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Insegna san Paolo nella Lettera ai Romani, I, 18-32 e II, 1-3: «Ecco infatti che l’ira di Dio si manifesta dal cielo contro ogni genere d’empietà e d’ingiustizia degli uomini che tengono la verità prigioniera dell’iniquità; perché ciò che di Dio si può conoscere è palese in essi, avendoglielo Iddio stesso manifestato. Sì, gli attributi invisibili di Lui, l’eterna sua potenza e la sua divinità, fin dalla creazione del mondo si possono intuire, con l’applicazione della mente, attraverso le sue opere. Costoro sono dunque senza scusa, perché, pur avendo conosciuto Iddio, né gli diedero gloria, come a Dio, né gli resero grazie, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insensato s’offuscò. Essi, che pretendevano d’essere sapienti, diventarono stolti e sostituirono la gloria del Dio immortale con immagini di uomini mortali, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Per questo Iddio li diede, secondo le voglie dei loro cuori, in balìa dell’impurità, così che giunsero al più profondo avvilimento dei loro corpi; proprio essi, che avevano permutato il vero Dio con la menzogna, reso culto ed adorazione alla creatura in cambio del creatore - che sia benedetto per sempre. Amen! Per questo Iddio li diede in balìa di passioni vergognose. Infatti, le donne loro tramutarono i rapporti conformi a natura con rapporti contro natura; del pari anche gli uomini abbandonarono i rapporti naturali con la donna e si accesero di brame gli uni verso gli altri, facendo, maschi con maschi, cose infami e ricevendo in loro stessi la giusta paga dovuta alla loro aberrazione. Disdegnarono di conservare la vera conoscenza di Dio; Iddio li diede allora in balìa della loro mentalità pervertita ed essi compirono cose indegne. Sono riboccanti di ogni sorta di ingiustizia, malvagità, avidità, malizia. Son pieni di invidia, omicidi, discordie, inganni, malignità. Son diffamatori, maldicenti, odiosi a Dio, insolenti, superbi, arroganti, escogitatori di mali, ribelli ai genitori, privi di senno, perfidi, senza cuore, senza compassione. Pur conoscendo il decreto di Dio, che vuole che gli autori di azioni siffatte siano degni di morte, essi non solo le compiono ma approvano altresì coloro che le commettono. Per questo sei senza scusa tu che ti erigi a giudice, chiunque tu sia; sì, mentre giudichi gli altri condanni te stesso, perché commetti le medesime azioni tu, il giudice. Ora sappiamo che il giudizio di Dio condanna secondo verità gli autori di opere simili. E pensi tu, che giudichi coloro che compiono tali azioni mentre tu pure le fai, di poter sfuggire al giudizio di Dio?» (La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, pag. 520 ss.). Breve commento: «Il Concilio Vaticano [1869 - 1870] cita san Paolo a conferma della sua definizione dogmatica sopra la possibilità di conoscere con certezza, mediante il lume della ragione, l’esistenza di Dio, principio e fine di tutte le cose. [...] Quel perdersi dell’uomo dietro se stesso, quel cullarsi orgoglioso nelle sue trovate e nelle sue scoperte è all’antitesi della glorificazione di Dio. Ed ecco allora la conseguenza: il vaneggiare della mente straniata da Dio o meglio, se si vuol essere fedeli al verbo greco per far posto a nullità e stupidità [...] e l’offuscarsi dell’intelligenza. [...] La stessa natura si vendicò, degenerando e corrompendosi. I vizi descritti nei versetti 26-27, ben noti nell’antichità tra gli strati superiori del mondo greco-romano, furono talvolta oggetto di compiacenti approvazioni da parte di letterati ed artisti. La pederastia era entrata persino in certi culti. L’Apostolo non poteva essere più crudo e più efficace nel denunciare le tare d’una società abbandonata ai suoi istinti, all’orgoglio, alla rivolta contro il dovere [...]» (note pag 520 e 521).
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«Si va diffondendo dalle nostre parti un vizio così gravemente nefasto e ignominioso, che se non vi si opporrà al più presto uno zelante intervento punitore, di certo la spada dell’ira divina infierirà enormemente annientando molti. […] Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini, poiché sta scritto che l’Onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre e allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo, con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo.[…] Ed è ben giusto che coloro che, contro la legge di natura e contro l’ordine dell’umana ragione, consegnano ai demoni la loro carne per godere di rapporti così schifosi, condividano con i demoni la cella della loro preghiera. Poiché infatti l’umana natura resiste profondamente a questi mali, aborrendo la mancanza del sesso opposto, è più chiaro della luce del sole che essa non gusterebbe mai di cose tanto perverse ed estranee se i sodomiti, divenuti quasi vasi d’ira destinati alla rovina, non fossero totalmente posseduti dallo spirito d’iniquità; e difatti questo spirito, dal momento in cui s’impadronisce di loro, ne riempie gli animi così gravemente di tutta la sua infernale malvagità, che essi bramano a bocca spalancata non ciò che viene sollecitato dal naturale appetito carnale, ma solo ciò che egli propone loro nella sua diabolica sollecitudine. Quando dunque il meschino si slancia in questo peccato d’impurità con un altro maschio, non lo fa per il naturale stimolo della carne, ma solo lo fa per il naturale impulso. […] Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce all’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale». Ed ancora: «Questo vizio si sforza di scardinare le mura della Patria celeste e di riparare quelle della combusta e rediviva Sodoma. Esso infatti viola l’austerità, estingue il pudore, schiavizza la castità, uccide l’irrecuperabile verginità col pugnale di un impuro contagio, insozza tutto, macchia tutto, contamina tutto, e per quanto può non permette che sopravviva nulla di puro, di casto, di estraneo al sudiciume. Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende, gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone a essere trapassati dalle saette di tutti i vizi. Essa li fa umiliare nella Chiesa, li fa condannare dalla giustizia, li contamina nel segreto, li rende ipocriti in pubblico, ne rode la coscienza come un verme, ne brucia le carni come un fuoco. […] Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi. […] Non appena dunque uno cade in quest’abisso di estrema rovina, egli viene esiliato dalla Patria celeste, separato dal Corpo di Cristo, confutato dall’autorità della Chiesa universale, condannato dal giudizio dei santi Padri, disprezzato dagli uomini e respinto dalla comunione dei santi. Imparino dunque questi sciagurati a reprimere una così detestabile peste del vizio, o domare virilmente l’insidiosa lascivia della libidine, a trattenere i fastidiosi incentivi della carne, a temere visceralmente il terribile giudizio del divino rigore, tenendo sempre presente alla memoria quella minacciosa sentenza dell’Apostolo (Paolo) che esclama: “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Come dice Mosè: “Se c’è qualcuno che sta dalla parte di Dio, si unisca a me!”. Se cioè qualcuno si riconosce come soldato di Dio, si accinga con fervore a confondere questo vizio, non trascuri di annientarlo con tutte le sue forze; e dovunque lo si sarà scoperto, si scagli contro di esso per trapassarlo ed eliminarlo con la acutissime frecce della parola». (Liber Gomorrhanus, in Patrologia Latina, Migne, vol. 145, coll. 159-190).
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Insegna san Pietro (II Pt. 2, 1-22, citazione e commenti da La Sacra Bibbia, Marietti, a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo, Imprimatur 1960, Vol. III, pag. 734 ss.): «Ma vi furono tra il popolo anche falsi profeti; così pure tra voi ci saranno falsi maestri, che introdurranno dannose fazioni e rinnegheranno il Padrone che li acquistò, attirando su se stessi una pronta rovina. E molti andranno dietro le loro dissolutezze e per causa loro la via della verità sarà calunniata. Per avidità vi sfrutteranno, per mezzo di false parole. Il giudizio su di essi già da tempo non sta ozioso e la loro rovina non sonnecchia. Se infatti Iddio non perdonò agli angeli peccatori, ma, gettatili nell’inferno, li consegnò ad abissi tenebrosi [...]; e se non perdonò al mondo antico, ma solo protesse, con altre sette persone, Noè, araldo di giustizia, adducendo un cataclisma sul mondo degli empi; e se condannò alla catastrofe dell’incenerimento le città di Sodoma e Gomorra, come esempio per quelli che in avvenire sarebbero vissuti da empi, mentre liberò il giusto Lot, oppresso per la condotta dissoluta degli scellerati - infatti, abitando in mezzo ad essi, questo giusto, giorno per giorno aveva l’anima retta tormentata dalla vista e dall’udito delle loro opere inique - vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare invece per il giorno del giudizio gli iniqui per castigarli, soprattutto quelli che, per passione impura, si abbandonano alla carne e sprezzano la Sovranità. Audaci e arroganti, non temono di insultare le Glorie [...]. Simili ad animali irragionevoli, guidati dal puro istinto, nati per essere catturati e perire, ingiuriano ciò che ignorano. Periranno della stessa perdizione di quelli, ricevendo così la paga che merita l’iniquità. Considerano piacere il godimento di un giorno. Qual fango che macchia e disonora, guazzano nei piaceri, mentre sono alla stessa mensa con voi. Hanno gli occhi pieni della donna adultera e insaziabili di peccato, adescano le anime deboli, hanno il cuore assuefatto alla cupidigia, sono dei maledetti. Abbandonata la retta via, essi si smarrirono seguendo le orme di Balaam, figlio di Bosor, che amò il salario di azioni inique. Ed ebbe scorno per la sua colpa: un muto giumento da soma, esprimendosi in voce umana, trattenne la demenza del profeta! Costoro sono fonti senz’acqua e nubi investite da una bufera; caligine e tenebre sono loro riserbate. Pronunciando discorsi gonfi di vanità, adescano con le concupiscenze della carne, con le dissolutezze, coloro che da poco si erano sottratti a quei che vivono nell’errore. Promettono loro libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, giacché si rimane schiavi di chi ci ha vinto. Se, difatti, dopo aver fuggito le brutture del mondo con la conoscenza perfetta del Signore e Salvatore Gesù Cristo, vi si invischiano di nuovo e sono vinti, la loro condizione finale diventa peggiore di prima. Sarebbe stato meglio per essi non aver neppure conosciuto la via della giustizia, che, una volta conosciutala, voltar le spalle al santo comandamento loro trasmesso. Capitò loro ciò che dice quel giusto proverbio: Il cane è tornato al suo vomito e: “La scrofa lavata torna ad avvoltolarsi nel brago”». Ricchissimo di significato e di cronache, altamente profetico questo passo, ed ecco qui il nostro breve commento: «Tutto il capitolo è dedicato ai “falsi maestri”, dei quali [san Pietro Papa] predice la perniciosa influenza ma anche la pronta rovina. [...] La parola “popolo” designa Israele, in mezzo al quale ci furono “falsi profeti”. Anche al presente esistono tra i cristiani “falsi maestri”. [...] Il “Padrone che li acquistò” è Cristo salvatore, paragonato ad un padrone che acquista schiavi. I “falsi maestri” sono dunque dei veri eretici, perché negano la redenzione, la quale ha conferito a Cristo il dominio sovrano sull’umanità (cf. Giuda v. 4). L’immoralità degli eretici è denunciata anche da Giuda vv. 4.7 ecc. [...] Movente dell’attività degli eretici è l’avidità. [San] Pietro nella prima epistola aveva ammonito i presbiteri a fuggire l’interesse. Il giudizio di condanna, che segna la rovina di questi apostati, è già pronunciato [...]. Incomincia qui un lungo periodo: [...] Terzo esempio è la punizione di Sodoma e Gomorra (Gen. c. 19). Il tema si trova già sulle labbra di Gesù: Mt. 10,15; 11,23-24; Lc. 10,12. Giuda (v. 7) usa un linguaggio più crudo. Con i castighi contro gli empi, è ricordata la misericordia verso i giusti: Lot, ad esempio, [è] una figura, tra i suoi contemporanei, analoga a quella di Noè. [...] Le tre accuse di [san Pietro Papa] contro gli eretici: immoralità, disprezzo della Sovranità, bestemmia delle Glorie, erano già state formulate appunto da Giuda v. 8. [...] I “falsi maestri” approfittano della cordialità dei banchetti per indurre i fedeli ai loro stessi disordini. Nel passo parallelo di Giuda v. 12 si parla espressamente delle “agapi” della comunità cristiana. [...] Il concetto illustrato è la fallacia e vanità dell’insegnamento dei “falsi maestri”, che lascerà delusi chi di loro si fida. La magica parola adescatrice è “libertà”. Ma questa “libertà”, che cambia “in dissolutezza la grazia di Dio” (Giuda v. 4), in realtà fa piombare in una schiavitù peggiore, quella del peccato (cf. Gv. 8,34). [...] Si tratta adesso dei cristiani che si son lasciati sedurre. La loro condizione è ben peggiore di prima della conversione (cf. Mt. 12, 43 ss.). [...] Nell’espressione: “comandamento loro trasmesso”, c’è sottintesa la dottrina della tradizione e del deposito da custodire (cf. Giuda v. 3 e I Cor. 11, 2).
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«Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la divina maestà, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di ogni altro e che Lo spingono all’ira: ossia la trascuratezza del culto divino, la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze. […] Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione. […] Se qualcuno compirà quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l’ira divina piombò su figli dell’iniquità, verrà consegnato per punizione al braccio secolare, e se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere stato privato di ogni grado» (Costituzione Cum primum, 1-4-1566, in Bullarium Romanum, t. IV, c. II, 284; Cfr. Gregorianum, Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2010, 91/3, Vol. 87, Ed. 4, p. 503, note 83, 84).
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«[...] Fidei doctrinam ab Apostolis per orthodoxos Patres eodem sensu eademque semper sententia ad nos usque transmissam, sincere recipio; ideoque prorsus reiicio haereticum commentum evolutionis dogmatum, ab uno in alium sensum transeuntium, diversum ab eo, quem prius habuit Ecclesia; pariterque damno errorem omnem, quo, divino deposito, Christi Sponsae tradito ab Eâque fideliter custodiendo, sufficitur philosophicum inventum, vel creatio humanae conscientiae, hominum conatu sensim efformatae et in posterum indefinito progressu perficiendae [...]». Che significa: «[...] Accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli Apostoli tramite i Padri ortodossi (nel senso di integralmente cattolici, ndR), sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito [...]».
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Accogliamo con la più viva compiacenza i sentimenti di devozione e di amore figliale verso di Noi e di questa Sede Apostolica, che Ci avete significati in nome vostro e dei vostri dilettissimi confratelli per l’onore della Porpora a cui foste chiamati. Ma se accettiamo i vostri ringraziamenti, dobbiamo pur dire, che le preclare virtù, di cui siete adorni, le opere di zelo, che avete compiute, e gli altri segnalati servigi, che in campi diversi avete resi alla Chiesa, vi rendevano pur degni di essere annoverati nell’albo del Nostro Sacro Senato.
E Ci allieta non solo la speranza, ma la certezza, che anche rivestiti della nuova dignità consacrerete sempre, come per il passato, l’ingegno e le forze per assistere il Romano Pontefice nel governo della Chiesa.
Se sempre i Romani Pontefici hanno avuto bisogno anche di aiuti esteriori per compiere la loro missione, questo bisogno si fa sentire più vivamente adesso per le gravissime condizioni del tempo in cui viviamo e per i continui assalti, ai quali è fatta segno la Chiesa per parte dei suoi nemici.
E qui non crediate, Venerabili Fratelli, che Noi vogliamo alludere ai fatti, per quanto dolorosi, di Francia, perché questi sono largamente compensati dalle più care consolazioni: dalla mirabile unione di quel Venerando Episcopato, dal generoso disinteresse del clero, e dalla pietosa fermezza dei cattolici disposti a qualunque sacrificio per la tutela della fede e per la gloria della loro patria; si avvera un’ altra volta che le persecuzioni non fanno che mettere in evidenza e additare all’ammirazione universale le virtù dei perseguitati e tutto al più sono come i flutti del mare, che nella tempesta frangendosi negli scogli, li purificano, se fosse necessario, dal fango che li avesse insozzati.
E voi lo sapete, Venerabili Fratelli, che per questo non temeva la Chiesa, quando gli editti dei Cesari intimavano ai primi cristiani: o abbandonare il culto a Gesù Cristo o morire; perché il sangue dei martiri era semente di nuovi proseliti alla fede. Ma la guerra tormentosa, che la fa ripetere: Ecce in pace amaritudo mea amarissima, è quella che deriva dalla aberrazione delle menti, per la quale si misconoscono le sue dottrine e si ripete nel mondo il grido di rivolta, per cui furono cacciati i ribelli dal Cielo. E ribelli purtroppo sono quelli, che professano e diffondono sotto forme subdole gli errori mostruosi sulla evoluzione del dogma, sul ritorno al Vangelo puro, vale a dire sfrondato, come essi dicono, dalle spiegazioni della teologia, dalle definizioni dei Concilii, dalle massime dell’ascetica, — sulla emancipazione dalla Chiesa, però in modo nuovo senza ribellarsi per non esser tagliati fuori, ma nemmeno assoggettarsi per non mancare alle proprie convinzioni, e finalmente sull’adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai pei miscredenti, che apre a tutti purtroppo la via all’eterna rovina.
Voi ben vedete, o Venerabili Fratelli, se Noi, che dobbiamo difendere con tutte le forze il deposito che Ci venne affidato, non abbiamo ragione di essere in angustie di fronte a quest’attacco, che non è un’eresia, ma il compendio e il veleno di tutte le eresie, che tende a scalzare i fondamenti della fede ed annientare il cristianesimo.
Sì, annientare il cristianesimo, perché la Sacra Scrittura per questi eretici moderni non è più la fonte sicura di tutte le verità che appartengono alla fede, ma un libro comune; — l’ispirazione per loro si restringe alle dottrine dogmatiche, intese però a loro modo, e per poco non si differenzia dall’ispirazione poetica di Eschilo e di Omero. Legittima interprete della Bibbia è la Chiesa, però soggetta alle regole della così detta scienza critica, che s’impone alla Teologia e la rende schiava. Per la tradizione finalmente tutto è relativo e soggetto a mutazioni, e quindi ridotta al niente l’autorità dei Santi Padri. E tutti questi e mille altri errori li propalano in opuscoli, in riviste, in libri ascetici e perfino in romanzi e li involgono in certi termini ambigui, in certe forme nebulose, onde avere sempre aperto uno scampo alla difesa per non incorrere in un’aperta condanna e prendere però gli incauti ai loro lacci.
Noi pertanto contiamo assai anche sull’opera vostra, Venerabili Fratelli, perché qualora conosciate coi Vescovi Vostri suffraganei nelle vostre Regioni di questi seminatori di zizzania, vi uniate a Noi nel combattere, Ci informiate del pericolo a cui sono esposte le anime, denunciate i loro libri alle Sacre Congregazioni Romane e frattanto, usando delle facoltà che dai Sacri Canoni vi sono concesse, solennemente li condanniate, persuasi dell’obbligo altissimo che avete assunto di aiutare il Papa nel governo della Chiesa, di combattere l’errore e di difendere la verità fino all’effusione del sangue.
Del resto confidiamo nel Signore, o diletti figli, che ci darà nel tempo opportuno gli aiuti necessari; e la benedizione Apostolica, che avete invocata, discenda copiosa su voi, sul clero e sul popolo delle vostre diocesi, sopra tutti i venerandi Vescovi e gli eletti figli, che decorarono con la loro presenza questa solenne cerimonia, sui vostri e sui loro parenti; e sia fonte per tutti e per ciascuno delle grazie più elette e delle più soavi consolazioni.
dal DISCORSO DEL SANTO PADRE PIO X AI NUOVI CARDINALI, 17 aprile 1907
*AAS, vol. XL (1907), pp. 259-262.
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Impariamo da «Le questioni disputate», San Tommaso d’Aquino, volume X, tomo I, ESD, 2003, alla pagina 347, questione 8: «Nella Chiesa non ci può essere errore biasimevole; ora, sarebbe un errore biasimevole se si venerasse come santo chi fu un peccatore, poiché alcuni, conoscendo i suoi peccati o l’eresia, se fosse il caso, potrebbe essere condotto all’errore: quindi la Chiesa in tali cose non può errare... Sant’Agostino, scrivendo a San Girolamo (Lettera 40,5), dice che se si ammette qualche menzogna nella Scrittura canonica muterà la nostra fede, che si basa sulla Scrittura canonica; ora, come siamo tenuti a credere ciò che si trova nella Sacra Scrittura, così [anche] ciò che è comunemente determinato dalla Chiesa, per cui è giudicato eretico chi sente contro la determinazione dei Concilii: quindi il comune giudizio della Chiesa non può essere erroneo... La canonizzazione dei santi è intermedia fra queste due cose: poiché tuttavia l’onore che prestiamo ai santi è una certa professione di fede, mediante la quale crediamo la gloria dei santi, bisogna piamente credere che nemmeno in queste cose il giudizio della Chiesa possa sbagliare. Il Pontefice, a cui compete canonizzare i santi, può certificarsi sullo stato di qualcuno mediante l’esame della vita e l’attestazione dei miracoli, e soprattutto mediante l’istinto dello Spirito Santo, che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor., 2, 10). La divina provvidenza assiste la Chiesa affinché in tali cose non si inganni a motivo della testimonianza fallibile degli uomini». Prosegue...
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«Come dice san Gregorio, i vizi carnali, compresi sotto il nome d’intemperanza, sebbene siano di minore gravità, sono però più infamanti. Infatti la gravità della colpa si desume dal suo allontanamento dal fine: invece l’infamia si desume dalla turpitudine, che risulta specialmente dalla degradazione di chi pecca» (Summa Theologiæ, IIª-IIae, q. 142 a. 4 ad 1). «Il generalizzarsi di un peccato ne diminuisce la turpitudine e l’infamia nell’opinione degli uomini; ma non nella natura stessa del peccato» (Ivi., ad 2). «Quando si dice che l’intemperanza è il vizio più disonorante, s’intende tra i peccati umani, cioè nell’ambito delle passioni che in qualche modo sono conformi alla natura umana. Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell’intemperanza: il fatto, per esempio, di provare gusto nel mangiare carne umana, o nel coito bestiale od omosessuale» (Ivi., ad 3). «Il disonore si contrappone all’onore e alla gloria. Ora [...] è dovuto all’eccellenza; mentre la gloria implica lustro o distinzione. Perciò l’intemperanza è sommamente disonorante per due motivi. Primo, perché è la cosa più incompatibile con l’eccellenza, o grandezza dell’uomo: infatti essa ha per oggetto i piaceri comuni a noi e alle bestie, come sopra abbiamo notato. Di qui le parole dei Salmi: “L’uomo non ha compreso il proprio onore: si è messo alla pari dei giumenti irragionevoli e diviene simile ad essi”. - Secondo, perché essa ripugna al massimo alla distinzione e alla bellezza dell’uomo: poiché nei piaceri che sono oggetto dell’intemperanza la luce della ragione, da cui dipende tutto lo splendore e la bellezza della virtù, viene oscurata al massimo. Cosicché questi piaceri si dicono sommamente servili» (IIª-IIae, q. 142 a. 4 co). «Come già abbiamo notato, esiste una specie distinta di lussuria là dove si riscontra uno speciale disordine, che rende ripugnante l’atto venereo. E questo può avvenire in due maniere. Primo, perché ripugna alla retta ragione: il che si riscontra in tutti i peccati di lussuria. Secondo, perché oltre ciò ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura. Ciò può avvenire in più modi. Primo, quando senza nessun commercio carnale si procura la polluzione per il piacere venereo: e questo è il peccato di immondezza, che alcuni chiamano mollezza (o masturbazione). - Secondo, praticando la copula con esseri di altra specie: e questo si chiama bestialità. - Terzo, accoppiandosi con sesso indebito, cioè maschi con maschi e femmine con femmine, come accenna san Paolo scrivendo ai Romani: e questo è il vizio della sodomia. - Quarto, non osservando il modo naturale della copula; o non usando i debiti organi; o adoperando nell’atto altri modi mostruosi e bestiali» (IIª-IIae, q. 154 a. 11 co). «Il lussurioso non ha di mira la generazione, ma il piacere venereo: il quale si può ottenere anche senza gli atti da cui segue la generazione di un uomo. E questo è quanto si cerca nel vizio contro natura» (Ivi., ad 3). «Poiché nel vizio contro natura si trasgredisce ciò che è determinato per natura nell’uso dei piaceri venerei, ne segue che questo è il peccato più grave in tale materia. - Dopo viene l’incesto, il quale, come abbiamo detto, è contro la naturale riverenza dovuta ai propri congiunti» (IIª-IIae, q. 154 a. 12 co). «L’ordine della retta ragione deriva dall’uomo, ma l’ordine della natura deriva da Dio. Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi sant’Agostino: “I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, son sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine la natura di cui egli è l’autore” (Ivi., ad 1).
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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 8. (...) Come insegna il Filosofo, il caso è una causa preterintenzionale. Perciò le cause casuali, assolutamente parlando, non sono intenzionali né volontarie. E poiché, secondo il detto di sant’Agostino, ogni peccato è volontario, ne viene che le cose casuali in quanto tali non sono peccati. Però può capitare che quanto non è oggetto diretto di volizione e di intenzione, sia voluto e inteso accidentalmente (o indirettamente), cioè come può esserlo una causa removens prohibens. Perciò se non si toglie la causa da cui può seguire l’uccisione di un uomo, quando si è tenuti a farlo, l’uccisione in qualche modo è volontaria. Ora, questo può avvenire in due modi: primo, quando l’uccisione capita mentre uno compie cose illecite che era tenuto a evitare; secondo, quando uno non prende le dovute precauzioni. Ecco perché secondo il diritto, se uno nel compiere una cosa lecita con le debite precauzioni provoca l’uccisione di un uomo, non incorre il reato di omicidio; se invece egli provoca la morte di un uomo nel compiere una cosa illecita, oppure nel compiere cose lecite non prende le dovute precauzioni, non può sfuggire il reato di omicidio. ...

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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 3. (...) Come abbiamo già dimostrato, è lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Essa perciò spetta soltanto a colui, al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva: come spetta al medico, cui è stata affidata la cura di tutto un organismo, procedere al taglio di un membro malato. Ma la cura del bene comune è affidata ai prìncipi investiti della pubblica autorità. Perciò ad essi soltanto è lecito uccidere i malfattori, non già alle persone private. Come nota Dionigi, il vero responsabile di un’azione è colui sotto la cui autorità viene fatta. Ecco perché, a detta di sant’Agostino, «non uccide colui che è tenuto a prestare la sua opera a chi comanda, come la spada nelle mani di chi se ne serve». Perciò coloro che uccisero i parenti e gli amici per comando di Dio non sono da considerarsi loro come gli autori del fatto, ma piuttosto colui del quale rispettarono l’autorità: allo stesso modo che il soldato uccide il nemico per l’autorità del principe, e il boia che uccide un brigante per l’autorità del giudice. Una bestia differisce dall’uomo per natura. E quindi non si richiede per ucciderla nessun giudizio, se è selvatica. Se invece è una bestia domestica, si va incontro a un giudizio, non per l’animale in se stesso, ma per il danno arrecato al suo padrone. Il colpevole invece non differisce per natura dagli uomini onesti. E quindi si richiede un processo, per decidere se è degno di essere ucciso per il bene della società. Qualsiasi persona privata ha la facoltà di compiere cose utili al bene comune, che non danneggiano nessuno. Ma se danneggiano qualcuno, non si possono fare che a giudizio di coloro cui spetta determinare il sacrificio da imporre alle parti per la salvezza del tutto.

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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 5. (...) Il suicidio è assolutamente illecito per tre motivi. Primo, perché per natura ogni essere ama se stesso; e ciò implica la tendenza innata a conservare se stessi e a resistere per quanto è possibile a quanto potrebbe distruggerci. Perciò l’uccisione di se stessi è contro l’inclinazione naturale, e contro la carità con la quale uno deve amare se stesso. E quindi il suicidio è sempre peccato mortale, essendo incompatibile con la legge naturale e con la carità. Secondo, perché la parte è essenzialmente qualche cosa del tutto. Ora, ciascun uomo è parte della società; e quindi è essenzialmente della collettività. Perciò uccidendosi fa un torto alla società, come insegna il Filosofo. Terzo, la vita è un dono divino, che rimane in potere di colui il quale «fa vivere e fa morire». Perciò chi priva se stesso della vita pecca contro Dio: come chi uccide uno schiavo pecca contro il suo padrone; e come commette peccato chi si arroga il diritto di giudicare cose che non lo riguardano. Infatti a Dio soltanto appartiene il giudizio di vita e di morte, secondo le parole della Scrittura: «Sono io a far morire e far vivere». L’omicidio è peccato non solo perché contrario alla giustizia, ma anche perché contrario alla carità che uno deve a se stesso. E da questo lato il suicidio è un peccato anche verso se stessi. Invece in rapporto alla società e a Dio esso ha natura di peccato anche perché è contrario alla giustizia. Chi detiene i pubblici poteri ha la facoltà di uccidere i malfattori, perché ha il compito di giudicarli. Ma nessuno è giudice di se stesso. Ecco perché chi comanda non può uccidere se stesso per nessun peccato. Tuttavia egli ha la facoltà di sottoporsi al giudizio di altri. L’uomo viene costituito padrone di sé dal libero arbitrio. Egli quindi può disporre di se stesso per le cose che riguardano la vita presente regolate dal libero arbitrio. Ma il passaggio da questa vita a un’altra più felice non dipende dal libero arbitrio dell’uomo, bensì dall’intervento di Dio. Perciò all’uomo non è lecito uccidere se stesso, per passare a una vita più felice. E neppure gli è lecito, per sfuggire qualsiasi miseria della vita terrena. Poiché, a detta del Filosofo, la morte «è l’ultimo e il più tremendo» tra i mali della vita presente; cosicché darsi la morte per sfuggire le altre miserie di questa vita, equivale ad affrontare un male più grave per evitarne uno minore. Parimenti non è lecito suicidarsi per un peccato commesso. Sia perché in tal modo uno danneggia se stesso in maniera gravissima, privandosi del tempo necessario per far penitenza. E sia anche perché l’uccisione dei malfattori è rimessa al giudizio dei pubblici poteri. Così non è lecito uccidersi a una donna per non essere violentata. Poiché essa non deve commettere il delitto più grave verso se stessa, qual è appunto il suicidio, per evitare il delitto minore di un altro (infatti una donna violentata, quando manca il consenso, non commette peccato: perché come disse san Lucia, «il corpo non rimane insozzato, se non per il consenso dell’anima»). Si sa, infatti, che la fornicazione, o l’adulterio sono peccati meno gravi dell’omicidio: specialmente poi del suicidio, che è gravissimo, poiché così uno nuoce a se stesso, che è tenuto ad amare più di ogni altro. Inoltre è il peccato più pericoloso; perché non lascia il tempo per l’espiazione. Finalmente a nessuno è lecito uccidere se stesso per paura di acconsentire al peccato. A detta di san Paolo, infatti, «non si deve fare il male perché ne venga un bene», o per evitare la colpa, specialmente se si tratta di colpe minori e meno sicure. Ora, uno non può esser sicuro che in seguito consentirà al peccato: poiché il Signore in qualsiasi tentazione può liberare un uomo dalla colpa. Come spiega sant’Agostino, «Sansone non si può scusare dall’aver seppellito se stesso assieme ai nemici distruggendo l’edificio, se non per un segreto comodo dello Spirito Santo, il quale faceva miracoli per mezzo suo». E allo stesso modo egli giustifica la condotta di alcune sante donne venerate dalla Chiesa, che durante la persecuzione si uccisero da se stesse. È un atto di coraggio affrontare per la virtù la morte inflitta da altri, per evitare il peccato. Ma il dare la morte a se stessi per evitare delle sofferenze ha una certa parvenza di coraggio, per cui alcuni si sono uccisi così pensando di agire coraggiosamente, e tra questi c’è appunto Razis: ma non si tratta di vero coraggio, bensì di una certa pusillanimità, incapace di affrontare la sofferenza, come nota sia il Filosofo, che sant’Agostino.

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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 2. (...) In base a quello che abbiamo detto, è lecito uccidere gli animali bruti in quanto essi sono ordinati per natura all’utilità dell’uomo, come le cose meno perfette sono ordinate a quelle perfette. Ora, qualsiasi parte è ordinata al tutto come ciò che è meno perfetto è ordinato a un essere perfetto. Perciò la parte è per natura subordinata al tutto. Ecco perché, nel caso che lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ebbene, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune; infatti, come dice san Paolo: «Un po’ di fermento può corrompere tutta la massa». Il Signore comandò di non sradicare la zizzania per risparmiare il grano, cioè i buoni. E questo è da osservarsi quando non è possibile uccidere i cattivi senza l’uccisione dei buoni: o perché essi sono mescolati tra questi; oppure perché, come nota sant’Agostino, avendo essi troppi seguaci, non si possono sopprimere senza mettere in pericolo i buoni. Ecco perché il Signore comanda di tollerare l’esistenza dei malvagi, rinviandone il castigo all’ultimo giudizio, piuttosto che uccidere con essi anche i buoni. Quando invece la loro uccisione non costituisce un pericolo, ma piuttosto una difesa e uno scampo per i buoni, allora è lecito uccidere i malvagi. Secondo l’ordine della sua sapienza, Dio talora i peccatori li sopprime subito per la liberazione dei buoni; talora invece concede loro il tempo di pentirsi, in vista della futura salvezza dei suoi eletti. E la giustizia umana lo imita per quanto è possibile anche in questo: essa infatti sopprime quelli che son nocivi per gli altri; mentre lascia il tempo di pentirsi a quelli che non sono di grave danno per gli altri. Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’esser liberi e nell’esistere per se stessi, degenerando in qualche modo nell’asservimento delle bestie, che implica la subordinazione all’altrui vantaggio. Così infatti si legge nella Scrittura: «L’uomo non avendo compreso la sua dignità, è disceso al livello dei giumenti privi di senno, e si è fatto simile ad essi»; e ancora: «L’insensato sarà lo schiavo di chi è saggio». Perciò sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia: infatti un uomo cattivo, come insiste a dire il Filosofo, è peggiore e più nocivo di una bestia. Attenzione, leggere il seguito: Se sia lecito ad una persona privata uccidere i colpevoli!

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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 7. (...) Niente impedisce che un atto abbia due effetti, di cui l’uno intenzionale e l’altro involontario. Gli atti morali però ricevono la specie da ciò che è intenzionale, non da ciò che è involontario, essendo questo un elemento accidentale, come sopra abbiamo visto. Perciò dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita: infatti il diritto stabilisce, che «è lecito respingere la violenza con la violenza nei limiti della legittima difesa». Non è quindi necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui. Siccome però spetta solo alla pubblica autorità uccidere un uomo per il bene comune, come sopra abbiamo detto, è illecito che un uomo miri direttamente a uccidere per difendere se stesso, a meno che non abbia un incarico pubblico che a ciò lo autorizzi per il pubblico bene: com’è evidente per il soldato che combatte contro i nemici e per le guardie che affrontano i malviventi. Anche questi però peccano, se sono mossi da risentimenti personali. ...

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Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte. Dalla Questione 64. • Articolo 1. (...) Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato. Ora, nella gerarchia degli esseri quelli meno perfetti son fatti per quelli più perfetti: del resto anche nell’ordine genetico si procede dal meno perfetto al perfetto. Come, dunque, nella generazione dell’uomo prima abbiamo il vivente, poi l’animale e finalmente l’uomo; così gli esseri che sono solo viventi, ossia le piante, son fatte ordinariamente per gli animali; e gli animali son fatti per l’uomo. Perciò se l’uomo si serve delle piante per gli animali e degli animali per gli uomini, non c’è niente d’illecito, come il Filosofo stesso dimostra. E il più necessario dei servizi è appunto quello di dare le piante in cibo agli animali, e gli animali all’uomo: il che è impossibile senza distruggere la vita. Dunque è lecito sopprimere le piante per uso degli animali, e gli animali per uso dell’uomo in forza dell’ordine stesso stabilito da Dio: «Ecco che io vi ho dato come cibo a voi e a tutti gli animali tutte le erbe e tutti gli alberi». E altrove si legge: «Sarà vostro cibo tutto ciò che ha moto e vita». Secondo l’ordine stabilito da Dio la vita degli animali e delle piante non viene conservata per se stessa, ma per l’uomo. Ecco perché sant’Agostino scriveva: «Secondo l’ordine sapientissimo del Creatore la loro vita e la loro morte sono subordinate al nostro vantaggio». Gli animali e le piante non hanno la vita razionale, per governarsi da se stessi, ma sono sempre come governati da altri mediante un istinto naturale. E in questo abbiamo il segno che essi sono subordinati per natura, e ordinati all’uso di altri esseri. Chi uccide il bove di un altro non pecca perché uccide un bove, ma perché danneggia un uomo nei suoi averi. Ecco perché questo fatto non è elencato tra i peccati di omicidio, ma tra quelli di furto o di rapina.

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Rimane ora da esaminare il dono dei miracoli. Sull’argomento si pongono due quesiti: 1. Se ci sia un carisma per il compimento dei miracoli; 2. A chi esso si addica. La Questione in esame è la numero 178 (Parte II-II), Articolo 1
• Se ci sia una grazia carismatica ordinata al compimento dei miracoli. Sembra che nessuna grazia carismatica sia ordinata al compimento dei miracoli. Infatti: 1. Qualsiasi grazia conferisce qualcosa a colui al quale viene concessa. Invece il fare miracoli non conferisce nulla all’anima di chi li compie: poiché essi avvengono anche per il contatto con il corpo di un morto, come si legge nella Scrittura (2 Re 13, 21) che «alcuni gettarono un cadavere sul sepolcro di Eliseo e il morto, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi». Quindi il fare miracoli non è una grazia carismatica. 2. I carismi sono concessi dallo Spirito Santo, come si rileva dalle parole di san Paolo (1 Cor. 12, 4): «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito». Invece i miracoli li può fare anche lo spirito immondo, come si legge nel Vangelo (Mt. 24, 24): «Sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti, e faranno grandi portenti e miracoli». Quindi il compimento dei miracoli non è un carisma. 3. I miracoli si distinguono in segni, prodigi o portenti, e virtù (2 Cor. 12, 12). Non è quindi giusto che tra le grazie carismatiche san Paolo ricordi l’attività delle virtù piuttosto che il compimento di prodigi o di segni. 4. La guarigione miracolosa avviene per virtù divina. Perciò «il carisma delle guarigioni» non andava distinto dall’attività delle virtù. 5. Il compimento dei miracoli dipende dalla fede: o di chi li compie, secondo l’espressione di san Paolo (1 Cor. 13, 2): «Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne», oppure di quelli a favore dei quali vengono compiuti, stando all’accenno evangelico (Mt. 13, 58): «Non fece molti miracoli a causa della loro incredulità». Se quindi si pone già la fede come grazia carismatica è superfluo aggiungere come un’altra grazia carismatica il compimento dei miracoli.
• In contrario: L’Apostolo (1 Cor. 12, 9 s.), parlando delle tre grazie carismatiche, afferma: «A uno è dato il dono delle guarigioni, a un altro il potere dei miracoli».
• Rispondo: Lo Spirito Santo, come si è detto (q. 177, a. 1), provvede efficacemente la Chiesa di quelle cose che servono alla salvezza, e a ciò sono ordinate le grazie carismatiche. Ora come sono necessari, per portare a conoscenza di altri la scienza ricevuta da Dio, il dono delle lingue e il dono della parola, così è necessario che la parola venga confermata, per diventare credibile. E ciò avviene attraverso il compimento dei miracoli, come si legge nel Vangelo (Mc. 16, 20): «Il Signore confermava la loro parola con i prodigi che l’accompagnavano». Ed è giusto che sia così. È infatti naturale per l’uomo scoprire la verità intelligibile attraverso i fenomeni sensibili. Come quindi l’uomo, guidato dalla ragione naturale, può arrivare a una certa conoscenza di Dio attraverso gli effetti naturali, così attraverso alcuni effetti soprannaturali, chiamati miracoli, può arrivare a una certa conoscenza soprannaturale delle verità di fede. E così il compimento dei miracoli rientra nelle grazie carismatiche.
• Soluzione delle difficoltà: 1. Come la profezia abbraccia tutto ciò che può essere conosciuto soprannaturalmente, così il compimento dei miracoli abbraccia tutto ciò che può essere soprannaturalmente compiuto. Ma la causa di tutto ciò è l’onnipotenza divina, che non può essere comunicata ad alcuna creatura. E così è impossibile che il potere di compiere miracoli sia una qualità permanente nell’anima. Tuttavia, come l’anima del profeta viene mossa dall’ispirazione di Dio a conoscere in modo soprannaturale, così può accadere che l’anima di chi compie i miracoli sia mossa a compiere qualcosa a cui segue il miracolo, che Dio solo produce con la sua virtù. E qualche volta si tratta di una preghiera, come quando san Pietro resuscitò Tabita, secondo la narrazione degli Atti (9, 40); talora invece, senza una preghiera espressa, Dio agisce a un cenno dell’uomo, come quando san Pietro col suo rimprovero consegnò alla morte Anania e Saffira che avevano mentito (At. 5, 3 ss.). Per cui san Gregorio [Dial. 2, 30] afferma che «i santi fanno i miracoli talora ricorrendo al loro potere, talora ricorrendo alla preghiera». Ma in tutti e due i casi la causa principale è Dio, il quale si serve come di uno strumento o di un atto interno dell’uomo, o della sua parola, oppure anche di un atto esterno, o ancora di un contatto del suo corpo, anche già morto. Infatti la Scrittura (Gs. 10, 12), dopo aver riferito che Giosuè disse in tono imperativo: «O sole, fermati in Gabaon», soggiunge (v. 14): «Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo, perché il Signore aveva ascoltato la voce di un uomo». 2. In quel passo il Signore parla dei miracoli che si verificheranno al tempo dell’Anticristo; e secondo l’Apostolo (2 Ts. 2, 9) «la venuta di costui avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri». E in proposito sant’Agostino (De civ. Dei 20, 19) scrive: «Ci si può domandare se questi segni e prodigi siano detti menzogneri perché egli ingannerà i sensi dei mortali con dei fantasmi, così che sembri che egli faccia quello che non fa, oppure perché, pur essendo veri prodigi, essi porteranno alla menzogna». Sono poi detti veri perché si tratterà di cose vere, come i maghi del Faraone produssero vere rane e veri serpenti (Es. 7, 12; 8, 7). Ma non saranno veri miracoli: poiché avverranno per la virtù di cause naturali, come si è spiegato nella Prima Parte (q. 114, a. 4). Invece il compimento dei miracoli che è dovuto a un carisma avviene per la virtù di Dio, a vantaggio degli uomini. 3. Nei miracoli si possono considerare due cose. Primo, ciò che con essi viene compiuto, e che è qualcosa che supera le capacità della natura. E sotto questo aspetto i miracoli sono detti virtù. Secondo, il motivo per cui sono compiuti, cioè la manifestazione di una realtà soprannaturale. E sotto questo aspetto sono denominati segni, oppure portenti o prodigi, poiché mostrano qualcosa di lontano. 4. «Il dono delle guarigioni» viene ricordato a parte poiché con esso viene conferito all’uomo un beneficio particolare, cioè la guarigione del corpo, oltre al beneficio comune a tutti i miracoli, che cioè gli uomini vengano condotti alla conoscenza di Dio. 5. Il compimento dei miracoli è attribuito alla fede per due motivi. Primo, perché è ordinato a confermare la fede. Secondo, perché deriva dall’onnipotenza di Dio, sulla quale la fede si appoggia. E tuttavia, come oltre alla grazia della fede è necessario il carisma della parola per insegnarla, così pure è necessario il carisma dei miracoli per confermarla.
[Nel prossimo articolo citeremo sempre la Somma Teologica, II-II, Questione 178, Argomento 2, Se gli iniqui possano far miracoli, ndR].

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Achi si addica il dono dei miracoli. La Questione in esame è la numero 178 (Parte II-II), Articolo 2.
• Se gli iniqui possano fare dei miracoli. Sembra che gli iniqui non possano fare miracoli. Infatti: 1. I miracoli, come si è detto (a. prec., ad 1), vengono compiuti attraverso la preghiera. Ma la preghiera dei peccatori non può essere esaudita, stando a quel detto evangelico (Gv. 9, 31): «Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori». E nei Proverbi (28, 9) si legge: «Chi volge altrove l’orecchio per non ascoltare la legge, anche la sua preghiera è in abominio». Quindi gli iniqui non possono fare dei miracoli. 2. I miracoli sono attribuiti alla fede (Mt. 17, 20): «Se avrete tanta fede pari a un granello di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà». Ma «la fede senza le opere è morta», come dice san Giacomo (20, 20): per cui non può avere le sue operazioni proprie. Quindi i malvagi, che non sanno compiere le opere buone, non possono compiere neppure i miracoli. 3. I miracoli sono delle testimonianze divine, secondo l’espressione di san Paolo (Eb. 2, 4): «Dio testimoniava con segni e prodigi e miracoli di ogni genere». Per cui nella Chiesa alcuni vengono canonizzati per la testimonianza dei miracoli. Ma Dio non può testimoniare il falso. Perciò l’uomo iniquo non può fare dei miracoli. 4. I buoni sono più uniti a Dio dei malvagi. Eppure non tutti i buoni compiono miracoli. Tanto meno quindi li compiono i malvagi.
• In contrario: L’Apostolo (1 Cor. 13, 2) scrive: «Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla». Ma chi non ha la carità è un iniquo: poiché secondo sant’Agostino (De Trin. 15, 18) «è solo questo dono dello Spirito Santo che distingue i figli del Regno dai figli della perdizione». Perciò anche gli iniqui possono compiere miracoli. Rispondo: Tra i miracoli ce ne sono alcuni che non sono veri miracoli, ma giochi di immaginazione, con i quali l’uomo viene ingannato al punto di vedere ciò che non esiste. Altri invece sono fatti veri, ma non hanno la vera natura di miracoli, essendo compiuti in virtù di cause naturali. E questi due tipi di miracoli possono essere compiuti dai demoni, come sopra (a. prec., ad 2) si è detto. Invece i veri miracoli non possono essere compiuti che dalla virtù divina: Dio infatti li compie a vantaggio degli uomini. E ciò per due motivi: primo, per confermare la verità predicata; secondo, per mostrare la santità di una persona, che Dio vuole proporre quale esempio di virtù. Nel primo modo i miracoli possono essere compiuti da chiunque predichi la vera fede, o invochi il nome di Cristo, cose che possono fare talora anche gli iniqui. E in base a ciò anche gli iniqui possono compiere miracoli di questo genere. Per questo dunque, commentando quel passo evangelico (Mt. 7, 22): «Non abbiamo noi profetato nel tuo nome?», ecc., san Girolamo (In Mt 1) afferma: «Profetare, compiere miracoli e cacciare i demoni talora non è dovuto al merito di chi lo fa, ma all’invocazione del nome di Cristo, affinché gli uomini onorino Dio, invocando il quale si compiono così grandi miracoli». Nel secondo modo invece i miracoli non possono essere compiuti se non dai santi, la cui santità viene dimostrata dai miracoli compiuti sia durante la loro vita, sia dopo la morte, o da loro stessi o da altri. Si legge infatti nella Scrittura (At. 19, 11 s.) che «Dio operava prodigi non comuni per mano di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui, e le malattie cessavano». E anche in questo senso nulla impedisce che un peccatore possa fare dei miracoli attraverso l’invocazione di un Santo. Questi miracoli però non si dice che sono fatti da lui, bensì da colui per dimostrare la santità del quale essi vengono compiuti.
• Soluzione delle difficoltà: 1. La preghiera, come si è visto sopra (q. 83, a. 16) trattando di tale argomento, nell’impetrare non si fonda sul merito personale, ma sulla misericordia di Dio, che abbraccia anche i peccatori. Per questo Dio talora esaudisce anche le preghiere di questi ultimi. Per cui sant’Agostino (In Ioh. ev. tract. 44) afferma che «quelle parole furono dette dal cieco nato quando ancora non era stato unto», cioè quando non era stato ancora perfettamente illuminato: «infatti Dio esaudisce i peccatori». L’affermazione poi che «la preghiera di chi non ascolta le legge è in abominio» va intesa quanto al merito del peccatore. Essa però talora ottiene il suo effetto per la misericordia di Dio: o in vista della salvezza propria, come nel caso del pubblicano della parabola evangelica (Lc. 18, 13 s.), o anche per la salvezza di altri e la gloria di Dio. 2. La fede senza le opere si dice che è morta rispetto al credente, il quale pur possedendola non vive la vita della grazia. Nulla però impedisce che una realtà viva operi con uno strumento morto, come l’uomo con un bastone. Ed è così appunto che Dio opera usando come strumento la fede di un peccatore. 3. I miracoli sono sempre testimonianze vere di ciò che sono chiamati a confermare. Perciò i malvagi che insegnano una falsa dottrina non compiono mai dei veri miracoli a sostegno di essa, sebbene talora siano in grado di compierli a gloria del nome di Cristo che essi invocano, e in virtù dei sacramenti che amministrano. Invece gli iniqui che insegnano la vera dottrina possono fare talora dei veri miracoli a conferma di essa, ma non quali testimonianze della propria santità. Da cui le parole di sant’Agostino (Lib. LXXXIII, quaest. 79): «È diverso il modo di compiere miracoli nel caso dei maghi, nel caso dei buoni cristiani e nel caso dei cattivi cristiani: i maghi li compiono in virtù di patti privati con i demoni, i buoni cristiani in virtù della giustizia pubblica e i cattivi cristiani mediante i segni di questa giustizia». 4. Come dice ancora sant’Agostino (ib.), «il dono dei miracoli non è conferito a tutti i santi perché i deboli nella fede non cadano nel pericolosissimo errore di credere che questi prodigi siano superiori alle opere buone, con le quali si acquista la vita eterna».

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Se quando per miracolo appare in questo Sacramento o la carne o un bambino, vi sia veramente presente il corpo di Cristo (Tertia pars, Quaestio 76, Articulus 8).
• Sembra che quando per miracolo appare in questo sacramento (Miracolo eucaristico, ndR) o della carne o un bambino non vi sia veramente presente il corpo di Cristo. Infatti: 1. Il corpo di Cristo cessa di essere in questo sacramento quando cessano di esistere le specie sacramentali, come si è detto (a. 6). Ora, quando appare della carne, o un bambino, cessano di esistere le specie sacramentali. Quindi allora non c’è più il corpo di Cristo. 2. Il corpo di Cristo, dovunque sia presente, o è sotto le proprie sembianze o è sotto le specie sacramentali. Ma quando avvengono tali apparizioni è chiaro che non si tratta della presenza di Cristo nelle proprie sembianze, poiché in questo sacramento è presente tutto Cristo, che rimane invariabile nello stato in cui salì al cielo, mentre ciò che appare per miracolo in questo sacramento si presenta a volte come un pezzetto di carne, a volte come un bambino. Ed è chiaro anche che non si tratta della presenza di Cristo sotto le specie sacramentali, che sono le specie del pane e del vino. Quindi è evidente che il corpo di Cristo non vi è presente in alcun modo. 3. Il corpo di Cristo inizia la sua presenza in questo sacramento con la consacrazione e la conversione, come si è visto sopra (a. 1; q. 75, aa. 2 ss.). Ora, la carne ed il sangue che appaiono miracolosamente non sono consacrati né convertiti nel vero corpo e sangue di Cristo. Perciò sotto tali sembianze non è presente il corpo o il sangue di Cristo.
• In contrario: Dopo tali apparizioni viene tributato a ciò che appare lo stesso culto di prima. Ora, ciò non avverrebbe se non vi fosse veramente presente Cristo, a cui tributiamo il culto di latria. Quindi anche dopo tali apparizioni Cristo rimane in questo sacramento.
• Rispondo: In due modi si verificano le apparizioni in cui a volte si vede miracolosamente in questo sacramento della carne, o del sangue, o addirittura un bambino. Talora infatti il fenomeno si compie soggettivamente negli spettatori: i loro occhi cioè subiscono una mutazione, come se veramente essi vedessero nella realtà esterna della carne o del sangue, o un bambino, senza però che si operi alcuna mutazione nel sacramento. E così sembra accadere quando ad alcuni esso appare sotto l’aspetto di carne o di bambino, mentre ad altri appare come prima sotto le specie del pane; oppure quando a una medesima persona appare per un po’ di tempo sotto la specie di carne o di bambino, e poi sotto le specie del pane. Tuttavia questo fenomeno soggettivo non rientra nella categoria delle illusioni come i prodigi dei maghi, poiché tale specie viene prodotta da Dio negli occhi per esprimere una verità, cioè per manifestare la reale presenza del corpo di Cristo in questo sacramento; come anche Cristo medesimo apparve senza inganno ai discepoli che andavano a Emmaus. Dice infatti Sant’Agostino (De quaest. Evang. 2, 51) che «la nostra simulazione, quando vuole essere significativa, non è una menzogna, ma un simbolo della verità». Ora, non intervenendo in questo caso alcuna mutazione del sacramento, è evidente che Cristo non cessa di esservi presente al compiersi di dette apparizioni. Altre volte invece tali apparizioni accadono non solo per un’impressione degli spettatori, ma per una reale esistenza al di fuori di essi del fenomeno che appare. Il che è evidente quando l’apparizione si presenta identica a tutti, e dura non per un momento, ma per lungo tempo. E in simili casi alcuni dicono che si tratta delle sembianze proprie del corpo di Cristo. Né importa se certe volte non si vede Cristo per intero, ma una parte della sua carne; o anche non in età giovanile, ma infantile: poiché il corpo glorioso ha la capacità, come si dirà in seguito, di comparire a un occhio non glorificato sia per intero che in parte, sia nelle sue proprie sembianze che in altra maniera. Ma questa spiegazione non sembra accettabile. Primo, poiché il corpo di Cristo non può essere visto nelle proprie sembianze che in un luogo soltanto, nel quale è contenuto in modo delimitato. E così, facendosi egli vedere e adorare in cielo nelle proprie sembianze, non può mostrarsi nello stesso modo in questo sacramento. Secondo, poiché il corpo glorioso, che appare quando vuole, scompare anche quando vuole dopo l’apparizione: come è scritto (Lc. 24, 31) che il Signore «sparì dalla vista dei discepoli». Ciò che invece appare sotto l’aspetto di carne in questo sacramento rimane a lungo, anzi, si legge che a volte venne chiuso e conservato in una pisside per deliberazione di molti vescovi: il che è assurdo pensare di Cristo nelle proprie sembianze. Dobbiamo perciò concludere che, restando le stesse dimensioni di prima, avvengono miracolosamente delle mutazioni negli altri accidenti, per esempio nella figura, nel colore e in altri accidenti simili, in modo che appaia della carne, o del sangue, oppure un bambino. E questo non è un inganno: poiché come si è detto sopra avviene «per indicare una verità», cioè per dimostrare con tale miracolosa apparizione che in questo sacramento è veramente presente il corpo e il sangue di Cristo. E così è evidente che, rimanendo le dimensioni, che come vedremo (q. 77, a. 2) sono il fondamento degli altri accidenti, resta veramente in questo sacramento il corpo di Cristo.
• Soluzione delle difficoltà: 1. In queste apparizioni le specie sacramentali a volte rimangono immutate in se stesse, come si è detto (nel corpo), a volte invece rimangono immutate secondo il loro elemento principale. 2. In simili apparizioni non si vedono le sembianze proprie di Cristo, come si è detto (ib.), ma delle sembianze prodotte miracolosamente o negli occhi degli spettatori, o anche entro le stesse dimensioni del sacramento, come abbiamo spiegato (ib.). 3. Le dimensioni del pane e del vino consacrate restano invariate, mentre come si è visto (ib.) le variazioni avvengono in esse per miracolo quanto agli altri accidenti.

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+ O Cuore degno di regnare di tutti i cuori, e di possedere l’affetto di tutti i cuori. O Cuore, che foste per me ferito sulla croce dalla lancia de’ miei peccati, ve ne state poi continuamente ferito per me sugli altari nel Sacramento non da altra lancia, che dall’amore, che mi portate. O Cuore amante, ch’ami gli uomini con tanta tenerezza, e con tanta poca corrispondenza sei amato dagli uomini. Riparate voi a tanta ingratitudine. Accendete voi tutti i nostri cuori, acciocché veramente vi amiamo. Così sia. + [Sant’Alfonso Maria de’ Liguori]
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«C’è forse un tempo o un luogo in cui sia ingiusto amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e amare il prossimo come te stesso (Mc. 12. 30, 33; Mt. 22. 37, 39; Lc. 10. 27)? Dunque si devono detestare e punire dappertutto e sempre i vizi contrari alla natura, per esempio i vizi dei sodomiti, che se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché non ha creato gli uomini per un tale uso di se stessi. È infatti una violazione del vincolo che deve sussistere tra noi e Dio la contaminazione della natura medesima, di cui egli è l’autore, per una passione perversa» (Sant’Agostino, Confessioni, c. III, 8, 15).
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Afferma Sant’Alfonso in «Del gran mezzo della preghiera» (p. I, c. I): «Questo che poi si è detto in quanto alle Anime Purganti, circa il punto se esse possano o no pregare per noi, e se pertanto a noi giovi o no il raccomandarci alle loro orazioni, non corre certamente a rispetto dei Santi; in quanto ai Santi: non può dubitarsi essere utilissimo il ricorrere alla loro intercessione, parlando dei Santi già canonizzati dalla Chiesa, che già godono la vista di Dio. Nel che il credere fallibile la Chiesa, non può scusarsi da colpa o d’eresia... poiché il Sommo Pontefice nel canonizzare i Santi principalmente, come insegna l’Angelico, è guidato dall’istinto infallibile dello Spirito Santo». Prosegue...
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Insegna sant’Alfonso in Pratica del Confessore per ben esercitare il suo Ministero, Marietti, Torino, 1829, pag. 114: «De actibus turpibus consummatis contra naturam» - «Gli atti indecenti e turpi consumati contro natura. Essi sono tre, vale a dire la sodomia, la bestialità e la mollezza o polluzione - sodomia, bestialitas, et pollutio». «La sodomia presenta una deformità speciale, ovvero l’indebito rapporto (o accoppiamento - concubitus), specialem deformitatem dovuta all’unione omosessuale». Sant’Alfonso spiega che «[...] l’accoppiamento del maschio con il maschio, e della donna con la donna, è una “sodomia perfetta”, nel senso che si usano conflittualmente le parti del corpo - in quacumque parte corporis fiat congressus - per fare sesso indebito, contro natura. [...] Va notato (al n° 3) che i sodomiti - sive sint agentes, sive patientes - se sono laici, essi incorrono nella pena di morte e della combustione del cadavere - incurrunt poenam mortis, et combustionis cadaveris». Ed in altro luogo: «Quod poena sodomitarum, si sint laici, damnatur morte et combustione» (Homo apostolicus, Argentinæ, 1820, tomus I., tract. 9, n. 26).
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Si legge nella parabola della zizzania in San Matteo (capitolo 13) che, essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, i servi volevano andare ad estirparla: «Vis, imus, et colligimus ea?» (Matth., 13, 28). Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: «In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum» (Matth., 13, 30). Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa coi peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati.
Dice Sant’Agostino (In Ioan. Evang., tr. XXXIII, n. 8; PL 35, 1651: «Ex utroque igitur homines periclitantur, et sperando et desperando, contrariis rebus, contrariis affectionibus». Cfr. CC 36, 310) che in due modi il demonio inganna gli uomini: «Desperando, et sperando». Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia (Forse è una citazione implicita di Blosius L., Paradisus animae fidelis, c. 2, n. 4; Opera, Antverpiae 1632, 5, col. 2: «Diabolus hoc malignitatis dolo fere uti consuevit, ut ei qui peccare statuir, ipsum Dominum clementissimum et misericordissimum esse polliceatur: ubi vero peccato admisso poenitentiam agere voluerit, iam illum implacabilem nimiumque severum esse modis omnibus suadeat. Sed audiendus non est callidus impostor»); ma prima di peccare, (il demonio) tenta l’anima (lo anima) al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: «Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam» (Il concetto non manca nell’Ipponate: , In Ioan. Evang., tr. XXXIII, n. 7; PL 35, 1650: «Intendant ergo qui amant in Domino mansuetudinem, et timeant veritatem. Etenim dulcis et rectus Dominus (Ps. XXIV, 8). Amas quod dulcis est, time quod rectus est». Cfr. CC 36, 309. Sarnelli G., La via facile, e sicura del paradiso, p. II, cons. 44; I, Napoli 1738, 328, attribuisce il testo a s. Girolamo senza indicarne l’opera: «Dice s. Girolamo: Sperate nella misericordia di Dio per li peccati passati. Ma temete l’ira di Dio per li peccati futuri»). Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà? (Alphonsus Tostado, In Exodum, c. IX, q. 8; c. XXXIII, q. 18; Opera, Venetiis 1596, 58, col. 4; 160, col. 1. Vedi pure: In Matth., c. XVIII, q. 140; 170, col. 1).
Difficilmente si trova peccatore così disperato che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. «Bonus est Deus, faciam quod mihi placet», ecco come parlano i peccatori, scrive Sant’Agostino (Tract. 33. in Io. n. 8; PL 35, 1651: «Sperando qui decipitur? Qui dicit: Bonus est Deus, misericors est Deus, faciam quod mihi placet, quod libet». Cfr. CC 36, 310. Cfr. ID., Sermo XX; PL 38, 139-140). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati. Non dire, dice il Signore: Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. «Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur» (Eccli. 5, 6). Non dire, dice Dio; e perché? «Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius» (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è ancora giusto. «Ego sum iustus, et misericors», disse il Signore un giorno a Santa Brigida «peccatores tantum misericordem me existimant» (Revelationes, l. 1, c. 5; Coloniæ Agrippinae 1628, 8, col. 2: «Omnes credunt me, et praedicant misericordem, sed quasi nullus praedicat, nec credit me esse iuste iudicantem. Iniquus enim esset iudex, qui ex misericordia iniquos dimitteret impunitos, ut iniqui iustos eo magis opprimerent. Sed ego sum iustus iudex et misericors».).
I peccatori, scrive San Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: «Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare» (Regalae fusius tractatae, Proemium, n. 4; PG 31, 898: «Misericors quidem est, sed et iudex... Misericors enim Dominus et iustus. Ne igitur dimidia ex parte Deum cognoscamus neque ipsius benignitas ignaviae nobis occasio sit»). Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P. M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa (Lettere spirituali, p. III, lett. 12 ad un suo discepolo predicatore, Roma 1668, trad. B. Nicolucci, 64: «Come perdonerà Iddio a chi l'ha offeso, e se ne ride, e non tiene rimorso nel suo cuore d'aver disprezzato il suo Padre, Dio, e Signore? Non sarebbe questa misericordia, ma un mancamento di giustizia; e cosa molto contra ragione, che a Dio non conviene, le cui opere sono giudizio, peso e misura». Cfr. Juan De Avila, Obras completas, I, Epistolario, III parte, carta 167 a un su discípulo predicador; Madrid 1952, 828: «Cómo perdonará Dios a quie le ha ofendido y se ríe y no tiene pellizco en su corazón de haber despreciado a su Padre, Dios y Señor? No sería esto misericordia, sino falta de justicia, y cosa muy contra razón, cual a Dios no conviene, cuyas obras son juicio, peso y medida»). «Et misericordia eius timentibus eum» (Luca, 1, 50), come cantò la divina Madre.
Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice Sant'Agostino) Dio non mente nelle promesse; così non mente ancora nelle minacce: «Qui verus est in promittendo, verus est in minando» (De vera et falsa poenitentia, c. VII, n. 18; PL 40, 1119: «Qui verus est in promittendo, verus est in minando». Questa opera un tempo attribuita a Sant'Agostino appartiene probabilmente ad un autore anonimo del sec. XI; cfr. Glorieux, 29). Guardati, dice San Giovanni Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; «Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur» [Hom. 50. ad Pop. Antioch.; Gisolfo P., La guida de’ peccatori, p. I, disc. VI; 1, Napoli 1694, 160: «Osserva con che parole te n’ammonisce San Giovanni Climaco: Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur». Cfr. S. Ioan. Climacus, Scala paradisi, gradus VI; PG 88, 795: «Tu vero lugens nequaquam admittas canem illum tartareum, qui Deum benignum et clementem esse suggerit...; hoc enim studet ut luctum et timorem Domini, qui veram parit securitatem abs te excludat». Nella stessa pagina il Gisolfo cita: «Talis est diabolus: omnia arte non ex directo praetendit, ne caveamus (S. Io. Chris. hom. 50 ad pop. Ant.)». Sembra si tratti di una svista di trascrizione da parte di Sant’Alfonso, che ha riferito al Crisostomo ciò che appartiene al Climaco]. Guai, soggiunge Sant’Agostino, a chi spera per peccare: «Sperat, ut peccet; vae a perversa spe» (In Ps. 144; Enarrat. in Ps. CXLIV, n. 11; PL 1877: «Audi et vocem sperantis: Misericordia Domini magna est: quando me convertero, dimittet mihi omnia: quare non facio quidquid volo? Desperat, ut peccet; sperat, ut peccet. Utrumque metuendum est, utrumque periculosum. Vae a desperatione! vae a perversa spe». Cfr. CC 40, 2096.).
Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il Santo, questa vana speranza (Sermo 154, De Passione Domini et de beato latrone, n. 9; PL 39, 2040: «Immittit diabolus securitatem ut inferat perditionem: neque dinumerari possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit». In Appendice delle opere di Sant’Agostino, ma è di Eusebius Gallicanus, cfr. Clavis, 368). «Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit». Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice San Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo [Tractatus de gradibus superbiae, n. 36; PL 182, 962: «Dei bonitatem attendens, dixisti in corde tuo: Non requiret (Ps. X, 13); propter quod, o impie, Deum irritasti». Cfr. Ibid., nn. 31-33]. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice San Giovanni Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesu-Cristo: «Fidit in lenitate magistri» (In Matthaeum homilia 83, n. 2; PG 58, 748: «Confidebat in lenitate magistri: quod maxime illum confundere debuit, et venia omni privare, quod tam mansuetum magistrum prodiderit»).
Insomma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche dei cristiani (parlando degli adulti) si danna: «Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam» (Matth. 7, 13). Chi offende Dio con la speranza del perdono, «irrisor est non poenitens», dice Sant’Agostino [Ad fratres in eremo, Sermo 11; PL 40, 1255: «Numquid et qui dissimulat, irrisor est, et non poenitens, qui adhuc agit quod poenitet» (Glorieux, 31)]. Ma all’incontro dice San Paolo che Dio non si fa burlare: «Deus non irridetur» (Galat. 6, 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al Paradiso. «Quae enim seminaverit homo, haec et metet» (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed Inferno. La rete con cui il demonio strascina all’Inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono [Sabatino L., Cito cotidiano, med. VII; Montefiascone 1721, 87: «Bisogna… che facciamo opere buone, per ravvivare in noi la speranza della divina misericordia, ed acciocché questa non sia temeraria, e cada sopra di noi la maledizione dello Spirito Santo: Maledictus homo, qui peccat in spe, bisogna risolversi a mutar vita». Vedi anche Mansi, op. cit.; III, 293, col. 2: «Est enim irrefragabilis illa Spiritus Sancti sententia: Maledictus, qui peccat in spe». Forse proviene da San Bernardo, In Ps. Qui habitat, serm. I, n. 2; PL 183, 187: «Sunt… quia sic de misericordia eius sibi ipsis blandiuntur, ut a peccatis suis non emendentur... Contra hos propheta: Maledictus, inquit, qui peccat in spe». Ibid., sermo II, n. 3: «Non desperabo, nec frustra sperabo, quia maledictus qui peccat in spe». Il testo allegato sembra biblico, ma non è. Probabilmente San Bernardo allude a qualcosa di simile che si legge in Geremia: «Maledictus homo, qui confidit in homine» (c. XVII, 5)]. «Maledictus homo qui peccat in spe». La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abominio di Dio: «Et spes illorum abominatio» (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, così come irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono.
• Affetti e preghiere. Ah mio Dio, eccomi io sono stato uno di costoro, che v’ho offeso, perché Voi eravate buono con me. Ah Signore, aspettatemi, non m’abbandonate ancora, ch’io spero colla vostra grazia non irritarvi più ad abbandonarmi. Mi pento, o bontà infinita, di avervi offeso e di aver così maltrattata la vostra pazienza. Vi ringrazio che mi avete aspettato sinora. Da ogg’innanzi non voglio tradirvi più, come ho fatto per lo passato. Voi mi avete tanto sopportato, acciocché mi vedeste un giorno fatto amante della vostra bontà. Ecco che questo giorno è già arrivato, come spero. Io v’amo sopra ogni cosa e stimo più la vostra grazia che tutti i regni del mondo: prima che perderla, son pronto a perdere mille volte la vita. Dio mio, per amore di Gesu-Cristo datemi Voi la santa perseveranza sino alla morte, col vostro santo amore. Non permettete ch’io vi torni a tradire e lasci d’amarvi. Maria, Voi siete la speranza mia; ottenetemi questa perseveranza; e niente più vi dimando. [Tratto da «Apparecchio alla Morte», Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Considerazione XVII, Punto I].
(a cura di CdP)
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• Col promuoversi i buoni costumi si promuove anche la pace comune dei cittadini e per conseguenza il bene di tutto lo Stato. Questa è una verità così evidente che si prova da per tutto con l’esperienza: quei sudditi che sono ubbidienti ai precetti di Dio sono necessariamente ancora ubbidienti alle leggi dei prìncipi. La stessa fedeltà che conservano i vassalli verso Dio li rende fedeli ai loro sovrani. La ragione è chiara: quando i sudditi sono ubbidienti ai divini comandamenti, cessano le insolenze, i furti, le frodi, gli adulterii, gli omicidii; e così fiorisce lo Stato, si conserva la sommessione al sovrano e la pace tra le famiglie. Insomma quei che si stabiliscono in menare una vita morigerata, si stabiliscono insieme di osservare i loro doveri; poiché allora attendono a reprimere le loro passioni e così vivono in pace con se stessi e cogli altri.
• 2. Ma a ciò bastano le leggi dei prìncipi ed i supplizi destinati ai delinquenti? No (si risponde) non bastano; né le leggi né i supplizi umani bastano a frenare l’audacia e le passioni disordinate dei malvagi che ad altro non attendono che a migliorare i loro interessi ed a soddisfare i loro appetiti: e perciò quando lor si presenta l’occasione, disprezzando le leggi ed i castighi divini, facilmente disprezzano ancora le leggi ed i castighi minacciati dai sovrani.
• 3. Giovano bensì le leggi umane a conservare i buoni costumi nei sudditi morigerati, ma non già ad ingerirli nei sudditi cattivi; la sola religione ingerisce e forma i santi costumi nelle anime, e così ella opera che le leggi siano osservate. Se non vi fosse la religione, la quale insegna esservi un Giudice supremo, che tutto vede e ben sa vendicare le malvagità degli empi, rare volte gli uomini si farebbero forza a soddisfare i loro doveri; e senza questo timore dei divini flagelli che tiene gli uomini a freno, gli empi da per tutto crescerebbero in eccesso [Sant’Alfonso scrive nell’anno 1777. Oggi l’esempio delle società cosiddette “laiche”, funesta eredità della Rivoluzione francese, dimostra che quelle Nazioni dove non si tiene in conto la santa religione sono piene di empi, talvolta sono proprio gli empi a governare, ndR].
• 4. La sola religione poi rende i vassalli veri ubbidienti ai lor prìncipi, facendo ad essi intendere che son tenuti ad ubbidire ai sovrani, non solo per evitare le pene imposte ai trasgressori, ma anche per ubbidire a Dio e tenere in pace le loro coscienze; secondo che scrive l’Apostolo, dicendo che i sovrani sono ministri di Dio: «Ministri enim Dei sunt, in hoc ipsum servientes». E quindi soggiunge San Paolo che le leggi dei prìncipi obbligano anche la coscienza dei sudditi: «Ideo necessitate subditi estote, non solum propter iram, sed etiam propter conscientiam». [Sant’Alfonso sta usando Romani, 13, 5-6]
• 5. Non bastano dunque le leggi né bastano i supplizi minacciati dalle leggi a reprimere le insolenze dei malvagi che poi disturbano la pubblica pace: poiché spesso i delitti restano impuniti, o perché restano occulti i delinquenti, o perché mancano le prove bastanti a poterli castigare; e non di rado, quantunque siano provati i delitti, i rei colla fuga si sottraggono alla pena. Scrive il Clerc, ancorché eretico: «La massima parte degli uomini non è capace di operare bene per la sola mira del pubblico bene; l’interesse particolare si trova quasi sempre opposto all’interesse comune; il solo timore dei castighi divini mette freno ai disordini».
• 6. Essendo poi vero che i re sono ministri di Dio e suoi luogotenenti, siccome i vassalli son tenuti anche per obbligo di coscienza di ubbidire ai loro monarchi; così i monarchi son tenuti a vigilare sopra i loro vassalli acciocch’essi ubbidiscano a Dio. Ad un uomo privato basta che osservi la divina legge per salvarsi; ma ad un re non basta: gli bisogna inoltre che si adoperi quanto può, affinché i suoi sudditi osservino la divina legge, procurando di riformare i mali costumi e di estirpare gli scandali.
• 7. E quando si tratta dell’onore di Dio, devono i prìncipi aver coraggio e non tralasciare il loro dovere per timore di qualche avversità o contraddizione che possa esser loro fatta; mentre ogni re che adempisce il suo obbligo ha Dio che l’assiste con modo speciale; come Dio stesso disse a Giosuè (1, 9) allorché gli commise il governo del popolo: «Confortare et esto robustus et noli metuere, quoniam tecum est Dominus Deus tuus».
• 8. Pertanto il fine principale dei prìncipi nel loro governo non dev’essere la gloria propria, ma la gloria di Dio. I prìncipi che per la gloria propria trascurano quella di Dio vedranno perduta l’una e l’altra. Deve persuadersi ogni regnante, non esser possibile in questo mondo, pieno di uomini malvagi ed ignoranti, acquistarsi coi suoi portamenti (per giusti e santi che siano) le lodi e l’applauso di tutti i suoi vassalli: s’egli esercita la liberalità coi buoni e coi poveri lo chiamano prodigo: se poi fa eseguir la giustizia coi malvagi lo chiamano tiranno. Devono pertanto i re principalmente attendere a piacere a Dio più che agli uomini; poiché allora, se non saranno lodati dai cattivi, ben saranno lodati dai buoni, e soprattutto da Dio che saprà remunerarli in questa e nell’altra vita.
• 9. Con modo speciale devono attendere i prìncipi a tener purgati i regni da gente di mala dottrina. Pertanto parecchi cattolici sovrani non ammettono al loro servizio né eretici né scismatici. Perciò anche proibiscono con sommo rigore che nel regno entrino libri infetti di dottrina avvelenata; la poca cautela di alcuni prìncipi nell’estirpare questa sorta di libri è stata la causa della rovina di più regni.
• 10. Quanto poi abbiano accresciuto la gloria di Dio e la pietà nei sudditi molte buone regine con la loro devozione e buon esempio dato, ben si legge nelle vite di Santa Elisabetta regina di Portogallo, di Santa Edwige regina di Polonia, di Santa Brigida regina di Svezia e di Santa Caterina sua figlia.
Tratto da «La fedeltà de’ Vassalli», Capitolo I: «I re, se vogliono che i sudditi sieno loro ubbidienti, devono procurare di renderli ubbidienti a Dio; e si prova», Intratext.
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Non vi è cosa più breve del tempo, ma non vi è cosa più preziosa del tempo. Non vi è cosa del tempo più breve, perché il tempo passato non vi è più, il tempo futuro è incerto, il tempo poi presente altro non è che un momento. E ciò è quello che volle significare Gesù Cristo dicendo: «Modicum et non videbitis me», parlando della sua morte imminente. E lo stesso possiamo dir noi della nostra vita la quale, come scrisse san Giacomo, non è altro che un vapore che presto si disperde e finisce. «Quid enim est vita vestra? Vapor ad modicum parens» (Iac., 4, 15). Ma quanto è breve il tempo della vita nostra, altrettanto è prezioso, perché in ogni momento possiamo acquistarci tesori di meriti per il Paradiso, se lo spendiamo bene: ma se lo spendiamo male, in ogni momento possiamo commettere peccati, e meritarci l’Inferno. E questo voglio darvi a considerare oggi, quanto è prezioso ogni momento di tempo che Iddio ci dona, non già per perderlo, e tanto meno per peccare e dannarci, ma per fare opere buone e salvarci. Parla Iddio tramite Isaia: «In tempore placito exaudivi te, et in die salutis auxiliatus sum tui» (Isa., 49, 8). Spiega san Paolo questo testo, e dice che il tempo placito è il tempo in cui Iddio ha stabilito di farci bene, onde poi soggiunge: «Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis» (2 Cor., 6, 2). Prosegue ...
(a cura di CdP)
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Ogni tempo che non è speso per Dio, dice san Bernardo, è tempo perduto: «Omne tempus, quo de Deo non cogitasti, cogita te perdidisse» (Coll. 1, c. 8). Quindi ci esorta il Signore: «Quodcumque facere potest manus tuas instanter operare: quia nec opus, nec ratio... erunt apud inferos, quo tu properas» (Eccl., 9, 10). Quel che puoi far oggi, non aspettare il domani, perché domani forse sarai morto, e sarai entrato nell’altra vita; «ove nec opus», non avrai più tempo di far bene, «nec ratio», dopo la morte non si ha più ragione di ciò che si fa, ma solamente si gode della mercede ricevuta, o si patisce la pena del mal fatto: «Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra» (Psal., 94, 8). Oggi Iddio ti chiama a confessarti, a restituire quella roba, a far pace col nemico; oggi fallo, perché domani può essere o che non vi sia più tempo, o che Dio non ti chiami più. Tutta la nostra salute consiste nel corrispondere alle divine chiamate, e nel tempo che Dio ci chiama. Ma io sono giovine, dice colui, in futuro mi darò a Dio. Ma sappi, figlio mio, che Gesù Cristo maledisse quell’albero di fico che trovò senza frutto, quantunque allora non fosse tempo di tali frutti, come nota il Vangelo: «Non enim erat tempus ficorum» (Marc., 11, 13.). Con ciò volle significarci il Salvatore che l’uomo in ogni tempo, anche nella gioventù, deve rendere frutto di buone opere; altrimenti sarà maledetto, e non farà più frutto in avvenire, come già fu detto a quell’albero: «Iam non amplius in aeternum ex te fructum quisquam manducet» (Ibid., v. 14). Sta scritto nell’Ecclesiastico: «Ne tardes converti ad Dominum, et ne differas de die in diem; subito enim veniet ira illius» (Eccl., 5, 8 et 9). Se ti ritrovi in peccato non tardare a pentirtene e confessartene, e non differire di farlo neppure per il giorno di domani; perché se non ubbidisci alla chiamata di Dio, che oggi ti chiama a confessarti, può essere che oggi ti colga la morte in peccato, e domani non vi sarà più rimedio per te. Gran cosa! Il demonio stima poco tempo tutto il tempo della nostra vita, e perciò non perde un momento di tempo in tentarci di giorno e di notte: «Descendit diabolus ad vos, habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet» (Ap., 12, 12). Il nemico dunque non perde mai tempo per farci perdere: e noi perderemo il tempo che Iddio ci dona per salvarci? Dici: In seguito mi darò a Dio. Ma ti risponde san Bernardo: «Quid de futuro miser praesumis, tamquam pater tempora in tua posuerit potestate?» (Serm. 38. de part. etc.). Infelice, perché presumi di darti in futuro a Dio, come se Egli avesse concesso a te il tempo di poterti dare a Dio quando vuoi? Giobbe tremava, dicendo di non sapere se gli restasse un altro momento di vita: «Nescio enim, quamdiu subsistam, et si post modicum tollat me Factor meus» (Iob., 32, 22). E tu dici: oggi non voglio confessarmi, domani ci si pensa! Come? Riprende sant’Agostino: «Diem tenes, qui horam non tenes?». Come puoi promettere di aver tu un altro giorno di vita, se non sai che neppure avrai un’altra ora? Prosegue ...
(a cura di CdP)
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Dunque, dice santa Teresa: «Se oggi non sei pronto a morire, temi di morir male». Piange san Bernardino la cecità di questi trascurati, che fanno passare i giorni della loro salute, e non pensano che ogni giorno che perdono non mai per essi ritornerà: «Transeunt dies salutis, et nemo recogitat sibi perire diem, et nunquam rediturum» (Serm. ad scholar.). Desidereranno i miseri in punto di morte un altro anno, un altro mese, un altro giorno di tempo, ma non l’avranno, e sentiranno allora dirsi quel «Tempus non erit amplius». Quanto allora pagherebbe ognuno di costoro un’altra settimana, un altro giorno, almeno un’altra ora per aggiustare i conti da render a Dio! Dice san Lorenzo Giustiniani, che egli per ottenere una sola ora di tempo, darebbe tutte le sue robe, onori e spassi: «Erogaret opes, honores, delicias pro una horula» (De Vit. solit., c. 10). Ma quest’ora non gli sarà concessa; presto, gli sarà detto dal sacerdote assistente, presto partitevi da questa terra, non v’è più tempo: «Proficiscere, anima christiana, de hoc mundo». A che gli servirà allora il dire: oh mi fossi fatto santo! Avessi spesi gli anni miei ad amare Dio! Quando si troverà ad aver fatto una vita tutta sconcertata? Qual pena è ad un viandante l’avvedersi di aver errato la via, quando è fatta già notte, e non vi è più tempo di rimediare all’errore? Questa sarà la pena in morte di chi è vissuto molti anni nel mondo, ma non li ha spesi per Dio: «Venit nox, quando nemo potest operari» (Ioan., 9, 4). Perciò il Signore ci ammonisce: «Ambulate, dum lucem habetis, ut non vos tenebrae comprehendant» (Ioan., 12, 35). Camminate per la via della salute, ora che avete la luce, e prima che vi sorprendano le tenebre della morte, in cui ora non si può fare più niente; allora altro non si può fare che piangere il tempo perduto. «Vocabit adversum me tempus» (Thren., 1, 15). Nel tempo della morte la coscienza ci ricorderà tutto il tempo che abbiamo avuto per farci santi, e l’abbiamo impiegato per accrescere i nostri debiti con Dio: tutte le chiamate, tutte le grazie che il Signore ci ha fatto a fine di amarLo, e noi non abbiamo voluto valercene; e poi ci vedremo chiusa la via di fare alcun bene. Dirà il misero moribondo in mezzo a quei rimorsi ed a quelle tormentose tenebre della morte: oh pazzo che sono stato! Oh vita mia perduta! Oh anni perduti, in cui poteva io guadagnarmi tesori di meriti, potevo farmi santo se avessi voluto, ma non l’ho fatto, ed ora non v’è più tempo di farlo! Ma, replico, a che serviranno questi lamenti e questi pensieri, allorché sta per terminare la scena del mondo, la lampada sta vicina a smorzarsi, ed il moribondo sta prossimo a quel gran momento, dal quale dipende l’eternità? «Et vos estote parati, quia qua hora non putatis, Filius hominis veniet» (Luc., 12, 40). Dice il Signore «Estote parati» (siate pronti, ndR): non dice, uomini, apparecchiatevi nel tempo della morte, ma trovatevi apparecchiati, per quando ella verrà; poiché quando meno voi lo pensate, verrà il Figliuolo dell’Uomo a domandarvi i conti della vostra vita; ed allora sarà difficilissimo nella confusione della morte aggiustare talmente i conti, che ci liberiamo di non trovarci rei innanzi al tribunale di Gesù Cristo. Questa morte forse può avvenire fra venti o trenta altri anni; ma può anche avvenire tra breve, fra un altro anno, fra un altro mese. Posto ciò, se taluno dubitasse che forse tra breve dovrà trattarsi la causa della sua vita, non aspetterebbe certamente il tempo della decisione, ma procurerebbe quanto più presto potesse di aver un buon avvocato, di prevenire e far intesi i ministri delle sue difese. E noi che facciamo? Sappiamo certo che un giorno si ha da trattare la causa del maggior negozio che abbiamo, ossia il negozio (l’affare, ndR) della nostra vita, non già temporale, ma eterna, e questo giorno può essere che già sia vicino, e perdiamo tempo? Ed invece di aggiustare i conti andiamo accrescendo i delitti meritevoli della sentenza della morte eterna? Se dunque per il passato abbiamo per nostra disgrazia speso il tempo per offendere Dio, procuriamo di piangerlo nella vita che ci resta, come fece il re Ezechia dicendo: «Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae» (Isa., 38, 13). Il Signore a questo fine ci dà la vita, acciocché rimediamo ora al tempo malamente speso: «Dum tempus habemus, operemur bonum» (Galat., 6, 10). Non provochiamo più Dio a castigarci con una mala morte; e se negli anni passati siamo stati pazzi, e l’abbiamo disgustato operando contro la Sua volontà, sentiamo l’Apostolo che ci esorta ad essere savi per l’avvenire, ed a redimere il tempo perduto: «Videte itaque, fratres, quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt... intelligentes, quae sit voluntas Dei» (Ephes., 5, 15 ad 17). Prosegue ...
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L’Apostolo ci esorta che non facciamo passare inutilmente il tempo presente, ch’egli chiama giorno di salute; perché passato che sarà questo giorno, forse più non vi sarà per noi salute. Ma questo tempo è breve, segue ad ammonirci san Paolo: «Tempus breve est: reliquum est, ut... qui fient (sint) tamquam non flentes, et qui gaudent, tamquam non gaudentes etc., et qui utuntur hoc mundo, tamquam non utantur» (1. Cor., 7, 29-31). Se dunque è breve il tempo che ci tocca a stare in questa terra, dice l’Apostolo che coloro che piangono non debbono piangere, perché poco dureranno i patimenti, e coloro che godono, non si attacchino a questi loro godimenti, perché presto essi finiranno; onde conclude che noi dobbiamo servirci in questo mondo, non per godere di questi beni caduchi, ma per meritarci la salute eterna. Dice lo Spirito santo: «Fili, conserva tempus» (Eccl., 4, 23). Figlio, sappi conservare il tempo, ch’è la cosa più preziosa, il dono più grande che Dio può darti. Scrisse san Bernardino da Siena che tanto vale un momento di tempo quanto vale Dio: «Tantum valet tempus quantum Deus; nam in tempore bene consumpto comparatur Deus» (In Serm. 4. post Dom. I, Quadr. c. 5). Sì perché, dice il Santo, in ogni momento di tempo può l’uomo ottenere il perdono dei suoi peccati, la grazia di Dio e la gloria del Paradiso: «Modico tempore potest homo lucrari gratiam et gloriam». Onde poi scrisse san Bonaventura: «Nulla iactura gravior, quam iactura temporis» (Serm. 37. in Sept.). Ma in altro luogo poi piange san Bernardino in vedere che non vi è cosa più preziosa del tempo, e che appresso gli uomini non vi è cosa più vile del tempo: «Nil pretiosius tempore, nil vilius reputatur» (Serm. 2. ad Schol.). Vedrai taluno starsene quattro, cinque ore a giocare; se gli domandi: fratello mio, come mai perdi tante ore? Risponde: mi diverto. Vedrai un altro star mezza giornata per strada, o affacciato alla finestra; dimmi che fai qui? Passo il tempo. E perché, dice il medesimo Santo, perdere questo tempo? Prosegue la prossima settimana ...
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Spiega sant’Anselmo: i giorni della vita presente sono mali, cioè esposti a mille tentazioni e pericoli dell’eterna salute, onde vi bisogna tutta la cautela per non restarvi perduti. E che significano quelle parole: «Redimentes tempus»; lo spiega sant’Agostino: «Quid est redimere tempus, nisi cum opus est, detrimentum temporalium ad aeterna quaerenda comparare?» (De Hom. 50, Hom. 1.). Dobbiamo vivere solo per adempire la divina volontà con ogni diligenza; e se è necessario, dice, è meglio patire qualche detrimento negli interessi temporali, che trascurare gl’interessi eterni. Prosegue ...
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Non provochiamo più Dio a castigarci con una mala morte; e se negli anni passati siamo stati pazzi, e l’abbiamo disgustato operando contro la Sua volontà, sentiamo l’Apostolo che ci esorta ad essere savi per l’avvenire, ed a redimere il tempo perduto: «Videte itaque, fratres, quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt... intelligentes, quae sit voluntas Dei» (Ephes., 5, 15 ad 17). Dice: «Quoniam dies mali sunt», spiega sant’Anselmo, i giorni della vita presente sono mali, cioè esposti a mille tentazioni e pericoli dell’eterna salute, onde vi bisogna tutta la cautela per non restarvi perduti. E che significano quelle parole: «Redimentes tempus»; lo spiega sant’Agostino: «Quid est redimere tempus, nisi cum opus est, detrimentum temporalium ad aeterna quaerenda comparare?» (De Hom. 50, Hom. 1.). Dobbiamo vivere solo per adempire la divina volontà con ogni diligenza; e se è necessario, dice sant’Agostino, è meglio patire qualche detrimento negli interessi temporali, che trascurare gl’interessi eterni. Oh come ben seppe san Paolo redimere il tempo che aveva perduto in sua vita! Scrive san Girolamo ch’egli, sebbene fu l’ultimo degli Apostoli, fu nondimeno il primo nei meriti per quel che fece, dopo che fu chiamato da Dio: «Paulus novissimus in ordine, prior in meritis; quia plus omnibus laboravit». Se altro non fosse, pensiamo che in ogni momento possiamo fare maggiori acquisti dei beni eterni. Se ti fosse concesso di acquistare tanto luogo di terra quanto potessi girare camminando per un giorno, o tanti zecchini quanti ne potessi in un giorno numerare, dimmi, perderesti tempo, o ti daresti tutta la fretta a camminare per quel terreno ed a numerare quelle monete? E tu puoi acquistare in ogni momento tesori eterni nell’altra vita, e vuoi perdere tempo? Quel che puoi fare oggi, non dire che puoi farlo domani, perché quest’oggi sarà perduto per te e più non tornerà; ed oggi l’hai e il domani forse non l’avrai. Fine.
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Vedrai taluno starsene quattro, cinque ore a giocare; se gli domandi: fratello mio, come mai perdi tante ore?. Risponde: mi diverto. Vedrai un altro star mezza giornata per strada, o affacciato alla finestra; dimmi che fai qui? Passo il tempo. E perché, dice il medesimo Santo, perdere questo tempo? Ancorché si trattasse di perdere una sola ora, perché perdere quest’ora che la misericordia di Dio ti concede per piangere i tuoi peccati, e per acquistarti la divina grazia? «Donec hora pertranseat, quam tibi ad agendam poenitentiam, ad acquirendam gratiam miseratio conditoris indulserat». Oh tempo disprezzato dagli uomini, mentre vivono, quanto sarai desiderato in punto di morte, e quanto più nell’altra vita! Il tempo è un bene che solo in questa vita si trova, non si trova nell’altra, non si trova nell’Inferno né si trova nel Cielo; nell’Inferno questo è il pianto dei dannati:«Oh si daretur hora!». Pagherebbero ad ogni costo un’ora, un minuto di tempo, in cui potessero rimediare alla loro eterna rovina; ma quest’ora, questo minuto non l’avranno mai. Nel Cielo poi non si piange, ma se potessero piangere i beati, questo sarebbe il loro solo pianto, l’aver perduto il tempo di questa vita, in cui potevano acquistarsi maggior gloria, e che questo tempo non possono più averlo. Una monaca Benedettina defunta apparve gloriosa ad una persona, e le disse ch’ella stava in Cielo, ed era appieno contenta; ma se avesse potuto mai desiderar qualche cosa era solo di ritornare in vita e di patire, a fine di meritare più gloria; e disse che si sarebbe accontentata di soffrire di nuovo la sua dolorosa e lunga infermità che aveva patito in morte, sino al giorno del giudizio, per acquistare la gloria che corrisponde al merito di una sola Ave Maria. San Francesco Borgia stava per ciò attento ad impiegare per Dio ogni poco di tempo che aveva: quando altri parlavano di cose inutili, egli parlava con Dio coi santi affetti; e talmente si astraeva, che richiesto poi del suo sentimento circa il discorso che si stava facendo, non sapeva che rispondere; di ciò fu corretto, ma egli disse: «Io mi contento più presto di essere stimato rozzo d’ingegno, che perdere il tempo in cose vane». Dice taluno: Ma che male faccio io! Come, non è male perdere il tempo in giochi, in conversazioni, ed in certe occupazioni inutili, che niente giovano all’anima? Iddio forse a ciò ti dà questo tempo, affinché lo perdi? «No - dice lo Spirito santo - Particula boni doni non te praetereat» (Eccl., 14, 14). Quegli operai, di cui scrive san Matteo, non facevano male, ma solamente perdevano il tempo trattenendosi oziosi nella piazza; ma di ciò furono ripresi dal padre di famiglia: «Quid hic statis tota die otiosi?» (Matth., 20, 6). Nel giorno del giudizio Gesù Cristo ci chiederà conto non solo di ogni mese, di ogni giorno perduto, ma anche di ogni parola oziosa: «Omne verbum otiosum... reddent rationem de eo in die iudicii» (Matth., 12, 36). E così parimenti di ogni tempo perduto. Prosegue la prossima settimana ...
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