demonio (cfr. S. Giov., VIII, 44). Al contrario, la misericordia è carità e «si compiace della verità» (cfr. I Cor., XIII).
Rafforzo ciò che ho dimostrato. Gli stessi modernisti, così solerti a citare il Vangelo per caldeggiare un’immigrazione incontrollata e spersonalizzante - proprio come impone il demone dell’ecumenismo, «spirito che intende abbattere ogni credo religioso con la mescolanza egualitaria»: qui approfondimenti - non si peritano mai di citare il Vangelo per contrastare le turpitudini morali così diffuse. Non lo fanno poiché, facendolo, perderebbero quei consensi mondani che tanto li allettano, tuttavia è scritto: «Modo enim hominibus suadeo aut Deo? Aut quaero hominibus placere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem!» - «Infatti, è forse il favore degli uomini (ossia dei mondani) che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (ad Gal., I, 10).
Contro il falso concetto di carità ed amore - piuttosto il trionfo dell’animalesca concupiscenza più o meno invertita (qui approfondimenti) - il Vangelo dice chiaramente: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (S. Matt., XIX,17); «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (S. Giov., XIV,15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (S. Giov., XIV, 21); «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (S. Giov., XV, 10); «Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti» (I S. Giov., II, 3); «Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» (I S. Giov., II, 4); «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti … in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (I S. Giov., V, 2-3); «E in questo sta l'amore: nel camminare secondo i suoi comandamenti. Questo è il comandamento che avete appreso fin dal principio; camminate in esso» (II S. Giov., V, 6); «Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Apoc., XIV, 12); eccetera. Ebbene, solo per citare un esempio, davanti alle diffuse ed invereconde perversioni morali, i modernisti (parimenti immigrazionisti) sono abilissimi nell’occultamento del Vangelo, mentre rispondono maldestramente: «Dio è amore», nell’intenzione di propagandare e di favorire l’esatto contrario dell’amore, come ho appena dimostrato usando correttamente il Vangelo.
Ipocrisia. Da questo capiamo che lo spirito del modernismo, dell’immigrazionismo, dell’ecumenismo è particolarmente fariseo: «In hypocrisi loquentium mendacium et cauteriatam habentium suam conscientiam» - «Sedotti dall'ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» (I ad Tim., IV, 2). Voglio solo aggiungere che i modernisti non hanno mai parlato di assistenza religiosa al migrante, bensì solo di assistenza spicciola, materiale, mondana, al massimo psicologica (sic!). In seguito vedremo che l'assistenza religiosa (oramai vietata dalla religione ecumenica) è, invece, la maggior premura del cattolico di ogni epoca: questo differisce l'uomo di mondo, dall'uomo di Dio!
Fonte autorevole. Ciò premesso, smascherati pertanto i ciarlieri portaparola della modernità, usiamo l’Enciclopedia Cattolica (Imprimatur 8 ottobre 1950, Vol. V, Coll. 291-299) per difendere la dottrina cristiana sull’immigrazione. Inizio delle citazioni:
Il diritto di emigrare, per andare alla ricerca di un nuovo domicilio, rompendo il vincolo giuridico che lega l’uomo alla società, nella quale è nato, è stato discusso fin dagli albori del moderno diritto internazionale. Prima ancora che il Grozio toccasse l’argomento e il Vattel più tardi gli dedicasse maggiore attenzione, il Vitoria, aveva fissato alcuni princìpi e dato in linea di massima la soluzione del problema. Secondo il Vitoria, la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso, per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà non distrugge questa essenziale destinazione delle risorse naturali della terra, e quindi se esse non vengono sfruttate dal popolo che le possiede, qualsiasi uomo, anche se appartenente ad altra società politica, può occuparle per fare ad esse raggiungere il loro scopo, purché la sua azione non sia nociva a quella cui appartiene il territorio. Questa conclusione viene da lui rafforzata con l’appello al principio d’eguaglianza. Se una società permette a degli estranei di muovere alla ricerca di cose preziose, esistenti nel territorio di sua giurisdizione, non può escludere gli altri dal godimento della medesima concessione, senza una ragione appoggiata sulle esigenze del bene comune. Inoltre la legge naturale detta il precetto della comune solidarietà e impone la necessità degli scambi tra le varie genti; può, dunque, l’uomo fissare il proprio domicilio su qualsiasi parte della terra, per intrecciare relazioni di collaborazione con altri popoli, nel cui territorio ha il diritto di risiedere o di transitare liberamente, se ciò non porta detrimento agli altri. Le tesi del Vitoria è, dunque, moderatamente liberista, in quanto all’affermazione del diritto umano di emigrare congiunge la considerazione del bene comune della terra di immigrazione, dal quale il diritto riconosciuto può venire limitato. I princìpi da lui fissati sono diventati patrimonio della dottrina cattolica.
Altre soluzioni. Presentemente tengono il campo tre soluzioni, due estreme e l’altra intermedia. Le estreme traggono rispettivamente origine o dal culto eccessivo della libertà, distintivo della concezione liberale, o dalle teorie che più o meno inclinano verso l’assolutismo del potere dello Stato e si atteggiano diversamente, pur mantenendo il principio della sovranità illimitata. La tesi liberale sostiene che il diritto d’emigrare non è altro se non una manifestazione della libertà umana, che si dirige verso la scelta d’un domicilio più conveniente alla persona interessata, e poiché l’autonomia individuale è un diritto sacro e intangibile, il cittadino ha la facoltà di emigrare a sua discrezione. La società conseguentemente non avrebbe il potere di sopprimerla né quello di limitarla, eccetto in caso di vera emergenza. Le teorie, invece, che più o meno si ispirano al concetto del potere assoluto dello Stato, movendo dal principio che l’individuo non possiede per sé nessun diritto personale, se non in quanto gli viene concesso dall’autorità pubblica, gli nega il diritto d’emigrare ed attribuisce allo Stato un potere discrezionale d’impedirne l’esercizio. Concezioni organiciste, razziste o nazionaliste concorrono a confermare questo atteggiamento, in quanto nel vincolo che lega l’uomo alla terra d’origine e alla società politica o nazionale vedono un vincolo di natura fisica.
La terza soluzione, diventata la più comune presso gli internazionalisti, si riannoda all’opinione espressa dal Vitoria. Essa riconosce all’uomo il diritto naturale di emigrare, ma ne subordina l’esercizio al bene comune delle due società interessate, temperando i poteri dello Stato con i limiti imposti dal diritto della persona umana, e la libertà dell’individuo con le restrizioni richieste dal bene collettivo. È questa la soluzione che viene accolta dalla dottrina cattolica. Tra i diritti fondamentali dell’uomo è da annoverarsi quello della libertà personale. La facoltà d’emigrare è l’esercizio di tale diritto, volto alla scelta d’un nuovo domicilio, all’elezione di un nuovo campo di attività, ritenuti più convenienti ai bisogni della vita; lo Stato non può, dunque, intervenire per sopprimerla o ridurla in modo arbitrario. Il legame poi, che congiunge l’uomo a un determinato aggregato politico, compreso quello in cui è nato, non è di natura fisica, ma è essenzialmente una relazione morale, che egli può rompere quando la necessità o la convenienza lo consigliassero. Si aggiunge a rafforzare il suo diritto il carattere di mezzo della vita sociale in ordine ai fini prevalenti della vita. Se l’uomo non può fare a meno d’inserirsi entro un organismo sociale, perché fuori di esso non potrebbe né vivere, né progredire, tuttavia questa necessità finale non lo lega in modo indissolubile al ceppo, dal quale procede, potendo egli conseguire il medesimo scopo e in maniera più sicura in altra compagine collettiva. Egli può, dunque, cercare sotto altri cieli e fra nazioni straniere i mezzi per attuare il fine della sua esistenza.
Opporsi all’emigrazione. Ne segue che lo Stato, in virtù del diritto di sovranità, non ha la facoltà di opporsi in modo assoluto all’emigrazione. Tuttavia l’uso di tale diritto da parte del cittadino trova delle restrizioni naturali nel bene collettivo, la cui cura è devoluta al potere supremo dello Stato, che con la sua legge può imporre delle condizioni, come le impone a qualsiasi esercizio della libertà personale nel campo sociale, affinché il deflusso emigratorio non pregiudichi gli interessi più generali della collettività. Il paese di provenienza ha conseguentemente il diritto di subordinare la emigrazione al compimento previo di alcune obbligazioni sociali, come sarebbe, ad es., il servizio militare, e può adottare provvedimenti più rigorosi o in caso di necessità, imminenza d’un conflitto, o per frenare un esodo della popolazione, che per la sua ampiezza tornerebbe dannoso all’efficienza della propria vita. L’interesse più universale del corpo sociale prevale allora sull’interesse e sul diritto dell’individuo che desidera espatriare.
[Distinguiamo subito l’emigrazione dall’immigrazione. L’Enciclopedia sta analizzando, fino a questo momento, la questione dell’emigrazione: ovvero di chi intende partire e del suo rapporto col paese d’origine. Per conseguenza, possiamo usare la medesima dottrina, ovvero i princìpi assoluti che essa esprime, per disciplinare anche il fenomeno dell’immigrazione, quindi di chi potrebbe ospitare, ndR].
Il paese d’immigrazione. Alquanto più arduo riesce determinare gli obblighi del paese d’immigrazione [il paese di destinazione del migrante, ndR], il quale non ha dei doveri giuridici positivi verso l’immigrante, non appartenendo questi alla sua compagine sociale. E tuttavia, se si tiene presente il principio posto dal Vitoria della destinazione essenziale dei beni della terra al servizio del genere umano, lo Stato non ha diritto di considerare i suoi sudditi come beneficiari esclusivi delle risorse del suo territorio e di riservarne ad essi soltanto il godimento. Se, dunque, possiede dello spazio disponibile, dove le risorse naturali giacenti inoperose potrebbero essere valorizzate dal lavoro di altre braccia, ha un dovere stretto di giustizia di permettere che queste vi s’insedino e vi traggano i mezzi di sussistenza. Nondimeno anche a questo riguardo non bisogna perdere di vista l’altro principio fissato dallo stesso Vitoria della conveniente tutela del bene collettivo, e quindi si dovrà ammettere che anche il paese d’immigrazione ha la facoltà di apportare delle restrizioni all’arrivo degli stranieri, sottoponendo l’ingresso nel suo territorio a condizioni particolari, affinché il loro afflusso non sia pregiudiziale all’ordine e alla sicurezza pubblica. Tali restrizioni, però, dovranno essere sempre fondate sopra una reale esigenza del bene comune e non dettate dall’egoismo nazionale o da altri pregiudizi etnici. Indubbiamente non tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra di loro, in modo che non ne derivino inconvenienti gravi nell’ordine morale e sociale. Facendo attenzione alla maggiore e minore assimilabilità delle stirpi umane, può uno Stato stabilire delle discriminazioni; queste però non possono arrivare al grado di condannare intere popolazioni ad un’esistenza di miseria, giacché ogni uomo ha diritto di ricavare dalla terra i mezzi di sussistenza, a qualsiasi gruppo egli appartenga. Alcune leggi restrittive esistenti in qualche paese d’immigrazione, come, ad es. negli Stati Uniti, devono essere considerate come ingiuste, non perché stabiliscano dei contingenti, legittimi in certe circostanze, ma perché il contingentamento tende a escludere popoli maggiormente bisognosi di lasciar defluire la loro eccedenza demografica, per ragioni infondate …
Le condizioni di lavoro dell’emigrante nel paese di adozione sottostanno alle leggi morali e giuridiche generali, che regolano questa materia. Occorre tuttavia far menzione di un particolare aspetto, messo in luce da Pio XII nel radiomessaggio del 1° giugno 1941. Commemorando il cinquantenario della Rerum Novarum, il Papa ha rilevato come esistano regioni abbandonate al capriccio vegetativo della natura, dove utilmente si potrebbe trasferire la mano d’opera, e come sia sovente inevitabile che alcune famiglie, emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. In questo caso va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale. «Dove questo accadrà - egli soggiunge - l’emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l’esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole degli uomini sulla superficie terrestre, acconcia a colonie di agricoltori; superficie che Dio creò e preparò per uso di tutti».
La naturalizzazione. Un breve cenno meritano ancora in questa parte morale e giuridica l’assimilazione e la naturalizzazione dell’immigrato, rispetto alle quali, mentre è da affermare il diritto dello Stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilitosi nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguirne l’amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l’unità, è da escludere insieme categoricamente che il processo possa essere forzato da provvedimenti oppressori. L’assimilazione deve piuttosto essere lasciata al giuoco spontaneo delle virtù naturali dell’uomo, le quali presto o tardi producono l’effetto associativo, se aiutate prudentemente dall’azione stimolatrice del potere pubblico: la naturalizzazione invece, con l’acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell’individuo, con il quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere imposta con mezzi coercitivi. Le legislazioni a questo proposito non sono concordi, ispirandosi alcune al ius soli, come quella degli Stati Uniti, altre al ius sanguinis e altre ancora a un sistema misto. Sarebbe opportuno che si conseguisse in ciò una certa uniformità, per evitare l’inconveniente grave della doppia cittadinanza.
L’immigrato naturalizzato o no, gode, anche in seno al paese che lo ha accolto, il diritto di usare la lingua originaria nella sua famiglia e tra i suoi connazionali e di professare liberamente la propria religione in luoghi di culto [qualora già esistenti, ed ammesso che non ne derivino inconvenienti gravi nell’ordine morale e sociale. Fare riferimento all'Allocuzione Ci riesce di Papa Pio XII, ndR]…
Valutazione sociale numero uno. I giudizi sul valore sociale dell’emigrazione si dimostrano discordanti a causa del diverso aspetto, sotto il quale viene considerata, e del rilievo dato ad alcuni elementi a preferenza di altri, che pure non vanno trascurati in una valutazione obiettiva del fatto. Gli oppositori dell’emigrazione, generalmente di tendenza nazionalistica, indugiano in modo particolare nel rilevare i mali, che essa causa al paese. Innanzi tutto l’emigrazione involerebbe alla nazione una forza preziosa, la quale, se mantenuta entro i confini della patria, potrebbe rinvigorire la sua efficienza. L’emigrante è perduto per sempre, non soltanto come elemento numerico, ma come uomo dotato d’intelligenza, volontà e operosità fisica e spirituale, e con lui è perduta la sua prole, la quale, nata in paese straniero, conserva soltanto un pallido ricordo della patria d’origine. Inoltre l’emigrazione porta via di solito gli individui meglio dotati, nel pieno vigore delle loro forze e nel periodo di maggiore rendimento, i quali profonderanno la loro attività in terre straniere, senza che alla nazione, alla quale devono la nascita, il sostentamento e l’educazione, ne derivi alcun beneficio diretto. Le rimesse che egli manda, non arrivano a compensare le spese incontrate per il suo allevamento, educazione e formazione intellettuale e professionale. Non è esatto nemmeno dire che con l’emigrazione si dilata la cultura nazionale o si purifica l’organismo sociale dalle tossine pericolose, liberandolo degli individui meno buoni. Nella realtà l’emigrato, particolarmente alla seconda generazione, viene compiutamente assorbito nella cultura del paese d’adozione, e solo con ulteriori spese la nazione d’origine può mantenere desta la fiamma della propria, aprendo e mantenendo scuole e istituti per la sua assistenza. L’emigrazione poi, come possono dimostrare le statistiche, lungi dal purificare l’organismo sociale, gli sottrae i membri più giovani, più attivi e più ardimentosi. Coloro che si avventurano verso un avvenire spesso ignoto non sono i deboli, i malati, gl’incapaci e i minorati intellettualmente e fisicamente. L’emigrazione, dunque, opera una selezione a rovescio, trascinando via gl’individui validi e lasciando in patria gli inetti [Oggigiorno - anno 2018 - le inchieste giudiziarie ed i dossier internazionali dimostrano il contrario: ovvero in alcuni paesi di origine si tende ad inviare all'estero i soggetti peggiori o gli inetti, casomai i galeotti o ex galeotti, impedendo agl’individui validi di emigrare, ndR]. Si aggiunge agli inconvenienti descritti la sua inadeguatezza a risolvere il problema interno dell’eccessiva densità della popolazione in relazione alle risorse del suolo, giacché un popolo prolifico, nonostante il deflusso migratorio, avrà sempre di fronte la medesima scarsità di materie e la medesima sproporzione demografica. Occorre poi tener presente che l’emigrazione sconvolge sovente la vita familiare, dalla quale separa per lungo tempo il padre, che non sempre è in grado di ricostituire l’unità domestica. Premendo su queste e altre ragioni, dedotte dal prestigio nazionale, l’emigrazione viene giudicata come un male sociale, che si può accettare per necessità maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di vita d’una nazione.
Valutazione sociale numero due. Al polo contrario stanno i suoi fautori, in cui favore militano gli argomenti precedentemente accennati, fondati sulla libertà dell’uomo a scegliersi sulla terra la dimora che crede più conforme al soddisfacimento dei suoi bisogni. Non può tuttavia negarsi che una parte di verità è contenuta nelle ragioni degli oppositori, riguardo alle quali è da rilevare in modo generale che il numero è forza quando può essere utilmente impiegato in lavoro proficuo; quando, invece, è condannato all’inerzia per la mancata possibilità di adoperarne le energie, al cui superamento si oppongono le condizioni economiche del paese, non rappresenta un valore, ma un peso, che può diventare sorgente di disagio per tutti, diminuendo il livello di vita e dando origine a movimenti irrequieti delle masse insoddisfatte. I computi in cifre delle perdite economiche, cui è vittima il paese di partenza, tradiscono una mentalità mercantilistica. Anche sotto l’aspetto economico, del resto, l’uomo conta o vale non per quanto costa, ma per quanto è utile, cioè per quanto in determinate condizioni può produrre. Se, dunque, in una nazione vi è eccedenza di uomini rispetto al fabbisogno, tale eccedenza non costituirà un bene economico, finché quelle condizioni dureranno. Nel complesso computo dei vantaggi e degli svantaggi dell’emigrazione forse i primi prevalgono sui secondi. Dopo tanti anni di esperimento si possono ritenere ancora in linea di massima valide le conclusioni, alle quali pervenne il Congresso internazionale di pubblica beneficenza, tenuto a Bruxelles nel 1856, secondo il quale: 1) l’accrescimento della popolazione non può e non deve essere contrastato da disposizioni legali; 2) i mali del pauperismo dovuti all’incremento della popolazione possono essere attenuati in maniera efficace, per quanto indiretta, attraverso l’emigrazione; 3) per conseguenza deve essere accordata agli emigranti piena libertà e ogni possibile protezione; 4) i governi, le associazioni e i privati devono combinare i loro sforzi per ottenere dall’emigrazione tutti i benefici che ne possono derivare.
La valutazione positiva diventa alquanto incerta, se l’emigrazione si considera nei suoi riflessi morali, poiché è indubbio che molto spesso il trapianto in altro ambiente diventa fatale per chi lo tenta, né si può negare che l’allontanamento specialmente del capo di famiglia può disorganizzare e travolgere il nucleo familiare. Esiste poi una triste esperienza riguardo alla facile contrazione di nuove abitudini, vizi e malattie, delle quali il luogo d’origine dell’emigrante era immune. Fatto il bilancio del pro e del contro, tutto consiglia ad andar molto cauti nel pronunciarsi sul valore sociale e morale dell’emigrazione. [Stesso principio per il caso dell’immigrazione, ndR].
Aspetto internazionale. Più che nei tempi passati, nei quali ha dominato il regime della più estesa libertà, particolarmente dopo la prima guerra mondiale e maggiormente ancora dopo la seconda, l’emigrazione è diventata un problema internazionale, che non può essere risolto se non mediante provvedimenti collettivi, i quali dispongano un piano organico per la conveniente distribuzione della popolazione sulla terra e regolino le correnti migratorie, dirigendole verso quegli sbocchi dove si sente la necessità della mano d’opera. Le mutate condizioni economiche dei paesi, le aumentate esigenze dell’operaio, che anche all’estero reclama un equo trattamento, la sempre crescente regolamentazione della produzione da parte dello Stato, impediscono oggi l’emigrazione libera di massa e permettono solo quella qualificata secondo il fabbisogno dell’economia locale. D’altra parte la situazione di disagio endemico, nella quale si trovano alcune nazioni sovrappopolate in relazione alle possibilità di lavoro, crea per se stessa un problema non solo interno ma anche internazionale, alla cui soluzione sono interessate tutte le nazioni, per impedire che la pressione demografica, con il conseguente pauperismo, diventi cattiva consigliera e spinga verso l’espansione violenta. Occorre cercare a queste masse insoddisfatte uno sbocco, attenuando, per quanto è possibile, la necessità d’emigrare, e aumentando insieme le possibilità d’immigrare, e ciò non potrà ottenersi senza una collaborazione collettiva.
Il carattere intenzionale dell’emigrazione risulta ancora dalla stretta interdipendenza economica delle varie nazioni, determinata dalla ineguale distribuzione della ricchezza. Nel campo economico le nazioni non possono vivere isolatamente, ma dipendono le une dalle altre e si completano a vicenda. Le più dotate di mezzi e di fonti di materie prime non possono disinteressarsi delle altre ad economia depressa, alle quali devono venire in aiuto per sollevarne il tenore comune di vita, il che sovente non si può ottenere senza un deflusso regolato della loro eccedenza demografica. Non sono poi meno internazionali gli altri aspetti dell’emigrazione, come quelli del protezionismo sociale, della parità di trattamento fra nazionali e stranieri, della cittadinanza, delle discriminazioni razziali e nazionali, ciascuno dei quali presenta un problema pratico, alla cui soluzione hanno eguale interesse tanto i paesi d’immigrazione quanto i paesi d’emigrazione. L’intima connessione poi con altri fenomeni internazionali, quali la circolazione dei capitali e delle merci, estende ancora di più la necessità di una regolamentazione a carattere collettivo, con la quale il problema venga globalmente affrontato.
La mancanza di una sentita solidarietà internazionale. Non sono mancati i tentativi di mettersi per questa via, ma sono rimasti infruttuosi. La mancanza di una sentita solidarietà internazionale, l’assenza di consapevolezza dell’interdipendenza tra le varie economie, il mancato riconoscimento della necessità di considerare e risolvere in tutti i suoi aspetti la questione dell’emigrazione e il nazionalismo esagerato hanno impedito che si conseguissero sul piano internazionale dei risultati apprezzabili. L’unico organo internazionale a carattere ufficiale che abbia svolto un lavoro positivo, anche nel settore dell’emigrazione, è stata l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale ha promosso la stipulazione di numerose convenzioni internazionali, con disposizioni per la tutela degli interessi economici, sanitari e morali degli emigranti, e insieme, subordinatamente alla lotta per la prevenzione e repressione della disoccupazione, si è occupata del collocamento internazionale della mano d’opera. Questo organo è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, uscendone anzi rafforzato per merito della sua ottima struttura …
Assistenza religiosa agli emigranti. Il fenomeno dell’emigrazione creò nel secolo scorso, accanto ad altri problemi, quello dell’assistenza religiosa agli emigranti. I primi emigranti, trasferiti da regioni, ove la vita religiosa era intensa, in regioni, che appena ieri avevano cessato di essere terre di missione, o erano monopolio dei protestanti, senza un’adeguata istruzione, lontani dal Clero locale, da cui spesso non erano compresi, alle prese con la miseria, con lo sfruttamento e con la cupidigia di arricchire, finirono spesso per cadere in mano o dei protestanti, o più spesso ancora dell’indifferentismo religioso o di un ateismo pratico. Fu l’esperienza diretta od indiretta di questi dolorosi fatti, che mosse nel secolo scorso alcune anime grandi ad organizzare l’apostolato per gli emigranti e per gli emigrati italiani. [L’Ecumenismo, come abbiamo imparato, al contrario del Cattolicesimo vuole l’amalgama della molteplicità dei soggetti nell’indifferentismo religioso, quindi nell'ateismo pratico, ndR] … L’assistenza religiosa, specifica per gli emigranti, deve un po’ seguire il corso più o meno celere dell’assimilazione dell’emigrante nel paese d’arrivo, e segue naturalmente diversi indirizzi a seconda che l’emigrazione è temporanea o perpetua. Dove l’assimilazione è rapida e l’emigrazione perpetua, l’unico mezzo per assicurare l’assistenza spirituale è quello di aumentare proporzionalmente il numero dei Sacerdoti, portandoli dai paesi d’origine. È quanto si è fatto e si va facendo … Fine delle citazioni.
Conclusione. 1) Emigrante è colui che parte; 2) Diventa immigrato per chi lo accoglie; 3) L’emigrante deve aver adempiuto ai suoi doveri in Patria, se ciò non gli è stato iniquamente impedito; 4) Se in Patria un soggetto è ostacolato ingiustamente nell’onesto percorso di vita, può pensare di diventare un emigrante; 5) L’emigrante deve, in ogni modo, adoperarsi all’emigrazione secondo il diritto; 6) L’emigrante ordinariamente deve dirigersi verso quella Nazione in grado di garantirgli un tenore comune di vita; 7) Significa che l’emigrante non si dirigerà verso quelle Nazioni dove la disoccupazione è galoppante, dove già gli autoctoni si vedono privati in qualche misura dei loro diritti, eccetera...; 8) Divenuto immigrato in terra altrui, questi deve, in ogni modo, cooperare per la preservazione dell’ordine e della sicurezza pubblica; 9) La Nazione d’immigrazione (ossia dove l’immigrato approda) ha la facoltà di apportare delle restrizioni all’arrivo degli stranieri, sottoponendo l’ingresso nel suo territorio a condizioni particolari, affinché il loro afflusso non sia pregiudiziale all’ordine e alla sicurezza pubblica; 10) Non tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra di loro, in modo che non ne derivino inconvenienti gravi nell’ordine morale e sociale.
Rispondo alla mistificazione iniziale. Dicono: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato …». Concludono: «Chi non agisce sempre in questa maniera non applica il Vangelo». Quando dobbiamo applicare la massima evangelica usurpata dai modernisti? Ho elencato alcuni punti sintetici. In essi intendo far risplendere la legge naturale, la misericordia, la giustizia e la prudenza. Dunque, almeno per la questione immigrazione e così come oggi si presenta ai miei occhi, credo che la massima in questione debba applicarsi solo sussistendo, tutte insieme, le condizioni testé schematizzate; possono esserci alcune marginali eccezioni. D'altronde la dottrina immigrazionista - una costola del pensiero cosmopolita - è in aperta contraddizione con la dottrina cattolica che rifulge per buon senso ed uso di retta ragione. Esempio 1. Lo spacciatore scappa dalla Nazione X per rifugiarsi nella Nazione Y e spacciare con meno restrizioni? Non è applicabile la massima evangelica. Esempio 2. Il predicatore sunnita espatria dalla Nazione X verso la Nazione Y per fare proseliti? Non è applicabile la massima evangelica. Esempio 3. L’onesto coltivatore scappa dalla Nazione X perché ci sono le bande di predoni che lo rapinano? È applicabile la massima evangelica, tuttavia bisogna precisare: questi può recarsi legalmente nella Nazione Y dove sarà meglio tutelato ed aiutato - in prova temporanea (qui approfondimenti) - a procacciarsi un lavoro dignitoso, possibilmente il medesimo che aveva in Patria. E così via applicando quei princìpi assoluti che abbiamo studiato …
Il cattolicesimo non si inventa: i modernisti, siano essi di destra (prossimi al razzismo) di centro (esposti ai venti) o di sinistra (i progressisti), lo inventano!
a cura di Carlo Di Pietro
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Processioni indette dalla Chiesa per implorare l’aiuto celeste; sono ordinarie quelle che occorrono ogni anno, e straordinarie se indette in tempi di calamità. Le ordinarie si distinguono in maggiori e minori; le prime sono di origine romana, le altre romano-gallicana. Si facevano a primavera. Sono ispirate allo stesso bisogno e allo stesso sentimento con riti simili per lustrare e benedire i campi coltivati. Le Rogazioni del 25 aprile sono chiamate «maggiori» già in una formola d’invito del 598 (Lib. Pont., II, 36) non in confronto a quelle gallicane dette «minori», ma in contrapposizione alle altre romane meno solenni o importanti o antiche. Sostituirono le processioni pagane per implorare aiuto per una buona riuscita delle semine, specialmente contro il pericolo della ruggine dei cereali. G. Beleth, nel Rationale divinorum officiorum, cap. 123, dice che Papa Liberio (352-366) ha sostituito i «Robigalia» pagani con le Rogazioni cristiane nello stesso giorno. Le Rogazioni minori hanno origine nelle Gallie e se ne fa autore San Mamerto vescovo di Vienne (m. ca. il 470), ma in realtà esse sono la continuazione degli antichi «Ambarvalia», che ricevettero nuovo impulso da Mamerto, quando la sua diocesi soffrì grandi calamità, come dice San Sidonio Apollinare (Epist., V, 14 e VIII, 11). La prima diocesi che seguì l’esempio di San Mamerto fu Clermont, sotto lo stesso San Sidonio Apollinare, poi Arles al tempo di San Cesario; frattanto il Concilio di Orléans (511, canone 27) prescrive la processione, detta «Rogationes», per tutta la Gallia, nei tre giorni prima della Ascensione con digiuno e cessazione dai lavori servili. Dalla Francia le Rogazioni passarono nella Spagna, dove invece che prima dell’Ascensione si facevano nella settimana dopo Pentecoste. In Inghilterra le Rogazioni furono introdotte dal Concilio di Cloveshoe del 747 (canone 16). Milano e una chiesa non identificata dell’alta Italia, del sec. VII-VIII, le celebravano nelle tre ferie che seguono la domenica dopo l’Ascensione. In Germania s’introdussero dopo il Concilio di Magonza dell’anno 813. Nello stesso tempo, sotto Leone III (795-816), la liturgia romana adottò le Rogazioni franche, ma non come un’istituzione da rinnovarsi annualmente; finalmente gli Ordines Romani tardi XIII, 25 e XIV, 49. 52 le contengono, in grazia di un compromesso: il digiuno fu abolito e fu solo conservata la processione triduana con la Messa delle litanie maggiori.
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Dal libro: «L’inferno è dogma o favola?» - Sottotitolo: Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Mons. Gaston de Ségur. Non bisogna contentarsi di uscire al più presto dalla via dell’Inferno, bisogna evitare di esserne avviati. Bisogna ad ogni costo evitare le occasioni di caduta, soprattutto quelle che per triste esperienza hanno dimostrato la loro pericolosità. Un cristiano, un uomo con senso comune, affronta tutto, sopporta tutto per sfuggire al fuoco dell’Inferno. Dio stesso non ha forse detto: «Se la vostra mano destra, se il vostro piede, se il vostro occhio, se ciò che avete di più caro al mondo è per voi occasione di peccato, tagliatelo, cavatelo senza esitare; è meglio entrare, non importa a quali condizioni, nel regno di Dio e nella vita eterna, piuttosto che essere gettati nell’abisso del fuoco, nel fuoco eterno, ove il rimorso non muore mai, ed il fuoco mai si estinguerà». Nessuna illusione al riguardo! Le illusioni sono il movimento aggirante con il quale il nemico cerca di sorprenderci quando non riesce ad avere garanzie da un attacco frontale e fa che queste illusioni siano perfide, sottili, multiple, frequenti! Esse si attaccano a tutto, ma più particolarmente all’egoismo, con i suoi freddi calcoli e le sue raffinatezze; sopra ogni sfumatura di insurrezione dello spirito contro la fede, contro l’intera sottomissione dovuta all’autorità della Santa Sede e della Chiesa; sulle pretese necessità di salute o di abitudini, che fanno scivolare insensibilmente nella fossa dell’impurità; sugli usi e le convenienze del mondo in mezzo alle quali si vive, e che vi introducono facilmente nel turbinio del piacere, della vanità, dell’oblio di Dio, e nella negligenza della vita cristiana: infine sull’accecamento della cupidigia che spinge tanta gente a frodare, con il pretesto della necessità del commercio, nel generale costume negli affari, della saggia preveggenza per l’avvenire dei figli, etc... Ma, lo ripeto, nessuna illusione! Quanti riprovati sono oggi all’Inferno, che non vi sono entrati che da quest’ultima porta! Si può sedurre se stessi, almeno in una certa misura, ma non si saprebbe ingannare lo sguardo di Dio. [Tratto da «L’inferno è dogma o favola?», ISBN: 978-88-900747-4-5, Mons. de Ségur].
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1 - La Famiglia di Nazareth in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe emigranti in Egitto ed ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un empio re, sono il modello, l’esempio ed il sostegno di tutti gli emigranti e pellegrini di ogni età e di ogni paese, di tutti i profughi di qualsiasi condizione che, incalzati dalla persecuzione o dal bisogno, si vedono costretti ad abbandonare la patria, i cari parenti, i vicini, i dolci amici, ed a recarsi in terra straniera.
2 - Dio onnipotente e misericordioso aveva infatti decretato che il suo consostanziale Figliuolo, «fatto a somiglianza degli uomini ed apparso nella condizione di uomo» (Phil. 2, 7), insieme con la sua Madre vergine immacolata e col pio Custode, anche in questo genere di angustie e di travagli, fosse «il primogenito di molti fratelli» (Rom. 8, 29), percorrendone per primo la strada.
3 - Perché questi argomenti di conforto nell’avversità e questi esempi non venissero meno, ma piuttosto suscitassero negli esuli e negli emigrati quella speranza cristiana ch’è l’unico rifugio nelle tribolazioni, era necessario che la Chiesa procurasse, con cura particolare e con assidua assistenza, di mantenere intatta in loro la fede dei maggiori e conforme ai precetti della morale la pratica della vita. Occorreva altresì far fronte con rimedi adeguati alle molteplici difficoltà che s’incontrano all’estero e prima affatto conosciute né previste; soprattutto occorreva controbattere le insidie di gente male intenzionata che s’insinuava tra loro col pretesto di aiutarli materialmente, ma purtroppo con l’iniquo proposito di danneggiarli nelle loro anime.
4 - Quali gravi motivi di angoscia ci sarebbero stati e ci sarebbero se tale ministero evangelico fosse venuto o venisse a mancare! Più lamentevoli sarebbero le sciagure di quanto non fossero ai tristi tempi di sant’Agostino, quando il vescovo d’Ippona esortava insistentemente i sacerdoti perché, sotto la pressione delle calamità, non lasciassero il gregge senza pastore, ricordando ad essi quali benefici dalla loro presenza e quali danni inevitabili sarebbero ad essi derivati dal loro abbandono: «Dove mancano i ministri, quale rovina si abbatte su questi infelici, che si vedono costretti ad uscire da questo mondo o non rigenerati o vincolati (dal peccato)! Che lutto dei loro congiunti fedeli, i quali non potranno averli compagni nel riposo eterno! Quali gemiti di tutti e di alcuni, che bestemmie per l’assenza dei ministri e la privazione dei loro ministeri! Vedi quanto faccia la paura dei mali temporali e quanti mali eterni da essa provengono. Invece, quando i ministri sono al loro posto, essi soccorrono a tutti nella misura delle forze che il Signore loro concede: questi vengono battezzati, quelli riconciliati; nessuno è defraudato della comunione del Corpo del Signore, tutti vengono consolati, edificati, esortati a pregare Dio, il quale può scongiurare tutte le disgrazie che incombono».
5 - La Santa Madre Chiesa, dunque, spinta dal suo immenso amore per le anime ed impaziente di adempiere agli impegni dell’universale salvifico mandato affidatole da Cristo, non tardò a prendersi la cura specialmente spirituale anche dei pellegrini, dei forestieri, degli esuli, di tutti gli emigranti, senza risparmio di forze e valendosi principalmente di sacerdoti, i quali, mediante l’amministrazione dei carismi della grazia e la predicazione della parola divina, lavorassero con ogni sollecitudine a confermare quei cristiani nella fede ed a stringerne i vincoli di carità.
6 - Sull’argomento accenneremo brevemente a quanto la Chiesa ha fatto fin dagli anni più remoti, soffermandoci poi più diffusamente su quello che riguarda i nostri tempi.
7 - Ricordiamo perciò anzitutto il gesto e le parole di sant’Ambrogio, quando quell'illustre pastore di Milano, per poter riscattare gli infelici che erano stati deportati dopo la sconfitta dell’imperatore Valente presso Adrianopoli, spezzò i vasi sacri, nell'intento di risparmiare a quei poveretti gravi patimenti materiali e di salvarli così da ben più gravi pericoli spirituali. «Chi sarà così duro, crudele ed insensibile - scriveva il santo - da non rammaricarsi che gli uomini vengano scampati dalla morte e le donne dagli impuri oltraggi dei barbari, della morte assai peggiori; che le giovinette e i ragazzi e i bambini siano preservati dal contagio degli idoli, che con minacce di morte sarebbero stati costretti a subire? Noi abbiamo abbracciato questa causa non senza motivo; quando poi l’abbiamo tradotta in atto tra il popolo abbiamo compreso, ed apertamente lo dichiariamo, che è stato molto meglio salvare anime al Signore piuttosto che oggetti d’oro».
8 - Brilla ancora lo zelo illuminato di quei pastori e di quei sacerdoti che agli abitanti di lontane regioni recarono il beneficio della vera fede insieme con quello della convivenza civile e dei rapporti sociali, mentre agli stessi barbari invasori facilitarono la pacifica assimilazione con le popolazioni locali, incorporando in uno stesso tempo quelle tribù alla religione cristiana ed alla civiltà.
9 - Piace altresì ricordare gli Ordini religiosi istituiti per il riscatto dei prigionieri, i cui membri, ardenti dell’amore di Cristo, non esitarono a tollerare spontaneamente gravi tribolazioni per i fratelli detenuti in catene, per poter ridonare a molti di essi la libertà o almeno per confortarli nella prigionia.
10 - Quando poi fu scoperto il nuovo continente nella parte occidentale del globo, zelanti sacerdoti di Cristo non esitarono ad affiancarsi ai colonizzatori, sia per aiutarli a mantenersi nella pratica della morale cristiana e per impedire che l'improvvisa abbondanza di ricchezze materiali ne eccitasse la baldanza, sia anche per trasformarsi subito presso gli indigeni, fin allora del tutto privi del lume della fede, in missionari, pronti ad istruirli nel Vangelo, a proclamarne ed a difenderne la dignità di veri fratelli.
11 - Né si può tacere degli araldi della Chiesa che si consacrarono a redimere dal loro miserando stato e a convertire gli schiavi negri, strappati scelleratamente dalla terra natia e fatti oggetto di turpe mercato in vari porti dell’America e dell’Europa.
12 - Facciamo pure menzione, in poche parole, dell’assidua attività svolta da quei pii Sodalizi per i pellegrini che nel cosiddetto Medioevo sorsero provvidenzialmente in ogni parte della cristianità, ma specialmente in quest’alma Urbe. Da questi ebbero origine innumerevoli ospizi, ospedali, chiese e confraternite nazionali, di cui sopravvivono tuttavia tante vestigia. Sono da ricordarsi in particolare le «Scuole dei pellegrini» sassoni, longobardi, franchi, frisoni, fondate fin dal secolo ottavo intorno al Vaticano presso il sepolcro di san Pietro, Principe degli Apostoli, per soccorrere i forestieri che pellegrinavano a Roma dai paesi d’oltr’Alpe, per venerarvi le memorie apostoliche. Queste «Scuole» erano dotate di chiesa e cimitero propri e avevano sacerdoti e chierici, oriundi delle rispettive contrade, con l’incarico di occuparsi dei loro connazionali, assistendoli spiritualmente ed anche materialmente, in specie i poveri e gli infermi. Nei secoli successivi si aggiunsero nuovi monasteri con annesso l’asilo per i pellegrini, cioè quello degli etiopi o abissini, degli ungheresi e degli armeni. Tutto ciò è una bella risonanza della parola di san Paolo, che esortava a «far propri i bisogni dei fedeli, a praticare l’ospitalità» (Rom. 12, 13).
13 - La felice esperienza che aveva dimostrato come il sacro ministero tra gli stranieri ed i pellegrini riuscisse più efficace se svolto da sacerdoti della stessa lingua e della stessa origine, soprattutto quando si trattava di gente ignara o poco istruita nella catechesi cristiana, fu solennemente confermata dal Concilio lateranense IV, dell’anno 1215, il quale bene decretò: «Poiché in molti luoghi si trovano frammiste nella medesima città e nella medesima diocesi popolazioni di diverse lingue, che professano la stessa fede ma con usi e riti diversi, ordiniamo severamente che i presuli di tali città o diocesi provvedano elementi idonei per celebrare i divini uffici secondo i diversi riti e idiomi, amministrare i sacramenti della Chiesa ed istruire adeguatamente questi nuclei con la parola e con l’esempio». Questa prassi è stata fedelmente seguita dalla Chiesa fino ai nostri giorni, specialmente mediante la creazione di parrocchie per le varie nazionalità o lingue; e, di più, qualche volta con l’opportuna creazione di diocesi secondo la varietà dei riti, come subito si dirà.
14 - Tutti sanno il profitto che tali parrocchie, frequentate assiduamente dagli allogeni, hanno recato alle anime ed alle diocesi e tutti le hanno in grande e meritata stima. Il Codice di diritto canonico non ha tralasciato perciò di fissarne il regime con le prescrizioni del can. 216 § 4, sicché, con la graduale approvazione della Santa Sede, sono sorte, specialmente in America, numerose parrocchie nazionali, fino a quelle recentissime - per non citare che un esempio - erette con decreto della S. C. Concistoriale nelle Isole Filippine per i cinesi.
15 - Benché però non ci sia stato tempo in cui abbiano fatto difetto le cure della Chiesa per gli emigranti, per gli esuli e per i profughi, senza più attardarci Ci limitiamo a ricordare solamente le iniziative di questi ultimi tempi.
16 - E Ci conviene anzitutto ricordare qui i cinquanta volumi sull’assistenza della Santa Sede verso i francesi, giacenti nell’Archivio Vaticano. Veramente splendida prova dell’indefessa sollecitudine dei Romani Pontefici verso quanti le rivoluzioni o le guerre cacciarono fuori della patria, essi documentano tutta la patema benevolenza usata dai Nostri predecessori Pio VI e Pio VII verso i francesi che, esuli dalla patria [a causa della furia giacobina, ndR], o furono accolti con grande generosità nello Stato Pontificio, e specialmente a Roma, o si rifugiarono altrove.
17 - Piace ricordare pure la memoranda figura del beato Vincenzo Pallotti, fondatore della Società Apostolato Cattolico, che Noi già definimmo «decoro ed ornamento del clero romano» e, sulla soglia dell’ultimo Anno Giubilare, lieti inserimmo nella riplendente schiera dei beati. Egli, infatti, pieno di zelo delle anime e desideroso di rafforzare nella fede cattolica gli italiani emigrati in Inghilterra, inviò a Londra alcuni suoi compagni perché vi curassero spiritualmente i loro compatrioti, ed umilmente chiese al pontefice Pio IX, Nostro predecessore, il quale gliela concesse, la facoltà di raccogliere elemosine affin di erigere nella stessa città di Londra un sacro tempio in onore di san Pietro, Principe degli Apostoli, specialmente ad uso degli emigrati italiani.
18 - Sulla fine della prima metà del secolo decimonono, quando si aprirono ai bisognosi vie non mai prima conosciute di far fortuna, e fiumane di uomini affluirono in America dalle regioni dell’Europa, e specialmente dall’Italia, la Chiesa cattolica non rifuggì da cura o fatica per aiutare spiritualmente gli emigranti. Essa, infatti, per l’amore che aveva per i suoi figli, col succedersi dei secoli non solo fu pronta ad approvare nuovi metodi di apostolato più corrispondenti al progresso dei popoli e alle mutate circostanze dei tempi, ma anzi con diligente alacrità li introdusse, chiaramente avvertendo i rischi che correvano la società, la morale e la religione.
19 - E che questa vigile cura della Santa Sede, tanto più alacremente fu prestata quanto più pigramente le pubbliche autorità e i privati istituti sembravano guardare gli eventi, è chiaramente testimoniato dagli Atti del Nostro predecessore Leone XIII; il quale non solo strenuamente propugnò la dignità dell’umano lavoro ma anche difese a tutta possa i lavoratori che cercavano di guadagnarsi all’estero il necessario per vivere.
20 - Sulla fine, infatti, del suo primo armo di pontificato, il 9 luglio 1878 con benevolo compiacimento approvò la Società di san Raffaele, eretta dai vescovi della Germania in aiuto agli emigranti di quella nazione; la quale società, con l’andar del tempo, molto utilmente svolse la sua attività nei porti di partenza e di arrivo anche a prò di emigranti di altre nazionalità, come belgi, austriaci, e italiani.
21 - Nell’anno poi 1887, con lettere apostoliche approvò come utile ed opportuno il divisamento del servo di Dio Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, «di fondare un istituto di uomini, pienamente disposti a recarsi specialmente nelle lontane regioni dell’America, per ivi prestare il loro ministero sacro a prò dei moltissimi italiani, ivi stabilitisi quando il bisogno li aveva forzati ad abbandonare la patria». Dopo di che, col concorso di solerti sacerdoti e di chiarissimi presuli, quell’uomo apostolico, da Noi proclamato oltremodo benemerito della Chiesa e della patria, fondò un collegio di sacerdoti, «nel quale, - per usare di nuovo le adorne parole dello stesso Leone XIII nella lettera di cui più sotto faremo parola - sacerdoti ardenti della carità di Cristo convenissero d’ogni parte d’Italia, per darsi a quegli studi ed esercitarsi in quegli uffici e in quel metodo di vita, che dessero loro la forza e l’efficacia per essere ambasciatori di Cristo presso gli italiani sparsi all’estero». E così si ebbe la nuova Congregazione religiosa dei Missionari del Sacro Cuore per gli emigranti d’Italia, come fondatore della quale è riconosciuto appunto il servo di Dio.
22 - È utile anche ricordare la lettera che lo stesso immortale Nostro predecessore l’anno seguente scrisse all’episcopato dell'America, la quale felicemente dette la spinta a moltissime iniziative e ad un’ammirabile emulazione di sforzi ad utilità degli emigranti. Numerosi allora furono i sacerdoti, nonché i religiosi e le religiose, che, attratti dallo scopo di andare in aiuto ai loro compatrioti all’estero, d’ogni parte si recarono in America; allora pure si fondarono società e patronati a prò di quanti, a schiere, partivano dall’Italia, dalla Germania, dall’Irlanda, dall’Austria e Ungheria, dalla Francia, dalla Svezia, dal Belgio, dall’Olanda, dalla Spagna e dal Portogallo; allora specialmente si promossero le parrocchie nazionali.
23 - Con la sua sapienza e carità non trascurò neanche l’emigrazione temporanea ristretta nei confini dell’Europa; più di una lettera diretta dalla Segreteria di Stato agli Ordinari d’Italia inoppugnabilmente testimonia questa cura del Romano Pontefice.
24 - Anch’egli mosso dalle esortazioni del Papa e spinto dalla salute delle anime, Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, fondò l’Opera di assistenza agli operai italiani emigrati nelle altre regioni dell’Europa, dalla quale promanarono molti istituti e fiorenti segretariati di educazione civile e di beneficenza; e nell’anno 1900, da sacerdoti e da laici onorati, a ciò uniti, si tennero fruttuose «missioni» nella Svizzera, nell’Austria, nella Germania e in Francia. E perché una sì bella opera non venisse meno, dopo la morte di quel presule, da Benedetto XV, Nostro predecessore, l’incarico dell’assistenza agli italiani emigrati in Europa fu confidato a Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza.
25 - Né sarà inutile far menzione qui delle svariate istituzioni per sostentare ed educare bambini e bambine, degli ospedali e delle altre opere di beneficenza con frutto fondate per i fedeli diversi per lingua e per origine, ogni giorno più fiorenti e prosperi. In ciò più che altri brilla siccome stella santa Francesca Saveria Cabrini, che, preso consiglio ed animo specialmente dal Servo di Dio Giovanni Battista Scalabrini, e assicurata dall’autorità del papa Leone XIII di felice memoria, a voler volgere i suoi sguardi non all’Oriente ma piuttosto all’Occidente, stabilì di recarsi nelle regioni dell’America Settentrionale, ed ivi perseverò nelle sue imprese con tanto ardore di carità da portarne frutti copiosissimi, sicché per l’insuperabile sua dedizione e per le mirabili fatiche sostenute a prò degli italiani meritò il titolo di «madre degli emigrati italiani».
26 - L’ordinamento però delle opere cattoliche per gli emigranti in Europa, in Oriente e nell’America va riconosciuto come merito del beato Pio X, Nostro predecessore. Egli, che già come parroco a Salzano aveva assistito i suoi cari fedeli che emigravano, sì da provveder loro e un viaggio senza pericoli e una residenza sicura, una volta chiamato al sommo pontificato, provvide con particolare cura alle pecorelle disperse del gregge cattolico, e prese sollecite deliberazioni sull’emigrazione.
27 - Con quale ardore quel santo pontefice abbia amato i fedeli emigrati fin nelle più lontane regioni dell’America sia meridionale sia settentrionale, e di quanto gaudio sia stato inondato alla notizia dello zelo che verso di quelli animava e vescovi e sacerdoti, chiaramente lo dà a vedere la lettera inviata il 26 febbraio del 1904 all’arcivescovo di New York, in cui egli plaudiva ed approvava le provvidenze dallo stesso prese a prò degli italiani, perché, difesi da ogni pericolo, gli emigranti restassero fedeli alla religione dei loro padri, e perché si aprisse un seminario di chierici provenienti da quella comunità d’italiani. La stessa cosa testimoniano e il discorso da lui tenuto ai pellegrini dell’Argentina, e le lettere inviate all’episcopato brasiliano, al superiore generale dei Missionari di san Carlo, al direttore della Pia Società Antoniana Universale e al rettore della Società cattolica per gli immigranti, da poco fondata nel Canadà.
28 - Affine poi di apprestare la necessaria assistenza spirituale agli emigranti, sia durante il viaggio sia nei porti di sbarco, sia finalmente una volta fissatisi nella patria adottiva, con l’approvazione del Sommo Pontefice, fin dall’anno 1905, venne costituita la Società dei missionari di sant'Antonio di Padova.
29 - Ma per l’Italia soprattutto vale ricordare le norme date dalla Segreteria di Stato al suo episcopato. La Sacra Congregazione Concistoriale poi, minutamente edotta dello stato delle cose dagli ordinari dei luoghi di emigrazione e d’immigrazione da essa stessa sollecitati, prestamente eseguì l’ordine del Pontefice riorganizzando opportunamente le iniziative per gli emigranti già in atto, suscitandone nuove: richieste dalle circostanze, e raccomandando agli ordinari l’istituzione di comitati e di patronati.
30 - Ma nella sua somma sollecitudine, egli non si accontentò di tutelare il bene degli emigrati coi soli mezzi spirituali. Informato, infatti, che alcuni di essi, recatisi d’Europa nelle più lontane regioni, date le assai difficili condizioni in cui si trovavano di cose e di luoghi, avevano osato contrarre matrimonio senza le formalità richieste, ed anzi di averlo addirittura attentato, per evitare ogni inosservanza delle leggi matrimoniali poste a tutela d’increscevolissimi danni, il Sommo Pontefice ordinò che la Sacra Congregazione della disciplina dei sacramenti desse una provvida istruzione sulla prova di stato libero e sulla denuncia di matrimonio, la quale dalla stessa Sacra Congregazione fu, dopo alcuni anni di nuovo promulgata, aggiuntevi preziose norme a prò degli emigranti che volessero contrarre matrimoni anche per procura.
31 - Sotto il governo di tanto Pontefice, con opportune norme si provvide ai chierici e ai fedeli di rito ruteno residenti negli Stati Uniti d’America e si assegnò loro un vescovo proprio, cui fu commessa la cura spirituale anche dei fedeli dello stesso rito dimoranti nel Canadà; parimente sotto il suo pontificato, in Toronto, città del Canadà, si fondò una Società per la dilatazione della Chiesa cattolica e si lodarono ampiamente i frutti ubertosi da essa raccolti nel difendere dalle insidie degli eretici i cattolici ruteni sparsi nei territori nord occidentali; venne fissata la disciplina delle mutue relazioni tra l’episcopato canadese e il vescovo dei ruteni di quella regione, tra i due cleri e i fedeli; finalmente nella città di Roma venne data in dono all’episcopato cattolico rumeno della provincia ecclesiastica di Fagaras e Alba Julia la chiesa del. S.mo Salvatore in Via delle Coppelle con annessa abitazione.
32 - Ma tra quanto è stato fatto, tiene il primo posto l’Ufficio speciale dell’emigrazione, costituito presso la Congregazione Concistoriale, «con lo scopo - secondo le parole del beato Pio X - di cercare e di provvedere tutto l’occorrente per la salute delle anime per migliorare la condizione degli emigranti di rito latino, salvi i diritti della Sacra Congregazione de Propaganda Fide per gli emigranti di rito orientale, ai quali la stessa Congregazione opportunamente provvederà secondo le sue competenze; riservandosi però a quest’Ufficio la cura degli stessi sacerdoti emigranti».
33 - Né si poteva trascurare l’ordinamento dei sacerdoti emigranti, cui la Santa Sede già da tempo aveva provveduto mediante la Sacra Congregazione del Concilio, come pure per mezzo della Sacra Congregazione de Propaganda Fide nel caso di chierici di rito orientale, ed anche per mezzo della stessa Sacra Congregazione Concistoriale. Siccome poi tra i chierici che passavano il mare alcuni ve ne potevano essere che vi andavano in cerca di fortuna più che di anime, la stessa Sacra Congregazione Concistoriale decretò opportune norme - che riguardavano anche i sacerdoti «addetti ai contadini e ad altri operai» - per rimuovere gli abusi che potevano verificarsi, stabilendo anche sanzioni per i trasgressori. Queste norme, accordate da un altro decreto della Concistoriale col Codice di diritto canonico da poco promulgato, ancor oggi utilmente vigono. Ad esse poi, col passare degli anni, altre ne aggiunsero le Sacre Congregazioni per la Chiesa Orientale e di Propaganda Fide, secondo le loro rispettive competenze.
34 - Allo stesso Sommo Pontefice risalgono i primordi del Collegio urbano dei sacerdoti per gli emigranti italiani all’estero, fondato con lo scopo di preparare giovani sacerdoti del clero secolare con un apposito corso di studi a diventare idonei allo speciale ministero sacro presso gli emigrati; e perché tanti se ne raccogliessero quanti le necessità ne richiedevano, si avvertivano i vescovi, quelli in primo luogo che più abbondavano di clero, «d’inviare a quest’istituto, quanti tra i loro sacerdoti o i loro chierici ne trovassero idonei»; e finalmente, negli ultimi tempi del suo pontificato, il beato pontefice - che presto, angosciato per la dichiarazione di guerra, doveva passare al premio celeste - padre amorevolissimo, egli stesso redasse lo statuto del collegio, dando ordine di pubblicarlo alla Sacra Congregazione Concistoriale.
35 - Sulle chiare orme del suo predecessore e continuando con ogni impegno la cura degli emigranti da lui raccolta come un’eredità, il sommo pontefice Benedetto XV, non appena elevato alla cattedra di san Pietro, assegnò al sunnominato Collegio il palazzo dell’Apollinare; e quando la Santa Sede, tutta intenta a sollevare i disastri di guerra e sventure divenute mondiali, si trovò impari a provvedere da sola ai bisogni del Collegio, la sacra Congregazione Concistoriale non rifuggì dall’elemosinare dagli ordinari d’Italia e dell’America il danaro per mantenerlo.
36 - Per soccorrere poi le opere cattoliche che attivamente lavoravano per gli italiani emigrati, la Sacra Congregazione in un primo tempo esortò gli ordinari d’Italia a fissare stabilmente un giorno dell’anno in cui raccogliere la questua per queste opere, ma in seguito ordinò che i parroci invece che per il popolo ogni anno offrissero una Messa secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, destinando a quelle opere le elemosine di dette Messe. E tutti sanno, specialmente gli emigranti e i missionari, che questo danaro viene integralmente versato in aiuto di quelle istituzioni che, o sotto la vigilanza della Sacra Congregazione Concistoriale, o promosse da missionari e da religiosi e religiose, sono sorte all’estero con lo scopo di provvedere di necessaria e sicura difesa gli emigranti, «la fede e la vita cattolica dei quali è incredibile quali e quanti pericoli corra».
37 - Lo stesso Pontefice propose agli ordinari della Calabria di costituire patronati ecclesiastici a prò degli emigranti italiani.
38 - Pressantemente raccomandò all’arcivescovo di San Paolo e agli altri vescovi del Brasile perché, «sollecitando a quel fine il concorso di buoni sacerdoti indigeni» facessero sì che gli operai stranieri, ivi accorsi dall’Europa o in cerca di fortuna o spinti dalle necessità, una volta fuori dalla patria non perdessero i costumi [la fede e la morale, ndR] dei loro padri; lo stesso raccomandò al vescovo di Trenton, lodandolo per l’opera a ciò prestata: infatti non appena una nuova colonia d’italiani s’era stabilita in Trenton, subito per essi fu costruita una chiesa, e presso di essa delle case, sicché il Sommo Pontefice manifestò il voto che dappertutto negli Stati Uniti d’America gli italiani ivi emigrati potessero trovare gli stessi sussidi di cristiana carità.
39 - Lo stesso nostro predecessore Benedetto XV s’interessò anche degli italiani che già allora lasciavano l’abituale dimora per una temporanea emigrazione in varie regioni della penisola, come tutt’ora praticano le mondine nelle risaie.
40 - Con ottima risoluzione stabilì poi che ci fosse un prelato che, provvisto delle necessarie facoltà e libero da cure diocesane, avesse tutto l’agio e il tempo di dedicarsi ad utile spirituale degli italiani emigranti; e perciò nel 1920 istituì l’ufficio del Prelato per l’emigrazione italiana, cui solo spetta scegliere i missionari per quest’attività, assisterli e sorvegliarli, e dirigere il Collegio dei sacerdoti destinati all’assistenza morale e religiosa degli italiani emigrati all’estero; e l’anno seguente, perché lo stesso Collegio più facilmente si sviluppasse, lo provvide di nuovi statuti armonizzati alle necessità dei tempi e delle circostanze.
41 - Profondamente commosso dalle strettezze in cui miseramente soffrivano innumerevoli uomini ridotti in prigionia durante la spaventosa guerra mondiale, il papa Benedetto XV ordinò ai vescovi delle diocesi in cui vivessero siffatti prigionieri, che senza indugi scegliessero uno, e se necessario più sacerdoti sufficientemente pratici della loro lingua e li applicassero alla loro assistenza: «I sacerdoti a ciò designati non abbiano altre incombenze oltre quanto è richiesto dalla salute sia delle anime sia corporale dei prigionieri: li consolino, li aiutino, li assistano nelle varie necessità qualche volta dolorosissime».
42 - Durando ancora la guerra, per provvedere al bene spirituale dei profughi in Italia, nominò un ordinario speciale per essi.
43 - Non trascurò i grandissimi pericoli di perversione che potevano correre moltissimi tedeschi, tra i quali molti erano cattolici, che allora, ridotti agli estremi, si vedevano costretti a lasciare la casa per cercare altrove il necessario per vivere, sicché la Sacra Congregazione Concistoriale esortò i vescovi non solo della Germania ma anche dell’Europa centrale a considerare diligentemente e a stabilire, dopo averne discusso nei loro convegni o conferenze episcopali, quanto occorresse per andare incontro presto e tempestivamente a tanti bisogni. In pari tempo li richiamò sull’oppartunità d’incrementare l’attività dell'Aassociazione san Raffaele, che prima della guerra aveva soccorso con innumerevoli aiuti i pellegrini d’ogni sorta, e come pure di mettere in opera i soccorsi consigliati dalla prudenza e dalla carità. Dipoi, nel 1921, l’arcivescovo di Colonia fu 'nominato protettore della benemerita opera fondata fin dall’anno 1904, per l’assistenza religiosa dei cattolici di lingua tedesca dimoranti in Italia: la quale, con l’andar del tempo, s’accollò anche l’assistenza spirituale degli emigrati tedeschi sia dell’Europa occidentale, sia, con la designazione del vescovo di Osnabruk a secondo suo protettore, di quelli dell’Europa orientale e di fuori Europa.
44 - Quando alcuni vescovi messicani, sacerdoti, religiosi e religiose e molti fedeli, con l’incrudire della lotta civile nel Messico, delittuosamente cacciati dalla patria, passarono negli Stati Uniti d’America per cercarvi un sicuro rifugio, egli li raccomandò caldamente alla carità dei cattolici di quegli stati, prima scrivendone al vescovo di Sant’Antonio, poi all'arcivescovo di Baltimora, a spese del quale i giovani poveri destinati al sacerdozio erano stati raccolti in seminario, «ciò che, diceva il Pontefice, è stato di nostro massimo godimento».
45 - Ricordiamo ancora quanto lo stesso Pontefice sapientemente fece a prò dei fedeli dei riti orientali: il forte incremento dato all’assistenza spirituale dei fedeli di rito greco ruteno emigrati nell’America meridionale, la fondazione del seminario per fanciulli italo greci nel monastero di Grottaferrata, e l’erezione della diocesi di Lungro per i fedeli d’ambo gli stati che già abitavano nell’Epiro e nell’Albania, ma che, fuggendo a schiere la dominazione turca, 's’erano fermati in Italia prendendo stabile dimora in Calabria e in Sicilia.
46 - Né crediamo che sia fuor di posto ricordare il Decreto della Sacra Congregazione dei Riti che dichiarò la Madonna di Loreto celeste patrona di quanti viaggiano in aereo, affinché «quanti si affidassero alla sua tutela, sani e salvi pervenissero alla meta». Noi poi, affinché non mancasse ai fedeli durante i viaggi aerei facilità di confessarsi, decretammo che quanto nel canone 883 del Codice di diritto canonico si stabilisce circa la facoltà di ascoltare le confessioni da parte dei sacerdoti durante i viaggi per mare, valesse anche per i sacerdoti che viaggiano per aereo.
47 - L’amatissimo Nostro predecessore Pio XI non permise che alcun ritardo soffrisse tanto e sì fausto incremento raggiunto dalle opere dell’emigrazione. Innumerevoli emigranti e profughi dall’America e dall’Europa godettero largamente le prove della patema bontà del Sommo Pontefice. Noi, in tanta abbondanza di fatti, ne ricorderemo solo i più importanti, cominciando da quelli che riguardano gli Orientali.
48 - Nel suo primo anno di pontificato, quando per le stragi dell’Armenia, si piangeva la sorte di molti fedelissimi cattolici, o uccisi, o raminghi lontano dalla patria, egli generosamente ristorò quei figli infelici e privati di tutto e anzi raccolse in questa casa paterna di Castel Gandolfo, qui nutrendole coi suoi mezzi, le povere loro orfanelle.
49 - Nel 1925 assegnò ad una Commissione per la Russia le materie e gli affari relativi ai russi fuorusciti dalla loro patria; poi affidò ad uno speciale istituto, creato presso la Sacra Congregazione della Chiesa Orientale, la cura di quanti erano di rito slavo in qualunque parte del mondo abitassero; eresse un ordinariato ad Harbin, in Cina, dandone la direzione ad un sacerdote di rito bizantino slavo, il quale, come ordinario di Harbin dei Russi [il Pontefice sta parlando ovviamente di cattolici, non di scismatici-eretici, ndR], guidasse e governasse spiritualmente tutti i chierici e i fedeli del suo rito abitanti nella Cina. Seguendo l’operato dei suoi predecessori, che già avevano provvisto gli armeni, i siri, i maroniti, i greci, i ruteni e i romeni di una loro chiesa propria in Roma, assegnò ai fedeli di rito slavo domiciliati o di passaggio a Roma, la chiesa di sant’Antonio eremita all’Esquilino, perché vi potessero onorare Dio secondo le usanze approvate dei loro padri, e nell’edificio ad essa contiguo, costruito di sana pianta, fondò il Seminario Russo. Più volte venne incontro ai profughi dell’Europa orientale, di qualunque regione o religione fossero, con la parola, con l’esempio e col danaro spontaneamente offerto, spronando insieme la generosità dei vescovi e dei fedeli polacchi.
50 - S’applicò nel promuovere il bene spirituale delle comunità di rito bizantino che, immigrate da tempo in Italia per sfuggire alle persecuzioni, ancora vi perduravano integre: per ciò eresse la nuova diocesi, ovvero eparchia di Piana dei Greci con le parrocchie bizantine staccate dalle diocesi di Palermo e di Monreale: dette opportunissime norme per l’amministrazione spirituale degli ordinariati dei greco ruteni negli Stati Uniti d’America e nel Canadà.
51 - In segno di particolare benevolenza per i polacchi, prima onorò col titolo di basilica minore la chiesa di san Giosafat vescovo e martire nella città di Milwaukee, cui è annessa la cura d’anime per i fedeli di lingua polacca; poi, nel 1931, assegnò a protettore di tutti i polacchi emigrati l’arcivescovo di Gnesne.
52 - Quando nel 1924, ad imitazione della Pia Unione dei Missionari di san Carlo per gli emigrati italiani, nella città di Godesberg, anche per i cattolici tedeschi emigrati all’estero, si cominciò la fondazione di un Istituto religioso, lodò come meritava quest’opportuna e promettente iniziativa, dando di poi a quell’Istituto, una volta raggiunto il desiderato sviluppo, il bel titolo di Società dei Santi Angeli.
53 - I vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli profughi dalla Spagna, quando aspra durava la criminosa persecuzione antireligiosa, furono da lui umanamente accolti ed ampiamente consolati con parole tutte piene di tenerezza.
54 - Perché poi i messicani all’estero non divenissero preda dei nemici di Cristo né rinunziassero agli esempi dei loro padri, esortò gli ordinari di quella nazione di consultarsi coi loro confratelli nell’episcopato degli Stati Uniti d’America, ricorrendo perciò alla collaborazione delle associazioni di Azione Cattolica.
55 - Qui è il posto per doverosamente ricordare l’amore che lo stesso Sommo Pontefice mostrò verso i negri sparsi per il mondo: n’è eloquente documento la Lettera inviata il 5 aprile 1923 al superiore generale della Società del Verbo Divino, con la quale bene augurava al seminario per i negri che tra breve si doveva cominciare, e affermava essere stato ottimo consiglio quello di accogliere nella Società del Verbo Divino i negri che si dimostrassero chiamati alla vita religiosa, affin di esercitare molto efficacemente il ministero tra di loro una volta raggiunto il sacerdozio.
56 - Circa gli italiani: i cappellani di bordo, fin allora appartenenti alla Società dei Missionari di Sant’Antonio di Padova, il 26 febbraio 1923, li mise all’immediata dipendenza del direttore del Collegio dei Sacerdoti per gli italiani emigrati all’estero, e più tardi dispose che la Sacra Congregazione Concistoriale provvedesse alla loro formazione con utili leggi; tutti parimente i sacerdoti già addetti all’opera di assistenza degli italiani emigrati all’estero affidò ad un unico direttore, eletto e deputato dalla stessa sacra Congregazione Concistoriale; e affinché gli italiani emigranti si potessero più sicuramente riconoscere nei luoghi d’immigrazione e più facilmente potessero legare relazioni coi cattolici, ordinò che prima di partire dalla patria venissero muniti di un certificato dell’autorità ecclesiastica.
57 - Inoltre commise il governo della Pia Società dei Missionari di san Carlo alla Sacra Congregazione Concistoriale, disposizione che doveva arrecare ottimi frutti; infatti per opera del Nostro amatissimo cardinale Raffaele Rossi, segretario della stessa Congregazione Concistoriale, che a buon diritto dagli stessi missionari è riguardato come un secondo fondatore, le Costituzioni della Pia Società vennero concordate col Codice di Diritto Canonico e poi approvate; la Società, con l’emissione dei voti, venne riportata al suo primitivo stato religioso: vennero aperte molte nuove case specialmente per la formazione dei chierici; erette alcune province religiose e missioni sui iuris; di qui un accrescersi dell numero dei soggetti e un rapido allargarsi del campo di lavoro in America, in Europa, e in questi ultimi tempi in Australia, sì che per l’avvenire sorgono ottime speranze di una più sicura e stabile assistenza spirituale degli italiani emigrati.
58 - E finalmente quel magnanimo Pontefice, il 17 aprile 1922, volle onorare con la sua benevolenza e poi arricchire con l’approvazione della Sede Apostolica l’opera dell’Apostolato del mare, iniziata in Glasgow nella Scozia nel 1920, ad utile spirituale, morale e sociale dei marittimi; opera che Noi stessi, il 30 maggio 1942, con piacere decretammo che venisse posta alle dipendenze della Sacra Congregazione Concistoriale, quando, celebrati già non pochi congressi e raccomandata dagli ordinari, s’era già molto ampliata e diffusa.
59 - Per venire al Nostro Pontificato non dobbiamo fare altro ohe ricordare quanto la Chiesa ha compiuto in questi ultimi tempi.
60 - Nei primi giorni della Nostra assunzione alla Sede Romana, come è noto, si vedevano progredire, ogni giorno più arditi e brutali, la smodata ricerca d’ingrandire la nazione, lo sfacciato prepotere della razza, la sfrenata libidine di occupare le regioni altrui, fondata sulla forza anziché sul diritto; onde le crudeli ed empie deportazioni di moltitudini e il forzato sradicamento dei popoli: nuovi crimini che la vincevano su tutti i delitti dell’antichità.
61 - Su questo stato di cose subito sovrastò il nembo di tutti i danni più tremendi, la più disastrosa delle guerre. Allora, senza un giorno di ritardo, Noi iniziammo il nostro programma di carità e di pace.
62 - Con ogni tentativo possibile esortando, supplicando, intercedendo, agendo direttamente presso gli stessi capi di Stato, ci siamo sforzati d’impedire la orrenda guerra; una volta scoppiata e dilagante terribilissima, con tutte le nostre forze, sia con le parole sia coi fatti, cercammo di mitigarla e frenarla.
63 - In siffatte dolorose circostanze la Chiesa, quale madre universale, non venne meno all’aspettativa e al suo ufficio, ché anzi, «precedendo, secondo il suo solito, a tutta la mondiale adunanza dell’amore», fu conforto agli afflitti, rifugio ai perseguitati, patria agli esuli.
64 - Non ostanti le enormi ed inestricabili difficoltà dei tempi, nulla lasciammo d’intentato per apportare un aiuto ai figli piangenti, di qualunque condizione o nazione fossero; anche ai fuorusciti ebrei, oggetto di spietata persecuzione, con ogni sforzo, venimmo in aiuto.
65 - Ma fra tutte le opere di carità da Noi o iniziate, o promosse, o raccomandate per venire in soccorso alle innumerevoli e inaudite sciagure e tribolazioni causate dalla guerra, che colpivano si può dire tutti gli uomini, più che agli altri Noi rivolgemmo le Nostre cure ai prigionieri, ai profughi, agli esuli e a quanti per qualsiasi motivo si trovavano raminghi dalla patria, e specialmente a teneri e meschini bambini orfani. Ma siccome ciò è a tutti noto e storicamente documentato, non c’è motivo che vi Ci dilunghiamo, e basterà ricordare solo qualche cosa.
66 - Sull’esempio del Nostro predecessore Benedetto XV, che Noi avemmo la sorte di coadiuvare nella sua fervida carità durante la prima guerra mondiale, appena scoppiata la seconda erigemmo presso la nostra Segreteria di Stato un Ufficio speciale per i soccorsi a tutti i bisognosi e gli sventurati d’ogni parte del mondo; e per tutta la sua durata disponemmo la costituzione di un altro ufficio per i prigionieri e per l’invio e la ricerca di notizie, come pure di più commissioni, tra le quali crediamo degna di speciale menzione quella dei sinistrati di guerra, per i profughi e per l’assistenza dei carcerati , poi sostituita dalla Pontificia Commissione d’Assistenza per tutti i bisognosi. E qui meritano parimente d’essere ricordate le varie missioni fatte in Germania e in Austria per iniziativa della stessa nostra Segreteria di Stato col precipuo scopo di provvedere alla salute dei loro profughi ed erranti.
67 - Quando poi, composte finalmente le cose nella pace anche se parziale, s'avvertì ogni giorno più l’impreteribile necessità di provvedere alla moltitudine di profughi, a molti dei quali era intercluso il ritorno nella propria casa, e quando da alcune nazioni troppo popolate, non pochi uomini, stretti dalla povertà, divisavano di andare all’estero, sempre presso la nostra Segreteria di Stato costituimmo un Ufficio emigrazione, con due sezioni, di cui la prima per l’emigrazione libera, l’altra per quella forzosa; deputammo un ecclesiastico presso l’ufficio Migrazione eretto a Ginevra, che assistesse ai convegni internazionali che vi si sarebbero adunati, e recentemente approvammo una Commissione cattolica internazionale per le migrazioni, fine della quale è unire e collegare le forze di quante associazioni e comitati cattolici esistono nel mondo, rafforzare e coordinare le loro proposte e le iniziative a prò degli emigranti e dei profughi.
68 - Né va taciuto come per i nostri nunzi, delegati e altri ecclesiastici a ciò peculiarmente mandati, siano stati promossi quasi in ogni nazione, anzi in ogni diocesi, comitati e commissioni per bisognosi e per profughi, naturalmente con l’appoggio sia degli ordinari locali, sia dei sacerdoti, sia di sicuri fedeli, sia di membri dell’Azione Cattolica e di altre associazioni di apostolato, la fruttuosa solerzia dei quali, che noi godiamo di lodare, ha prodotto, come vediamo, già molti frutti, che si sperano di grande utilità per la tutela degli emigranti e dei profughi.
69 - La guerra scoppiata in Palestina nel 1948 aprì una sorgente di nuovi dolori e lutti; profughi senza numero, provati da indicibili dolori, furono costretti ad abbandonare tutte le loro cose e a disperdersi fuori della patria nel Libano, nella Siria, nella Giordania, in Egitto e nel territorio di Gaza, offrendo, e ricchi e poveri, e fedeli e infedeli, tutti accomunati dalle medesime calamità, un orrendo e lacrimevole spettacolo.
70 - Subito, allora, secondo le nostre possibilità, portammo loro quei soccorsi che sempre la Chiesa Cattolica portò agli afflitti e diseredati. A questo scopo costituimmo la Nostra Unione per la Palestina, che tuttora viene incontro alle necessità dei profughi arabi, mediante le somme raccolte tra i cattolici di tutte le parti del mondo, come si faceva nei tempi apostolici (cfr Act. 11, 27-30 e Rom. 15, 25-38), ma specialmente per mezzo della speciale associazione fondata dall’assemblea generale dell’episcopato degli Stati Uniti d’America.
71 - Non risparmiammo sforzo per conciliare l’affetto di tutti verso gli esuli e i profughi come quelli che erano i più bisognosi fratelli; più volte, infatti, denunziammo la loro vita miseranda, ne difendemmo i diritti, e per essi non una sola volta sollecitammo la carità di tutti gli uomini, ma specialmente dei cattolici, sia per radio, sia nelle Allocuzioni e nei Discorsi d’occasione, sia nelle Lettere da noi mandate ad arcivescovi e a vescovi.
72 - Così, per esempio, scrivevamo al venerabile episcopato della Germania: «Nelle odierne circostanze quel che sembra più raffinare e spronare la carità vostra e quella del vostro clero, è quanto sia necessario soccorrere con tutti i mezzi e ausili del vostro ministero sia i profughi delle vostre regioni dispersi nella diaspora, sia i profughi stranieri, che, privati spesso e di beni e di casa, sono costretti a trascinare la vita nella più squallida miseria, attendati, spesso ammucchiati, nelle campagne. A questi provatissimi fratelli volgano gli occhi e i cuori i buoni tedeschi, e specialmente i membri del clero e i soci dell’Azione Cattolica, e non lascino inadempiuto nessun ufficio di religione e di carità».
73 - Finalmente nell’Enciclica Redemptoris Nostri, trattando dei Luoghi Santi della Palestina, manifestammo tutto il nostro animo esacerbato: «Ancora ci fanno udire i loro lamenti moltitudini di profughi d’ogni età e d’ogni condizione, che, forzati dagli orrori della guerra a fuggire all’estero, perciò passano la vita esuli nei campi di concentramento, esposti a disagi, a malattie contagiose e a pericoli d’ogni genere. Non ignoriamo il moltissimo cui e pubbliche istituzioni e private persone hanno contribuito per alleviare le condizioni travagliate di queste moltitudini, e Noi stessi, continuando in quelle iniziative di carità che cercammo fin dai primordi del Nostro pontificato, nulla trascurammo di quanto potevamo fare, per sopperire almeno alle più gravi necessità di quelle miserande moltitudini. Ma la condizione di quegli esuli è tanto dubbia ed incerta, che non è lecito protrarla oltre. Mentre, dunque, consigliamo tutti, quanti hanno nobiltà e grandezza di cuore, dì fare il possibile in aiuto di questi esuli, provati dall’afflizione e dalle privazioni, alto gridiamo a quanti ne hanno la responsabilità che si faccia giustizia per tutti quelli che, cacciati lontani dalle loro dimore dalla furia della guerra, nulla più fortemente anelano che di riprendere la vita tranquilla di una volta».
74 - Mostrammo poi tutta la Nostra riconoscenza ai Nostri amatissimi confratelli nell’episcopato, nonché ai sacerdoti, ai civili d’ogni ordine, alle pubbliche autorità e alle attive istituzioni che nelle più svariate maniere, con l’opera e col consiglio, sovvennero i profughi e gli emigrati. Fra l’altro qui è opportuno ricordare la lettera con gioia da Noi inviata al Presidente generale dei vescovi degli Stati Uniti d’America della National Catholic Welfare Conference, come pure il Chirografo congratulatorio che mandammo all’episcopato dell’Australia in occasione delle festività per il cinquantenario di quella Confederazione.
75 - Istantemente poi rivolgemmo la parola ai capi di Stato, ai presidi di istituti, a tutti gli uomini onesti e volenterosi, invitandoli ad attentamente considerare e sciogliere il gravissimo problema dei profughi e degli emigranti; a disaminare quanti gravami tutti i popoli dovevano sostenere a causa della guerra e con quali mezzi si potesse rimediare a tanti mali; e finalmente pensassero al giovamento che deriverebbe all’umanità se, nell’unione delle volontà e dei mezzi, celermente ed efficacemente venissero in sollievo a tante più urgenti necessità dei sofferenti, armonizzando le esigenze della giustizia coi motivi della carità. «Infatti, a molte ingiustizie che si avvertono nei rapporti sociali la carità [= trasmissione della vera fede+ aiuti materiali, ndR] può portare qualche rimedio: ma ciò non basta. In primo luogo bisogna che la giustizia sia in vigore, sia osservata e sia veramente praticata».
76 - Parimente fin dai primi giorni del Nostro ufficio apostolico, molto volgemmo i Nostri sguardi a tutti i Nostri figli emigranti, nella più grande sollecitudine della loro salute temporale ed eterna.
77 - Perciò in occasione del cinquantesimo anniversario dell’enciclica Rerum Novarum, nel giorno di Pentecoste, 1° luglio 1941, parlammo del diritto di migrazione fondato sulla natura della stessa terra abitata dagli uomini: ci piace riportare qui una parte di quel discorso (...): «Il nostro pianeta, con tanti estesi oceani e mari e laghi, con monti e piani, coperti di nevi e di ghiacci eterni, con grandi deserti e terre inospiti e sterili, non è pur scarso di regioni e luoghi vitali abbandonati al capriccio vegetativo della natura, e ben confacenti alla coltura della mano dell’uomo, ai suoi bisogni e alle sue operazioni civili; e più di una volta è inevitabile che alcune famiglie, di qua o di là emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. Allora, secondo l’insegnamento della Rerum Novarum, va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale».
78 - «Dove questo accadrà, l’emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l’esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole degli uomini sulla superficie terrestre, acconcia a colonie di agricoltori; superficie che Dio creò e preparò per uso di tutti. Se le due parti, quella che concede di lasciare il luogo natio e quella che ammette i nuovi venuti, rimarranno lealmente solleciti di eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere e allo svolgersi di una verace fiducia tra il Paese di emigrazione e il Paese d’immigrazione, tutti i partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio; le famiglie riceveranno un terreno che sarà per loro terra patria nel vero senso della parola; le terre di densi abitanti resteranno alleggerite e i loro popoli si creeranno nuovi amici in territori stranieri; e gli Stati che accolgono gli emigrati guadagneranno cittadini operosi. Così le Nazioni che danno e gli Stati che ricevono, in pari gara contribuiranno all’incremento del benessere umano e al progresso dell’umana cultura». E questi princìpi generali di diritto naturale furono poi da noi ricordati nella vigilia di Natale dell’anno seguente avanti al Sacro Collegio dei cardinali.
79 - Ma il 24 dicembre 1948 trattammo apertamente quest’argomento scrivendone all’episcopato degli Stati Uniti d’America: «Voi conoscete certamente con quale ansia di sollecitudini e di cure noi accompagniamo quanti per i rivolgimenti interni della loro patria o perché spinti dalla disoccupazione e dalla fame, furono costretti ad abbandonare la casa e a portarsi all’estero. Ma che ad essi debbano essere aperte le vie di emigrare l’esige il diritto di natura non meno che la pietà verso il genere umano. Il Creatore dell’universo, infatti, ha creato tutte le cose in primo luogo ad utilità di tutti; perciò il dominio delle singole nazioni, benché debba essere rispettato, non può venir tanto esagerato che, mentre in qualsivoglia luogo la terra offre abbondanza di nutrimento per tutti, per motivi non sufficienti e per cause non giuste ne venga impedito l’accesso a stranieri bisognosi ed onesti, salvo il caso di motivi di pubblica utilità da ponderare con la massima scrupolosità.
80 - «A notizia dei Nostri disegni, recentemente voi avete cercato, e per la vostra insistenza avete ottenuto, che in forza di una provvida legge, alla quale speriamo altre ne seguano di maggior portata, a non pochi profughi sia aperto l’ingresso nei vostri territori; e fate oggetto delle vostre cure - aiutati in ciò da scelte persone - quanti quivi emigrano, sia quando partono dalle loro case, sia una volta giunti a destinazione, meravigliosamente praticando così quella consegna della carità sacerdotale: È proprio del sacerdote non nuocere a nessuno, e voler essere utile a tutti» (sant'Ambrogio, De officiis ministrorum, lib. 3, cap. 9).
81 - Ma a nessuno di quanti udirono le Nostre parole, e nella vigilia di Natale del 1945, e nelle Allocuzioni ai neoeletti cardinali, del febbraio 1946 e al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, del 25 dello stesso mese, può sfuggire da quanto trepida ansia il Padre dei fedeli fosse animato. In quelle Allocuzioni e in quei Discorsi per radio con severe parole condannammo i princìpi del totalitarismo, dell’imperialismo di Stato e dello smodato nazionalismo, come quelli che mentre da una parte arbitrariamente restringono il naturale diritto degli uomini ad emigrare o a fondare colonie, dall’altra costringono intere popolazioni ad emigrare d’altri luoghi, deportando gli abitanti dalle loro famiglie, dalle loro case, dalle loro patrie. Nella predetta Allocuzione al Corpo diplomatico, avanti a tanto solenne consesso volemmo di nuovo affermare la nostra volontà di pace giusta e sicura, da Noi più volte e in molte maniere già dichiarata, indicando un altro mezzo per giungere a questa pace, nel facilitare le mutue comunicazioni tra i popoli, sicché e gli esuli e i profughi possano finalmente tornare alle loro case, e i bisognosi, impossibilitati a trovare in patria il necessario per vivere, possano emigrare in altre nazioni.
82 - Nell’Allocuzione rivolta ai cardinali nello stesso giorno festivo del nostro Patrono, di nuovo invitammo le nazioni, più ricche di territori e più scarse di popolazione, ad aprire le loro frontiere a quanti si stipavano su territori sovrappopolati, tra i quali nessuno ignora che oggi il Giappone tiene il primato.
83 - Lo stesso tornammo ad augurarCi nella vigilia di Natale del 1948, osservando che ai soccorsi inviati con enormi spese alle popolazioni profughe era da preferirsi piuttosto lo sviluppo dell’emigrazione di famiglie e della loro immigrazione in regioni capaci di provvederle del necessario. Perciò esortammo i senatori degli Stati Uniti d’America, partecipanti al Comitato per l’immigrazione, convenuti qualche anno fa nella città di Roma, ad applicare con quanta maggior larghezza loro fosse possibile le leggi troppo restrittive che vigevano nei loro Stati; ciò che non omettemmo di proclamare e di sollecitare nell'Udienza che lieti concedemmo ai membri della Camera legislativa degli Stati Uniti d’America preposti agli affari dei profughi dall’Europa e addetti alla Commissione delle pubbliche spese; e recentissimamente, il 4 marzo di quest’anno, nel nostro paterno Messaggio all’amato popolo del Brasile.
84 - Insinuammo anche quanto fosse straordinariamente opportuno addivenire ad una regolamentazione intemazionale in favore dell’immigrazione, parlando, il 2 luglio 1951, ai partecipanti al Congresso internazionale di Roma, per il miglioramento delle condizioni di vita dei rurali; e più tardi tornammo ad illustrare tutta la gravità di siffatto problema ad alcuni degli illustri convenuti del Convegno internazionale tenutosi a Napoli sui problemi dell’emigrazione, che Noi con grande piacere ammettemmo alla Nostra presenza.
85 - Rendiamo dunque grazie perenni a Dio datore d’ogni bene, che con la Sua immensa bontà ha assistito la sua Santa Chiesa. Col suo aiuto infatti, e mediante la concorde intesa e fattiva collaborazione di tutti gli Uffici e Commissioni, fu possibile attuare, tra le altre, queste iniziative di assistenza e di soccorso: colonie per bambini e bambine, o estive o permanenti, che con le più attente cure accolsero anche figli di emigrati provenienti dalle più diverse nazioni; istituti di soccorso per orfani e bambini mutilati di guerra, mense e cucine per rifocillare i bisognosi, rifugi per raccogliere i prigionieri e profughi subito dopo il loro ritorno in patria e per l’assistenza a emigranti e alle loro famiglie, pacchi natalizi per Nostro ordine donati a bambini e a prigionieri, sussidi erogati a studenti d’ogni paese e stirpe perché, lontani dalle loro patrie, potessero riprendere presso istituti di istruzione estera gli studi per forza interrotti; non pochi viaggi per le varie nazioni d’Europa per portarvi aiuti, alimenti, indumenti e medicine ai poveri e ad colpiti dalla guerra, case di sollievo per i soldati in servizio militare lontani dalla patria.
86 - Quando, coll’infierire della mostruosa guerra, dai paesi e dai villaggi distrutti dalle incursioni nemiche e specialmente dalle spopolate terre d’Italia quasi ad ogni ora del giorno confluivano a Roma schiere di bambini, di donne, di malati e di vecchi per cercarvi dal Padre Comune salvezza e rifugio, allora più che mai dilatammo i confini della carità: toccavano allora l’animo Nostro i gemiti di tanti esuli e di tanti profughi, sicché, mossi dalla sua stessa misericordia, Ci forzavano a ripetere il lamento del Signore: «Sento pietà per questa turba...!» (Mc. 8,2). Perciò allora tutte le nostre dimore, sia al Vaticano, sia al Lacerano, sia specialmente a Castel Garadolfo, nonché quelle adiacenti alle basiliche romane, e le case religiose, e i seminari e i collegi ecclesiastici della Città, larghe aprirono a tutti le parte; sicché mentre tutto il mondo era un incendio d’inimicizia e e vi scorreva il sangue dei fratelli, la città santa di Roma e le dimore sopra ricordate furono sede e nido della carità.
87 - A Noi toccò anche la sorte di consolare soldati e prigionieri senza numero con le risorse della religione e della carità, confortare con aiuti spirituali i loro cappellani, riportare in patria gli esuli, ridonare la libertà a inermi civili condannati senza motivo all’esilio o alle prigioni, sciogliere dai ceppi e togliere a certa morte uomini deportati in paesi remotissimi e ridarli alle famiglie ansiose; apprestare i mezzi di viaggio ai profughi o agli emigranti verso paesi ospitali, dare alloggio a chierici e sacerdoti raminghi, crudelmente perseguitati per la fede apostolica e per la cattolica unità, e provveder loro, anche lontani dalla patria, nuovi campi di apostolato tra i loro connazionali emigrati o esuli; soccorrere in tutti i modi moltissimi emigrati, e specialmente operai residenti fuori di patria per motivi di lavoro, alimentare e difendere le tenere vite di bimbi e curare la salute degli infermi, provvedere di sepolcro le salme dei morti in guerra, custodire le loro venerate ossa e riportarle in patria.
88 - Dipoi vogliamo mostrare tutta la Nostra riconoscenza verso quanti generosamente risposero ai Nostri inviti nonostante che fossero tanto provati da sventure private e pubbliche.
89 - Con commozione anche ricordiamo sempre l’innumerevole moltitudine di profughi, che durante la guerra confluirono a Roma e gli infelici figli che già profughi o internati, vi vennero in pellegrinaggio da molte nazioni d’Europa per acquistarvi il giubileo: Noi con letizia li ricevemmo in Udienza, con paterno affetto parlammo loro, ne asciugammo le abbondanti lacrime, ne rialzammo l’animo esacerbato alla cristiana speranza.
90 - Con cuore addolorato riandiamo ancora con la memoria i nostri amatissimi figli i vescovi, i sacerdoti e le suore ingiustamente strappati [dalle tante rivoluzioni laico-massoniche, ndR] alle loro sedi e tutti gli altri, che, condannati al carcere o ai lavori forzati sono stati gettati in condizioni di vita del tutto inumane.
91 - Tutti questi infelici errabondi, che incessantemente restano la Nostra pena, continuamente con le più calde preghiere raccomandammo all'Eterno Padre e al nostro dolcissimo Redentore, fonte d’ogni consolazione, perché venissero rallegrati dai doni e consolazioni celesti, e tuttavia preghiamo Dio affinché «i profughi, i prigionieri, coloro che sono stati strappati dalle loro case, tornino quanto prima alla dolcissima loro patria».
92 - Inoltre pensammo di assolvere un urgente compito del Nostro ufficio scegliendo alcuni ecclesiastici noti per la loro attività perché promuovessero diligentemente gli interessi spirituali nelle colonie di connazionali fondate lontano dalla patria e con la loro autorità guidassero e confermassero quanto si doveva compiere dai sacerdoti della loro lingua; e con piacere vedemmo come questi presuli, da Noi investiti, quali visitatori, di speciale mandato e muniti di speciali facoltà abbiano già appagato le Nostre aspettative.
93 - Frattanto, non senza profonda soddisfazione del Nostro cuore, Ci perviene la notizia del lavoro fruttuosissimo, a prò dei fedeli olandesi in procinto di emigrare o già emigrati, compiuto dall'Opera cattolica per l’assistenza agli emigranti, già fondata dai vescovi di quella nazione; dell’aumentato numero di sacerdoti recatisi specialmente in Belgio, Francia, Germania, Svizzera, Olanda e Gran Bretagna, come pure nelle lontane terre dell’America non solo in aiuto dei loro connazionali ivi immigrati, ma anche per collaborare a prò degli indigenti là dove, come in alcune diocesi dell’America Latina, il clero è troppo scarso. Dobbiamo onorare di particolare menzione quei vescovi dell’Italia che, dietro esortazione della Sacra Congregazione Concistoriale, hanno permesso a qualche sacerdote di recarsi all’estero, e i vescovi della Spagna, alla diligente opera dei quali si deve l’Opera di cooperazione sacerdotale ispano americana sorta recentemente.
94 - Perché poi non si pensi che le Famiglie religiose non abbiano dato il loro notevole apporto a siffatta opera, basti qui ricordare i regolari che si sono volontariamente offerti compagni nelle fatiche e nei disagi ai sacerdoti secolari e ai vescovi, e che più numerosi che in passato sono partiti per le più lontane regioni ed ivi si sono resi meritevoli d’ogni encomio impegnandosi con la loro consueta alacrità. Agli antichi Ordini, ai chierici regolari ed alle più recenti Congregazioni e Società benemerite anche in questo genere di apostolato, si è recentemente aggiunta, approvata da questa Sede Apostolica, la Società di Cristo, fondata a prò degli emigranti nell’arcidiocesi di Gnesna fin dal 1932, con lo scopo di assistere spiritualmente i polacchi lontani dalla patria.
95 - Nella Nostra assidua sollecitudine per gli orientali profughi, tra l’altro erigemmo il Vicariato patriarcale dei Maroniti nella diocesi di Cairo dei Maroniti per i fedeli Maroniti che frequentemente passano dal Libano in Egitto o quivi hanno stabile dimora; come pure dividemmo in tre parti l’esarcato dei Ruteni nel Canadà formandone tre esarcati: centrale, orientale ed occidentale; staccando dipoi una parte del territorio di quello centrale, costituimmo il nuovo esarcato di Saskatoon per i fedeli di rito ruteno; ed ultimamente in Brasile abbiamo eretto un ordinariato per i fedeli di rito orientale ivi stabilitisi. [N.B. Il Pontefice parla sempre di fedeli cattolici, mai di scismatici-eretici, ndR].
96 - Inoltre abbiamo curata l’apertura del collegio lituano san Casimiro in Roma per raccogliere i chierici e gli ecclesiastici fuggiti da quella regione.
97 - E finalmente grande consolazione provammo nel costituire san Francesco di Paola speciale patrono celeste presso Dio delle Compagnie preposte all'assistenza della gente di mare, nonché delle Società di navigazione e di tutti i marinai d’Italia, e nel canonizzare santa Francesca Saveria Cabrini e nel dichiararla celeste patrona presso Dio di tutti gli emigranti.
98 - Tutti questi opportuni provvedimenti della Sede Apostolica e queste iniziative dei pastori, con la generosa collaborazione di sacerdoti, di religiosi e di fedeli - i cui nomi, anche se per lo più non figurano nelle pagine della storia, sono però scritti in cielo (cfr Lc. 10,20) - meritavano di essere ricordati e, sia pur sommariamente esposti, affinché risplenda più luminosa l’universale e benefica opera della Chiesa, verso gli emigranti e gli esuli di ogni genere, ai quali essa ha elargito sempre senza risparmio assistenza religiosa, morale e sociale.
99 - Ciò appariva tanto più necessario in questi nostri giorni, in cui la provvida attività della Madre Chiesa viene dagli avversari tanto menzogneramente impugnata, misconosciuta e contestata proprio su quel terreno della carità, che essa si trovò [sin dalle origini, ndR] per prima a dissodare e non di rado fu lasciata sola a coltivare.
100 - Le frequenti notizie che in questi ultimi tempi abbiamo avuto per corrispondenza diretta e quelle che ogni giorno si apprendono sui giornali e le riviste, rivelano che cresce continuamente il numero degli stranieri in Europa, in America e recentemente anche in Australia e nelle Isole Filippine. Ora, se è vero che i vari enti e istituzioni civili, sia nazionali sia internazionali sono andati e vanno a gara nel cercare di soccorrerli e di alleviare le loro necessità morali e materiali, Noi, in virtù del Nostro supremo ed universale ministero apostolico, non possiamo non intensificare il Nostro grande amore verso questi figli che versano nelle tribolazioni e nelle calamità dell’esilio e, senza trascurare, per quanto è possibile, il soccorso materiale, sentiamo di doverCi occupare con tutto il Nostro impegno per procurare ad essi principalmente il conforto dell’assistenza spirituale [= confermare nella fede gli appartenenti alla Chiesa e fare proseliti presso gli altri, ndR].
101 - Si aggiunge opportunamente la circostanza che molti Nostri venerabili fratelli arcivescovi e vescovi, tra cui non mancano eminentissimi cardinali, spinti dal loro zelo per le anime, Ci hanno chiesto, per tramite del Nostro venerabile fratello il cardinale di santa romana Chiesa Adeodato Giovanni Piazza, vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, segretario della Sacra Congregazione Concistoriale, di promulgare nuove disposizioni atte a meglio organizzare, nel regime delle diocesi, la cura spirituale degli allogeni.
102 - Tali richieste corrispondono pienamente alle Nostre intenzioni: aspettavamo appunto che Ci si offrisse l’occasione per finalmente impartire ai singoli ordinari norme adeguate, non in opposizione alla legislazione del Codice di Diritto Canonico, anzi fedelmente consone al suo spirito ed alla tradizione, e munirli di opportune facoltà perché potessero attendere alla cura spirituale degli stranieri, sia di fissa dimora sia di passaggio, in una forma proporzionata alle loro necessità e non meno efficace di quelle di cui godono gli altri fedeli nelle loro diocesi.
103 - Perciò abbiamo ritenuto che giovasse molto alla causa del bene delle anime e della disciplina ecclesiastica il dare una breve sintesi storica delle opere più importanti compiute in questo campo dalla Santa Madre la Chiesa cattolica e delle norme, finora vigenti, promulgate successivamente dalla fine del secolo XIX ai nostri giorni per la cura degli emigranti. Ma soprattutto importava presentare in una raccolta sistematica le leggi - adattate alle presenti circostanze di tempi e di luoghi, previa l’abrogazione in parte o la modifica o l’integramento della precedente legislazione - con le quali intendiamo più convenientemente provvedere alla cura spirituale degli emigranti e degli immigrati di qualsiasi condizione; cura che vogliamo resti affidata alla Sacra Congregazione Concistoriale, secondo la sua competenza sui fedeli di rito latino.
104 - Ma il primo argomento l’abbiamo già svolto: non Ci resta che passare al secondo.
105 - Competenza della Sacra Congregazione Concistoriale sugli emigranti.. Esaminando, approvando e confermando quanto i Nostri predecessori di felice memoria stabilirono, e tra essi specialmente il beato Pio X, ma insieme qualcosa modificando secondo che il bisogno sembra richiedere, vogliamo e decretiamo che in avvenire si osservino le leggi seguenti. [Segue l'elencazione delle norme giuridico-disciplinari che omettiamo, ndR].
106 - Seriamente considerata l’importanza di tutta questa materia e mossi dall’esempio dei Nostri predecessori, ascoltato prima il parere del venerato nostro fratello Adeodato Piazza, cardinale di Santa Romana Chiesa, vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, segretario della Sacra Congregazione Concistoriale, stabiliamo e prescriviamo che la presente lettera e tutto quanto in essa è contenuto, anche senza il consenso di quanti abbiano o pretendono di avere, diritto d’interloquire in quanto vi si dispone, o perché non ne sono stati interpellati, o ascoltati o per qualunque altro motivo, possano minimamente impugnarsi, ma che siano e restino in perpetuo ferme, stabili ed efficaci, sortire ed ottenere i loro effetti plenari ed integri, e favoriscano quanto esse riguardano o riguarderanno, e debbano essere da essi rispettivamente ed inviolabilmente osservate, restando irrito e vano quanto da qualcuno, chiunque esso sia, con qualunque autorità, sapendolo o meno, venisse attentato contro di esse.
107 - Nonostante, per quanto facesse al caso, qualunque disposizione di costituzioni e ordinazioni apostoliche emanate dai Romani Pontefici Nostri predecessori, come sopra si è detto, o qualunque altra disposizione anche particolare e degna di speciale menzione e deroga.
108 - Nessuno, dunque, ritenga lecito violare, ovvero opporsi con temerario ardire a queste pagine di Nostra costituzione, ordinazione, abrogazione, mandato, innodazione, ammonizione, inibizione, precetto e volontà. E se qualcuno presumesse di farlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi santi Apostoli Pietro e Paolo.
Dato a Castel Gandolfo, presso Roma, nell’anno del Signore 1952, il primo di agosto, festa di san Pietro in Vincoli, decimoquarto del Nostro Pontificato.
PIUS PP. XII
Traduzione da La Civiltà Cattolica, 1952, Vol. IV; Costituzione Apostolica sulla cura spirituale degli emigranti, della Giunta Cattolica Italiana per l'emigrazione, Roma, 1962. Per il momento abbiamo tralasciato le 154 note, molte poderose, che accompagnano la Exsul Familia. Ci auguriamo di poterle trascrivere ed inserire nel testo in un futuro non troppo lontano.
Sintesi: Esposizione della dottrina sulle migrazioni per affermare la verità cristiana e per confutare, con semplicità e prudenza (cfr. Mt. 10, 16), la prassi e le obiezioni dei più famosi volti tv, personaggi politici e pseduo-preti. Come si evince chiaramente dalla Exsul Familia, due sono i principali ostacoli alla gestione cristiana e naturale dei flussi migratori: 1) L'ecumenismo (che si oppone al fine ultimo) 2) La laicizzazione degli Stati (che è causa di tanto disordine).
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Francesco Spadafora è nato a Cosenza nel 1913. Laureato in Scienze Bibliche, è stato docente universitario. Giornalista e scrittore, ha curato per l'Enciclopedia Cattolica circa cento voci riguardanti il Vecchio e Nuovo Testamento ed è stato redattore della «Bibliotheca Sanctorum». Fra i libri da lui pubblicati ricordiamo: Ezechiele (3a ed.), Dizionario Biblico (Studium Ed.), Temi di Esegesi, Collettivismo e individualismo nel Vecchio Testamento, Saggi di critica e di Esegesi biblica, La fine di Gerusalemme e l’escatologia in San Paolo, L’Eucarestia nella Sacra Scrittura, I Profeti, Pilato. Ha collaborato al quotidiano «Il Tempo», «L'Osservatore Romano» e «Il Giornale d'Italia»...
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Amico lettore, anche a te la Madonna rivolge oggi la sua parola accorata. Sono sicuro che essa non ti lascerà indifferente, ma sull’esempio dei tre eroici pastorelli, vittime volontarie di amore e di espiazione, ti sforzerai di attuarla per portare anche il tuo contributo alla pace del mondo, alla ricostruzione della società, al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Ti riassumo in breve «il Messaggio della Vergine»: 1) Convertirsi a Dio, abbandonando la via del male per iniziare una vita di espiazione, di sacrificio, di penitenza; 2) Fuggire il peccato che offende Dio e attira i castighi del Cielo; 3) Recitare il santo Rosario, sorgente perenne di grazie e di benedizioni; 4) Consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria, specialmente con la Comunione riparatrice nel primo sabato del mese.
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M’immagino il sorriso birichino che illumina il tuo volto alla lettura del titolo. «Furba?! Lo sono già e come!». E ti fioriscono nella mente le marachelle combinate all’insaputa della mamma, le brillanti bugie scodellate alle compagne, la serietà composta con la quale, se studente, dopo aver marinato la scuola per combinarne qualcuna, dicevi alla professoressa «scusi tanto,… mi sentivo proprio male...». No, non è di questa furbizia di cattiva lega, che parlo, e neanche di astuzia, tanto meno di doppiezze o di imbrogli... So che in fondo li disprezzi questi mezzucci e, come le migliori giovani del novecento, ami in tutte le cose la sincerità e vuoi essere naturalmente franca e disinvolta. L’invito è piuttosto alla furbizia vera (chi è furbo non è oca), a quella furbizia che è sorella della prudenza, ma di una prudenza vigile e gioiosa a un tempo, a quella furbizia che è la caratteristica di ogni ragazza sveglia e intelligente, la quale presentandosi sulla gran scena del mondo ricca di giovinezza... e di inesperienza, fra le variopinte e insidiose strade che portano al gran mare della vita, vuol permettersi di scegliere la buona, e una volta scelta, percorrerla fino in fondo. Che bellezza sentirsi giovani, sane, leggere, libere! Che dono raro vedere tutta la vita colorata di azzurro, di rosso, di rosa! Quale fresca gioia tuffarsi in essa con l’eleganza dell’alcione che passa sfiorando l’onda marina e risale leggero verso l’azzurro cielo! Ma quante brutte sorprese per le giovinezze ignare! Quanti sogni infranti, quante spinose tristezze per le ragazze incantate che non hanno saputo o voluto guardare in faccia la realtà e mettere un po’ di prosa tra la troppa poesia del sogno! Non per spoetizzarti la vita, ma per chiarirtela, seguono queste pagine: poiché sarebbe deplorevole che l’agile volo dell’alcione si mutasse nel passetto della papera che scende a dilettarsi nel guazzo.
L’Autore
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A cura di CdP.
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Agli italiani - intelligenti ed imparziali - perché al lume di fatti positivi e documentati conoscano l’opera del Santo Padre Benedetto XV durante la guerra ... Per scaricare il documento in PDF ocr cliccare qui.
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Non siamo soliti pubblicare recensioni letterarie, ancor meno di scritti di autori contemporanei. Ordinariamente si tratta di libri che valgono poco meno di quanto pesano o quanto possono esimerci dall’acquisto di diavolina da camino. Eppure talvolta la Provvidenza ci restituisce quell’eccezione che conferma la regola. È il caso dell’ultimo lavoro - piuttosto un capolavoro - pubblicato recentemente dal Centro Librario Sodalitium di Verrua Savoia sotto il titolo di «Frutto del lavoro dell’uomo».
L’autore, Padre Anthony Cekada, ci racconta di aver iniziato la stesura del libro nel lontano 29 novembre del 1964, Prima Domenica d’Avvento, e di averlo terminato solamente quarantacinque anni dopo, esattamente la Prima Domenica d’Avvento del 2009. Che dire: un lavoro durato così tanti anni ha certamente il pregio di parlare di un qualcosa che all’inizio solamente si suppone, poi si studia e si soffre, poi si rigetta e finalmente si comprende nella sua intima malvagità. Ovviamente stiamo parlando della pretesa riforma di Paolo VI che ha minato e continua a colpire la Santa Messa e l’Ordine sacro.
Padre Cekada ammette sinceramente, già nel 1964, di aver notato che questa «nuova liturgia», all’epoca in fase embrionale - oggi si direbbe di test -, «sembrava strana ed un poco irrispettosa». Conclude: «Non mi piacque». Cambiamenti che lo «avevano lasciato a disagio» e che «da quel primo fatale giorno ... (fecero cadere) a pezzi ogni cosa nella liturgia e nella Chiesa».
Durante i dodici anni che Cekada trascorre in seminario, a partire dal 1965, può «osservare dall’interno la distruzione della Messa e gli attacchi contro la fede cattolica che seguirono la scia del Vaticano II». Decide così di iniziare a combattere, a modo suo e con la non completa consapevolezza dell’epoca, la buona battaglia. Scelta lodevole che evidentemente la Provvidenza ha voluto per lui, consentendogli quella graduale maturazione e profonda erudizione che oggi ce lo restituiscono nella veste di sapiente e di pastore d’anime, soprattutto, ma non solo, quanto alla trasmissione del sapere liturgico.
Giovane seminarista, Cekada si concentra nello studio della musica sacra, dell’organo, del canto gregoriano, legge riviste di settore ed assiste a conferenze organizzate dai cosiddetti “ambienti tradizionalisti”, dai primi “resistenti”. Cerca impiego come organista «nelle parrocchie dove il clero era più conservatore» ma, «quando la Messa di Paolo VI apparve nel 1969», anche lui si vede costretto «ad apprendere le nuove regole che apparvero con essa», sebbene scegliendo «le opzioni più “tradizionaliste” consentite dal nuovo rito».
Cekada dice di aver «creduto (o forse sperato)», per i primi dieci anni, «che le cause della devastazione di cui ero stato testimone dovessero trovarsi non in ciò che il papa e il concilio di fatto prescrivevano e insegnavano, ma piuttosto nelle violazioni alla legge e alle interpretazioni errate dell’insegnamento conciliare, promosse ovunque dai “liberali”». «Se i preti avessero soltanto seguito le rubriche della nuova liturgia, conformandosi rigorosamente agli insegnamenti del Vaticano II, - riflette l’Autore nei primi anni’70 - la Messa sarebbe stata riverente e la fede sarebbe stata protetta».
Per lui, dunque, all’epoca il problema non era la riforma in sé: «Lo erano i neo-modernisti». Ma nel 1975 finalmente «questa convinzione cambiò».
Scansione da Il Roma del 28 ottobre 2019: https://ibb.co/whm1bjh
Nel frattempo Cekada diventa monaco, fino a trasferirsi nel monastero «liturgicamente più conservatore del mondo», dove ogni cosa è in latino e realizzata scrupolosamente, dove il canto è gregoriano ed i paramenti belli da vedere e tradizionali: in un’antica abbazia della Svizzera. Dopo un primo barlume di consapevolezza, e quasi convinto di aver preso la giusta direzione, «proprio qui, nel mezzo di tutto il latino, del gregoriano e della perfezione delle rubriche, ci fu la disillusione. Ai giovani monaci, con mio grande stupore, - asserisce il monaco Cekada - veniva insegnata la stessa teologia modernista che era comune nei seminari americani e, loro stessi, nella Messa conventuale, prendevano la comunione in mano».
Conosce così Mons. Lefebvre, che proprio in quel periodo acquisiva notorietà e visibilità in Svizzera per via delle sue posizioni, almeno a parole, contro alcune riforme di Paolo VI. In quel periodo la disputa è notevole e in ogni dove, soprattutto negli “ambienti di Chiesa”, non si fa che parlare dell’embrionale ribellione di Lefebvre a Paolo VI. Racconta Cekada: «L’abate, che godeva, all’interno dell’ordine, di una reputazione di studioso conservatore della liturgia, condannò l’arcivescovo (Lefebvre) per la sua “disobbedienza” verso la Nuova Messa e il Concilio. Come modello di vera obbedienza, egli propose, invece, il personaggio immaginario dell’abate nel romanzo di Brian Moore 'Cattolici', che, obbedendo ai suoi superiori, rinuncia a credere alla transustanziazione e sollecita i suoi monaci a fare lo stesso».
Ed ancora: «Quella sera, durante la ricreazione, ebbi una discussione infuocata con l’abate (quello vero) riguardo la sua affermazione. Che il capo del monastero più liturgicamente conservatore del mondo, dove tutto era latino e cerimoniale da manuale, potesse veramente dire una cosa del genere, e inoltre mi sembrò una prova d’accusa contro la Nuova Messa. Fu a questo punto che iniziai - riferisce l’Autore - a pensare che la riforma liturgica in sé, e non semplicemente la sua interpretazione o applicazione, fosse il vero problema».

Comincia per Anthony Cekada quella peregrinazione che lo vedrà transitare da Ecòne (FSSPX) in Svizzera (viene ordinato sacerdote dallo stesso Mons. Lefebvre nel 1977) e finalmente approdare al Most Holy Trinity Seminary, all’epoca nel Michigan, dove insegna liturgia e diritto canonico.
C'è poi l'Indulto di Giovanni Paolo II: «Si può celebrare il Vetus Ordo, ma solo dietro rigorosa autorizzazione ed a patto che il celebrante non sollevi eccezioni sui problemi dottrinali che sono alla base del Novus Ordo». Va tutto bene, «è solo una questione di sensibilità, di preferenza, di bellezza, di sentimento». Così per molti anni e nel vile segreto, non per il cattolico Padre Cekada, ovviamente!
Nel 2005 arriva il momento dell'astutissimo Summorum Pontificum di Benedetto XVI (autorizzazione - sic! - a celebrare secondo il Messale del 1962). Misura che «NON ebbe come risultato quello di far accorrere ovunque i cattolici alla messa antica - il vaticanista John Alien afferma che il tipico gruppo è di dimensione ridotta, ciò che gli italiani chiamano “quattro gatti”».
Comunque, il Motu Proprio ha come unico pregio quello di aver «permesso a molte persone di constatare con i propri occhi le spiccate differenze tra il vecchio e nuovo rito, e quindi, forse, cercarne le ragioni». Ma purtroppo molti si sono “accontentati”, e lì si sono fermati, di questo “permesso” di partecipazione alla “messa straordinaria” (sic!).
Tanti opuscoli e libri sono stati pubblicati in questi cinquat’anni sulla “nuova messa”, ma si tratta di lavori «(su)gli abusi liturgici, (sul) carattere protestante del nuovo rito, (sul)l’invalidità della nuova formula di consacrazione per il calice, e (su)i difetti più ovvi dell’Ordinario della Messa». Nessuno di questi brevi lavori, dal punto di vista di Padre Cekada, «forniva una trattazione adeguata dei molti errori e pericoli contenuti nel nuovo rito».
E finalmente, dopo numerose piccole pubblicazioni tematiche scritte e divulgate dal medesimo, arriviamo all’ottimo «Frutto del lavoro dell’uomo. Una critica teologica alla messa di Paolo VI», pubblicato inizialmente in lingua inglese e tradotto in italiano grazie al meticoloso lavoro dell’Istituto Mater Boni Consilii.
417 pagine, costo contenuto di soli euro 19,50; 14 capitoli con un’appendice, centinaia di paragrafi, una ricca bibliografia ed un comodo indice dei nomi. Qui è possibile acquistarlo.
All’atto della pretesa promulgazione del “Novus Ordo” l’Arcivescovo Antonelli - firmatario del Decreto di promulgazione - ebbe a dichiarare: «In liturgia ogni parola, ogni gesto traduce un’idea teologica». Padre Cekada nel suo libro - dottrinale, morale, liturgico, cronachistico, etc ... etc ... - dimostra quale idea teologica traduce la “nuova messa”.
Se è vero che solo gli stupidi usano parlare di argomenti che non conoscono, ancorché così gravi e complessi, auguro a tutti i volenterosi buona lettura. In fin dei conti euro 19,50 oramai non bastano neanche per andare al ristorante a mangiare una pizza con gli amici parlando del nulla: Quanti danni ha fatto il nemico del santuario! (Salmo, 73, 3).
Carlo Di Pietro
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La parola a Piero!... La parola a Piero!... Sì, bravo!... Piero! Piero! — e battendo le posate sui piatti o sulle gavette con un crescendo assordante, gli operai si volsero tutti a lui che, quasi nel mezzo del salone, se ne stava come trasognato a contemplarli e a sentirli, col cucchiaio in una mano e la scodella della minestra nell’altra. Marco, allora, si alzò, fece cenno di voler parlare e il baccano cessò per lasciar campo a uno zittire che parve un freno potente in azione. Alla fine si fece un po’ di silenzio. — Compagni, — gridò Marco con un ghigno beffardo — c’è qui Piero, il nostro bravo sacrestano, che ci vuol fare addirittura una predica! Dice che non è il Papa che vuole la guerra, che non è Lui che la sovvenziona, dice che il Papa vuole la pace! Che è Lui a consolare in tutti i modi i prigionieri senza distinzione di nazionalità e di religione... — E se Piero avesse ragione?! — tonò una voce potente che soffocò in gola a Marco l’immancabile imprecazione e la risata finale. Tutti gli occhi si puntarono verso De Paoli, l’operaio specializzato, istruito e intelligente che tutti usavano chiamare «l’avvocato». E questi, in piedi sulla sedia, immobile come una statua, girava il suo sguardo sereno su quella assemblea che restò muta in attesa... — Se è il Papa che vuole la guerra, se è Lui che la sovvenziona, se è Lui che non si cura affatto dei nostri prigionieri, ci devono pur essere dei documenti ufficiali che lo comprovino. Portatecene anche uno solo e noi crederemo! Ma se non esistono questi documenti, chi mette in giro queste voci è un vile! E chi le crede senza assicurarsi che siano vere è uno sciocco! — Un battimani fragoroso accolse le parole del bravo oratore. Marco, con la bocca aperta, sedette trasognato, e cercò di annegare lo smacco nel vino del suo bicchiere ...
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Crediamo far cosa grata al lettore presentando qui riassunti quelli che ci sembrano i punti capisaldi della Questione Galileiana. 1. La teoria di Copernico — in quanto ipotesi scientifica — non fu né prima né dopo ripudiata dall’Autorità Ecclesiastica. 2. Ciò che decise l’intervento di questa fu l’essersi tratta in campo la Sacra Scrittura, con interpretazioni diverse dalle tradizionali. 3. Motivo predominante dei due processi fu la difesa da un pericolo che dalle nuove interpretazioni — in dipendenza del nuovo sistema astronomico — sembrava crearsi al contenuto della fede. 4. Le prove scientifiche addotte da Galileo a favore del nuovo sistema non erano rigorosamente dimostrative; qualcuna anzi interamente errata. 5. Chi qualificò di eretiche o quasi tali, le due tesi copernicane, non furono i giudici responsabili, ma i consultori, cioè come diremmo oggi, gli esperti. 6. Gli esperti, nel loro parere, si ingannarono quanto al fatto, ma videro giusto quanto all’insufficienza delle prove addotte. 7. I giudici dei due Tribunali, sul parere degli esperti, condannarono non il sistema, ma chi ne aveva asserita la certezza scientifica. 8. La responsabilità della condanna rimane ai giudici dei due Tribunali e non ricade sulla Chiesa o sul Papa in quanto tali. 9. L’infallibilità del Magistero della Chiesa è fuori questione. 10. Galileo fu direttamente in causa solo nel secondo processo, per esser venuto meno, di fatto, a precisi impegni da lui assunti in occasione del primo processo; è falso che sia stato torturato o trattato in modo inumano. 11. Se in margine ai due processi ci fu della passione e della animosità, ciò non può attribuirsi ad una sola delle due parti. 12. I Gesuiti non furono gli ispiratori della condanna. 13. La condanna non influì sensibilmente ad arrestare il progresso scientifico nei paesi cattolici. 14. Ben più dure barriere si ergevano spesso nei paesi protestanti. 15. Non è cosa leale rimontare ad un fatto di vari secoli addietro, per farne ancora pesare la responsabilità sulla Chiesa di oggi. Fortunato quel Tribunale, il cui ultimo errore, se tale lo si vuole, risalga tanto addietro! Buona lettura …
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La prima idea di celebrare con manifestazioni anticattoliche il 3° centenario del supplizio di Giordano Bruno, sorse nel 1875 e il primo manifesto-programma venne pubblicato nel 1876. Tutti sanno e rammentano le cose dette e fatte dall’apposito Comitato e dalla stampa liberale; tutti rammentano le lunghe e laboriose trattative tra Comitato e Municipio e Governo, le dilazioni e le molte sonore sconfitte toccate ai promotori. Tutti rammentano pure la solenne commemorazione di Giordano Brano fattasi presenti senatori e deputati, e perfino il ministro della P. I. sig. Boselli ed il sig. Crispi, capo del governo e ministro dell’interno. Né occorre ricordare la camaleontica condotta del marchese Guiccioli, sindaco di Roma, salito agli onori del Campidoglio pel voto ingenuo dei cattolici romani. Tutto ciò è noto anche ai sempre celebri boccali di Montelupo, quindi è inutile tornarvi su. Veniamo dunque senz’altro alla cronaca delle feste bruniane. ... prosegue ...
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Amico, forse davanti alla rovina delle nostre città, di fronte alle sofferenze e allo strazio di tante vittime innocenti di questa guerra inumana e crudele, anche sul tuo labbro sarà talvolta affiorata la domanda: —Ma perchè Dio permette tante rovine, perchè non impedisce tanto male e non castiga subito i veri responsabili di questo immane flagello? — È una domanda formidabile che supera la capacità della nostra piccola intelligenza, avvinghiata ai beni materiali, limitata dalla realtà che ci circonda. Permettimi che ti risponda con un fatto storico, capitato tanti anni or sono, ma che continua a rinnovarsi sempre. Forse esso ti insegnerà a non giudicare troppo facilmente la condotta di Dio e accettare con più serena gioia le prove che ti invia, sempre in vista del tuo maggior bene.
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Ugonotti - Enciclopedia Cattolica, Vaticano, anno 1954, volume XII, colonne 716-717. Con questo nome si designano i protestanti francesi, alla cui teologia e costituzioni ecclesiastiche contribuì soprattutto il calvinismo, tanto che le varie confessioni protestanti francesi si riunirono ispirandosi all’organizzazione sinodale e concistoriale della Ginevra di Calvino; il primo Sinodo delle “chiese” riformate francesi si tenne nel 1559 a St-Germain.
• Dal punto di vista del dogma il credo degli ugonotti non presenta uno spiccato interesse (= non presenta grosse novità: si può dire che è il già pestilenziale e rivoluzionario credo eretico-calvinista, ndr), quanto invece nei suoi rapporti (sovversivi, ndr) con lo Stato: sia nei teorici, che contro l’accentramento regio vennero a propugnare un pensiero politico “democratico” [dove il sovrano è concepito solo come primo magistrato, obbligato a rispettare uno (pseudo-, ndr)contrattualismo tra Dio e popolo, che precederebbe quello tra Dio e re], sia negli uomini d’azione, che riuscirono a dare all’unione ugonotta una solidissima base militare e politico-amministrativa (le tappe di questa organizzazione sono a Milhau con l’assemblea del 1573 e a La Rochelle con le riunioni del 1588).
• La primitiva superiorità etico-religiosa del Sinodo venne però a decadere man mano che l’organizzazione politica e militare fu sempre più decisamente presa dalla più potente nobiltà in lotta contro (il cattolicesimo e contro, ndr) la monarchia francese. Rifare la storia degli ugonotti significa rifare la storia di più di un secolo di vita francese, proprio perché il rafforzamento dell’assolutismo regio si attua nella lotta accanita contro (i sovversivi e feroci assassini, ndr) ugonotti, che venivano a formare un vero e proprio “Stato nello Stato”. Tappe di questa lotta sono l’opposizione dei Guisa e dei Condé; l’apogeo della potenza ugonotta, che nel 1570 ottenne dalla monarchia con la pace di St-Germain-en-Laye l’autonomia delle roccheforti di La Rochelle, Cognac, Montauban e La Charité; la politica di Caterina dei Medici (...); l’urto tra i Navarra e i Guisa; l’assassinio di Enrico III; la politica filo-ugonotta di Enrico IV, che con l’Editto di Nantes del 1598 concesse agli ugonotti la libertà di culto (libertà di prestare culto alle loro eresie, ndr) e parecchie places de sûreté; la guerra accanita di Richelieu, che culmina nella caduta dell’ultima piazzaforte ugonotta di La Rochelle (1628); la successiva decadenza politica degli ugonotti; la revoca dell’Editto di Nantes, operata da Luigi XIV nel 1685; gli ultimi bagliori degli ugonotti che negli anni 1702-1705 presero le armi contro Luigi XIV (...). Fine.
N.B. La voce è di Massimo Petrocchi. Non ci ha affatto convinto, dunque abbiamo ritenuto doveroso inserire delle precisazioni fra parentesi seguite da «, ndr». «Pensare di sapere ciò che non si sa, è stupidità manifesta; voler fare il sapiente in un campo in cui sappiamo benissimo di essere ignoranti, è una vanità insopportabile; per conto mio non vorrei fare il sapiente nemmeno in quello che so, ma nemmeno atteggiarmi a ignorante» (San Francesco di Sales, Filotea).
In foto Charité-sur-Loire, 1572: gli eretici ugonotti massacrano i monaci dell'abbazia, uno dei mille eccidi commessi dai protestanti nelle guerre di religione.
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Oggi ricorre il 75° anniversario dello sterminio di 200 bambini milanesi, avvenuto il 20 ottobre 1944 ad opera delle bombe angloamericane nel quartiere di Gorla. Nessun presidente della repubblica italiana e ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia si sono recati in questi 75 anni sul luogo dell’eccidio. Pubblichiamo l’elenco delle vittime senza voler alimentare odio o vendette: tutte le anime delle vittime e dei carnefici sono state giudicate da N. S. Gesù Cristo, che ha dato a ciascuna di esse “secondo i meriti, il premio o la pena eterna” (dall’Atto di fede). Articolo tratto dal Centro Studi Giuseppe Federici.
I Bambini:
ABBONDANTI Ernesta, di anni 7
ALQUA’ Dolores, di anni 9
ANDREONI Edvige, di anni 6
ANDREONI Franco, di anni 6
ANDENA Vanda, di anni 7
ANDENA Giorgio, di anni 9
ANGIOLINI Cesarina, di anni 10
ASSANDRI Marisa, di anni 10
AVANZI Lucia, di anni 8
BACCINI Luciana, di anni 10
BACILIERI Giancarlo, di anni 11
BALDO Bruno, di anni 7
BALUCI Teresa, di anni 7
BALUCI Concetta, di anni 9
BANDIERA Valter, di anni 9
BECCARI Vilma, di anni 10
BECCARI Stefania, di anni 8
BELLUSSI Ambrogio, di anni 8
BENZI Bice, di anni 6
BERETTA Giuseppe, di anni 6
BERNAREGGI Tullio, di anni 8
BERSANETTI Loredana, di anni 6
BERTOLENI Vincenzo, di anni 7
BERTOLESI Piera, di anni 7
BERTONI Valter, di anni 9
BIANCHET Chiara, di anni 10
BIFFI Pierluigi, di anni 6
BOERCHI Silvano, di anni 8
BOLZONI Gianfranca, di anni 6
BOMBELLI Giuseppe, di anni 9
BONFIGLIO Celestina, di anni 8
BORACCHI Vilma, di anni 6
BORGATTI Elena, di anni 9
BREMBATI Giovanna Elisabetta, di anni 8
BREMMI Maria, di anni 11
BRIOSCHI Paolo, di anni 9
BRIOSCHI Gianni, di anni 6
BRIVIO Giovanna, di anni 12
BRUTTO Antonio di anni 6
BURATTI Rosalba, di anni 7
CACCIATORI Ernestina, di anni 6
CALABRESE Loredana, di anni 6
CALETTI Giancarla, di anni 6
CAUDA Rosangela, di anni 12
CARANZANO Margherita, di anni 7
CARRERA Carlo, di anni 11
CARRETTA Renata Teresa, di anni 9
CARRETTA Luigi, di anni 8
CARRETTA Anna, di anni 7
CASATI Giuliano, di anni 7
CASLINI Adriano, di anni 10
CASSI Giordano, di anni 9
CASSUTTI Ida Santina, di anni 10
CASTELLI Lorenzo Omobono, di anni 6
CASTELLINO Claudia, di anni 9
CASTOLDI Rolando, di anni 7
CATTANEO Carlo, di anni 5
CAVAGNOLI Giuliana Maria, di anni 6
CAZZANIGA Antonio, di anni 9
CELIO Anna, di anni 7
CERUTI Giancarlo, di anni 7
CINQUETTI Felice, di anni 10
COLOMBANI Adriano, di anni 9
COLOMBANI Rosanna, di anni 7
COLOMBO Annamaria, di anni 7
COLOMBO Maria, di anni 10
COMPITI Agostina, di anni 9
CONCARDI Giancarlo, di anni 7
CONSIGLIO Riccardo, di anni 11
CONTATO Rosalia, di anni 6
CONTE Elena, di anni 7
CONTI Mirella, di anni 10
DALLA DEA Marina, di anni 9
DALLA DEA Vittore Paolo Ambramo, di anni 7
DALL’ORA Emilia, di anni 10
DANIELI Gianna, di anni 10
DE CONCA Luisa, di anni 10
DIDONI Fausta, di anni 10
DIDONI Teresina, di anni 11
DONEDA Giulia, di anni 6
DORDONI Giancarla, di anni 11
FALCO Franco, di anni 6
FARINA Gaetano, di anni 10
FARINA Mario, di anni 6
FARINELLA Giovanna, di anni 8
FERRARIO Luigi, di anni 6
FERRE’ Margherita, di anni 8
FERRI Natalino, di anni 8
FERRONI Pierino, di anni 7
FONTANA Oscar, di anni 8
FONTANA Vittoria, di anni 10
FOSSATI Adele, di anni 6
FRANCHI Dario, di anni 7
FRANZI Angelo, di anni 6
FREZZATI Rosalia, di anni 6
FRONTI Angelo, di anni 6
FUZIO Ezio, di anni 9
GALLINA Clelia, di anni 12
GARULLI Giovanni, di anni 8
GAVOLDI Antonio, di anni 9
GHELFI Pasquale, di anni 10
GILARDI Silvana, di anni 6
GIOVANNINI Villiam, di anni 7
GIULIANI Aldo, di anni 8
GOI Eleonora, di anni 11
GORETTI Edoardo, di anni 6
GRANDI Enrico, di anni 7
LAMBERTI Lamberto, di anni 9
LANDINI Peppino, di anni 8
LIBANORI Giancarlo, di anni 6
LIBRIZZI Maria, di anni 11
LOMBARDI Giuliana, di anni 3
MAESTRONI Giuliano, di anni 6
MAESTRONI Luigi, di anni 12
MAJO Giuliano, di anni 9
MAJO Santino, di anni 7
MAROLI Ruggiero, di anni 8
MARZORATI Roberto, di anni 8
MASCHERONI Nella, di anni 9
MASIERO Gianfranco, di anni 8
MASSARO Antonio, di anni 9
MASSAZZA Natale, di anni 10
MEREGALLI Mirella, di anni 6
MERONI Adriano, di anni 9
MIGLIORINI Maria, di anni 9
MINGUZZI Graziano, di anni 10
MOCCIA Carmela, di anni 6
MODESTI Giancarlo, di anni 6
MOIOLI Umberto, di anni 6
MONFRINI Bruno, di anni 6
MORETTI Licia, di anni 6
MUTTI Giuseppina, di anni 10
NASI Cesarino , di anni 8
ORLANDI Graziella Maddalena, di anni 7
PAGANINI Giorgio, di anni 6
PAGLIOLI Guido, di anni 9
PAGOT Francesca, di anni 5
PANIZZA Armida, di anni 6
PANIZZA Maria, di anni 13
PANNACCESE Antonio, di anni 8
PAVAN Gualtiero, di anni 6
PAVANELLI Maria Luisa, di anni 10
PEDUZZI Rosa Rachele, di anni 8
PETROZZI Sergio, di anni 7
PIAZZA Mario Adolfo, di anni 6
PIERIN Giuseppe, di anni 9
PIOLTELLI Anna, di anni 6
PIROTTA Annunziata Ornella, di anni 6
PIROVANO Adele, di anni 6
PONTI Abele, di anni 6
PORRO Emilio, di anni 6
POZZI Elisa, di anni 6
PUTELLI Anna, di anni 6
PUTELLI Pierina, di anni 7
RAVANELLI Pierluigi, di anni 6
REDAELLI Franco, di anni 9
RELLANDINI Franco, di anni 8
RESTELLI Rosanna, di anni 6
RHO Pierangelo, di anni 6
RIZZOLI Gerardo, di anni 6
ROMANDINI Maria Gabriella Federica, di anni 6
RUMI Rinaldo, di anni 8
RUMI Gabriella, di anni 6
RUSCELLI Marisa, di anni 6
SALA Maria, di anni 7
SALETTI Giancarla, di anni 6
SCOTTI Luigia, di anni 10
SIRONI Ambrogio, di anni 7
SONCINI Antonietta, di anni 9
STOCCHIERO Armando, di anni 9
STOCCHIERO Rinaldo, di anni 6
STRANIERI Erminia, di anni 7
TAMIAZZO Gianfranco, di anni 6
TENCA Teresa, di anni 8
TERMINE Giannina, di anni 7
TROYER Giuseppe, di anni 12
VALLI Antonio, di anni 7
VELATI Giuliano, di anni 10
VELATI Maria, di anni 7
VERDERIO Ennio, di anni 6
VERGANI Giovanni, di anni 12
VICENTIN Mario, di anni 10
VIGANO’ Ernestina, di anni 7
VIGENTINI Alberto, di anni 10
VILLA Lidia, di anni 6
VOLPIN Rina, di anni 7
ZAMBONI Andrea Lorenzo, di anni 9
ZANABONI Lidia, di anni 11
ZANELLATI Rosa Maria, di anni 6
ZELI Italo, di anni 7
ZUCCHETTI Luigi, di anni 8
ZUCCHETTI Giovanni, di anni 10
La Direttrice:
TAGLIABUE Isabella Ved. Castelnuovo
I Maestri e collaboratori:
COLOMBO Bianca
CONSONNI Giulia
CONSONNI Silvio
CONTRERAS Aurora ARMANI
FIOCCHI Alicia
FOLLI Piera MERATI
GAZZINA Norma
LISSANDRINI Ester DE BENEDETTI
MAGNOLFI Giovanna LUZI
NOSETTO Piera Maddalena
PERONE Eugenio
PISTONE Teresa PEZZOTTA
POZZOLI Luisa
REDAELLI Maddalena
SANGALLI Maria Maddalena BIRAGHI con la figlia Riccardina di anni 14
VALZELLI Ida Ved. FUMAGALLI
VERGANI Cesare
ZACCHIA Dorotea QUARANTELLI
ZAMBONI Sara
Altri piccoli periti nello stesso bombardamento:
AMBROSINI Marisa Vanda, di mesi 16
BACILIERI Silvano, di anni 2
BALLADORI Annamaria, di mesi 15
BAZZANELLA Giancarlo, di mesi 18
BECCARI Lilia, di anni 2
BIRAGO Silvana Adele, di anni 4
BONATI Carlo, di mesi 12
CAVALLI Ornella, di anni 2
CLAPES Franca, di mesi 12
CONTE Vittoria, di anni 4
FRANCO Domenico, di anni 3
GALBIATI Rosa, di anni 3
GALBIATI Rolando, di mesi 11
PEREGO Maria Grazia, di mesi 22
SIFARELLI Biagio, di anni 4
SORMANI Isabella Paola, di anni 4
SORRAVIA Alberto Salvatore, di anni 5
VILLA Franca, di anni 4






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Cette brochure n'est pas un traité complet du sacrement de Mariage. Son but est de donner aux fiancés et aux époux des conseils pratiques pour le mariage, des renseignements précis sur les devoirs de la vie conjugale, quelques notes sur l’éducation des enfants. Trop souvent le roman, le théàtre, le cinéma, la T.S.F. répandent dans le peuple de fausses notions sur le mariage. Ils rabaissent l'amour conjugal au seul plaisir des sens et condamnent toute gêne, tout sacrifice. On en vient facilement à penser que le mariage est comme une «partie de plaisir», un caprice passager, et l'enfant un «trouble-fête», une charge indésirable. Telle est l'origine de ces maux dont souffre la société: stérilité, adultères, divorces. Le Guide du Mariage voudrait aider les bons chrétiens à réagir contre ces théories criminelles; il voudrait leur rappeler, clairement et rapidement, la vraie doctrine de l'Église sur le mariage. Ainsi éclairés, nos lecteurs n'hésiteront pas à prendre pour ligne de conduite le conseil donné par Gustave THIBON: «Tout bon mariage implique d’abord un choix heureux, ensuite une conduite conforme à l’idéal qui a dicté ce choix». (Imprimatur 1955)
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Alcune settimane or sono, il mio amico e fratello in Cristo, il Sacerdote Don Pasqualino Rinaldi, mi pregò di dare uno sguardo a due codici manoscritti cartacei conservati nell’odierno archivio della sua Parrocchia di S. Tommaso a Capuana, in S. Caterina a Formiello. Uno porta il titolo: «Storia dei Martiri di Otranto» di facciate 234 (non numerate) di cui solo 82 sono scritte. Vi son riportati documenti di diversa natura, riguardanti la storia del culto dei Beati Martiri, uccisi in Otranto dai Turchi il 14 agosto 1480. L’altro codice, di facciate 156, (non numerate) di cui 94 contengono, come dice il titolo, la «Storia del Convento di S. Caterina a Formiello». Fui pregato di trascrivere e passare a macchina il contenuto del primo codice, con la speranza di portarlo alla conoscenza delle persone colte. Accintomi al lavoro, ebbi un’idea: Non sarebbe meglio, nell’imminente celebrazione del 5° Centenario del glorioso martirio del Beato Antonio Primaldo e Compagni, farne conoscere le gloriose gesta ai fedeli, la storia del loro culto liturgico, con la speranza di vederlo accresciuto fino a poter vedere non lontano il giorno della loro solenne Canonizzazione da parte del Vicario di N. S. Gesù Cristo? Don Pasqualino aderì subito alla mia proposta; così io mi diedi a preparare le pagine che ora licenzio alla stampa. Posso assicurare il lettore, anche il più esigente, che il mio lavoro non risentirà la fretta che mi ha tenuto inchiodato al tavolino notte e giorno, perché io, seguendo l’aureo ed autorevole suggerimento di un mio veneratissimo Maestro, lascio parlare i documenti. Dicano quel che vogliono gli ipercritici; è sempre vero che: «Contro i fatti, non v’è ragionamento che valga». Vogliano i Beati Martiri intercedere presso il trono di Dio, perché il nostro popolo, non cedendo alle lusinghe di un mondo che va sempre più alla deriva e, perciò, verso la morte e non la salvezza, non rinneghi quella fede, per la quale essi sparsero, col canto sul labbro, il proprio sangue nel memorando 14 agosto del 1480, sul clivo della Minerva, nell’antichissima e gloriosa città di Otranto. G. M.
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La benemerita Associazione Cardinal Ferrari ha invitato i suoi amici a scrivere sopra il tema: «I cattolici nella vita moderna — (Doveri dinanzi a Cristo, alla Chiesa, alla Società nell’ora presente)». Questo libretto risponde a tale invito. A dire il vero, una esposizione completa e un po’ minuziosa di quel tema importerebbe uno sviluppo grandissimo, che certamente sorpasserebbe le intenzioni di chi lo ha proposto. Specialmente se si volessero esporre ed esaminare a fondo le questioni che la vita moderna ha creato, o che ha sviluppato e trasformato in confronto del loro aspetto in altri tempi. Ma ciò nel presente scritto non si fa. Esso non è una trattazione profonda dell’argomento, ma una semplice esposizione dei doveri dei cattolici, fatta in modo sommario, senza eccessivi sviluppi né sottili discussioni. È un lavoro modesto che non richiede speciale cultura; è una umile cosa scritta per gli umili. Poiché l’argomento è l’esame dei doveri dei cattolici nella vita moderna, non si creda che vi si tratti soltanto dei doveri nuovi, creati dalla vita di oggi. Invero questi non hanno cancellato gli altri, ma vi si sono aggiunti: è perciò naturale che qui siano ricordati anche i vecchi doveri, che pure continuano a essere doveri attuali, giacche le leggi di Dio sono eterne. I nuovi doveri non possono rinnegare gli antichi, e neanche farli dimenticare o ignorare; essi si intrecciano su questi, e anzi vi si innestano. Il presente libretto non è dunque un libro di novità; è piuttosto una esposizione degli aspetti che prendono i doveri del cattolico, validi per tutte le epoche, in questa nostra epoca in cui la vita ha il suo colore speciale e presenta situazioni in parte diverse da quelle di altri tempi. Siccome per il cattolico i doveri sono sacri, non sia discaro ai lettori di sentirseli ricordare, giacche il cattolico vuol vivere la vita buona che lo conduca alla sua meta, Dio. Legga egli dunque volentieri queste pagine che gli mostrano i suoi doveri, giacche la vita buona sta appunto in questo; nel compiere il dovere. Prof. Rodolfo Bettazzi (imprimatur 1939)
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I Framassoni: chi sono, che fanno, cosa vogliono. Per Mons. De Ségur. Priva versione. Aggiuntovi le note ed il commento della Framassoneria italiana coi documenti. Roma, Ufficio della Civiltà Cattolica; Torino, Pietro Di G. Marietti Tip. Pont., 1867.
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II bello piace a tutti, noi siamo fatti per il bello, siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, Bellezza infinita. Anche a te, mia giovane lettrice, piace essere elegante, graziosa, piacevole... e in ciò ti lodo. «È necessario — diceva Pio XI — che una donna sia elegante e distinta per poter piacere: è il suo compito». Vestire con proprietà, curare il proprio decoro esterno, tenere un contegno distinto non è peccato, anzi è indizio di animo nobile e delicato. La Chiesa non ha mai condannato la moda in se stessa. San Francesco di Sales voleva che il suo devoto e la sua devota «fossero sempre tra i meglio vestiti della brigata». «Non tollerare — scrive nella Filotea — nessuna macchia sul tuo vestito, nessun disordine. Chi entra in società in modo da ripugnarle, mostra disprezzo verso i suoi membri». Pio XII, sulla scorta di San Tommaso, arriva persino a dire che «nell’ornamento femminile può esservi atto meritorio di virtù quando sia conforme al modo, alla misura della persona e alla buona intenzione, e le donne portino ornamenti decenti secondo lo stato e la dignità loro... allora l’ornarsi sarà atto di quella virtù della modestia, la quale pone modo nel camminare, nello stare, nell’abito e in tutti i movimenti esteriori». La moda pertanto non ha in sé nulla di cattivo quando sgorga spontanea dalla socievolezza umana che ci inclina a vivere in armonia con i nostri simili; e la Chiesa ci invita a coltivare e perfezionare quei doni che Dio ci ha elargiti per il bene nostro e per quello del nostro prossimo. «La donna quindi può essere — diceva Pio XI — al tempo stesso virtuosa ed elegante. Elegante perché, secondo il detto di un antico poeta cristiano, la virtù sembra più bella quando si aggiunge alla beltà». Ciò che si condanna è l’abuso, l’esagerazione che tende a porre la moda al di sopra di ogni legge e di ogni principio morale.
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A cura di CdP.
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Sei grandi Messaggi e richiami della Madonna all’umanità nell’ultimo nostro secolo: dalla Manifestazione della «Medaglia Miracolosa» (Parigi 1830) all’Apparizione ad Alfonso Ratisbonne a Roma (1842) e alle successive Apparizioni, de La Salette (1846), di Lourdes (1858), Fatima (1917) e Banneux (1933). Si tralasciano varie altre Apparizioni o per la loro minore importanza e risonanza, come quelle di Pontmain in Francia nel 1871, e di Beauraing nel Belgio, 1932-33, o perché non approvate dalla Chiesa (numerose altre Apparizioni: Pellevoisin in Francia, 1876; Knock in Irlanda, 1879; Heede in Germania, 1937; Roma, Tre Fontane, 1947; Lipa nelle Filippine, 1948; ecc.). Ma si aggiunge in fine, per la sua attualità, il recentissimo, muto e tanto eloquente richiamo della «Madonnina delle Lagrime» di Siracusa (1953, approvato). In appendice poi, tra queste grandi manifestazioni, quasi esempio di fedele interprete e modello della nostra corrispondenza ai desideri della Vergine, è inserita la figura e l’opera del moderno apostolo dell’Immacolata, P. Massimiliano M. Kolbe (1894-1941). Mancava ed era desiderata in Italia una pubblicazione d’insieme sull’ argomento.
La nuova descrizione, semplice e accurata, offerta in queste pagine, di quei celesti richiami nella loro varietà e insieme convergenza essenziale, vuol essere un aiuto per i fedeli a rileggere e meditare, e soprattutto a praticare quanto la Madre celeste maternamente richiede da noi. Rileggere questi celebri Messaggi, particolarmente nella celebrazione dell’Anno Mariano e mentre la stessa Vergine non cessa di ripeterli in nuove forme e con nuovi interventi, che manifestano come l’umanità è ancora troppo lontana dalle vie del Cielo, è utile e doveroso, salutare per tutti. Un dovere anche diffonderli largamente per attrarre al pensiero, alle grazie e ai desideri di Maria tante anime fuorviate e lontane, in ogni ambiente della nostra società. Nelle incertezze dell’ora che volge, dopo la grande strage dell’ultima inutile guerra e nell’attesa del promesso trionfo del Cuore Immacolato di Maria sulla cattiveria umana, i Compilatori di queste pagine vogliono apostolicamente richiamare il nostro pensiero, la nostra fiducia e il nostro impegno ai sempre vivi e urgenti desideri, richieste e promesse di salvezza della divina Madre di Cristo e Mediatrice dell’umanità, la Vergine Santissima Immacolata. Sia anche questo un piccolo omaggio dei Compilatori e dell’Editore a Maria Immacolata nell’anno centenario della proclamazione dogmatica del suo Bel Privilegio. Roma, 31 Maggio 1954. P. L. Di Fonzo, O.F.M.Conv. Direttore Gen. M.I.
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«198. Sciolta la congregazione de’ vicari, e guarito dalla risipola, subito si volse ad infrenare le pazze feste del carnevale, le quali, comeché prevedute, pur gli sembrava che troppo presto cominciassero a commuovere la città. E poiché colle preghiere, cogli editti, colle censure avea finalmente conseguito che nessuno osasse con pubblici spettacoli di giostre e danze profane violare il giorno festivo, a contener le genti negli altri giorni della settimana ordinava pubbliche supplicazioni e santi esercizi ad altre pie pratiche; e girando egli stesso, porta per porta, tutta la città, predicava dal pulpito, invitava il popolo alle comunioni generali che facea poi di sua mano; e questo facendo, non di rado seco traevasi una schiera di nobili che fossero agli altri d’esempio.
V’ebbe nondimeno alcuno fra’ suoi ministri medesimi, il quale osservò “inutili essere que’ tentativi. Le feste del carnevale essere sancite dal lungo volger dei secoli, convalidate dall’uso delle corti, dal patrocinio dei prìncipi, troppo care ad ogni condizion di persone, perché le cure del pastore giungessero a poterle reprimere”.
Alle quali osservazioni Carlo rispose: “Che l’uso del carnevale, per antico e pertinace che fosse, non altro veramente importava che lussuriosi banchetti, abusati liquori, danze lascive, incitamenti alla libidine e morte al pudore. Essere quindi vergognosissima cosa che i baccanali del carnevale fossero più costantemente difesi dal popolo che combattuti dal vescovo. Nelle grandi città non aversi penuria di quelli, che a’ salutari precetti della Chiesa diligentemente ubbidiscono, e che dal modo medesimo quelli ancora non mancheranno, a’ quali una virtuosa verecondia impedisse di scostarsi dalle orme che la cristiana pietà verrebbe loro tracciando. Là dove spesseggiano i vizi, ivi doversi moltiplicare le preghiere, onde le menti degli empi siano dalla colpa distolte, e l’ire vendicatrici dal capo di tutti stornate”.
Quanto gravi e vere fossero questo parole, lo dimostrano i fatti ...
Ecco come San Carlo aveva stabilito che nello spazio di tre settimane di carnevale tutta la città facesse i santi esercizi. Nella prima di esse settimane si dovevano tenere in tutte le parrocchie delle porte Vercellina e Ticinese, e si chiudevano colla Comunione generale in San Lorenzo, amministrata dall’Arcivescovo la mattina della domenica di Settuagesima. Nella seconda settimana si facevano nelle porte Comasina e Nuova, chiusi colla Comunione generale in San Marco, la mattina della domenica di Sessagesima. Nella terza si davano gli esercizi nelle parrocchie delle porte Orientale e Romana, e terminavano colla Comunione generale in Duomo, la domenica di Quinquagesima».
Tratto dalla Biografia di San Carlo Borromeo del Professor Antonio Sala, Milano, 1858
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— Gli angeli — continua il frate —, che sono gli spiriti rimasti fedeli a Dio, difendono gli uomini contro i diavoli che vorrebbero trascinarli all’inferno. — E come fanno? — domanda Bortolo con una segreta speranza, come se attendesse che qualcuno lo liberasse anche dagli artigli del demonio, che purtroppo tiene nelle sue mani la vita passata. — Prima di tutto bisogna dire che gli angeli sono molti più degli uomini, più delle stelle, più dei granelli di sabbia che sono nel mare... Sono pura intelligenza, pura volontà, senza corpo, senza peso di materia, senza ingombro di passioni, liberi come sovrani. Una gran parte di essi serve direttamente il Signore, un’altra parte ha in custodia il cielo, gli astri, la terra, gli uomini...
— Come?... Quello che voi dite è proprio strano... — Perchè voi dovete sapere che gli angeli sono divisi in nove schiere che si chiamano cori e hanno ciascuno un nome. Ora ve lo dico, dal primo coro più vicino a Dio all’ultimo più vicino a noi. Serafini. Cherubini, Troni: questi sono i sacerdoti supremi intorno al Signore. Dominazioni, Virtù, Potestà: questi sono i capi supremi della milizia celeste. Principati, Arcangeli, Angeli: questi sono gli esecutori degli ordini divini che obbediscono agli spiriti superiori. — Ho capito, — risponde Bortolo che non ha neppure il tempo di meravigliarsi per essere così curioso di cose tanto lontane dai suoi gusti soliti — ho capito, i più nobili sono come i comandanti, gli altri sono come i soldati. — Precisamente, — approva il frate — perchè Dio è creatore di ordine e di armonia. Tutto affida agli angeli, anche il sole, anche le nostre mèssi!...
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— Galantuomo, avete voi studiato l’astronomia? — chiedeva un giorno un professore a un barcaiolo, mentre attraversavano un lago. — No, signore, non sono mai andato a scuola. — Peccato! Vi compatisco, avete perso metà della vostra vita. Ma conoscete almeno un poco di aritmetica, di geografia?... — lo non so nulla, conosco solo la mia barca e il mio mestiere. — Ah mio caro, voi avete perso i tre quarti della vostra vita!... Ad un tratto si levò un vento impetuoso che prese a sballottare la fragile barca come fosse un fuscello. — Signor professore, sapete voi nuotare? — chiese il barcaiolo. No — rispose il disgraziato livido dal terrore. — Allora avete perso tutta la vita. In questo momento saper nuotare è più necessario che tutta la vostra scienza.
Amico che sei sempre occupato nel tuo faticoso lavoro, assillato continuamente da tante preoccupazioni, angustiato forse da tanti dispiaceri, non dimenticare di studiare l’unica cosa veramente necessaria per salvarti. Solleva anche tu per qualche istante la mente ed il cuore verso le verità eterne: sono queste le stupende realtà che devono renderti felice nel tempo e nell’eternità.
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La Religione è quel legame spirituale che insieme congiunge Iddio e l’uomo: la Chiesa è la forma esteriore che Dio stesso ha dato a questo legame. La Religione consiste nella conoscenza, nel servizio e nell’amore del vero Dio; la Chiesa non è altro che la società di tutti gli uomini fedeli che conoscono e praticamente adempiono la Religione. Quello che è il corpo rispetto all’anima, lo è la Chiesa in ordine alla Religione. Il corpo e l’anima creati dal medesimo Dio, e congiunti insieme formano l’uomo vivente, l’uomo tutt’intero. Così è del Cristianesimo, cui Gesù Cristo ha dotato di due elementi; l’uno spirituale ed invisibile, che comprende la verità religiosa, la santità, la vita dell’anima ecc., e l’altro esteriore, visibile e terreno, che comprende la gerarchia dei Pastori, l’insegnamento cattolico, i Sacramenti, il culto divino, ecc..., ambedue sono d’istituzione divina, la loro unione compone il Cristianesimo. La Chiesa è divina come la Religione; la Religione è quella cui c’insegna la Chiesa; e conferma e difende in nome di Dio stesso, e sebbene distinguiamo la Chiesa dalla Religione, è nondimeno impossibile il separarle come è impossibile di separare l’anima dal corpo, se questo si vuole conservare vivo. «L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto» tale è la gran legge della vita religiosa dell’umanità. I protestanti hanno fatto questa separazione, e loro non è rimasto che un’ombra di Religione. Ripudiando la Chiesa hanno perduto il Cristianesimo e la fede. Il Cristianesimo e la Chiesa sono una sola cosa...
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Esiste nella Chiesa un Magistero stabilito da Cristo, cui ogni cattolico è obbligato a sottomettersi? Tale questione è di sua natura fondamentale, e dalla sua risposta dipende tutto il significato e l’importanza del Decreto «Lamentabili»; imperocché la forza, che esso ha di obbligare, è intimamente collegata con il diritto, che ha l’autorità ecclesiastica, di emanare per divina ordinazione precetti inappellabili in materia di fede, che obbligano tutti i cattolici. Non esiste catechismo che non contenga la risposta ad una tale questione, diremo così, pregiudiziale, quindi è per lo meno superfluo volerne qui trattare ex professo. Basteranno poche osservazioni generali, che più si confanno alle condizioni tutte speciali dei nostri tempi. Con che avremo dimostrato ad esuberanza quale sia l’attitudine che, di fronte a questo nuovo decreto del Sant’Uffizio, dovranno tenere i cattolici. L’origine della maggior parte dei mali che affliggono la moderna società, consiste, come disse Leone XIII, negli sforzi, che si fanno da essa, per rimpicciolire, avvilire, disprezzare, e, se fosse possibile, annichilire l’autorità della Chiesa, che in nome di Dio cura il bene del genere umano, ed è stata da Dio stesso costituita vigile custode di quei principi di eterna verità e giustizia, cui, in ultima analisi, si appoggia ogni umana autorità. Purtroppo, anche fra i cattolici, hanno messo pro-fonde radici non pochi falsi principi, che ben si possono designare quali sintomi dell’età nostra. Lo sforzo, che si fa, di contrapporre il giudizio privato al principio di obbedienza, dovuta all’autorità religiosa da Dio medesimo stabilita, e di atteggiarsi ognuno a supremo giudice su tutto ciò che, in materia di fede e di costumi, sembra vero e idoneo, è un male, che specialmente ai giorni nostri non raramente è dato di vedere tra le persone più erudite delle nostre Accademie. Un tal modo di giudicare sulla libertà e sull’indipendenza di ciascuno, di fronte all’autorità religiosa, non fa naturalmente che lusingare l’amor proprio innato negli uomini. Ma quanto danno non arreca questo spirito critico del giudizio privato?
- Il Divino Magistero della Chiesa, parte 2
- Il Divino Magistero della Chiesa, parte 3
- Il Divino Magistero della Chiesa, parte 4
- Il Divino Magistero della Chiesa, parte 5
- Il Divino Magistero della Chiesa, parte 6
- Il Lamentabili Sane Exitu esposto e commentato da Mons. Heiner
- Il latino: lingua viva nella Chiesa (del Card. Antonio Bacci)
- Il Liber Accusationis in PDF dell’Abbé Georges De Nantes
- Il libretto di Matrimonio. Doveri e diritti degli Sposi
- Il Martirologio Romano del MDCCCCLV in PDF con una breve introduzione




