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Addentrandoci ancor più profondamente nella natura della Chiesa, vediamo che essa non è una fortuita comunità di cristiani, ma una società costituita con eccellente ordinamento di Dio stesso, con il fine diretto e naturale di portare la pace e la santità nelle anime; e poiché essa sola ha da Dio i mezzi a ciò necessari, ha le sue leggi ben determinate, determinati doveri, e segue nel governo dei popoli cristiani metodi e vie conformi alla sua natura. Ma l’esercizio di questo governo è difficile e con frequenti contrasti. La Chiesa guida popoli sparsi su tutta la terra, differenti per razze e costumi, i quali, vivendo nei singoli Stati secondo le proprie leggi, devono obbedire contemporaneamente al potere civile e a quello ecclesiastico. Questi due doveri sono congiunti nella stessa persona, ma non contrastanti fra loro - come abbiamo detto - e neppure confusi, perché l’uno riguarda la potestà dello Stato, l’altro il bene proprio della Chiesa: ambedue istituiti per il perfezionamento dell’uomo. Posta questa delimitazione di diritti e di doveri, è evidente che i governanti sono liberi nell’amministrazione dei loro Stati, e questo non certamente con l’ostilità della Chiesa, ma anzi con il suo pieno aiuto, poiché inculcando l’osservanza della pietà religiosa, che è un atto di giustizia verso Dio, essa promuove con ciò stesso l’ossequio verso il principe. Ma con intendimento molto più nobile il potere della Chiesa tende a governare gli uomini tutelando «il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt. 6,33), dedicandosi totalmente a realizzarlo. Nessuno può dubitare, salva la fede, che alla sola Chiesa sia stato assegnato questo particolare governo delle anime in modo che non è rimasto spazio alcuno alla potestà civile; infatti Gesù Cristo ha affidato le chiavi del regno dei cieli non a Cesare ma a Pietro. Con questa dottrina politico-religiosa sono connesse alcune altre questioni di non lieve importanza, delle quali in questo documento non vogliamo tacere. La società cristiana dista moltissimo da ogni tipo di governo politico. Anche se ha somiglianza e forma di regno, senza dubbio ha un’origine, una ragion d’essere e una natura molto diversa dai regni terreni. Pertanto è diritto della Chiesa vivere e conservarsi con leggi e istituzioni conformi alla sua natura. Essa, essendo non soltanto una società perfetta, ma superiore a qualunque altra società umana, si rifiuta di seguire, per suo diritto e per il suo fine, le vicende dei partiti e di adeguarsi alle esigenze mutabili della vita civile. Per la stessa ragione, custode del proprio diritto, rispettosissima dell’altrui, afferma che non appartiene alla Chiesa esprimere preferenze sulla forma di governo e con quali istituzioni la società civile dei popoli cristiani debba reggersi: fra le varie forme di governo non ne condanna nessuna, purché siano rispettate la religione e la morale dei costumi. A questo contegno devono essere indirizzati i pensieri e le azioni dei singoli cristiani. Non v’ha dubbio che sia lecita in politica una giusta lotta, naturalmente quando si combatte secondo verità e giustizia, affinché prevalgano quelle opinioni che appaiono più conformi delle altre al bene comune. Ma trascinare la Chiesa a partecipare all’attività di qualche partito, oppure pretendere di averla come aiuto per superare gli avversari è di coloro che vogliono abusare smoderatamente della religione. Al contrario la religione deve essere santa e inviolata per tutti. Nella politica stessa, che non può prescindere dalle leggi morali e dai doveri della religione, si deve precipuamente e sempre cercare ciò che è più conforme al nome cristiano. Se talora appare che questo è in pericolo ad opera degli avversari, allora deve cessare ogni divergenza, e con intendimento concorde degli animi si deve prendere la difesa della religione, che è il massimo bene comune a cui devono rapportarsi tutti gli altri. Il che conviene che sia da Noi esposto più diffusamente. Prosegue qui ...

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L’occasione Ci porta ad ammonire specialmente i padri di famiglia affinché sappiano governare la loro casa con questi precetti ed educare bene i figli. La famiglia è il germe della società civile, e le sorti della società si formano in gran parte fra le pareti domestiche. Pertanto, coloro che vogliono strappare la società dal cristianesimo, partono dalle radici e si affrettano a corrompere la famiglia. Da questa decisione e da questo crimine non li trattiene il pensiero di non poterlo fare senza recare una gravissima ingiuria ai genitori: infatti i genitori hanno dalla natura il diritto di educare coloro che hanno procreato, con il conseguente dovere che la loro educazione corrisponda alla grazia di avere avuto dei figli in dono da Dio. È dunque necessario che i genitori, reagendo, si sforzino di respingere in questo campo ogni intromissione ingiuriosa e rivendichino il diritto di educare come conviene i figli nel costume cristiano, specialmente tenendoli lontani da quelle scuole nelle quali corrono il pericolo di assorbire il veleno dell’empietà. Quando si tratta di formare rettamente la gioventù, nessun’opera e fatica sono tanto rilevanti che non se ne possano compiere delle maggiori. In questo sono veramente degni di ogni ammirazione quei cattolici di varie nazioni, che per l’educazione dei loro figli hanno organizzato scuole con grandi spese e maggiore costanza. Bisogna che questi salutari esempi siano imitati dovunque i tempi lo esigono: ma si convinca ognuno che prima di tutto nell’anima dei fanciulli molto può l’educazione domestica. Se l’adolescenza avrà trovato in casa una retta regola di vita, come una palestra di cristiane virtù, la salvezza della società sarà in gran parte assicurata. Ci sembra avere trattato delle cose principali che i cattolici oggi devono seguire oppure evitare. Il resto, Venerabili Fratelli, tocca a voi: che la Nostra voce si diffonda in ogni parte e che tutti comprendano quanto è importante mettere in pratica le cose delle quali abbiamo trattato in questa lettera. L’osservanza di questi doveri non può essere né molesta né grave, perché il giogo di Gesù Cristo è lieve e il suo carico leggero. Se qualche cosa sembrerà difficile da eseguire, con la vostra autorità e con il vostro esempio farete sì che ognuno, con la maggior forza d’animo, vi si applichi e dimostri coraggio contro ogni difficoltà. Spiegate a tutti che sono in pericolo, come spesso abbiamo ammonito, i beni più grandi e più desiderabili, per la difesa dei quali ogni fatica deve essere considerata sopportabile; a tale sforzo è unita una grandissima ricompensa, quanta ne produce una vita cristianamente vissuta. Altrimenti, rifiutarsi di combattere per Cristo significa combattere contro di Lui. Egli stesso proclama (Lc. 9,26) che rinnegherà davanti al Padre suo che è nei cieli chiunque avrà ricusato di confessarlo davanti agli uomini sulla terra. Per quanto riguarda Noi e tutti voi, certamente, finché siamo in vita faremo sì che non vengano mai meno in questo combattimento la Nostra autorità, il Nostro consiglio e la Nostra opera. E non c’è dubbio che sia al gregge, sia ai pastori, non mancherà il particolare aiuto di Dio, finché il nemico non sarà vinto. Sostenuti da tale fiducia, auspice dei celesti favori, con tutto il cuore impartiamo nel Signore a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e a tutto il popolo al quale singolarmente presiedete, come pegno della Nostra benevolenza l’Apostolica Benedizione.
[Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 gennaio 1890, anno dodicesimo del Nostro Pontificato, SS. Leone XIII]. Leggi tutto il documento ...

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Quanto poi a coloro che parteciperanno alla politica dovranno evitare due difetti, dei quali uno usurpa il falso nome di prudenza, l’altro è la temerarietà. Alcuni affermano che non conviene opporsi apertamente alla potente e imperante iniquità, perché la lotta non esasperi l’animo degli avversari. Non si sa se costoro stiano pro o contro la Chiesa, in quanto affermano di professare la dottrina cattolica ma poi vorrebbero che la Chiesa permettesse di propagare impunemente le teorie che le sono contrarie. Si lamentano dello scadimento della fede e anche della corruzione dei costumi, ma non fanno nulla per rimediarvi, anzi talvolta con l’eccessiva indulgenza o con una dannosa simulazione aggravano il male. Costoro vogliono che nessuno abbia dubbi sulla loro devozione alla Sede Apostolica, ma hanno sempre qualcosa da rimproverare al Papa. La prudenza di queste persone è di quel genere che l’Apostolo Paolo chiama «sapienza della carne e morte dell’anima», dato che non è né può essere subordinata alla legge divina. Nulla è meno utile per chi voglia diminuire questi mali. I nemici lo dichiarano apertamente, e se ne gloriano: hanno il fermo proposito di abbattere fin dalle fondamenta, se fosse possibile, l’unica vera religione, quella cattolica. Con tale obiettivo tutto osano: comprendono infatti che quanto più si indebolirà il coraggio degli altri, tanto maggiore libertà avranno per compiere le loro malefatte. Pertanto coloro che seguono la «prudenza della carne» e fingono di ignorare che ognuno deve essere un buon soldato di Cristo, coloro che vogliono conseguire il premio dovuto ai vincitori attraverso una via addolcita e senza combattere, invece di troncare la via dei malvagi arrivano a favorirla. Alcuni, mossi da intenti fallaci o, quel che è peggio, un po’ agendo e un po’ dissimulando, non si assumono le loro responsabilità. Vorrebbero che la Chiesa si reggesse secondo il loro giudizio e parere, fino ad accettare di malavoglia o con ripugnanza ciò che si fa altrimenti. Costoro contestano con vane parole e sono da rimproverare non meno degli altri. Questo significa non voler seguire la legittima potestà, ma prevenirla; è un voler trasferire ai privati l’ufficio dei magistrati, con grande sconvolgimento di quell’ordine che Dio ha stabilito nella sua Chiesa, da osservarsi in perpetuo, e che non permette sia violato impunemente da chicchessia. Agiscono veramente bene coloro che non rifiutano di scendere in campo ogni volta che è necessario, nella ferma persuasione che un’ingiusta persecuzione contro la santità del diritto e della religione avrà certamente fine. Questi si presentano come coloro che riprendono ancora l’antico valore, quando si sforzano di difendere la religione, specialmente contro quella setta audacissima, nata per far guerra al cristianesimo, che non cessa di perseguitare il Sommo Pontefice nei suoi poteri, pur conservando diligentemente la tattica dell’obbedienza e di non intraprendere nulla senza permesso. Prosegue la prossima settimana. Qui le altre parti fino ad ora caricate ...

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La Chiesa in nessun tempo e in nessun modo viene abbandonata da Dio: per questo non ha nulla da temere dalla malvagità degli uomini; ma le nazioni, degenerando dalla virtù cristiana, non possono avere la stessa sicurezza. «Infatti il peccato rende miseri i popoli» (Pr. 14,34). E se ogni età anteriore ha sperimentato la forza e la verità di questa sentenza, per quale motivo non dovrebbe sperimentarla la nostra? Anzi, molti già affermano che il castigo è imminente e la condizione stessa degli Stati moderni lo conferma: infatti ne vediamo parecchi per nulla sicuri e tranquilli a causa delle discordie intestine. E se le fazioni dei malvagi continueranno spavaldamente per questa strada: se accadrà che coloro che già procedono sulla via del malaffare e dei peggiori proponimenti aumentino di potere e di mezzi, c’è da temere che demoliscano tutto l’edificio sociale fin dalle fondamenta poste dalla natura. E non è possibile che tanti pericoli possano essere allontanati con la sola opera degli uomini, soprattutto perché molta gente, abbandonata la fede cristiana, giustamente paga il fio (castigo, ndR) della propria superbia; accecata dalle passioni, inutilmente cerca la verità; abbraccia come vero ciò che è falso, e crede di essere saggia «quando chiama bene il male e male il bene» e chiama «luce le tenebre e tenebre la luce» (Is. 5,20). È necessario che Dio intervenga e, memore della sua benignità, rivolga uno sguardo pietoso sulla società civile. Per questo, come abbiamo altre volte esortato, è necessario adoperarsi con particolare zelo e costanza affinché la divina clemenza venga implorata con umile preghiera e siano richiamate quelle virtù che costituiscono l’essenza della vita cristiana. Prosegue ...

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Siccome questa volontà di obbedienza congiunta a forza e carattere e a costanza è necessaria a tutti i cristiani, affinché in qualsiasi circostanza «non siano carenti in nessuna cosa» (Gc. 1,4), Noi vorremmo che nell’animo di tutti fosse radicata quella che Paolo chiama «la prudenza dello spirito» (Rm. 8,6). Questa, nel moderare le azioni umane, segue l’aurea regola del giusto mezzo, facendo sì che l’uomo non si disperi per paura, o troppo presuma per temerarietà. C’è anche differenza tra la prudenza politica, che riguarda il bene comune, e quella che riguarda il bene personale di ciascuno. Quest’ultima è propria di ogni privato, che nel governo di se stesso segue i dettami della retta ragione. L’altra è quella dei governanti, soprattutto dei sovrani, il cui compito è di governare validamente; così come la politica dei privati è tutta impostata sulla prudenza, quella del potere legittimo è di eseguire fedelmente i decreti . Questa disposizione e quest’ordine tanto più devono valere nella società cristiana, in quanto la prudenza politica del Pontefice abbraccia tanti settori. Infatti egli non solo deve reggere la Chiesa, ma dirigere dovunque le azioni dei cittadini cristiani, affinché si conformino alla speranza di ottenere la vita eterna. Da questo risulta chiaramente che oltre una somma concordia di pensieri e di opere, essi devono conformarsi nell’agire alla sapiente politica del potere ecclesiastico. Il governo della società cristiana, dopo il romano Pontefice e secondo le sue direttive, spetta ai Vescovi, i quali anche se non hanno la pienezza del potere pontificio, tuttavia nella gerarchia ecclesiastica sono autentici principi e nell’amministrazione della propria Chiesa sono «per così dire i principali costruttori... dell’edificio spirituale», ed hanno come coadiutori nel loro ufficio ed esecutori dei loro ordini i sacerdoti. A questa struttura della Chiesa che nessun mortale può cambiare, bisogna adattare l’azione della vita. E come è necessaria per i Vescovi l’unione con la Sede Apostolica, così i chierici e i laici devono vivere e operare in perfetta unione con i Vescovi. Può accadere di trovare qualcosa di poco lodevole in qualche Vescovo, sia nei costumi, sia nelle opinioni: ma nessun privato deve arrogarsi la funzione di giudice, perché questo potere Cristo Signore lo diede soltanto a colui cui affidò gli agnelli e le pecore. Tenga ben presente ciascuno le sapientissime parole di Gregorio Magno: «I sudditi devono essere ammoniti a non giudicare temerariamente la vita dei loro superiori, anche se forse vedono in loro qualcosa di riprovevole, affinché mentre giustamente riprovano il male, essi per orgoglio non cadano più in basso di loro. Devono essere ammoniti che, considerando le colpe dei loro superiori, non diventino arroganti contro di essi, ma se le loro colpe sono molto grandi, le giudichino entro se stessi, in modo che per l’impulso del timore di Dio non ricusino il dovere della obbedienza... Le azioni dei superiori non devono essere ferite con la spada della lingua, anche quando sono giustamente da condannare». Ma tutti questi sforzi giovano poco se non viene intrapresa una condotta di vita conforme alla morale cristiana. È della Sacra Scrittura quella sentenza sul popolo ebreo: «Finché non peccarono al cospetto del loro Dio avevano molti beni, perché Dio odia la loro iniquità. Quando abbandonarono la strada che Dio aveva loro insegnato perché in essa camminassero, furono sterminati in battaglia da molti popoli» (Gdt. 5,21-22). La nazione Giudaica portava in sé la figura del popolo cristiano: nelle sue antiche vicende c’era il preannuncio di realtà future; sennonché avendoci la bontà divina arricchiti e ornati di molti e maggiori benefici, la colpa dell’ingratitudine rende ancor più gravi le colpe dei cristiani. Prosegue ...

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Richiamarsi ai precetti della sapienza cristiana e conformare profondamente ad essi la vita, i costumi e le istituzioni dei popoli è cosa che ogni giorno appare sempre più necessaria. Avendoli messi da parte, ne sono derivati mali così grandi che nessun uomo saggio può sopportare la presente situazione senza una grave preoccupazione, né guardare al futuro senza timore. Si è realizzato un non comune progresso dei beni che riguardano il corpo e le cose materiali, ma tutta la natura sensibile, il possesso dell’energia e dell’agiatezza, se possono generare comodità e aumentare la dolcezza della vita, non possono soddisfare l’anima che è nata per destini più grandi e più alti. Contemplare Dio e tendere a Lui è la suprema legge della vita degli uomini, i quali, creati a immagine e somiglianza divina, sono fortemente invitati a possedere il loro Creatore. Ma non si va a Dio con le tendenze e le esigenze del corpo, bensì con la conoscenza e l’affetto che sono atti dell’anima. È Dio, infatti, la prima e suprema verità, e la nostra mente non si pasce che di verità: alla santità perfetta e al sommo bene può aspirare e accedere soltanto la nostra volontà sotto la guida della virtù. Quanto si dice dei singoli uomini, deve essere riferito anche alla società, sia domestica, sia civile. La natura infatti non ha creato la società perché l’uomo la seguisse come un fine, ma affinché in essa e per essa trovasse gli aiuti adatti alla propria perfezione. Se la società civile persegue unicamente le comodità esteriori e il culto della vita nel lusso e nell’abbondanza; se ignora Dio nella vita amministrativa e non si cura delle leggi morali, essa devìa terribilmente dal suo scopo e da quanto la natura prescrive, e non può essere considerata società e comunità di uomini ma una falsa imitazione e parodia di società. Quei beni spirituali che - come abbiamo già detto - si ritrovano soprattutto nel culto della vera religione e nella costante osservanza dei precetti cristiani, li vediamo oscurarsi ogni giorno per dimenticanza o per fastidio degli uomini, cosicché quanto più grandi sono i progressi che riguardano la vita corporale, tanto maggiore è il tramonto dei valori che riguardano l’anima. Indizio significativo della diminuita e indebolita fede cristiana si trova nelle stesse ingiurie che vengono rivolte troppo spesso contro il nome cristiano, in piena luce e sotto gli occhi di tutti; in altri tempi, una società rispettosa della religione non l’avrebbe mai tollerato. Per queste cause è incredibile a dirsi quale grande numero di uomini si trovi in pericolo di perdere l’eterna salvezza. Ma le stesse città e gli Stati non possono restarne indenni a lungo, perché crollando gli ordinamenti e i costumi cristiani, inevitabilmente crollano anche le fondamenta della società umana. Prosegue qui ...

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Poiché dunque la fede è necessaria per la salvezza, ne consegue che si deve assolutamente predicare la parola di Cristo. Certamente il ministero di predicare, cioè di insegnare, per diritto divino spetta a quei maestri che lo «Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Cristo» (At. 20,28) e specialmente al Pontefice romano, Vicario di Gesù Cristo, messo a capo di tutta la Chiesa con il supremo potere, maestro di quanto si deve credere e praticare. Ma nessuno creda che sia proibito ai privati di dare la propria attività in questo compito, specialmente per coloro ai quali Dio ha dato profondità di ingegno, e il desiderio di rendersi meritevoli per il bene comune. Costoro, quando sia necessario, possono convenientemente assumersi non la parte del dottore della Chiesa, ma quella di trasmettere agli altri ciò che essi hanno appreso, facendo risuonare la voce dei maestri come fossero la loro immagine. L’opera dei privati è apparsa anzi così opportuna e utile ai Padri del Concilio Vaticano da richiederla espressamente. «Per le viscere di Gesù Cristo noi supplichiamo tutti i fedeli, specialmente coloro che sono costituiti in autorità o che hanno il compito d’insegnare, e ordiniamo loro in nome di Dio e del nostro Salvatore affinché impegnino la loro opera e le loro forze nel respingere ed eliminare dalla Santa Chiesa tutti questi errori e nel diffondere la luce della purissima fede». Del resto ognuno ricordi che può e deve diffondere la fede cattolica con l’autorità dell’esempio, e predicarla con la costante professione. Fra i doveri che ci uniscono a Dio e alla Chiesa questo più di tutti bisogna ricordare, che cioè ciascuno, con tutte le capacità possibili, lavori per propagare la verità cristiana e per confutare gli errori. Certamente non potranno compiere utilmente e sufficientemente questi compiti se scenderanno in campo divisi gli uni dagli altri. Gesù Cristo predisse che come egli stesso per primo dovette sostenere l’offesa e l’avversione degli uomini, certamente anche l’opera da lui istituita avrebbe incontrato eguale trattamento; in modo che a molti sarebbe stato vietato di giungere alla salvezza da lui recata con il suo sacrificio. Per questo non volle soltanto avere seguaci della sua dottrina, ma unirli strettamente in una comunità e in un solo corpo, «che è la Chiesa» (Col. 1,24), di cui egli fosse il capo. La vita di Gesù Cristo permea e si diffonde in tutto il corpo nella sua compagine; alimenta e sostiene le singole membra, e così unite e composte le dirige allo stesso fine, anche se l’azione di ciascun membro non è la stessa . Per questa ragione la Chiesa non solo è una società perfetta e molto superiore ad ogni altra società, ma è stato ordinato dal suo Autore che essa debba combattere per la salvezza del genere umano «come esercito schierato sul campo» (Ct. 6,9). Codesto ordinamento e codesta conformazione della società cristiana non possono essere cambiati in nessun modo: a nessuno è lecito vivere secondo il proprio arbitrio, né seguire nella lotta la tattica che gli pare, perché non raccoglie ma disperde chi non raccoglie con Cristo e con la Chiesa, e certamente combattono contro Dio coloro che non combattono con Lui e con la Chiesa. Prima di tutto, dunque, sono necessarie una piena concordia e uniformità di sentimenti per unire tutti gli animi nell’azione motivata contro i nemici del nome cattolico. A questa stessa unione Paolo Apostolo esortava con grande ardore e con gravi parole i Corinzi: «Pertanto vi scongiuro, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a dire tutti la stessa cosa, e che non esistano divisioni fra voi: siate uniti nello stesso spirito e nello stesso sentimento» (1Cor. 1,10). Facilmente si percepisce la sapienza di questo precetto. Infatti, principio dell’azione è la mente; pertanto non possono essere concordi le volontà né simili le azioni se le menti hanno pensieri diversi. Coloro che seguono soltanto la ragione poco facilmente possono avere, anzi neppur possono avere, una sola dottrina; l’arte di conoscere bene le cose è molto difficile: la nostra mente è inferma per natura e deviata dalla varietà delle opinioni: spesso erra per l’impulso offertole esternamente dalle cose: si aggiungono poi le passioni, che spesso tolgono la facoltà di scorgere il vero o la diminuiscono certamente molto. Per questa ragione nel governo degli Stati si opera spesso per tenere unite con la forza persone che fra loro sono discordi. Ben diversamente avviene fra i cristiani che ricevono dalla Chiesa ciò che bisogna credere: dalla sua autorità e dalla sua guida sanno per certo di attingere alla verità. Poiché dunque una è la Chiesa, uno Gesù Cristo, una deve essere la dottrina di tutti i cristiani in tutto il mondo. «Un solo Signore, una sola fede» (Ef. 4,5). «Avendo tutti lo stesso spirito di fede» (2Cor. 4,13), ottengono effetti salutari, dai quali derivano spontaneamente in tutti la stessa volontà e lo stesso modo di agire. Prosegue qui ...

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Ma non vale la pena parlare qui della guerra accanita e multiforme scatenata contro la Chiesa. Tutto quello che capita alla ragione umana di scoprire con l’investigazione scientifica su realtà finora sconosciute e gelosamente nascoste dalla natura, e di convertire le scoperte in uso per la vita, dà agli uomini l’ardire di sentirsi dei e di poter allontanare dalla vita comune l’autorità di Dio. Ingannati da questo errore, trasferiscono alla natura umana il dominio strappato a Dio, e sostengono che si deve ricercare nella natura il principio e la norma di ogni verità: da essa emanano e ad essa dovrebbero essere ricondotti tutti i doveri religiosi. Pertanto, niente è stato rivelato da Dio: non si deve obbedire alla Chiesa e alla disciplina dei costumi cristiani; la Chiesa non ha nessun potere e nessun diritto di legiferare; anzi, è necessario non lasciare alla Chiesa spazio alcuno nelle istituzioni dello Stato. Esigono, e con ogni sforzo operano per giungere al potere e al governo negli Stati per potere più agevolmente indirizzare le leggi secondo queste dottrine, e creare nuovi costumi fra i popoli. E così si aggredisce ovunque la cattolicità, o apertamente o la si combatte occultamente: permettendo la libertà ad ogni perverso errore, viene spesso limitata e ristretta con molti vincoli la professione della verità cristiana. In questa triste condizione, ciascuno prima di tutto deve rientrare in se stesso per custodire e difendere la fede altamente radicata nell’animo, evitando i pericoli, sempre armato contro le varie insidie dei sofismi. A tutela di questa virtù è molto utile, e consentaneo ai nostri tempi, lo studio diligente, secondo le personali capacità, della dottrina cristiana e di quelle cose che riguardano la religione e che possono essere comprese col lume della ragione, e di esse arricchirsi la mente. E poiché non basta conservare incorrotta la fede nell’anima, ma è necessario aumentarla con assiduo studio, si deve ricorrere a Dio con la reiterata e umile preghiera degli Apostoli: «Aumenta in noi la fede!» (Lc. 18,5). Per la verità in questa materia che riguarda la fede cristiana ci sono altri doveri che, se fu sempre importante osservare accuratamente e religiosamente per la salvezza, è più che mai necessario osservare ai nostri tempi. Prosegue qui ...

Leone XIII, «Sapientiae christianae». Stato iniquo, bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini
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Un atto di empietà è abbandonare l’ossequio a Dio per soddisfare gli uomini: come pure trasgredire le leggi di Gesù Cristo per obbedire alle autorità dello Stato, o violare i diritti della Chiesa col pretesto di osservare il diritto civile. «È necessario obbedire più a Dio che agli uomini» (At. 5,29). È ciò che Pietro e gli altri Apostoli risposero alle autorità che imponevano cose ingiuste; è ciò che si deve sempre ripetere senza esitazioni in casi simili. Nessun cittadino, sia in pace sia in guerra, è migliore di un vero cristiano, memore del proprio dovere; ma questi deve essere pronto a sopportare tutto, anche la morte piuttosto che abbandonare la causa di Dio e della Chiesa. Perciò non hanno considerato adeguatamente la forza e la natura delle leggi coloro che riprovano questa decisione nella scelta dei doveri, e affermano che questa è sedizione. Parliamo di cose note al popolo e da Noi altre volte spiegate. La legge non è che un comando della retta ragione, promulgata per il bene comune da colui che ha un legittimo potere. Ma non c’è nessun vero e legittimo potere se non parte da Dio, sommo sovrano e padrone di tutte le cose, che solo può concedere ad un uomo il potere su altri uomini; e non deve essere ritenuta retta una ragione che dissenta dalla verità e dalla ragione divina: né vi è un vero bene se è contrario al sommo e immutabile bene o che allontani e svii dall’amore a Dio le volontà degli uomini. Sacro è per i cristiani il nome dell’autorità pubblica, nella quale essi riconoscono una certa immagine e un simbolo della maestà divina, persino quando è gestita da persone indegne. Alla legge è dovuto un giusto rispetto, non per la forza o le minacce, ma per la consapevolezza di un dovere: «Dio non ci ha dato uno spirito di timore» (2Tm. 1,7). Però se le leggi dello Stato dovessero essere apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa, allora è doveroso resistere ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato, perché si pecca anche contro lo Stato quando si va contro la religione. Nuovamente si chiarisce quanto sia ingiusta l’accusa di sedizione: infatti, non si ricusa la dovuta obbedienza al capo dello Stato e agli autori delle leggi, ma ci si oppone solamente alla loro volontà in quei precetti che essi non hanno alcun potere di imporre perché vengono emanati offendendo Dio, perciò mancano di giustizia e sono tutto fuorché leggi. Voi sapete, Venerabili Fratelli, che questa è la stessa dottrina del beato Paolo Apostolo, che dopo aver scritto a Tito che si dovevano ammonire «i cristiani di stare soggetti ai principi e ai governanti e obbedire ai loro ordini», aggiunse subito che «dovevano essere preparati per ogni opera buona» (Tt. 3,1). Dal che appare chiaramente che se le leggi umane dovessero stabilire qualcosa di contrario all’eterna legge di Dio, sarebbe giusto non obbedire. Con simile argomentazione il Principe degli Apostoli rispondeva con forte ed eccelsa nobiltà d’animo a coloro che gli volevano togliere la libertà di predicare il Vangelo: «Se è giusto al cospetto di Dio ascoltare voi piuttosto che Dio, giudicatelo voi stessi: non possiamo infatti non parlare di quelle cose che abbiamo visto e udito» (At. 4,19-20). È dunque grande dovere dei cristiani amare le due patrie, quella di natura e l’altra della città celeste, purché sia prevalente l’amore di quest’ultima sulla prima, e non si antepongano mai i diritti umani a quelli divini, e si consideri la città celeste come fonte dalla quale sgorgano tutti gli altri doveri. Il Salvatore del genere umano ha detto di se stesso «Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza della verità» (Gv. 18,37). Come pure «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa voglio se non che si accenda?» (Lc. 12,49). Tutta la vita e la libertà del cristiano stanno nella conoscenza di questa verità, che è il massimo della perfezione della mente, e nell’amore a Dio che pure rende perfetta la volontà. E la Chiesa conserva e difende con continuo impegno e vigilanza questo nobilissimo patrimonio - cioè della verità e della carità - affidatole da Gesù Cristo. Prosegue qui ...

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Come comanda l’Apostolo Paolo, bisogna che l’unanimità sia perfetta. Poiché la fede cristiana non si basa sulla ragione umana ma sull’autorità della mente divina, noi crediamo che le cose che abbiamo ricevuto da Dio siano «vere non per l’intrinseca verità delle cose viste con il naturale lume della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante che non può ingannarsi né può ingannare». Ne consegue che qualunque cosa certamente rivelata da Dio deve essere accettata con pieno ed uguale assenso: negare fede ad una sola di queste, significa rifiutarle tutte. Sovvertono il fondamento stesso della fede coloro che negano che Dio abbia parlato agli uomini, o che dubitano della sua infinita verità e sapienza. Spetta alla Chiesa docente stabilire quali sono le verità divinamente affidate alla Chiesa stessa, alla quale Dio demandò anche la custodia e l’interpretazione della propria parola. Il sommo maestro nella Chiesa è il Pontefice romano. E come la concordia degli animi richiede un perfetto consenso in una stessa fede, così richiede che le volontà siano perfettamente soggette e obbedienti alla Chiesa e al romano Pontefice, come a Dio. L’obbedienza deve essere perfetta perché è richiesta dalla fede stessa, ed ha in comune con la fede che non può essere separata da essa; anzi, se non è assoluta pur avendone tutti gli aspetti le resta soltanto un’apparenza di obbedienza, ma di fatto scompare. La tradizione cristiana attribuisce a tale perfezione tanto valore, che essa è sempre stata ed è ritenuta la nota caratteristica per riconoscere i cattolici. Questa asserzione è mirabilmente spiegata da Tommaso d’Aquino: «L’oggetto formale della fede è la prima verità, come ci viene rivelato nella Sacra Scrittura e nella dottrina della Chiesa, che procede dalla prima verità. Perciò chiunque non aderisce alla dottrina della Chiesa come a regola infallibile e divina che promana dalla verità prima manifestata nelle Sacre Scritture, non ha la proprietà della fede, ma considera le verità della fede in modo diverso dalla fede. È pertanto manifesto che chi aderisce alla dottrina della Chiesa come a regola infallibile, accetta tutto ciò che la Chiesa insegna; invece, se dei suoi insegnamenti egli ritiene quello che vuole e rigetta quello che non vuole, egli non aderisce come norma infallibile alla dottrina della Chiesa, ma unicamente alla propria volontà . Una sola deve essere la fede di tutta la Chiesa secondo le parole dell’Apostolo Paolo (cf. 1Cor. 1). Siate unanimi nel parlare, e non vi siano divisioni fra voi: e quest’unanimità non si potrebbe conservare se, sorta una questione intorno alla fede, non venisse decisa da colui che presiede a tutta la Chiesa, in modo che la sua dichiarazione sia accolta fermamente da tutta la Chiesa. Quindi alla sola autorità del Sommo Pontefice spetta approvare una nuova edizione del Simbolo, come pure tutte le altre cose che riguardano la Chiesa». Nel determinare i limiti dell’obbedienza nessuno creda di dover obbedire all’autorità dei sacri Pastori, e specialmente del romano Pontefice, solamente in ciò che riguarda il dogma, il cui ostinato ripudio non può essere disgiunto dal peccato di eresia. Anzi, non basta neppure accettare con sincera e ferma approvazione quelle dottrine che, quantunque non definite da un solenne giudizio, vengono tuttavia proposte dalla Chiesa alla credenza dei fedeli come divinamente rivelate al Magistero ordinario ed universale, e si devono credere come «di fede cattolica e divina» secondo il decreto del Concilio Vaticano. Ma resta ancora l’obbligo dei cristiani, che devono lasciarsi guidare e governare dal potere e dal consiglio dei Vescovi, e in primo luogo dalla Sede Apostolica. Quanto ciò sia ragionevole è evidente. Infatti, delle verità contenute nella Rivelazione, alcune riguardano Dio, altre l’uomo stesso e le cose necessarie alla salvezza eterna dell’uomo. Ora, questo doppio ordine di verità, cioè quello che si deve credere e quello che si deve operare, appartiene per diritto divino, come abbiamo detto, alla Chiesa e al Sommo Pontefice. Per tali motivi il Pontefice deve poter giudicare con la sua autorità quali siano le cose contenute nella parola di Dio, quali dottrine sono ad esse conformi, e quali no. Allo stesso modo deve indicare ciò che è onesto o turpe; ciò che si deve fare e cosa fuggire per raggiungere la salvezza; altrimenti non sarebbe più il sicuro interprete della parola di Dio, né guida sicura all’uomo nell’agire. Prosegue qui ...

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«Sottomettendo la propria intelligenza a Cristo Signore l’uomo non agisce servilmente, bensì in modo convenientissimo sia alla ragione, sia alla sua originale dignità. Infatti non assoggetta la propria volontà ad un uomo qualsiasi, ma al suo creatore, Signore di tutte le cose, Dio, cui è sottomesso per legge di natura, e non si lega alle opinioni di un maestro umano, ma all’eterna e immutabile verità. In tal modo egli raggiunge il bene naturale dell’intelletto e consegue insieme la libertà. Infatti la verità, che procede dal Magistero di Cristo, pone apertamente in luce l’essenza e il valore di ogni cosa, per cui l’uomo illuminato da questa conoscenza, se darà ascolto alla verità conosciuta, non dovrà soggiacere alle cose, ma le cose a lui saranno soggette, né la sua ragione soggiacerà alla passione, bensì la passione sarà regolata dalla ragione, e l’uomo, liberato dalla più grande schiavitù dell’errore e del peccato, sarà confermato nella più preziosa libertà: “Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” ( Gv 8,32 ). È chiaro quindi che coloro che ricusano l’impero di Cristo, con pervicace volontà si ribellano a Dio. Emancipatisi dalla divina potestà, non saranno per questo più indipendenti, poiché cadranno sotto qualche potestà umana, eleggendosi, come suole accadere, qualche loro simile, che ascolteranno, obbediranno e seguiranno come loro maestro. Inoltre costoro, impedendo alla loro mente di comunicare con le cose divine, restringono il campo dello scibile, e vengono a trovarsi anche meno preparati a progredire nelle scienze puramente naturali, perché vi sono nella natura molte cose, alla cui comprensione e chiarificazione giova assai la luce della dottrina rivelata. E non raramente, a castigo della loro superbia, Dio permette che costoro non discernano il vero, così che sono puniti nel campo stesso del loro peccato. Per l’uno e l’altro motivo, spesso si vedono uomini di grande ingegno e di non comune erudizione, perdersi, anche nello studio stesso della natura, in assurdità inaudite, che non hanno precedenti. Sia dunque chiaro, che chi fa professione di vita cristiana deve sottomettere la sua intelligenza totalmente e pienamente alla divina autorità».
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È tuttavia opportuno precisare che, da un punto di vista relativo, una forma di governo può essere preferibile rispetto ad un’altra, perché meglio si adatta alle caratteristiche e ai costumi di un certo tipo di nazione. In teoria quindi, i cattolici, come ogni altro cittadino, sono pienamente liberi di preferire una forma di governo piuttosto che un’altra, per il semplice fatto che nessuna compagine sociale si oppone, per se stessa, né ai dettami della retta ragione, né ai precetti della dottrina cristiana. Queste argomentazioni sono più che sufficienti per farsi una ragione della sapienza della Chiesa quando, nelle sue relazioni con i poteri politici, non tiene conto delle forme che li differenziano e tratta con essi dei grandi interessi religiosi dei popoli, ben sapendo di dover anteporre la loro tutela ad ogni altro interesse. Le Nostre precedenti Encicliche hanno già esposto questi princìpi, ma ritenevamo necessario richiamarli per sviluppare il tema che Ci interessa in questo momento. Se si scende dai concetti astratti e si entra nel contesto della realtà, occorre ben guardarsi dal rinnegare i princìpi appena definiti: questi restano inoppugnabili. Solo incarnandosi nella realtà assumono un aspetto contingente, in forza delle circostanze che li rendono operativi. In altre parole, se ogni forma politica è buona in se stessa e può essere applicata per governare i popoli, nella realtà il potere politico non si presenta nella stessa forma presso tutti i popoli, ma ciascuno ne possiede una specifica. Questa forma è originata dall’insieme delle circostanze storiche o nazionali, ma sempre umane, che, in una nazione, danno vita alle sue leggi tradizionali e anche fondamentali. Sono queste leggi che determinano una certa specifica forma di governo e un particolare modo di trasmettere i supremi poteri. È superfluo ricordare che tutti gli individui sono tenuti ad accettare questi governi e a non prendere iniziative per rovesciarli o per mutarne la forma. È per questo che la Chiesa, custode del più vero e più alto concetto della sovranità politica, perché la fa discendere da Dio, ha sempre riprovato le teorie e ha sempre condannato gli uomini ribelli all’autorità legittima. E questo anche quando i depositari del potere lo usavano indebitamente contro di lei, privandosi così del più valido sostegno accordato alla loro autorità e del mezzo più efficace per ottenere dal popolo l’ossequio alle loro leggi. (...) Occorre anche evidenziare ancora una volta con ogni cura che, qualunque sia la forma dei poteri civili di una nazione, non è possibile considerarla a tal punto definitiva da non essere soggetta a mutamenti, anche se questo era il proposito di chi, in origine, le ha dato vita. La sola Chiesa di Gesù Cristo ha potuto conservare, e la conserverà sicuramente fino alla fine dei tempi, la sua forma di governo. (...) Prosegue ...
Da Au milieu des sollicitudes (16 febbraio 1892)
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«[...] Nella ricerca delle cose di Dio [...] nella scia degli esempi dell’antica tradizione [...] avete rassodato in modo verace il vigore della nostra religione non meno ora richiedendo consiglio, che per l’addietro, allorché esprimevate le vostre decisioni, voi che avete riconosciuto che si deve ricorrere al nostro giudizio, sapendo di che cosa si sia debitori alla Sede apostolica, giacché noi tutti posti in questa sede desideriamo seguire lo stesso Apostolo, a partire dal quale si è delineato lo stesso episcopato e tutta l’autorità della sua funzione. Seguendo il suo esempio, sappiamo sia prontamente condannare le cose funeste, che approvare le lodevoli, come, ad esempio, che riteniate che non debbono venire calpestate le disposizioni dei padri, sulle quali vigilate in virtù del ministero sacerdotale. I padri, infatti, presero non con umano, ma con divino sentire la decisione che qualsiasi cosa venisse trattata anche nelle province più lontane e remote, si ritenesse di non doverla fissare, prima che non ne fosse pervenuta notizia a questa Sede, affinché le decisioni espresse che fossero giuste, venissero confermate con tutta la sua autorità e di là attingessero le rimanenti chiese. Come tutte le acque sgorgano dalla sorgente originaria e attraverso le diverse regioni di tutto il mondo fluiscono incorrotte (come acqua) di pura sorgente, (così la Sede apostolica ha la funzione di stabilire) che cosa comandare, quali detergere, quali l’acqua degna di corpi mondi eviti come (fossero) lorde di fango che non si può più pulire».
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Queste rapide note in origine erano destinate alla ristretta cerchia dei miei discepoli, prima nella Pontificia Scuola Superiore di Musica Sacra, quindi nel Pontificio Istituto Orientale a Roma. Cedendo poi alle insistenze di autorevoli personaggi, che le volevano di pubblica ragione, nel licenziarle oggi alle stampe non ho altro scopo che di far parte alle anime pie e studiose, specialmente tra i miei confratelli nel sacerdozio, di quel sentimento di fede e di casta dilezione, che il Signore volle già apprestare a me indegno nella quotidiana meditazione del Messale Romano.
Non ho voluto scrivere un'opera esclusivamente per i dotti, né un libro di sola pietà. Tutta la teologia è condensata nelle venerande ed arcaiche formole romane del Divin Sacrificio, e la fede inoltre mi ricorda, che il Divin Salvatore ha costituito la Chiesa erede della mistica scienza della preghiera, e dell'arte d'aprire e serrare, mediante gl'ineffabili gemiti del Paraclito, il cuore di Dio. Omnipotentia supplex. Mi son quindi guardato d'analizzare i formulari Eucaristici coll'indifferenza del critico, che tiene appena conto dell'arcaicità dei documenti; ma vi ho unito invece quella trepida riverenza del credente, che in quelle pagine così divinamente sublimi sente il palpito di mille generazioni di Martiri, di Dottori e di Santi, i quali, più che ideate e recitate, le hanno vissute.
È certo infatti che il Messale Romano rappresenta nel suo complesso l'opera più elevata e importante della letteratura ecclesiastica, quella che riflette più fedelmente la vita della Chiesa, il poema sacro al quale "ha posto mano cielo e terra".
Illustrare con tocchi rapidi e precisi, con energiche sintesi questo libro dal lato storico e archeologico, farne rilevare nei luoghi più importanti l'autorità teologica, porne in evidenza l'arte e la bellezza del contenuto mistico, ecco lo scopo che mi sono proposto. Altri avrebbe forse preferito che io fossi stato meno conciso, e che, invece d'un lavoro di studio privato e di preparazione dello spirito alla recita intelligente delle preci contenute nel Messale, - Psallam spiritu, psallam et mente: vuole san Paolo - ne avessi fatto una completa esposizione o commento. Questo sarebbe stato altresì il mio primitivo disegno, ma l'ho dovuto ridurre per via, quando, a un terzo appena del lavoro, il Signore ha voluto distogliermi improvvisamente dai libri e dalle biblioteche, per confidarmi invece il governo pastorale di questa illustre ed antica chiesa, la quale, più che la mia penna, reclama in quest'ora il servizio delle mie povere braccia.
Le note che seguono rappresentano quindi lo sterile frutto di quelle rare briciole di tempo che possono sopravanzare ad un pastore di anime. Comunque sia, il desiderio dei discepoli e degli amici resta soddisfatto colla stampa di questo Liber Sacramentorum, e dedicandolo appunto a loro, faccio mio il voto del grande Apostolo, presso la cui sacra Tomba l'ho dettato: Et nunc commendo vos Deo et verbo gratiae ipsius, qui potens est aedificare et dare haereditatem in sanctificatis omnibus (Act., XX, 32).
Roma, Basilica Patriarcale di San Paolo, in Natali Apostolorum MCMXIX
+ ILDEFONSO Abbate e Ordinario
Fonte: Le Pagine di don Camillo
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Roma, Basilica Patriarcale di San Paolo, in Natali Apostolorum MCMXIX
+ ILDEFONSO Abbate e Ordinario
Fonte: Le Pagine di don Camillo
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Il Limbo dei bambini non battezzati, ovvero di coloro i quali sono morti senza il battesimo e prima di avere l’uso di ragione, o di tutti i non nati. Stiamo parlando di chi non ha ricevuto il battesimo né lo ha potuto (incolpevolmente) desiderare. Di questo argomento ho dissertato davvero tanto in passato, dunque quest’oggi si tratta solo di riepilogare. Già avevo scritto:
La pena per il peccato originale è la mancanza della visione di Dio (1. Denz. 184 219; 2. Denz. 780); non c’è alcun luogo intermedio nel senso pelagiano fra il regno di Dio e la dannazione (3. Denz. 184; 4. Denz. 224; 5. Denz. 2626); viene condannata la proposizione: [le anime dei bambini che sono nati da genitori cristiani e che muoiono senza battesimo giungono ad un paradiso terrestre, le anime dei bambini invece che sono nati da genitori non cristiani e che muoiono senza battesimo giungono nel luogo dove sono le anime dei genitori] (6. Denz. 1008).
Le anime di coloro che muoiono solo con il peccato originale scendono nell’inferno dove vengono punite con pene ed in luoghi diversi (7. Denz. 858; 8. Denz. 926; 9. Denz. 1306), in seguito approfondiremo; vengono punite con la pena della dannazione senza la pena del fuoco (10. Denz. 2626); il luogo in cui essi si trovano viene chiamato comunemente Limbo (11. Denz. 2626); viene condannata la proposizione: [un bambino che muore senza battesimo odierà Dio] (12. Denz. 1949). Dove scrivo Denz. intendo dire Denzinger, ovvero Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, in forma più abbreviata Enchiridion Symbolorum, citato oggi anche come Denzinger-Schönmetzer: la principale raccolta cattolica del Magistero della Chiesa. Venne elaborata e pubblicata inizialmente da Heinrich Joseph Dominicus Denzinger nel 1854. Mi sento in dovere di sconsigliare le ultime edizioni dello scritto.
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Un testo che fino ad ora non avevo citato è l’Enciclopedia della Dottrina cattolica, The Teaching of the Catholic Church del 1963, Burns Oates, ed. ita. Paoline 1966. La voce alle pagine 412 ss. non sembra presentare particolari criticità, sebbene ne sconsiglio la lettura integrale a soggetti poco avvezzi alla materia. Il periodo era già fortemente caratterizzato dall’orda terrena della “Nuova teologia” o “Modernismo”, complesso teologico-filosofico ereticissimo (che, fra un sofisma ed un altro, porta all'ateismo pratico) condannato da Papa Pio XII con la Humani Generis, prima ancora da san Pio X con la Pascendi Dominici gregis, così a ritroso nel tempo. Cito quanto segue epurato dagli elementi, a parer mio, di “disturbo”:
«Destino dei bambini non battezzati. Finora abbiamo esaminato gli effetti derivati dal peccato originale per quanto riguarda questa vita. Dobbiamo ora vedere quali effetti avrà sul destino dell’anima nell’altra vita. Per amor di chiarezza prenderemo il caso dell'anima che passa nell’altro mondo non macchiata dal peccato attuale, ma tuttavia gravata dal peccato originale. […] il problema riguarda principalmente i bambini che muoiono senza battesimo e, dato il loro immenso numero, è di grande interesse e di importanza pratica.
«Gli oppositori della Chiesa, trascurando i suoi autorevoli pronunciamenti e l’insegnamento generale e corrente dei suoi teologi, si attaccano a qualche opinione sostenuta magari da sant’Agostino o da qualcuno dei primi Padri, pretendendo presentare questo o quel punto di vista individuale come rappresentativo della dottrina cattolica, per poterla così denigrare come dura, inumana ed incompatibile con l’amorosa misericordia di Dio. [La regola prossima di fede è il Magistero della Chiesa, non l’opinione di quel Padre o di quel Santo, ciò detto senza alcuna mancanza di rispetto ma solo per amore di verità, ndR].
«[…] Nonostante la riservatezza dovuta a questi campioni della fede e nonostante l’autorità ed il prestigio giustamente legati ai loro nomi e ai loro insegnamenti, va sempre tenuto presente che nessun padre e nessun dottore è infallibile; e dove la Chiesa ha parlato o anche mostrato l’orientamento del suo pensiero, è non solo nostro diritto, ma nostro dovere metter da parte sia pure un [sant’]Atanasio o un [sant’]Agostino, là dove il suo insegnamento non è completamente consono a quello di essa.
«Su questo problema la Chiesa ha avuto occasione di chiarire alcuni punti della sua fede, a volte emanando decreti conciliari, a volte pubblicando condanne di dottrine erronee. Nel Concilio di Firenze del 1439 […] la Chiesa […] incluse come articolo del suo credo l’affermazione che “le anime di coloro i quali si dipartono da questa vita, sia in peccato mortale attuale o in peccato originale soltanto, vanno immediatamente nell'inferno, per soffrirvi tuttavia pene disparate”. [Già questa definizione è dogmatica, ndR]
«Nel 1567 Papa san Pio V condannò un certo numero di proposizioni tratte dagli scritti di Michael du Bay di Lovanio; fra esse ve ne è una la quale afferma che il bambino non battezzato, raggiungendo l’uso della ragione dopo la morte, odierà veramente e bestemmierà Dio e si porrà contro la legge di Dio. Nel 1794 [Papa] Pio VI condannò moltissimi degli errori affermati dal Sinodo Erastiano tenuto a Pistoia in Toscana, tra cui la “dottrina che respinge come favola pelagiana quella parte delle regioni inferiori, generalmente note come il Limbo dei bambini, in cui le anime di coloro che muoiono col peccato originale soltanto sono puniti colla pena del danno, con la perdita cioè della beatifica visione, senza la pena del fuoco... “. [Nella Auctorem Fidei, Bolla alla quale si fa riferimento, il Pontefice dogmaticamente condanna la proposizione, dunque, positivamente, afferma che è verità di fede l’esistenza di “… quella parte delle regioni inferiori, generalmente note come il Limbo dei bambini, in cui le anime di coloro che muoiono col peccato originale soltanto sono puniti colla pena del danno, con la perdita cioè della beatifica visione, senza la pena del fuoco...”, ndR].
«Da queste dichiarazioni possiamo trarre le seguenti conclusioni: i bambini non battezzati sono privati della beatifica visione di Dio, che è il vero fine terminale dell’uomo: ciò fa parte della fede cattolica definita. È certo che essi non odiano, non bestemmiano Dio, nè si ribellano alla sua legge ed è per lo meno molto improbabile che soffrano il fuoco dell’inferno o una sorta di pena positiva e sensibile, mentre al contrario è molto probabile che il loro stato sia uno stato di vera pace e di naturale felicità. Il dogma della fede è chiaramente contenuto nelle parole di Cristo a Nicodemo: “Se l’uomo non rinasce per l’acqua e per lo Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio” (Gv. 3, 5), ed è anche la diretta conseguenza teologica di tutto ciò che è stato detto sulla natura del peccato originale. Questo consiste principalmente nella privazione della grazia santificante che è il principio della adozione divina e quindi la necessaria condizione per entrare a far parte della vita di Dio. La visione beatifica è la piena fioritura della grazia; quando l’anima in stato di grazia è libera dai vincoli del corpo ed è mondata dalle scorie minori e pienamente sdebitata con la giustizia di Dio, essa passa naturalmente nella gloria. Ma dove non c’era la gemma non può sbocciare il fiore.
«[…] Dice san Tommaso: “Il castigo comporta una proporzione con il peccato. Ora, nel peccato attuale c’è prima l’allontanamento di Dio con la corrispondente punizione della perdita della beatifica visione; secondariamente, il disordinato attaccamento a qualche bene creato con la punizione corrispondente che è la pena dei sensi. Ma nel peccato originale non vi è alcun disordinato attaccamento a beni creati... e conseguentemente esso non viene punito con la pena dei sensi” (Quaest. Disp., De Malo, 5, a. 2).
«Da ciò consegue la nostra terza conclusione, esser cioè molto probabile che lo stato dei bambini non battezzati nell’altro mondo sia uno stato di pace e di naturale felicità. Poiché essi non soffrono alcun dolore dei sensi e poiché non odiano Dio e non si pongono contro la sua legge, l’unica cosa che potrebbe disturbare la loro pace o ridurre la loro felicità sarebbe il dolore o angoscia risultanti dalla conoscenza della felicità soprannaturale alla quale essi erano destinati, ma che è per essi per sempre perduta. Alcuni eminenti teologi, come san Roberto Bellarmino, hanno sostenuto che essi soffrono in questo modo. A parte l’autorità di alcuni Padri, la ragione principale di questo punto di vista è che il bambino vedrà e comprenderà la sua perdita e quindi si rammaricherà di essa. San Tommaso tuttavia lo nega ed il suo ragionamento sembra conclusivo (Quaest. Disp., De Malo, 5, a. 3). Essa si basa sulla verità, fondamentale nella teologia cattolica, che la grazia e quindi il possesso della beatifica visione, che è il culmine finale della grazia, appartiene assolutamente e rigorosamente al mondo soprannaturale. Non solo superano le capacità naturali dell’agire dell’uomo ma anche ed egualmente le sue naturali capacità di conoscere. È impossibile che un uomo, con la sola ragione naturale, senza l’aiuto della rivelazione ed il dono della fede, sappia che la sua felicità finale consiste nella immediata visione e possesso di Dio. Conseguentemente, i bambini non battezzati, non avendo ricevuto il sacramento della fede, non hanno la conoscenza soprannaturale, senza la quale non possono conoscere che cosa hanno perduto. Quindi la loro perdita non causa loro nessun patema d’animo.
«Benché queste considerazioni giovino a consolazione della madre cattolica che soffre per il destino del suo bambino morto senza battesimo, esse non alleggeriscono tuttavia il peso di coscienza di chi ne fosse stato colpevole e non dispensa i genitori dall’obbligo di far battezzare i loro figli appena possibile in quanto non vi è alcuna misura e proporzione tra la felicità naturale che sarà il loro destino [eterno] nel Limbo e la ineffabile felicità del cielo, di cui la noncuranza dell’uomo potrebbe così facilmente privarli. Inoltre, va chiaramente compreso che il bambino che muore senza battesimo è definitivamente perduto. Egli non è in uno stato mediato tra la salvezza e la dannazione. Egli era stato creato per un fine soltanto, un fine soprannaturale ed il non raggiungerlo, sia colpa sua o di un altro, è completo fallimento, è eterna perdita, anche se non accompagnata dalle tornire positive di un’anima che ha deliberatamente dannato se stessa».
Ora impariamo dai Pontefici.
Papa Siricio, Lettera Directa ad decessorem al vescovo Imerio di Tarragona, 10 febbraio 385:
«La necessità del battesimo. (c. 2, § 3) Come dunque affermiamo che non deve essere assolutamente ridotta la venerazione per la Pasqua, così vogliamo che ai fanciulli, che conforme all’età non possono ancora parlare o a coloro, ai quali in qualsiasi emergenza sarà necessaria l’acqua del sacro battesimo, si venga in soccorso con tutta prontezza, affinché non si volga a danno delle nostre anime, se, avendo negato a coloro che lo desiderano la fonte della vita, (avvenga che) nel trapasso da questo secolo qualcuno perda sia il regno (dei cieli) che la vita. Inoltre chiunque incorresse nel rischio di un naufragio, nell’incursione di nemici, nell’incertezza di un assedio o in una qualsiasi malattia corporale senza speranza, e chiedesse di sovvenirlo con l’unico aiuto della fede, nello stesso momento in cui lo richiede, consegua il premio della rigenerazione richiesta. Basta con l’errore fatto finora in questo ambito! Da ora in poi tutti i sacerdoti che non vogliono essere divelti dalla solida pietra apostolica, sulla quale Cristo costruì la chiesa universale, osservino questa regola».
Papa Innocenzo I, Lettera Inter ceteras Ecclesiae Romanae a Silvano e agli altri padri del Sinodo di Milevi, 27 gennaio 417:
«La necessità del battesimo. (c. 5) … che agli infanti possa essere donato anche senza la grazia del battesimo il premio della vita eterna, è una grande stoltezza […] Chi invece sostiene che l’abbiano senza la rigenerazione, a me sembra che voglia annullare lo stesso battesimo, sostenendo che gli infanti abbiano ciò che secondo la fede è conferito loro se non attraverso il battesimo. Se, dunque, secondo loro non nuoce non rinascere, è necessario che dicano apertamente che non giovano i sacri flutti della rigenerazione. Ma affinché l’iniquo insegnamento di persone (che asseriscono) cose superflue, possa essere smontato con veloce esposizione della verità, (ecco) il Signore dichiarare (proprio) ciò nel Vangelo, dicendo: “Lasciate i fanciulli e non impedite (loro) di venire a me: di tali infatti è il regno dei cieli” [cf. Mt. 19,14; Mc. 10,14; Lc. 18,16]».
Papa Innocenzo III, Lettera Maiores Ecclesiae causas all’arcivescovo Imberto di Arles, fine 1201:
«… Affermano infatti che il battesimo viene inutilmente conferito ai bambini piccoli. …Noi rispondiamo che il battesimo è subentrato al posto della circoncisione. … Perciò, come l’anima del circonciso non ANDAVA perduta dal suo popolo [cf. Gn. 17,14], così, colui che sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo, otterrà l’ingresso nel regno dei cieli [cf. Gv 3,5]. … Anche se il peccato originale veniva rimesso per mezzo del mistero della circoncisione, e il pericolo della dannazione era evitato, non si perveniva tuttavia al regno dei cieli che, fino alla morte di Cristo, è rimasto chiuso per tutti; ma, per mezzo del sacramento del battesimo, imporporato del sangue di Cristo, è rimesso il peccato e si perviene pure al regno dei cieli, la cui porta il sangue di Cristo ha misericordiosamente aperto per coloro che credono in Lui. Non è pensabile infatti che vadano perduti tutti i bambini piccoli, di cui muore ogni giorno una così grande moltitudine, senza che Dio misericordioso, che non vuole che alcuno perisca, non abbia procurato anche per loro un qualche rimedio per la salvezza. … Ciò che adducono gli oppositori, che cioè ai bambini piccoli non vengono infuse la fede o la carità e le altre virtù, dato che essi non possono acconsentire, non è affatto ammesso in modo assoluto dai più …, poiché alcuni sostengono che, in virtù del battesimo, anche ai bambini piccoli è rimessa la colpa, ma non è conferita la grazia; e altri non pochi dicono che viene rimesso il peccato e vengono infuse pure le virtù, a questi che le possiedono così come abito [cf. *904], non invece ancora nel loro esercizio, finché non giungano all’età adulta. … Noi diciamo, operando una distinzione, che vi è un duplice peccato, quello originale cioè, e quello attuale: il peccato originale che è contratto senza il consenso, e quello attuale che è commesso in virtù del consenso. Il peccato originale quindi, che è contratto senza il consenso, senza il consenso è rimesso in forza del sacramento; quello attuale infine, che è contratto in virtù del consenso, non viene affatto sciolto senza il consenso. … La pena del peccato originale è la mancanza della visione di Dio, mentre la pena del peccato attuale è il tormento dell’inferno eterno. …».
[CONDANNA STRAORDINARIA AI NEGATORI DEL LIMBO] Papa Pio VI, Costituzione Auctorem Fidei contro gli errori del “sinodo” di Pistoia, 28 agosto 1794:
«La dottrina che rigetta come favola pelagiana quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di Limbo dei bambini) nel quale le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale sono punite con la pena della privazione senza la pena del fuoco; come se in questo modo, coloro che escludono la pena del fuoco, introducessero quel luogo e stato intermedio privo di colpa e di pena fra il regno di Dio e la dannazione eterna, di cui favoleggiano i pelagiani: (è) falsa, temeraria, offensiva per le scuole cattoliche». Dunque è vero il contrario, ossia che è vero, che esiste «quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di Limbo dei bambini) nel quale le anime di coloro che sono morti [non per loro colpa, ndR] con il solo peccato originale sono punite con la pena della privazione senza la pena del fuoco».
Papa Benedetto XII, Lettera Cum dudum agli Armeni, agosto 1431:
«Così pure gli armeni [sbagliando] dicono che le anime dei fanciulli che nascono da genitori cristiani dopo la passione di Cristo, se questi muoiono prima di essere battezzati, vanno nel paradiso terrestre, nel quale visse Adamo prima del peccato; le anime invece dei fanciulli che nascono da genitori non cristiani dopo la passione di Cristo e muoiono senza battesimo, vanno nei luoghi dove si trovano le anime dei loro genitori. [Gli armeni sbagliano]».
Davvero utile al nostro studio anche la Benedictus Deus del 1336, sempre del mentovato Pontefice.
Papa Gregorio X, Concilio di Lione II, Sessione 4, 6 luglio 1274, Professione di fede dell’imperatore Michele Paleologo:
«Le anime poi di coloro che muoiono in peccato mortale , o con il solo peccato originale, subito discendono all’inferno, anche se punite con pene differenti» [inferno per i primi, Limbo (o Lembo) per i secondi, ndR].
Papa Giovanni XXII, Lettera Nequaquam sine dolore agli Armeni, 21 novembre 1321:
«Le anime invece di coloro che muoiono in peccato mortale o con il solo peccato originale, discendono subito all’inferno, per essere tuttavia punite con diverse pene ed in diversi luoghi» » [inferno per i primi, Limbo (o Lembo) per i secondi, ndR].
Papa Eugenio IV, Concilio di Firenze, Bolla sull’unione con i greci Laetentur caeli, 6 luglio 1439:
«Invece, le anime di quelli che muoiono ai stato di peccato mortale attuale o con il solo peccato originale, scendono immediatamente all’inferno per essere punite con pene diverse [cf. *856-858]» [idem, ndR].
Dunque la questione può essere ancora oggetto di dibattito? Chiaramente NO! Che si tratti di Magistero solenne, straordinario oppure ordinario ed universale, dato l'argomento di fede, per usare una citazione di Papa Pio XII contro i novelli modernisti (cf. Humani Generis):
«[...] questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono poi le parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Luc. X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già per altre ragioni patrimonio della dottrina cattolica. Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l'intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi [...]».
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E le anime dei bambini abortiti dove vanno?
Spiega CHIARAMENTE lo stesso Papa Pio XII, Discorso alle ostetriche, 29 ottobre 1951:
«Se ciò che abbiamo detto finora riguarda la protezione e la cura della vita naturale, a ben più forte ragione deve valere per la vita soprannaturale, che il neonato riceve col battesimo. Nella presente economia non vi è altro mezzo per comunicare questa vita al bambino, che non ha ancora l’uso della ragione. E tuttavia lo stato di grazia nel momento della morte è assolutamente necessario per la salvezza; senza di esso non è possibile di giungere alla felicità soprannaturale, alla visione beatifica di Dio. Un atto di amore può bastare all’adulto per conseguire la [propria, ndR] grazia santificante e supplire al difetto del battesimo: al non ancora nato o al neonato bambino questa via non è aperta. Se dunque si considera che la carità verso il prossimo impone di assisterlo in caso di necessità; che questo obbligo è tanto più grave ed urgente, quanto più grande è il bene da procurare o il male da evitare, e quanto meno il bisognoso è capace di aiutarsi e salvarsi da sè; allora è facile di comprendere la grande importanza di provvedere al battesimo di un bambino, privo di qualsiasi uso di ragione e che si trova in grave pericolo o dinanzi a morte sicura. Senza dubbio questo dovere lega in primo luogo i genitori; ma in casi di urgenza, quando non vi è tempo da perdere o non è possibile di chiamare un sacerdote, spetta a voi il sublime ufficio di conferire il battesimo. Non mancate dunque di prestare questo servigio caritatevole e di esercitare questo attivo apostolato della vostra professione. Possa essere per voi di conforto e d’incoraggiamento la parola di Gesù: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Matt. 5, 7). E quale misericordia più grande e più bella che di assicurare all’anima del bambino - tra la soglia della vita che ha appena varcata, e la soglia della morte che si accinge a passare - l’entrata nella gloriosa e beatificante eternità!».
Leggiamo un’opinione di sant’Alfonso:
«[…] Da ciò si vede che in quella innovazione, come scrive san Tommaso, non vi saranno più né animali né piante né altre materie miste, poiché tutto resterà distrutto dal fuoco. Gli animali e le piante sono stati creati da Dio per sostentare la vita presente dell'uomo; cessando dunque tal fine, debbono cessare insieme tai mezzi. Né osta il dire che le piante e gli animali compongono la perfezione di questo mondo; perché risponde il santo in altro luogo, che tal perfezione riguarda lo stato presente, ma non lo stato di allora molto migliorato: “Sunt de perfectione eius secundum statum istum, non autem secundum statum novitatis illius”. Qui si domanda se nel mondo innovato vi saranno abitatori sopra la terra? Il cardinal Gotti riferisce l'opinione di alcuni e specialmente di un certo autore nominato Siuri, il quale con altri tiene la sentenza, che sulla terra innovata abiteranno i bambini morti senza battesimo, ed ivi godranno degli elementi già purificati. Gotti non giudica quest'opinione abbastanza probabile quel che dice san Tommaso, che tutta la terra sarà vestita di chiarezza, in modo che la luce potrà penetrare nel luogo del Limbo, e così alquanto illuminarlo. Del resto, come abbiamo scritto di sopra nella dissertaz. 6. num. 36. et seq., san Tommaso tiene in più luoghi che tali bambini non patiranno alcuna pena, né di danno, né di senso, anzi godranno de' beni naturali» (cf. Dissertazioni teologiche-morali, DISSERTAZIONE VII. Dello stato del mondo dopo il giudizio universale).
San Tommaso in Summa Th, spl. 69, a. 6 afferma:
«Se il limbo dei bambini si identifichi con quello dei patriarchi. Sembra che il limbo dei bambini si identifichi con quello dei patriarchi. Infatti: 1. La pena deve essere proporzionata alla colpa. Ora, la colpa che teneva prigionieri i patriarchi e i bambini era la stessa, cioè la colpa originale. Quindi deve essere identico il luogo di pena per gli uni e per gli altri. 2. Sant’Agostino [Enchir. 93] afferma che "la pena dei bambini che muoiono col solo peccato originale è la più mite". Ora nessuna pena è più mite di quella subita dai patriarchi. Quindi è identico il luogo della loro pena. In contrario: Come per il peccato attuale c'è una pena temporale in purgatorio e una eterna nell'inferno, così per il peccato originale vi era una pena temporale nel Limbo dei patriarchi e ve n'è una eterna nel Limbo dei bambini. Come quindi non si identificano l'inferno e il purgatorio, così neppure il Limbo dei bambini e quello dei patriarchi. Quanto poi all'identità del luogo dell'inferno e del purgatorio, ne abbiamo già trattato in precedenza [In 4 Sent., d. 21, q. 1, a. 1, sol. 2]. Rispondo: Il Limbo dei patriarchi e quello dei bambini sono indubbiamente diversi quanto alla qualità del premio o della pena. Infatti i bambini sono privi di quella speranza della beatitudine che avevano i patriarchi, oltre che della luce della fede e della grazia. Ma l'ubicazione si ritiene probabilmente fosse la stessa: solo che il Limbo dei patriarchi era al disopra del Limbo dei bambini, come si è detto [a. 5] a proposito del Limbo e dell'inferno. Soluzione delle difficoltà: 1. I patriarchi e i bambini non hanno la stessa relazione col peccato originale. Nei patriarchi infatti la colpa originale era già stata espiata per ciò che contaminava la loro persona, pur rimanendo nella natura umana un impedimento non ancora perfettamente soddisfatto. Nei bambini invece c'è un duplice impedimento: personale e naturale. Per cui dovevano essere destinate dimore differenti ai bambini e ai patriarchi. 2. Sant’Agostino parla dei castighi dovuti in ragione della persona, tra i quali il più mite è quello del solo peccato originale. Ma c'è un castigo ancora più mite, ed è quello di coloro che sono impediti di possedere la gloria non per delle menomazioni personali, bensì per la sola menomazione della natura, riducendosi la pena alla sola dilazione della gloria».
Il noto Dizionario di Teologia Dommatica, Piolanti, Parente, Garofalo, Studium, 1952 alla voce Limbo dice:
«Latino limbus = lembo, orlo dell’abito): secondo la dottrina odierna della Chiesa è un luogo confinante con l’inferno, dove furono già i giusti morti in grazia di Dio prima del Cristianesimo, liberati poi da Gesù, e dove sono tuttora e rimarranno per sempre i bambini morti senza Battesimo, col solo peccato originale. La Sacra Scrittura parla del seno d’Abramo, come soggiorno di giusti (Lc. 16, 22), ma non di un luogo per i bambini morti senza Battesimo. La Tradizione comincia, specialmente presso i Padri greci, con l’affermare una distinzione tra gli adulti morti in peccato personale e i bambini morti col solo peccato originale, che non possono entrare nel cielo dei beati, ma neppure possono essere accomunati coi dannati dell’inferno. Sorta l’eresia di Pelagio, che negava la trasmissione del peccato originale e delle sue conseguenze, sant’Agostino per difendere la verità va tanto oltre da insegnare che anche i bambini morti senza Battesimo saranno sottoposti alla pena del fuoco, ma leggerissima, a causa del peccato originale. Questa opinione influì in seguito su alcuni Teologi, ma non impedì che continuasse l’altra opinione più giusta e più benigna, secondo la quale i bambini morti senza Battesimo soffriranno solo la privazione della visione beatifica. Questa sentenza fu difesa e sviluppata specialmente da san Tommaso e d’allora in poi prevalse nelle scuole. Essa si riscontra in una lettera d'Innocenzo III all’Arciv. di Arles e nella Costituzione “Auctorem fidei” con cui Pio VI condannò il Sinodo di Pistoia (Denz DB, 1526). I bambini del Limbo non godranno della visione di Dio né per questo saranno infelici perché la visione beatifica è bene soprannaturale, di cui essi non hanno coscienza. Alcuni Teologi (Billot) pensano che nel Limbo saranno accolti non solo i bambini e gli adulti anormali, che non ebbero l’uso della ragione, ma anche certe categorie di uomini di basso grado di civiltà, che possono paragonarsi ai bambini per Io scarso sviluppo della coscienza morale. In questi ultimi tempi una strana opinione è invalsa nella teologia dei Protestanti e degli Ortodossi (Scismatici), i quali, abusando di qualche espressione evangelica (Mt. 12, 32; 1 Petr., 3, 18; 4, 6), sostengono che tutti i pagani sono evangelizzati nel Limbo dopo la morte e messi nella possibilità di convertirsi e di salvarsi. Criticamente l’opinione non si regge».
La prestigiosa Enciclopedia Cattolica, Vaticano, 1951, vol. VII, col. 1354, alla voce Limbo così comincia:
«[...] è il luogo e lo stato delle anime che non avendo meritato l’inferno non potevano, prima della redenzione, entrare nel cielo (Limbo dei ss. Padri), o ne sono escluse eternamente per il peccato originale non cancellato […]».
[DICHIARAZIONE di fede] Il Catechismo maggiore di san Pio X al numero 100:
«I bambini morti senza Battesimo dove vanno? I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’inferno e il Purgatorio».
Questa evidente dichiarazione in materia di fede, dalla quale si evince chiaramente la volontà del Pontefice, può essere negata solo colpevolmente o per dura ignoranza (a questo punto colpevole). Vero è che non cita la Rivelazione, tuttavia si desume indirettamente la necessità del Limbo da altri dogmi.
Commenta l’articolo di fede (N° 100) padre Dragone nel suo Commento al Catechismo di san Pio X, 1963, rist. anastatica presso Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 2009, pag. 153 ss.:
«I. I bambini morti senza Battesimo hanno il peccato originale, e quello solo. - Tutti gli uomini, eccetto Maria Santissima, sono nati, nascono e nasceranno col peccato originale (nn. 69-75), che è cancellato soltanto mediante il Battesimo (n. 295) di acqua o di sangue oppure di desiderio. Ma i bambini che muoiono prima dell’uso di ragione senza il Battesimo di acqua, non sono capaci di ricevere quello di desiderio e se non ricevono quello di sangue col martirio passano all’altra vita col peccato originale, privi della grazia di Dio e del diritto al Paradiso. D’altra parte, non avendo ancora l’uso di ragione, non commisero alcun peccato attuale, né mortale né veniale, per il quale si richiede l’avvertenza della mente e il consenso della volontà, di cui essi sono incapaci. Essi quindi al momento della morte hanno soltanto il peccato originale. II. ... non meritano il Paradiso. - Il paradiso è premio soprannaturale, che può essere meritato soltanto da quelli che hanno la vita soprannaturale della grazia santificante, di cui sono privi i bambini non battezzati, che perciò non meritano il Paradiso e non possono esservi ammessi. III. ... ma neppure all’inferno. - Il peccato merita l’inferno in quanto è personale, attuale e imputabile a chi lo commette. Ma il peccato originale fu volontario solo in Adamo, mentre in tutti gli altri uomini e quindi anche nei bambini, consiste solo nella privazione della grazia che dovrebbero avere ma che non hanno per colpa di Adamo. Perciò i bambini morti con il solo peccato originale non meritano l’inferno, dove sono punite solo le colpe personali o attuali. IV. ... né il Purgatorio. - Il purgatorio è la punizione dovuta ai peccati personali leggeri, perdonati o no, e a quelli gravi perdonati. In Purgatorio si scontano soltanto peccati personali e attuali. Perciò non può essere inflitto ai bambini che hanno soltanto il peccato originale. V. ... ma vanno al Limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono. - I bambini morti senza battesimo e prima dell’uso di ragione non possono essere né premiati con la visione intuitiva e con la felicità del Paradiso, né puniti con le pene dell’Inferno. Perciò sono destinati al Limbo, dove non hanno né esigenze né gioie soprannaturali, ma godono tutta quella felicità naturale di cui è capace la natura umana. Conoscono e amano Dio secondo le facoltà naturali, e godono perché partecipano in larga misura della divina bontà nelle perfezioni naturali (san Tommaso, In 2 Seni., d. 33, q. 2. a. 2). Riflessione. I genitori hanno l’obbligo gravissimo di far amministrare al più presto il Battesimo ai loro neonati, per assicurare loro la felicità soprannaturale del Paradiso, nel caso dovessero morire. Esempio. - Il pio Delfino (principe ereditario) di Francia, padre di Luigi XVI e figlio di Luigi XV, faceva amministrare il battesimo privato ai suoi figli appena nati. In seguito li faceva portare in chiesa per le cerimonie del battesimo solenne. Un giorno si fece portare il registro parrocchiale dei battesimi e lo aperse davanti ai suoi figlioletti. Accanto al nome dei principini figuravano nomi di persone sconosciute e di umili condizioni. “Ecco, disse il Delfino, il libro dei figli di Dio; vedete, figli miei: agli occhi di Dio tutti gli uomini sono uguali, e non vi è distinzione oltre quella che ci danno la fede e la virtù. Davanti al mondo voi sarete più grandi di costoro; ma se questi sconosciuti saranno più virtuosi di voi, davanti a Dio saranno più grandi di voi!”».
Secondo alcuni, tirando in ballo sentimentalismi puerili, la madre che dovesse abortire, colpevolmente o spontaneamente poco importa, se dovesse pentirsi o addolorarsi, potrebbe ottenere il Paradiso per l’anima del figlioletto, desiderando il suo battesimo. Ma abbiamo già visto che è dogma che la condizione dell’anima, in questo caso, non cambia (solo per le anime del Purgatorio c'è il passaggio al Paradiso, quando opportuno); che i sacramenti sono per i vivi e non per i morti; che la teologia non ammette il desiderio del sacramento (del battesimo) per interposta persona. Questa credenza insulsa potrebbe inoltre incentivare gli aborti nella speranza che, comunque, l’anima del figlioletto possa ottenere, per una o più ragioni, il Paradiso.
[CONCLUSIONE] Per utilizzare, davvero con piena opportunità e senza alcun abuso, le parole tratte dalla sentenza di Papa Pio VI: sostenere ancora oggi, nel 2016, che il Limbo sia solamente una “ipotesi teologica”, ovverosia rigettare, dietro sofismi od apertamente, «come favola pelagiana quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di Limbo dei bambini) nel quale le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale sono punite con la pena della privazione senza la pena del fuoco» è davvero «falso, temerario, offensivo per le scuole cattoliche».
Le moderne “teorie” sull’inesistenza del Limbo o sulla salvezza (Paradiso) mediante altre vie a noi ignote, anche se provenienti da fonti altolocate, ma chiaramente contro la sentenza degli Atti (XX, 27) Non enim subterfugi, quominus annuntiarem omne consilium Dei vobis - Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio (citata con un lieve accomodamento), si dimostrano «false, temerarie, offensive per le scuole cattoliche».
A cura di CdP
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La cronaca si occupa — e non potrebbe fare diversamente — dei fatti clamorosi, eccezionali e pubblici. Ma chi mai potrà calcolare il male che il cinema accumula silenziosamente nel segreto delle anime giovanili? Chi potrà enumerare le eccitazioni malsane, i sogni fantastici, l’esaltazione morbosa, i desideri cattivi, le idee guaste, gli scontenti ridestati, le passioni solleticate dal cinematografo?... Quanti giovani hanno perduto in una serata l’innocenza della vita, il sorriso della giovinezza, l’ardore sacro verso i grandi ideali!... Misteri segreti delle anime che Dio solo sa. « Sono tanto infelice!... Sono caduto nel fango, non posso più rialzarmi... Il cinema mi ha rovinato!... ». È un giovane che scrive. «Sono tanto infelice!...». A 15 anni, quando canta la primavera della vita! Leggi. È l’ultima lettera di un giovane a sua madre. «Sono stanco di vivere, la vita non ha alcuna attrattiva per me. Perdonami, mamma... Oh, se non mi avessi mai permesso di andare al cinema!». Si sparò un colpo di rivoltella alla tempia. Aveva 18 anni. Ma tutti questi fatti sono fatti isolati, o purtroppo rappresentano una situazione generale e dolorosamente tragica? Una spaventosa epidemia.
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Titolo originale: «Piccolo Manuale dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento in suffragio delle Anime sante del Purgatorio eretta nel Sacro Speco di S. Benedetto in Subiaco», Quarta Edizione, Con approvazione ecclesiastica, Tipografia dei Monasteri, Subiaco, 1923.
«Al divoto lettore. Questo librettino è diretto a porgere una idea generale o sommaria dell’Arciconfraternita Benedettina dell’Adorazione perpetua del SS.mo Sacramento in suffragio delle anime sante del Purgatorio, della quale la Primaria Aggregazione per l’Italia ha sede nel Santuario del “Sacro Speco” di S. Benedetto in Subiaco, erettavi canonicamente con Decreto in data 22 Maggio 1911. Chi desidera più ampie notizie all’uopo è bene si provveda, potendo, del Manuale grande intitolato “Tabernacolo e Purgatorio” il quale è diretto a fomentare maggiormente la pietà nel cuore degli ascritti, libro prezioso ed utilissimo sotto ogni riguardo. Intanto anche da questo libriccino, indispensabile ai membri dell’Arciconfraternita “Tabernacolo e Purgatorio” sarà per derivare un gran bene a vantaggio spirituale». U.I.O.G.D., Subiaco, S. Speco di S. Benedetto, Festa di S. Scolastica, 10 Febbraio 1923, IL DIRETTORE.
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Nella Chiesa Cattolica, oltre agli Ordini Religiosi propriamente detti approvati dalla Sede Apostolica, sorsero in diversi tempi altre Congregazioni di fedeli aggregati agli Ordini medesimi che furono chiamati Terziari ed Oblati. Terziari o del Terzo Ordine, si dissero quelli che ebbero una medesima regola, ed una stessa forma di vita in proporzione di due altri instituiti prima, come sono i Terziari Francescani, Domenicani ed altri.
Questi Terzi Ordini non furono in origine veri Ordini Religiosi, ma bensì tante associazioni di persone secolari, anche maritate, le quali si conformavano, per quanto il loro stato lo permetteva, al fine, allo spirito, alla regola di un Ordine religioso che le associava e dirigeva. Vi sono però dei Terzi Ordini obbligati con voti solenni, i quali sono veramente religiosi, come il terz’Ordine dei penitenti di San Francesco e quello delle Religiose di San Domenico. Bisogna quindi distinguere due specie di terz’Ordini: gli uni che sono religiosi, gli altri che non lo sono. Quelli che non sono religiosi non lasciano però di essere veri Ordini, cioè Associazioni e Congregazioni di persone, legate tra loro da una determinata maniera di vivere e da certe regole e cerimonie praticate da coloro che vi si impegnano ed approvate dai Sommi Pontefici. Il più antico di questi terz’ Ordini sembra quello dei Premostratensi che ebbe origine vivente ancora San Norberto fondatore dell Ordine, il quale morì nell’anno 1134.
Oblati diconsi quelle persone di ambedue i sessi, che senza emettere voti od obbligarsi a clausura, danno il loro nome ad un Ordine Religioso, portano indosso un segno distintivo dell Ordine stesso, e praticano alcuni determinati speciali esercizi di pietà sotto la direzione di un Padre Spirituale loro deputato. Assumono il nome di Oblati da una specie di Oblazione od offerta che fanno di se stessi a Dio invece della professione dei voti religiosi. Vi sono Oblati di Maria, di San Filippo, le Oblate di Santa Francesca Romana, ed altri.
L’Ordine Monastico fondato dal Patriarca San Benedetto nei primordi del secolo VI non ammette Terziarii; ammette però gli Oblati, e la consuetudine di ricevere Oblati nei Monasteri dell’Ordine è antichissima. C’è chi la fa rimontare ai tempi di San Gregorio Magno, cioè al principio del secolo VII: checchessia di tale opinione, noi possiamo con certezza affermare che si trova memoria di essi in vari documenti autentici dei Regesti di Farfa e di Subiaco fin dalla metà del secolo VIII. Nell’anno 763 un tale Anderisio di Rieti offre al monastero di Farfa il suo figlio Auneperto ed alcune porzioni di beni a lui spettanti: nel 764 Isemondo pure di Rieti offre il suo figlio Aunelasio: nel 775 Aimone di Viterbo e suo figlio Pietro chierico offrono se stessi e le loro sostanze al Monastero: nel 778 Bassello offre i suoi figli Cuneperto ed Arichi: Ansa vedova offre se stessa e la figlia Teodoria ecc. ecc. Pertanto. non si può mettere in dubbio l’antichità venerabile dell’istituzione degli Oblati nell’Ordine di San Benedetto.
Gli Oblati Benedettini appartengono ad un determinato monastero, e vengono accettati all’Oblazione esclusivamente dal Superiore o dalla Comunità alla quale eleggono di essere aggregati. Questi Oblati sono di due Categorie: esterni ed interni. Esterni diconsi quelli che fatta la loro Oblazione continuano a vivere nel secolo in abito secolare, secondo gli obblighi del proprio stato: possono essere Laici, Chierici e Sacerdoti secolari anche costituiti in dignità ecclesiastica; non però Religiosi mendicanti o possidenti, come è chiaro, giacché non è compatibile in uno stesso individuo l’essere insieme Benedettino e Francescano, e neppure Terziari, come fu dichiarato dalla Sacra Congregazione. Gli Oblati interni sono quelli che, ammessi alla Oblazione, vivono nel Monastero al quale si aggregarono, vestono l’abito monastico e, facendo parte della famiglia monastica, diventano famigliari e commensali dei Monaci. Non legandosi con voti possono partirsi dal monastero e diventare Oblati esterni: possono anche essere cacciati per mali diportamenti. Prosegue nel pdf …
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Non esagerò per nulla chi disse che, chi comincia è appena scolaro di chi finisce. Il presente Manuale è una delle tante prove di questa asserzione. Non ebbi appena il vantaggio di essere elevato al Sacerdozio, che, per zelare alla meglio la santificazione delle anime, concepii il disegno di un libro il quale potesse servire da solo, agli svariatissimi desideri elle anime devote, che perciò spesso trovavansi nella necessità di provvedersi di molti libri per utilizzarne non più che una piccola parte. Mi accinsi all’impresa, e dopo alcuni anni di applicazione, pubblicai la mia operetta col titolo, che sempre credetti il più appropriato, di Manuale di Filotea. A giudicare dall’accoglimento che le fece il pubblico si sarebbe detto un’opera così compita da non lasciar più nulla a desiderare. Io però non tardai ad accorgermi che rimaneva un gran vuoto da riempire, così per la mancanza di varie cose ch’io reputavo indispensabili come per piccola parte d’altre che, essendo tratte di pianta dai libri ascetici già conosciuti, toglievano al mio manuale quella uguaglianza perfetta di colorito e di impasto che forma il bello di un quadro mostrandolo tutto d’un sol pennello. Pensai dunque a rimediarvi nelle successive edizioni; e non contento di improntarne ogni parte d’una ben intesa originalità, tanto a poco a poco vi aggiunsi di nuove preghiere ed istruzioni, da duplicare abbondantemente la materia del primo volume, e da mettere chicchessia in necessità di conchiudere che il Manuale della prima edizione non era che un embrione di quello che doveva essere, venuto che fosse alla sua maturità. Questo Manuale contiene in poco più di mille pagine la materia di ben duemila, e quindi non si poteva usare un carattere meno minuto senza renderlo sformato. Dividerlo in più volumi avrebbe nuociuto alla devozione che ama aver presenti i più svariati mezzi di preghiera. C’è, è vero, abbondanza di cantici popolari e di componimenti poetici. Ma, oltreché la poesia è, per sé stessa, eminentemente atta a nobilitare le idee le più comuni, a facilitarne le più astruse, e ad imprimerle profondamente nella memoria; non troviamo noi nelle tradizioni più sacre ed antiche l’uso della poesia come uno dei più adatti per sollevare la mente a Dio! Ecco perché la Chiesa, fino da’ suoi primordi, invitò i fedeli a cantare inni a Cristo, loro Redentore; come ci assicura Plinio nella sua famosa lettera all’imperatore Traiano. Ecco perché i SS. Padri, e principalmente S. Ambrogio, composero molti devotissimi inni che si cantano tuttodì nei tempi con gran profitto dei pii e decoro delle sacre funzioni. S. Paolo raccomandava a quei di Efeso che fossero ripieni di Spirito Santo, parlando tra di loro con salmi ed inni e canzoni spirituali, cantando e salmeggiando nei loro cuori al Signore. Dopo sì ingenue dichiarazioni, non mi resta che di conchiudere che, malgrado i molti miei sforzi per improntare tutte le parti di questo Manuale di una edificante originalità e darvi, come suol dirsi, l’ultima mano allo scopo di fomentare, accrescere, e propagare nella maggior estensione possibile il fuoco santificatore della devozione cristiana, devo nulladimeno confessare per la pura verità, che, se in tutte le opere umane la perfezione è una montagna misteriosa di cui a nessun mortale è concesso di toccare la cima, io conosco e protesto per primo di esserne più di ogni altro lontano. (Sac. Giuseppe Riva - Penitenziere della Metropolitana di Milano)
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Spesso si parla della Massoneria, ma con idee poco chiare. Chi la crede una cosa ormai sorpassata; chi la stima null’altro che un’associazione di mutua assistenza, contro la quale — dicono — non si vede più per qual motivo la Chiesa debba ancora infierire nientemeno che con la scomunica. Altri, al solo nominarla, rievocano la memoria di riti strani e misteriosi, talvolta osceni, di evocazioni diaboliche, di assassini politici e così via. Volentieri, perciò, ci prestiamo ad aggiornare, benché sommariamente, i nostri lettori, pur convenendo, però, che non è affatto cosa facile dare in poche battute un’idea più o meno adeguata di una realtà molto complessa. Raccogliendo alcuni elementi principali, che verremo man mano spiegando, si potrebbe dire che la Massoneria è una società segreta, la quale, formando i suoi iscritti secondo un proprio metodo, detto iniziazione, si sforza di imbeverli profondamente delle proprie massime, affinché, a loro volta, essi si adoperino a farle trionfare nella società. (L’Autore)
Nota di Sursum Corda. Provoca sgomento e tristezza constatare come il P. Caprile S.J., l'Autore di questo libretto ben fatto sebbene a tratti poco incisivo, sia, dopo il funesto Vaticano Secondo, diventato uno degli artefici del cosiddetto dialogo fra Chiesa e Massoneria. In verità dobbiamo dire: dialogo fra i modernisti che occupano la Chiesa dall'interno (cfr. Pascendi, San Pio X) e la Massoneria. Ci basti, in questa sede, ricordare il famoso incontro di Ariccia dell'11 aprile 1969, in stile carbonaro, fra il P. Caprile S.J., il gran maestro Gamberini, il suo aggiunto Roberto Ascarelli, lo storico Augusto Comba, il salesiano Vincenzo Miano ed il paolino Rosario Esposito. Dai racconti del P. Esposito: «Per la cena (presso il Convento del Divin Maestro, ndr) a capotavola c'era il Gamberini, che intonò il Padre nostro, poi, stando tutti ancora in piedi, prese un pane, lo spezzò e lo offrì al padre Caprile dicendo: Il massone spezza il pane col gesuita. Tutti ci scambiammo il medesimo rito, condividendo una gioiosa fraternità».
Commenta Sandro Magister in un suo vecchio articolo del 1999 pubblicato su L'Espresso: «Gli alfieri del dialogo si ammantavano dell'autorità di papa Giovanni XXIII, che da nunzio a Parigi aveva benedetto in segreto la doppia appartenenza alla massoneria e al cattolicissimo Ordine di Malta di un barone suo amico, Yves Marsaudon. Poi c'era stato il Concilio Vaticano II, con la richiesta esplicita, sostenuta in aula dall'ultraprogressista vescovo di Cuernavaca, Sergio Mendez Arceo, di revocare la scomunica ai massoni. E poi erano cominciate le strette di mano pubbliche tra capi della massoneria e cardinaloni di peso: gli americani Richard Cushing, Terence Cooke, John Cody e John Joseph Krol, l'austriaco Franz König, l'olandese Bernard Alfrink, i francesi Maurice Feltin, Francois Marty e Roger Etchegaray, il cileno Raúl Silva Henriquez, i brasiliani Aloisio Lorscheider e Paulo Evaristo Arns, insomma quasi tutti i capifila dell'ala progressista conciliare. In Italia, agli incontri successivi a quello di Ariccia parteciparono i vescovi Dante Bernini, di Albano, e Alberto Ablondi, di Livorno. In Vaticano, a tirare le fila era il cardinale prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il croato Franjo Seper. Dall'alto, Paolo VI tutto sapeva e benediceva».
A partire dalla pagina 20 del libretto, dove l'Autore espone sinteticamente i Principii dottrinali della Massoneria, sarà facile ad ogni persona ragionevole rilevare la comunanza di idee, di metodo e di finalità fra la Loggia massonica (qui il progetto di infiltrazione nella Chiesa: Istruzione dell'Alta Vendita Suprema) ed il pensiero ecumenico del Vaticano Secondo e di chi ne trasmette la disastrosa sintesi delle eresie.
È proprio vero che la fede è sì un dono di Dio, ma ogni uomo, soprattutto il più colto e consapevole (cf. S. Luca, XII, 48), deve dare il massimo per conservarla: Basta una piccola breccia per far crollare, più o meno velocemente, tutto l'edificio; e quanto più grande è questo edificio, tanto maggiori saranno il tonfo, lo scandalo, le conseguenze sociali e le pene dell'Inferno. Preghiamo Iddio di conservarci sempre a Lui fedeli, ovvero rigorosamente osservanti ... devotamente oranti ... intransigenti ... integrali ... antimodernisti ... Cattolici!
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A cura di CdP.
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La «medicina cattolica» - come la buddista, la mussulmana o l’ebrea rispetto ai loro codici religiosi - è quella scienza che considera la medicina in rapporto ai dogmi, alla morale e alla legislazione della Chiesa Cattolica. Questi rapporti sono così stretti e obbligati, che preoccupano tanto i cattolici che gli acattolici. Voler occuparsi di medicina senza interessarsi di metafisica è così impossibile, come fare della chimica senza preoccuparsi della fisica. Per studiare alcuni problemi di chimica o di medicina si può, è vero, arbitrariamente e per comodità di studio, fare astrazione sia dalla fisica e sia dalla metafisica; ma presto viene il momento in cui è impossibile lo studio senza ricorrere alla scienza complementare.
Un tempo qualche chimico poté credere che i fenomeni chimici e i fenomeni fisici fossero di ordine diverso, e che potessero venir considerati separatamente, ma questa è una credenza ormai sorpassata. Ugualmente è per la medicina e la metafisica; è una illusione volerle separare. La medicina atea non può essere uguale alla medicina cattolica; l’accettare o negare l’esistenza dell’anima, l’esistenza di esseri soprannaturali che possono agire spiritualmente o materialmente su noi, muta la morfologia, la fisiologia, la patologia, la terapeutica, la deontologia.
In quest’opera verranno riportate più di un centinaio di Tesi e di opere didattiche usate nelle Facoltà cattoliche di medicina e centinaia di studi e di articoli pubblicati da medici cattolici sulle questioni medico-religiose. Il «Bollettino della Società medica di San Luca», nei suoi quarantanni di esistenza, contiene innumerevoli studi che riguardano questo soggetto; inoltre è assai raro sfogliare una qualunque collezione di giornali di medicina, senza incontrarvi degli articoli medico-religiosi. Fino da oggi non esisteva un’opera che desse nel suo assieme una sintesi delle questioni medico-religiose. Questa deficienza aveva una grave ripercussione sulle opere pubblicate. Certi argomenti venivano trattati con frequenza e con profondità di studio, altri invece erano completamente trascurati. Gli scrittori erano generalmente sconosciuti gli uni agli altri; e si avevano pertanto delle ripetizioni, degli errori e delle insufficienze di documentazione, cose queste che diminuivano di molto il valore delle opere, che sotto altri rapporti erano sempre molto coscienziose e degne di nota.
Da un altro lato, se i teologi si preoccupavano molto di biologia e di medicina, al punto perfino di diminuire talvolta il soprannaturale (ciò che caratterizza l'errore del modernismo) i medici avevano spesso una tendenza a discutere le questioni medico-religiose, senza la necessaria documentazione filosofica e teologica. Infine prima della guerra, la aconfessionalità dell'insegnamento ufficiale era spesso inteso nel modo seguente: era permesso cioè esporre qualsiasi teoria che negasse il soprannaturale, poiché tutti i fenomeni erano ritenuti materiali, senza alcun carattere metafisico; e non era permesso enunciare qualsiasi teoria che ammettesse il soprannaturale poiché questa aveva un carattere religioso. Di modo che le Facoltà accettavano la tesi che interpretava le guarigioni di Lourdes in modo materialista e rifiutavano quella che conteneva, come diceva un membro della commissione: «un lato sentimentale, che, benché non fosse espresso, risaltava però dall’insieme della lettura».
La guerra però diede a tutto ciò un contraccolpo, quello di maturare e di allargare gli spiriti suscettibili di esserlo, e molti capirono che la scienza consiste nello studiare i fatti e nel ricercarne le cause, qualunque possano essere. Un chimico non si ferma dinanzi ad un fenomeno chimico quando si accorge che questo è dovuto o che è causa di un fatto fisico; ugualmente un biologo non si ferma dinanzi ad un fenomeno biologico, col pretesto che dipende da una causa metafisica, soprannaturale o spirituale, o che sfocia a conseguenze di questo ordine.
Sappiamo che la scienza non si suddivide in zone chiuse, ma vaste comunicazioni devono regnare in tutti i suoi domini e specialmente nella biologia. Il nostro «Compendio» è permeato da questo concetto e cerca riparare, in certa misura, i difetti che abbiamo constatato. Inoltre dà uno sguardo generale alle questioni medico-religiose; fornisce le nozioni elementari che è indispensabile aver presente allo spirito quando si iniziano questi studi; finalmente, per mezzo delle nozioni esposte e della ricca bibliografia, apporta documentazioni e spinge gli studiosi a lavori di maggior importanza.
In questo libro non si troveranno sviluppati esaurientemente tutti gli argomenti, a questo fine sarebbe necessario un vero trattato, e neppure saranno studiate specificamente le questioni teologiche o mediche che si trovano nelle opere proprie alle due scienze; non saranno oggetto di studio le discussioni, peraltro interessanti, ma che non possono essere trattate in un sunto conciso come deve essere un Compendio; per ultimo ci siamo astenuti dall’esporre teorie o argomentazioni personali. Abbiamo esposto le questioni medico-religiose come furono risolte dagli autori competenti in teologia e in medicina, in conformità colle dottrine della Chiesa cattolica.
Dobbiamo far notare che la bibliografia, dovendo essere pienamente documentaria, contiene l'enumerazione di opere cattoliche e non cattoliche. Deve dunque venir consultata con prudenza, e le asserzioni degli autori devono venir confrontate con la dottrina cattolica e le direttive della Chiesa... Dobbiamo ancora confessare che, iniziando questo lavoro, avevamo qualche incertezza circa alcuni punti: ci pareva che le idee fondamentali religiose avessero difficoltà ad accordarsi con quelle biologiche. Questa inquietudine derivava dalla nostra ignoranza; lo studio accurato che dovemmo fare per ogni capitolo della nostra opera ci dimostrò sempre un’armonia perfetta fra la scienza medica e la scienza religiosa. Pertanto, per la nostra convinzione profonda ed assoluta, basata sulla riconosciuta ed approvata solidità dell insegnamento della Chiesa nel dominio delle scienze naturali, noi dichiariamo di ripudiare formalmente qualsiasi cosa da noi esposta, che non fosse conforme alla dottrina della Chiesa, dando la nostra adesione piena e completa alla dottrina Cattolica.
Besancon, 18 ottobre 1935. Dott. Enrico BON
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Memorie per la storia del giacobinismo (in francese Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme) è un saggio politico scritto dal gesuita francese Augustin Barruel. Fu pubblicato in francese tra il 1797 e il 1798, tradotto in inglese l'anno seguente. Il Barruel dimostra che la Rivoluzione francese è il risultato di una cospirazione deliberata, un vero e proprio complotto volto a rovesciare il Trono, l'Altare e la Società cristiana. Menti del complotto furono i Philosophes ed i massoni. Il sistema creato dalla massoneria è stato in seguito ereditato dai giacobini, che lo hanno portato alle estreme conseguenze. Le Mémoires pour servir à l'histoire du Jacobinisme dimostrano che la Rivoluzione fu il culmine di una lunga storia di sovversione. Il Barruel fu il primo a fornire una ricostruzione storica pienamente sviluppata, corredata da un apparato di prove senza precedenti.
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Dalla Sacrestia all’Altare. Prima di partire dalla sacrestia fai col Sacerdote un profondo inchino all’immagine, e vai innanzi con gli occhi dimessi, con passo né troppo frettoloso né troppo tardo. All’uscita, suona il campanello e poi offri, con la mano destra, l’acqua benedetta al Celebrante e tu stesso ti fai il segno della Croce. Precedi poi il Sacerdote di tre o quattro passi. Dovendo passare davanti all’altare maggiore (vi sia o no il SS. Sacramento), oppure davanti ad altare, sul quale sia esposta la Reliquia della S. Croce, volta la faccia verso l’altare e genufletti con un solo ginocchio assieme al Celebrante. Dovendo passare davanti ad un altare dove sia esposto il SS. Sacramento, genufletti con ambe le ginocchia e inchinati, e similmente dove si dispensa la S. Comunione. Nel caso che vi si faccia l’Elevazione, stai genuflesso sino a tanto che sia terminata. Metti grande impegno nell’apprendere bene le parole e pronuncia distintamente con devozione; esegui con esattezza tutte le cerimonie onde meritarti le celesti benedizioni.
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Per inviare una donazione Cliccare qui. «Chi è il vero ricco?, domanda il venerabile Beda, e risponde: è colui che non desidera nulla; chi è il vero povero?, l'avaro. Infatti colui che desidera ricchezze, mostra di non averne abbastanza e perciò è povero. L'avaro manca di tutto, replica san Gerolamo, tanto di quello che ha, come di quello che non ha» (Cornelio Alapide).
















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Dal Palazzo Arcivescovile di Salerno. «Abbiamo dovuto constatare spesso una vera ignoranza di elementari principii circa il culto dovuto a Dio e ai Suoi Santi, la Santa Messa, la pratica dei Sacramenti, vene inesauribili di oro spirituale per le anime nostre. E così è che vien fatto di vedere in certe chiese il Tabernacolo Eucaristico deserto di ornamenti e di luce, e le statue dei Santi illuminate con sfarzo, ricche di ornamenti, spesso, perfino grotteschi! E mentre il fedele passa qualche volta innanzi al Santissimo, senza nemmeno inchinare la fronte, si prostra in doppia genuflessione dinanzi all’immagine del Protettore!... Molto c’è da correggere nelle manifestazioni del Culto; come urge moderare certe feste che oggi, per mancanza di disciplina, riescono poco edificanti. Che se dal campo della fede passiamo a quello della morale, come già di sopra abbiamo accennato, quella mancanza di coscienza che deve regolare le nostre azioni, informandole alla giustizia distributiva, e quanti altri mali lamentiamo nell’individuo e nella famiglia, non devono essi pure attribuirsi, per la massima parte, alla mancanza di cognizione della Legge di Dio e dei precetti della Chiesa? Contro tale deplorata deficienza giova ricordare che il culto e l’atto che esprime la nostra fede. Questa fede è venuta da chi ebbe la missione di predicarla “Fides ex auditu”. L’espressione, dunque, di nostra fede dobbiamo impararla da chi ne è il banditore. La stessa ragione, pertanto, è di credere e di operare, di guisachè per piacere veramente ai Santi ed ottenerne l’intercessione, bisogna strettamente attenersi al culto quale e dalla Chiesa prescritto; né è lecito ai semplici fedeli intromettersi in ciò che loro non compete. La stessa legislazione civile riconosce esclusivamente alla Chiesa il diritto di disciplinare il culto e le feste religiose. Dobbiamo noi enumerare tutti gli abusi che abbiamo constatato al riguardo delle feste religiose?... Sorgono comitati autonomi, non sempre composti degli elementi migliori del paese; formano a talento il programma, v’includono ancora la scelta del predicatore, e poi ne pretendono dal parroco o dal clero l’osservanza. Se si osa affacciare eccezione, sentite rispondere: “I preti” (e qualche volta anche “il Vescovo”) “fanno perdere la fede!!”. Si può dare ignoranza più crassa? Si può tollerare che l’incompetenza di pochi profani le feste religiose e, conseguentemente, impedisca tutte quelle grazie che il Signore è disposto a concedere per l’intercessione dei Santi Patroni nei giorni delle loro solennità ? Può più a lungo durare un simile stato di cose, quando i fedeli hanno il diritto di celebrare santamente tali feste, dando la dovuta importanza a ciò che è veramente religioso e non già all’accessorio, che — rimanendo nei propri limiti — va pure incoraggiato? Le sacre funzioni passano spesso in seconda linea mentre per i festeggiamenti esterni si sperpera inutilmente tanto danaro, senza tener conto che le chiese reclamano dei restauri, che tanti poveri hanno bisogno d’ essere soccorsi». Questo tratto altamente paterno l’abbiamo accolto dalla Pastorale di Mons. Carlo Gregorio M. Grasso, Arcivescovo Primate di Salerno, scritta per la Quaresima del 1923. Esso illumina lo scopo del nostro opuscoletto. Esso v’ incoraggi, o lettori, a seguirci con cortese attenzione. Prosegue nel PDF ...
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Negli Atti ufficiali, che espongono le ragioni che hanno indotto la Chiesa a decretare a Sant’Alfonso il titolo di Dottore, il Santo è descritto come una «stella luminosa risplendente nel firmamento della Chiesa» e come una delle più eccellenti guide del tempo moderno, per mezzo della quale il popolo cristiano dalla soggezione al potere delle tenebre è stato portato alla luce e al regno di Dio. E nella Lettera Apostolica di Pio IX Qui Ecclesiae suae del 7 luglio 1871 è detto che Sant’Alfonso tutam stravit viam per quam animarum moderatores inoffenso pede incedere possent: tracciò una via sicura, che i direttori di spirito potranno percorrere senza pericolo di errori. L’alta e indiscutibile autorità della Chiesa, congiunta con lo straordinario successo che godettero e godono le opere ascetiche di Sant’Alfonso, mi ha persuaso a pubblicare queste due operette spirituali del Santo Dottore — due vere gemme preziose — che mi paiono contenere in poche parole il motivo più saliente della dottrina del Santo intorno alla perfezione cristiana. L’uniformità al volere di Dio è, secondo Sant’Alfonso, la chiave della perfezione cristiana. Essa costituisce la linea direttiva, semplice, luminosa, di un’evidenza trasparente, per ognuno che voglia salire alle vette. Questa uniformità della nostra volontà con quella di Dio deve avvenire però per un movimento d’amore, sostenuto, continuato e nutrito con la pratica d’una conversazione amichevole e familiare con Dio. Ecco il disegno fondamentale delle due operette che si completano a vicenda. Sant’Alfonso è uno di quegli uomini che nel campo della perfezione «sanno dire tutto quello che importa». E in questi due lavorucci ascetici il Doctor salutis ha raccolto davvero gli elementi essenziali della perfezione. Nell'Anno della Redenzione MCMXXXIII. Don E. B.
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Le but de ce livre n’est pas de remplacer le catéchisme diocésain, mais bien de préparer les petits à le cornarendre plus facilement dans la suite. Il s’adresse, en effet, aux enfants de six à neuf ans et il leur donne, sous une forme agréable, et en ne demandant qu’un très petit effort de mémoire, l’essetitiel de la doctrine. C’est une première initiation chrétienne. Ce minimum de connaissances religieuses permettra d’admettre les petits à la Communion, et c’est la seconde raison d’être de notre petit catéchisme. Dans cette nouvelle édition nous donnons, à la demande de nombreux catéchistes, les réponses du catéchisme des diocèses de France, qui se rapportent aux chapitres traités. Elles sont classées à la fin de ce «Petit Catéehisme». Les enfants pourront donc apprendre soit les réponses enfantines groupées sous le titre de «L eçon », soit les réponses du catéchisme national.
Chanoine Quinet
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Lo spirito della Chiesa è materno. Sono suoi figli tutti i redenti col sangue di Cristo, ma i poveri e i piccoli sono la pupilla dei suoi occhi. Ha sempre fatto così nella storia. Li tratta come prìncipi perchè sono figli di Dio. I tuoi interessi le stanno sommamente a cuore: essa vede l’oro che hai nelle mani. E ti indica gli eterni forzieri del Cielo ove puoi sicuramente riporlo. Lo potrai godere poi per tutta l’eternità. Ricordati: con la Grazia di Dio nell’anima e la tua sofferenza quotidiana, hai tanto oro nelle mani: usalo bene. Spendilo nell’officina dove lavori. Compera con la tua onestà, con il tuo bell’ottimismo la fiducia dei compagni. Solleva il loro spirito. Indica anche a loro la via da tenere. Il cammino della vita sarà anche a te stesso più facile e piacevole in loro compagnia. E l’oro nelle tue benedette mani crescerà a dismisura, poiché in esse scenderà la mercede dell’apostolo che ti sei meritata con il tuo buon esempio, con la predica senza parole, con l’impegno a percorrere giocondamente la strada dei Comandamenti di Dio. Vedi che la corsa all’abisso può essere arrestata? Tu puoi contribuire a rigenerare il mondo poiché l’uomo non vive solitario. Il tuo contributo alla pace e all’ordine sociale presente e futuro può essere immenso poiché, tu lo sai, tutto il mare monta per una pietra che vi si getti. Anche per la tua. «Operai! Cristo è sempre con voi. Pensate di vederlo nei luoghi del vostro lavoro, aggirarsi in mezzo a voi, osservare la vostra fatica, ascoltare i vostri discorsi, consolare i vostri cuori, appianare i vostri dissensi» (PIO XII).
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La Rivoluzione non è questione puramente politica, è soprattutto una questione religiosa (...). La Rivoluzione non è soltanto una questione religiosa, ma è la grande questione religiosa del nostro secolo. Per andarne convinti basta solo riflettere e ben determinare le cose. La Rivoluzione, presa nel senso più generale, è la ribellione eretta in principio ed in diritto. Non è solo il fatto della ribellione; dato che di ribellioni ve ne furono in ogni epoca: è il diritto, è il principio della ribellione, che si fa regola pratica e la base della società; è la negazione sistematica della legittima autorità, è la teoria della ribellione, è l’apologia e l’orgoglio della ribellione, la consacrazione legale del principio stesso di ogni rivolgimento. Non è già la ribellione dell’individuo contro il suo superiore legittimo: questa ribellione si chiama semplicemente disobbedienza; è la ribellione della società in quanto società; il carattere della Rivoluzione è essenzialmente sociale e non individuale. Vi sono tre gradi nella Rivoluzione: 1° La distruzione della Chiesa, come autorità e società religiosa, protettrice delle altre autorità e delle altre società: a questo primo grado, che ci tocca direttamente, la Rivoluzione è la negazione della Chiesa, eretta in principio, ed a forma di diritto; la separazione della Chiesa dallo Stato nell’intenzione di spogliare lo Stato, e privarlo del suo appoggio principale. 2° Il rovesciamento dei troni e dell’autorità politica legittima, inevitabile conseguenza della distruzione della cattolica autorità. Tale rovesciamento è l’ultima parola del principio rivoltoso della moderna democrazia, e di ciò che oggi prende il nome di Sovranità del popolo. 3. La distruzione della società, vale a dire della forma che questa ebbe da Dio; in altri termini la distruzione dei diritti della famiglia e della proprietà a favore d’una astrazione dai dottori rivoluzionari chiamata Stato. Essa è il Socialismo, ultima parola della Rivoluzione perfetta, ultima ribellione, rovina dell’ultimo diritto. A questo punto la Rivoluzione è, o meglio sarebbe, la compiuta distruzione dell’ordine divino sulla terra, il regno assoluto di Satana nel mondo. Formulata per la prima volta chiaramente da Giangiacomo Rousseau, quindi nell’89 e 93 dalla Rivoluzione Francese; fin dal suo nascere la Rivoluzione si mostrò accanita nemica del Cristianesimo; piombò sulla Chiesa con tanta rabbia da far ritornare alla mente le persecuzioni del paganesimo. I Vescovi uccisi, i preti, i cattolici trucidati, le chiese chiuse o abbattute, gli ordini religiosi dispersi, nel fango trascinata la Croce e le reliquie dei santi. La sua rabbia s’estese sull’Europa intera, e buttandosi alle spalle tutte le tradizioni, ella credette in un istante d’aver annichilito il Cristianesimo, cui per disprezzo chiamava vecchia e fanatica superstizione. Al di sopra di tutte queste mine, essa fondò un ordine nuovo di leggi atee, di società senza religione, di popoli e di re assolutamente indipendenti; per ben sessant’anni andò crescendo, ed esternandosi per tutto il mondo, distruggendo ovunque la sociale influenza della Chiesa, pervertendo gli spiriti, calunniando il Clero, e rovinando sin dalle fondamenta intero l’edificio della fede, dunque della società. Dal lato religioso la si può definire: la negazione LEGALE del regno di Gesù Cristo sulla terra, la distruzione SOCIALE della Chiesa. Combattere la Rivoluzione è, dunque, un atto di fede, un dovere religioso di primo grado. Inoltre è un atto di buon cittadino, e d’uomo onorato; dato che così si difende la patria e la famiglia - Che se le parti politiche buone la combattono secondo le loro vedute, a noi cristiani corre l’obbligo di oppugnarla per un rispetto molto più elevato, per difendere quanto v’è per noi di più caro della vita medesima: i diritti di Dio.
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Non può esserci conciliazione. Non più che tra il bene ed il male, tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre, tra il cielo e l’inferno. Anzi leggete cosa diceva una Loggia italiana di Carbonari in un Documento segreto: «La Rivoluzione non è possibile che ad una condizione: il Rovesciamento del Papato. Fino a quando Roma sarà tale, le rivoluzioni di fuori, le rivoluzioni di Francia, non riusciranno mai, se non a risultati secondari. Sebbene deboli come potenza temporale, i Papi hanno tuttavia una forza morale immensa. Dunque è contro Roma che devono tendere tutti quei conati degli Amici dell’Umanità. Per distruggere Roma tutti i mezzi sono buoni. Appena rovesciato il Papa, tutti i troni si sfasceranno da sé». Dice a sua volta Edgardo Quinet: «è necessario che il Cattolicesimo cada. Nessuna tregua all’ingiusto! Si tratta non tanto di soverchiare il Papismo, ma di estirparlo; non tanto di estirparlo, ma di disonorarlo; non tanto di disonorarlo, ma di soffocarlo nella fanghiglia». Scrive l’Alta Vendita: «Resta fermo nei nostri propositi, dato che noi non vogliamo più sentir nominare i cristiani». Voltaire aveva detto per primo: «Schiacciamo l’Infame!». E Lutero: «Laviamoci le mani del sangue loro». La Chiesa proclama i Diritti di Dio come principio tutelare della moralità umana e della salute delle società. La Rivoluzione non parla che di Diritti dell’uomo, e stabilisce una società senza Dio. La Chiesa come base prende la fede, il dovere cristiano: la Rivoluzione mette alla berlina, nel dimenticatoio, il Cattolicesimo, abbandona o combatte la Chiesa, e si fabbrica da sé non solo quali doveri di Filantropia, senza altra sanzione che l’orgoglio dell’uomo onesto, e la paura dei gendarmi. La Chiesa insegna, a mani piene, nella società tutti i princìpi di ordine, di autorità, di giustizia; la Rivoluzione li combatte a tutto spiano, e col disordine, e con l’arbitrario, costituisce a suo modo ciò che non si vergogna di chiamare Nuovo Diritto delle genti, ossia il moderno incivilimento. L’antagonismo è perfetto: l’ubbidienza e la rivolta, la fede e l’incredulità. Nessuna conciliazione è possibile; nessun accordo, nessuna lega. Ricordatevi bene di questo: la Rivoluzione odia tutto ciò che non ha operato; distrugge tutto quello che odia. Datele oggi il potere assoluto, e malgrado le sue millanterie, ella sarà domani identica a ieri, e così sarà per tutti i tempi. Muoverà la guerra a morte contro la religione, contro la società, contro la famiglia. Nessuno dica che stiamo calunniando la Rivoluzione, dato che gli scritti e gli insegnamenti stessi dei rivoluzionari ci danno ragione. Torniamo con la mente a ciò che fece nel 1791 e nel 1793, quando essa fu “regina”. In questa lotta, prima o poi, una delle due parti cadrà vinta, e sarà la Rivoluzione. Per avventura potrà trionfare in qualche tempo, potrà riportare delle vittorie parziali, vuoi perché da quattro secoli nell’Europa intera la società ha commesso degli attentati così grandi, che meritano una Punizione; vuoi perché l’uomo usa male la Libertà (...) Prosegue ...
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INTRODUZIONE. La Non abbiamo bisogno è una delle poche encicliche scritte direttamente in lingua italiana, anziché in latino, perché più chiara ed immediata arrivasse la parola del Papa ai destinatari. La lettera, inviata in antecedenza per aereo all’estero, scoppiò come una bomba nei rapporti fra il Vaticano e il regime fascista. E’ una presa di posizione, coraggiosa e serena, di fronte al tentativo di soffocare la libertà spirituale e le altre fondamentali libertà in Italia; il tono è vivacemente polemico. Il documento è una testimonianza del contrasto profondo che divideva la dottrina del fascismo dal pensiero della Chiesa.
I PRECEDENTI. Il punto di partenza, per una retta collocazione e interpretazione dell’enciclica, è la Conciliazione, il trattato cioè che l'11 febbraio 1929 chiudeva lo storico dissidio fra l’Italia e il Vaticano. Il capo del governo, Benito Mussolini, parve spaventarsi della gloria che Cavour aveva vaticinata per chi quell’atto avesse compiuto e sembrò pentirsi della sua prova di intelligenza, che tutto il mondo civile aveva applaudito. Cominciò prima a menomarlo con discorsi nei quali indulse a motivi acremente denigratori; poi provocò una campagna di stampa contro l'Azione cattolica. Si svelò ben presto il significato che le due parti davano alla Conciliazione: da parte della Santa Sede il trattato era considerato come uno strumento di pace e libertà religiosa (libertà per la vera religione, ndr.); da parte fascista, dopo la ricerca di un clamoroso successo politico, l’evento era sfruttato come un mezzo per imbrigliare l’attività organizzata dei cattolici.
IL DISSIDIO. Registriamo le tappe più significative del dissidio. Il 13 maggio 1929, tre mesi dopo la Conciliazione, il capo del fascismo pronunciò un infelice discorso alla Camera dei Deputati, sfoderando «gli artigli della polemica». Elencò fra i precursori del cristianesimo Orazio, Virgilio e Giulio Cesare, per concludere che, se il messaggio cristiano fosse rimasto in Palestina, molto probabilmente sarebbe stato quello di «una delle tante sette che fiorivano in quell’ambiente arroventato, come ad esempio quella degli Esseni e dei Terapeuti, e molto probabilmente si sarebbe spento senza lasciare traccia di sè». Il 29 dello stesso mese seguì un altro discorso dello stesso tono.
LA REAZIONE. Tali interventi provocarono la replica immediata del papa Pio XI, che il 30 del mese rispondeva con una lettera diretta al cardinale Gasparri, segretario di Stato. «La pace del Laterano — scriveva il Pontefice — è per sua natura essenzialmente religiosa», esclusivamente rivolta, cioè, all’incremento della vita religiosa del popolo italiano. La Chiesa rivendicava il suo diritto imprescindibile a esercitare «il pieno e perfetto mandato educativo», opponendosi ad ogni limitazione alla (vera) libertà delle coscienze. Il conflitto era ormai aperto. Durante due anni, Vaticano e governo fascista polemizzano vivacemente: il pomo della discordia è l’Azione cattolica che i fascisti accusano di essere strumento di penetrazione e di lotta contro il fascismo, e che il Vaticano difende come l’istituzione più cara, cui è commessa la difesa della religione nel mondo laico. Alla fine di marzo del 1931, il Lavoro Fascista attaccò violentemente le associazioni giovanili cattoliche, minacciando «suon di legnate», col pretesto che esse «facevano azione politica, al modo del partito popolare italiano». Il 19 aprile a Milano, l’on.le Giuriati, segretario politico del partito fascista, dichiarò «inutile e forse pericolosa» l’Azione cattolica. Replicò nello stesso giorno Pio XI con un discorso sugli scopi dell’Azione cattolica, chiamandola «non solo legittima e necessaria, ma anche insurrogabile». La polemica ridivampò alla fine di maggio, accompagnata da intensificate violenze contro soci ed associazioni di Azione cattolica a Roma e altrove. Il Papa, ripetutamente, confutò accuse e protestò contro le violenze, esortando i cattolici a resistere sulla linea della fedeltà alla Chiesa. Finalmente Pio XI riassunse vicende e ragioni nell’enciclica Non abbiamo bisogno, del 29 giugno 1931.
IL CONTENUTO. L’enciclica, al di là delle circostanze che l’hanno provocata, ha lo storico valore di affermare l’inconciliabilità fra la dottrina cattolica e quella del fascismo. E’ un documento notevole come condanna della statolatria, dell’aggressione alla (vera) libertà delle coscienze, del monopolio dell’educazione e dell’abuso del giuramento in politica. C’è in esso un tono di spontaneità, un calore intimo, un coraggio soprannaturale così vivi e suggestivi che da soli basterebbero a dar la misura della forza morale della Chiesa nei tempi nostri. La «attentata distruzione delle nostre care ed eroiche associazioni giovanili di Azione cattolica — dice il Papa — ha una ragione sola: la battaglia che ora si combatte non è politica ma morale e religiosa».
LA REAZIONE. Alla precisa denunzia dell’enciclica seguì la reazione rabbiosa di chi si sentì colpito. La Gazzetta, organo ufficiale del partito fascista per la Sicilia e Calabria, il 12 luglio scriveva: «Se il Duce ci ordinasse di fucilare tutti i vescovi, non esiteremmo un istante». Il 14 luglio si riunì a Palazzo Venezia il direttorio del partito fascista, sotto la presidenza del Duce. Si fece una rassegna delle forze tesserate, quindi si protestò contro l’enciclica, specie per l’accenno al giuramento e contro quel «vero e proprio appello allo straniero», che la cattolicità del documento significava agli occhi dei dirigenti del partito; furono sciolti tutti i sodalizi di Azione cattolica e si dichiarò incompatibile l’appartenenza a questa e al partito.
I CATTOLICI. Di ben altro genere fu l’accoglienza riservata all’enciclica dai cattolici militanti e dagli uomini liberi. Nei primi essa rafforzò la certezza della bontà di un impegno diffìcile e rischioso, infondendo in pari tempo il coraggio a perseverare. E poiché il documento interpretò e difese l’aspirazione alla (vera) libertà ed (vera) alla democrazia - (da non confondere con la falsa libertà moderna e con il contemporaneo aberrante democratismo, ndr.) - contro le pressioni totalitarie, esso contribuì non poco a sollevare le speranze anche di persone lontane dal pensiero cristiano. Furono molti coloro che cominciarono a guardare alla Chiesa come a una sicura difesa della (vera) libertà e (vera) dignità umana.
P. Tommaso Toschi OFM
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