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Dal libro: «L’inferno è dogma o favola?» - Sottotitolo: Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Mons. Gaston de Ségur. La volontà dei dannati è pietrificata nel peccato, nel male e nella morte soprannaturale. Vediamo cosa, nell’odierna vita terrena, rende possibile la conversione di un peccatore: 1) Egli ne ha il tempo; 2) Il buon Dio gli può concedere sempre la grazia; 3) Inoltre, poiché egli è libero, può, di sua scelta, ritornare dalla parte di Dio. Si tratta, difatti, di un atto di libera volontà quello che ha allontanato il peccatore dal suo Dio. È, quindi, con un altro atto di libera volontà, attraverso la grazia di questo Dio buono, che può ritornare a Lui, pentirsi e, da figliuol prodigo, tornare perdonato alla casa paterna. Tuttavia al momento della morte quella libertà è finita per sempre. L’anima del defunto non può più scegliere, ma dimorerà in quel che ha scelto. Chi ha scelto il bene e la vita: possederà per sempre il bene e la vita. Chi ha scelto follemente il male e la morte: sarà nella morte, per sempre, e solo perché l’ha voluto quando potevate volerlo. È l’eternità delle pene! (...) La volontà del peccatore dannato resta, per necessità, quella del momento della morte. Così com’è, resta immobilizzata: il dannato «vuole sempre e necessariamente il male che ha fatto», scrive San Bernardo. Il male e lui fanno un tutt’uno; è come un peccato vivente, permanente, immutabile. I beati vedono Dio nel Suo amore e Lo amano; i riprovati, non vedendo Dio che nei castighi della Sua giustizia, necessariamente Lo odiano. Si tratta di una giustizia rigorosa che colpisce, con un castigo immutabile, un’immutabile perversità. Con una pena eterna, sempre la stessa, punisce una volontà eternamente cristallizzata nel male, eternamente separata da Dio con la rivolta e l’odio, una volontà bloccata nel sempre peccare. Risulta in modo evidente che nell’inferno i dannati, non avendo né il tempo, né la grazia e né la volontà di convertirsi, non possono essere perdonati e devono necessariamente subire un castigo immutabile ed eterno. Infine, come giusta conseguenza, le pene dell’inferno non solo non avranno mai fine, ma non sono suscettibili di alcuna illusoria mitigazione.
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Predicando una volta in Bretagna, San Vincenzo Ferreri predisse la venuta di un missionario poderoso, «che l’Onnipotente farà nascere in tempi ancor lontani». Quasi tre secoli erano trascorsi, e nessuno pensava ormai a quella profezia, quando nacque nella cittadella bretone di Montfort, dalla nobile famiglia dei Grignion, uno dei missionari più travolgenti che il Signore abbia mandato sulla terra: San Luigi Maria. Settantasette anni dopo la sua morte, egli trascinava sempre il cuore dei Vandeani, che nel 1793 ingaggiavano battaglia contro le armate infernali della Rivoluzione francese al canto degli inni religiosi composti e insegnati da lui. La vita di questo Santo si presenta, a chi vi si affacci, come la vetrata di una cattedrale gotica: istoriata di narrazioni meravigliose, risplendente di colori vividi e forti, tutta intrisa di una luce soprannaturale. Diremmo che è un Santo d’altri tempi, se i Santi non fossero al di sopra del tempo, fissi come aquile nel fulgore di Dio, e se il suo tempo non fosse tragicamente simile al nostro, come il nostro segnato dal marchio dello scisma latente e dell’eresia palese. Il fatto è che San Luigi Maria aveva molto timore di Dio, ma nessun timore del mondo.
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Poichè la Costituzione “Paenitemini” del 1966 di Montini (Paolo VI) e il “Nuovo Diritto Canonico” del 1983 di Wojtyla (Giovanni Paolo II) non possono avere nessun valore giuridico (qui approfondimenti), è ancora in vigore la disciplina osservata sotto il pontificato di Pio XII (secondo i Canoni 1250-1254 del Diritto Canonico pio-benedettino del 1917, modificati dal Decreto dalla Sacra Congregazione dei Riti del 16 settembre 1955 e dalla Sacra Congregazione Concilio del 25 luglio 1957).
L’attuale legge per i fedeli di rito latino è quindi la seguente:
– LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.
– LA LEGGE DELL’ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti.
IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera; la refezione serale è sempre di magro).
L’ASTINENZA vieta l’uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.
GIORNI DI ASTINENZA DALLE CARNI:
– tutti i Venerdì dell’anno (tranne se vi cade una festa di precetto, ma questo vale solo al di fuori della Quaresima).
GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO:
– Mercoledì delle Ceneri;
– ogni Venerdì e Sabato di Quaresima;
– il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora;
– le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell’Immacolata (7 dicembre), d’Ognissanti (31 Ottobre).
GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA:
– tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c’è digiuno).
POSSONO NON PRATICARE L’ASTINENZA:
– i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
– gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli;
– gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
– mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano in servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.
POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
– coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
– poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
– coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (esempio: lavori pesanti);
– coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (esempio: studenti sotto esami);
– chi deve fare un lungo e faticoso viaggio; per un maggiore bene o per un’opera di pietà più grande, se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (esempio: assistenza ai malati).
Fonte Istituto Mater Boni Consilii
Per ulteriori chiarimenti inviare una mail
Dal Catechismo del Santo Pontefice Pio X.
469. Oltre i comandamenti di Dio, che altro dobbiamo noi osservare? Oltre i comandamenti di Dio noi dobbiamo osservare i precetti della Chiesa. 470. Siamo noi obbligati ad obbedire alla Chiesa? Senza dubbio siamo obbligati ad obbedire alla Chiesa, perché Gesù Cristo medesimo lo comanda, e perché i precetti della Chiesa aiutano ad osservare i comandamenti di Dio. 471. Quando comincia l'obbligo di osservare i precetti della Chiesa? L'obbligo di osservare i precetti della Chiesa generalmente incomincia dall'uso di ragione. 472. È peccato trasgredire un precetto della Chiesa? Il trasgredire avvertitamente un precetto della Chiesa in materia grave è peccato mortale...
483. Che cosa ci ordina il secondo precetto della Chiesa con le parole: Digiunare i giorni comandati? Il secondo precetto della Chiesa con le parole: Digiunare i giorni comandati, ci ordina di osservare il digiuno: - nella Quaresima; - in alcuni giorni dell'Avvento, dove ciò è prescritto; - nelle quattro tempora; - in alcune vigilie. 484. In che consiste il digiuno? Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno e nell' astenersi dai cibi vietati. 485. Nei giorni di digiuno, si può fare la sera una piccola refezione? Per condiscendenza della Chiesa si può, nei giorni di digiuno, fare un po' di refezione alla sera. 486. A che serve il digiuno? Il digiuno serve a meglio disporci all'orazione, a fare penitenza dei peccati commessi e preservarci dal commetterne dei nuovi. 487. Chi è obbligato al digiuno? Al digiuno sono obbligati tutti i cristiani, che hanno compiuto ventun anno e che non sono o dispensati o scusati da legittimo impedimento. 488. Quelli che non hanno l'obbligo del digiuno sono affatto esenti dalla mortificazione? Quelli che non hanno l'obbligo del digiuno non sono affatto esenti dalla mortificazione, perché siamo tutti obbligati a fare penitenza. 489. Per qual fine è stata istituita la Quaresima? La Quaresima è stata istituita per imitare in qualche modo il rigoroso digiuno di quaranta giorni che Gesù Cristo fece nel deserto, e per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua. 490. Per qual fine è stato istituito il digiuno dell'Avvento? Il digiuno dell'Avvento è stato istituito per disporci a celebrare santamente il Natale di N. S. Gesù Cristo. 491. Per qual fine è stato istituito il digiuno delle quattro tempora? Il digiuno delle quattro tempora, è stato istituito per consacrare ogni stagione dell'anno con la penitenza di alcuni giorni; per domandare a Dio la conservazione dei frutti della terra; per ringraziarlo dei frutti già dati, e per pregarlo di dare alla sua Chiesa dei buoni ministri, dei quali si fa l'ordinazione nei sabati delle quattro tempora. 492. Per qual fine é stato istituito il digiuno delle vigilie? Il digiuno delle vigilie è stato istituito per prepararci a celebrare santamente le feste principali. 493. Che cosa ci è proibito nel venerdì e nel sabato non dispensato? Nel venerdì e nel sabato non dispensato, ci è proibito il mangiar carne, eccettuato il caso di necessità. 494. Perché la Chiesa ha voluto che ci asteniamo dal mangiar carne in questi giorni? Acciocché facciamo penitenza in ogni settimana, e massime il venerdì in onore della Passione, ed il sabato in memoria della sepoltura di Gesù Cristo, e in onore di Maria SSma.
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Prefazione del Traduttore. Il grande restauratore dell’Ordine Benedettino in Francia e della liturgia e del canto tradizionale della Chiesa, il dottissimo abate di Solesmes Don Prospero Guéranger, morendo, lasciò inedite alcune memorie liturgiche importantissime, tra le quali il piccolo commentario sulle cerimonie della Santa Messa, che oggi sono lieto di poter pubblicare tradotto nella nostra lingua. È un libriccino prezioso che insegna ai fedeli, siano pure mediocremente istruiti, ad unirsi al sacerdote in tutte e singole le cerimonie del Santo Sacrifizio dell’Altare e ad assistere con maggiore devozione e profitto all’atto più grande della nostra Religione santissima; poiché in queste pagine troveranno la ragione di molte cose che non sapevano e la spiegazione delle orazioni e delle sacre cerimonie che il più delle volte non capivano. I sacerdoti, poi, che ogni giorno offrono l’augusto Sacrifizio e che per il loro ministero devono sapere il significato e la storia delle parole che dicono e degli atti che compiono, certamente vi troveranno nuova luce e significati bellissimi, che forse non pensavano. Perciò io mi chiamerò soddisfatto se, con questa nuova pubblicazioncina, potrò fare un poco di bene ai miei confratelli nel sacerdozio e agli altri fedeli, ai quali chiedo, in carità, di ricordarsi qualche volta di me celebrando od ascoltando la Santa Messa. (Mons. Benedetto Neri)
Ordinario della Messa. Chiamasi Ordinario della, Messa, Ordo Missae, il complesso delle rubriche e delle preghiere che servono per la celebrazione del santo Sacrifizio dell’Altare; la loro disposizione non cambia mai, nonostante la varietà delle feste celebrate dalla Chiesa. Essendo la Messa solenne, Missa solemnis, o Messa cantata, il tipo o modello della Messa bassa, difficilmente potremmo farci un’idea esatta delle cerimonie di quest’ultima senza riandare con la mente alle cerimonie della prima. Infatti, qualcuno potrebbe domandare perché il sacerdote, invece di rimanere sempre in mezzo all’altare, legge l’epistola da una parte e il vangelo dall’altra. Questo, non avendo relazione col Sacrifizio, non fa che ricordarci quanto si pratica nella Messa solenne, nella quale il diacono legge il vangelo a sinistra, il suddiacono l’epistola a destra, come spiegheremo più innanzi. Il sacerdote, compiendo da solo le funzioni esercitate dal diacono e dal suddiacono, va successivamente al posto occupato da essi nella Messa solenne. Bisogna dunque spesso cercare nella Messa solenne la spiegazione delle cerimonie della Messa bassa. Il Sacrifizio della Messa è il Sacrifizio della Croce; in esso, noi dobbiamo vedere Nostro Signore confitto in croce, che offre il proprio sangue a Dio suo Padre pei nostri peccati. Tuttavia non sarebbe facile trovare assolutamente nelle differenti parti della Messa le diverse circostanze della Passione di Nostro Signore, come han preteso fare alcuni autori di metodi per assistere alla santa Messa. Il sacerdote esce dalla sacrestia e va all’altare per offrire il santo Sacrifizio, e dice la rubrica ch’egli è paratus, cioè rivestito dei sacri indumenti propri per la celebrazione della santa Messa. Arrivato dinanzi all’altare fa la riverenza dovuta, oppure, se vi si trova conservato il santissimo Sacramento, fa una genuflessione; in caso contrario non fa che una profonda riverenza; per questo la rubrica dice debita reverentia...
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Il libro, in formato 10×15, di 240 pp., contiene anche l’Ordinario della Santa Messa. Può essere richiesto direttamente a: Suore Francescane dell’Immacolata - Monastero della Murate - Via dei Lanari, 2 - 06012 CITTÀ DI CASTELLO (PG) - tel/fax: 075-8555779 –
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Amico lavoratore, che avrai sofferto al vedere come Eva, trascinando Adamo al peccato di ribellione, contribuì a togliere al lavoro umano la sua dignità primitiva, certamente avrai goduto nel constatare come la Maria Vergine abbia invece aiutato il novello Adamo e tutti i suoi figli, che formano la Chiesa da Lui fondata, a ridare al lavoro la sua vera nobiltà personale e soprannaturale, caparra dell’eterna ricompensa in Paradiso. Ti avrà anche consolato il conoscere che il lavoro compiuto sotto il manto di Maria ti dà la gioia del tuo cuore: non solo perchè così lavorando manifesti le tue capacità e doti intellettuali, tecniche e artistiche, ma anche perchè perfezioni in te, giorno per giorno, l’immagine del Divin Lavoratore. Puoi far valere in tal modo la tua personalità umana e mettere al sicuro la salvezza eterna dell’anima tua. Piuttosto una parola s’impone qui come conclusione: Lavoratore, stai all’erta! Finché vivi sarai sempre esposto alla tentazione di abbandonare Maria, l’Ausiliatrice che ti sublima fino al cielo, per seguire “Eva”, la tentatrice che ti trascina fino all’inferno. Non lasciarti ingannare, non esitare mai. Segui solo e sempre Maria: sia essa il tuo Aiuto: così il tuo duro lavoro avrà il divino profumo di espiazione e di merito pel cielo.
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Premessa degli Autori. Con questo libretto ci rivolgiamo al popolo cristiano oggi insidiato nella sua Fede dagli errori diffusi dai Testimoni di Geova. Questi girano di casa in casa e, con modi gentili, offrono foglietti e libri di propaganda della loro dottrina, promettendo per chi la accoglierà felicità e benessere. L’insidia è tanto più sottile in quanto essi si presentano come i veri diffusori della parola di Dio contenuta nella Bibbia e come i veri apostoli di Cristo. In realtà - come esporremo nelle pagine seguenti - essi si servono della Bibbia non per diffondere la parola di Dio, ma per diffondere i loro errori, per di più frammisti a qualche verità, il che aumenta l’inganno. Inoltre essi non sono apostoli di Cristo, del quale anzi rinnegano addirittura la divinità. Noi esortiamo pertanto i fedeli cristiani a leggere, per loro istruzione, questo libretto: se ancora non hanno incontrato i Testimoni di Geova potranno così premunirsi contro i loro errori e prepararsi a confutarli; e se già sono stati adescati da loro, potranno scoprire l’inganno del quale furono vittime e ritornare alla vera Fede in Gesù-Dio ed alla vera sua Chiesa, la Chiesa Cattolica.
Nota di Sursum Corda. Dove leggiamo Chiese ... (pagine 43 e 45) significa Chiesa cattolica.
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A cura di CdP
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Il Santuario di Loreto. Notizie critico-storiche. Indice dei contenuti. I difensori della tradizione. Gli oppositori. Scrittori moderni. San Francesco d’Assisi e San Luigi IX a Nazareth. La distruzione della Basilica. Gli scavi a Nazareth. A Nazareth dopo la partenza dei Crociati. Le prime fonti. Il contenuto delle relazioni. La Santa Casa a Tersatto. La Santa Casa a Loreto. Di alcune Chiese dedicate a Santa Maria nel Territorio di Loreto. Le diverse Traslazioni. Esame della costruzione della Santa Casa. Materiale della Santa Casa. L’Affresco di Gubbio. Altre antiche rappresentazioni della Santa Casa. I Sommi Pontefici e la Santa Casa. La Santa Casa e la liturgia. I Santi. I Miracoli Elenco dei Santi e dei Beati che furono a Loreto. Relazioni del Teramano e del Mantovano. Per ricevere - tramite corriere - una copia fotostatica e rilegata del libro inviare la donazione ed indicare l’indirizzo di spedizione: Cliccare qui. Virgo Lauretana Ora Pro Nobis!
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Il Santuario di Loreto. Notizie critico-storiche. Per ricevere - tramite corriere - una copia fotostatica e rilegata del libro inviare la donazione ed indicare l’indirizzo di spedizione: Cliccare qui. Virgo Lauretana Ora Pro Nobis!
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Dal libro: «L’inferno è dogma o favola?» - Sottotitolo: Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Mons. Gaston de Ségur. Un padre di famiglia, arricchitosi con traffici illeciti, si era ammalato gravemente. Egli sapeva che la cancrena era già iniziata alle sue piaghe e nondimeno non voleva decidersi a restituire il maltolto. «Se io restituisco - diceva - cosa diventeranno i miei figli?». Il suo curato, un uomo di spirito, per salvare questa povera anima mette in atto un curioso stratagemma. Egli gli dice che, affinché possa guarire, «può suggerirgli un rimedio estremamente semplice, ma caro, molto caro». «Dovessi infatti sborsare anche mille, duemila o diecimila franchi, che importa! - Risponde prontamente il vecchio -; e in cosa consiste questo rimedio?». «Esso consiste nelfar colare, sulla zona cancrenosa delle piaghe, il grasso di una persona vivente. Non sarà necessario molto tempo: se voi trovate qualcuno che per diecimila franchi voglia lasciarsi bruciare la mano per meno di un quarto d’ora, questo sarà possibile». «Ahimè! Dice il poverouomo sospirando, io credo di non trovare nessuno che lo voglia fare». «Ecco un metodo, dice il curato tranquillamente: fate venire qui il vostro figlio primogenito, egli vi ama, deve essere il vostro erede! E ditegli: “Mio caro figlio, tu puoi salvare la vita al tuo vecchio padre se acconsenti a lasciarti bruciare una mano solo per meno di un quarto d’ora”. Se egli rifiuta, fate la proposta al secondo, impegnandovi a lasciarlo erede al posto del fratello primogenito. Se anch’egli rifiuta, sicuramente il terzo accetterà». La proposta così fu fatta ai tre fratelli che, uno dopo l’altro, rifiutarono con orrore.Allora il padre disse loro: «E che, per salvarmi la vita, un momento di dolorevi spaventa? Ed io per procurarvi l’agiatezza dovrei bruciare eternamente nell’inferno? In verità sarei un folle». E si convinse così a restituire tutto ciò che doveva, senza aver pensiero di cosa sarebbe accaduto ai suoi figli. Egli ebbe certamente ragione, così come i suoi figli. Lasciarsi bruciare una mano, per nemmeno un quarto d’ora, fosse anche per salvare la vita al padre, è un sacrificio troppo superiore delle forze umane. E questo, come già detto, che cos’è a paragone delle anime che bruciano nel fuoco dell’inferno? [Tratto da «L’inferno è dogma o favola?», ISBN: 978-88-900747-4-5, Mons. de Ségur].
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Apertosi il Conclave, il 31 Luglio 1903, il Card. Sarto era preoccupato di una sola cosa: dare alla Chiesa un Pastore Santo. Il primo di agosto cominciarono gli scrutini. Il Cardinal Sarto ebbe 5 voti al primo e 10 al secondo scrutinio. «I Cardinali si divertono alle mie spalle - sussurrò ad un vicino». La cosa non lo impensieriva, dato che il Cardinal Rampolla ebbe subito 29 voti. Il giorno seguente si ebbe una scena deplorevole. Il Cardinal Puzyna, Arcivescovo di Cracovia, in nome dell’imperatore d’Austria, metteva il veto all’elezione del Cardinale Mariano Rampolla. Tutti i Cardinali presenti protestarono contro l’ingiusta e inammissibile intromissione di un governo nell’elezione del Papa. Nello scrutinio successivo il Cardinale Rampolla ebbe 30 voti. Ma anche quelli a favore del Patriarca di Venezia erano saliti a 24. Questi cominciò a preoccuparsene seriamente. «Vi supplico, non pensate a me - ripeteva ai Cardinali. Sono indegno, sono incapace; non ho le qualità richieste per un sì grande ufficio!». Più egli scongiurava di essere dimenticato, e più i Cardinali si rivolgevano a lui. La sera del 3 Agosto i voti in suo favore erano saliti a 27. Per procedere, si attendeva soltanto che egli accettasse. Ma egli, atterrito per la responsabilità, ripeteva a tutti: «Lasciatemi ritornare tra i miei veneziani che mi aspettano». Il giovane Monsignore Raffaele Merry Del Val fu incaricato dal Cardinale Decano di recarsi presso il Patriarca di Venezia, per domandargli se persisteva nel suo rifiuto. Lo trovò in Cappella che piangeva e pregava davanti al Tabernacolo. — Monsignore, dica al Cardinal Decano che mi faccia questa carità: che non pensi a me! — Eminenza, si faccia coraggio: il Signore l’aiuterà - gli rispose commosso il giovane Monsignore. Diversi Cardinali tentarono tutte le vie e tutti gli argomenti per persuaderlo ad accettare. — La responsabilità del papato è troppo grande — rispondeva fra i singhiozzi. Agli argomenti si susseguivano le preghiere: perchè non doveva sottomettersi al volere di Dio così chiaramente manifestato? — Se non è possibile che questo calice passi da me, sia fatta la volontà di Dio. Accetto il pontificato come una croce! E la sua voce si spense nel pianto ... Per scaricare il documento in PDF ocr cliccare qui.
Per inviare una donazione a Sursum Corda Cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»).

































































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Narrare la vita di un santo in poche pagine è come volere il mare in un secchiello. Chi scrive ha più dispiacere per ciò che ha lasciato che soddisfazione per quello che ha detto. Ma lo scopo del libretto è di propagandare la devozione al «santo dei voli» nell’ambiente più bisognoso, particolarmente fra gli studenti, a cui non si permette molto spesso l’acquisto di grossi volumi, che negano il piacere della fretta e della comprensione. Sono certo, comunque, che le brevi notizie qui raccolte serviranno ad innamorare i devoti verso un santo così tipico della Chiesa di Dio, per il suo esempio di ascesa verso l’alto, per l’esterno sfoggio dei misteri liturgici, per quel tanto di umano che si scopre nelle sue scarse doti, nelle sue dure sofferenze, nel suo esilio, nella sua prigionia, nel disprezzo da cui è nata la santità. Se interesse o venerazione porteranno al desiderio di maggior conoscenza, invitiamo alla lettura di un nuovo e grande volume — edizione critica e completa della vita di San Giuseppe da Copertino — dov’è anche raccolta una lunga serie di parabole, di sentenze, di consigli spirituali per il clero e per il popolo, per le anime buone come per i peccatori: tutta la luce, insomma, che Iddio ha deposto nel cuore di un umile indotto per farne un astro nel firmamento del regno dei cieli.
Osimo, nel tricentenario dalla morte di San Giuseppe da Copertino - 18 settembre 1963. L'autore Padre Gustavo Parisciani dei Frati Minori Conventuali
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La vita illustrata di Santa Margherita Maria Alacoque. Abbiamo letto la piccola Vita della Beata Margherita Maria, scritta da una religiosa della Visitazione di Paray-le-Monial e pubblicata compiendosi il secondo centenario dalla morte dell’apostolo della devozione al Sacro Cuore di Gesù. La sua lettura interessa ed edifica insieme: fa conoscere quanto basta la Serva di Dio, le sue virtù eroiche e la parte eminente da essa avuta nello stabilire la devozione del Sacro Cuore. Solo una compagna di Margherita Maria, nutrita dei suoi scritti e familiare coi più minuti particolari della sua storia, poteva tanto efficacemente compendiarla in così poche pagine. L’Editore Paillart l’ha, a sua volta, bellamente illustrata con graziosi disegni, ricavati dalle principali circostante della vita di lei e dai luoghi in cui questa è trascorsa. Nulla dunque manca per fare di questo libriccino una pubblicazione popolare utilissima alla pietà e molto atta a diffondere il culto del Sacro Cuore; perciò, ne auguriamo il miglior successo e ne raccomandiamo istantemente la propaganda. 28 aprile 1890. Adolfo Luigi, Vescovo d’Autun.
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I falsi amici del popolo. La Chiesa, custode e maestra della verità, nell’asserire e propugnare coraggiosamente i diritti del popolo lavoratore, a varie riprese, combattendo l’errore, ha dovuto mettere in guardia a non lasciarsi illudere dal miraggio di speciose e fatue teorie e visioni di benessere futuro e dagli ingannevoli adescamenti e incitamenti di falsi maestri di prosperità sociali, che dicono bene al male e male al bene e, vantandosi amici del popolo, non consentono tra capitale e lavoro e tra datori di lavoro ed operai quelle mutue intese, che mantengono e promuovono la concordia sociale per il progresso e l’utilità comune. Tali amici del popolo voi li udiste già nelle piazze, nei ridotti, nei congressi: ne conosceste le promesse su fogli volanti; li sentiste nei loro canti e nei loro inni; ma alle loro parole quando mai hanno risposto i fatti o hanno sorriso le speranze colla realtà? Inganni e delusioni ne provarono e ne provano i privati e i popoli, che loro prestarono fede e li seguirono per vie, le quali, lungi dal migliorare, peggiorano e aggravano le condizioni di vita e di avanzamento materiale e morale. Tali falsi pastori danno a credere che la salvezza deve procedere da una rivoluzione, che tramuti la consistenza sociale o rivesta carattere nazionale …
Non è nella rivoluzione, diletti figli e figlie, la salvezza vostra; ed è contro la genuina e sincera professione cristiana il tendere, — pensando solo al proprio esclusivo e materiale vantaggio, che appare però sempre incerto, — ad una rivoluzione che proceda dall’ingiustizia e dall’insubordinazione civile, e il rendersi tristemente colpevoli del sangue dei concittadini e della distruzione dei beni comuni. Guai a chi dimentica che una vera società nazionale include la giustizia sociale, esige una equa e congrua partecipazione di tutti ai beni del Paese; altrimenti voi intendete che la Nazione finirebbe in una lustra sentimentale, in un vaneggiante pretesto, palliativo di ceti particolari per sottrarsi ai sacrifici indispensabili a conseguire l’equi-librio e la tranquillità pubblica. E scorgereste allora come, venuta meno al concetto di società nazionale la nobiltà largitagli da Dio, le competizioni e le lotte interne diventerebbero per tutti una temibile minaccia.
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In occasione del trasferimento della salma di Francisco Franco (non rispettare la sepoltura del nemico è una delle manifestazioni più barbare della società moderna), sono stati ricordati i numeri della guerra civile spagnola.
I "buoni" fecero una mattanza impressionante di membri della Chiesa Cattolica: 13 vescovi, 4.184 preti diocesani e seminaristi, 2.635 religiosi, 283 suore. Sono numeri sistematicamente occultati da chi detiene la bacchetta magica della memoria.
Oggi a "sparare" sui cattolici sono gli stessi 'vescovi' e 'preti' impregnati di modernismo (presenti, lo ricordo sempre, dentro la Chiesa e contro la Chiesa), ma questo è un altro discorso.

Sulle vicende della guerra civile spagnola e sui rapporti tra le diverse anime delle forze nazionali (in particolare tra Carlisti e Falangisti, che dopo il 1939 non ebbero vita facile col governo franchista), consiglio vivamente la lettura del libro di Alfredo Roncuzzi, "L’altra frontiera. Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra" (Edizioni del Girasole, Ravenna 2010, pag. 264 - Qui la recensione).
Dalla bacheca facebook di don Ugo Carandino IMBC

Nel corso della guerra civile spagnola gli anarco-comunisti e le brigate internazionali, sotto la regia della massoneria internazionale, uccisero 13 Vescovi, 4.184 preti diocesani e seminaristi, 2.635 religiosi, 283 suore e migliaia di civili: un massacro nascosto dalla storiografia ufficiale. Onore al Caudillo, all'Esercito, ai Requetés e a tutti i combattenti nazionali per aver difeso dal 1936 al 1939 la Spagna e la Chiesa dai criminali senza Dio e senza patria.
Dalla bacheca facebook del Centro Studi Giuseppe Federici

I rivoluzionari, che hanno scavato la fossa alla civiltà cristiana, amano dissotterrare le salme degli avversari. Nella foto la profanazione delle tombe dei reali nella basilica di Saint-Denis.
Dalla bacheca facebook del Centro Studi Giuseppe Federici

Il premier socialista spagnolo Sanchez mantiene una delle sue promesse: è stata rimossa la salma di Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde dalla Valle de los Caídos (anche Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos).
Sotto il governo di Franco - che pure ha avuto le sue ombre giudicate secondo misura dalla vera storiografia - furono aboliti il divorzio, l'aborto e l'uso di contraccettivi. Se non erro, la sodomia e la prostituzione vennero dichiarati reati perseguibili penalmente ed il Cattolicesimo fu finalmente proclamato Religione di Stato.
Franco sapientemente capì che la decadenza di una Nazione è causata soprattutto dalla perdita della fede nel proprio popolo (ossia dalla laicità, già condannata solennemente dalla Chiesa con la Quas Primas, Pio XI), pertanto con una serie di lungimiranti riforme tentò di restituire alla Spagna il suo antico ed augusto splendore sotto la Croce di Nostro Signore.
Per quest’opera di restaurazione cattolica, la Santa Sede (sotto Pio XII) nominò Franco “Cavaliere dell’Ordine Supremo del Cristo”. Anche il Caudillo (Franco) è vittima della consueta damnatio memoriae ad opera degli scribacchini, dei settari, dei laicisti e degli eretici più in generale. Requiem Aeternam ... Generalísimo!

El Presidente socialista español, Pedro Sánchez, ha cumplido una de sus promesas: sacar del Valle de los Caídos (o Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos) los restos de Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde.
Bajo el gobierno de Franco -que, no obstante, también tuvos sus sombras y debe juzgarlas de forma equilibrada la historiografia seria- fue abolido el divorcio, el aborto y el uso de los anticonceptivos. Si no me equivoco, la sodomía y la prostitución fueron consideradas como actos delictivos, perseguidos penalmente y el Catolicismo fue proclamado Religión de Estado.
Franco sabiamente comprendió que la decadencia de una Nación tiene el origen en la fe del propio pueblo (es decir, la laicidad, condenada solemnemente en la Quas Primas de Pío XI), por ello con una serie de clarividentes reformas trató de restituir el antiguo y augusto esplendor de España bajo la Cruz de Nuestro Señor.
Por esta obra de restauración católica, la Santa Sede (bajo Pío XII) nombró a Franco "Caballero de la Suprema Orden de Cristo". No es de extrañar entonces que, el Caudillo sea víctima de la habitual damnatio memoriae operada por los chupatintas, sectarios, laicistas y herejes en general. Requiem Aeternam... ¡Generalísimo!
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Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, cioè, ed una temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: "Ecco qui due spade" (che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare - il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti). E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: "Rimetti la tua spada nel fodero". Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada materiale e quella spirituale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l’Apostolo dice: "Non c’è potere che non venga da Dio e quelli (poteri) che sono, sono disposti da Dio", essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottoposta all’altra, e, come inferiore, non fosse dall’altra ricondotta a nobilissime imprese. Poiché secondo san Dionigi è legge divina che l’inferiore sia ricondotto per l’intermedio al superiore. Dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari immediatamente, secondo la legge dell’universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori. Ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Il che, invero, noi possiamo chiaramente constatare con i nostri occhi dal versamento delle decime, dalla benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale potere e dall’esercitare il governo sopra le medesime, poiché, e la verità ne è testimonianza, il potere spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così si avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: "Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni" ecc.
Dalla Unam sanctam
Bolla sul Primato del Papa - Bonifacio VIII

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Sino a questo momento non abbiamo ancora riscontrato una festa in onore dei santi Angeli, sebbene già tra i fulgori della notte del santo Natale avessimo unito le nostre voci ai concerti che gli Spiriti celesti intonarono sulla culla dell'Emmanuele. Un tal ricordo contribuisce a riempire di soave letizia i nostri cuori rattristati dalla penitenza e dall'avvicinarsi del doloroso anniversario della morte del Redentore. Facciamo oggi una breve tregua ai severi pensieri della Quaresima per festeggiare l'Arcangelo Gabriele. Domani lo vedremo spiegare il volo sulla terra e fermarsi, celeste messaggero della Santissima Trinità presso la più pura delle Vergini. Dunque a ragione i figli della Chiesa ricorrono a lui per poter degnamente celebrare il mistero che annunciò quaggiù.
Dignità di san Gabriele. Gabriele appartiene alle più eccelse gerarchie degli angelici Spiriti; come disse di sé a Zaccaria (Lc., 1, 19), è uno di quelli che stanno al cospetto di Dio. A lui sono riservate le missioni concernenti la salute del genere umano attraverso l'Incarnazione del Verbo, perché il nome Gabriele significa Forza di Dio, ed è in questo mistero, apparentemente umile, che si manifesta principalmente questa divina potenza.
Il suo posto nell'Antico Testamento... Tale funzione egli inaugurò sin dall'Antico Testamento. Lo vediamo prima manifestarsi a Daniele Profeta, nella visione da questi avuta sugli imperi Persiano e Greco; ed è tale la luce che egli irradia, che Daniele cade annientato bocconi ai suoi piedi (Dan., 8, 17). Poco dopo Gabriele riappare al medesimo Profeta, per predirgli il tempo preciso della venuta del Messia, dicendogli: fra settanta settimane di anni la terra vedrà il Re-Cristo (ivi, 9, 21).
... nel Tempio. Quando saranno venuti i tempi, ed il Cielo avrà stabilito di far nascere l'ultimo Profeta, colui che, dopo aver annunciato agli uomini la prossima epifania dell'Inviato divino, lo mostrerà al popolo come l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, Gabriele discende dalle sfere celesti nel Tempio di Gerusalemme e annunzia al sacerdote Zaccaria la nascita di Giovanni Battista, preludio di quella di Gesù.
... a Nazaret. Dopo sei mesi, l'Arcangelo Santo riappare sulla terra, e questa volta a Nazaret, ove reca dal cielo la grande novella. La sua celeste natura si abbassa davanti ad una creatura umana, Maria, per proporle da parte di Dio l'onore di divenir la Madre del Verbo eterno. È lui che riceve il consenso della Vergine, e quando lascia la terra va in possesso di colui ch'ella attendeva come la rugiada del cielo (Is., 45, 8).
... a Betlem. È giunta l'ora in cui la Madre dell'Emmanuele elargirà agli uomini il frutto benedetto delle sue viscere. La nascita di Gesù è velata di mistero e di povertà; ma il Cielo non permette che il Bambino del Presepio rimanga senza adoratori. Un Angelo appare ai pastori dei campi betlemiti e li raduna intorno alla culla del neonato; l'Angelo è accompagnato da una immensa schiera di Spiriti celesti che cantano: Gloria a Dio e Pace agli uomini! Chi è mai quest'Angelo superiore che parla solo ai pastori ed è circondato da miriadi di Angeli formanti la sua corte? Alcuni gravi dottori cattolici sostengono che questo Angelo è Gabriele, che persegue la propria missione di messaggero della buona novella.
... al Getsemani. Finalmente, quando Gesù nell'orto del Getsemani, nell'ora che precede la Passione, prova nella sua umanità terrori ed angosce, gli appare un Angelo, non tanto come testimone della sua crudele agonia, ma per sostenerne il coraggio. Chi è quest'altro Angelo che il Vangelo non nomina? Uomini saggi e pii vedono ancora in lui Gabriele.
Il nome. Tali i titoli che ha questo Arcangelo ai nostri omaggi di cristiani, e tali i segni che giustificano il suo bel nome di Forza di Dio. Dio infatti l'ha voluto presente in ogni fase della grande opera, per mezzo della quale più ha manifestato la sua potenza: perché, come dice l'Apostolo, Gesù Cristo è la Virtù di Dio anche sulla Croce (1Cor., 1, 24).
Gabriele ed il Messia. Dunque Gabriele interviene ad ogni passo a preparare la via del Signore: annuncia l'epoca precisa della sua venuta; nella pienezza dei tempi viene a rivelare la nascita del Precursore; quindi assiste, celeste testimone, al mistero del Verbo fatto carne; al cenno della sua voce i pastori di Betlem, primizie della Chiesa, accorrono ad adorare il Figlio di Dio; e quando l'umanità oppressa di Gesù ha bisogno del soccorso d'una creatura, ecco di nuovo Gabriele nell'Orto dei Dolori, come già si fece presente a Nazaret e a Betlemme.
Lode. Tutto il genere umano ti è debitore, o san Gabriele! E noi oggi assolviamo il nostro debito di riconoscenza verso di te. Dall'altezza dei cieli consideravi e compativi le nostre sciagure; ogni carne infatti aveva corrotto la sua via, e si faceva sempre più universale sulla terra il divino abbandono. Allora l'Altissimo ti affidò la missione di recare la buona novella al mondo che periva. Com'è bello il tuo volo, o Principe celeste, quando dal soggiorno di gloria ti dirigesti a noi! Com'è tenero e fraterno il tuo amore per gli uomini, che inferiori a te nella natura, saranno elevati all'onore dell'unione con Dio! E con quale rispetto ti avvicinasti alla Vergine, che sorpassa in santità tutte le angeliche gerarchie! Tu, felice messaggero di salute, chiamato dal Signore ogni qualvolta egli vuole mostrare la virtù del suo braccio, degnati offrire l'omaggio della nostra gratitudine a colui che ti mandò. Aiutaci a soddisfare il debito immenso che abbiamo verso il Padre "che amò tanto il mondo da dargli il suo Figlio Unigenito" (Gv., 3, 16); verso il Figlio "che umiliò se stesso prendendo la figura di schiavo (Fil., 2, 7); verso lo Spirito Santo "che si posò sul Fiore spuntato dalla radice di Jesse" (Is. 11, 1-2). Fosti tu, o Gabriele, ad insegnarci la salutazione angelica da porgere a "Maria, piena di grazia"; tu a portarci dal cielo questa lode incomparabile; fosti il primo a pronunciarla, poi i figli della Chiesa, che da te l'appresero, la ripetono in tutta la terra, giorno e notte. Fa' che la nostra grande Regina sempre l'ascolti sulle nostre labbra.
Preghiera. O amico degli uomini, continua il tuo ministero in nostro favore, circondati come siamo da nemici terribili, ancor più audaci quanto più noi siamo deboli; vieni in nostro aiuto e fortifica il nostro coraggio. Assisti i cristiani in questo tempo di conversione e di penitenza; fa' che comprendiamo tutto ciò che dobbiamo a Dio, dopo avvenuto il mistero dell'Incarnazione di cui tu fosti il primo testimone. Abbiamo dimenticato i nostri doveri verso l'Uomo-Dio e lo abbiamo offeso: illuminaci, in modo che siamo d'ora in poi fedeli alle sue lezioni ed ai suoi esempi. Eleva la nostra mente alla tua gloriosa dimora; fa' che meritiamo d'occupare fra i gradi della tua gerarchia i seggi lasciati vacanti dalla defezione degli angeli ribelli, e che sono destinati agli eletti della terra. Intercedi, o Gabriele, per la Chiesa militante e difendila contro l'inferno. I tempi sono iniqui e si sono scatenati gli spiriti del male: non possiamo resistere loro, senza l'aiuto del Signore. Dai santi Angeli attende la sua Sposa la vittoria: mostrati in prima linea, o Arcangelo forza di Dio; sconfiggi l'eresia, contieni lo scisma, dissipa la falsa sapienza, confondi la vana politica, desta l'indifferenza, affinché Cristo da te annunciato regni sulla terra che ha redenta e possiamo venire a cantare con te e con tutta la milizia celeste: Gloria a Dio! Pace agli uomini!
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In questo secolo, in cui lo spirito di ribellione turba da per tutto l’umana società, scuote i troni, bandisce la pace, fomenta discordie, guerre e timori, non sembrerà fuori di proposito stimolare i cuori dei Cattolici, amanti della pace, ad implorare lo speciale soccorso di Colui, che abbattè la prima rivolta, conquise il capo dei ribelli, assicurò il trono di Dio, ricondusse la pace nel Cielo, assicurando l’Angelica Società nella tranquillità e felicità eterna. San Michele Arcangelo, Principe delle Celesti milizie deve essere in questi tempi tristissimi per la Chiesa l’Operatore della vittoria, come lo chiama Estio «Operarius victoriae» sullo spirito degli errori: Egli deve essere, come lo nomina la Chiesa Angelus pacis, Angelo della pace, che domando ed abbattendo l'orgoglio delle umane passioni, ristabilirà la pace nella sconvolta società: Egli deve essere il sovvenitore del popolo Cristiano, «Venit in adiutorium populo Dei», come lo sperimentò l’Ebreo popolo, onde dai superni aiuti avvalorato il popolo fedele, possa trionfare del tartareo nemico, e sicuro incamminarsi alla B. Patria. Quanto dunque sia necessaria una speciale devozione verso il Principe degli Angeli, ognuno il vede da per sé ... Prosegue nel PDF...
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Il concetto. Il rispetto umano consiste nel parlare e agire diversamente di come si pensa che sia giusto, allo scopo di evitare il disprezzo delle persone che ci circondano. Cioè, il gusto delle persone che ti stanno attorno, diventa regola della tua condotta. Ora, se le persone, in mezzo alle quali ti troverai, saranno fiori di cristiani, tutto andrà bene perché ti sforzerai di parlare e agire rettamente per non essere biasimato; ma, se le persone che ti attornieranno saranno di cattivo gusto, ti troverai nel pericolo di tradire la tua coscienza (cristiana) per far piacere agli altri. Sii retto e forte nel fare ciò che piace a Dio...
• Vera schiavitù. La libertà è bella. Non la libertà di fare i prepotenti, che ciò sarebbe libertinaggio, arbitrio, ma la libertà vera: quella di fare il bene secondo l’ispirazione della legge morale e delle proprie convinzioni, senza riguardi agli eventuali gusti di chicchessia. La norma giusta l’ha data il Signore, il Quale ha comandato di dare il buon esempio e di fuggire la doppiezza, l’ipocrisia e lo scandalo. Qual è la regola della tua condotta in Seminario?... Cerchi di piacere a Dio, che sempre ti è presente?... O, forse, rinunzi all’esatta osservanza del dovere, per non incorrere nei frizzi dei meno volenterosi?...
• Autodegradazione. Che il brigante armato ci metta al bivio: O la borsa o la vita, è chiaro. Per salvare la vita che è il bene supremo, bisogna cedere il denaro. Ma, che tu debba rinunziare alle tue convinzioni di buon Seminarista, per accordarti al mal gusto altrui, non è in alcun modo approvabile. Sarai qualificato un bigotto, un ingenuo, uno sciocco?.. La qualifica che conta è quella che ti sarà data dal Signore, e dai tuoi Superiori... Non rinunziare alla tua dignità di giovane retto e forte... Da’ gloria a Dio... Verrà l’ora in cui finirai per essere ben giudicato ed anche imitato. Rifletti e prega... Vivi alla presenza di Dio e agisci secondo il suo beneplacito.
• È un male possibile. Si, anche in Seminario è possibile. Non tutti i Seminaristi avranno avuto in famiglia una buona formazione del carattere; perciò vi saranno i buoni e i meno buoni. È facile che questi se la ridano, alle spalle di quelli che osservano in pieno il Regolamento del Seminario. Se il canzonato fossi tu, ci potrebbe essere pericolo di scoraggiarti, di giudicarti un esagerato, e, poco per volta, di rinunziare alla generosità e alla esattezza. Attenzione!... Il demonio prepara il laccio... Cammina per la tua via. Acquista la santa abitudine di agire secondo la vera coscienza cristiana, libero e indipendente dal giudizio e gusto altrui. Pensa al giudizio di Dio, dei Superiori e dei compagni più buoni...
• È un male crescente. Il rispetto umano, se non è ben curato fin dal Seminario, si andrà radicando sempre più. Compiere i tuoi doveri ordinari di pietà, studio e disciplina è indispensabile; ma, se vuoi formarti un carattere forte, devi cercare di compiere questi doveri col massimo di generosità. Devi allenarti a prendere l’iniziativa di un buon discorso, di una buona azione, a reagire ad un disordine o ad una mormorazione. Quindi, non solo devi compiere il tuo dovere, ma devi fare qualche cosa di più, per rafforzare il tuo carattere e per innalzare il tono generale del buon andamento di tutto il Seminario. Solo così farai buona guerra al rispetto umano e diventerai forte.
• È un male mortale. Cioè, se ti lascerai dominare dal rispetto umano, arrivando al Sacerdozio ti troverai imbarazzato nel prendere quelle iniziative e misure che saranno necessarie, per bonificare ed elevare l’ambiente spirituale del tuo campo di apostolato. Non basta, dunque, essere buono per proprio conto; bisogna essere, nello stesso tempo, un abile e deciso organizzatore del bene, senza temere i giudizi e le opposizioni di chicchessia. Bisogna fare gli interessi di Dio e delle anime. Rispetto a tutti; carità sempre; ma, inflessibilità nel dovere. Tira le conclusioni pratiche... Proposito: Chiedi allo Spirito Santo il dono della fortezza.
Da «Meditatio mea», Can. Muscolo, Marietti, 1962, pagine 283 e 284.
Queste preziose e semplici indicazioni siano istruttive per tutti noi: ognuno faccia bene i doveri del proprio stato di vita, guardi a Dio in ogni pensiero ed azione, sia immune dal rispetto umano che fagocita e schiavizza al demonio anche i meglio intenzionati, ndr.
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Fu scritto per alcuni indagatori delle origini della massoneria, che la famosa setta fosse un arcano lavoro dei giudei, insieme congiurati contro la Chiesa cattolica. Così ne pensò Leo Taxil, tra i più recenti scrittori di cose massoniche, e così parecchi altri. Il vero si è che la prima fonte di veleno satanico derivato alla massoneria è la dottrina occulta di Fausto Socino sanese, la quale ispirò la fratellanza satanista dei Rosacroce, coi suoi gradi settarii secretissimi. Questa poi contaminò le confraternite di Liberi Muratori in Inghilterra, e le tramutò in logge frammassoniche. Il che viene dimostrato con documenti nuovi e irrefragabili da Miss Diana Vaughan nelle sue Mèmoires, la quale su questo particolare ha un trattato che farebbe onore a qualsiasi storico più erudito. Il numero 11 è stimato gradito e sacro al diavolo; però 11 erano i gradi della setta dei Rosacroce, 11 o un multiplo, 22,33, ecc. è sempre il numero legale dei socii nelle assemblee palladiche e sataniste. Certo i giudei furono dei primi a salutare, come l’aurora di un bel giorno, l’apparizione della massoneria, nel 1717, quando essa per la prima volta cominciò a tenere le sue conventicole e ad ammettervi degli adepti: non era possibile che il popolo deicida non odorasse subito l’odio accanito che vi regnava contro Gesù Cristo ...
La Civiltà Cattolica
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Per inviare una donazione Cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»). Per scaricare il PDF cliccare qui.


















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A tutti gli uomini di buona fede. Le obiezioni popolari contro le Encicliche. Per Mons. De Ségur. Padova, Coi Tipi del Seminario, 1865 …
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Queste, credeteci, sono le reali ragioni per cui si prendono di mira i veri religiosi. Diciamolo chiaramente, non ha nulla a che fare con l’economia (... non lavorano), con la pubblica utilità (... sono un peso), con la vita onesta (... sono disonesti); non ha nulla a che fare con l’ordine civile (... sono sovversivi), coll’indottrinamento (... insegnano superstizioni), col progresso (... sono oscurantisti); finalmente non ha nulla a che fare con la condotta (... sono peccatori, dicono gl’ipocriti). Tutte solamente torbide mascherate. Le passioni sole, soprattutto l’odio alla religione, ne sono la vera causa. E non solo i laici, ma quanti altri sedicenti “religiosi” - oggigiorno - così mondani ed increduli, tanto da asserire che “tutte le religioni sono buone” - scandalizzatori, con le loro disdicevoli azioni, di popoli interi - prendono di mira gli uomini di Dio? È tutto solo odio a Gesù Cristo, alla vera religione, sfogo di passioni e frustrazioni. La presenza dei religiosi - avverte il Padre Franco in «Risposte popolari alle obiezioni più comuni contro la religione», Roma, Civiltà Cattolica, 1864, ed IV, pag. 361 - è un «impedimento alle trame degli iniqui», i quali sono ben consapevoli che «devono liberarsi dagli occhi di questi molesti oppositori», affinché «le macchinazioni degli iniqui stessi valgano a travolgere le plebi nelle congiure e nelle infedeltà». Cosicché ogni iniquo cospiratore odia l’uomo di Dio, «perché la sua sola presenza metterebbe a rischio l’efficacia delle sue trame e congiure». Purtroppo oggi, anche nelle vene della Chiesa stessa, come vuole l’infausta «Alta Vendita», tutti i macchinatori di incredulità, che pretendono cancellare il Santissimo Sacrificio ed i nostri santi dogmi e martiri, come stanno agendo: se non cacciando gli uomini di Dio, sostituendoli con pusillanimi increduli, privi di dignità? Dovunque l’iniquità voglia proliferare, «è parola d’orine di prendere di mira i veri religiosi», di screditarli, di scacciarli. Di allontanare dalla religiosità i popoli: servendo scandali su piatti d’argento.
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Le Rogazioni o Litanie cioè «suppliche» sono preghiere e processioni di penitenza ordinate dalla Chiesa in due tempi: il 25 aprile festa di San Marco, e nel triduo che precede immediatamente l’Ascensione. L’uso di queste ultime — chiamate Litanie minori per distinguerle dalle prime più antiche e più solenni — cominciò a Vienna in Francia verso il 470 per iniziativa di San Mamerto vescovo di quella città, al fine di stornare dal paese le pubbliche calamità che lo affliggevano; nel secolo IX furono introdotte in Roma e di là si estesero in tutto il mondo cristiano. Il rito, così suggestivo fra le popolazioni rurali, ha oggi il precipuo scopo d’invocare la benedizione del Cielo sulle campagne in questo periodo di singolare importanza per i raccolti futuri. — Prima ha luogo la processione dei fedeli e del clero al canto delle Litanie dei Santi, e al ritorno in chiesa si canta o si dice la Messa propria.
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Tra tutte le virtù umane e cristiane, la prima, fondamento e sostegno di tutte le altre è l’umiltà. S. Gregorio la chiama «Maestra e madre di ogni virtù». S. Teresa afferma che «l’umiltà è la verità», la verità cioè che ci fa conoscere il nostro nulla e la totale dipendenza da Dio. Una virtù quindi che esige una grande forza morale e molto coraggio, perché si tratta di studiare noi stessi per vedere quello che realmente siamo e valiamo. Ora «conoscere se stessi è l’arte più difficile» dicevano gli antichi. «Gli uomini sono tutti ignoranti, afferma Diogene, solo che non sanno di esserlo. Io invece sono stimato saggio solo perché so di esserlo». La conoscenza di noi stessi ci rivela il nostro nulla, la nostra debolezza, la nostra fragilità, l’innata inclinazione al male... Questa cruda realtà, senza umiltà, scoraggia e avvilisce; con l’umiltà invece ci incoraggia e innalza. «La vera fortezza viene dall’umiltà, dice S. Agostino, mentre la superbia è fragile». Diventiamo veramente saggi, cioè umili, quando riconosciamo quello che realmente siamo e ci sforziamo di chiedere l’aiuto a Dio per evitare il male e fare il bene.
Antonio M. Alessi
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L’uomo possiede nella sua parte spirituale due grandi facoltà: l’intelligenza, che tende alla conoscenza e la volontà, che tende al bene. Da questa seconda facoltà procede la vita affettiva da cui nasce l’amore. È questa la più grande forza dell’uomo, la molla potente che lo rende capace delle più grandi imprese. Purtroppo però la natura decaduta, ci porta molte volte a scambiare il falso con il vero, il male con il bene, per cui la volontà è soggetta a pericolose deviazioni. Per questo l’amore deve essere ben indirizzato e regolato. È come un torrente impetuoso: arginato e controllato, reca immensi benefici; abbandonato a se stesso, semina la rovina e la morte. La possibilità di amare, prerogativa concessa solo all’uomo tra tutti gli esseri della terra, è quella che lo avvicina maggiormente a Dio suo Creatore, perché la vita è un dono di amore e il fine dell’esistenza è «amare Dio sulla terra» per eternare poi questo amore nel cielo. Tra tutte le virtù che adornano l’anima, l’amore o carità, è la più importante. È un po’ come il sole tra le stelle, le fondamenta senza di cui un edificio non si regge, la radice senza della quale foglie e fiori non hanno alimento e vita. Anche la carità, in quanto virtù soprannaturale, come la fede e la speranza, è un dono che riceviamo direttamente da Dio nel S. Battesimo. Spetta però a ciascuno di noi difendere e aumentare questo tesoro, mediante l’esercizio della virtù stessa. Essa viene definita: «Una virtù soprannaturale, infusa da Dio nell’anima nostra, per la quale amiamo Dio per se stesso, sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi per amor di Dio». (Qui la definizione di amore data da Gesù). Dio lo dobbiamo amare perché è il sommo Bene, Creatore e Signore di tutte le cose, nostro Redentore e Salvatore, oggetto del nostro amore e della nostra felicità per tutta l’eternità. Il prossimo invece lo dobbiamo amare perché tutti gli uomini sono figli di Dio, pagati a prezzo di sangue da Gesù sulla croce, chiamati con noi alla gloria del Paradiso. Siccome poi il più prossimo a noi, siamo noi stessi, così dobbiamo amarci rettamente, curando soprattutto la nostra eterna salvezza.
Antonio M. Alessi
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La fortezza, una delle quattro virtù cardinali, è quella che ci dà il coraggio per superare gli ostacoli che incontriamo ad ogni passo nel faticoso pellegrinaggio terreno, soprattutto nel cammino della perfezione. Il Catechismo la definisce: «Virtù che fa affrontare senza temerità e senza timidezza, qualunque difficoltà o pericolo, anche la morte, per il servizio di Dio e il bene del prossimo». La fortezza è pertanto una virtù di equilibrio: esclude la temerità del presuntuoso che, senza motivo, si mette in gravi pericoli, confidando troppo nelle sue forze e la timidezza del pusillanime che si spaventa e arrende alle prime difficoltà. Una virtù che può giungere all’eroismo, allo stesso sacrificio della vita, quando fosse necessario per osservare la legge di Dio o compiere un grave dovere. La fortezza richiede pertanto un animo generoso, capace di affrontare ciò che è sgradevole, molesto, difficile, amaro, doloroso, senza tentennamenti e senza scoraggiamenti. È forte chi è capace di sopportare grandi prove: dolori, incomprensioni, rovesci di fortuna o chi, superando difficoltà e ostacoli di ogni genere, persevera nella via del bene. La fortezza cristiana è contro ogni male, soprattutto contro il peccato e il vizio, i veri mali che dobbiamo temere più di ogni altro. Essa «sta come torre che non crolla giammai la cima per soffiar de’ venti» (Dante - Purgatorio). Ma non è soltanto una virtù di difesa contro le avversità della vita, ma anche di lotta e di conquista di qualsiasi bene, per quanto arduo e difficile. Possiede quindi la duplice strategia della difensiva e dell’offensiva, a servizio della verità, del bene, della virtù.
Antonio M. Alessi
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La gioia e l’allegria sono il clima ideale al sorgere ed allo sviluppo delle virtù; ne sono pure il prezioso ornamento e il frutto squisito. È noto il detto di San Francesco di Sales: «un santo triste è un tristo santo». Un bel proverbio dice: «uomo allegro il ciel l’aiuta!». Per questo San Paolo esorta ripetutamente i fedeli al gaudio: «Godete, ve lo ripeto, godete ed esultate» (ai Filippesi IV - 4). Scrivendo ai cristiani di Corinto dice: «Dio ama l’allegro donatore» (II Cor. IX, 7). Gesù stesso nell’addio rivolto agli Apostoli disse: «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena. Godete e rallegratevi: la vostra tristezza si muterà in allegrezza e questa vostra gioia nessuno ve la potrà togliere» (S. Giovanni XV - 16). «Servire il Signore nella gioia» deve pertanto diventare il programma di ogni credente. Dio ci ha creati perché potessimo godere; l’universo stesso con le sue infinite meraviglie lo ha voluto perché fosse a nostro servizio. Ogni essere che ci circonda è come una lettera di amore con cui Dio ci ricorda quanto ci ama e come desidera che godiamo di tutto ciò che ha creato per la nostra felicità. Aveva ragione quel Santo di percuotere con il suo bastone i fiorellini che incontrava, dicendo: - Tacete, tacete, voi mi ricordate troppo l’amore di Dio! Purtroppo il peccato originale aveva distrutto questa gioia della vita, ma Gesù è venuto per toglierci dalla sua schiavitù e ridonarci la libertà e la dignità di «figli di Dio ed eredi del Paradiso». La vera gioia è uno dei doni più grandi del Cristianesimo. «Il Vangelo, nota acutamente il Papini, ha per centro la Croce, ma comincia con la letizia dell’Annunciazione e si chiude con la gloria dell’Ascensione». «Il Cristianesimo non è che gioia, scrive Mons. Gay, e la Chiesa, la quale non si affatica se non per fare dei felici, diffonde la felicità nella misura in cui diffonde la santità». Un giorno S. Francesco d’Assisi si rivolse piangendo al Signore con questa preghiera: «Perdonami o Dio, perché amo le stelle, i fiori, gli uomini e tutte le cose belle che hai creato, mentre dovrei amare te solo». Ma una voce gli rispose: «Francesco, rallegrati, non piangere più, tu ami quello che ama Gesù!». Tutto il creato e ogni singola creatura è un capolavoro dell’onnipotenza divina, un dono offerto da Dio per la nostra gioia. Purtroppo ci sono tanti ciechi che si rifiutano di guardare; per questo ci sono troppi infelici. Solo chi sa cogliere la bellezza e l’armonia del creato, gode pienamente di questo dono dell’amore infinito!
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La virtù cardinale della temperanza che abbiamo visto nell’opuscolo precedente, è necessaria per vincere la naturale inclinazione al male, triste conseguenza del peccato originale. Ora la mortificazione è la figlia primogenita di questa virtù, appunto perché è il mezzo più efficace per tenere a freno le nostre cattive tendenze. Gesù ne fece oggetto dei suoi inviti più frequenti: «Se qualcuno vuol essere mio discepolo, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (S. Luca IX-23). Il che vuol dire che senza croce, senza mortificazione, non si può essere suoi veri discepoli. «Se qualcuno non prende la sua croce e non mi segue, egli aggiunge, non è degno di me» (S. Matteo X - 38). «Il regno dei cieli si conquista con la violenza e solo i coraggiosi lo raggiungeranno» (S. Matteo XI - 12). La mortificazione è pertanto una condizione insostituibile per vincere il peccato ed evitare l’inferno. «Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo» (S. Luca XIII-5). «Se vuoi regnare con me, dice l’imitazione di Cristo, porta con me la croce. Solo i servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce». Gesù spinge il dovere della mortificazione fino a lasciarci mutilare il corpo, piuttosto di correre pericolo di trovarci eternamente dannati. «Se il tuo occhio, la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e buttalo via: meglio andare in cielo con il corpo mutilato, anziché precipitare con il corpo integro nell’inferno» (S. Matteo V - 29). Parole dure, ma chiare, precise che ci fanno capire come la mortificazione è assolutamente necessaria a tutti per vivere in grazia e accumulare meriti per il Paradiso. Ma oltre all’insegnamento Gesù ci ha dato l’esempio del distacco, della mortificazione più eroica. Dalla grotta di Betlemme, ove nasce nella più squallida povertà, al martirio della croce, tutta la sua vita è una rinuncia e mortificazione continua. Dio d’infinita potenza non volle per sé agi, onori, ricchezze. Per trent’anni visse nell’oscurità, lavorando in un mestiere umile e faticoso. Durante i tre anni della sua vita pubblica fu oggetto di odio, di calunnie, di persecuzioni e rimase così povero da poter affermare: «Le volpi hanno una tana, gli uccelli un nido, solo il Figlio dell’uomo non ha ove reclinare il capo» (S. Matteo VIII - 20). Molti sono devoti di Gesù bambino, di Gesù adolescente, ma non molti del Crocifisso. Eppure la Chiesa ce lo presenta sempre così: con le braccia aperte sull’infame patibolo, le mani e i piedi traforati, il cuore squarciato dalla lanciata, per ricordarci quanto ci ha amato e a quale prezzo ha espiato i nostri peccati. Ora «se tutta la vita di Cristo fu croce e martirio, si domanda l’imitazione di Cristo, vorrai per te solo gaudio e riposo?».
Antonio M. Alessi
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«[...] Coloro che prendono della dottrina cristiana quello che a loro piace, si basano non sulla fede, ma sul proprio giudizio: e non “riconducendo tutto il proprio intelletto all’obbedienza a Cristo”(1Cor. 10,5), obbediscono più propriamente a loro stessi che a Dio [...]. Per questo i Padri del Concilio Vaticano nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero presente l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: “Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale Magistero come verità da Dio rivelata” (Sess. III, cap. 3) [...]».
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E’ certamente già gran cosa che la dottrina cattolica sia stata provata, esposta, illustrata con la legittima e solerte interpretazione dei Libri sacri; rimane tuttavia un’altra parte da farsi e di ben grande importanza, come pure di grande lavoro e cioè che si sostenga il più validamente possibile l’integra autorità degli stessi Libri sacri. Intento che in nessun altro modo potrà universalmente e pienamente conseguirsi se non per mezzo del vivo e legittimo Magistero della Chiesa, la quale, «per se stessa e cioè per la sua ammirabile propagazione, per l’esimia sua santità e inesauribile fecondità in ogni opera buona, per la sua cattolica unità e invitta stabilità è un grande e perpetuo motivo di credibilità e testimonio irrefragabile del suo divino mandato». Poiché il divino e infallibile Magistero della Chiesa poggia anche sull’autorità della sacra Scrittura, bisogna perciò in primo luogo sostenere e rivendicare a questa una fede almeno umana: e da questi libri, come da testimoni veraci a tutta prova dell’antichità, si mettano in evidenza e al sicuro la divinità e la missione del Cristo Signore, l’istituzione della Chiesa gerarchica, il primato conferito a Pietro ed ai suoi successori. Gioverà assai a questo scopo se vi saranno molti ben preparati tra gli insigniti del sacro ordine, i quali anche in questo campo combattono per la fede e respingono gli assalti ostili, rivestiti soprattutto dell’«armatura di Dio» [Ef. 6,13 ss.], come ci avverte l’Apostolo, e quindi non impreparati alle nuove armi e battaglie dei nemici. Ecco come egregiamente esprime ciò il Crisostomo parlando dei doveri sacerdotali: «Occorre molto studio, affinché “il verbo del Cristo abiti abbondantemente in noi” [cf. Col. 3,16]: non dobbiamo infatti essere preparati ad un solo genere di lotta, essendo molteplice la battaglia e vari i nemici, i quali per di più non si servono tutti delle stesse armi, né usano un’unica tattica per scendere in lotta contro di noi.
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Queste stesse cose gioverà applicarle anche alle altre scienze affini, specialmente alla storia. È da deplorarsi, infatti, come vi siano molti che investigano e portano a conoscenza, anche con grandi fatiche, monumenti dell’antichità, costumi e istituzioni di gente antica e altre testimonianze del genere, ma il più delle volte con l’intento di scoprire errori nei Libri sacri, per riuscire ad infirmarne e a scuoterne l’autorità. E ciò taluni fanno con animo accanitamente ostile e con giudizio non abbastanza equo, poiché, trattandosi di libri profani e di antichi monumenti, tale è la fiducia che vi prestano, da escludersi persino ogni sospetto di errore, mentre negano una almeno pari fiducia alle sacre Scritture, anche per una sola parvenza di errore, neppure debitamente provata. È certamente possibile che nella trascrizione dei codici qualcosa abbia potuto essere riportata meno rettamente, il che è da giudicarsi con ponderatezza e non da ammettersi tanto facilmente, se non in quei passi ove ciò sia stato debitamente dimostrato. È anche possibile che rimanga ancora incerto il senso preciso di qualche passo, e per delucidarlo saranno di grande aiuto le migliori regole dell’interpretazione. Ma non è assolutamente permesso o restringere l’ispirazione soltanto ad alcune parti della sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia errato. Infatti non è ammissibile il metodo di coloro che risolvono queste difficoltà non esitando a concedere che l’ispirazione divina si estenda alle cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più, stimando erratamente che, trattandosi del vero senso dei passi scritturali, non tanto sia da ricercarsi quali cose abbia detto Dio, quanto piuttosto il soppesare il motivo per cui le abbia dette. Infatti tutti i Libri e nella loro integrità, che la Chiesa riceve come sacri e canonici, con tutte le loro parti, furono scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ed è perciò tanto impossibile che la divina ispirazione possa contenere alcun errore, che essa, per sua natura, non solo esclude anche il minimo errore, ma lo esclude e rigetta così necessariamente, come necessariamente Dio, somma verità, non può essere nel modo più assoluto autore di alcun errore.
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