Comunicato numero 27. Pio XI, «Mortalium Animos»: contro ecumenismo e raduni interreligiosi

Stimati Associati e gentili Lettori, per qualche tempo sospenderemo le consuete lezioni di dottrina commentata dagli eruditi e di esegesi per dare, con puntuale opportunità, spazio al Magistero della Chiesa su alcuni temi particolarmente necessari per la salvezza dell’anima alla maggior gloria di Dio. La scorsa settimana abbiamo pubblicato la Humani Generis di Papa Pio XII: conto gli errori moderni; oggi è il momento della Mortalium Animos del suo predecessore Pio XI, contro l’ecumenismo. La nostra fede non è un’opinione, un dubbio o un’esperienza soggettiva (io penso che ..., io sento che ..., io suppongo che ...) ma è la certezza di glorificare Dio e di salvarsi l’anima credendo fermamente tutto quanto la Chiesa ci insegna (io credo nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica ... romana). La Chiesa, difatti, non può contraddire se stessa nella trasmissione della fede, dunque ne è l’infallibile regola prossima: 1° «La dottrina della fede che Dio rivelò non è proposta alle menti umane come una invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata consegnata alla Sposa di Cristo come divino deposito perché la custodisca fedelmente e la insegni con magistero infallibile. Quindi deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza» (Dei Filius, Concilio Vaticano, Pio IX, 24 aprile 1870); 2° «Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori [...] venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”» (Pastor æternus, Concilio Vaticano, Pio IX, 18 luglio 1870); 3° «[...] i padri del concilio Vaticano nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: “Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale magistero come verità da Dio rivelata”. Pertanto essendo chiaro che Dio vuole assolutamente nella sua Chiesa l’unità della fede, e sapendosi quale essa sia e con quale principio deve essere tutelata per divino comando, ci sia permesso d’indirizzare a quanti non persistono nel voler chiudere gli orecchi alla verità, le seguenti parole di sant’Agostino: “Vedendo noi tanta abbondanza di aiuti da parte di Dio, tanto profitto e frutto, dubiteremo di chiuderci nel seno di quella Chiesa, la quale, anche per confessione del genere umano, dalla Sede apostolica per la successione dei vescovi, nonostante che intorno a lei latrino vanamente gli eretici, già condannati sia dall’opinione popolare, sia dal grave giudizio dei concili, sia dalla grandezza dei miracoli, è giunta all’apice dell’autorità? Il negarle il primato, è proprio o di una somma empietà, o di una precipitosa arroganza. [...]”» (Satis Cognitum, Leone XIII, 29 giugno 1896). In passato abbiamo citato numerosi altri Pontefici che, professanti la medesima fede, si sono espressi a tal proposito. Veniamo al tema del giorno: l’ecumenismo, la tolleranza ed il dialogo interreligioso. Sant’Alfonso commenta: 

«Alcuni dicono dicono: Iddio vuole la pace comune. E chi lo nega? ma non la vuole con discapito della sua fede; Egli ch’è il Principe della pace, la vuole, e ci comanda di conservarla con noi e cogli altri [...] Ma di qual pace intende parlare il Signore? Parla della pace vera, che si acquista e si mantiene coll’esercizio delle virtù [...] Parla di quella pace che si ottiene con lo stare unito con Dio e col prossimo; e questa ci conduce poi alla felicità eterna. Non parla già della pace falsa, che si suppone ottenersi col tollerare coloro che vogliono credere ed operare a loro piacere contro quello che Dio ha rivelato; questa è la pace degli empi che dormono nella loro perdizione; questa pace di morte non la vuole il nostro Salvatore, ma Egli è venuto a discacciarla dalla terra: “Nolite arbitrari (disse), quia pacem venerim mittere in terram: non veni pacem mittere, sed gladium” (Mt. 10,34). San Luca (12, 51) invece di “gladium” scrisse “separationem”; sicché Gesù Cristo è venuto a separare gl’infedeli dai fedeli, acciocché i fedeli non si perdano col comunicare con gl’infedeli, come spiega (Verso 58) lo stesso san Luca, dicendo: “Cum autem vadis cum adversario tuo ad principem, in via da operam liberari ab illo, ne forte trahat te ad iudicem, et iudex tradat te exactori, et exactor mittat te in carcerem”. Ecco il precipizio, al quale conduce la tolleranza col comunicare coi nemici della fede». Lo studio completo di sant’Alfonso lo trovate sul nostro sito al link: http://www.sursumcorda.cloud/massime-e-meditazioni/sant-alfonso-sull-ecumenismo.html. Sant’Alfonso, tuttavia, sebbene sia un grandissimo Dottore della Chiesa, non è La Chiesa, ovvero non è direttamente infallibile, dunque cediamo la parola al Pontefice introducendo la voce Mortalium Animos dell’Enciclopedia Cattolica, Vaticano, 1951, Vol. VIII, Coll. 1425 e 1426: «Prime parole della lettera Enciclica di Pio XI del 6 gennaio 1928 De vera religionis unitate fovenda (AAS, 20 [1928], pp. 5-16), pubblicata quasi all’indomani della Conferenza di Losanna (3-21 agosto 1927) e della risposta negativa della Congregazione del Sant’Uffizio al dubbio se sia lecito ai cattolici partecipare ai congressi pancristiani (8 luglio 1927, in AAS, 19 [1927], p. 278). In opposizione infatti all’atteggiamento della Chiesa cattolica, ferma nei suoi principi, si faceva strada, dopo le Conferenze pancristiane di Stoccolma e di Losanna, la concezione di un cattolicesimo a più largo respiro, di una specie di alleanza tra la Chiesa di Roma e le altre comunità cristiane separate, allo scopo di opporre all’incredulità invadente la fraternità universale dei discepoli di Gesù. L’Enciclica è una presa di posizione della Chiesa contro questa nuova concezione; e si divide in tre parti. Nella prima il Pontefice rileva il fatto del desiderio degli uomini di unirsi tra di loro, desiderio che assume tre diverse forme: unione di tutti gli uomini come aventi tutti la stessa comune origine e natura, quale base e garanzia di collaborazione e di pace, unione davvero desiderabile; unione di tutti gli uomini che hanno una religione, qualunque essa sia, come argine contro l’empietà e la irreligiosità: una simile forma di unione non può così semplicemente essere appoggiata dai cattolici; unione di tutti i cristiani o pancristianesimo. Di questa terza forma vuole trattare il Pontefice. Nella seconda parte, si afferma che per diritto naturale e divino-positivo l’unica religione vera è la religione cristiana-cattolica, e che Gesù fondò una sola Chiesa come una società visibile e sovrana destinata a raccogliere nel suo grembo tutti gli uomini. Di conseguenza il Papa denuncia l’errore di coloro che vedono la Chiesa solo come una federazione di comunità; che affermano che il desiderio del Signore di un solo ovile non ha ancora potuto realizzarsi, come se non esistesse ancora la vera Chiesa di Gesù Cristo o esistesse senza Pastore; che aspirano ad una unione pratica con Roma, risultato di compromessi e di vicendevoli concessioni. Nella terza parte Pio XI afferma che di conseguenza né la Santa Sede né i cattolici possono prendere parte o favorire questi movimenti in quanto “falsæ cuidam christianæ religioni auctoritatem adiungerent”. Né ciò è contrario alla carità, perché la vera carità non può essere contro la verità e la fede. L’esclusione di un unico Magistero che costituisca un impegno per tutti, è un coefficente di disgregazione e non di unione ed apre la via all’indifferentismo. La discriminazione tra verità fondamentali e non fondamentali con un minore impegno per queste (es JANNI, Ugo), quando si tratti di verità rivelate, non ha senso. La vera unione non è quindi possibile se non con il ritorno dei dissidenti alla vera Chiesa e con l’accettare il primato di san Pietro e dei suoi successori. L’Enciclica, che fu pubblicata in circostanze analoghe a quelle in cui nel 1896 Leone XIII pubblicò la Satis cognitum, è meno ampia della precedente; però rivela un senso di decisione nell’affermare la dottrina della Chiesa di fronte alle dichiarazioni volutamente elastiche e piene di reticenze circospette delle Conferenze di Stoccolma e di Losanna. [...]».

A cura di CdP