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Dobbiamo guardarci anche dall’essere duri e disumani verso i bisognosi, poiché contro uomini siffatti è stato detto: «Chi chiude il suo orecchio al grido del povero, quando anch’egli griderà, non sarà esaudito» (Pr. 21, 13). E che dire della superbia? Quanto essa offenda Dio, lo attestano le parole: «Dio resiste ai superbi, ma concede favore agli umili» (Gc. 4, 6 etc.). E che dire del disprezzo della divina parola? Contro di esso sta il detto di Salomone: «Chi volge i suoi orecchi per non ascoltare la legge, la sua orazione sarà esecrata» (Pr. 28, 9). Il che non proibisce tuttavia la deplorazione per l’ingiuria fatta, per l’uccisione, per la violenza e l’iracondia, per la mancata liberalità verso i poveri, per la superbia, per il disprezzo della parola divina, né infine per tutti gli altri delitti, qualora se ne chieda perdono. Per questa preparazione alla preghiera è necessaria anche la fede dell’animo. Se essa manca, non si può aver cognizione né dell’onnipotenza del Padre, né della Sua misericordia, da cui tuttavia deriva la fiducia di chi prega, a quel modo che insegno lo stesso Cristo nostro Signore: «Quanto domanderete nell’orazione, credendo, l’otterrete» (Mt. 21, 22). Di questa fede cosi scrive sant’Agostino: «Se manca la fede, l’orazione non ha valore» (De Verbis Dom). Prosegue ...

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Se manca la fede, l’orazione non ha valore (De Verbis Dom). La condizione essenziale per pregare convenientemente è dunque, come abbiamo detto, lo stare saldi nella fede, come mostra l’Apostolo con quella domanda: «In qual modo invocheranno Colui al quale non credono?» (Rm. 10, 14). Pertanto è necessario credere perché possiamo pregare, e non venga meno la fede stessa, con la quale preghiamo fruttuosamente. È la fede, infatti, che ispira la preghiera, e la preghiera fa sì che, eliminato ogni dubbio, la fede sia stabile e salda. Con questi pensieri sant’Ignazio esortava coloro che vogliono avvicinarsi a Dio con la preghiera, dicendo: «Non portare nell’orazione animo incerto. Oh felice chi non avrà dubitato!». A ottenere quindi quel che vogliamo da Dio ci danno massimo affidamento la fede e la sicura speranza di essere esauditi, come ammonisce san Giacomo: «Chieda nella sua fede, senza affatto esitare» (1, 6). Molte sono le cose in cui noi dobbiamo aver fiducia nel compiere questo dovere dell’orazione. La favorevole volontà di Dio e la Sua benignità si possono vedere da questo, che Egli c’impone di chiamarlo Padre, perché comprendiamo che siamo Suoi figli. È poi quasi infinito il numero di coloro che per noi lo supplicano. Primo è Colui che sempre è pronto a intercedere per noi, Cristo nostro Signore, di cui è detto in san Giovanni: «Se alcuno ha peccato, abbiamo come avvocato, presso il Padre, Gesù Cristo giusto; ed egli stesso è propiziazione per i nostri peccati» (1 Jn. 2, 1). Parimente l’apostolo Paolo dice: «Gesù Cristo, che è morto ed è risorto, siede alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm. 8, 34). E così scrive a Timoteo: «C’è un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini: l’uomo Cristo Gesù» (1 Tm. 2, 5); ed agli Ebrei: «Cristo dovette rendersi simile in tutto ai fratelli, per essere misericordioso e fedele sacerdote al cospetto di Dio» (He. 2, 17). Perciò, anche se siamo indegni di ottenere, dobbiamo grandemente sperare e confidare che, per l’autorità del nostro ottimo mediatore e patrocinatore Gesù Cristo, Dio ci concederà quello che rettamente Gli avremo chiesto per mezzo di lui. Inoltre, ispiratore della nostra preghiera è lo Spirito santo, sotto la guida del quale le nostre preghiere necessariamente sono ascoltate. Abbiamo infatti ricevuto lo Spirito d’adozione dei figli di Dio, in virtù del quale gridiamo: «Abbà (Padre)» (Rm. 8, 15). Questo Spirito aiuta la nostra debolezza e la nostra inesperienza nel dovere dell’orazione; anzi, egli stesso chiede per noi con gemiti inenarrabili (Rm. 8, 26). Che se alcuni oscillano e non si credono abbastanza saldi nella fede, usino quella invocazione degli Apostoli: «Signore, accresci in noi la fede» (Lc. 17, 5-6), e l’altra di quel padre, nel Vangelo: «Aiuta la mia incredulità» (Mc. 9, 23). Se saremo pieni di fede e di speranza, otterremo da Dio quel che desideriamo, sopratutto quando conformeremo alla Sua legge la volontà ed ogni nostra intenzione, azione ed orazione: «Se rimanete in me, Egli dice, e rimangono in voi le mie parole, chiederete quanto vorrete e vi sarà concesso» (Jn. 15, 7). Però, per poter chiedere ogni cosa a Dio, è necessario far precedere, come già abbiamo detto, la dimenticanza delle offese, la benevolenza e l’aiuto benefico verso il prossimo.

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Non si potrà sperare in una fattiva e duratura ricostruzione se non si avranno uomini di carattere, fedeli ai princìpi eterni della morale, costanti nel fare il bene. Un giorno fu visto il filosofo Diogene girare sul mezzodì con una lanterna accesa in mano, per una piazza di Atene affollata di gente. Gli chiesero che cosa cercasse. «Cerco l’uomo!», rispose. Cercava un uomo che fosse realmente tale, con una spina dorsale diritta e un carattere personale e non riusciva a trovarlo neppure con la lanterna. E credo che stenterebbe a trovarlo anche ai nostri giorni, malgrado l’aiuto della luce elettrica. Ma quali sono le qualità di questo tipo così difficile a trovarsi? Un grande italiano, Cesare Cantù, definisce così l’uomo di carattere: «Uno che non piglia colore dalle cose che lo circondano; non varia sentimento secondo i casi o le sensazioni o le passioni o la paura del ridicolo o l'impero del pregiudizio; non brucia una candela al santo e una al diavolo, studia di non parere diverso da quello che non è, ma di essere quel che desidera parere; non civetta la popolarità col rinnegare la propria coscienza. Non loda e non biasima secondo la falsariga dell’opinione altrui; non cerca tanto il bene che può volere quanto il male che può fare; sa quel che fa e perchè lo fa; nobilmente sente, virilmente sostiene, fortemente opera con altezza di pensieri, chiarezza di scopo, franchezza di atti». Uomini di questo stampo sono divenuti una rarità, specialmente oggi in cui la mancanza di fermezza è ritenuta come necessaria prudenza e la rinuncia dei princìpi come tatto e prudenza. Per molti, anzi per troppi, non c’è più onore che tenga, non c’è parola o giuramento che valga. Si tradisce con una facilità che spaventa. Il vivere quaggiù in una società corrotta, disprezzatrice di ogni legge, è diventato un inferno. Il fratello non può più fidarsi del proprio fratello. Lo scritto e la parola non hanno più valore. Il dio quattrino corrompe e conquista tutto. Si pensa solo a divertirsi, divertirsi ad ogni costo e con ogni mezzo. Triste spettacolo di gente amorfa, priva di spina dorsale, senza decisione né volontà, che vuole godere anche contro ogni morale e ogni diritto. Pauroso stato di decadimento sociale che minaccia di condurre all’estrema rovina le più grandi conquiste della civiltà! Non si potrà sperare in una fattiva e duratura ricostruzione se non si avranno uomini di carattere, fedeli ai princìpi eterni della morale, costanti nel fare il bene. Se non impareremo a essere più leali, più fedeli, saremo condannati a una vita miserabile, priva di fiducia, piena di tradimenti e di incertezze...
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Per inviare una donazione Cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»). Per scaricare il PDF cliccare qui.
































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Charlie Gard, 4 agosto 2016 - 28 luglio 2017. Charlie Gard è stato ucciso per soffocamento - in esecuzione di una "sentenza" - poiché ha "commesso il crimine" di essere nato "handicappato" (Era inoltre cristiano, ossia cattolico, e figlio di cristiani - Non era figlio di "categorie protette", quindi non era strumentalizzabile come "caso umano").
"Ora la sua anima in Cielo prega per i suoi genitori e per gli Erode che ha incontrato nella sua breve vita" (da Giuseppe Federici).

Ricordiamo la tradizionale e cristiana dottrina sul Paradiso per i bimbi battezzati, e quella sul Limbo per i bimbi non battezzati: clicca qui.

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Considerazioni di San Leonardo. Coloro che non possono ricevere sacramentalmente il corpo del Signore, lo possono ricevere spiritualmente con gli atti di una viva fede e fervente carità e con un grandissimo desiderio di unirsi a quel sommo bene; in questa maniera ricevono il frutto di questo divin sacramento. La Comunione spirituale si può fare durante la Messa o in qualsiasi momento della vostra giornata.
Quando il sacerdote sta per comunicarsi nella santa Messa, voi, stando ben raccolti, eccitate nel vostro cuore un atto di vera contrizione, e battendovi il petto umilmente in segno che vi riconoscete indegni di una grazia così grande, fate tutti quegli atti di amore, di offerta, di umiltà, con tutti gli altri che fate abitualmente quando vi comunicate sacramentalmente; e poi desiderate ardentemente di ricevere il buon Gesù sacramentato per vostro bene. E per ravvivare la vostra devozione, immaginatevi che Maria santissima o qualche vostro santo avvocato vi porga la santa particola. Figuratevi di riceverla, ed abbracciando Gesù nel vostro cuore, replicate più e più volte: Venite, caro Gesù mio, venite dentro questo mio povero cuore; venite ed esaudite i miei desideri; venite e santificate l’anima mia; venite, Gesù dolcissimo venite. E ciò detto fate silenzio, rimirate il vostro buon Gesù dentro di voi e, come se realmente vi foste comunicati, adoratelo e ringraziatelo e fate tutti quegli atti, che fate abitualmente dopo la Comunione sacramentale.
Ora sappiate che questa benedetta e santa Comunione spirituale, così poco praticata dai cristiani dei nostri tempi, è un tesoro che vi riempie l’anima di mille beni. E come dicono vari autori, è così utile che può produrre quelle stesse grazie che produce la comunione sacramentale, anzi maggiori. Perché, sebbene la Comunione sacramentale – cioè quando realmente ricevete la Sacra Particola – di sua natura è di maggior frutto, perché, essendo sacramento, ha la virtù ex opere operato; tuttavia può un’anima con tanta umiltà, amore e devozione fare la sua Comunione spirituale, da meritare maggior grazia di quella che merita un’altra, la quale si comunichi sacramentalmente, ma non con tanta squisita preparazione. Quindi il nostro Salvatore gradisce tanto questo modo di comunicarsi spiritualmente, che molte volte con evidenti miracoli si è compiaciuto di esaudire benignamente i pii desideri dei suoi servi: come accadde alla Beata Chiara da Montefalco, a Santa Caterina da Siena, a Santa Liduina, San Bonaventura ed al Beato Silvestro. Sappiate dunque che questa santa Comunione spirituale vi dà questo vantaggio rispetto alla Comunione sacramentale: che la Comunione sacramentale non può farsi che una volta al giorno, ma la Comunione spirituale potete farla tante volte, quante sono le Messe che ascoltate; ed anche fuori della santa Messa, mattina e sera, giorno e notte, in chiesa ed in casa: insomma, quante volte voi praticherete quanto si è detto, altrettante volte farete la Comunione spirituale e vi arricchirete di grazie e di meriti e di ogni bene.
Preghiere per la Comunione spirituale.
+ Gesù mio, credo che voi state nel Santissimo Sacramento. V’amo sopra ogni cosa e vi desidero nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi: non permettete che io mi abbia mai a separare da voi. Così sia. + (Indulg. di tre anni ogni volta, leggendo qualsiasi formula; indulg. plenaria alle consuete condizioni se fatta ogni giorno per un intero mese).
+ O Gesù, presente nel santo Tabernacolo vi adoro, vi amo e vi desidero. Venite nel mio cuore con la vostra grazia, nell’attesa di venirvi con il vostro Sacramento. Così sia. +
+ Vi credo, Gesù, nel SS. Sacramento, vi amo e vi desidero. Venite nel mio cuore. Io vi abbraccio, non vi allontanate più da me. Così sia. +
Signore Gesù Cristo, l’infuocata e dolce forza del tuo amore assorba, te ne prego, la mia mente, onde io muoia per amore dell’amore di te, che ti sei degnato morire per amore dell’amor mio. Così sia. + (San Francesco)
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Il termine, che fisiologicamente significa l’atto di vedere, nella storia delle religioni designa la manifestazione divina e demoniaca di qualche verità, persona od evento. Può essere esterna (o corporea), immaginativa, intellettuale. Le visioni esterne sono quelle che si vedono con gli occhi corporei sotto apparenze sensibili, per esempio, un santo, un angelo, l’umanità di Gesù, splendori miracolosi, simboli allegorici; questa specie, come la seguente, va comunemente identificata con le apparizioni. Si dicono immaginative le visioni che si formano nella fantasia; si vedono cioè «mentalmente», come vide Ezechiele quattro esseri con la faccia d’uomo, di leone, di toro e d’aquila (Ez. 1, 4-28). La visione immaginativa si può avere durante il sogno (come Giacobbe e san Giuseppe). Le visioni intellettuali sono quelle che si formano nell’intelletto, senza il concorso della fantasia, per mezzo di specie intelligibili infuse o coordinate da Dio (Dan. 9,20-27; più difficilmente da influsso angelico o demoniaco), come nella profezia delle 70 settimane. La visione intellettuale può sussistere sola; le altre richiedono sempre un’elaborazione o un carisma intellettuale, altrimenti sarebbero inintelligibili. Tutte e tre le forme di visione possono pure trovarsi insieme, come, sembra, nel mistero dell’Annunciazione (Lc. 1, 28-38). Si danno casi di visioni collettive in cui, come per contagio, la visione si rende comune a tutto un gruppo o a tutta una folla (per esempio, i fenomeni di Fatima). La visione ha sempre un carattere religioso. Per discernere le visioni di origine divina, i mistici danno i seguenti segni: 1) la vera visione viene all’improvviso; 2) agita tutta l’anima, ma subito la inonda di pace; 3) non dura lungamente; 4) lascia un vivo desiderio di perfezione ed abbondanti frutti di virtù; 5) rimane lungamente impressa nella mente. Secondo la dottrina cattolica la vera visione non può essere provocata. Sono perciò da rigettarsi tutte quelle che si ottengono attraverso la magia ed i riti spiritici, di persone o di cose, di vivi o defunti, come le evocazioni necromantiche (I Sam. 28, 8-21), come già quelle delle antiche divinità, che si manifestavano a chiunque andasse a consultarle. Tra coloro che furono favoriti di visioni ci sono specialmente i fondatori di Ordini religiosi, ma anche molti santi e sante, massime dei primi tempi del cristianesimo (cf. san Giustino, Dial. cum Tryph., 52, 82;san Cipriano, Epist., 39). Storicamente famosa è la visione di Costantino. La visione è una Grazia «gratis data», non «gratum faciens». Non è quindi, per sé, segno o costitutivo di santità, ma è ordinata a far conoscere qualche verità divina o qualche desiderio di Dio. Tra le più sublimi visioni si ricordano quelle di san Giovanni (Apocalisse) e di san Paolo (II Cor. 12, 1-4). Alle visioni contenute nella Scrittura deve corrispondere un (universale)atto di fede divina. Ogni visione «privata», invece, impegna solo colui che ne è favorito. Oltre le suddette visioni, i teologi distinguono la visione beatifica o intuitiva o immediata (non comprensiva) di Dio che godono stabilmente gli angeli e i beati (cf. I Cor. 13, 12; Mt. 18, 10), nota solo attraverso la Rivelazione cristiana (Enciclopedia Cattolica, Vol. XII, colonna 1485 seg., Imprimatur 1954).

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Lavoratore dell’industria o lavoratore dei campi che mi leggi, sai tu che cosa sia il lavoro da cui ricavi il sostentamento tuo e della tua famiglia? Ti sei mai domandato che cosa è il lavoro di cui parlano tanti uomini politici, economisti, organizzatori, sindacati, il lavoro del quale si sono occupati, in celebri documenti pontifici, Leone XIII, Pio XI e Pio XII? Tu comprendi che esso è una grande cosa, che ha un’importanza grandissima per te e per la società, che ha un valore e che nella vita sociale merita un posto distinto. Ma nella tua mente vi sono forse delle idee confuse; altre idee che non sapresti esprimere. Ebbene, voglio aiutarti a portare della chiarezza nella mente e dare espressione ai pensieri che non saresti capace di esprimere. Il lavoro prende tutto te stesso, le tue forze, le tue facoltà: intelligenza, volontà, forza fisica. Per lavorare ci vuole almeno un briciolo di intelligenza, un atto di volontà e un po’ di forza corporale. Quando queste facoltà collaborano insieme, cooperano immediatamente al conseguimento di uno scopo, come ad esempio la coltivazione di un terreno, la tessitura del lino, della iuta, del cotone, della lana, la piallatura di un’asse, e via dicendo; allora ci troviamo davanti ad un concreto esempio di lavoro, allora diciamo: «Ecco una persona che lavora». Entro in una tipografia, osservo gli operai attenti alle loro macchine, a battere dei tasti, a ripulire e dico: «Questi operai lavorano». Se ci mancasse l’intelligenza, non sapremmo mirare ad uno scopo, prendere la lana dalla pecora, pulirla, filarla, tesserla per procurarci il vestito che ci copre. Posso essere intelligente, ma se mi manca il buon volere a che serve la mia intelligenza? A che serve un terreno ricco di energia se non c’è chi voglia coltivarlo? Inoltre intelligenza e volontà non bastano da sole; esse devono essere coadiuvate da una certa dose di forza fisica, di energia corporale. Se ci sono tutte queste cose, questi elementi, e tutti rivolti in modo continuativo a procurare qualche bene: delle ricchezze, delle comodità, dei mezzi insomma per soddisfare ai nostri bisogni, allora abbiamo il lavoro umano.
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Nel tentativo di dare una spiegazione ai fenomeni oggetto della metapsichica, notevole e particolarmente seguita sin dai primi tempi, dopo le rivelazioni e le «sedute» delle sorelle Fox (Hydesville, U.S.A., 1848), è l’ipotesi spiritica, secondo la quale i fenomeni paranormali, sia di ordine psichico che fisico, sarebbero dovuti alle anime disincarnate dei defunti. L’interpretazione spiritica dei fenomeni metapsichici, particolarmente di quelli che per lo più si allontanano dalla normalità e che, ammessi veri, più difficilmente sopportano una spiegazione scientifica (ectoplasmia, telecinesi, chiaroveggenza premonitoria di eventi futuri), è stata in ordine cronologico la prima ad essere avanzata, sia perché una spiegazione a base antropologica poteva più facilmente dare ragione dell’apparenza finalistica ed intelligente dei fenomeni, sia per la naturale tendenza della mente umana a volgersi, nell’incomprensione dei fenomeni più oscuri e complessi, verso le spiegazioni animistiche e meravigliose. Infatti la signora Fox e le sue figlie svolsero le prime esibizioni dei nuovi fenomeni in forma spiritistica, immaginando di intavolare la conversazione con presunti spiriti (1877). «Sei forse uno spirito?», interrogò la signora Fox; « Se tale sei batti due colpi». La pronta obbedienza del presunto disincarnato, il racconto «tiptologico» da lui fatto della sua età e della sua uccisione in quella stessa casa, fu il primo passo dei cordiali rapporti tra gli spiriti e la famiglia Fox, fu l’inizio ufficiale della fede e della spiegazione spiritistica delle manifestazioni metapsichiche. Sulla stessa strada, un illustre fisico, William Crookes, dedicatosi, con tecnica assai criticabile dal lato scientifico, a esperienze spiritiche, ammise la natura spiritica di un’assai discutibile materializzazione (fantasma di Katie King per opera della medium Fiorenza Cook, 1874).
Un altro scienziato di fama, Oliver Lodge, negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, affermò la sua convinzione di esser entrato in rapporto, nel corso di sedute spiritiche, con il figlio Raimondo, morto in guerra (O. Lodge, Raymond or Life and Death, 12ma ed., Londra s. a.). Si tralascia di parlare di altre presunte materializzazioni proclamatesi spiriti di disincarnati (fantasma di Bien-Boa con la medium Marta Béraud ed il controllo del Richet, ecc.). La principale fonte di affermazioni e la più larga copia d’informazioni e basi di sviluppo dell’ipotesi spiritica dei fenomeni metapsichici ci vengono dalle parole dei «medium» in «trance» o dai loro scritti vergati, nelle stesse condizioni, con il mezzo della «scrittura automatica». Si è qui nel campo della cosiddetta metapsichica soggettiva, manifestazione in cui rientrano molti fenomeni certamente dell’ordine naturale (si studi la chiaroveggenza).
I «messaggi d’oltre tomba», che gli spiritisti affermano di ricevere con i suddetti mezzi, sono serviti, particolarmente ai più autorevoli di essi, a mettere insieme tutta una costruzione di credenze e di precetti che costituiscono un vero «credo», una specie di religione in cui vengono dogmaticamente rivelati i misteri dell’essenza di un Essere creatore, i suoi rapporti con i mondi e le creature, le gerarchie e la costituzione di queste, i loro destini e sviluppi futuri, le norme di vita cui gli incarnati debbono attenersi. Tra tali pontefici della «rivelazione» spiritica va considerato massimo Leone Ippolito Denizart Rivail, generalmente noto con lo pseudonimo di Allan Kardec, nato a Lione nel 1804. Egli, affermando un gran numero di comunicazioni spiritiche, avute principalmente per mezzo della scrittura automatica di un notevole numero di «medium» alle sue dipendenze, si proclama investito della missione di fondatore di una nuova vera religione, la spiritica, che dovrà annullare e sostituire tutte le altre. La dottrina di Allan Kardec, nella folla di affermazioni e costruzioni quanto mai arbitrarie, confuse, contrastanti, spesso puerilmente ridicole ed in se stesse contraddittorie, affermate dai singoli spiritisti come genuine rivelazioni delle anime disincarnate, dà l’impressione di un qualcosa di più pienamente elaborato, grazie alle particolari note di indole e di preparazione culturale scientifico-filosofica del Rivail, già allievo del Pestalozzi nella scuola di lui a Iverdun in Svizzera ed insegnante da parecchi anni, dotato di una natura eccezionalmente fantastica.
La dottrina spiritista del Kardec è esposta diffusamente nella sua opera: Le lime des esprits selon l’enseignement donné par les Esprits supérieurs à l’aide de divers mediums (17ma ed., Parigi 1869). I capisaldi di essa sono: Dio è eterno, immutabile, unico, onnipotente, giusto, buono, creatore di tutte le cose animate e inanimate, materiali e immateriali; gli spiriti possono temporaneamente incarnarsi vivendo sulla terra dopo aver assunto il particolare involucro temporaneo rappresentato dal corpo, la cui distruzione, per opera della morte, pone lo spirito nuovamente in libertà; l’uomo è costituito dalla parte materiale (corpo) analoga agli animali, dalla porzione immateriale (anima), dal principio intermedio e di collegamento tra le due parti (perispirito) di natura semimateriale; distrutto il corpo dalla morte, il perispirito persiste formando allo spirito un corpo etereo o astrale, normalmente non percepibile dagli incarnati, salvo che in condizioni particolari (apparizioni spiritiche), in cui può divenire perfettamente sensibile; esiste una gerarchia di spiriti, dai superiori, più intelligenti, buoni, vicini a Dio, ai meno buoni, imbroglioni e chiacchieroni (folletti o spiriti leggeri), per gradi fino agli infimi e più malvagi, pieni delle nostre peggiori passioni e vizi, contenti delle cattive azioni; gli spiriti non posseggono una condizione stabile, ma tendono alla perfezione, passando da una gerarchia inferiore a una superiore con periodi intermedi di reincarnazione, a volte con valore di espiazione, a volte di missione; in rapporto a ciò tutti avremmo avuto precedenti esistenze (metempsicosi) o sulla terra o in altri mondi, sempre però con reincarnazioni sotto specie umana; ogni spirito disincarnato può venire in rapporto con gli uomini viventi, sia spontaneamente sia dopo evocazione; la morale spiritica si riassume nel fare il bene e non il male, secondo la massima «fare agli altri quel che vorremmo fosse fatto a noi»; non esiste colpa che non possa esser perdonata, essendo espiata ogni cosa nelle vite che si susseguono; il libero arbitrio è ammesso. Le rivelazioni spiritiche largite dal Kardec contengono, inoltre, punti negativi in cui [si pretende di] demolire credenze di altre religioni, in particolare dogmi della religione cristiana e cattolica, contro cui si scatena il più violento attacco ed il maggior odio della dottrina spiritica. Viene così negata la Trinità, la divinità di Cristo (considerato soltanto un grande spirito), e dei Sacri Testi, l’esistenza del Purgatorio e dell’inferno; bersaglio prediletto è la Chiesa cattolica e d il Papa, destinati a scomparire per opera della «religione spiritica».
La dottrina del Kardec, che da principio assunse grande sviluppo ed autorità nel mondo degli spiritisti, è andata man mano, dopo la morte del suo compilatore, perdendo autorità e universalità; attualmente (anno 1953) i seguaci dello spiritismo sono divisi da diversità di credenze, spesso contraddittorie anche nei punti più sostanziali; da ciò numerose «confessioni» che dalle posizioni più vicine alle dottrine cristiane vanno alle più anticristiane, abbracciando le più eterogenee ed ingarbugliate forme ad ispirazione buddhistica e paganeggiante. Dallo studio degli atti dei vari congressi spiritisti nazionali o internazionali (Londra 1928, Barcellona 1934, ecc.) appare chiaramente una tale incertezza, varietà, confusione di dottrine e credenze dello spiritismo attuale.
La dottrina spiritica elaborata da Allan Kardec (e lo stesso può affermarsi di tutte le successive variazioni) ad un esame critico appare chiaramente inconsistente ed empia. Inconsistente: infatti, essa non è una costruzione originale e razionale, ma un’accozzaglia di elementi eterogenei e contrastanti tra loro, presi dalle più disparate religioni e costruzioni filosofiche (si studino buddhismo; reincarnazione; teosofia). Le sue affermazioni, sedicenti rivelate, non si appoggiano ad alcuna autorità di valore assoluto o dimostrato, salvo la gratuita affermazione di essere comunicate da spiriti viventi nell’aldilà. Tali presunti messaggi vorrebbero trovare in se stessi la loro giustificazione; al contrario, il loro esame critico li dimostra tali da non sorpassare il livello di una normale (spesso meschina) intelligenza umana, contraddittori, il più delle volte di livello morale assai basso; alcuni elementi in essi contenuti, acquisiti dalla parola o dalla scrittura automatica del «medium», che potrebbero apparire a prima vista estranei e superiori al contenuto della coscienza di lui, bene studiati possono facilmente essere spiegati con fenomeni dell’ordine naturale (vedere chiaroveggenza; metapsichica). D’altra parte l’esistenza e l’ordinario intervento di spiriti disincarnati nelle manifestazioni spiritiche non è provato dalle vantate materializzazioni e dai fenomeni di telecinesi, eventi assai rari nelle sedute medianiche, insufficientemente controllati, assai spesso inquinati dalle frodi, mentre esistono serie ragioni per negare l’attribuzione delle manifestazioni spiritiche alle anime disincarnate (vedere A. Zacchi, L’uomo, II, Roma 1921, pp. 445-56).
In sostanza, le prove dell’origine soprannaturale delle dottrine spiritiche si perdono miseramente in un circolo vizioso: le affermazioni dovrebbero essere sostenute dall’autorità preternaturale degli spiriti; viceversa, della loro esistenza, natura, missione non si dà altra dimostrazione all’infuori delle loro stesse affermazioni, unica prova della natura e dell’autorità dei rivelatori. Empia: infatti, la dottrina spiritica è negatrice della vera essenza di Dio e dei suoi attributi, quali sono postulati dalla retta ragione e la Rivelazione ci fa conoscere; mira a distruggere la divinità del Figlio di Dio e l’origine, la natura, il Magistero della Chiesa e della religione cattolica, fondata sulla parola e sui miracoli di Cristo, dei profeti, dei santi.
Chi volesse ammettere per veri alcuni fatti assolutamente preternaturali (se pure ne esistano), che si asserisce essersi svolti nel corso delle manifestazioni medianiche, e volesse accettarli come dimostrazione dell’origine ultraterrena della rivelazione spiritica, in rapporto a tutta l’ispirazione antireligiosa che imbeve le dottrine spiritiche, sarebbe costretto ad ammettere nello svolgimento di tali fatti l’intervento di spiriti di natura diabolica. Sotto l’aspetto morale, lasciando impregiudicata la questione sulla natura dei fatti medianici (il cui valore preternaturale molti autori moderni, anche del campo cattolico, negano del tutto), l’interpretazione spiritica delle manifestazioni metapsichiche e la loro pratica, allo scopo di porsi in comunicazione con spiriti disincarnati, rappresenta colpa grave d’idolatria e superstizione. Per tale ragione sin dal Vecchio Testamento simile pratica è stata condannata, dichiarata degna della pena di morte (Deut. 18, 9-12; Levit. 20, 6; 27) e a volte direttamente punita da Dio con la più grande severità. Nei riguardi del Magistero della Chiesa cattolica, le dottrine dello spiritismo, per essere un’accozzaglia di errori contro la Rivelazione, i dogmi, la dottrina dei Sacramenti, ecc., cadono ad una a una automaticamente sotto la condanna degli errori e delle eresie comparse nel corso dei secoli lungo il cammino della Chiesa. Ciò spiega come la Chiesa sia stata vigile nel condannare la prassi dello spiritismo, anche quando si ammanti di intenzioni pseudo-scientifiche.
Un decreto del Sant’Uffizio del 4 agosto 1856 dichiara illecita, ereticale e scandalosa la pratica di evocare le anime dei morti, riceverne responsi, ecc.; la dichiarazione della Sacra Penitenzieria (1 febbraio 1882) dichiara illecito l’assistere, anche passivamente, alle consultazioni od ai giochi spiritici; la Costituzione Officiorum ac munerum del 25 gennaio 1897, di Leone XIII (tit. I, c. 5, n. 12), proibisce l’edizione, la lettura o il ritenere dei libri in cui s’insegna o si raccomanda il sortilegio, la divinazione, la magia, l’evocazione degli spiriti e simili superstizioni; la risposta del Sant’Ufficio (1 aprile 1898) dichiara illecita l’evocazione dei trapassati anche sotto forma di scrittura automatica e sia pure con la protesta di escludere ogni accordo con lo spirito maligno; la scomunica latae sententiae (Costituzione di Pio IX, Apostolicae Sedis) a quelli che difendono e pubblicamente diffondono o prestano fede agli errori della setta spiritica; infine, la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio in una risposta del 24 aprile 1917 al quesito: «Se sia lecito, con l’intervento di un cosiddetto medium, o senza alcun medium, servendosi o non servendosi dell’ipnotismo, assistere a qualsivoglia manifestazione spiritistica, anche a quelle che presentano apparenza di onestà e di pietà, sia interrogando le anime o gli spiriti, sia ascoltando le risposte sia solo guardando, magari con la riserva tacita o espressa di non volere aver nulla a che fare con gli spiriti maligni», rispose negativamente. La risposta fu approvata dal papa Benedetto XV.
Vedi anche il Codex Juris Canonici, can. 2325, circa le pene contro quelli che esercitano la superstizione. La convenienza e la gravità delle suddette proibizioni e pene della Chiesa, nei riguardi dello spiritismo e di quelli che lo praticano, riceve la sua alta motivazione non solo dal grave rischio che in tali pratiche corre il tenore della fede e della morale (il contenuto delle dottrine spiritiche e le circostanze che accompagnano le sedute spiritiche oltre che esser contrastanti la legge di Dio, sono assai spesso causa diretta di azioni immorali); ma rappresentano anche una sapiente cautela di ordine materiale, insegnando largamente l’esperienza i gravi danni nell’ordine fisico e mentale e i disordini sociali di cui è padre lo spiritismo. [...]. (Enciclopedia Cattolica, Vol. XI, colonna 1135 seg., Imprimatur 1953).

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Il 28 ottobre del 1986 Carlo Wojtyla (Giovanni Paolo II) ha “l’onore ed il piacere” di dare il benvenuto ad Assisi, città del povero San Francesco, ai “rappresentanti delle diverse chiese e comunioni cristiane per la giornata mondiale ecumenica di preghiera per la pace”. “Il trovarsi insieme di tanti capi religiosi per pregare” è, per Wojtyla, “un invito al mondo a diventare consapevole che esiste un’altra dimensione della pace; un invito alla preghiera, il cui risultato esprime una relazione con un potere supremo che sorpassa le nostre capacità”. Ma attenzione, egli aggiunge, “ciò non è una concessione a un relativismo nelle credenze religiose, perché ogni essere umano deve sinceramente seguire la sua retta coscienza nell’intenzione di cercare e di obbedire alla verità”. La giornata di Assisi è “un giorno destinato alla preghiera e a ciò che accompagna la preghiera nelle nostre tradizioni religiose… Le nostre tradizioni sono molte e varie, e riflettono il desiderio di uomini e donne lungo il corso dei secoli di entrare in relazione con l’Essere Assoluto”. Sono oramai passati 35 anni da quel lontano giorno, anni in cui l’incontro di Assisi si è ripetuto, aprendo finalmente agli atei con Giuseppe Ratzinger (Benedetto XVI) ed a circensi di ogni risma con Giorgio Bergoglio (Francesco). Eppure, a distanza di 35 anni, nonostante l’ecumenismo sia diventato “non più negoziabile”, ben pochi hanno capito chi è “l’Essere Assoluto” che in questo contesto viene pregato. L’autore, non certo attanagliato dal dubbio, interroga due millenni di Chiesa alla ricerca di una risposta. Chi è “l’Essere Assoluto” dell’ecumenismo? Chi è il “potere supremo” invocato ad Assisi? Quante Chiese esistono? Nostro Signore Gesù Cristo benedice la giornata di Assisi ed i suoi simulacri? Perché le guerre sono aumentate? Buona lettura ...
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Dal libro: «L’inferno è dogma o favola?» - Sottotitolo: Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Mons. Gaston de Ségur. Chi muore in malo modo è certamente dannato? Questo è un segreto che appartiene solo a Dio. Ci sono persone che mandano tutti all’Inferno, così come altri che mandano tutti in Cielo. I primi credono di essere giusti, i secondi caritatevoli. In verità entrambi si ingannano; il loro primo errore è voler giudicare le cose che all’uomo non è dato conoscere quaggiù. Vedendo morire qualcuno in malo modo, si deve indubbiamente tremare, e non dissimulare la terrificante probabilità di una eterna riprovazione. Benché probabile, benché possa sembrare certa la perdita eterna di qualcuno, resta sempre, nell’impenetrabile mistero di ciò che passa tra l’anima e Dio nel momento supremo, il non disperare. Chi potrà dire cosa passa nel profondo delle anime, anche nelle più colpevoli, in questo istante unico in cui il Dio di bontà, che ha creato tutti gli uomini per amore, che li ha riscattati col Suo sangue e vuole la salvezza di tutti, fa necessariamente, per salvare qualcuno di essi, un ultimo sforzo di grazia e di misericordia? Ci vuole così poco tempo alla volontà per rivolgersi a Dio! Anche la Chiesa non tollera affatto che si pronunci, come certuni fanno, la dannazione certa per chicchessia. Questo è un usurpare il ruolo di Dio. Salvo Giuda e qualcun altro, la cui riprovazione è più o meno esplicitamente rivelata da Dio stesso nelle Sante Scritture, la dannazione di qualcuno non è assolutamente sicura. [Ora, noi sappiamo che Dio non si lascia irridere e che abusare della misericordia di Dio è dannarsi; conosciamo cosa è necessario per avere salva l’anima e cosa, al contrario, ci precipita nell’Inferno; sappiamo pure che molti si dannano; tuttavia non possiamo conoscere con certezza i nomi ed i cognomi - se così si può dire - di chi è certamente dannato, se non per quei soggetti considerati tali dall’Oracolo del Signore. Insegna, fra gli altri, Papa Pio IX nella Quanto Conficiamur: «(Solo) Dio, infatti, vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella Sua suprema bontà, nella Sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato», ndR]. [Tratto da «L’inferno è dogma o favola?», ISBN: 978-88-900747-4-5, Mons. de Ségur].
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Più esteso (...) è il campo della rapina. Poiché anche quelli che non danno la mercede dovuta agli operai sono rapinatori e san Giacomo li invita alla penitenza con queste parole: "Piangete, o ricchi, ululando sulle sciagure che vi piomberanno addosso" (Gc. 5, 1). E più sotto aggiunge la ragione per cui devono fare penitenza: "Ecco che la mercede degli operai che hanno mietuto i vostri terreni, da voi defraudata, grida e il grido è entrato nelle orecchie del Signore degli eserciti" (Gc. 5, 4). Questo genere di rapine è severamente condannato nel Levitico (19, 13), nel Deuteronomio (24, 14), nel libro di Malachia (3, 5) e nel libro di Tobia (4, 15). In questa classe di rapinatori sono inclusi coloro che non pagano o carpiscono e prendono per sé le gabelle, i tributi, le decime e simili cose, dovute ai rettori della Chiesa e ai magistrati.
Si rendono rei di questa colpa gli usurai inesorabili e crudeli nelle rapine, che derubano e dissanguano il misero popolo con le loro usure. Consiste l'usura nel ricevere un'aggiunta in più oltre il capitale dato, sia denaro o qualsiasi altra cosa, che possa esser acquistata o stimata per denaro. Così infatti sta scritto nel libro di Ezechiele: "Non riceverà usura e sovrabbondanza [di denaro]" (18, 17) e il Signore dice nel Vangelo di Luca: "Date in prestito, senza aspettarne nulla" (6, 35).
Sempre fu considerato gravissimo questo delitto, anche presso i pagani, e odioso più d'ogni altro. Da ciò il motto: "Cos'è far usura? E che cosa è uccidere un uomo?"; poiché quelli che danno a usura vendono due volte la medesima cosa, o vendono quel che non esiste.
Commettono rapine anche i giudici corrotti dal denaro, che emettono giudizi venali e che, adescati con denaro e condoni, capovolgono le giustissime cause degli umili e dei diseredati.
Sono condannati per la medesima colpa di rapina quelli che frodano i creditori, i debitori fraudolenti e tutti coloro che, ottenuto un certo lasso di tempo per pagare, comprano mercanzie sulla parola propria o altrui e non mantengono la parola giurata. Il crimine di costoro è anche più grave, perché i mercanti, in conseguenza del loro inganno e della loro frode, vendono più cara ogni cosa, con grave danno di tutta la cittadinanza. A costoro sembra convenire il detto di David: "II peccatore prenderà in prestito e non pagherà" (Sal. 36, 21).
E che diremo di quei ricchi che troppo duramente esigono, da quelli che non hanno da pagare, quel che presero in prestito e, contro la proibizione di Dio, tolgono loro come pegno, anche le cose necessarie al mantenimento del loro corpo? Dice infatti Dio: "Se riceverai in pegno dal tuo prossimo il vestito, glielo restituirai prima del tramonto. Esso infatti è l'unica cosa con cui si può coprire, è l'indumento della sua carne e non ha altro in cui possa dormire; se griderà giustizia a me lo esaudirò, perché sono misericordioso" (Es. 22, 26).
La crudeltà della loro pretesa chiameremo dunque a buon diritto "rapacità" e "rapina".
Nel numero di coloro che vengono chiamati rapinatori dai santi Padri sono quelli che, durante la carestia, incettano frumento e fanno sì che per loro colpa il mercato sia più caro e più difficile. Ciò vale anche per tutto quel che riguarda il mantenimento e tutte le cose necessarie alla vita; a essi si riferisce quella maledizione di Salomone: "Chi nasconde le derrate, sarà maledetto fra le genti" (Prv. 11, 26).
I parroci dunque liberamente rimprovereranno costoro dei loro misfatti e più ampiamente spiegheranno le pene minacciate per questi peccati.
Catechismo tridentino, san Pio V (nel ritratto), n° 341.
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Dal libro: «L’inferno è dogma o favola?» - Sottotitolo: Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Mons. Gaston de Ségur. Certo è una buona, anzi ottima cosa avere fiducia nella misericordia senza misura, ma, alla luce della vera fede, la speranza non deve essere mai separata dal timore, e se la speranza deve sempre dominare il timore, questo avviene a condizione che il timore sussista come le fondamenta di una casa, che danno a tutto l’edificio forza e solidità. Così il timore della giustizia di Dio, la paura del peccato e dell’inferno devono allontanare dall’edificio spirituale della nostra salvezza ogni vana presunzione. Lo stessoDio che ha detto: «Mai rigetterò colui che viene a me», ha detto egualmente: «Preparate la vostra salvezza con timore e tremore». Bisogna santamente temere per avere il diritto di sperare santamente. In presenza degli abissi brucianti ed eterni dell’inferno, rientrate in voi stessi, mio caro lettore, ma per bene e seriamente. Come vi trovate ora? Siete nello stato di grazia? Non avete sulla coscienza qualche grave peccato per cui, se moriste improvvisamente, questo potrebbe compromettere la vostra eternità? In questo caso, credetemi, non esitate a pentirvi sinceramente, poi andate a confessarvi oggi stesso appena avete un momento disponibile. È necessario dirvi,che di fronte all’inferno, tutto passa in secondo ordine, ed è imperativo - sentitemi bene - assolutamente imperativo, assicurare la vostra salvezza. «A che serve all’uomo guadagnare il mondo, se poi perde la sua anima?». Ha detto a tutti noi il Giudice sovrano, e «cosa potrà dare in cambio della sua anima?». Non rimandate a domani quel che potete fare oggi! E poi … siete sicuri che ci sarà un domani per voi? Non bisogna giocarsi la proprie eternità con un “forse”. L’uomo in stato di peccato mortale che non pensa a riconciliarsi immediatamente con Dio con il pentimento e la confessione, è un folle che danza su un abisso, un triplice folle. «Io non comprendo - diceva il sommo San Tommaso d’Aquino - come un uomo in stato di peccato mortale sia capace di ridere e scherzare». Egli si espone con gaiezza di cuore a sperimentare a sue spese le profondità di questa parola spaventosa dell’Apostolo San Paolo: «È una cosa orribile cadere tra le mani del Diovivente».
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Tratto da Enciclopedia Cattolica, Vol. IV, Coll. 117-119, Imprimatur 8 ottobre 1950. Per comunicazione nelle cose sacre o communicatio in sacris si intende la partecipazione dei cattolici alle cerimonie sacre (preghiere, funzioni, prediche, riti) compiuti dagli acattolici (eretici, scismatici, infedeli) dentro o fuori della loro chiese o templi. Questa partecipazione può essere: attiva, quando, cioè, si prende parte al culto religioso positivamente, compiendo qualche atto, che con esso abbia relazione; passiva, quando vi si prende parte solo negativamente, astenendosi da ogni azione, che dica relazione con la cerimonia religiosa; formale, quando vi sia l’adesione della mente e del cuore; materiale, quando quest’adesione manca e tutto si riduce ad un atto di presenza esteriore e fisica. La comunicazione nelle cose sacre si suole designare con il nome di comunicazione in divinis, per distinguerla dalla comunicazione in profanis cioè nelle relazioni private e pubbliche che riguardano la vita domestica e civile, e dalla comunicazione in rebus mixtis, cioè nelle relazioni, le quali importano atti che si possono considerare o hanno un lato anche religioso, come i matrimoni, i funerali e cerimonie simili. La condotta dei cattolici a questo riguardo è regolata in linea di massima dal CIC (Codex Iuris Canonici del 1917), e nelle varie sue applicazioni dalle norme emanate dalle Sacre Congregazioni romane.
La comunicazione in profanis. - Secondo il diritto canonico vigente, è lecita, quando non vi sia pericolo di danno spirituale; illecita, quando questo pericolo vi sia. Perciò si devono evitare anche quelle azioni, le quali, massime in alcune determinate circostanze, possono significare o importare una familiarità o confidenza o dimestichezza eccessive, e per conseguenza pericolose, con gli acattolici, specialmente per le persone «semplici e deboli nella fede» (cf. Sum. Theol., 2a-aae, q. 10, a. 9). Le relazioni con gli scomunicati vitandi sono regolate da norme particolari (CIC, can. 2267).
La comunicazione in divinis. Non è mai lecito ai fedeli di assistere attivamente o prendere parte, in qualsiasi modo, ai riti sacri degli acattolici (CIC, can. 1258 § 1). Ciò vale non soltanto quando si tratta di riti falsi o empi in se stessi, ma anche quando si tratta di quei riti che sono propri di questa o quella setta o gruppo eretico, scismatico, pagano. Perché simile partecipazione equivale alla professione di una falsa religione e per conseguenza al rinnegamento della fede cattolica. E anche nel caso che ogni idea di rinnegamento potesse escludersi, rimangono sempre tre danni assai gravi: 1) il pericolo di perversione nel cattolico che vi partecipa; 2) lo scandalo, sia dei fedeli, che prendono motivo di giudicar male della persona che tratta con gli avversari della fede e forse anche di dubitare della verità di essa, sia degli acattolici stessi, che così si confermano nel loro errore; 3) l’indifferentismo in materia di religione, cioè l’approvazione esteriore di credenze erronee e l’idea che l’espressione esterna della propria fede sia una cosa trascurabile.
In particolare: 1. Sacramenti: a) Battesimo: un cattolico non può fare da padrino, neanche per interposta persona, in un Battesimo conferito da un ministro eretico, perché ciò sarebbe come un obbligarsi a istruire o far istruire il battezzato in una dottrina erronea (S. Uffizio, 10 maggio 1710; 7 luglio 1864; Collectan. de Prop. Fide, Roma 1907, nn. 478, 1257). b) Eucaristia: un cattolico non può assistere alla Messa di un sacerdote eretico o scismatico, anche se, urgendo il precetto festivo, dovesse altrimenti rimanere senza Messa (S. Uffizio, 7 ag. 1704; ibid., n. 267). c) Matrimonio: non è lecito contrarre matrimonio davanti a un ministro eterodosso, neanche nel caso di un matrimonio di religione mista, neppure se già prima si è contratto, o s’intende contrarlo dopo, davanti al sacerdote cattolico (CIC, can. 1063). La trasgressione importa la scomunica riservata all’Ordinario (can. 2319). Se però il ministro eterodosso funge soltanto da funzionario dello Stato, è lecito servirsi di lui, quando non ne derivi pericolo di perversione o di scandalo o di disprezzo dell’autorità ecclesiastica (can. 1526 § 2). d) Ultimi Sacramenti: in pericolo di morte, mancando il sacerdote cattolico, si può ricevere l’assoluzione da un sacerdote eretico, alla condizione che vi sia la probabilità che essa venga data secondo il rito cattolico (S. Uffizio, 30 giugno e 7 luglio 1864; Collectan. de Propag. Fide, n. 1257, ad 6). Inoltre: un cattolico non può chiamare il ministro di un culto eterodosso al capezzale di un moribondo della medesima religione perché gli amministri i Sacramenti. Può, però, ricorrere all’intervento di un correligionario dell’infermo, o anche avvertire egli stesso il ministro eterodosso semplicemente del desiderio del moribondo di ricevere una sua visita. In questo secondo caso non si ha che un invito simile a quello che si rivolgerebbe ad una persona qualsiasi, parente o amica. — 2. Altre cerimonie. Resta proibito ai cattolici di pregare, cantare, suonare l’organo nelle chiese e cappelle di eretici e scismatici, da soli o con essi, mentre questi fanno le loro funzioni religiose (S. Congr. di Propag. Fide, 12 giugno e 8 luglio 1889; Collectan. de Prop. Fide, n. 1713). - 3. Dispute pubbliche. I cattolici non possono prendere parte a discussioni e controversie, specialmente pubbliche, in materia di fede con gli acattolici, senza il permesso della S. Sede, o, nei casi urgenti, dell’Ordinario (CIC, can. 1325 § 3). — 4. Uso comune della chiesa. L’Ordinario può concedere l’uso di una chiesa cattolica per le funzioni dei dissidenti, però in ore diverse dalle funzioni cattoliche. Così avviene, p. es., in Alsazia, Germania, Svizzera e nella chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme (S. Uffizio, 5 giugno 1889; CIC, Fontes, n. 1119).
La comunicazione in rebus mixtis. La presenza o partecipazione puramente passiva alle cerimonie di un culto acattolico è dalla Chiesa tollerata, quando sussiste un motivo di onore o di ossequio civile; alla condizione, però, che il motivo sia grave (approvato in caso di dubbio dall’Ordinario), sia escluso il pericolo di scandalo o di perversione e non vi si presti parte alcuna né immediata, né mediata. Si può quindi assistere, in questi casi, ai funerali, ai matrimoni e ad altre cerimonie simili degli acattolici (CIC, can. 1258 § 2).
Così nel caso dei funerali: a) se il funerale è organizzato come manifestazione di incredulità o di disprezzo della religione cattolica, non vi si può partecipare (S. Uffizio, 11 maggio 1892; CIC, Fontes, n. 1154); b) negli altri casi si può o per motivo di dovere civile (quando, p. es., si tratta del padrone, di un capo militare, del capo dello Stato); o per ragioni di onore (quando si tratta di un parente prossimo, di un pubblico benefattore, di un amico molto intimo). Però accompagnando il corteo funebre non si può portare la candela accesa, né far suffragi per l’anima del defunto, né cantare, perché questi e simili atti indicano partecipazione al rito religioso. Il visitare le chiese degli eretici può essere ammesso a titolo di curiosità o di studio, purché non comporti alcuna intenzione di partecipare agli eventuali riti religiosi o non sia imposto dall’autorità civile per indicare un’armonia di credenze fra cattolici e acattolici (S. Uffizio, 13 genn. 1818; CIC, Fontes, n. 856).
Gli acattolici possono ricevere le benedizioni con l’intenzione di ottenere il lume della fede, o, con questo, la salute del corpo (CIC, can. 1149). Il can. 1152, poi, permette di recitare sopra di essi anche gli esorcismi. Inoltre la Congregazione del S. Uffizio ha dichiarato che le donne scismatiche possono cantare con le cattoliche nelle funzioni liturgiche (cattoliche, ndR) (24 genn. 1906); che in via di eccezione gli acattolici possono fare da testimoni in un matrimonio cattolico (19 ag. 1891); che un protestante può temporaneamente fare da organista in una chiesa cattolica, purché non ne derivi scandalo (22 febbr. 1820); che la partecipazione degli acattolici al culto cattolico si ammetta solo con riserva, non abbia carattere ufficiale e non comporti comunione di pensiero con essi (22 giugno 1859; CIC, Fontes, rispettivamente nn. 1276, 1144, 858,952).
Voce compilata dal P. Celestino Testore
[per CIC si intende Codex Iuris Canonici Pio-Benedettino del 1917]
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«Come insegna la Scrittura […]. Contro le maligne invenzioni di taluni, i quali “con un parlare solenne e lusinghiero ingannano i cuori dei semplici” [Rm. 16,18], bisogna affermare che non solo con l’infedeltà [Can. 27], per cui si perde la stessa fede, ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, si perde la grazia già ricevuta della giustificazione, anche se non si perde la fede [Can. 28]. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli immorali, adulteri, effeminati, sodomiti, concubini, ladri, avari, ubriaconi, malèdici, rapaci [cf. 1Cor. 6, 9 s], e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi ed a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo [Cann. 27]». Cap. 15 del «Decreto sulla giustificazione», Concilio di Tento, Sessione VI, 13 gennaio 1547, in «Denzinger», 2009, numero 1544.
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[Qui video] La prestigiosa Enciclopedia Cattolica (Vol. V, Vaticano, Imprimatur 8 ottobre 1950, Coll. 63-65) afferma: La teoria dell'ecumenismo - Parola derivata da «ecumenico», ossia universale, che viene adoperata nei tempi moderni per indicare ogni sorta di attività religiosa che non si limiti ai problemi interni di una Chiesa cristiana. Nel senso proprio ecumenismo è la teoria più recente escogitata dai movimenti interconfessionali, specialmente protestanti, per raggiungere l’unione delle Chiese cristiane. Qui si parla dell’ecumenismo in senso stretto. L'ecumenismo presuppone come sua base l’eguaglianza di tutte e Chiese dinanzi al problema dell’unione.
Ciò sotto il triplice aspetto psicologico, storico ed escatologico: a) Psicologicamente tutte le Chiese devono riconoscersi ugualmente colpevoli della separazione, cosicché, invece di incolparsi l’una l’altra, ognuna ha da chiedere perdono; b) Storicamente nessuna Chiesa, dopo la separazione, può credersi la Chiesa unica e totale di Cristo, ma soltanto parte di quest’unica Chiesa: conseguentemente, nessuna può arrogarsi il diritto di obbligare le altre a ritornare a lei, bensì tutte debbono sentire l’obbligo di riunirsi tra loro, (vaneggiando di) ricostituire la Chiesa Una e Santa fondata dal Salvatore; c) Escatologicamente la Chiesa futura, risultante dall’unione, non potrà essere identica a nessuna delle Chiese ora esistenti.
La S. Chiesa ecumenica, che sorgerà in questa nuova Pentecoste, sorpasserà ugualmente tutte le singole confessioni cristiane. Si vede subito che tali teorie sono in contrasto con la fede cattolica. Esse tuttavia offrono un certo (apparente) vantaggio di ordine pratico, togliendo tra le varie Chiese ogni rivalità, e prospettando tutto l’arduo problema dell’unione in un piano senza ortodossi ed eretici, senza vincitori e senza vinti. Perciò si sono moltiplicate le riviste unionistiche con il titolo di Oecumenica, perfino le due più importanti associazioni internazionali unionistiche, Life and Work e Faith and Order, si sono fuse nel 1946 in una sola con il titolo «Concilio ecumenico», il cui primo congresso venne celebrato ad Amsterdam dal 22 agosto al 5 settembre 1948.
Ecumenismo protestante. Data l’origine dell’ecumenismo, esso trovò larga accoglienza nel campo protestante. Luterani, calvinisti, anglicani e le altre sètte minori costituiscono l’elemento più numeroso dell’ecumenismo, il quale trovò anche nei protestanti i suoi principali autori; e ciò benché non regni tra di loro un accordo perfetto (La prestigiosa Enciclopedia Cattolica dedica un'intera voce all'argomento, ivi. Coll 65-70, che qui non tratteremo, ndR).
Ecumenismo orientale. Gli orientali separati logicamente dovrebbero prendere posizione contro l’ecumenismo, giacché essi, al pari dei cattolici, si proclamano l’unica vera Chiesa di Cristo. Nondimeno i principali esponenti delle Chiese orientali e gli autori più rinomati si dimostrano pronti a schierarsi accanto agli ecumenisti protestanti.
Il pensiero degli orientali è stato raccolto nel volume Il problema ecumenico nella coscienza ortodossa, pubblicato dall’YMCA (s. d.) di Parigi. In generale si può dire che gli ecumenisti orientali, principalmente russi, si riallacciano al concetto della «Chiesa universale», tanto frequente tra i pensatori russi del secolo XIX. Alcuni distinguono tra l’essenza o natura e la forma della Chiesa (nel linguaggio della teologia cattolica questi concetti rispondono al corpo ed all’anima, ovvero alla materia ed alla forma della Chiesa), per dire che la Chiesa ecumenica futura conserverà la forma della Chiesa loro, ma in un corpo nuovo, più universale, attraverso il quale essa possa sviluppare tutte le sue pienezze di vita e di santità. Altri più radicali e senza scrupoli teologici, come Nicolao Berdjaev, distinguono lo spirito e la confessione, troppo angusta nelle formole dogmatiche. Tutte queste impalcature della Chiesa orientale, al pari di quelle delle altre Chiese cristiane, sono destinate a scomparire nella Chiesa futura; lo spirito invece (a loro dire) rimarrà intatto nella fusione con le altre Chiese cristiane.
Ecumenismo cattolico. Per i cattolici sono precluse le vie dell’ecumenismo nel senso originario del termine, principalmente dopo che il papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium animos (6 gennaio 1928) e Pio XII nella Orientalis Ecclesiae (1944) hanno ribadito il genuino concetto dell’unità della Chiesa, ed hanno tracciato il metodo da seguire per promuovere il ritorno dei dissidenti.
Scrive Pio XII (Orientalis Ecclesiae): «Non conduce al desideratissimo ritorno degli erranti figli alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata».
Si aggiunga che la Congregazione del Sant'Uffizio, in data 5 giugno 1948, nel richiamare le prescrizioni canoniche che vietano le riunioni miste (peggio ancora le preghiere od i riti misti, ndR), dice che esse prescrizioni «maggiormente si devono osservare, quando si tratta dei cosiddetti convegni ecumenici a cui i cattolici, laici e chierici, non possono prender parte veruna senza previo consenso della Santa Sede». Queste direttive sono state confermate nell'Istruzione del Sant'Uffizio, del 20 dicembre 1949 sul «movimento ecumenico». Tuttavia alcuni cattolici fautori del movimento unionista favoreggiano l’ecumenismo, non inteso alla maniera dei protestanti, ma come tattica che cerca i punti di contatto con i cristiani dissidenti, dai quali, secondo alcuni, i cattolici avrebbero diverse lezioni da imparare. Tutto questo sembra per lo meno inopportuno, poiché si presta a confusioni l’uso di un termine che, nel senso corrente, involge teorie anticattoliche.
Nel 1934 lo ieromonaco Alessio van der Menschbrugghe, nell’articolo Danger du formalisme, in Oecumenica, I (1934), pp. 312-28, e Oscar Bauhofer nel libro Einheit u. Glauben, Einsiedeln 1935, mostrano aperta inclinazione in favore dell’ecumenismo. Ad esso aderiscono l’abate P. Coutourier nei suoi articoli della Revue apologétique (1937) ed il p. M. J. Congar nel libro pubblicato nel 1937 a Parigi: Chrétiens désunis. Principes d’un «oecuménisme» catholique.
Ma questo tentativo è di natura da sollevare delle gravi riserve. Infatti, se per i cattolici ecumenismo significa ciò che i dissidenti intesero nel coniare la parola, esso comporta l’ammissione delle Chiese separate e protestanti come parti della vera Chiesa, nonché l’affermazione che la Chiesa cattolica non possiede in se stessa attualmente la pienezza essenziale. Il p. Congar difficilmente può sottrarsi alla necessità di ammettere almeno in parte questi postulati assegnati all’ecumenismo: non solo i singoli separati di buona fede (sarebbero) membri della Chiesa vera ed unica; ma anche le loro Chiese (possederebbero) tali e tanti elementi della vera Chiesa, che i dissidenti si (salverebbero) nelle loro Chiese, le quali (potrebbero) per il fatto stesso considerarsi non totalmente distaccate dall’unica Chiesa fondata da Cristo per la salvezza delle anime. In quanto alla Chiesa cattolica, ad essa, è chiaro, non manca nulla di essenziale, ma sì un certo grado di perfezione. Così (essi intendono ristabilire) un certo equilibrio ed uguaglianza: benché in maniera ed in grado diverso, tutti senza distinzione andiamo verso l’unione per integrare ciò che ci difetta nelle singole Chiese. Bisogna confessare che anche questo uso dell’ecumenismo ha urtato fra i cattolici contro una diffidenza pressoché generale. Essi lo trovano troppo ardito e pericoloso...
P. Maurizio Gordillo, autore della voce Ecumenismo sull'Enciclopedia Cattolica, non era profeta né veggente, tuttavia aveva la fede cattolica, usava la ragione, e facilmente riuscì a prevedere le funeste conseguenze del pericoloso ecumenismo. Veniamo ad alcune - essendo davvero numerose - principali condanne a quella che, soprattutto dopo gli evidenti sviluppi avutisi dal 1965 ad oggi, può essere definita, almeno giornalisticamente, eresia ecumenica.
Una, Santa, Cattolica ed Apostolica
Papa Leone XIII nella Satis Cognitum afferma: Gesù Cristo istituì nella Chiesa un “vivo, autentico e perenne magistero”, che egli stesso rafforzò col suo potere, informò dello spirito di verità e autenticò coi miracoli; e volle e comandò che i precetti della sua dottrina fossero ricevuti come suoi. Dunque ogni volta in cui questo magistero dichiara che questo o quel dogma è contenuto nel corpo della dottrina divinamente rivelata, ciascuno lo deve tenere per vero, poiché, se potesse essere falso, ne seguirebbe che Dio stesso sarebbe autore dell’errore dell’uomo, il che ripugna: “O Signore, se vi è errore, siamo stati ingannati da te” [Richardus de S. Victore, De Trin., lib. I, cap. 2]. Quindi, rimossa ogni ragione di dubitare, a chi mai sarà lecito ripudiare una sola di queste verità, senza che egli venga per questo stesso a cadere in eresia e senza che, essendo separato dalla Chiesa, rigetti in complesso tutta la dottrina cristiana? Tale è infatti la natura della fede che nulla tanto le ripugna come ammetterne un dogma e ripudiarne un altro. Infatti la Chiesa dichiara apertamente che la fede è una “virtù soprannaturale, con la quale, ispirati ed aiutati dalla grazia di Dio, crediamo che sono vere le cose da lui rivelate, non già per l’intrinseca verità delle medesime conosciuta con il lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, che non può ingannare né essere ingannato” [Conc. Vat., sess. III, cap. 3]. Se dunque si conosce che una verità è stata rivelata da Dio, e tuttavia non si crede, ne consegue che nulla affatto si crede per fede divina. Infatti quanto Giacomo Apostolo sentenzia a proposito del delitto in materia di costumi, deve affermarsi circa un’opinione erronea in materia di fede: “Chiunque avrà mancato in un punto solo, si è reso colpevole di tutti”. Anzi, a più forte ragione deve dirsi di questa che di quello. Infatti, meno propriamente si dice violata tutta la legge da colui che la trasgredì in una cosa sola, non potendosi vedere in lui, se non interpretandone la volontà, un disprezzo della maestà di Dio legislatore. Invece colui che, anche in un punto solo, dissente dalle verità rivelate, ha perduto del tutto la fede, in quanto ricusa di venerare Dio come somma verità e proprio motivo di fede; perciò Agostino dice: “In molte cose concordano con me, in alcune poche no; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me, a nulla giovano loro le molte in cui convengono con me”[S. Augustinus, In Psal. LIV, n. 19]. E con ragione; perché coloro che prendono della dottrina cristiana quello che a loro piace, si basano non sulla fede, ma sul proprio giudizio: e non “riconducendo tutto il proprio intelletto all’obbedienza a Cristo”(1Cor 10,5), obbediscono più propriamente a loro stessi che a Dio. “Voi, diceva Agostino, che nel Vangelo credete quello che volete, e non credete quello che non volete, credete a voi stessi piuttosto che al Vangelo” [S. Augustinus, lib. XVII, Contra Faustum Manichaeum, cap. 3]. Fine della citazione.
Extra Ecclesiam nulla salus
Ci domandiamo: dato che l'ecumenismo, lo abbiamo visto, è una teoria falsa od eretica (dipende dalle condizioni), come si concilia la dottrina cattolica con la salvezza di coloro i quali si trovano, senza propria colpa, fuori dal collettivo umano chiamato Chiesa (Una, Santa, Cattolica ed Apostolica)? Risponde Papa Pio IX nella Quanto conficiamur ed altrove. Cito: Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, ancora dobbiamo ricordare e biasimare il gravissimo errore in cui sono miseramente caduti alcuni cattolici. Credono infatti che, vivendo nell’errore, lontani dalla vera fede e dall’unità cattolica, possano pervenire alla vita eterna. Ciò è radicalmente contrario alla dottrina cattolica. (Tuttavia) a Noi ed a Voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato. Parimenti è notissimo il dogma cattolico secondo il quale fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno può salvarsi e chi è ribelle all’autorità e alle decisioni della Chiesa, chi è ostinatamente separato dalla unità della Chiesa stessa e dal Romano Pontefice, Successore di Pietro, cui è stata affidata dal Salvatore la custodia della vigna, non può ottenere la salvezza eterna. Infatti le parole di Cristo Nostro Signore sono perfettamente chiare: “Chi non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano o come un pubblicano (Mt. 18,17). Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato (Lc. 10,16). Colui che non mi crederà sarà condannato (Mc. 16,16). Colui che non crede è già giudicato (Gv. 3,18). Colui che non è con me è contro di me, e colui che non accumula con me, dissipa” (Lc. 11,23). Allo stesso modo l’Apostolo Paolo dice che questi uomini sono “corrotti e condannati dal loro proprio giudizio” (Tt. 3,11) e il Principe degli Apostoli li dice “maestri mendaci che introducono sette di perdizione, rinnegano il Signore, attirano su di sé una rapida rovina” [Epist. 2, c. 2, v. 1]. Non sia mai che i figli della Chiesa cattolica siano nemici di coloro che non sono uniti a Noi dagli stessi legami di fede e di carità; devono al contrario prodigarsi nel render loro tutti i servizi della carità cristiana, nella loro povertà, nelle loro malattie, in tutte le altre disgrazie da cui sono afflitti; devono fare in modo di aiutarli sempre e soprattutto di trascinarli fuori dalle tenebre di errori in cui miseramente versano, di ricondurli alla verità cattolica ed alla Chiesa, Madre amatissima, che non cessa mai di tender loro affettuosamente le sue mani materne, di aprir loro le braccia, per rafforzarli nella fede, speranza e carità, per farli fruttificare in ogni genere di buone opere e per far loro ottenere la salute eterna. Fine della citazione.
Libertà di coscienza
Ci domandiamo: dato che l'ecumenismo, lo abbiamo visto, è una teoria falsa od eretica, come si concilia la dottrina cattolica con la pretesa libertà di coscienza? Risponde, per esempio, Papa Gregorio XVI nella Mirari Vos. Cito: Veniamo ora ad un’altra sorgente trabocchevole dei mali, da cui piangiamo afflitta presentemente la Chiesa: vogliamo dire l’indifferentismo, ossia quella perversa opinione che per fraudolenta opera degl’increduli si dilatò in ogni parte, e secondo la quale si possa in qualunque professione di Fede conseguire l’eterna salvezza dell’anima se i costumi si conformano alla norma del retto e dell’onesto. Ma a voi non sarà malagevole cosa allontanare dai popoli affidati alla vostra cura un errore così pestilenziale intorno ad una cosa chiara ed evidentissima, senza contrasto. Poiché è affermato dall’Apostolo che esiste “un solo Iddio, una sola Fede, un solo Battesimo” (Ef. 4,5), temano coloro i quali sognano che veleggiando sotto bandiera di qualunque Religione possa egualmente approdarsi al porto dell’eterna felicità, e considerino che per testimonianza dello stesso Salvatore “essi sono contro Cristo, perché non sono con Cristo” (Lc. 11,23), e che sventuratamente disperdono solo perché con lui non raccolgono; quindi “senza dubbio periranno in eterno se non tengono la Fede cattolica, e questa non conservino intera ed inviolata” (Symbol. S. Athanasii). Ascoltino San Girolamo il quale - trovandosi la Chiesa divisa in tre parti a causa dello scisma - racconta che, tenace come egli era del santo proposito, quando qualcuno cercava di attirarlo al suo partito, egli rispondeva costantemente ad alta voce: “Chi sta unito alla Cattedra di Pietro, quegli è mio” (S. Girolamo, Ep. 58). A torto poi qualcuno, fra coloro che alla Chiesa non sono congiunti, oserebbe trarre ragione di tranquillizzante lusinga per essere anche lui rigenerato nell’acqua di salute; poiché gli risponderebbe opportunamente Sant’Agostino: “Anche il ramoscello reciso dalla vite ha la stessa forma, ma che gli giova la forma se non vive della radice?”(S. Agostino, Salmo contro part. Donat.). Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione. “Ma qual morte peggiore può darsi all’anima della libertà dell’errore?” esclamava Sant’Agostino (Ep. 166). Tolto infatti ogni freno che tenga nelle vie della verità gli uomini già diretti al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il “pozzo d’abisso” (Ap. 9,3), dal quale San Giovanni vide salire tal fumo che il sole ne rimase oscurato, uscendone locuste innumerabili a devastare la terra. Conseguentemente si determina il cambiamento degli spiriti, la depravazione della gioventù, il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante: in una parola, la peste della società più di ogni altra esiziale, mentre l’esperienza di tutti i secoli, fin dalla più remota antichità, dimostra luminosamente che città fiorentissime per opulenza, potere e gloria per questo solo disordine, cioè per una eccessiva libertà di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novità andarono infelicemente in rovina. Fine della citazione.
Libertà religiosa
Ci domandiamo: dato che l'ecumenismo, lo abbiamo visto, è una teoria falsa od eretica, come si concilia la dottrina cattolica con la supposta legislazione degli Stati che intendono favorire, o addirittura servire, la pretesa libertà di culto? Risponde Papa Pio XII nel Discorso ai giuristi cattolici del 6 dicembre 1953, meglio noto come Allocuzione Ci riesce. Cito: Per il giurista, l'uomo politico e lo Stato cattolico sorge qui il quesito: possono essi dare il consenso ad un simile regolamento, quando si tratta di entrare nella Comunità dei popoli e di rimanervi? Ora relativamente agl'interessi religiosi e morali si pone una duplice questione: 1) La prima concerne la verità oggettiva e l'obbligo della coscienza verso ciò che è oggettivamente vero e buono; 2) la seconda riguarda l'effettivo contegno della Comunità dei popoli verso il singolo Stato sovrano e di questo verso la Comunità dei popoli nelle cose della religione e della moralità. La prima può difficilmente essere l'oggetto di una discussione e di un regolamento fra i singoli Stati e la loro Comunità, specialmente nel caso di una pluralità di confessioni religiose nella Comunità medesima. La seconda invece può essere della massima importanza ed urgenza. Or ecco la via per rispondere rettamente alla seconda questione. Innanzi tutto occorre affermare chiaramente: che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d'insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale. Un mandato o una autorizzazione di questo genere non avrebbero forza obbligatoria e resterebbero inefficaci. Nessuna autorità potrebbe darli, perchè è contro natura di obbligare lo spirito e la volontà dell'uomo all'errore ed al male o a considerare l'uno e l'altro come indifferenti. Neppure Dio potrebbe dare un tale positivo mandato o una tale positiva autorizzazione, perchè sarebbero in contraddizione con la Sua assoluta veridicità e santità. Un'altra questione essenzialmente diversa è: se in una comunità di Stati possa, almeno in determinate circostanze, essere stabilita la norma che il libero esercizio di una credenza e di una prassi religiosa o morale, le quali hanno valore in uno degli Stati-membri, non sia impedito nell'intero territorio della Comunità per mezzo di leggi o provvedimenti coercitivi statali. In altri termini, si chiede se il «non impedire», ossia il tollerare, sia in quelle circostanze permesso, e perciò la positiva repressione non sia sempre un dovere. Noi abbiamo or ora addotta l'autorità di Dio. Può Dio, sebbene sarebbe a Lui possibile e facile di reprimere l'errore e la deviazione morale, in alcuni casi scegliere il «non impedire», senza venire in contraddizione con la Sua infinita perfezione? Può darsi che in determinate circostanze Egli non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d'impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso? Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa. Essa mostra che l'errore e il peccato si trovano nel mondo in ampia misura. Iddio li riprova; eppure li lascia esistere. Quindi l'affermazione: Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quando è possibile, perchè la sua tolleranza è in sè stessa immorale - non può valere nella sua incondizionata assolutezza. D'altra parte, Dio non ha dato nemmeno all'autorità umana un siffatto precetto assoluto e universale, nè nel campo della fede nè in quello della morale. Non conoscono un tale precetto nè la comune convinzione degli uomini, nè la coscienza cristiana, nè le fonti della rivelazione, nè la prassi della Chiesa. Per omettere qui altri testi della Sacra Scrittura che si riferiscono a questo argomento, Cristo nella parabola della zizzania diede il seguente ammonimento: Lasciate che nel campo del mondo la zizzania cresca insieme al buon seme a causa del frumento (cfr. Matth. 13, 24-30). Il dovere di reprimere le deviazioni morali e religiose non può quindi essere una ultima norma di azione. Esso deve essere subordinato a più alte e più generali norme, le quali in alcune circostanze permettono, ed anzi fanno forse apparire come il partito migliore il non impedire l'errore, per promuovere un bene maggiore. Con questo sono chiariti i due principii, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l'atteggiamento del giurista, dell'uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale del contenuto sopra indicato, da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati. Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto nè all'esistenza, nè alla propaganda, nè all'azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell'interesse di un bene superiore e più vasto. Fine della citazione.
Indifferentismo ed ateismo
Ecumenismo, come è stato dimostrato, è il sofisma utilizzato per nascondere l'indifferentismo che, a sua volta, è ateismo. Leggiamo brevemente alcune sentenze della Chiesa a riguardo. Cito Papa Leone XII nella Ubi primum: (...) Esiste una setta, a voi certamente nota, la quale, arrogandosi a torto l’appellativo di filosofica, ha riesumato dalle ceneri disperse falangi di quasi tutti gli errori. Questa setta, presentandosi sotto la carezzevole apparenza della pietà e della liberalità, professa il tollerantismo (così lo chiama), o indifferentismo, e lo estende non solo agli affari civili, sulla qual cosa non esprimiamo parola alcuna, ma anche alla materia religiosa, insegnando che Dio ha dato a tutti gli uomini un’ampia libertà, in modo che ognuno, senza alcun pericolo, può abbracciare e professare la setta e l’opinione che preferisce, secondo il proprio personale giudizio. Contro tale empietà di uomini deliranti, l’Apostolo Paolo ci mette in guardia: "Io vi esorto, fratelli, a controllare coloro che alimentano divisioni e scandali contro la dottrina che avete appresa, e ad allontanarvi da loro. In questo modo, essi non servono nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre, e attraverso dolci parole e benedizioni seducono le anime semplici" (Rm. 16,17-18). È vero che tale errore non è nuovo, ma in questi tempi esso infierisce contro la stabilità e l’integrità della fede cattolica. Infatti Eusebio, citando Rodone, riferisce che questa follia era già stata propagata da certo Apelle, eretico del secondo secolo, il quale asseriva che non occorreva approfondire la fede, ma che ciascuno doveva arroccarsi nell’opinione che si era formata. Apelle sosteneva che coloro i quali avevano riposto la propria speranza nel Crocifisso si sarebbero salvati, purché la morte li avesse raggiunti nel corso di buone opere. Anche Retorio, come attesta Agostino, blaterava che tutti gli eretici camminavano nella retta via e predicavano delle verità. "Ma ciò è così assurdo, osserva il santo Padre, che mi sembra incredibile". In seguito, questo indifferentismo si è talmente diffuso e accresciuto, che i suoi seguaci riconoscono non solo tutte le sette che, fuori della Chiesa cattolica, ammettono oralmente la rivelazione come base e fondamento, ma affermano spudoratamente che sono nella retta via anche quelle società che, respingendo la divina rivelazione, professano il semplice deismo ed anche il semplice naturalismo. L’indifferentismo di Retorio fu giudicato da Sant’Agostino cosa assurda in diritto e nel merito, anche se veniva circoscritto in determinati limiti. Ma una tolleranza che si estenda fino al deismo ed al naturalismo - teorie che furono respinte perfino dagli antichi eretici - potrebbe mai essere ammessa da una persona che usi la ragione? Tuttavia (Oh tempi! Oh filosofia menzognera!) una siffatta pseudo-filosofia è approvata, difesa e sostenuta.
Cito Papa Pio IX nella Apostolicae nostrae: (...) sapete benissimo come i popoli cristiani siano afflitti e sconvolti o da cruentissime guerre, o da dissidi intestini; o da morbi pestiferi, o da violenti terremoti o da altri gravissimi mali. Questo soprattutto riempie di dolore: che fra tanti lutti e danni mai abbastanza pianti, i figli delle tenebre, che nella loro generazione sono più cauti dei figli della luce, di giorno in giorno si sforzano sempre più, con ogni inganno, arte e preparazione, di condurre una guerra durissima contro la Chiesa cattolica e la sua dottrina salvifica; di stravolgere e distruggere l’autorità d’ogni potere legittimo; di indurre al male e corrompere le menti e gli animi di tutti; di propagare dovunque il veleno mortale dell’indifferentismo e dell’incredulità; di sconvolgere tutti i diritti divini e umani; di eccitare ed alimentare i dissensi, le discordie e i moti di empie ribellioni; di consentire qualunque malvagia scelleratezza e crudelissima azione; di non lasciare nulla d’intentato affinché – se potesse mai accadere – la nostra santissima religione sia tolta di mezzo e la stessa società umana sconvolta dalle fondamenta.
Cito ancora Pio XI nella Exultavit cor nostrum: Di qui dobbiamo deplorare una caligine di errori diffusa nelle menti di molti; una guerra aspra contro tutta la cattolicità e contro questa Sede Apostolica; l’odio terribile contro la virtù e l’onestà; i peggiori vizi considerati onesti con nome menzognero; una sfrenata licenza di tutto opinare, di vivere e di tutto osare; l’insofferente intolleranza di qualsiasi autorità, potere o comando; il disprezzo e il ludibrio per tutte le cose sacre, per le leggi più sante e per le migliori istituzioni; una miseranda corruzione dell’improvvida gioventù; una colluvie pestifera di cattivi libri, di libelli volanti, di giornali e riviste che insegnano a peccare; il mortifero veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo; i moti di empie cospirazioni e ogni diritto, sia umano, sia divino, disprezzato e deriso. E non Vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quali ansietà, quali dubbi, quali esitazioni e quali timori sollecitino e angustino per conseguenza gli animi di tutti, specialmente dei benpensanti, poiché sono da temere i peggiori mali per il costume pubblico e privato allorché gli uomini, allontanandosi miseramente dalle norme della giustizia, della verità e della religione, e servendo alle malvagie e indomite passioni, tramano nel loro cuore qualsiasi nefandezza.
Sempre Pio IX nella Singulari quidem: E neppure ignorate, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, che tra i tanti e mai abbastanza deplorati mali che turbano e sconvolgono la società ecclesiastica e civile, ora ne emergono in particolare due, che si possono considerare a buon diritto come l’origine di tutti gli altri. A Voi infatti sono anzitutto noti gli innumerevoli e funestissimi danni che sulla società cristiana e civile si riversano dal fetido errore dell’indifferentismo. Da qui la grave negligenza in tutti i doveri verso Dio in cui viviamo, ci muoviamo e siamo; da qui trascurata la santissima religione; da qui scosse e quasi sconvolte le fondamenta di ogni diritto, della giustizia e della virtù. Da questa ignobile forma d’indifferentismo non molto si scosta la teoria, eruttata dalle tenebre, dell’indifferenza delle religioni per cui uomini estranei alla verità, avversari del vero credo religioso e immemori della loro salute, docenti di principi contraddittori e sprovvisti di solido convincimento, non ammettono alcuna differenza tra le professioni di fede più divergenti, vivono in pace con tutti, e pretendono che a tutti, a qualunque religione appartengano, sia aperto l’ingresso alla vita eterna. Infatti nulla importa loro, sebbene di diverse tendenze, pur di cospirare alla rovina dell’unica verità. Voi vedete, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, di quale vigilanza occorre dar prova per impedire che il contagio di una peste tanto funesta infetti e distrugga miseramente le vostre pecore. Pertanto non rinunciate a premunire con zelo da questi esiziali errori i popoli a Voi affidati; a istruirli ogni giorno più intimamente nella dottrina della verità cattolica; a insegnare loro che, come vi è un solo Dio Padre, un solo Cristo Figlio di Lui, un solo Spirito Santo, così vi è una sola verità divinamente rivelata, una sola fede divina, principio d’umana salvezza, fondamento di ogni normativa per la quale il giusto vive, e senza la quale è impossibile piacere a Dio e pervenire alla comunione dei suoi figli (cf. Rm. 1,16-17; Eb. 11,5); non vi è che una vera, santa, cattolica, Apostolica, Romana Chiesa e una sola Cattedra fondata dalla voce del Signore su Pietro, e all’infuori di essa non si trova né la vera fede né la salute eterna, in quanto non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre e assurdamente confida di appartenere alla Chiesa colui che abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa. Infatti non vi può essere maggior delitto e nessuna macchia più ripugnante che essersi posto contro Cristo; aver operato per la distruzione della Chiesa, generata e assicurata dal Suo sangue divino; aver lottato con il furore di ostile discordia contro l’unanime e concorde popolo di Dio, avendo dimenticato l’amore evangelico. Invero, il culto divino si compone di questi due elementi: di pie dottrine e di buone azioni; né la dottrina senza opere buone è gradita a Dio, né Dio accoglie le opere distinte dai dogmi religiosi; non nella sola pratica delle virtù o nella sola osservanza dei precetti, ma anche nel cammino della fede si trova l’angusta e ardua via che conduce alla vita. Quindi non desistete di ammonire e incitare continuamente i vostri popoli fedeli, in modo che non solo persistano irremovibili, ogni giorno di più, nella professione della religione cattolica, ma si adoperino anche di rendere salda la loro vocazione e la loro scelta attraverso le buone opere. Mentre poi Vi impegnate ad assicurare la salvezza del vostro gregge, non trascurate di richiamare con tanta bontà, tanta pazienza, tanta dottrina, i poveri erranti all’unico ovile di Cristo e di ricondurli all’unità cattolica soprattutto con queste parole di Agostino: "Venite, Fratelli, se volete essere innestati sulla vite. È doloroso vedervi giacere in terra così recisi; contate soltanto sui sacerdoti provenienti dalla Sede di Pietro e considerate come su quel soglio dei nostri padri l’uno successe all’altro; quella è la pietra che non può esser vinta dalle superbe porte degl’inferi. Chiunque mangerà l’agnello fuori di questa casa, è un empio; se qualcuno non sarà nell’arca di Noè, perirà nel momento del diluvio". Fine delle citazioni.
Irenismo
Sebbene la maggior parte degli ecumenisti di "casa nostra" lo neghino, ecumenismo è finalmente - nella dottrina o nella prassi a noi poco importa - irenismo. Nella prassi ecumenismo equivale ad irenismo; nella dottrina tale equivalenza può essere più o meno evidente, dipende dai sofismi utilizzati dai vari autori, ragion per cui, per smascherarli, noi dobbiamo focalizzare tutte le attenzioni sulla conclusione pratica alla quale conducono: ossia l'equivalenza, più o meno rivendicata, delle varie credenze, filosofie di vita o religioni. Equivalenza di fatto che le pretende, per conseguenza, tutte vere, pertanto tutte false: se Dio mente a qualcuno, non è Dio, quindi le varie credenze, filosofie di vita o religioni sarebbero tutte verosimilmente false e rappresenterebbero, quale meglio e quale peggio, solo l'esternazione di un sentimento soggettivo, di un'esperienza. Papa Pio XII, condannando ancora il modernismo (la nuova-teologia) nella Humani Generis, afferma: (...) Noi sappiamo bene che gli insegnanti e i dotti cattolici in genere si guardano da tali errori, è noto però che non mancano nemmeno oggi, come ai tempi apostolici, coloro che, amanti più del conveniente delle novità e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest'epoca di progresso, cercano di sottrarsi alla direzione del sacro Magistero e perciò sono nel pericolo di allontanarsi insensibilmente dalle verità Rivelate e di trarre in errore anche gli altri. Si nota poi un altro pericolo, e tanto più grave, perché si copre maggiormente con l'apparenza della virtù. Molti, deplorando la discordia e la confusione che regna nelle menti umane, mossi da uno zelo imprudente e spinti da uno slancio e da un grande desiderio di rompere i confini con cui sono fra loro divisi i buoni e gli onesti; essi abbracciano perciò una specie di "irenismo" che, omesse le questioni che dividono gli uomini, non cerca solamente di ricacciare, con unità di forze, l'irrompente ateismo, ma anche di conciliare le opposte posizioni nel campo stesso dogmatico. E come un tempo vi furono coloro che si domandavano se l'apologetica tradizionale della Chiesa costituisse più un ostacolo che un aiuto per guadagnare le anime a Cristo, cosi oggi non mancano coloro che osano arrivare fino al punto di proporre seriamente la questione, se la teologia e il suo metodo, come sono in uso nelle scuole con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, non solo debbano essere perfezionate, ma anche completamente riformate, affinché si possa propagare con più efficacia il regno di Cristo in tutto il mondo, fra gli uomini di qualsiasi cultura o di qualsiasi opinione religiosa. (...) Infuocati da un imprudente "irenismo", sembrano ritenere un ostacolo al ristabilimento dell'unità fraterna, quanto si fonda sulle leggi e sui principî stessi dati da Cristo e sulle istituzioni da Lui fondate, o quanto costituisce la difesa e il sostegno dell'integrità della fede, crollate le quali, tutto viene sì unificato, ma soltanto nella comune rovina. Queste opinioni, provenienti da deplorevole desiderio di novità o anche da lodevoli motivi, non sempre vengono proposte con la medesima gradazione, con la medesima chiarezza o con i medesimi termini, né sempre i sostenitori di esse sono pienamente d'accordo fra loro; ciò che viene oggi insegnato da qualcuno più copertamente con alcune cautele e distinzioni, domani da altri, più audaci, viene proposto pubblicamente e senza limitazioni, con scandalo di molti, specialmente del giovane clero, e con detrimento dell'autorità ecclesiastica. Se di solito si usa più cautela nelle pubblicazioni stampate, di questi argomenti si tratta con maggiore libertà negli opuscoli distribuiti in privato, nelle lezioni dattilografate e nelle adunanze. Queste opinioni non vengono divulgate solo fra i membri del clero secolare e regolare, nei seminari e negli istituti religiosi, ma anche fra i laici, specialmente fra quelli che si dedicano all'educazione e all'istruzione della gioventù. Fine della citazione.
Pace universale
Ci domandiamo: dato che l'ecumenismo, lo abbiamo visto, è una teoria falsa od eretica, come si concilia la dottrina cattolica con la ricerca di pace fra i popoli? Subito diciamo che l'ecumenismo, al contrario di quanto sostengono gli ecumenisti, evidentemente si contrappone alla pace universale. Adduciamo immediatamente la prova più sensibile: negli ultimi 31 anni, ossia dalla prima apostasia della cosiddetta "giornata di Assisi" del 1986 (si legge comunicazione nelle cose sacre, significa apostasia - lo impareremo nel penultimo paragrafo), reiterata poi tutti gli anni, nonché replicata anche altrove ed in varie date e contesti, benché l'ecumenismo sia stato imposto quale religione ufficiale a molti cattolici nominali, il numero delle guerre e dei conflitti è aumentato a dismisura. Dunque, pur non avendone bisogno, anche alla prova dei fatti l'ecumenismo per la pace ha decretato il suo fallimento universale. Adesso veniamo alla motivazione dottrinale e soprannaturale di questo fallimento annunciato. Risponde, fra gli altri, Papa San Pio X nella sua Notre charge apostolique, condannando il movimento del Sillon francese di Marc Sangnier. Cito: Vogliamo attirare la vostra attenzione, Venerabili Fratelli, su questa deformazione del Vangelo e del carattere sacro di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Uomo, praticata nel Sillon ed altrove. In altri ambienti è di moda, quando si tocca la questione sociale, mettere anzitutto da parte la Divinità di Gesù Cristo, e poi parlare soltanto della sua sovrana mansuetudine, della sua compassione per tutte le miserie umane, delle sue pressanti esortazioni all'amore del prossimo e alla fraternità. Certo, Gesù ci ha amati di un amore immenso, infinito, ed è venuto sulla terra a soffrire e a morire affinché, riuniti attorno a Lui nella giustizia e nell'amore, animati dai medesimi sentimenti di carità reciproca, tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità. Ma, per la realizzazione di questa felicità temporale ed eterna, Egli ha posto, con un'autorità sovrana, la condizione che si faccia parte del suo gregge, che si accetti la sua dottrina, che si pratichi la virtù e che ci si lasci ammaestrare e guidare da Pietro e dai suoi successori. Inoltre, se Gesù è stato buono con gli smarriti e con i peccatori, non ha rispettato le loro convinzioni erronee, per quanto sincere sembrassero; li ha tutti amati per istruirli, per convertirli e per salvarli. Se ha chiamato a Sé, per consolarli, quanti piangono e soffrono, non è stato per predicare loro l'invidia di un'uguaglianza chimerica. Se ha sollevato gli umili, non è stato per ispirare loro il sentimento di una dignità indipendente e ribelle all'ubbidienza. Se il suo Cuore traboccava di mansuetudine per le anime di buona volontà, ha saputo ugualmente armarsi di una santa indignazione contro i profanatori della casa di Dio, contro i miserabili che scandalizzano i piccoli, contro le autorità che opprimono il popolo sotto il carico di pesanti fardelli, senza muovere un dito per sollevarli. Egli è stato tanto forte quanto dolce; ha rimproverato, minacciato, castigato, sapendo e insegnandoci che spesso il timore è l'inizio della saggezza e che a volte conviene tagliare un membro per salvare il corpo. Infine, non ha annunciato per la società futura il regno di una felicità ideale, da cui sarebbe bandita la sofferenza; ma, con le sue lezioni e i suoi esempi, ha tracciato il cammino della felicità possibile sulla terra e della felicità perfetta in Cielo: la via regale della Croce. Sono insegnamenti che si avrebbe torto ad applicare soltanto alla vita individuale in vista della salvezza eterna; sono insegnamenti eminentemente sociali e ci mostrano in Nostro Signore Gesù Cristo una realtà ben diversa da un umanitarismo senza consistenza e senz'autorità. [Per concludere:] Venerabili Fratelli - bisogna ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si atteggia a dottore e legislatore -, non si costruirà la città diversamente da come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le basi e non ne dirige i lavori; no, la civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica. Si tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: "omnia instaurare in Christo" [(Ef. 1, 10) - l’espressione paolina fu assunta da Papa San Pio X come divisa del suo pontificato, ndR]. Fine della citazione.
Pax Christi in Regno Christi
Se la risposta di San Pio X non soddisfa, citiamo Papa Pio XI con il suo motto Pax Christi in Regno Christi. Ecumenismo, come abbiamo imparato, è il contraddittorio di cattolicesimo, e poiché quest'ultimo è l'unica via per raggiungere la vera pace, l'ecumenismo diventa una delle vie certamente non percorribili, la storia stessa lo attesta. Insegna Papa Pio XI nella Ubi arcano: Abbiamo visto e considerato che causa precipua dello scompiglio, delle inquietezze e dei pericoli che accompagnano la falsa pace è l'essere venuto meno l'impero della legge, il rispetto dell'autorità, dopo che era venuta meno all'una ed all'altra la stessa ragion d'essere, una volta negata la loro origine da Dio, creatore e ordinatore universale. Orbene il rimedio è nella pace di Cristo, giacché pace di Cristo è pace di Dio, né questa può essere senza il rispetto dell'ordine, della legge e dell'autorità. Nel Libro di Dio infatti sta scritto: "Conservate la pace nell'ordine" ("Disciplinam in pace conservate", Ecclesiaste, 41, 17) , "gran pace avrà chi amerà la tua legge, o Signore" ("Pax multa diligentibus legem tuam Domine" Salmi, 118, 155) ; "chi osserva il precetto si troverà in pace" ("Qui timet praeceptum in pace versabitur" Libro dei Proverbi, 13, 13) . E Gesù stesso più espressamente insegna: "rendete a Cesare quel ch'è di Cesare" ("Reddite quae sunt Caesaris Caesari", Matteo, 22, 21) , e perfino in Pilato. Egli riconosce l'autorità sociale che viene dall'alto (Gv. 19, 11), come aveva riconosciuta l'autorità finanche nei degeneri successori di Mosè (Mt. 23,2), e riconosciuta in Maria e Giuseppe l'autorità domestica, loro soggettandosi per tanta parte della sua vita (Lc. 2, 51). E dagli Apostoli suoi faceva proclamare quella solenne dottrina che, come insegna "doversi da tutti riverenza ed ossequio ad ogni potestà legittima", così proclama pure "potestà legittima non esserci se non da Dio" (Rm. 13, 1-7) (1Pt. 2, 13-18). Se si riflette che i pensieri e gli insegnamenti di Gesù Cristo, sui valori interni e spirituali, sulla dignità e santità della vita, sul dovere dell'ubbidienza, sull'ordinamento divino della società, sulla santità sacramentale del matrimonio e la conseguente santità vera e propria della famiglia; se si riflette, diciamo, che questi pensieri ed insegnamenti di Cristo (insieme con tutto quel tesoro di verità da lui arrecato all'umanità), furono da Lui stesso unicamente affidati alla sua Chiesa, con solenne promessa di indefettibile assistenza, affinché in tutti i secoli ed in tutte le genti ne fosse maestra infallibile, non si può non vedere quale e quanta parte può e deve avere la Chiesa Cattolica nel portare rimedio ai mali del mondo e nel condurre alla sincera pacificazione. (...) Per questo, per essere cioè la Chiesa, ed essa sola, formatrice sicura e perfetta di coscienze, mercé gli insegnamenti e gli aiuti a lei sola da Gesù Cristo affidati, non soltanto essa può conferire nel presente alla pace tutto ciò che le manca per essere la vera pace di Cristo, ma può ancora, piu di ogni altro fattore, contribuire ad assicurare questa pace anche per l'avvenire, allontanando il pericolo di nuove guerre. Insegna infatti la Chiesa (ed essa sola ha da Dio il mandato, e col mandato il diritto di autorevolmente insegnarlo) che non soltanto gli atti umani privati e personali, ma anche i pubblici e collettivi devono conformarsi alla legge eterna di Dio; anzi assai più dei primi i secondi, come quelli sui quali incombono le responsabilità più gravi e terribili. Quando governi e popoli seguiranno negli atti loro collettivi, sia all'interno sia nei rapporti internazionali, quelle norme di coscienza che gli insegnamenti, i precetti, gli esempi di Gesù Cristo propongono ed impongono ad ogni uomo; allora soltanto potranno fidarsi gli unì degli altri, ed aver anche fede nella pacifica risoluzione delle difficoltà e controversie che, per differenza di vedute e opposizione d'interessi, possono insorgere. (...) Appare, da quanto siamo venuti considerando, che la vera pace, la pace di Cristo, non può esistere se non sono ammessi i princìpi, osservate le leggi, ubbiditi i precetti di Cristo nella vita pubblica e nella privata; sicché bene ordinata la società umana, vi possa la Chiesa esercitare il suo magistero, al quale appunto fu affidato l'insegnamento di quei precetti. Ora tutto questo si esprime con una sola parola: "il regno di Cristo". Poiché regna Gesù Cristo nella mente degli individui con la sua dottrina, nel cuore con la sua carità, nella vita di ciascuno con l'osservanza della sua legge e l'imitazione dei suoi esempi. Regna Gesù Cristo nella famiglia quando, formatasi nella santità del vero e proprio Sacramento del matrimonio da Gesù Cristo istituito, conserva inviolato il carattere di santuario, dove l'autorità dei parenti si modella sulla paternità divina, dalla quale discende e si denomina (Ef. 3,15): l'ubbidienza dei figli su quella del fanciullo Gesù in Nazareth; la vita tutta quanta s'ispira alla santità della Sacra Famiglia. Regna finalmente Gesù Cristo nella società civile quando vi è riconosciuta e riverita la suprema ed universale sovranità di Dio, con la divina origine ed ordinazione dei poteri sociali, donde in alto la norma del comandare, in basso il dovere e la nobiltà dell'ubbidire. Regna quando è riconosciuto alla Chiesa di Gesù Cristo il posto che Egli stesso le assegnava nella società umana, dandole forma e costituzione di società, e, in ragione del suo fine, perfetta, suprema nell'ordine suo; costituendola depositaria ed interprete del suo pensiero divino, e perciò stesso maestra e guida delle altre società tutte quante; non per menomare l'autorità loro, nel proprio ordine competente, ma per perfezionarle, come la grazia perfeziona la natura, e per farne valido aiuto agli uomini nel conseguimento del fine ultimo, ossia della eterna felicità, e con ciò renderle anche più benemerite e più sicure promotrici della stessa prosperità temporale. (...) È dunque evidente che la vera pace di Cristo non può essere che nel regno di Cristo: Pax Christi in regno Christi; ed è del pari evidente che, procurando la restaurazione del regno di Cristo, faremo il lavoro più necessario insieme e più efficace per una stabile pacificazione. Così Pio X, proponendosi di instaurare omnia in Christo, quasi per un divino istinto preparava la prima e più necessaria base a quella "opera di pacificazione", che doveva essere il programma e l'occupazione di Benedetto XV. E questi due programmi dei Nostri antecessori, Noi congiungiamo in uno solo: la restaurazione del regno di Cristo per la pacificazione in Cristo: pax Christi in regno Christi; e con ogni sforzo Ci studieremo di attuarlo, unicamente confidando in quel Dio, che nell'affidarCi questo sommo potere, Ci prometteva la sua indefettibile assistenza. Fine della citazione.
Religione unica ed universale
L'ecumenismo è anche il maldestro tentativo, più o meno esplicitato, ciò dipende dalla furbizia degli autori che lo divulgano, di instaurare quell'unica religione universale: una sorta di parlameno simbolico delle religioni con a capo o il "Papa" (nella sua sola materiale occupazione delle Sede), oppure gli altri leaders in democratica rotazione. Insegna Papa San Pio X sempre nella Notre charge apostolique: (...) Cosa bisogna pensare della promiscuità in cui si troveranno coinvolti i giovani cattolici con eterodossi e con non credenti di ogni genere, in un'opera di questa natura? Per loro, non è mille volte più pericolosa di un'associazione neutrale? Che cosa dobbiamo pensare di questo appello a tutti gli eterodossi e a tutti i non credenti a provare l'eccellenza delle loro convinzioni sul terreno sociale, in uno speciale concorso apologetico, come se questo concorso non durasse da diciannove secoli, in condizioni meno pericolose per la fede dei fedeli e del tutto onorevoli per la Chiesa cattolica? Che cosa dobbiamo pensare di questo rispetto per tutti gli errori e della strana esortazione, fatta da un cattolico a tutti i dissidenti, a fortificare le loro convinzioni con lo studio e a farne sorgenti sempre più abbondanti di forze nuove? Che cosa dobbiamo pensare di un'associazione in cui tutte le religioni e perfino il "libero pensiero" possono manifestarsi apertamente, a loro piacimento? (...) Che cosa produrranno? Che cosa sta per uscire da questa collaborazione? Una costruzione puramente verbale e chimerica, in cui si vedranno luccicare alla rinfusa e in una confusione seducente le parole di libertà, di giustizia, di fraternità e di amore, di uguaglianza e di umana esaltazione, il tutto basato su una dignità umana male intesa. Si tratterà di un'agitazione tumultuosa, sterile per il fine proposto e che avvantaggerà gli agitatori di masse meno utopisti. Sì, davvero si può dire che (questa pseudo-dottrina, ndR) scorta il socialismo, con l'occhio fisso su una chimera. Temiamo che vi sia ancora di peggio. Il risultato di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di quest'azione sociale cosmopolitica, può essere soltanto una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né ebraica; una religione (...) più universale della Chiesa cattolica, che riunirà tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni, nel "regno di Dio". (Dicono:) "Non si lavora per la Chiesa ma per l'umanità". (...) Ahimé!, (queste fantasie, ndR) sono solo un misero affluente del grande movimento di apostasia, organizzato, in tutti i paesi, per l'instaurazione di una chiesa universale, che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito, né freno per le passioni, e che, con il pretesto della libertà e della dignità umana, ristabilirebbe nel mondo, qualora potesse trionfare, il regno legale dell'astuzia e della forza, e l'oppressione dei deboli, di quelli che soffrono e che lavorano. Fine della citazione.
Mortalium animos
L'ecumenismo è stato infallibilmente condannato, in tempi abbastanza recenti, anche da Papa Pio XI nell Mortalium animos. Per chi non ne fosse a conoscenza, una sentenza infallibile della Chiesa è, per conseguenza, anche inappellabile (Cliccare qui per studiare l'infallibilità della Chiesa e del Papa). Ovverosia, nella fattispecie, non è possibile relativizzarla o storicizzarla, quasi come se si possano attribuire senso e significato differenti - "più progrediti" come taluni blaterano - alle definizioni dottrinali (cf. Concilio Vaticano, Dei Filius, IV - "Se qualcuno dirà che può accadere che ai dogmi della Chiesa si possa un giorno - nel continuo progresso della scienza - attribuire un senso diverso da quello che ha inteso e intende dare la Chiesa: sia anatema"). Cito la condanna: Un obiettivo non dissimile cercano di ottenere alcuni per quanto riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Cristo Signore. Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio. Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. Non è forse giusto - si va ripetendo - anzi non è forse conforme al dovere che quanti invocano il nome di Cristo si astengano dalle reciproche recriminazioni e si stringano una buona volta con i vincoli della vicendevole carità? E chi oserebbe dire che ama Cristo se non si adopera con tutte le forze ad eseguire il desiderio di Lui, che pregò il Padre perché i suoi discepoli «fossero una cosa sola»? [Ioann., XVII, 21]. E lo stesso Gesù Cristo non volle forse che i suoi discepoli si contrassegnassero e si distinguessero dagli altri per questa nota dell’amore vicendevole: « In ciò conosceranno tutti che siete miei discepoli se vi amerete l’un l’altro»? [Ioann., XIII, 35]. E volesse il Cielo, soggiungono, che tutti quanti i cristiani fossero «una cosa sola»; sarebbero assai più forti nell’allontanare la peste dell’empietà, la quale, serpeggiando e diffondendosi ogni giorno più, minaccia di travolgere il Vangelo. Questi ed altri simili argomenti esaltano ed eccitano coloro che si chiamano pancristiani, i quali, anziché restringersi in piccoli e rari gruppi, sono invece cresciuti, per così dire, a schiere compatte, riunendosi in società largamente diffuse, per lo più sotto la direzione di uomini acattolici, pur fra di loro dissenzienti in materia di fede. E intanto si promuove l’impresa con tale operosità, da conciliarsi qua e là numerose adesioni e da cattivarsi perfino l’animo di molti cattolici con l’allettante speranza di riuscire ad un’unione che sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, alla quale certo nulla sta maggiormente a cuore che il richiamo e il ritorno dei figli erranti al suo grembo. Ma sotto queste insinuanti blandizie di parole si nasconde un errore assai grave che varrebbe a scalzare totalmente i fondamenti della fede cattolica. Pertanto, poiché la coscienza del Nostro Apostolico ufficio ci impone di non permettere che il gregge del Signore venga sedotto da dannose illusioni, richiamiamo, Venerabili Fratelli, il vostro zelo contro così grave pericolo, sicuri come siamo che per mezzo dei vostri scritti e della vostra parola giungeranno più facilmente al popolo (e dal popolo saranno meglio intesi) i princìpi e gli argomenti che siamo per esporre. Così i cattolici sapranno come giudicare e regolarsi di fronte ad iniziative intese a procurare in qualsivoglia maniera l’unione in un corpo solo di quanti si dicono cristiani. (...) La Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo. Ma potremo Noi tollerare l’iniquissimo tentativo di vedere trascinata a patteggiamenti la verità, la verità divinamente rivelata? Ché qui appunto si tratta di difendere la verità rivelata. Gesù Cristo inviò per l’intero mondo gli Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni; e perché in nulla avessero ad errare volle che anzitutto essi fossero ammaestrati in ogni verità, dallo Spirito Santo [Ioann., XVI, 13. 1]; forse che questa dottrina degli Apostoli venne del tutto a meno o si offuscò talvolta nella Chiesa, diretta e custodita da Dio stesso? E se il nostro Redentore apertamente disse che il suo Vangelo riguardava non solo il periodo apostolico, ma anche le future età, poté forse l’oggetto della fede, col trascorrere del tempo, divenire tanto oscuro e incerto da doversi tollerare oggi opinioni fra loro contrarie? Se ciò fosse vero, si dovrebbe parimenti dire che la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e la perpetua permanenza nella Chiesa dello stesso Spirito e persino la predicazione di Gesù Cristo da molti secoli hanno perduto ogni efficacia e utilità: affermare ciò sarebbe bestemmia. Inoltre, l’Unigenito Figlio di Dio non solo comandò ai suoi inviati di ammaestrare tutti i popoli, ma anche obbligò tutti gli uomini a prestar fede alle verità che loro fossero annunziate «dai testimoni preordinati da Dio» [Act., X, 41], e al suo precetto aggiunse la sanzione « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato » [Marc., XVI, 16]. Ma questo doppio comando di Cristo, da osservarsi necessariamente, d’insegnare cioè e di credere per avere l’eterna salvezza, neppure si potrebbe comprendere se la Chiesa non proponesse intera e chiara la dottrina evangelica e non fosse immune da ogni pericolo di errore nell’insegnarla. Perciò è lontano dal vero chi ammette sì l’esistenza in terra di un deposito di verità, ma pensa poi che sia da cercarsi con tanto faticoso lavoro, con tanto diuturno studio e dispute, che a mala pena possa bastare la vita di un uomo per trovarlo e goderne; quasi che il benignissimo Iddio avesse parlato per mezzo dei Profeti e del suo Unigenito perché pochi soltanto, e già molto avanzati negli anni, imparassero le verità rivelate, e non per imporre una dottrina morale che dovesse reggere l’uomo in tutto il corso della sua vita. Potrà sembrare che questi pancristiani, tutti occupati nell’unire le chiese, tendano al fine nobilissimo di fomentare la carità fra tutti i cristiani; ma come mai potrebbe la carità riuscire in danno della fede? Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, San Giovanni (il quale nel suo Vangelo pare abbia svelato i segreti del Cuore sacratissimo di Gesù che sempre soleva inculcare ai discepoli il nuovo comandamento: «Amatevi l’un l’altro»), ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: «Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno» [II Ioann., 10]. Quindi, appoggiandosi la carità, come su fondamento, sulla fede integra e sincera, è necessario che i discepoli di Cristo siano principalmente uniti dal vincolo dell’unità della fede. Fine della citazione.
Orientalis Ecclesiae
L'ecumenismo è stato condannato molte volte dalla Chiesa. Anche Papa Pio XII lo ha riprovato in più occasioni. Cito dalla Orientalis Ecclesiae: (...) Non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il patriarca alessandrino: «Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, ma però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo» (Ep. 61: PG 77, 325.). Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d'accordo, ma bensì l'altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata. Fine della citazione. La Orientalis Ecclesiae fornisce chiare istruzioni anche sulla vera pastorale cattolica - sull'esempio di San Cirillo - che si deve tenere con gli erranti, affinché essi riprovino i loro errori e tornino, uniti alla vera ed unica Chiesa, alla professione della fede di Gesù Cristo.
Comunicazione nelle cose sacre
L'ecumenismo si manifesta soprattutto nella pretesa preghiera comune, che abbiamo già appurato avere effetti controproducenti per la pace, talvolta anche negli scabrosi e patetici rituali interconfessionali. Oggi si è arrivati alla fantasia, sdoganata dalle settarie società bibliche (cf. Pio IX - Qui pluribus), di favorire ed usare le cosiddette Bibbie interconfessionali. La prestigiosa Enciclopedia Cattolica (Vol. IV, Vaticano, Imprimatur 8 aprile 1950, Coll. 117-119) alla voce Comunicazione nelle cose sacre ci dice: Per comunicazione nelle cose sacre o comumnicatio in sacris si intende la partecipazione dei cattolici alle cerimonie sacre (preghiere, funzioni, prediche, riti) compiuti dagli acattolici (eretici, scismatici, infedeli) dentro o fuori della loro chiese o templi. Questa partecipazione può essere: attiva, quando, cioè, si prende parte al culto religioso positivamente, compiendo qualche atto, che con esso abbia relazione; passiva, quando vi si prende parte solo negativamente, astenendosi da ogni azione, che dica relazione con la cerimonia religiosa; formale, quando vi sia l’adesione della mente e del cuore; materiale, quando quest’adesione manca e tutto si riduce ad un atto di presenza esteriore e fisica. La comunicazione nelle cose sacre si suole designare con il nome di comunicazione in divinis, per distinguerla dalla comunicazione in profanis cioè nelle relazioni private e pubbliche che riguardano la vita domestica e civile, e dalla comunicazione in rebus mixtis, cioè nelle relazioni, le quali importano atti che si possono considerare o hanno un lato anche religioso, come i matrimoni, i funerali e cerimonie simili. La condotta dei cattolici a questo riguardo è regolata in linea di massima dal CIC (Codex Iuris Canonici, beninteso del 1917), e nelle varie sue applicazioni dalle norme emanate dalle Sacre Congregazioni romane. (...) La comunicazione in divinis. Non è mai lecito ai fedeli di assistere attivamente o prendere parte, in qualsiasi modo, ai riti sacri degli acattolici (CIC, can. 1258 § 1). Ciò vale non soltanto quando si tratta di riti falsi o empi in se stessi, ma anche quando si tratta di quei riti che sono propri di questa o quella setta o gruppo eretico, scismatico, pagano. Perché simile partecipazione equivale alla professione di una falsa religione e per conseguenza al rinnegamento della fede cattolica. E anche nel caso che ogni idea di rinnegamento potesse escludersi, rimangono sempre tre danni assai gravi: 1) il pericolo di perversione nel cattolico che vi partecipa; 2) lo scandalo, sia dei fedeli, che prendono motivo di giudicar male della persona che tratta con gli avversari della fede e forse anche di dubitare della verità di essa, sia degli acattolici stessi, che così si confermano nel loro errore; 3) l’indifferentismo in materia di religione, cioè l’approvazione esteriore di credenze erronee e l’idea che l’espressione esterna della propria fede sia una cosa trascurabile. Fine della citazione.
Breve conclusione
Nulla posso aggiungere, posso solo imparare dai Sommi Pontefici ed a loro ossequiamente obbedire. Auspico di avere fatto, alla maggior gloria di Dio, un decoroso lavoro di ricerca. La Vergine Maria ed i santi Martiri della fede ci sostengano nella battaglia contro l'ecumenismo, contro gli ecumenisti, contro i «falsi maestri che introducono eresie perniciose. Con discorsi gonfiati e vani adescano coloro che si erano appena allontanati da quelli che vivono nell’errore. Promettono libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione. Si è verificato per essi il proverbio: Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago» (II Pt. 2, 1. 18-19. 22). Il mio commento critico - benché esiguo poiché ho lasciato devotamente parlare i Pontefici - può sembrare severo, tuttavia è la verità (cf. Gv. VIII, 32). Ammonisce altresì l'Apostolo: Quae autem conventio Christi cum Beliar! (II Cor. 6, 15). Ed ancora: Sed licet nos aut angelus de caelo evangelizet vobis praeterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit! (Gal. I, 8 segg.). San Giuseppe, San Michele, San Tommaso d'Aquino, San Pietro Canisio, San Carlo Borromeo, San Pio V, San Francesco di Sales, Sant'Alfonso, San Pio X e San Giovanni di Dio (nostro speciale protettore) ci preservino dal vomito e dal brago degli ecumenisti, ci facciano altresì portatori di vera carità (cf. I Cor. 13, 6) e di pace nel Santo Nome di Gesù (Atti IV, 12).
A cura di Carlo Di Pietro
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La Santa Sede non tardò a scorgere nella Massoneria un’istituzione infesta alla religione ed eversiva degli stessi ordinamenti civili: Papa Clemente XII con Lettera Apostolica «In eminenti», del 28 aprile 1738, ne colpì gli aderenti con scomunica riservata al Pontefice, e ordinò ai Vescovi di procedere contro i massoni come verso persone sospette di eresia, dichiarando che, nell’opinione pubblica, dare il nome alla Massoneria equivaleva ad incorrere in una pravitatis et perversionis notam. [«In eminenti apostolatus specula» è una Bolla pontificia antimassonica di Papa Clemente XII pubblicata il 28 aprile 1738 (cf. «Denzinger», n° 2511-2513). È il primo documento pontificio di condanna della Massoneria e di scomunica per tutti coloro che vi aderiscono. Questa condanna è la prima di una lunga serie, ripetute da quasi tutti i Pontefici successivi. In essa si legge: «[…] Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole di vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, e ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate», ndR].
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La fondamentale Enciclica «Humanum Genus» di Papa Leone XIII [(«Denzinger», n° 3156-3158) datata 20 aprile 1884, e pubblicata nell’ascesa dell’era industriale (e del marxismo). Essa considera la fine del XIX secolo un’era pericolosa per i cristiani e condanna la massoneria, così come una serie di filosofie e credenze mortifere connesse con la massoneria, compreso il naturalismo, la sovranità popolare che non riconosce Dio e l’idea che lo stato dovrebbe essere “laico”, ossia laicista, dunque «senza Dio». Leone XIII condanna il relativismo morale e filosofico della massoneria, condanna la massoneria e le sette ostili alla Chiesa, che «con lungo ostinato proposito» mirano ad impedirne la lecita influenza, il Magistero e l’autorità, e propugnano la pestilenziale e delirante «piena separazione della Chiesa dallo Stato». «Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il clero, cosicché vedesi stremato ogni dì più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici: i sodalizi religiosi aboliti, dispersi». Il Papa denuncia una vera e propria guerra condotta contro la Santa Sede: «contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi.
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Leggiamo la carica data dall’«Allocuzione concistoriale» del novembre 1911, di San Pio X, per combattere la buona battaglia della Chiesa: «[…] Mi congratulo pertanto con voi, miei figli diletti, non solo per la sacra porpora di cui siete insigniti, ma, e molto più, per i nuovi meriti che acquisterete prestando aiuto al vicario di Gesù Cristo nel governo della Chiesa, in tanti bisogni che oggi si fanno sentire più vivamente per le gravissime condizioni dei tempi e per gli incessanti e furiosi assalti, ai quali è fatto segno il pontificato romano per parte dei suoi nemici. […] Ricordo questo non per eccitare verso di me la vostra compassione, ma per confermarvi nella persuasione che, specialmente in questi tempi, la sacra porpora è simbolo di dolore, di pena e di sacrificio portato, se ve ne fosse bisogno pel trionfo della verità e della giustizia, fino allo spargimento del sangue. Non vi sgomentate però, perché ce lo ha predetto Cristo che la sua Chiesa sarà perseguitata e dev’essere per noi una gloria il portare le stimate del nostro divin Redentore […] Nella tribolazione non vi mancheranno consolazioni. Avrete sempre quella che si prova nel fare il bene, nel adempimento del dovere, e la suprema nel patire con Cristo, sicuri della predestinazione al premio eterno, rendendovi conformi all’immagine del Figlio divino». Il 27 giugno 1839, la «Sacra Congregazione del Sant’Uffizio» dichiarò che nella condanna generale [alla Setta] va compresa anche la «Massoneria scozzese d’Irlanda» e la «Massoneria nordamericana»; e il 20 giugno 1894 vi comprese talune «associazioni umanitarie» americane di emanazione massonica. La Sacra Congregazione di «Propaganda Fide» ha emanato istruzioni per i luoghi di missione. La disciplina vigente (all’anno in cui è stata redatta l’«Enciclopedia Cattolica», prima della peste del modernismo , «Codex Juris Canonici» Pio-Benedettino anno 1917) è compresa nei cann. 684, 2335 e 2336 del «Codice di Diritto Canonico».
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Sotto Papa Sisto III si attesta la «Formula d’unione» tra san Cirillo d’Alessandria ed i vescovi delle chiese d’Antiochia, nella primavera del 433. Questa Formula fu proposta dal Vescovo Giovanni d’Antiochia per accomodare alcune contese cristologiche perduranti dopo il concilio di Efeso. Il Papa si congratulò con ambedue per l’unione. Leggiamo subito enunciato il principio di convergenza dei Padri: «Esporremo brevemente ciò che pensiamo e affermiamo della Vergine madre di Dio e dell’Incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio non per aggiungere qualche cosa ma per confermarvi la dottrina che fin dall’inizio abbiamo appresa dalle Sacre Scritture e dai santi Padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta dai Padri a Nicea. Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla conoscenza della fede ed a respingere ogni eresia. E parliamo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra debolezza ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo». In seguito viene esposta la dottrina da tenere: «Confessiamo dunque il signore nostro Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità, consostanziale al Padre secondo la divinità, e consostanziale a noi secondo l’umanità. Avvenne infatti l’unione delle due nature e perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore. Secondo questo concetto di unione inconfusa, noi confessiamo la Vergine santa Madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento il tempio assunto da essa.
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Papa regnante è san Leone I. Padri di Calcedonia, quarto Concilio ecumenico, Simbolo di fede del 22 ottobre 451, Sessione V. Impariamo sia la dottrina da tenere sulle due nature in Cristo, che il principio di convergenza dei Padri: «[Proemio della definizione. Premessi i due simboli di fede di Nicea e di Costantinopoli, segue:] Questo sapiente e salutare simbolo della divina grazia sarebbe già sufficiente alla piena conoscenza e conferma della fede. Offre infatti un perfetto insegnamento intorno al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo e presenta, a chi l’accoglie con fede, l’incarnazione del Signore. Ma quelli che tentano di respingere l’annuncio della verità, con le loro eresie hanno coniato nuove espressioni: alcuni cercano di alterare il mistero dell’economia dell’incarnazione del Signore per noi, e rifiutano l’espressione Theotokos [Madre di Dio] per la Vergine; altri introducono confusione e mescolanza immaginando scioccamente che unica sia la natura della carne e della divinità e sostenendo assurdamente che, a causa di questa confusione, la natura divina dell’Unigenito può soffrire. Di fronte a tutto questo, volendo impedire ad essi ogni raggiro contro la verità, l’attuale santo e grande concilio ecumenico che insegna l’immutabile dottrina predicata sin dall’inizio, stabilisce prima di tutto che la fede dei 318 santi padri dev’essere intangibile. E conferma la dottrina sulla natura dello Spirito Santo, trasmessa in tempi posteriori dai 150 padri raccolti nella città imperiale a causa di quelli che combattevano lo Spirito Santo [pneumatomachi]; i padri conciliari dichiarano a tutti di non voler aggiungere nulla all’insegnamento dei loro predecessori, come se vi mancasse qualche cosa, ma di voler solo esporre chiaramente, secondo le testimonianze della Scrittura, il loro pensiero sullo Spirito Santo, contro coloro che tentavano di negarne la signoria.
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Per avvalorare con l’autorità del Papa la sua dottrina della grazia, contro gli oppositori riuniti nel sinodo di Valenza, l’Arcivescovo Cesario di Arles richiese alcuni «pochi capitoli» al Pontefice. Il Sinodo provinciale d’Orange ebbe inizio il 3 luglio 529. Regnante era Papa Felice III. Tale Sinodo fu confermato da Papa Bonifacio II (cf. «Denzinger», numeri 398-400). Leggiamo subito enunciato il principio di convergenza dei Padri: «[…] Ci è pervenuta (la notizia), che ci sono alcuni che circa la grazia e il libero arbitrio per semplicità vogliono giudicare con minore cautela e non secondo la regola della fede cattolica. Per cui ci è sembrato giusto e ragionevole, seguendo l’ammonizione e l’autorità della Sede apostolica, di dover proporre, affinché da tutti siano osservati, pochi capitoli trasmessici dall’apostolica Sede, che per opera degli antichi Padri sono stati raccolti dai libri delle sante Scritture, per il motivo soprattutto di ammaestrare coloro che giudicano diversamente di come è doveroso, e di dover sottoscriverli con le nostre mani [...]» (in «Denzinger», numero 370). In seguito viene confermato ancora il medesimo principio, infine viene esposta la dottrina da tenere, con questa conclusione: «E così secondo le sentenze sopra scritte delle sante Scritture o le definizioni degli antichi Padri, con il favore di Dio dobbiamo predicare e credere, che mediante il peccato del primo uomo il libero arbitrio fu così piegato ed indebolito, che nessuno in seguito può o amare Dio nel giusto modo, o credere in Dio o operare per Dio ciò che è buono, se la grazia della misericordia divina non l’ha prevenuto. Perciò crediamo che al giusto Abele ed a Noè e ad Abramo e ad Isacco e a Giacobbe ed a tutta la schiera degli antichi santi quella splendida fede che nella loro lode mette in evidenza l’apostolo Paolo (Eb. 11), sia stata concessa per grazia di Dio, non per un bene della natura che prima era stato donato in Adamo.
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Papa Bonifacio II, Lettera «Per filium nostrum» al Vescovo Cesario di Arles, 25 gennaio 531. Conferma del 2° Sinodo di Orange. Leggiamo subito l’introduzione: «(c. 1) [...] Alla tua richiesta, che hai concepito con lodevole sollecitudine di fede, non abbiamo aspettato a dare una risposta cattolica. Mi fai sapere, infatti, che alcuni vescovi delle Gallie, che già avevano acconsentito che i rimanenti doni provenissero dalla grazia di Dio, vogliono che soltanto la fede, con la quale crediamo in Cristo, venga dalla natura, non dalla grazia, e che essa sia rimasta agli uomini da Adamo nel (potere del) libero arbitrio - ciò che è nefandezza che venga detto -, e che non venga anche ora concessa ai singoli dalla liberalità della divina misericordia; tu chiedi che per togliere ogni dubbio, noi confermiamo con l’autorità della sede apostolica la vostra professione, con la quale voi diversamente (da loro) definite che la retta fede in Cristo e che l’inizio di ogni buona volontà, secondo la verità cattolica, è ispirata ai sensi dei singoli mediante la grazia preveniente di Dio» (in «Denzinger», numero 398). Poi viene enunciato il principio di convergenza dei Padri: «(c. 2) E perciò, risultando che su tale questione hanno trattato in maniera amplissima molti padri, e prima degli altri il vescovo Agostino di beata memoria, ma anche i nostri predecessori, i vescovi della sede apostolica, così che nessuno in futuro dovesse avere dubbio che anche la fede stessa ci venga dalla grazia: abbiamo ritenuto di dover rinunziare ad un’ampia risposta; soprattutto giacché appare chiaramente secondo le citazioni che hai esposto dell’apostolo Paolo, nelle quali dice: “Ho conseguito la misericordia di essere fedele” (1 Cor. 7, 25), ed altrove: “A voi è stato dato riguardo a Cristo, non solo che crediate in lui, ma anche che soffriate per lui” (Fil. 1, 29), che la fede, con la quale crediamo in Cristo, come ogni cosa buona, venga alle singole persone dal dono della grazia celeste, non dal potere della natura umana».
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Papa regnante è Onorio I. In difesa del mentovato Pontefice, contro le calunnie degli atei, dei protestanti, dei fallibilisti e dei ribelli, segnaliamo il volume «Il trionfo della Santa Sede e della Chiesa: contro gli assalti dei novatori combattuti e respinti colle stesse loro armi», di Papa Gregorio XVI (padre Cappellari), Venezia, presso Giuseppe Battaggia, anno 1832. Lo si può agevolmente scaricare da Google Book. Leggiamo il Simbolo trinitario-cristologico del Sinodo 4° di Toledo. Ritroviamo subito il principio di convergenza dei Padri: «In conformità con le Scritture divine e la dottrina che abbiamo ricevuto dai santi Padri, professiamo [.. segue il Simbolo trinitario-cristologico …]. Questa è la fede della Chiesa cattolica, questa professione di fede conserviamo e manteniamo; chi l’avrà custodita con grande fermezza, avrà la salvezza perpetua». Viene poi esposta la dottrina da tenere: «(c. 1) In conformità con le Scritture divine e la dottrina che abbiamo ricevuto dai santi Padri, professiamo che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo (sono) di una sola divinità e sostanza; credendo la Trinità nella diversità delle persone ed annunciando nella divinità l’unità, né confondiamo le persone, né separiamo la sostanza. Diciamo che il Padre non (è stato) fatto o generato da nessuno, asseriamo che il Figlio non (è stato) fatto, ma generato dal Padre, dello Spirito Santo professiamo invece che non (è stato) né creato né generato, ma procede dal Padre e dal Figlio; invece lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio e creatore di tutto, generato dalla sostanza del Padre prima dei secoli, negli ultimi tempi discese dal Padre per la redenzione del mondo, egli che mai ha cessato d’essere con il Padre; si è incarnato infatti dallo Spirito Santo e dalla santa gloriosa genitrice di Dio, la vergine Maria e solo (è) nato da essa;
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Papa regnante è Martino I. Leggiamo subito enunciato ed infine autoritativamente difeso il principio di convergenza dei Padri: «Se qualcuno non professa secondo i santi Padri […]. Se qualcuno […] empi eretici […] escogita temerariamente innovazioni e diverse esposizioni della fede (contro i santi Padri della Chiesa cattolica, cioè i cinque santi ed ecumenici Concilii), e, in breve, fa qualcos’altro che gli empi eretici sono soliti, per operare diabolico, compiere tortuosamente e con astuzia contro i pii e ortodossi annunci della Chiesa cattolica, cioè quelli dei suoi Padri e Sinodi, per sconvolgere la pura professione di fede […] e persevera fino alla fine, senza conversione, nel compiere empiamente queste cose, un tale sia condannato per i secoli dei secoli; “e tutto il popolo dirà: Sia, sia!”(Sal. 106, 48)» (in «Denzinger», numeri 501-522). Viene esposta la dottrina da tenere (qui riportiamo la versione latina). Le due volontà e attività in Cristo: «E come (professiamo) le sue due nature senza confusione, così anche le sue due volontà naturali, quella divina e quella umana, per confermare perfettamente e senza limiti, che uno e medesimo il nostro Signore e Dio Gesù Cristo è veracemente perfetto Dio e veracemente perfetto uomo, giacché egli volle e operò la nostra salvezza in maniera divina e in maniera umana [...]». Segue la continuazione della Professione di fede di Calcedonia (cf. «Denzinger», numero 301 e successivi, che in seguito riporteremo).
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Sappiamo che Gesù Cristo è l’amore, è la delizia , è l’oggetto di tutte le divine compiacenze, all’onor del quale debbono concorrere tutti gli angeli e tutti gli uomini. Sappiano, che Gesù Cristo tollera al presente, dissimula, sopporta tanti loro insulti, o perché s’emendino mentre sono in tempo, o perché rimanga poi giustificata più ampiamente la Sua condotta quando li condannerà: ma che non per questo gli sfugge o un pensiero, o un atto, o un respiro, di cui non debbano dargli strettissimo conto. Ricordino, che Gesù Cristo è giudice dei vivi e dei morti, davanti al quale si dovranno presentare tremanti, poiché non potranno negare le accuse, né sfuggire la sentenza, né impedirne l’esecuzione. Rammentino, che Gesù Cristo ha un carcere eterno, dove può precipitare i Suoi nemici, e stringerli in catene insolubili, e darli a rodere ad un verme immortale, e cruciarli con fiamme inestinguibili. Ricordino che Gesù Cristo in formali parole ha protestato, che non avrebbe riconosciuto mai, presso Suo Padre, chi non avesse riconosciuto Lui qui sulla terra. Ricordino, che ha già espresso nel Suo Vangelo perfino la sentenza del «Nescio vos», (non vi conosco, ndR), con cui tratterà i Suoi insolenti nemici. Ricordino, che non gioveranno a mitigare le loro pene né gli applausi che avranno riportato quassù dai compagni libertini, né gli onori a cui furono innalzati, né gli agi, né i piaceri, né la libertà che si procacciarono con la noncuranza di Lui. Se Gesù Cristo fu mortale una volta, fu povero, fu servo, fu vittima, lo fu perché lo volle: ma non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo; ed essendo uguale a Dio Padre, perché Dio Egli stesso, saprà con un soffio della Sua bocca divina disperdere quegli insetti schifosi, che dal loro fango alzano così audaci la testa contro di Lui. Troppi altri ne ha schiacciati, che valevano alcuna cosa meglio di loro: né Gli tremerà ora il braccio contro di essi, né paventerà le dimostrazioni, benché numerose. Ma, lasciando questa digressione, rimettiamoci sull’argomento: per quale motivo finalmente si ritraggono dalle pratiche di religione? Io l’ho accennato in un altro capo: qui farò solo osservare che è per rispetto di esseri così vili ed abietti, che non meritano nessun riguardo. Quelli che deridono le cose divine, non sono e non possono essere altro. L’esperienza - dice Padre Franco - fa conoscere che il dileggio delle cose sante non si trova mai sul labbro di un uomo grave, di un uomo assennato, che si regga a princìpi. Questi, quando anche hanno la sventura di non aver religione, si guardano bene dal farsene un vanto, e molto più dallo spregiarla, poiché rispettano i princìpi altrui. I grandi spregiatori delle pratiche religiose non sono se non certi pollastroni imberbi, i quali tanto sono più arditi a vilipendere le cose sante, quanto meno le conoscono. Sono certi omacci carnali, i quali, secondo Gesù Cristo, non possono più intendere nulla di quello che è spirito, sono capi sventati, che, in letture frivole, irreligiose ed empie, hanno perduto quel pochissimo cervello che pure avevano; sono donne che trovano impossibile la religione, perché, in abito più o meno elegante, sono femmine di partito. Ora è appunto a questa genia perversa che il rispetto umano sacrifica le pratiche esteriori della fede, l’onore di Gesù Cristo e l’anima propria. I Santi chiamano tal procedere una specie di apostasia e di tradimento, poiché come Giuda vendette Cristo ai Suoi nemici per trenta danari, così costoro Lo rinnegano per molto meno, cioè per sfuggire una burla, una beffa, una diceria, una meschinità. Da tutte queste cose, voi potete ormai far ragione di quel che valga la formula così comune: «Io sono cattolico, ma non pratico». Voi sapete che cosa significhi, da qual sorgente essa muova, e però qual caso sia da farne. In sé è una contraddizione: muove da ignoranza, o da accidia, o da malcostume, o da umano rispetto, o da tutte insieme queste cagioni: riesce ad un tradimento nerissimo contro Gesù Cristo. Ripetetela ora se avete coraggio! Per il capitolo completo cliccare qui: Credente non praticante ...
da Padre Franco «Risposte alle obiezioni più popolari contro la religione», ed. IV, Capo XLV, Roma, Civiltà Cattolica, 1864, con Imprimatur, dalla pagina 429 alla pagina 438
(a cura di CdP)
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Pubblichiamo un ricordo del seminarista Rolando Rivi, ucciso il 13 aprile 1945 all’età di 14 anni da una banda di partigiani comunisti. Nel “triangolo della morte” dell’Emilia e nelle foibe carsiche circa 130 consacrati – tra sacerdoti, religiosi e seminaristi – furono eliminati brutalmente dall’odio comunista. Il dopoguerra riservò l’oblio per le vittime e le medaglie per i carnefici. Oggi assistiamo a una nuova ondata di anticlericalismo, in buona parte alimentata da nuove formazioni politiche impregnate di disprezzo per la religione cattolica. (da Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza. Comunicato n. 36/20 del 14 aprile 2020, San Giustino).
Fuori dal seminario. Al termine della seconda ginnasio, nel giugno del 1944, il seminario di Marola, occupato dai tedeschi, fu chiuso e i seminaristi mandati a casa. Rolando dovette tornare in famiglia, portando con sé i libri e proponendosi di studiare latino, italiano, matematica e le altre materie, per non perdere tempo. A casa continuò a sentirsi seminarista. Buttato nel mondo, come un fuscello nella bufera, la sua gioia erano la messa quotidiana con la comunione, la meditazione, la visita pomeridiana a Gesù Eucaristico, il rosario alla Madonna. Il luogo prediletto era sempre la casa parrocchiale. Quando poteva posare le mani sulla tastiera dell’harmonium, quasi si estasiava a suonare. Certamente soffriva, ma si dimostrava sereno, anche allegro. Non abbandonava mai un istante la veste da prete. Mai si era chiuso in se stesso negli anni di seminario; ma sempre vivace si rivelava mite e socievole, così che si stava bene con lui. Ed era talmente simpatico che tutti si fermavano a parlargli. Riprese i contatti con i bambini, con i coetanei. In casa, alla sera, guidava lui la preghiera, il rosario, accanto alla nonna. Ai bambini, anche solo di cinque sei anni, insegnava a servire la messa e giocava con i più piccoli, per diffondere serenità in quei giorni così tristi. Li invitava in chiesa a pregare davanti al tabernacolo e insegnava loro a cantare le lodi del Signore. Con qualcuno più grande, si propose di imparare l’esecuzione in canto di una nuova messa. Don Olinto lo guardava compiaciuto. In quei mesi, lontano dal seminario, nello scontro di diverse fazioni, poteva essere facile per un ragazzo perdere, quasi senza accorgersene, lo stile fervoroso del seminarista. Rolando, invece, continuo a manifestarsi a tutti sempre più convinto della sua vocazione, buono e sereno anche nelle difficoltà. «Non diede mai l’impressione – ricordano familiari e amici – di voler lasciarela strada intrapresa». E chi lo avvicinò in quei giorni dichiarava: «Questo ragazzo riuscirà a diventare prete e sarà un prete esemplare». Alcuni compagni di seminario dicono di lui: «Era il ragazzo migliore. Non aveva malizia, era un puro di cuore. Un vero agnello».
Nell’odio: fratello. La vita a San Valentino trascorse abbastanza tranquilla per due tre mesi, fino al settembre del 1944. Poi iniziarono scorribande di tedeschi e di partigiani. Si ebbero ruberie, razzie, fatti spiacevoli e violenze anche contro i sacerdoti. «Il sacerdote, servo del Vangelo, era diventato veramente il segno di contraddizione, prima, durante e dopo la guerra. Chiunque negava l’amore, se la prendeva con questo testimone di Cristo». Diventava pertanto sempre più forte l’odio contro i preti, che operavano perla pacificazione degli animi e denunciavano le violenze, da qualunque parte venissero compiute. I preti uccisi, e quelli che si volevano eliminare, erano i veri amicidel popolo, nel momenti più oscuri: davanti al bisogno di pane, di protezione,di lavoro e di aiuto, essi sapevano offrire tutto, anche privandosi di persona. Ma il sistema di percuotere il pastore per disperdere il gregge (Zc 13,7) è proprio dei nemici di Dio in qualsiasi paese e di qualsiasi colore, come la storia dimostra. Rolando sperimentò questo clima, quando gli capitò di essere deriso dai partigiani comunisti che scorrazzavano per le colline. Forse era meno bersagliato di altri seminaristi, perché abitava in un luogo più isolato; tuttavia capì molto bene la situazione… Ma questo non gli chiuse mai il cuore verso alcuno. Continuò ad essere il ragazzo buono e socievole con tutti. Nella sua semplicità, credeva alla bontà degli altri, parendogli impossibile che qualcuno potesse far davvero del male. A San Valentino fu preso di mira il parroco don Marzocchini. Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni l’avevano aggredito e umiliato. Così era stato trattato il padre, che aveva avuto come unica preoccupazione quella di provvedere ai poveri, di condividere con il suo popolo ogni genere di dolore, che durante la guerra partecipava alle sofferenze delle famiglie con tanti giovani della comunità sui vari fronti, con in più il rimpianto accorato per i parrocchiani caduti. Qualche giorno dopo, don Marzocchini riparò in un luogo più sicuro. Questo fatto impressionò tutti i buoni e Rolando soffrì per il suo parroco maltrattato, ma non disse parole di odio verso quei partigiani. Ma non si chiuse verso alcuno, e nessuno era escluso dal suo cuore. Parlava con tutti, offrendo la sua parola gentile, il suo sorriso. Per lui non c’erano nemici, ma solo fratelli da amare.
«Io sono di Gesù». Dopo la partenza del parroco, venne a San Valentino un giovane prete, don Alberto Camellini, assai preparato e molto attivo, verso il quale Rolando dimostrò subito grande simpatia. Tutti vedevano passare per la strada il giovane seminarista, tutti conoscevano il suo stile di vita, indicato come il pretino. I genitori gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora … ». Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri. Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno cheio sono di Gesù». Certo, quella veste, richiamo al Dio eterno e a Cristo che salva e giudica, irritava quelli che non ne volevano sapere. Irrita anche oggi: costringe a pensare a Qualcuno più facile da bestemmiare che da dimenticare. Nonostante a rischio, Rolando non volle togliersi mai quell’abito, che per lui significava già un impegno per tutta la vita. Affezionatissimo alla talare, riteneva onore e gloria indossarla sempre, senza lasciarla mai, come una dichiarazione di amore e di appartenenza, come se proclamasse: «Gesù mi chiama ad essere sacerdote. lo sono di Gesù e della sua chiesa. lo amo Gesù e ho la passione diservirlo nel sacerdozio. lo per Lui sono nel mondo, ma non del mondo». Rolando, ragazzo mite e puro, inerme e armato solo di amore, gridava più con la vita che a parole: «Chi è come Dio?». I primi due giorni di novembre, festa dei santi e commemorazione dei defunti, c’era grande mestizia in casa Rivi, per il ricordo struggente dei figli perduti: Rino, Adolfo, Lina. Alla messa, Rolando ascoltò la parola di Gesù nel vangelo: Beati i poveri… i piangenti… i puri di cuore… i pacifici… Beati voi quando vi perseguiteranno per causa mia… Grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5,1-12). Egli sentiva che Gesù, il Povero, il Piangente, il Puro di cuore, il Pacificatore, il divino Sofferente associava a sé in quei giorni tutti i sofferenti. Anche lui era chiamato a seguirlo sulla stessa via, verso la sublime meta indicata: Grande sarà la tua ricompensa nei cieli. Con i suoi cari, visitò in preghiera il cimitero. Poi, nel silenzio della sera, rientrò a casa. Gli sembrava più vuota, più fredda… e allora con i familiari pregò la Madonna con il rosario, per i suoi defunti, per le vittime della guerra, per la pace. Ora che le giornate erano più brevi e l’aria pungente, Rolando dedicava maggior tempo alla lettura e allo studio e faceva compagnia alla mamma, al papà, alla nonna; sempre con la segreta speranza di poter presto tornare in seminario. Lontano dal suo nido, non aveva mai dimenticato gli insegnamenti del rettore, anzi li viveva con fedeltà per Gesù e per i fratelli. Con gli amici, parlava delle cose del momento, ma al di sopra di tutto amava indugiare sui suoi impegni: «Dobbiamo studiare anche a casa, per non perdere tempo»; «Preghiamo ogni giorno, così non dimenticheremo quanto ci hanno insegnato i nostri superiori»; «Speriamo di tornare presto in seminario». Era attirato dalla vita missionaria: «Quando sarò prete – diceva – partirò, andrò in terre lontane a far conoscere Gesù. Voglio che Lui sia conosciutoe amato». Il progetto che più lo affascinava era quello di diventare prete per andare missionario.
Lo sguardo al futuro. Nel dicembredel 1944 cadde in abbondanza la neve e tutto quell’inverno fu particolarmente freddo e nevoso. Rolando partecipò alla festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, come faceva in seminario, affidandosi a Lei, la Tutta Pura. Si avvicinava il natale. Nel giorni della novena, accompagnò all’harmonium il canto delle profezie, unendola sua voce a quella dei cantori e dei fedeli ad invocare Gesù: «Regem venturum Dominum: venite, adoremus!» (Il Signore sta per nascere: venite, adoriamolo!). Alla messa di natale, sentì l’anima riempirsi di serenità e di speranza(5). Capodanno 1945: dopo quasi sei anni di guerra, qualche spiraglio di pace. Il 7 gennaio, tra l’affetto dei suoi, Rolando compì 14 anni. «La guerra finirà presto – pensavano papà e mamma – e il nostro ragazzo potrà tornare in seminario e diventare prete». Nonna Anna lo guardava, piena di speranza: «Chissà se ti vedrò salire l’altare?». «Oh, sì, nonna! – rispondeva Rolando – Canterò la messa a San Valentino… Lo pensi che bello, nonna?». Sulle colline coperte di neve gelata tornò a splendere il sole. Rolando, con due doghe di botti in disuso preparò un paio di sci e suggerì l’idea ad alcuni coetanei, i quali fecero altrettanto. Chiamò a godere lo spettacolo – e a parteciparvi se non avessero avuto troppa paura – anche i bambini più piccoli. Poi, dal Poggiolo, dove abitava, si buttò lungo il pendio a sciare, svelto, veloce, nonostante la veste, seguito a distanza dagli amici più coraggiosi. «Sembrava un folletto», ricorda qualcuno che era presente a quell’avventura .Continuava frattanto a frequentare la casa parrocchiale, dove si intratteneva con gli amici a studiare, a discorrere dei suoi progetti e ad esercitarsi all’harmonium. Arrivava la primavera. Ancora forte l’odio ai preti e ai credenti: il sangue degli innocenti sarebbe continuato a scorrere anche dopo la fine della guerra. Il 14 febbraio,mercoledì delle ceneri, inizio della quaresima e festa di san Valentino, Rolando cominciò a prepararsi alla Pasqua, pregando e offrendo a Dio gli impegni ei piccoli sacrifici quotidiani. Aveva dentro una forte nostalgia del seminario. Lo diceva ai familiari e agli amici seminaristi: «Desidero tornare in seminario al più presto. Là i nostri superiori mi aiuteranno a diventare prete». Pregava ogni giorno affinché Gesù affrettasse il fortunato giorno del suo rientro in seminario. La sua presenza in quei giorni stupiva: aveva solo 14 anni ed era poco piùdi un bambino, ma non si era mai mimetizzato né aveva nascosto la sua chiara identità di aspirante appassionato al sacerdozio. Continuava ad indossarela veste nera e spesso il cappello da prete. Tutti lo conoscevano e lo incontravano così: sull’aia di casa, per la strada, in chiesa. Il volto pallido, lo sguardo dolcissimo, gli occhi buoni e penetranti; l’aspetto sorridente e gioioso, semplice e aperto con tutti, pronto a parlare conintelligenza e coraggio. Ma quando pregava in chiesa, inginocchiato davanti al tabernacolo, le mani giunte, assorto e come rapito da Dio, sembrava un angelo. Spesso in paese scoppiavano dispute alle quali non era facile rispondere. Era più conveniente tacere. Capitò che in una discussione alcuni attaccarono ingiustamente la Chiesa e l’attività dei sacerdoti. Rolando difese a fronte alta Gesù, il Papa, la Chiesa e i sacerdoti, senza paura alcuna. Era conosciuto per la sua fedee il suo coraggio; era ammirato, ma anche da taluni malvisto perché aveva apertamente dimostrato che voleva diventare prete.
Immolato. Il primo aprile di quell’anno, Pasqua di resurrezione, don Olinto Marzocchini è già rientrato a San Valentino e al suo fianco è rimasto il giovane curato. Durante la settimana santa Rolando ha partecipato alle celebrazioni liturgiche con grande entusiasmo. E giovedì, davanti all’altare dell’Eucaristia, ornato di fiori e di ceri accesi, ha pregato: «Grazie, Gesù, perché ci hai donato Te stesso nell’Ostia santa e rimani sempre con noi… Aiutami a ritornare presto in seminario e a diventare sacerdote …». Il venerdì, baciando il Crocifisso, ha ripetuto l’offerta al suo grande Amico: «Tutta la mia vita per Te, o Gesù, per amarti e farti amare». Il giorno di Pasqua, durante le messe, Rolando suona l’organo accompagnando i canti. Riceve Gesù nella comunione. In sacrestia, il parroco gli dice: «Sei stato bravo, Rolando! Per tutti i servizi fatti nella settimana santa, accetta questopiccolo dono… E che il Signore ti benedica», e gli mette in mano una piccola somma. Si sente nell’aria qualcosa di nuovo. C’è ancora guerra, ma tutti sentono che volge alla fine. Nei giorni successivi, Rolando non manca mai alla messa e alla comunione. Poi, tornato a casa, esce con un libro sotto braccio e va a studiare presso un boschetto non lontano dalla sua abitazione. Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, è già in chiesa: si celebra la messa cantata in onore di san Víncenzo Ferreri, che non si è potuta celebrare il 5 aprile, giorno anniversario, essendo l’ottava di pasqua. Suona e accompagna all’organo i cantori, tra i quali c’è anche il papà. Si accosta alla comunione e si raccoglie in preghiera a ringraziare il Signore. Prima di uscire, prende accordi con i cantori, per cantare messa anche l’indomani. Torna a casa. I suoi genitori vanno a lavorare nel campi. Rolando, con i libri sottobraccio, si reca come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa. Indossa, come sempre, la sua veste nera. A mezzogiorno, non vedendolo ritornare, i genitori lo vanno a cercare. Tra i libri, sull’erba, trovano un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi, partigiani». Il papà e il curato di San Valentino, in forte ansia, cominciano a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo. Cosa sarà mai capitato?… Alcuni partigiani comunisti lo hanno portato nella loro base. Rolando capisce con chi si trova. Quelli lo spogliano della veste talare, che li irrita troppo.Ora hanno davanti a loro un povero ragazzo di quattordici anni, tremante, vestito poveramente, come Gesù nel pretorio di Pilato. Alle loro beffe, Rolando risponde: «Sono un ragazzo, si, un seminarista… e non ho fatto nulla di male». Quelli lo insultano, lo percuotono con la cinghia sulle gambe, lo schiaffeggiano. Adesso hanno davanti un ragazzino coperto di lividi, piangente. Così era stato fatto, un giorno lontano, a Gesù. Rolando, innocente, prega nel suo cuore e chiede pietà. Qualcuno si commuovee propone di lasciarlo andare, perché è soltanto un ragazzo. Ma altrisi rifiutano: prevale l’odio al prete, all’abito che lo rappresenta. Decidono di ucciderlo. Lo portano in un bosco presso Piane di Monchio (Modena). Davanti alla fossa già scavata, Rolando comprende tutto. Singhiozzando implora di essere risparmiato. Gli viene risposto con un calcio. Allora dice: «Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà». Si inginocchia sull’orlo della fossa e prega per sé, per i suoi cari, forse per i suoi stessi uccisori. Due scariche di rivoltella lo rotolano a terra, nel suo sangue. Un ultimo pensiero, un ultimo palpito del cuore per Gesù, perdutamente amato… Poi la fine. Quelli lo coprono con poche palate di terra e di foglie secche. La veste da prete diventa un pallone da calciare; poi sara appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina. Era il 13 aprile 1945, ricorrenza del giovane martire sant’Ermenegildo (+585 d.C.), venerdì, come quando Gesù si immolò sulla croce. Rolando aveva 14 anni e tre mesi. In quell’istante il cielo si aprì e Gesù accolse nella sua gloria Rolando Maria Rivi, piccolo angelo, martire della fede. Con la vita, con la parola e perfino con il suo sangue aveva proclamato: «Quanto ho di più caro al mondo è Cristo: Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui!».
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Permettendo la stampa delle conferenze «Cristo vita dell’anima», l’autore non aveva altro intendimento che esporre i caratteri fondamentali della vita cristiana desunti dal Vangelo, dalle Lettere di San Paolo e dalle conclusioni dell’insegnamento teologico. La vita cristiana è essenzialmente soprannaturale e non si può attingere che in Cristo, esemplare unico di perfezione, tesoro infinito delle nostre grazie e causa efficiente di ogni santità. Le conferenze che compongono il presente volume costituiscono il seguito logico di quelle del precedente. La vita di Cristo, infatti, modello divino e accessibile insieme di ogni vita cristiana, si è manifestata a noi attraverso gli stati e i misteri, le virtù e gli atti della sua santa umanità. Umana nelle sue espressioni esteriori, la vita del Verbo incarnato è divina per l’origine sua. E così i misteri dell'Uomo-Dio non costituiscono soltanto dei modelli che dobbiamo meditare: ma racchiudono anche in se medesimi tesori di merito e di grazia. Con la sua infinita virtù, Gesù Cristo, vivente ognora, determina la perfezione interiore e soprannaturale in tutte quelle anime che, prese dal sincero desiderio d'imitarlo, si mettono, con fede ed amore, a contatto con Lui. Alla luce di queste verità l’autore ha esposto i principali misteri di Gesù. Semplice è il disegno di questo lavoro. Una duplice conferenza preliminare dimostra che i misteri di Cristo sono pure i nostri e in qual modo sia possibile a noi, in via generale, assimilarcene il frutto. Se non che non ci sarebbe possibile comprendere appieno il valore trascendente di questi misteri, il loro splendore ammirabile, il loro logico concatenamento e la profonda unità onde sono insieme legati, se prima non studiassimo Colui che per noi ha vissuto questi misteri. Pertanto nella prima parte ci siamo studiati di delineare i tratti essenziali della persona stessa di Gesù: Verbo eterno — incarnato — che viene a riscattare il mondo col suo sacrifizio. La seconda parte è dedicata alla meditazione dei misteri dell’Uomo-Dio.
Con l’aiuto dei passi evangelici e dei testi liturgici, l'autore si e studiato di dimostrare la realtà divina ed insieme umana di siffatti misteri, di metterne in evidenza il vero significato e di dedurne le applicazioni per l'anima nostra. Per quel che è della scelta di questi misteri si è pensato che niente di meglio si poteva fare che limitarsi a quelli che la Chiesa ci propone nel suo ciclo liturgico. Chi meglio di Essa potrebbe infatti conoscere i segreti del suo Sposo e meglio possedere l’arte di spezzarci il pane della parola evangelica? Chi meglio di Essa potrebbe condurci a Gesù? L’accoglienza quanto mai benevola che il pubblico, segnatamente laico, ha fatto al volume «Cristo vita dell’anima», non rappresenta soltanto per l’autore un incoraggiamento prezioso, ma anche un sintomo confortantissimo in mezzo alle tristezze e preoccupazioni di questa nostra epoca sì travagliata. Perché essa sta a dimostrare che, nell’incalzare degli eventi, più di un’anima, docile alla voce di Dio, ha sentito il bisogno di raccogliersi e, assetata di salvezza, di pace e di luce si è volta, finalmente, verso Colui che, solo, è la Via infallibile, la Verità che illumina ogni uomo quaggiù, la Vita che salva dalla morte. «In Lui», secondo l’espressione di San Paolo, è d’uopo «restaurare ogni cosa: Omnia instaurare in Giri sto»; perché, secondo il pensiero dello stesso apostolo, al di fuori di questo fondamento divino, non vi è stabilità né durata. — Tutta l’ambizione dell’autore, permettendo la pubblicazione di queste conferenze, è di prendere parte, col suo tenue contributo, a questa grande opera di restaurazione cristiana. Voglia il Cristo benedire queste pagine! Scritte per Lui, esse non parlano che di Lui. Possano esse rivelare sempre meglio alle anime i segreti dell’amore di un Dio apparso tra noi! Possano esse condurle a dissetarsi più spesso alle sorgenti di acqua viva, che per la nostra gioia e salvezza sono sgorgate dal cuore trapassato di Gesù! Haurietis aquam in gaudio de fontibus Salvatoris.
D. C. M.
La velocità di scaricamento delle pagine può variare in base alla connessione internet utilizzata. Per scaricare il PDF del libro cliccare qui. Per inviare una donazione a Sursum Corda cliccare qui. «Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida... Quelli poi che sono avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili» (San Francesco di Sales, «Filotea»).
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Le pagine che leggerete sono benefiche; riposano l’anima; semplificano la vita cristiana. La preoccupazione dominante dell’autore, che ha ricevuto le confidenze di molte anime inquiete, imbarazzate nelle complicazioni dei loro metodi personali, è, se non m inganno, di dilatare queste anime, di liberarle dal servilismo verso se stesse, di facilitare, rendendola più attraente, la loro ascensione verso Dio. Egli conduce, in ognuna delle sue conferenze, a Colui che è «la Via, la Verità e la Vita» (Giov., XIV, 6). Egli mostra loro, volta a volta, la Provvidenza divina che avvolge in uno stesso disegno di predestinazione Cristo, Verbo fatto uomo, e noi. Poi, seguendo le tracce di San Tommaso d’Aquino (Summa Teolog., III, pag. 24, a. 3), nella descrizione della mediazione di Cristo, santificatore delle anime nostre, egli fa vedere in Lui, vero Dio e vero uomo, l’esemplare unico ed universale di ogni santità, la causa meritoria e soddisfattoria, che ha pagato alla giustizia divina il prezzo della nostra salvezza, secondo questa parola dell’Apostolo San Paolo: «Sublimato alla gloria, divenne per quanti gli sono ubbidienti causa di eterna salvezza, proclamato da Dio Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchidesech» (Ebr., V, 9), ed infine, l’esecutore, causa efficiente della nostra santità, poiché sempre secondo la dottrina dell’apostolo San Paolo, alla quale l’autore attinge continuamente: «Noi abbiamo la nostra origine divina in Cristo: Dio ha voluto che Egli fosse per noi sapienza e giustizia e santità e salvezza redentrice» (Cor., I, 30).
Dopo avere così esposta in tutti i suoi aspetti l’azione di Gesù, il teologo benedettino considera nelle anime la realizzazione del disegno divino: Cristo forma il suo Corpo mistico, la Chiesa, visibile ed invisibile; ma lo Spirito Santo ha formato Cristo — almeno così si esprime la teologia nel suo linguaggio di «appropriazione» — e, «Spirito di Gesù», egli porta a perfezione l’opera della nostra santificazione. Così si compie il quadro dell’opera di Cristo, concepita dall’eternità nel disegno del Padre celeste ed effettuata da Cristo mediatore e per mezzo del suo Spirito santificatore. Cristo è nel centro del disegno dell’opera di Dio: nella sua Persona egli riassume tutto: Tu solus sanctus, tu solus Dominus, Jesu Christe. Il beato Alberto Magno, maestro di San Tommaso d’Aquino, in quel succoso e memorabile opuscolo intitolato: De adhaerendo Deo, «dell’adesione dell’anima a Dio», ci invita a salire, in Cristo, dall’uomo a Dio, a passare per le ferite aperte dell’umanità sofferente e morente di Cristo per entrare nei segreti della sua divinità (cap. 2)… In questa formula c’è tutta la sostanza della spiritualità evangelica. Così dice sapientemente il reverendissimo Abate Columba: «Per certe anime la vita di Gesù Cristo è un soggetto di meditazione fra molti altri; ciò non basta. Cristo non è uno dei mezzi della vita spirituale: è tutta la nostra vita spirituale».
La seconda parte del volume è consacrata a mostrare il lavoro dell’anima che vuol ricevere abbondantemente la vita divina, di cui Cristo è la sorgente. La fede nella divinità di Gesù Cristo costituisce il primo passo verso questa vita; il battesimo, primo di tutti i sacramenti, rende colui, al quale è conferito, discepolo di Cristo. L’opera del battesimo è duplice benché simultanea: toglie il peccato, germe di morte, e dà la grazia, sorgente di vita. Per mezzo di questo sacramento di adorazione e di iniziazione, il cristiano partecipa della morte e della vita gloriosa del suo capo divino. Questi due aspetti della vita spirituale, così bene designati da San Paolo, devono informare la vita intera di ogni cristiano. L’autore mostra poi partitamente come noi «moriamo al peccato», come «viviamo per Dio». Svolge le leggi, alle quali sono sottomessi l’esercizio e l’accrescimento di questa vita per Dio, le sorgenti alle quali particolarmente si alimenta: l’Eucaristia, sacrificio e sacramento; la preghiera, sia la preghiera della Chiesa nella sua liturgia «che ci assimila a Cristo», sia l’orazione mentale, «effusione dei doni dello Spirito Santo».
L’amore di un’anima per Cristo irradia necessariamente su tutti coloro che compongono il corpo mistico di Cristo; e in primo luogo vediamo la Vergine Maria, che, per la sua maternità divina, entra nell’essenza stessa del mistero dell’Incarnazione. L’ultima conferenza dimostra come «alla pienezza del corpo mistico di Cristo» non si pervenga che nella beatitudine della vita eterna, termine finale della nostra predestinazione, consumazione della nostra adozione in Gesù Cristo.
Così terminano queste conferenze, che mettono in vivo rilievo il mistero di Gesù. Tutto vi si riferisce a Cristo, sorgente di ogni grazia, di ogni vita, di ogni santità: questo pensiero fecondo, che costituisce l’unità dell’opera, ne costituisce anche la forza. L’indice segna, con molta chiarezza, la continuità del pensiero del pio autore, le sue differenti tappe e rende superflua qualunque particolareggiata esposizione, che noi tentassimo. Così il libro del Reverendissimo Padre non si riassume: una secca analisi lo sfiorirebbe. Bisogna leggerlo e meditarlo col cuore e con la testa, nello stesso modo in cui l’autore ha pronunciato, con tutta la sua anima d’apostolo, le conferenze di cui l’opera è composta. Forse alcune anime verranno urtate dalla semplificazione della spiritualità; esse non possono conformarsi all’idea che non bisogna, per arrivare alla perfezione, «cercare mezzogiorno alle quattordici». Con tutto ciò Cristo ed il suo Vangelo hanno ragione.
E non è forse scritto nel Vangelo: «Voi non entrerete nel Regno dei cieli se non diverrete simili ai bimbi?». Ed il nostro divino Gesù non ha esclamato in un momento di santo entusiasmo: «Io attesto, o Padre mio, che tu hai nascosto questi misteri agli uomini che il mondo stima saggi e prudenti e che tu ne hai riserbata la rivelazione agli umili ed ai piccoli»? Il profumo mistico, che si respira da ogni pagina del volume, dà l’impressione che sia stato concepito e preparato nell’orazione, ai piedi dell’altare, prima di essere dato alla pubblicità.
Le anime desiderose di vita interna accoglieranno quest’opera con riconoscenza. Le comunità religiose soprattutto, alle quali queste conferenze furono predicate, si ricorderanno gli accenti comunicativi, che esse raccolsero mentre ascoltavano la dottrina solida e limpida che oggi è lasciata loro per guida, e domanderanno con noi allo Spirito Santo di accordare al libro così suggestivo, Cristo vita dell’anima, il grande successo che merita.
D. J. Card. Mercier Arcivescovo di Malines, 15 ottobre 1917
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Nota introduttiva di Sursum Corda (CdP). Fra le tante funeste conseguenze della modernità, dunque di un mondo non più cristiano, annoveriamo un grave male che prende il nome di razzismo. Non sbaglia affatto chi riconosce fra gli illustri progenitori di questo male Charles Robert Darwin, famoso soprattutto per la sua erronea teoria dell'evoluzione, e Thomas Robert Malthus, tristemente noto in quanto padrino dell'eugenetica. Di ambo i soggetti se ne è già diffusamente parlato qui, dunque eviterò di ripetermi. In estrema sintesi: per Malthus l'eccessivo numero di persone avrebbe prodotto un impoverimento generale esaurendo addirittura le fonti di sostentamento, dunque le razze meno abili ed i soggetti più deboli andavano lasciati perire (naturale conseguenza del darwinismo) o addirittura soppressi (comprovate conseguenze del malthusianesimo). L'altra funesta teoria del controllo delle nascite (aborto, contraccezione, eccetera ...) deriva direttamente dai deliramenti di Malthus, con la successiva determinante cooperazione della politica massonica (rivoluzione americana, francese, risorgimento, eccetera ...) e di alcune fanatiche femministe come, per esempio, Margaret Sanger (fondatrice di Planned Parenthood) ed Eleanor Roosevelt (moglie di Franklin Delano Roosevelt e sostenitrice del controllo delle nascite).
Il razzismo - come lo conosciamo nell'accezione contemporanea - si contrappone ad alcuni dogmi di fede e va contro le leggi morali della dottrina cattolica. «Questa, difatti, insegna l’unità originaria della stirpe umana, creata immediatamente da Dio, redenta tutta da Gesù Cristo e tutta destinata ad uno stesso fine ultraterreno. Fratelli nell’ordine naturale e in quello soprannaturale, gli uomini (ordinariamente) godono tutti degli stessi diritti umani, a qualsiasi razza essi appartengano; quindi nessuna razza può vantarsi di essere essenzialmente superiore alle altre, o di essere la sola razza eletta. La dottrina cattolica insegna, inoltre, che anche l’anima umana è creata da Dio ed è essenzialmente uguale in tutti gli uomini di ogni razza, indipendentemente dalla materia o dal sangue, sebbene possano darsi differenze accidentali, provenienti da un organismo corporeo più o meno disposto ad assecondare l’attività dello spirito» (Teologia morale, Roberti-Palazzini, imprimatur 1957, pag. 1211). Queste ed altre verità vengono negate - direttamente o indirettamente - dai moderni razzisti, tanto che alcuni (es. nazisti e comunisti) tentarono o tentano di ridurre la morale e il diritto ad una pura igiene razziale, giungendo sino ad imporre l'omicidio e la sterilizzazione come rimedio al sovrappopolamento ed alla purezza della razza o dell'intera specie.
Recentemente un movimento che si dice anti-razzista, il Black Lives Matter, in alcune località si è reso colpevole di gravi crimini contro la civiltà e contro la società più in generale. Fra le tante azioni delinquenziali commesse da questi fanatici teppisti, possiamo citare l'abbattimento, la decapitazione o la vandalizzazione di alcune statue ritraenti Cristoforo Colombo, eroe cattolico, uomo coraggioso e caritatevole, esploratore, grande condottiero, famoso soprattutto per aver scoperto l'America. Vogliamo rendere onore alla memoria del grande Colombo rilanciando le poco conosciute parole di Papa Leone XIII nella Quarto Abeunte Saeculo.

Cristoforo Colombo nella Quarto Abeunte Saeculo di Papa Leone XIII. Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi di Spagna, d’Italia e delle Americhe.
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.
Allo spirare del quarto secolo dal giorno in cui, auspice Iddio, un uomo Ligure approdò, primo fra tutti, di là dell’Oceano Atlantico a lidi sconosciuti, i popoli sono lieti di celebrare con sentimenti di gratitudine la memoria di quel fatto, e di esaltarne l’autore. Certamente non si saprebbe trovare agevolmente un motivo più degno di questo d’infervorare gli animi e destare entusiasmo. Infatti, l’impresa in se stessa è la più grande e meravigliosa di quante mai se ne videro nell’ordine delle cose umane: e colui che la portò a compimento non è paragonabile che a pochi di quanti furono grandi per tempra d’animo e altezza d’ingegno. Un nuovo mondo sorse per merito suo dall’inesplorato grembo dell’Oceano: centinaia di migliaia di creature vennero dall’oblio e dalle tenebre a integrare la famiglia umana; dalla barbarie furono condotte alla mansuetudine ed alla civiltà: e quel che infinitamente più importa, da perdute che erano, furono rigenerate alla vita eterna mercé la partecipazione dei beni che Gesù Cristo procurò.
L’Europa, percossa allora dalla novità e dal miracolo dell’inatteso portento, a poco a poco si rese conto di quanto essa doveva a Colombo allorché le colonie stabilite in America, le comunicazioni incessanti, la reciprocità dei servizi e l’esplicarsi del commercio marittimo diedero impulso poderosissimo alle scienze naturali, alle ricchezze comuni, con incalcolabile valorizzazione del nome Europeo.
Fra così varie manifestazioni onorifiche e in questo concerto di rallegramenti non conviene che la Chiesa rimanga muta, dato che essa, secondo il suo costume e il suo carattere, approva volentieri e si sforza di promuovere tutto ciò che appare onesto e lodevole. Vero è che la Chiesa serba i suoi particolari e massimi onori all’eroismo delle più eminenti virtù morali in quanto ordinate alla salvezza eterna delle anime, ma non per questo misconosce né tiene in poco conto gli altri eroismi: ché anzi si compiacque sempre di tributare onore con grande volontà ai benemeriti della società civile, e a quanti vivono gloriosi nella memoria dei posteri. Infatti Iddio è bensì mirabile soprattutto nei suoi santi: ma il marchio del divino valore rifulge anche in coloro nei quali brilla una certa forza superiore d’animo e di mente, in quanto la luce del genio e la sublimità d’animo giungono agli uomini soltanto da Dio Padre e Creatore.
Ma oltre a queste ragioni di ordine generico, abbiamo motivi del tutto particolari di voler commemorare con riconoscenza l’immortale impresa. Infatti Colombo è uomo nostro. Per poco che si rifletta al precipuo scopo onde si condusse ad esplorare il mar tenebroso, e al modo che tenne, è fuor di dubbio che nel disegno e nella esecuzione dell’impresa ebbe parte principalissima la fede cattolica: in modo che in verità per questo titolo tutto il genere umano ha obbligo non lieve verso la Chiesa.
Impavidi e perseveranti esploratori di terre sconosciute e di più sconosciuti mari, prima e dopo di Cristoforo Colombo, se ne contano parecchi. Ed è giusto che la fama, memore delle opere benefiche, celebri il nome loro, in quanto riuscirono ad allargare i confini delle scienze e della civiltà, a crescere il pubblico benessere: e ciò non a lieve costo, ma a prezzo di faticosi sforzi di volontà e sovente di gravissimi pericoli.
C’è tuttavia gran differenza fra essi e l’uomo di cui parliamo. La nota caratteristica che distingue Colombo sta in questo, che nel solcare e risolcare gli spazi immensi dell’Oceano, egli mirava a cose maggiori e più alte degli altri. Non che egli non fosse spinto dal nobilissimo desiderio di conoscere, né di bene meritare della famiglia umana; non che egli disprezzasse la gloria, i cui stimoli di solito sono più acuti nel petto dei grandi, o che tenesse in poco conto la speranza di propri vantaggi; ma sopra tutte queste ragioni umane prevalse il lui il sentimento della religione dei padri suoi, dalla quale egli prese senza dubbio l’ispirazione e la volontà dell’impresa e spesso, nelle supreme difficoltà, trasse motivo di fermezza e di conforto. Risulta infatti che egli intese e volle intensamente questo: aprire la via al Vangelo attraverso nuove terre e nuovi mari.
Tale cosa può sembrare poco verosimile a coloro che, concentrando ogni loro pensiero entro i confini del mondo sensibile, rifiutano di credere che si possa guardare a cose più alte.
Ma, al contrario, a méta più eccelsa amano per lo più aspirare le anime veramente grandi, perché sono meglio disposte ai santi entusiasmi della fede divina. Colombo aveva certamente unito lo studio della natura allo zelo della pietà, e aveva profondamente formati mente e cuore secondo i princìpi della fede cattolica. Perciò, persuaso per argomenti astronomici e antiche tradizioni, che al di là del mondo conosciuto dovevano pure estendersi dalla parte d’occidente grandi spazi terrestri non ancora esplorati, immaginò popolazioni sterminate, avvolte in tenebre deplorevoli, perdute dietro cerimonie folli e superstizioni idolatriche. Riteneva estremamente penoso che si potesse vivere secondo consuetudini selvagge e costumi feroci; peggio ancora in quanto non conoscevano cose della massima importanza e ignoravano l’esistenza del solo vero Dio. Onde, pieno di tali pensieri, si prefisse più che altro di estendere in occidente il nome cristiano, i benefìci della carità cristiana, come risulta evidentemente da tutta la storia della scoperta. Infatti, quando ai re di Spagna, Ferdinando ed Isabella, propose la prima volta di voler assumere l’impresa, ne chiarì lo scopo spiegando che “la loro gloria vivrebbe imperitura ove consentissero di recare in sì remote contrade il nome e la dottrina di Gesù Cristo”. E non molto dopo, soddisfatto nelle proprie richieste, dichiara che egli “domanda al Signore di far sì che con la divina sua grazia i re [di Spagna] siano perseveranti nella volontà di propagare il Vangelo in nuove regioni e nuovi lidi”. A mezzo lettera chiede dei missionari al Pontefice Massimo Alessandro VI: “al fine — come egli stesso scrive — di diffondere in tutto il mondo, con l’aiuto di Dio, il sacrosanto nome di Gesù Cristo e il Vangelo”. Riteniamo dovesse sovrabbondare di giubileo allorché, reduce dal primo viaggio dalle Indie, scriveva da Lisbona a Raffaello Sanchez: “Doversi rendere a Dio grazie infinite per avergli largito sì prospero successo. Che Gesù Cristo s’allieti e trionfi qui sulla terra, come s’allieta e trionfa nei cieli, essendo prossima la salvezza di tanti popoli, il cui retaggio sino ad ora fu la perdizione”.
Che se a Ferdinando e ad Isabella egli suggerisce di non permettere se non a cristiani cattolici di navigare verso il nuovo mondo e avviare commerci con gli indigeni, la ragione è che “il disegno e l’esecuzione della sua impresa non ebbe altro scopo che l’incremento e l’onore della religione cristiana”.
E ciò comprese appieno Isabella, ella che assai meglio di ogni altro aveva saputo leggere nella mente del grande: è anzi fuor di dubbio che quella piissima regina, di mente virile e di animo eccelso, ebbe ella stessa il medesimo scopo. Aveva scritto infatti di Colombo che egli avrebbe affrontato coraggiosamente il vasto Oceano “al fine di compiere un’impresa di gran momento per la gloria di Dio”. E a Colombo medesimo, reduce dal secondo viaggio, scrive: “essere egregiamente impiegate le spese che ella aveva fatte per la spedizione delle Indie, e che farebbe ancora, in quanto ne seguirebbe la diffusione del cattolicesimo”.
Dall’altro canto, se si prescinde da un motivo superiore alle cose umane, donde avrebbe potuto egli attingere perseveranza e forza per affrontare e sostenere tutto ciò che fu obbligato a sopportare e a soffrire fino all’ultimo? Intendiamo le opposizioni dei dotti, i rifiuti da parte dei prìncipi, i rischi dell’Oceano in tempesta, le veglie incessanti, fino a smarrirne più d’una volta la vista; aggiungansi le battaglie coi selvaggi, i tradimenti di amici e compagni, le scellerate congiure, le perfidie degli invidiosi, le calunnie dei malevoli, le immeritate catene. All’enorme peso di tante sofferenze egli avrebbe dovuto senz’altro soccombere, se non lo avesse sostenuto la consapevolezza della nobilissima impresa, feconda di gloria alla cristianità, di salute a milioni d’anime.
Impresa, intorno alla quale fanno splendida luce gli avvenimenti successivi. Infatti Colombo scoprì l’America mentre una grave procella veniva addensandosi sulla Chiesa: sicché, per quanto è lecito a mente umana di congetturare dagli eventi le vie della divina Provvidenza, l’opera di quest’uomo, gloria della Liguria, sembra fosse particolarmente ordinata da Dio a ristoro dei danni che la cattolicità avrebbe poco dopo patito in Europa.
Chiamare gl’Indiani al cristianesimo era senza fallo opera e compito della Chiesa. La quale, fin dai primordi della scoperta, pose mano al suo ininterrotto compito d’amore, e continuò e continua tuttora a farlo, come ultimamente fino all’estrema Patagonia.
Nondimeno persuaso di dover precorrere e spianare la via all’evangelizzazione e tutto compreso da questo pensiero, Colombo coordinò ogni suo atto a tal fine, nulla quasi operando se non ispirandosi alla religione e alla pietà. Rammentiamo cose a tutti note, ma preziose a chi voglia penetrare ben addentro nella mente e nel cuore di lui. Costretto ad abbandonare, senza avere nulla concluso, il Portogallo e Genova e voltosi alla Spagna, fra le pareti di un monastero egli viene maturando l’alto disegno, confortato da un monaco Francescano. Dopo sette anni, giunto finalmente il giorno di imbarcarsi per l’Oceano, prima di partire si preoccupa di fare le cose necessarie per purificarsi l’anima: supplica la Regina del cielo che protegga l’impresa e guidi la rotta: e non comanda di sciogliere le vele se non dopo avere invocato la Santissima Trinità. Avanzatosi quindi in alto mare, fra l’infuriare dei marosi e il tulmutuare dell’equipaggio, mantiene inalterata la serenità del suo animo confidando in Dio. Attestano il suo proposito gli stessi nuovi nomi imposti alle nuove isole: in ciascuna di esse, appena postovi il piede, adora supplichevole Iddio onnipotente, e non ne prende possesso che in nome di Gesù Cristo. Dovunque approdi, il primo suo atto è di piantare sulla spiaggia la Croce: e dopo aver tante volte, al rombo dei flutti muggenti, inneggiato in alto mare al nome santissimo del Redentore, lo fa risuonare egli per primo nelle isole da lui scoperte: e perciò alla Spagnuola dà inizio alla costruzione di una chiesa cominciando le feste popolari con cerimonie religiose.
Ecco dunque ciò che Colombo intese e volle nell’avventurarsi, per tanto spazio di terra e di mare, in regioni inesplorate e incolte fino a quel giorno: esse però in fatto di civiltà, di notorietà e di forza salirono poi velocemente a quell’alto grado di progresso che ognuno vede.
La grandezza dell’avvenimento e la potenza e la varietà dei benefìci che ne derivarono impongono il ricordo grato e la glorificazione del personaggio. Ma è doveroso, innanzi tutto, riconoscere e venerare singolarmente gli alti decreti di quella mente eterna alla quale ubbidì, consapevole strumento, lo scopritore del nuovo mondo.
Per celebrare degnamente e in armonia con la verità storica le solennità Colombiane, è dunque opportuno che allo splendore delle pompe civili si accompagni la santità della religione. Per cui, come già al primo annuncio della scoperta furono rese a Dio immortale, provvidentissimo, pubbliche grazie prima di tutti dal Pontefice Massimo, così ora nel festeggiare la memoria dell’auspicatissimo evento stimiamo doversi fare la stessa cosa.
Perciò disponiamo che il giorno 12 ottobre, o la domenica susseguente, se così giudicherà opportuno l’Ordinario del luogo, nelle Chiese Cattedrali e collegiate di Spagna, d’Italia e delle Americhe, dopo l’ufficio del giorno, sia cantata solennemente la Messa de Sanctissima Trinitate.
Confidiamo che, oltre alle popolazioni sopra nominate, per iniziativa dei Vescovi si faccia la stessa cosa nelle altre, essendo conveniente che tutti concorrano a celebrare con pietà e riconoscenza un avvenimento che tornò utile a tutti.
Intanto come auspicio dei divini favori e pegno della Nostra paterna benevolenza a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo affettuosamente la Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 16 luglio 1892, anno decimoquinto del Nostro Pontificato.
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- Categoria: Centro Studi Vincenzo Ludovico Gotti
«Il Papa è indifferente e insensibile agli spasimi delle popolazioni e, standosene sicuro nel suo Vaticano, gode delle rovine materiali e morali della guerra nella prospettiva dei suoi futuri guadagni». Mai forse fu lanciata una calunnia più mostruosa e assurda di questa.
Una prima smentita solenne è la costituzione e il funzionamento dell’UFFICIO INFORMAZIONI VATICANO, «per chiedere e trasmettere notizie, non solo di moltissimi prigionieri, ma altresì di profughi e di quanti le presenti calamità tristemente separano dalla loro famiglia e dal loro focolare».
«L’eco della cruente e distruggitrice azione bellica, il lamento per i morti, l’ansietà per i dispersi, la nostalgica bramosia dei prigionieri, il pianto delle vedove e degli orfani, l’esilio dei deportati, l’indigenza e la penuria dei dislocati senza tetto, cercano e trovano negli avvolgimenti della loro sventura, la via per giungere a Noi, al Nostro orecchio, al Nostro cuore, in ogni lingua e con voci strazianti ci svelano e pongono sottocchio giornalmente, e quasi ora per ora, l’immenso e oscuro abisso dei patimenti e delle angustie, in cui la presente bufera ha travolto e viene di continuo travolgendo la povera umanità» PIO XII.
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