Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Uso della Scrittura. Metodi errati o incompleti. Il modo, quindi, col quale il Catechismo c’insegna a leggere la Bibbia, non è da confondersi coi metodi seguenti: a) II metodo dell’esteta, che nella Scrittura cerca solo la bellezza artistica. Certo, la Bibbia è bella e Chateaubriand, nel suo Génie du christianisme, potrà paragonare coraggiosamente Mosè ad Omero, come altri confronteranno Salomone a Socrate, Giobbe ad Eschilio ed a Buddha. Ma non illudiamoci: come non comprende una basilica cristiana il visitatore, avido di bellezze artistiche, che vi entra e si limita a contemplare quadri e statue, colonne ed archi, lasciandosi sfuggire la presenza di Gesù Sacramentato e il palpito di fede delle coscienze che pregano e gemono, così - nella maestosa basilica costruita dal Signore mediante l’opera dei vari architetti, quanti sono gli autori dei Libri Sacri - chi si ferma alla questione estetica minaccia di lasciarsi sfuggire il soffio di Dio e quella divina bellezza, che è la vera fonte di ogni altra bellezza della Scrittura. b) Il metodo storicista, che prescinde dal pensiero centrale e vi sminuzza l’unità dell’opera in particelle atomistiche, sforzandosi poi invano di unirle fra loro. Ed anche qui, diciamolo ben alto: nella Bibbia vi sono dei libri storici, e nulla vieta - anzi è opportuno - che siano anche studiati con tutti i criteri più severi della critica storica. Ma come sarebbe ridicolo colui che mi spezzasse Dante in tante espressioni e perdesse di vista l’anima del poema; come sarebbe stolto chi mi uccidesse un uomo e lo tagliuzzasse a pezzi per esaminarne ogni fibra, ogni cellula, ogni atomo, ed in quell’ammasso di parti morte non riuscisse a scoprire la vita, così è stolta la pretesa dello storicismo, che dimentica la verità profonda nascosta nella Bibbia e non vi cerca se non una successione di fenomeni incatenati in modo che i fenomeni precedenti determinino i susseguenti. Fermandosi alla superficie, e spezzettando un organismo vivente, è chiaro che lo storicista non trovi Dio nella Bibbia, come l’astronomo col suo telescopio non trova Dio nelle stelle. Ma, ahimè! Neppure col microscopio io scopro il pensiero nella riga che leggo, quantunque il pensiero sia la ragione delle parole. Lo storicista non si accorge che, mentre ciancia di storia, si lascia scappare nella Bibbia la vera storia, quella che ci dà il significato profondo di tutte le vicende dell’umanità e tutte le sintetizza. Che dire, perciò, di chi accingendosi allo studio pseudo-storico della Scrittura, pone il criterio cervellotico dell’impossibilità dei miracoli e delle profezie, ed a priori esclude l’intervento divino delle cose umane? Se il vero senso della Bibbia riguarda l’unione soprannaturale dell’uomo con Dio, è evidente che Dio deve intervenire nella storia, e non solo con mezzi naturali, ma altresì con mezzi che superano le forze della nostra natura. c) Il metodo filosofico, che, confondendo la rivelazione con la ragione, ricerca nella Scrittura un sistema di filosofia, giungendo, in forza di questo punto di vista incompleto ed errato, a scartare il soprannaturale dalla Bibbia ed a ridurla ad una teoria morale. Perciò, Cristo stesso diventa un saggio, un filosofo, al pari di Socrate o di Marc’Aurelio; e la dottrina Sua si riduce ad un moralismo seducente. Con quale diritto, ad esempio, si divide in due la figura di Cristo - l’operatore di miracoli da una parte e il maestro della carità dall’altra, - Colui che insegna l’esistenza del fuoco eterno dell’inferno e Colui che proclama la necessità del perdono? Noi, invece, sapendo che il soprannaturale eleva, ma non distrugge la natura, e che la rivelazione non elimina, ma eleva la ragione, non ci meravigliamo se nella Bibbia si contiene una morale ed una dottrina superiore ad ogni altro sistema filosofico; ma, in pari tempo, non chiudiamo gli occhi dinanzi allo scopo principale della Scrittura, che non vuol darci solo una regola di vita umana ed un complesso di idee razionali, ma ci rivela altresì la divinizzazione della nostra attività e l’elevamento soprannaturale dell’uomo alla dignità di figlio di Dio. d) II metodo scientifico, che confonde la Bibbia con un trattato di fisica, di chimica, di astronomia e via dicendo, scordando - per dirla col Card. Baronio - che la Bibbia ci è stata data per insegnarci non come gira il cielo, ma come si vada in Cielo, ossia come si raggiunga il possesso soprannaturale di Dio. Insomma, l’ignoranza dei primi elementi di religione e soprattutto della distinzione tra l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale, rende simili molti studiosi della Scrittura, a chi soffre di cataratta, che non lascia vedere ad essi se non pallide ombre, imprecise ed evanescenti. L’arte, la storia, la filosofia, la scienza possono abbagliare la debole vista; ma l’occhio della fede non si arresta a questi fiori, ma abbraccia tutto il giardino, dove atteso dai patriarchi, vaticinato dai profeti, salutato sull’arpa dei salmi, si avanza Gesù Cristo e trionfa. Amiamola la Bibbia; e sia da tutti praticamente trattata come qualcosa di sacro. Ognuno di noi ripeta le belle parole, con cui il Card. Maffi, in una sua Pastorale, ne raccomandava la lettura. « Naufrago in mare tempestoso, - così scriveva il dotto Porporato - il povero Camoens con una mano batteva l’onda, mentre con l’altra teneva alto fuori d’acqua il manoscritto dei Lusiadi, che l’avrebbe fatto immortale. Nell’onda che incalza e che mi si avvolge sul capo, è il poema di Dio, che stringerò e leverò in alto: in lui la mia guida, in lui la mia speranza, in lui la mia salute». [PS: nei precedenti paragrafi (v. Sursum Corda n° 21), mons. Olgiati ha già spiegato come e perché i protestanti violentano la Bibbia, ndR]. Riepilogo. Il libro che, più d’ogni altro, serve a rivelarci la presenza di Cristo nella storia, è la Bibbia. 1. Essa è divinamente ispirata; e l’ispirazione consiste nell’influsso di Dio sull’intelletto e sulla volontà dell’agiografo, perché concepisca rettamente e scriva fedelmente la verità, e nell’assistenza speciale che Dio gli concede. 2. Essendo la Bibbia la lettera indirizzata dal Padre a noi, figli suoi, dobbiamo leggerla e meditarla, come fecero sempre i cristiani ferventi [come la Chiesa ci insegna nel Magistero, ndR]. Occorre, però, che il testo da noi usato NON sia avvelenato da errori [(nei contenuti e nelle interpretazioni, ndR) come avviene nelle edizioni protestanti della Bibbia], ma sia approvato dalla Chiesa, unica depositaria ed interprete autorizzata da Gesù. 3. Il pensiero fondamentale della Bibbia, alla luce del quale dobbiamo leggere l’Antico ed il Nuovo Testamento, è l’unione soprannaturale dell’uomo con Dio mediante la grazia. È, purtroppo, questa l’idea che sfugge agli esteti, a certi storici, filosofi e scienziati, che negano o prescindono dal soprannaturale. [Concilio di Trento (Paolo III), Decreto sulla Vulgata, anno 1546: «Inoltre, per frenare certi spiriti indocili, stabilisce che nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato […]»; San Pio X, Motu proprio Sacrorum Antistitum, Giuramento antimodernista, anno 1910: «Accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa fino a noi dagli Apostoli per mezzo dei Padri ortodossi, nello stesso senso e sempre nello stesso contenuto; e per questo respingo totalmente l’eretica invenzione dell’evoluzione dei dogmi, che passano da un significato ad un altro, diverso da quello che prima riteneva la Chiesa; e ugualmente condanno ogni errore con cui, al divino Deposito consegnato da Cristo alla Sposa per essere da lei custodito fedelmente, viene sostituita l’invenzione filosofica o la creazione dell’umana coscienza, lentamente formatasi con lo sforzo degli uomini e da perfezionarsi per l’avvenire con un progresso indefinito, ndR]. [Delle tante ‘‘bibbie’’ oggi in commercio ci sentiamo di consigliare la seguente: La Sacra Bibbia annotata dall’ab. Giuseppe Ricciotti. Fu pubblicata negli anni ‘60 dalle ed. Salani e si trova su Ebay o nei mercatini dell’usato, ndR].

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Il soprannaturale e la Bibbia. In qual modo, adunque, dobbiamo leggere la Bibbia, per non sciuparne il significato, per non limitarci ad un lavoro superficiale, per approfondirne il senso, per coglierne, in una parola, l’intimo pensiero vivificatore? Tutti sanno che 71 sono i libri che compongono la Bibbia, divisi comunemente in due classi: 44 libri del Vecchio e 27 del Nuovo Testamento. Né noi ci soffermeremo, in questo corso elementare di religione, ad enumerarli, né a distinguerli in libri storici, didattici e profetici. Ciò che ci imporla notare è che tutti questi libri, opera di circa quattromila anni di tempo e scritti da diverse persone, presentano un’unità mirabile. Una concatenazione meravigliosa, un progresso lento e continuo, dove - diceva Lacordaire - ogni onda spinge quella che la precede e porta quella che la segue, fanno di questi 71 libri un libro solo, che si forma quasi giorno per giorno e cresce come un albero coi diversi rami, aiutato da un’unica idea, e simili ai diversi canti che non tolgono la sua unità ad un poema. Quest’unica idea fondamentale è l’unione soprannaturale dell’uomo con Dio mediante Gesù Cristo e la sua grazia. Dalla prima parola del Genesi: «Dio creò il cielo e la terra», all’ultima dell’Apocalisse: «La grazia di nostro Signore (Gesù Cristo) sia con tutti voi», sempre questa idea freme in ogni versetto, in ogni lettera, nelle vicende storiche raccontate, nelle predizioni dei veggenti, negli insegnamenti di vita pratica. Dio, da un lato, e dall’altro l’uomo che si allontana da Dio e dal suo fine soprannaturale ed a Dio ritorna e si unisce con la grazia; e fra Dio e l’uomo, Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, che congiunge il cielo e la terra: ecco tutta la Bibbia. «La Scrittura - così si esprime Lacordaire in una lettera su Gesù Cristo nelle SS. Scritture - rivela a un tempo Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. E questa rivelazione non si fa sentire solamente nei grandi momenti della Bibbia; si riscontra dappertutto. Dio non si assenta mai dall’opera sua. Egli è nel campo di Booz, dietro la figlia di Noemi, e altresì in Babilonia nel banchetto di Baldassare. Egli s’asside sotto la tenda d’Abramo, viandante stanco del lungo cammino, e si riposa sulla vetta del Sinai, fra le folgori che annunciano la sua presenza. Egli assiste Giuseppe nella sua prigione, e corona Daniele nella sua cattività. I più piccoli particolari della famiglia o del deserto; i nomi, i luoghi, le cose, tutto è pieno di Lui; e dall’Eden al Calvario, dalla giustizia perduta alla giustizia recuperata, si seguono passo passo i movimenti tutti della sua tenerezza e della sua forza» e si prepara in germe tutto l’avvenire dell’umanità. L’uomo vi è descritto nella sua storia: storia di miserie e di sangue, di cadute, di sforzi, di impotenza. Precipitato dalle altezze del soprannaturale, alle quali Dio l’aveva benignamente elevato, giace nel fango e sospira il Redentore. E fin dalla prima pagina della Bibbia il Salvatore è promesso. La promessa, «tramandata ai patriarchi, acquista di libro in libro una chiarezza tale, che di sé riempie gli avvenimenti tutti, e li sospinge verso l’avvenire come una preparazione e una figura di ciò che è aspettato. Il popolo di Dio si forma nell’esilio e nei combattimenti. Gerusalemme è fondata; s’innalza Sionne; la discendenza del Messia, staccandosi dal fondo primitivo delle tribù patriarcali, sorge e s’espande in David, che passa dall’umile gregge di Betlem al trono di Giuda (NON Giuda Iscariota, ndR), e di qui contempla e canta il Figlio che dovrà nascere dalla sua posterità per essere il re di un regno che non ha fine. I profeti riprendono sulla tomba di David l’arpa dei giorni che non sono ancora; seguono Giuda (Ivi.) nelle sue sciagure e l’accompagnano nella sua cattività; Babilonia ode, in riva ai suoi fiumi, la Voce dei santi che essa ignora; e Ciro, suo vincitore, le parla di Dio che ha fatto il cielo e la terra e che a lui comandò di rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Ed il tempio rinasce; ascolta i gemiti e gli ardori degli ultimi profeti; e, dopo un certo intervallo di anni, dopo esser stato contaminato dalle nazioni e purificato dai Maccabei, vede venire il Figlio di Dio nelle braccia d’una Vergine; e dai suoi portici al santuario, dal santuario al Santo de’ Santi, si ripete la parola suprema del vecchio Simeone: - Ora, o Signore, lascia che se ne vada in pace il tuo servo, secondo la tua parola, perché gli occhi miei hanno veduto la tua salute, la salute che hai preparata al cospetto di tutti i popoli, per esser la luce illuminatrice delle genti e la gloria del tuo popolo d’Israele. - Gesù Cristo è venuto. Il Vangelo succede alla legge e ai profeti; e la verità, compiendo la figura, risplende nel passato che essa spiega dopo di averne ricevuta la testimonianza. Tutti i tempi si incontrano nel Cristo e la storia prende sotto i suoi passi l’eterna sua unità. Egli è tutto, ogni cosa si riferisce a Lui, ogni cosa da Lui procede. Egli ha creato tutto e tutto giudicherà». Ecco la Bibbia. Chi non la legge da questo punto di vista, mirando sempre all’idea principe, che unifica ogni sua parte in un tutto organico e perfetto, crede di capire, ma in realtà non capisce nulla.

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. I Protestanti e la Bibbia. Una tale esortazione - per il motivo semplicissimo che oggi i principi fondamentali della religione sono quasi completamente ignorati - non mancherà di stupire qualcuno, «Ma come? - si dirà. - Non è forse la Chiesa cattolica nemica della lettura della Bibbia? Non è forse ai Protestanti che dobbiamo una vera pioggia di Bibbie, diffuse a profusione in ogni canto del mondo ed oggi, soprattutto, nella nostra Italia?». Non esito a rispondere - a costo anche di aumentare fino all’eccesso lo stupore degli obbiettanti - che il vero nemico della Bibbia è il Protestantesimo, non la Chiesa cattolica; poiché, se non ci fermiamo alle apparenze, è facile constatare questi fatti: a) Il Protestantesimo spesso traduce a suo modo la Sacra Scrittura, introducendo nella sua versione errori ed eresie. È chiaro, quindi, che la Chiesa proibisca la lettura di tali Bibbie: poiché è necessario bere l’acqua, ma è anche necessaria la proibizione di ingoiare acqua avvelenata; b) Il Protestantesimo s’illude di favorire la conoscenza della Bibbia, distribuendo a larga copia le sue edizioni di essa. Un tal metodo assomiglia al tentativo di far amare e leggere Dante, distribuendo gratuitamente la Divina Commedia. Un libro - anche il libro dei libri - è una cosa morta, se non è vivificato dall’interpretazione. Per un analfabeta, un volume è carta utile per avvolgere la roba in pacchi; per un uomo di poca cultura, lo stesso volume può essere inintelligibile e, quel che è peggio, può occasionare interpretazioni false. Orbene, nella Scrittura, come avverte l’apostolo san Pietro, «vi sono cose difficili a capirsi» e la Chiesa cattolica vuole che le edizioni della Bibbia in lingua volgare, non solo portino una bella traduzione fedele, ma siano anche munite di indispensabili note esplicative. Questa, che pare a prima vista una restrizione, è una difesa della Bibbia, suggerita dal rispetto che dobbiamo alla parola di Dio. Ai Protestanti, invece, bisognerebbe rivolgere l’invito di riflettere sulle espressioni di san Gerolamo: «I contadini, i muratori, i fabbri, gli intagliatori di metalli o di legno, perfino i lanaiuoli e gli scardassieri, e tutti quanti lavorano a diversi materiali e fabbricano cose da nulla, tutti non divengono tali senza un maestro che li istruisca. I medici attendono a ciò che riguarda la medicina; i fabbri trattano le cose proprie dei fabbri. Solo l’arte scritturistica è quella che tutti facilmente si arrogano... Credono di conoscerla la femmina loquace, il vecchio scemo, il sofista chiacchierone e gli altri tutti; e così la strapazzano e pretendono di insegnarla agli altri, prima di averla imparata essi stessi». c) I Protestanti sono i nemici principali della Bibbia, perché essi la consegnano ai singoli individui e lasciano ad ognuno la libertà di interpretazione. I risultati sono ben noti: ogni setta protestante, anzi spesso ogni persona, dà una sua interpretazione, in contraddizione con le altre. Lutero interpretò la Bibbia in modo diverso da Calvino. Gli Anabattisti, sicuri di essere inspirati direttamente da Dio nella lettura dei Libri Santi, attribuirono i sensi più strani al testo sacro. Ed alcuni, leggendo nella Bibbia che son «beati quelli che piangono», piangevano sempre tutto il giorno; altri, in ossequio all’elogio biblico della letizia, ridevano continuamente; per altri, l’ammonimento di Cristo: «Divenite simili ai piccoli», era un comando ad agire come fanciulli, a giocare alla palla, a correre, a saltare, a farsi lavare la faccia; né mancavano coloro che, all’invito della Scrittura: «predicate sui tetti», invece di professare apertamente la fede, andavano sui tetti e di là predicavano a gran voce ai passanti. I teologi protestanti, poi, a poco a poco hanno assassinato la Bibbia; molti di loro, oggi, non credono neppur più alla divinità di Gesù Cristo, né ai miracoli; il razionalismo ha fatto strage fra essi; ed a chi li rimprovera per i loro errori, replicano prontamente: «Scusate! Lutero non ci ha insegnato il libero esame della Bibbia? Io leggo e liberamente interpreto. Perché dovrei attenermi all’interpretazione di Lutero? Allora non vi sarebbe altro che da ritornare nelle braccia della Chiesa Cattolica». È inutile: bisogna convincersi, che appunto perché la Bibbia non è la parola dell’uomo, ma quella di Dio, non deve essere avulsa da tutta la vita divina, che pulsa nella Chiesa di Cristo. I Protestanti, che asseriscono di amare la Bibbia mentre la tagliano dalla tradizione e dalla Chiesa, unica depositaria ed interprete autorizzata da Gesù, son simili a chi affermasse di amare la mia testa e me la spiccasse dal busto. Un simile taglio porta la morte e noi non ci commuoviamo, se nella chiesa del castello di Wittemberga, dove il 31 ottobre 1517 Lutero affisse le sue famose tesi e dove oggi dorme nel suo sepolcro, sull’altare - al posto del tabernacolo - è stata messa una Bibbia. Ah, no: il sacro Libro dev’essere posto in una connessione organica con la Chiesa vivente, con la Tradizione perenne, con la storia; chi lo separa da tutto questo, lo rovina.

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. La lettura della Bibbia. La Bibbia - proclama san Gregorio Papa - è la lettera che Dio invia alla sua creatura. Bisogna, dunque, leggere questa lettera divina (su SVRSVM CORDA stiamo ripubblicando, a puntate, anche BIBBIA E NON BIBBIA dell’abate Ricciotti, proprio sulla corretta lettura della Bibbia, NdR), nella quale - al dir di sant’Ambrogio - noi rinveniamo le nostre vittorie e le nostre allegrezze. Cosa strana! Si divorano con avidità le opere antiche; si gettano avidi sguardi su tutti i grandi monumenti della letteratura e della storia; basta la notizia della scoperta di alcune Deche di Tito Livio per mettere a rumore, non solo il mondo dei dotti, ma persino i giornali quotidiani; il delirio di gioia del Quattrocento, quando gli Umanisti disseppellivano dalle Biblioteche i codici polverosi e gli scritti dell’antichità pagana, ha ancora una eco potente nei cuori di tutte le persone mediocremente colte; un filosofo arrossirebbe se non conoscesse le opere di Platone, di Aristotele, di Cartesio, di Kant e di Hegel; un letterato avrebbe vergogna di sé, se non avesse meditato Omero, Virgilio, Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso e Manzoni; e viceversa, i cristiani non si danno nessuna cura di leggere la Bibbia, di scorrere anche una sol volta la lettera di Dio all’umanità, di prendere visione della parola scritta che, insieme alla tradizione orale, costituisce la fonte purissima della rivelazione divina. Al «libro» per eccellenza, noi moderni abbiamo sostituito gli opuscoli nostri ed i nostri manualetti. I piccoli uomini dell’oggi [...] vogliono i piccoli libri, a differenza dei grandi Padri della Chiesa e dei primi fervorosi seguaci del Cristianesimo nascente, i quali amavano la Sacra Scrittura. La lettura ed il commento della Bibbia formavano parte della Messa dei catecumeni; ed i brani delle Lezioni, delle Epistole e dei Vangeli, che ancor oggi si leggono nel Sacrificio Eucaristico, sono un residuo dell’uso antico. La Bibbia era allora così venerata e meditata, che i persecutori prendevano occasione da essa per le loro battaglie contro i cristiani. Nel 303 Diocleziano emanava un editto per imporre ai fedeli di Cristo di consegnare i Libri sacri; e lo stesso Eusebio di Cesarea ci racconta come «una ingente moltitudine di martiri» subì tormenti gravissimi e la morte per la Scrittura. Sant’Irene venne bruciata viva per non aver voluto obbedire all’ordine del tiranno; e molti credenti portavano sul petto il santo Vangelo. Splendida è la scena, che troviamo negli Atti dei martiri, a proposito di sant’Euplio. Tradotto dinnanzi al giudice Calvisiano, per essere stato scoperto coi Vangeli, alla domanda del giudice, rispose: «Sì, mi hanno trovato con essi». E Calvisiano: «Leggili». Euplio, aprendo il libro, disse: «Beati quelli che sono perseguitati...». Dopo il lungo interrogatorio, fu appeso al suo collo il Vangelo, che aveva quando fu arrestato... Ed egli, dopo di aver reso grazie al Signore, piegò la testa, che gli venne mozzata dal carnefice. Tutti i Padri - come ci attestano le loro opere rimaste - non facevano altro che commentare la Scrittura. La loro predicazione era basata su questa, poiché non volevano che echeggiasse la loro parola, bensì la parola di Dio. San Giovanni Crisostomo non lasciava passare settimana senza rileggere le lettere di San Paolo: e basterebbe - per tacere d’altro - il nome di san Gerolamo, per ricordarci cosa significasse la Bibbia per lui. Là, sull’Aventino dapprima, sul colle avvolto come da un mistico ammanto di bellezza e di storiche memorie, il casto cenacolo, composto da Marcella, da Asella, da Paola, da Blesilla, da Paolina, da Eustochio, da Leta, da Fabiola, da altre nobili matrone e da altre vergini, Gerolamo illuminava le pie e dotte discepole sulle questioni più ardue del Vecchio e del Nuovo Testamento. Una biblioteca apposita serviva a quelle anime, ardenti di amore per la divina Scrittura; il latino, il greco, l’ebraico risuonavano sulle loro labbra; e ad imitazione delle altre sorelle in Cristo, Blesilla, durante la lunga infermità che doveva trascinarla al sepolcro, non depose mai né i Profeti, né il Vangelo. Da quella scuola, dove fioriva la coltura ed un sistema di pedagogia biblica, Gerolamo passò a Betlemme; ed a tutti è noto come nella solitudine betlemitica e fra i monasteri moltiplicantisi sulla terra di Gesù, egli ordinasse la sua opera di traduttore e di cultore dei Libri sacri. «Oh torni adunque - deve esclamare ogni cristiano con le parole del Card. Maffi - torni la Santa Scrittura ad essere il mio libro, e dalle mani non cada giammai! Mi conforti Giobbe col suo esempio, mi scuotano i Profeti con la loro parola, mi agiti san Paolo col suo zelo, mi commuova Israele con la sua storia di dolori e di benedizioni, mi alletti san Giovanni con le sue speranze, mi sostengano i Maccabei con la loro intrepidezza, mi inspiri Davide il gemito della preghiera, e soprattutto mi attragga Gesù Cristo esemplare nel Vangelo. Nulla deve impedirci di far nostra ogni giorno una pagina - sia pure una sola - della sacra lettera, che il Signore si è degnato mandarci».

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. La Bibbia, introduzione ed ispirazione. C’è un libro, che serve a rivelarci la presenza di Gesù Cristo nella storia; un libro ispirato da Dio, che persino «allo spirito scettico ed acuto di Enrico Heine - come nota Giovanni Rosadi - parve il libro più degno di lettura: un libro grande e vasto come il mondo, con le radici negli abissi della creazione, con la chioma negli azzurri segreti del cielo: aurora e tramonto, promessa e adempimento, nascita e morte, tutto intero il dramma dell’umanità è in questo libro, che è il libro dei libri»: la Bibbia. Non è qui il luogo di accennare a tutta la enorme e vastissima letteratura, sorta a spiegazione, a commento, a discussione della Sacra Scrittura. Ricordiamo soltanto che la Bibbia nelle sue due parti - del Vecchio e del Nuovo Testamento - ha Dio per autore, essendo stata scritta sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. 1. L’ispirazione. L’ispirazione consiste in ciò, che gli scrittori umani - detti agiografi - hanno bensì concorso nello scrivere i diversi libri (tanto che, per esempio, si parla del Pentateuco di Mosè, delle profezie di Isaia, dei Salmi di Davide e del Vangelo di San Giovanni), ma vi hanno cooperato solo come strumenti in mano di Dio. Atenagora li paragona alla cetra, che diffonde le sue armonie, sotto la mano dell’artista; Clemente Romano li assomiglia all’ambasciatore, che parla a nome del suo re; san Girolamo li mette a pari della penna che scrive, mossa dall’autore. Dio è la causa principale dei Libri Sacri; gli agiografi sono la causa secondaria. Essi sono «mossi ed agitati» da Dio, per dirla con l’apostolo san Pietro. E tale azione divina in loro - come illustra con chiarezza Mons. Giuseppe Nogara nelle sue Nozioni bibliche, dove riassume egregiamente tutto quanto fu detto su questo argomento - importa tre cose: a) Innanzi tutto, un influsso di Dio sull’intelletto dell’agiografo, perché concepisca rettamente la verità da insegnare; b) un influsso sulla sua volontà, perché voglia scrivere fedelmente; c) un’assistenza speciale, perché adattamente esprima con infallibile verità ciò che Dio vuole. Gesù invitava i Giudei a scrutare le Scritture; ad esse si appellava come a testimonio di Dio in suo favore; asseriva che «la Scrittura non può annullarsi», ma che doveva adempirsi quanto di Lui «sta scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Finché non perisca cielo e terra, «non cadrà un iota o un apice» della Scrittura. San Paolo scriveva a Timoteo che «tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per confutare gli errori, per correggere i costumi, per istruire nella santità»; e san Pietro raccomandava di prestare ad essa «attenzione, come a lampada che risplenda in luogo tenebroso, fino a che spunti il giorno, e la stella del mattino nasca nei nostri cuori», poiché «quegli uomini santi di Dio hanno parlato ispirati dallo Spirito Santo». Purtroppo molti non usano di questa lampada e la pongono sotto il moggio; altri ne abusano leggermente e se ne servono male. Il dovere di leggere la Bibbia e il modo di leggerla son due punti, che meritano di essere illustrati. Tutti noi dobbiamo ricorrere alla fiaccola illuminatrice, accesa dalla bontà divina e tramandata nei secoli da una all’altra generazione, perché conforti ed indichi la via della salvezza. ... (prosegue la prossima settimana).

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Conseguenze pratiche. La conclusione di questa rapida visione storica si impone ormai da sé. 1. Innanzi tutto, dobbiamo riformare la nostra cultura e renderla veramente cristiana. Scuole e libri, oratori e scrittori sono oggi congiurati contro Cristo e pretendono di cancellarne il nome dalla storia. E noi studiamo il latino (ossia la civiltà romana), od il greco (ossia la civiltà greca), l’economia politica e sociale, la letteratura dei vari popoli, l’evoluzione del diritto e così via, non preoccupandoci neppure delle relazioni di tutti questi rami del sapere con l’idea cristiana. Se Cristo è il centro della storia, non dobbiamo tollerare più un simile metodo; ma, a somiglianza di Contardo Ferrini che su un suo Orazio, scriveva in margine la soave invocazione: «Gesù, Signore!», dobbiamo esaminare, ripensare ed insegnare ogni cosa in funzione del Cristianesimo nostro. Il materiale è identico per noi e per gli avversari; ma la differenza è enorme; questi leggono il libro della storia, soffermandosi alla superficie dei fatti ed alterandone il senso; noi in ogni pagina del grande volume cogliamo il palpito di un Cuore divino, in cui s’accentrano i diversi fili del sapere ed in cui «sono nascosti tutti i tesori della scienza e della sapienza». Il Catechismo - in altre parole - esige e reclama oggi una vera rivoluzione colturale. 2. Un’altra conseguenza riguarda la nostra vita, il modo, cioè, non solo di valutare gli avvenimenti della storia passata e presente, ma anche di creare la storia del prossimo avvenire. Se siamo cristiani, dobbiamo lavorare per il trionfo di Cristo. Anche l’empio - ripeto - suo malgrado vi coopera. Ma noi, figli Suoi, dobbiamo con consapevolezza, con slancio e con amore portare il nostro contributo. Se Cristoforo Colombo, appena scoperto il sognato continente, scese dalla sua navicella e sulla terra nuova piantò la Croce, noi sulla terra della storia di domani vogliamo che il segno della Redenzione s’elevi e s’imponga. E come S. Bernardino su ogni casa della sua Siena imprimeva il nome di Gesù, noi dobbiamo agire perché domani questo nome sia scritto a caratteri d’oro sulla piccola casa di ogni cuore, su ogni istituzione civile o sociale, su ogni iniziativa pubblica o privata, su ogni pagina dell’avvenire. Cristo dev’essere, non già un Re rinchiuso nei tabernacoli, ma un Re che trionfa dovunque, fra gli osanna dei popoli ed il canto dei cuori.

Riepilogo. La storia, nonostante gli errori e le colpe degli individui e dei popoli, è razionale, perché la Provvidenza divina cava il bene dal male. Essendo stato l’uomo elevato allo stato soprannaturale, è evidente che occorre la soprannatura per spiegare la storia: il centro, il dominatore, lo scopo ultimo della storia è Gesù Cristo. 1. Lo dimostra, innanzi tutto, la storia del popolo ebreo, perché tutte le vicende e tutta la vita di quel popolo sono rivolte all’Aspettato dalle genti. 2. Anche le antiche civiltà debbono essere riguardate in funzione del Cristianesimo, sia perché hanno svolto la natura, preparando ciò che sarebbe stato sublimato e divinizzato da Cristo, sia perché esse furono sintetizzate in Roma, che doveva essere la sede centrale della Chiesa. 3. Dopo la venuta di Cristo, la figura Sua domina la storia e, attraverso lotte e persecuzioni, si impone e vince. Bisogna, quindi, riformare la nostra cultura, in modo che il [vero, ndR] pensiero cristiano la ispiri. Bisogna altresì dedicare la nostra vita ad affrettare il trionfo completo di Cristo. Egli dev’essere il centro del nostro pensiero e della nostra attività.

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. La storia dopo la venuta di Cristo. Dopo la venuta, la figura di Gesù brilla dominatrice in un modo manifesto. Invano la persecuzione vuole seppellirlo nelle catacombe: Gesù, dopo tre secoli di lente e graduali conquiste, risorge, come aveva dopo tre giorni rovesciato la pietra sepolcrale a Gerusalemme. Invano il torrente devastatore degli Unni, dei Goti, dei Vandali, dei Longobardi e dei vari barbari, scende minaccioso, quasi a sradicare ed a distruggere la pianticella ancora giovane della Chiesa: Cristo li affronta, talvolta nella persona del suo Pontefice li respinge (come, ad esempio, fece Leone I con Attila), sempre li soggioga, li modifica, e con San Remigio dice a Clodoveo: «Incende quod adorasti, adora quod incendisti. - Incendia ciò che hai adorato; adora ciò che hai incendiato». Agostino ed i quaranta monaci, inviati da Gregorio Magno in Inghilterra, sono il Cristo che va, evangelizza e trionfa. E attraverso lunghi secoli di evoluzione, di lotte, di contrasti, la gloria di Cristo rifulge, come il vero dominatore della storia ed il Maestro della vita. Il Sacro Romano Impero è un atto di omaggio e di sudditanza a Lui; le Corporazioni medievali d’arti e mestieri, dopo le catene degli schiavi spezzate e dopo i servi della gleba liberati, ricordano il benefico influsso dell’idea cristiana nel campo stesso dell’economia; i liberi Comuni inneggiano a Gesù; ed alla voce di Roma papale rispondono il saluto di Parigi e delle Università del Medio Evo, le Somme di Tommaso d’Aquino e l’Itinerarium di S. Bonaventura, le belle cattedrali sorgenti e slanciantisi al cielo, quasi anelito verso di Lui. A Firenze nasce Dante e crea la sua Divina Commedia, dove in onore di Cristo fonde scienza e teologia, Omero e Virgilio col Vangelo, il passato ed il presente, le grandi idee ed i grandi uomini. Mai come in quel secolo, che Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman hanno inaugurato, si capisce che il centro della storia è Gesù Cristo. È vero; successero secoli in cui si tentò in ogni modo di detronizzare Cristo per sostituire qualche idolo al suo posto. Dall’Umanesimo e dal Rinascimento sino alla Rivoluzione Francese e dalla ‘Dea Ragione’ alla filosofia contemporanea; da Machiavelli alla politica laica dei giorni nostri; dal liberalismo economico al socialismo ed all’anarchia; da Boccaccio ad Anatole France, è un susseguirsi di ribellioni in ogni campo, artistico, letterario, civile, economico, sociale, scientifico, filosofico, pedagogico e via dicendo. Sembra che l’opera di tutta la storia moderna sia un rinnegamento di Cristo ed una preparazione d’una nuova civiltà anticristiana. Ma anche qui avviene ciò che si verificò nell’antichità: l’uomo, che divinizza se stesso ed erige ad Assoluto il suo piccolo io, da un lato cade nel baratro di disastri individuali e sociali, che gli indicano il suo errore; dal- l’altro, svolge, elabora, perfeziona la natura, preparando cosi il materiale che dovrà essere, poi, purificato ed elevato dal bacio di Cristo. La stessa ribellione a Gesù getta le fondamenta delle Sue future vittorie; ed oggi, nella vita e nel pensiero, è tutto un fremito nuovo, un nuovo orientamento. Noi sentiamo che è giunta l’ora d’una nuova sintesi, in cui il risultato storico di verità, di bellezza, di bontà dell’epoca moderna deve essere inquadrato nella visione e nella vita cristiana rifiorente nel sorriso d’un’altra primavera. In ogni parte del mondo, dalla Francia all’Olanda, dalla Germania all’Inghilterra, dall’Italia alla Danimarca, una folla di illustri convertiti - per dirla con Giovanni Papini - sono fieri di riconoscersi, anche oggi, dopo quattrocento anni di usurpazioni, sudditi e soldati di Cristo Re. Un’atmosfera di soprannaturale comincia a sostituire dovunque i gas asfissianti d’ieri. Eserciti di anime generose si stringono intorno al Pontefice ed ai vessilli dell’Azione cattolica per affrettare il regno sociale di Cristo. Ed a Milano, con questo programma, s’apre e si svolge una Università che, quasi a proclamazione di Cristo, Re della storia, ha assunto il nome dal Sacro Cuore. [Purtroppo i puri e lodevoli proponimenti di mons. Olgiati, dopo poco più di vent’anni, con l’aggressione diabolica del modernismo, non avranno seguito, ndR].

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Gesù Cristo e gli antichi popoli. Tutto questo è evidente e sarà ammesso da tutti. Ma - si obbietterà - dov’è Gesù Cristo nella storia degli altri popoli? Si trova forse Egli fra le superstizioni dell’idolatria, fra le oscenità dei costumi pervertiti, fra gli orrori della schiavitù, fra il sorgere ed il decadere degli antichi imperi? Senza nessun dubbio, risponde il Fornari. Tutti i popoli delle età antiche sono stati gli operai della civiltà. Attraverso errori ed orrori, essi hanno lavorato intorno allo stesso edificio e ciascuno continuò il lavoro dell’altro. Perivano i popoli, ma l’opera loro restava e preparava l’avvenire. Babilonia e Ninive; l’Egitto e la Cina; l’India e la Persia rappresentano giornate laboriose e feconde della civiltà. La Grecia, poi, segna uno dei progressi più grandi; il gruppo dei suoi filosofi, specialmente con Socrate, Platone ed Aristotele, - la schiera dei suoi storici, quali Erodoto, Tucidide, Senofonte, - la gloria dei suoi artisti e la bellezza del suo Partenone, - la moltitudine dei suoi poeti, da Omero e da Pindaro a Sofocle, Aristofane ed Eschilo, affermano nei secoli il primato del pensiero. E Roma, la dominatrice del mondo e l’affermatrice possente del primato dell’azione, tutto sintetizza. Dall’apologo di Menenio Agrippa alla scrittura delle Dodici Tavole, dalle leggi licinie all’estensione del giure romano a tutta Italia, dalle sue origini al suo sviluppo grandioso ed al trionfo delle sue aquile e dei suoi Cesari che potevano dire di dominare il mondo, Roma presenta questo carattere organico ed unitario. Orazio che nel Carmen saeculare si rivolgeva al sole e si augurava che esso nulla potesse vedere di più grande della sua Roma; e Virgilio che esclamava con immortale fierezza: «Tu regere imperio populos, Romane, memento - ricordati, o Romano, che tu sei nato per comandare alle genti», non fanno altro che esprimere in forma poetica la missione di Roma, dove tutte le civiltà storiche sboccano insieme, potenziandosi in una sintesi superiore. Fu allora che Giulio Cesare riformò il calendario, quasi gli anni si dovessero contare daccapo; Augusto ordinò il censo dell’impero, come si fa dei beni d’un morto la cui eredità deve passare ad altri; e frattanto, a Betlemme di Giuda, nasceva Gesù. Passeranno pochi anni e Roma sarà la città «onde Cristo è Romano», sarà la sede del Vicario di Cristo ed il centro della religione nuova. Le aquile saranno sostituite da una Croce e la forza dall’amore; una nuova sintesi sarà operata secondo il programma di San Paolo: «Esaminate tutto; ciò che v’è di bene, tenetelo»; il naturale sarà non distrutto, ma elevato dal soprannaturale; tutto ciò che le antiche civiltà avevano prodotto, servirà come pietra per la basilica novella, dedicata a Cristo. Cos’hanno prodotto gli antichi popoli? Essi ci hanno dato le arti, le industrie, gli agi, il linguaggio letterario, l’arte, la bellezza, la filosofia, la letteratura, la poesia, il diritto. Hanno ‘sviluppato’ la natura. Purtroppo l’hanno anche deformata. Erigendo questi beni finiti a beni infiniti, considerando come eterno ciò che è caduco, non solo sono precipitati nell’idolatria (che altro non è se non una falsa divinizzazione di ciò che è umano), ma anche negli eccessi dell’immoralità. Gli stessi eccessi, però, erano un grido implicito a Cristo, che avrebbe sollevato l’umanità caduta tanto in basso; la stessa idolatria era un’espressione di un disperato desiderio del divino; lo stesso svolgersi dei valori umani era la preparazione di ciò che poi sarebbe stato sublimato e divinizzato dall’Uomo-Dio, che come in sé univa le due nature - l’umana e la divina nell’unità di persona, - così doveva unire la civiltà e la religione, l’uomo e Dio, il naturale e il soprannaturale. Il vero significato, perciò, delle antiche civiltà non può essere colto se non da chi le considera in funzione del Cristianesimo, come le prime pagine d’un poema non sono comprese nella completezza del loro senso, se non da chi le rilegge e le pone in connessione con le ultime pagine del poema stesso. L’uomo agiva e non sapeva di esser condotto da Dio; i pensatori dell’Ellade disputavano e non avevano coscienza di lavorare le pietre per la futura basilica del pensiero cristiano; le aquile romane procedevano di trionfo in trionfo e la Grecia sottomessa permeava con la sua coltura il vincitore: «Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio», e quella sintesi gloriosa che ne risultava non era illuminata dalla consapevolezza del suo valore e della sua destinazione finale. Ma mentre i carri dei trionfatori ascendevano verso il Campidoglio, fra imprecazioni di vinti e urla di folle, il Cristo si avanzava nella storia. Delle umiliazioni degli uni e dell’orgoglio degli altri Egli si serviva, per preparare le Sue vie, - vie di pace, di giustizia , di amore. E nella pienezza dei tempi - pienezza fissata da Dio - entrò nella storia, come centro del passato e dell’avvenire e come novella vita dell’umanità.

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Gesù Cristo ed il popolo ebreo. Entriamo, dunque, per un brevissimo istante nella grande biblioteca della storia, in questa immensa biblioteca, così ricca di volumi. Ogni popolo, ogni età ne ha scritto uno, con le sue gesta, con le sue lacrime, spesso col suo sangue. I volumi si aggiungono ai volumi e così sarà fino alla fine del mondo. La parte della biblioteca, che non può suscitare dubbi di sorta a proposito della nostra tesi, riguarda un popolo singolare, una nazione privilegiata, assistita in un modo soprannaturale da Dio: il popolo ebreo. Cristo è il centro della storia di questo popolo. Ogni fatto, ogni avvenimento di esso, tutta quanta la sua vita non mira ad altro che all’Aspettato dalle genti, al Messia. L’età dei patriarchi; l’età del miracolo da Mosè a Samuele; l’età della profezia da Samuele a Geremia; l’età della preghiera da Geremia alla venuta del Redentore, non sono che una preparazione di Gesù Cristo. La storia profana, civile, esteriore del popolo ebreo - come luminosamente ha mostrato il Fornari - consuona e serve di involucro e di sostegno al progresso della storia sacra, religiosa, interiore; attraverso la formazione d’Israele in popolo per opera di Mosè, e poi in nazione per opera di Giosuè e finalmente in Stato con la fondazione del regno preparato dai Giudici e rinnovato dopo l’esilio di Babilonia per opera di Esdra e di Neemia, noi sentiamo avanzarsi il Cristo. Egli «così venne al mondo, come arriva a noi una persona di cui abbiamo già udito il suono dei passi. Il suono della venuta fu prima debole, come suole, e di lontano, poi forte e vicino; ma incominciato in fin dal principio, e poi continuato senza intermissione e in ultimo così chiaro, che allora tutte le cose parvero voci di annunzio». Come ogni popolo, anche il popolo eletto ebbe la sua letteratura. È la parte della Bibbia, che si chiama Antico Testamento e che forma l’ammirazione anche dell’incredulo. Tutte quelle pagine ispirate, sia che raccontino eventi storici, sia che cantino inni e speranze, sia che ammaestrino, non sono che una prefazione del Vangelo, per esprimerci col Lacordaire e riescono incomprensibili, se si prescinde da Gesù Cristo, promesso, profetizzato, atteso, invocato. Invano i Faraoni tentano di abbrutire gli Ebrei nell’immane lavoro di quei monumenti di morti, che sono le Piramidi; essi sono destinati da Dio ad innalzare in mezzo all’umanità il tempio della vita. Le vicende più svariate e più dolorose, dall’esilio di Babilonia alla perdita della libertà di fronte alle aquile romane, non distruggono questo popolo, che vive, animato da un’unica forza interiore, sostenuto dalla certezza di essere l’eletto da Dio per preparare la venuta del Desiderato delle genti. L’idea messianica - scrive ancora Lacordaire - circolava nelle sue vene come il suo sangue più puro, e senza di essa è impossibile spiegare la sua fede, i suoi destini. Anche gli Ebrei di oggi, che attendono il Messia, quasi non fosse venuto, attestano con l’eloquenza d’un fatto strano come fosse radicata l’aspettazione del Giusto in quella nazione. Io non mi dilungo su questo punto. Tutta la storia sacra è una prova di quanto asserisco. Dai campi della Caldea con le promesse divine ad Abramo, al giuramento di Dio ad Isacco, a Giacobbe, a Giuda; dai canti nazionali e religiosi di Davide alle descrizioni dettagliate del futuro Messia fatte da Isaia; dalle sponde dell’Eufrate, dall’esilio di Babilonia con la profezia di Daniele, all’annuncio di Aggeo, possiamo dire che Gesù Cristo è stato l’anima del popolo giudeo. Chi volesse ignorarlo o sopprimerlo nella storia di quel popolo, imiterebbe colui che volesse intendere un libro, togliendo il pensiero che lo ispira.

Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. Cristo nella storia. La concezione cristiana della storia. Tracciando ad un giovane a lui caro le grandi linee della vita cristiana, Lacordaire scriveva: «Non avete voi mai notato, nel corso dei vostri studi classici, l’incomprensibile e divina magia della storia? Com’è che la Grecia è per noi una patria che non muore mai? Com’è che Roma, coi suoi tribuni e con le sue guerre, consegue ancora con la sua invincibile immagine e domina con le sue grandezze estinte una posterità che non è la sua? Perché questi nomi di Milziade e di Temistocle, perché questi campi di Maratona e queste acque di Salamina, invece d’esser tombe cadute nell’oblio, son cose dell’età nostra, son corone intrecciate ieri, sono applausi che risuonano ancora ai nostri orecchi, e ancor s’appigliano alle nostre viscere per commuoverle? Checché mi faccia, io non posso involarmi al poter loro; io sono Ateniese, Romano; io dimoro accanto al Partenone ed ascolto in silenzio - a’ piedi della Rupe Tarpea - Cicerone che mi parla e mi commuove. La storia è quella che fa tutto questo». Ogni uomo colto plaude a Lacordaire. È soltanto il bruto, che non ha una storia. Noi sentiamo di avere dietro le nostre spalle i millenni del passato, che ci sospingono innanzi; ed abbiamo coscienza di preparare, coi nostri liberi sforzi, un avvenire che succederà all’epoca nostra. L’eco delle memorie si ripercuote nella coscienza umana; e l’individuo, il piccolo e minuscolo essere, sa di essere una nota nel grande canto dell’umanità. È davvero un canto la storia dell’umanità? Ha essa un senso, un valore, un pregio? I pessimisti alla Schopenhauer rispondono di no e son venuti alla conclusione che la storia è l’immenso manicomio, agitato e sconvolto, di quei poveri pazzi, che si chiamano gli uomini. Stranezze e ridicolaggini, odii e amori, baci e pugni, tentativi di costruzioni e guerre e massacri e stermini, col loro pazzesco succedersi, costituiscono la storia. Per questo hanno negato Dio. Iddio, se esistesse, non sarebbe che il creatore ed il direttore d’un manicomio. Chi ammette Dio, si ribella a simile giudizio superficiale degli eventi storici, che si ferma al disordine apparente e non sa ascendere al suo significato. Dinanzi ad un campo di battaglia, dove la lotta si svolge feroce, se noi ci arrestassimo ai singoli episodi ed ai dettagli minuti, presi isolatamente, concluderemmo che assistiamo a scene prive di ogni razionalità. Ma se dalle minime particolarità risaliamo all’unità del piano, che il generale sta attuando, allora il preteso manicomio diventa l’attuazione di un pensiero unico e ci appare nel suo valore profondo. Così avviene nello studio della storia. Noi non possiamo rinchiuderci nell’istante che passa o nel nostro piccolo io, ma sentiamo il dovere di abbracciare le vicende dei secoli scorsi, il momento presente e gli orizzonti del futuro. Ricercando in qual modo il cristiano deve concepire la storia, faremo una constatazione: dovunque ci volgiamo, dovunque il nostro sguardo si posa, balza avanti a noi, in una vivida luce - solo offuscata talvolta dalle nubi dei pregiudizi o dalla nostra cecità - la figura di Gesù Cristo. A questa luce impareremo a comprendere gli avvenimenti ed in Cristo - per dirla con Francesco Acri - vedremo sciolti gli enigmi non solo della natura e del pensiero, ma anche della storia. 1. - La concezione cristiana della storia. Cos’è la storia? Ognuno di noi esplica liberamente a questo mondo la sua attività individuale. Ogni individuo è come una pianta, su cui crescono le foglie, i fiori ed i frutti delle sue azioni; o, meglio, è simile ad una piccola sorgente, dalla quale scaturisce un rivolo d’acqua. Il complesso di tutti questi rivoli, l’insieme di queste onde individuali forma il grande oceano della storia, accresciuto ad ogni istante da altre acque che in esso si versano incessantemente. Quando un’azione è compiuta, quando l’onda si è organicamente connessa con tutte le altre, l’effetto che ne segue non dipende più da noi, ma è la risultante fra il nuovo atto e la storia precedente. Orbene: se noi crediamo a Dio, se riteniamo che Dio sia Colui che ha creato ogni essere, che governa e che provvede a tutto, non possiamo evitare di sottoscrivere queste conclusioni: a) La storia non si sviluppa cervelloticamente e irrazionalmente. L’uomo si agita, - come dice Fénelon - ma Dio lo conduce, pur rispettando l’umana libertà. La Provvidenza non solo assiste ogni individuo, ma molto più assiste la risultante di tutte le azioni individuali, che costituiscono appunto la storia. In altre parole, nella storia ci deve essere un ordine, un pensiero, un senso, anche attraverso il male, gli errori e le colpe degli individui e dei popoli. Dio si serve del male - ha spiegato S. Agostino - per cavare il bene. Perciò, quando noi contempliamo i supplizi ingiusti e la morte di Cristo, non diciamo: «la storia è irrazionale», perché del male, del dolore, dell’iniquità di Giuda e dei crocifissori, Iddio si serve per salvare il mondo. Quando osserviamo i primi passi delle varie civiltà, non ci limitiamo a segnarne i difetti, ma ricerchiamo il nesso fra quegli inizi e gli ulteriori sviluppi, o meglio, il nesso fra quelle aurore burrascose e la civiltà umana. b) Per spiegare l’ordine della storia e per esserne sicuri, non basta l’uomo: si richiede Dio. È verissimo, come notano gli idealisti dei nostri giorni, che la storia è opera degli uomini; ma anche la casa è opera dei muratori ed anche un libro consta di lettere. Togliete i mattoni ad una casa; la casa scompare. Tuttavia la casa è qualcosa di più e di diverso dei mattoni e dell’opera dei muratori, in quanto realizza un’idea, il disegno dell’architetto, alla cui attuazione hanno concorso e muratori e mattoni; ed il libro è qualcosa di più e di diverso dei caratteri tipografici e delle parole che lo compongono, in quanto esprime un pensiero, che è il principio vivificatore delle lettere materiali di cui consta. Così succede nella storia. Essa risulta dalle azioni umane, ma è qualcosa di più e di diverso di esse; è la realizzazione del piano provvidenziale di Dio, attraverso il libero concorso dei singoli lavoratori, ossia di tutti gli uomini. Guai se la storia fosse solo opera degli uomini! Cadremmo nel caos completo! Anzi: gli individui hanno così scarso merito per ciò che riguarda la storia, che nessuno di noi, quando compie un’azione, conosce tutto il valore che essa assumerà nel tessuto degli eventi storici. Chi può prevedere gli effetti di un atto qualsiasi? Il dito di Dio, soltanto, coordina i singoli ruscelli nel mare vasto, che ha una sua mirabile voce, da non confondersi con la voce dei piccoli mortali. c) Se la storia, adunque, ha un senso e se questo senso è ben chiaro dalle intenzioni che spingono i singoli ad operare, quale è il significato della storia? Qual è la sua idea ispiratrice, che la vivifica e che sintetizza tutti gli atti degli individui, delle generazioni, dei popoli, in un’unità grandiosa e solenne? È evidente che avendo Dio elevato l’uomo allo stato soprannaturale, l’attività umana, sboccando nel mare della storia, non può [fare, ndR] a meno di avere questa caratteristica. La natura non basta a spiegare la storia; occorre la soprannatura, che, come vedemmo, non distrugge l’attività naturale, ma la eleva e la divinizza. Il cristiano, che pretendesse interpretare le vicende storiche, prescindendo dal soprannaturale, rinnegherebbe la sua fede. Si noti bene, a scanso di equivoci, che - come ho dimostrato nel mio volumetto: Primi lineamenti di pedagogia cristiana - la nostra concezione cristiana della storia non è qualcosa di meno, ma di più, della storia intesa positivisticamente o idealisticamente. Quando noi studiamo la storia, cominciamo a stabilire i fatti, a ricercare ed a interpretare i documenti. Da tale molteplicità di notizie, noi risaliamo, poi, alla loro sintesi e la concateniamo con tutti gli avvenimenti che hanno preceduto e seguito il periodo studiato, perché sappiamo che il valore d’un fatto dipende non solo da ciò che il fatto è in se stesso, ma anche dalla connessione con tutti gli altri fatti. Ma noi non possiamo arrestarci al significato naturale del fatto; questo non è che un gradino necessario da salire, ma non è l’ultimo gradino della scala. Ogni e qualsiasi momento della storia ha un altro significato, quando lo consideriamo dal punto di vista del soprannaturale. d) Ed allora ecco la nostra tesi, che cercheremo di lumeggiare: il vero dominatore della storia e lo scopo ultimo di essa è Gesù Cristo. Da San Paolo a S. Agostino, da Bossuet a Vito Fornari, Cristo è salutato l’ordine e la verità di tutte le cose, ognuna delle quali coopera al Suo piano; Egli è la perfezione di tutte, è la legge suprema a cui aneliamo, è il tipo a cui le creature sono conformate, il segno a cui aspirano, l’intimo significato che contengono. Nell’umanità, osservata non tanto nell’esteriorità degli avvenimenti, quanto nella intimità delle aspirazioni e degli slanci, delle sue cadute e delle sue risurrezioni, nella sua cultura e nella sua vita, è presente Gesù Cristo, come principio, centro e fine della storia tutta quanta. Questa tesi è essenziale non solo per la visione e per lo studio storico, ma altresì per il nostro atteggiamento pratico. Se essa è vera, noi in ogni fatto della storia, anche là dove altri vede solo il disordine, scorgeremo alta e gloriosa la divina Persona del Maestro; ed ogni avvenimento scriverà sotto di essa la parola che leggiamo nelle catacombe di Napoli: Gesù Cristo è il vincitore.

È forse necessario, dopo la semplice esposizione, ribattere le difficoltà che abitualmente si muovono contro la dottrina del peccato originale? Non lo credo, perché esse son prive di significato.  Chi oppone: «per un pomo doveva essere così enormemente castigata tutta l’umanità?», non riflette che non si trattava d’un frutto, ma di ben altro! Anche nel Medio Evo, quando le città erano circondate di mura, un imperatore che poneva un assedio e vinceva, esigeva che si portassero a lui in segno di omaggio le chiavi della città espugnata; ma a nessuno frullava nel cervello l’obiezione: «Come? si è fatta una guerra per un mazzo di chiavi?... Andate dal fabbro e vi darà chiavi a volontà!...». No, nessuno oserebbe pronunciare simili scipitaggini. Le chiavi - e nel caso nostro il frutto proibito - significavano un atto di sudditanza, il cui valore non può esser confuso con un po’ di ferro o con la mela, tanto più che l’astenersi dal frutto di un solo albero, in mezzo alla ricchezza del paradiso terrestre, non doveva esser tanto difficile. La prova, quindi, a cui da Dio furono sottoposti i nostri progenitori, se era grave per il precetto, e per la materia del precetto - ossia per l’obbedienza, non era grave per le difficoltà nell’osservarlo; e per questo Adamo ed Eva non trovarono per il loro peccato una scusa che valesse. Ancora: a coloro che obbiettano non essere giusto che noi soffriamo per una colpa non nostra, dopo l’esposizione fatta non dev’essere arduo rispondere. Supponiamo - scrive S. Tommaso nel suo Compendium Theologiae - che un re conceda ad un suo vassallo un feudo per lui e per tutta la sua discendenza, ma alla condizione che il vassallo non gli rifiuti un atto di fedeltà. Se il vassallo obbedirà, possederà per sempre il feudo ricevuto e potrà tramandarlo alla sua posterità; ma se manca di fedeltà, il re toglie a lui ed alla sua posterità il feudo. Nessuno dei figli del vassallo ribelle potrà dire che il re fu ingiusto, anche, fra l’altro, per la ragione che nessuno di essi aveva il diritto di possedere il feudo. Così avvenne di Adamo e di noi. Non un feudo, ma i doni soprannaturali e praeternaturali erano stati concessi ai nostri progenitori, ad una condizione; questa venne da essi calpestata; e noi ne subiamo le conseguenze. Anche oggi, del resto, non subiscono i figli le conseguenze delle colpe o dei meriti del padre? L’umanità non è un ammasso di atomi, di individui staccati, ma un’unità organica, dove il bene di uno è il bene di tutti ed il male di uno si ripercuote su tutto l’organismo sociale. Se poi, finalmente, qualcuno insistesse e si stupisse o volesse irritarsi contro i progenitori nostri, per avere essi per un frutto rinunciato alla vita soprannaturale, sarebbe il caso di invitarlo a mettersi una mano alla coscienza ed a chiedersi: - ed io, non rinuncio, forse agli stessi beni d’un valore infinito per una bazzecola, per un’inezia? Quanti peccati mortali commessi per meno ancora d’una mela! Quante primogeniture vendute per un piatto di lenticchie! Quest’ultima riflessione ci porta ad aggiungere una breve parola sui nostri peccati personali, sulle colpe dei singoli discendenti di Adamo ed Eva. Il peccato. È noto che i peccati nostri possono essere mortali o veniali, secondo che sono trasgressioni gravi o leggere della legge morale; è pure noto che perché ci sia un peccato mortale occorre: a) una materia grave; b) una piena avvertenza; c) un perfetto consenso; finalmente, nessuno ignora che solo il peccato mortale ci toglie la grazia santificante, e si chiama appunto mortale, perché dà la morte all’anima nostra, privandola del principio della sua vita soprannaturale. Ma forse non è parimenti conosciuta la natura, e perciò, l’enormità dei nostri peccati personali, da ben distinguersi dal peccato originale, in quanto di quest’ultimo non abbiamo una personale responsabilità (tanto che se un bambino muore senza battesimo, pur essendo certo che egli non ottiene la visione di Dio, è certo anche che non cade nell’inferno - va al Limbo, ndR). Per capire cos’è il peccato, bisogna partire dal fatto che Dio, l’Essere perfettissimo, ha creato tutti gli esseri, e questi per la loro stessa natura hanno fra loro e con Dio dei rapporti, che costituiscono l’ordine. Il peccato non è se non la rottura di quest’ordine, voluto da Dio. Così, ad esempio, una bestemmia è peccato, perché l’ordine vuole che la creatura adori e lodi il Creatore; il bestemmiatore, al contrario, insulta il suo Dio. L’impurità e la disobbedienza sono peccati, perché colpiscono l’ordine; e così si ripeta di ogni colpa. Ogni colpa è essenzialmente disordine. 1. - La gravità del peccato. Un tale disordine, lo possiamo considerare da tre punti di vista: a) Dal punto di vista del soggetto, ossia dell’uomo, che rompe l’armonia; e qui abbiamo il grado di responsabilità della coscienza colpevole, e conseguentemente la pena intima del rimorso, proporzionata alla colpevolezza soggettiva del singolo. In questo senso è vero che il vizio porta con sé il suo castigo, come la virtù ha immanente a sé il suo premio. b) Dal punto di vista delle cose, ossia dell’ordine rovinato; e qui sorge il problema del male, la cui soluzione sta in ciò che Dio permette il male (che è sempre fondato in qualche bene, in quanto il puro male sarebbe il nulla), perché dal disordine da noi colpevolmente causato, Egli sa ritrarre il bene. Don Rodrigo è colpevole inducendo l’Innominato a rapire Lucia, come Nerone è colpevole perseguitando i cristiani; ma Dio si serve del male prodotto dal primo per la conversione dell’Innominato stesso, e del sangue versato dai cristiani per la conversione del mondo. In altre parole: la Provvidenza, nonostante i disordini soggettivi, - che non esclude nelle cose che governa, ma permette - riporta l’ordine, sempre. c) Dal punto di vista di Dio, - poiché chi rompe l’ordine voluto da Dio, in ultima analisi si ribella al Creatore dell’ordine. È vero che un ladro può rubare, non per offendere Dio, bensì per amore delle ricchezze altrui; ma così facendo, siccome non rispetta la volontà divina, offende Dio. Anzi, ogni e qualsiasi peccato implica la negazione di sudditanza a Dio e quasi attenta a Lui stesso, che è ordine assoluto. E tutto questo vale tanto nell’ordine naturale, quanto nell’ordine soprannaturale. Qual è, allora, la gravità d’un peccato mortale? a) Dal primo punto di vista, il peccato ha una gravità finita, poiché la nostra responsabilità è sempre limitata; il nostro atto è finito. b) Dal secondo punto di vista, poi, la gravità è indefinita, poiché ogni male commesso può paragonarsi ad un sassolino lanciato nel lago della società, che produce onde concentriche sempre più allargantisi. L’effetto d’un cattivo esempio non si limita a chi lo riceve, ma esercita un influsso indefinitivamente vasto. Comunque anche qui siamo dinnanzi ad una gravità limitata. c) Dal terzo punto di vista, invece, la gravità di un peccato mortale è infinita. E la dimostrazione la dà S. Tommaso con la sua abituale chiarezza. La gravità d’una colpa - nota il grande Dottore - si misura dalla dignità della persona offesa. Così, ad esempio, - il commento, a scanso di equivoci, è mio - Bertoldino, andando sotto le armi, quando diede del «cretino» ad un suo compagno, semplice soldato come lui, non fu punito; quando ripeté la stessa insolenza al suo caporale, ebbe 10 giorni di consegna; quando la urlò contro il suo sergente, ebbe la prigione di rigore; ed avendola ridetta al tenente, al colonnello, al generale, al re, ebbe sempre pene maggiori. Egli protestava e ragionava così: - La mia colpa è sempre identica; io non dico mai se non questa parola: «cretino»; perché dunque questa diversità di pene e di castighi? È un’ingiustizia bell’e buona. - Essendo egli un Bertoldino, non sapeva capacitarsi che la gravità dell’offesa la si deduce soprattutto dalla dignità della persona ingiuriata; eppure la cosa è evidente. Orbene, quando noi commettiamo un peccato, Colui che viene offeso è Dio, d’una dignità infinita. La gravità, dunque, del peccato, è in certo qual modo infinita. E questo, fra l’altro, spiega l’eternità dell’inferno: ad una colpa di una gravità infinita risponde una pena eterna. Lo stato del peccatore. Da quanto abbiamo accennato, appare tutta la tragicità della condizione dell’uomo peccatore. Da una parte essendo creato da Dio e destinato ad essere Suo figlio, l’uomo tende a Dio; dall’altra, col peccato ha un debito di una gravità infinita da saldare ed ha perduto una grazia che non appartiene all’ordine naturale, ma supera tutte le forze della natura. L’uomo peccatore - di conseguenza - è simile ad un’aquila che vorrebbe volare verso il sole, ma alla quale fossero state tagliate le ali. S. Caterina - sempre geniale - nel suo Libro della divina Dottrina, ha un pensiero felicissimo. Fra il cielo e la terra, fra l’uomo e Dio, v’è un ponte ed il peccato lo spezza. Dopo la rottura di questo ponte per colpa di Adamo in riguardo all’umanità - e per colpa di ogni e qualsiasi nostro peccato mortale in riguardo a noi - siamo impotenti ad ottenere il perdono, a ricongiungere ancora la terra col cielo. E noi, allora, ci rivolgiamo alle cose create, amandole e possedendole fuori di Dio e contro di Dio. «Queste cose create rassomigliano alle acque che continuamente corrono, e l’uomo  è trascinato come lo sono esse. Egli crede che passino le cose create che ama, ed è lui che va continuamente verso la morte. Vorrebbe tener sé e le cose che ama, ma tutto gli sfugge» e va verso «l’eterna dannazione». Dobbiamo, adunque, disperarci? No, perché diceva il Signore alla santa: «Del Figliuolo mio ho fatto un ponte, affinché tutti possiate giungere al fine vostro...  Guarda il ponte dell’Unigenito mio Figliuolo e vedrai la Sua grandezza che si estende dal cielo alla terra, avendo unita con la grandezza della Deità la terra della vostra umanità... Questo ponte è levato in alto e non è separato dalla terra. Lo sai quando si levò in alto? Quando fu levato sul legno della santissima Croce, non separandosi più la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanità...». A questo ponte di vita dobbiamo ora rivolgere lo sguardo lieto: a Gesù Cristo, Re della storia. Riepilogo. Nella scala degli esseri - dalla materia sino a Dio - noi troviamo gli Angeli e l’uomo. La storia, sia degli Angeli, come dell’uomo, ci presenta la loro elevazione allo stato soprannaturale e la caduta. 1. Quanto agli Angeli, non tutti caddero. I ribelli furono condannati all’inferno e sono i demoni che ci assalgono con le tentazioni; gli Angeli, invece, fedeli alla prova, sono eternamente beati nella felicità soprannaturale e molti di essi sono nostri custodi. Come dobbiamo respingere gli assalti dei primi, così dobbiamo ricordare e pregare gli Angeli Custodi. 2. Anche l’uomo venne creato, elevato allo stato soprannaturale e sottoposto ad una prova. I nostri progenitori rappresentavano tutta l’umanità ed avevano una triplice classe di doni: a) naturali; b) praeternaturali; c) soprannaturali. Ribellandosi a Dio, essi perdettero per sé e per tutta la loro discendenza i doni praeternaturali e soprannaturali. Noi, quindi, nasciamo oggi col peccato originale, ossia senza la grazia, che avremmo dovuto avere. Veniamo, cioè al mondo, non con una natura divinizzata, ma con una natura decaduta. 3. La gravità del peccato dei progenitori e di ogni peccato grave, se è finita dal punto di vista del soggetto ed è indefinita dal punto di vista degli effetti, è infinita dal punto di vista di Dio. La gravità, infatti, d’una colpa è in proporzione alla dignità della persona offesa; ed essendo Dio - ossia l’infinito - Colui che è offeso, è evidente che la gravità d’un peccato mortale è in certo qual modo infinita. L’uomo decaduto, di conseguenza, si trovava nell’impossibilità di riparare adeguatamente al male fatto ed alle disastrose conseguenze, poiché non c’è proporzione fra le sue forze finite da un lato, e la gravità infinita del peccato, come anche l’ordine soprannaturale perduto, dall’altro. Il Redentore promesso rende possibile la soluzione del problema. Per questo Egli divenne il centro della storia.

La prima pagina della storia dell’umanità è, in parte, simile alla storia degli Angeli. Anche qui abbiamo la creazione, l’elevazione all’ordine soprannaturale, la caduta, il castigo; solo - a differenza degli Angeli - abbiamo la promessa della Redenzione e la riparazione. Esponiamo il dogma con tutta la semplicità voluta dal Catechismo, senza perderci in questioni esegetiche intorno al primo capitolo della Genesi, né in discussioni teoriche. La nuda enunciazione dogmatica basterà a rispondere sia alle obbiezioni di chi si scandalizza della trasmissione del peccato originale e non comprende come mai noi dobbiamo esser puniti per una colpa non personale; sia allo stupore provocato in alcuni dal fatto che un frutto, un misero frutto, mangiato da Adamo ed Eva, abbia prodotto conseguenze così disastrose. Tutte queste difficoltà derivano dal non considerare organicamente il dogma cattolico e dal non conoscere con esattezza cos’è l’ordine soprannaturale. Dopo quello che abbiamo detto nei capi precedenti, non ci sarà difficile cogliere il vero senso del dato rivelato. 1. - L’uomo elevato e l’uomo decaduto. Nelle Preghiere di S. Caterina da Siena trovo un accenno magnifico, che mi suggerisce un paragone. L’umanità è simile ad un albero; ed i nostri progenitori sono questo albero primitivo nel suo germe, nelle sue radici, nella sua origine. Da essi dovevano provenire fiori e frutti ed altri alberi innumerevoli, che costituiscono l’attuale foresta della famiglia umana. Avviciniamoci all’albero primitivo dell’umanità, per studiarne la storia. È chiaro che una rovina di questo albero, o, se si vuole, di questo germe, doveva significare la rovina di tutta la foresta successiva, tanto che nessun albero - per sé - avrebbe, poi, potuto essere prodotto, se non con lo stigma della tabe originaria. Se la sorgente è avvelenata, resta avvelenato tutto il corso delle acque, coi suoi rivoli e con le sue diramazioni; ed anche il grande fiume dell’umanità, se è rovinato alla sua sorgente, ne porta inesorabilmente le conseguenze per sempre. Così avvenne. Iddio creò i nostri progenitori ed a questo albero dimostrò la Sua infinita bontà. Tre categorie di beni, infatti, noi possiamo distinguere nell’uomo, come lo voleva Iddio. a) Innanzi tutto, Adamo ed Eva ebbero i beni rispondenti alla loro natura umana, vale a dire, un corpo ed un’anima, con la ragione e con la libertà del volere. Questi beni, essendo dovuti all’uomo in quanto uomo, si chiamano doni naturali. Iddio non era obbligato a darci di più: e se noi fossimo stati lasciati nell’ordine naturale, l’albero nostro avrebbe avuto i fiori ed i frutti di una attività puramente umana. b) Ma, come dicemmo, unicamente per Suo amore, Iddio volle innalzarci ad un ordine superiore alla nostra natura, o, per dirla con l’efficace espressione di S. Caterina, ci ha innestato in Lui. Non ha voluto che gli alberi della grande foresta avessero solo un fremito di vitalità umana; volle che questo fremito fosse divinizzato; volle che noi fossimo Suoi figli; e voleva anche che al paradiso dell’eternità corrispondesse il paradiso della terra. Perciò Adamo ed Eva, oltre i doni della natura, ebbero i doni soprannaturali, primo fra i quali la grazia santificante od abituale. c) Non contento di ciò, il Signore a quell’albero primitivo divinizzato aggiunse una terza categoria di beni: i doni praeternaturali, in quanto l’umanità sarebbe stata sottratta al dolore ed alle infermità, alla tirannia delle passioni o concupiscenza, all’ignoranza ed alla morte. Per sé, questa ultima classe di doni non divinizza l’uomo e, se non fossero accompagnati dalla grazia, essi ci perfezionerebbero, sì, di là di ciò che spetta naturalmente all’uomo, come composto di materia e, soggetto alla corruzione e alla ribellione dei sensi, ma ci lascerebbero nell’ordine puramente umano. Non si possono, quindi, definire, almeno in senso proprio, doni soprannaturali, come, d’altra parte, non essendo dovuti essenzialmente alla nostra natura, non sono neppure doni naturali. Sono praeter, ossia fuori dalle esigenze della natura nostra, quantunque non la superino e non la elevino ad un altro ordine. Tale era il primo albero umano, nella sua bellezza. E Dio aveva unito in tal modo i doni soprannaturali e praeternaturali al primo germe, che i nostri progenitori, trasfondendo nei figli la natura, avrebbero in essi trasfuso anche la grazia, l’incorruttibilità, l’esenzione dalla concupiscenza e dall’ignoranza, l’immortalità. Adamo ed Eva non rappresentavano soltanto se stessi, ma tutti gli alberi della foresta, che da essi sarebbero provenuti; ed Adamo, come capo anche di Eva e padre del genere umano, era il vero e primario custode e depositario di tutti i doni sublimi elargiti da Dio, come trasmissibili a tutti i suoi discendenti. In tale condizione, adunque, i nostri progenitori furono sottoposti alla prova, ad un atto, cioè, di omaggio, di obbedienza, di devozione a Dio, ad un atto di amore all’Amore supremo, che tanto li aveva beneficati. Se avessero obbedito, riconoscendo in tal modo il loro Dio, non solo essi, ma tutti i loro discendenti avrebbero avuto le tre classi di doni suaccennati; se si fossero ribellati, Dio avrebbe lasciato all’umanità i doni della natura, ma - appunto perchè l’uomo si ribellava a Dio - avrebbe tolto al primo albero, di conseguenza a tutti gli altri, i doni soprannaturali e praeternaturali, ai quali l’uomo non aveva nessun diritto. Come sappiamo, Adamo ed Eva caddero, mangiando il frutto vietato. L’albero dell’umanità, la cui radice traeva il succo della grazia e dell’immortalità da Dio, spezzato il vincolo santificatore per la colpa suggerita dal serpente infernale, non fu più innestato in Dio; perdette il succo divino della grazia santificante e degli altri beni praeternaturali, e rimase solo con l’alimento che gli dava l’arida terra, come la pianta dispogliata del Paradiso terrestre di Dante. Dopo la colpa, Adamo ed Eva, e gli alberi da loro generati, avrebbero avuto sempre la natura umana, ma non i doni della soprannatura e della praeternatura. Il poeta lombardo, il Manzoni, nel suo inno Il Natale, paragona l’uomo decaduto al ... masso che dal vertice Di lunga erta montana Abbandonato all’impeto Di rumorosa frana, Per lo scheggiato calle, Precepitando a valle, Batte sul fondo e sta. Ecco che cos’è il peccato originale, col quale nascono tutti i figli di Adamo. Esso non include un’offesa personale nostra a Dio, - ossia, fatta da noi con un atto libero, - ma consiste unicamente - almeno secondo la più probabile opinione - nella privazione della grazia, che per divina volontà noi dovevamo avere fin dall’origine, e conseguentemente nella privazione della possibilità della stessa visione beatifica di Dio. Adamo ed Eva ci trasmisero una natura, che avrebbe dovuto avere la grazia, e che invece non l’ha più. Si dirà: se Iddio non ci avesse elevati all’ordine soprannaturale, tutti nasceremmo senza grazia; eppure nasceremmo senza peccato originale; come si può adunque, asserire che il peccato originale consiste solo nella mancanza della grazia? Rispondo: se esamino un contadino che sta lavorando nel campo, lo trovo ignorante in geometria; egli non sa neppure cosa sia il teorema di Pitagora; v’è in lui mancanza di scienza. Eppure io non lo condanno; la sua ignoranza è una negazione di scienza che egli non è tenuto ad avere e nulla più. Talvolta, se esamino uno studente, che si presenta agli esami, anch’egli quanto a geometria ed a matematica in genere, ne sa come il contadino; ma la sua mancanza di scienza non è una semplice negazione, è la privazione d’una dote che dovrebbe avere e che non ha per sua negligenza: per questo lo boccio di santa ragione. A pari: in un puro ordine naturale, il nascere senza grazia non suonerebbe condanna, come non suona rimprovero la negazione di scienza nel contadino; i figli di Adamo, invece, ricevono una natura, che dovrebbe essere rivestita della grazia, e, al contrario, ne è privata. La differenza è enorme ed essenziale. E si capisce allora come S. Paolo possa parlare di noi, che per natura nasciamo «figli di ira»; la natura nostra, per la sua privazione della grazia, manca di un dono che dovrebbe avere e che non ha per colpa del suo capo; manca del soffio soprannaturale di Dio, della veste dell’innocenza originale, della vita divina partecipata; in altre parole, non è più una natura divinizzata, ma una natura decaduta. In questo senso, come S. Paolo c’insegna e come proclama il Concilio di Trento, il peccato originale ha una vera e propria ragione di peccato, non in quanto sia una colpa nostra personale derivante dalla nostra volontà, ma in quanto è il peccato della natura, che noi da Adamo partecipiamo. Come, allora, diventa luminosa la promessa del Redentore fatta nel paradiso terrestre, l’annuncio iniziale, cioè del dogma dell’incarnazione! L’uomo, decaduto dall’ordine soprannaturale (e non solo privato dei beni praeternaturali, che Iddio non volle più concedere all’umanità), con le sole sue forze di natura non avrebbe mai potuto riconquistare le altezze perdute. Il nostro ingegno, la buona volontà, tutte le nostre lacrime, gli atti di eroismo più alto e di abnegazione più squisita, hanno un valore naturale e non avrebbero mai potuto meritare la grazia ed i doni della soprannatura. Il masso, canta ancora il poeta lombardo, Là dove cadde, immobile Giace in sua lenta mole Né per mutar di secoli Fia che riveggia il sole Della sua cima antica, Se una virtude amica In alto nol trarrà. Fu allora, che al «misero figliuol del fallo primo» Iddio promise la redenzione. Iddio stesso si incarnerà, vivificherà l’albero rovinato dalla natura umana. Il peccato - che consiste nella separazione dell’uomo da Dio - sarà riparato dall’unione di Dio con l’uomo, - unione personale od ipostatica nell’incarnazione del Verbo, unione mediante la grazia in coloro che dal Verbo Incarnato avranno la nuova vita. Non posso fare a meno - a questo punto - di riportare una pagina di S. Caterina, poiché nessuno, meglio dei mistici nostri, esprime a perfezione il dogma rivelato e le stesse sublimi speculazioni della teologia di San Tommaso d’Aquino. Continuando il paragone dell’albero, S. Caterina così prega: «Per la qual cosa Tu, alta ed eterna Trinità, come ebbra d’amore e pazza per la tua creatura, vedendo che questo albero non poteva più produrre che frutto di morte, essendo separato da Te che sei vita, gli desti il rimedio con quel medesimo amore, col quale lo creasti, innestando la Deità tua nell’albero morto della nostra umanità. - O dolce e soave innesto! Tu, somma dolcezza, ti sei degnato unirti con la nostra amaritudine; Tu splendore con le tenebre; Tu sapienza con la stoltezza; Tu vita con la morte; Tu infinito con noi finiti. Chi ti costrinse a questa unione con la tua creatura per renderle la vita, avendoti essa fatto tanta ingiuria? Solamente l’amore, e per questo innesto si dissolvè la morte. - Bastò alla tua carità d’aver fatto quest’unione? No; e però Tu, Verbo eterno, innaffiasti questo albero con sangue tuo. Questo sangue col suo calore fa germinare l’albero, se l’uomo con libero arbitrio s’innesta in Te, unisce e lega a Te il cuore e l’affetto suo, legando e lasciando questo innesto con la fascia della carità e seguitando la dottrina tua».

La realtà - come ci appare dalla constatazione nostra, dal ragionamento e dalla Rivelazione - è simile ad una scala, dove si procede dall’infimo gradino sino a Dio. Gli esseri - molteplici e svariati - sono disposti con un ordine mirabile. Si comincia dalla materia inorganica; ci si innalza alla vita vegetale con la numerosa famiglia di generi, di specie, di varietà, di individui diversi; si passa, poi, al regno animale, ricco anch’esso e svariatissimo; di lì, si ascende all’uomo, il vivente composto di anima e di corpo, che vegeta, sente, ma anche ragiona; dopo l’uomo, abbiamo gli Angeli, che sono spiriti puri, senza materia e senza sensi; finalmente, sopra gli Angeli, abbiamo lo Spirito perfettissimo, Iddio. Solo gli Angeli e l’uomo - fra gli esseri di questa scala - potevano essere elevati all’ordine soprannaturale, poiché, se non ripugna che Dio possa innalzare un’intelligenza creata alla sua visione intuitiva e ad un corrispondente amore di Lui, ripugna invece che un sasso - ad esempio - possa vedere intuitivamente ed amare Dio. Occorrerebbe, prima di tutto, che a questo sasso fosse data una natura ragionevole; solo allora una tale natura potrebbe essere elevata alla grazia ed alla gloria soprannaturale. Di fatto, la Rivelazione c’insegna che Dio ha elevato alle glorie della divinizzazione gli Angeli e gli uomini. Dobbiamo, quindi, brevemente studiare la storia degli uni e degli altri. - Gli Angeli. Sebbene Dio non fosse obbligato a creare gli Angeli, tuttavia non può sfuggirci la convenienza di questi spiriti che segnano il passaggio progressivo, secondo la legge della gradazione, fra l’uomo e Dio. La Scrittura ci attesta l’esistenza di questi esseri semplici, puri, spirituali, incorruttibili perciò, ed immortali, forniti d’intelligenza e di volontà. Essi appaiono ad Abramo, a Giacobbe, a Giosuè, a Tobia, ai Profeti e via dicendo. Nel Vangelo noi li incontriamo ad ogni passo: portano l’annuncio alla Vergine, a Zaccaria ed a Giuseppe; cantano sulla grotta nella notte della natività il «gloria a Dio nel più alto dei cieli» ed augurano «la pace in terra agli uomini di buona volontà»; invitano i pastori a Betlemme; salvano la sacra famiglia da Erode; scendono intorno a Gesù nel deserto dopo le tentazioni di Satana; agitano l’acqua della piscina probatica; consolano l’agonia del Getsemani; rovesciano la pietra sepolcrale ed annunciano il Risorto. Negli Atti degli Apostoli essi spesso compaiono. Gesù stesso sovente parla di loro. Il Redentore divino, mentre accarezza i riccioli biondi dei fanciulli, ci avverte che «i loro angeli nei cieli vedono sempre il volto del Padre». E come la Scrittura ci discorre di questi Angeli buoni, così ci mette in guardia dagli Angeli ribelli, o demoni, i quali, come leoni ruggenti, ci circondano, tentando di divorarci. - Gli Angeli e l’ordine soprannaturale. Dio aveva creati gli Angeli; e non contento di avere dato ad essi una natura angelica, così superiore alla natura di tutti gli altri esseri creati che noi conosciamo, li aveva elevati all’ordine soprannaturale. Anch’essi erano creature, e Dio li volle innalzare alla dignità di figli. Furono, però, sottoposti ad una prova, in cui molti, guidati da Lucifero, si ribellarono, mentre altri, seguendo san Michele, furono fedeli. I primi vennero precipitati nell’inferno, e sono i demoni; i secondi sono gli Angeli buoni, che godono la visione beatifica di Dio. 2. - Noi e gli Angeli. Non bisogna credere che noi siamo separati da questi due regni di spiriti: siccome tutti gli esseri provengono da un unico Essere, Iddio, nulla di più conveniente che la massima varietà degli esseri non ne distrugga l’unione. E come lo spirito umano è in contatto con la natura, coi suoi simili e subisce l’influsso del mondo che lo circonda e della carne sua, così può entrare in comunicazione con gli Angeli. Cosa sono, infatti, molte tentazioni, se non l’influsso degli Spiriti ribelli, ai quali il cristiano deve rivolgere la parola di Gesù: «Va’ indietro, o Satana?». È vero; molte altre tentazioni provengono da noi stessi, dalla nostra carne, dalle passioni, ed anche dal mondo che ci circonda; ma è altresì vero, che dall’Eden al deserto - dopo il digiuno di Gesù di 40 giorni e di 40 notti - e a tutti noi, il demonio tenta. Noi, figli di Dio, siamo un rimprovero, una condanna ed un rimorso per lui. Ma quanti, purtroppo, cadono nelle sue reti e lo seguono nella ribellione! Fortunatamente, anche gli Angeli buoni sono in unione con noi. Essi non solo amano, adorano e lodano il nostro e loro Padre; ma per amore del Padre, di cui sono i messaggeri ed i ministri, ci custodiscono e ci difendono. Noi non siamo mai soli; un Angelo sempre ci sta accanto. Eppure non ci pensiamo mai, o quasi! Questo spirito puro ci ama, ci segue, prega per noi, prende le nostre preghiere e le nostre opere virtuose e le offre a Dio, ci ispira santi pensieri, ci assiste anche quando noi ci ribelliamo al Padre e, come fratello buono ed amico fedele, cerca di ricondurci a Lui. Se noi abbiamo coscienza di questo gran dono di Dio, non dimentichiamo mai il nostro Angelo. È così bello pregarlo quando siamo soli, con l’unica sua compagnia! È così dolce affidarci al suo aiuto nei momenti del pericolo o nelle battaglie del bene! Non dovremmo mai rivolgere una parola di consiglio o di ammonimento a nessuno, senza parlare anche col suo Angelo! Ed a questi - come ad un filo sicuro - dovremmo ricorrere per parlare a Dio. La Chiesa, nel prefazio della Messa, ci invita ad unirci «a tutta la milizia del celeste esercito» ed a cantare con gli Angeli l’inno del trionfo, dicendo perennemente: «Santo, Santo, Santo sei Tu, o Signore, il Dio degli eserciti; il cielo e la terra son pieni della tua gloria; evviva nel più alto dei cieli! Benedetto Colui, che viene nel nome del Signore! Evviva nel più alto dei cieli!». I Santi non dimenticavano mai il loro Angelo. Noi scorgiamo gli Angeli accanto alle Vergini ed alle Martiri, nel momento della lotta. Essi difendono santa Cristina fra i tormenti. Ad essi si appella Agnese, quando al prefetto di Roma, che la minacciava di morte, rispose di non temere, perché aveva con sé un Angelo, uno dei ministri del suo sposo Gesù, pronto a difenderla. Santa Francesca Romana vedeva sempre accanto a sé il suo Custode celeste; la Beata Angela da Foligno nel suo aureo Libro delle mirabili visioni e consolazioni gode della presenza degli Angeli, i quali, col loro aspetto, le infondevano una letizia placida e riposante; e san Luigi Gonzaga, interrogato perché stava un po’ discosto dal muro, passando per le strade, replicava: «Per lasciare il posto all’Angelo mio». Non lasciamo gli Angeli alla fantasia dei pittori, che li materializzano in nome dell’arte, né al canto dei poeti estasiantisi sul loro aspetto di folgore o sul loro vestimento di neve. Imitiamo, piuttosto, Gemma Galgani, che tanta devozione aveva per l’Angelo suo. Diceva questa vergine lucchese: «Gesù non mi lascia mai sola; ma fa stare con me sempre l’Angelo Custode». Ed ella, insieme con l’Angelo, faceva a gara per gridare più forte: «Viva Gesù!... » e Gesù se ne mostrava tanto contento. Spesso conversava così col suo Angelo: «Caro Angelo, quanto ti voglio bene!... Voi mi insegnate ad essere buona, a mantenermi in umiltà ed a piacere a Gesù»; oppure gli dava questo dolce incarico: «Salutami Gesù!». Si dirà da qualche piccola mente superba: - Questo è bigottismo! - Davvero? A me pare che, se abbiamo fede, non possiamo trascurare il nostro Angelo Custode; dobbiamo - mediante il suo aiuto - ricorrere a Gesù; dobbiamo recitare con maggiore attenzione, pensando all’Angelo buono che ci accompagna, il nostro Angele Dei: «O Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste», ossia dalla bontà del Padre comune - Angele Dei, qui custos es mei, me, tibi commíssum pietáte supérna, illúmina, custódi, rege et gubérna. Amen. Se poi assomigliassimo a chi tiene aperti gli occhi soltanto alla luce del giorno, alle cose sensibili e ci sembrasse di entrare in una notte oscura, quando la fede ci parla di Angeli, allora sarebbe il caso di rispondere: - Non temere, o fratello, le «tenebre della fede»; esse sono le tenebre feconde; come solo nella notte tu puoi contemplare quelle miriadi di soli che sono le stelle, così solo con la fede potrai scorgere gli splendori del cielo di Dio, gli Angeli nostri. Ahimè! la questione forse è diversa: non si pensa, o non si crede, agli Angeli, perché si guarda al fango. Guardiamo in alto! In alto brillano gli astri!

Il fatto della caduta. Gli Angeli. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 14, p. 3 - 4

Dopo d’aver visto cos’è la grazia, è chiaro com’essa ci eleva all’ordine soprannaturale in questa vita, per farci conseguire la vita eterna, ossia il paradiso, nell’altra. La Scrittura non separa mai la nostra adozione divina dalla nostra destinazione all’eredità stessa di Dio, alla visione intuitiva di Lui. La grazia, per questo rispetto, è simile alle lampade accese, nascoste in vasi di terra cotta, che Gedeone, nella battaglia contro i Madianiti, diede ai suoi trecento forti. Quando, nel silenzio della notte, il vaso venne spezzato, fu sgominato il nemico e messo in fuga. Così anche noi: quando il fragile vaso di terra, che è il nostro corpo, si spezzerà nella notte della morte, risplenderà la lampada dell’anima nostra, accesa di splendore dalla grazia di Dio; il demonio sarà sconfitto e, come i trecento di Gedeone, canteremo vittoria. I secoli cristiani e la grazia. Tutti i secoli cristiani hanno discusso intorno alla grazia e mille dibattiti sono sorti, mille errori sono stati propugnati. Le dottrine di Pelagio, nel secolo V, - propagatesi specialmente in Africa, - che per affermare la natura e le sue forze negavano la necessità della grazia, ed il semipelagianesimo della Gallia e di Cassiano di Marsiglia trovarono in Sant’Agostino la confutazione esauriente e nei Concili la riprovazione recisa. Lutero e Calvino caddero nell’eccesso opposto; e per affermare i diritti e la necessità della grazia, disprezzarono e rinnegarono la natura, la libertà e le opere buone. Ma il Concilio di Trento, con una condanna (in seguito ripetuta contro le teorie di Giansenio), anche contro i Riformatori scagliò l’anatema. La dottrina cattolica evita i due estremi. Essa non nega né la natura, né la soprannatura; né l’uomo, né Dio; né la libertà, né la grazia. I teologi (e basterebbe ricordare le discussioni del secolo XVI fra la scuola del Molina e l’altra dei Baneziani) discuteranno intorno al modo con cui i due termini si uniscono; ma i due anelli della catena, per dirla col Bossuet, sono sempre tenuti con mano ferma. Nell’epoca nostra, purtroppo, il naturalismo ha trionfato; dall’Umanesimo e dal Rinascimento in poi, si è fatto di tutto per esaltare l’uomo e per rifiutare la grazia di Dio. L’uomo deve bastare a se stesso, gridano apertamente alcuni; la trascendenza deve lasciare libero posto all’immanenza; il vero Dio siamo noi, e ilpensiero, la ragione, l’azione umana. Persino i credenti sono sotto l’influsso di quest’atmosfera micidiale, avversa al soprannaturale. Non mancano i superficialoni, che grossolanamente confondono la fratellanza, ad esempio, della Rivoluzione francese con la fratellanza cristiana (quest’ultima importa la nostra adozione divina; elevati all’ordine soprannaturale, noi siamo figli d’uno stesso Dio, di uno stesso Padre e perciò siamo fra noi fratelli; - cosa c’entra questo con l’ideologia rivoluzionaria?). Non mancano coloro che fremono di commozione, quando leggono Seneca, Marc’Aurelio, oppure l’invocazione di Emanuele Kant al dovere (quasi che il dovere, ossia l’attività umana, moralmente buona, bastasse e non occorresse anche la grazia che la divinizzi). Non è, infine, raro il caso di incontrarsi con cristiani che apprezzano i Sacramenti, ossia i canali della grazia, da un punto di vista puramente naturalistico. Per essi, la confessione è un’ottima scuola educativa, con l’umiliazione che impone, col conforto ed il consiglio che offre; il matrimonio è un eccellente mezzo per dar solennità al giuramento di mutua fedeltà degli sposi; l’Eucaristia è il simbolo soave dell’unione di tutti i fratelli, stretti intorno alla mensa comune. In tale modo si scoronano i Sacramenti della loro caratteristica divina, si disconosce la loro soprannaturalità, si trascura l’effetto principalissimo ed essenziale per cui Cristo li ha soprattutto istituiti: vale a dire, si trascura o almeno non si apprezza la grazia. Un giorno, sulla via del Calvario, una donna, pietosamente gentile, rompendo la folla, s’accostò a Gesù, per tergergli il dolce volto con un bianco lino; ed il Salvatore impresse in esso la sua effigie augusta. Anche noi prenderemo le nostre anime, e le avvicineremo a Lui, perché la Sua grazia vi incida la sua immagine bella e divina. È l’unica via per poter organizzare divinamente la nostra vita; per poter vivere non come bruti, né come semplici uomini, ma come figli di Dio; per poter dire insieme a San Paolo, con un senso di cristiana fierezza e con santità di gioia: «Vivo io, ma non sono io che vivo; è Gesù Cristo che vive in me». Riepilogo. L’uomo viene elevato all’ordine soprannaturale mediante la grazia. La grazia: a) è un dono di Dio, poiché l’uomo non ha nessun diritto od esigenza alla sua divinizzazione; b) è un dono gratuito, poiché, con tutta la nostra attività mai potremmo meritare di superare la natura umana; c) è concessa a noi per i meriti di Cristo, che è l’unica sorgente della grazia, cosicché non si può scindere Gesù Cristo dalla grazia; d)ci rende figli di Dio, poiché Gesù Cristo, unendoci a sé e facendoci partecipi della natura di Dio, ci eleva alle altezze della adozione divina; e) ci fa capaci di opere meritorie, in quanto le azioni dell’uomo in grazia non costituiscono un’attività puramente umana, ma un’attività divinizzata; f) ci dà il diritto alla vita eterna, ossia al paradiso. Dopo di aver guardato le alte cime della divinizzazione, alle quali l’amore di Dio ha chiamato le sue creature intelligenti, dobbiamo ora assistere ad una caduta disastrosa. Da un lato, avremo la creazione, l’elevazione all’ordine soprannaturale e la caduta degli Angeli; dall’altro lato, la creazione, l’elevazione e la caduta dell’uomo. Duplice scena; Incomprensibile l’una e l’altra, se non ci poniamo dal punto di vista del soprannaturale.

La grazia ed il paradiso. I secoli cristiani e la grazia. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 13, p. 3 - 4

La catechesi, nei secoli delle catacombe, in preparazione del battesimo santo infondeva questa idea-forza, ed i futuri battezzandi cominciavano a vivere, non più come bruti o come uomini, ma come esigeva la nuova vocazione alla quale erano chiamati: la vocazione di uomini divinizzati, di figli del Signore. Ecco perché san Leonida si chinava sul piccolo suo Origene e gli baciava il petto con riverenza; le acque battesimali avevano fatto del suo bambino un tempio della grazia, un tempio vivo dello Spirito Santo. E qui sta la ragione di tante pagine, oggi da una imperdonabile ignoranza poste in oblio, e che, pur nella freddezza dello scritto, fanno giungere a noi i fremiti dell’eloquenza patristica. Quando parlano della grazia, i Padri espongono il dogma coi colori più vivi. Sant’Ambrogio assomiglia Dio ad un artista che s’accosta all’anima, come il pittore s’avvicina alla tela, e meravigliosamente la dipinge, in modo da far brillare in essa lo splendore della gloria e l’immagine della sostanza del Padre. «È per questo pennello che l’anima ha un valore così grande... O uomo, tu sei stato dipinto; dipinto, dico, dal Signore Iddio tuo. Come è eccellente l’artista e quanto ammirabile è il pittore! Guardati bene dal distruggere in te un dipinto così divino, fatto non di menzogne, ma di verità, non di colori che periscono, ma con una grazia immortale». San Cirillo Alessandrino ricorre all’esempio del sigillo sulla cera e dell’effige del re sulla moneta. Un’impronta misteriosa, che ci informa a somiglianza di Dio, ricevono le anime, che portano poi impressa la bellezza del divino archetipo e l’immagine del nostro Re, del nostro Dio, senza la quale noi non saremmo degni d’essere ammessi fra i tesori eterni. San Basilio preferisce la similitudine dello scultore, per illustrare ciò che è la grazia, mediante la quale vien «comunicata alle creature una santa partecipazione dell’infinita bellezza di Dio». Come il marmo si vivifica e partecipa dell’idea dell’uomo che lo lavora, così l’anima si trasforma divinamente, quando Dio scolpisce in essa l’effige della sua sostanza. E, con un altro poetico paragone suggeritogli dal sole, lo stesso Padre continua: «Lo Spirito del Signore ha riempito l’universo intero... Con la Sua luce Egli inonda interiormente chiunque se ne dimostra degno. E come, quando il sole piove i suoi raggi su una nube leggera, questa diviene tutta scintillante d’oro e risplendente di chiarore, così lo Spirito di Dio, entrando in un’anima, vi diffonde la vita, la immortalità, la santità». Quante volte, poi, nei voli della sua oratoria, l’eloquente Crisostomo saluta nell’anima divinizzata dalla grazia una lira, dalla quale il dito di Dio trae una dolce musica celestiale! Quante volte, dopo simili splendidi pensieri e dopo d’aver messo la celeste poesia del cuore a servizio del dogma, i Padri deducono con logica vigorosa le applicazioni pratiche! La morale sgorgava come conseguenza dal dogma, come appare in un modo indimenticabile nella forte esortazione, rivolta da san Leone ai fedeli del suo tempo: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità! (e par di sentirlo ancora il grande Papa; sembra di contemplarlo nella sua solennità ammonitrice). Divenuto partecipe della natura divina, non ritornare con una condotta sregolata alla tua antica bassezza. Ricordati di qual corpo tu sei membro e chi è il tuo Capo. Ricordati che, strappato alla potenza delle tenebre, sei stato trasferito nel regno della luce!». Educati con questa conoscenza dei principi fonda mentali del Cristianesimo, i cristiani non potevano più vivere da pagani o secondo la legge del senso; sentivano Dio nel loro cuore; si commovevano leggendo nel Vangelo che «il regno di Dio è dentro di noi»; vivevano uniti al Signore; le persecuzioni e le lotte non bastavano ad atterrirli; fanciulli come Tarcisio, vergini come Agnese e Cecilia, sorridevano d’un sorriso nuovo: era la gioia di anime divinizzate, riconoscenti a Cristo Redentore ed esultanti nella speranza. Questo stesso sorriso io oggi cerco invano sul volto di molti credenti: essi non sanno, non conoscono il gran dono di Dio. - Il valore delle azioni divinizzate. Trattandosi solo dei primi elementi della verità e della vita cristiana, io non posso evidentemente soffermarmi sulle virtù infuse e sui doni dello Spirito Santo, che accompagnano la grazia. Sarebbe pur bello, ad esempio, dire una parola su questa nave - che è l’anima divinizzata dalla grazia, munita d’una forza motrice interna e sospinta anche dal soffio dello Spirito che ne agita le vele. A coloro che, dopo lo studio del presente sillabario, vorranno proseguire nella scuola del catechismo, suggerisco l’opera, che anch’io utilizzo, del P. Terrien: La grâce et la gloire. Ma io debbo limitarmi alle cose più elementari e perciò senz’altro spiegherò brevemente il significato di quelle parole: «la grazia... ci rende capaci di compiere opere meritorie». Suppongo di avere dinnanzi a me una persona onesta, non battezzata, un fior di galantuomo, che non solo agisce bene, ma non mi deturpa la sua azione bella con qualche poco nobile fine nascosto; ed accanto ad essa, un’altra persona, in grazia, un cristiano, cioè, senza peccato mortale, che mi fa lo stesso atto buono con un fine retto. In apparenza, le due azioni sono eguali; in realtà, il loro valore morale è immensamente diverso. Spieghiamoci con chiarezza, anche per finirla una buona volta di confondere un atto naturalmente onesto (che è tutt’altro che un male) con un atto meritorio, ossia di confondere l’uomo col cristiano. E, come sempre, ricorriamo ad un esempio. Rotschild, il famoso banchiere straricco, mi prende uno chèque dove è scritto: «pagate a vista un milione » e sotto di esso pone la sua firma. Io mi presento con lo chèque ad una banca. Tutti mi riveriscono; il cassiere mi dà un milione; esco fra gli inchini comuni. Prendo io lo stesso chèque e, invece di disturbare il signor Rotschild, scrivo io la sua firma. Anzi, siccome la mia calligrafia è migliore di quella di Rotschild, mi consolo e spero. Ahimè! Se vado alla banca con un simile chèque, la scena è diversa. Non denari; non rispetto; ma mi assalgono, chiamano i carabinieri e mi inviano in quel collegio convitto gratuito della città, che sono le prigioni. Perché mai? Non è eguale la firma? No. La stessa firma, scritta da Rotschild, ha un valore; scritta da me, ne ha un altro. Così pure, un identico atto, compiuto da chi è in grazia, ha un valore, è meritorio in rapporto alla vita eterna, è riconosciuto - stavo per dire - alla banca del Paradiso; compiuto da chi non è in grazia, - non è una truffa, come la firma di Rotschild da me falsificata, - è un atto buono nell’ordine naturale, ma non può evidentemente valere nell’ordine soprannaturale. Colui che è in grazia, non è più un semplice uomo; è un uomo divinizzato; è figlio di Dio. E chi non sa che una stessa frase, una stessa parola cambia d’importanza, secondo la persona che la pronuncia? Un atto d’un uomo ha un valore umano; l’atto del figlio di Dio ha un valore divino. Non basta, adunque, essere galantuomini, vivere onestamente, far del bene. Questo è necessario, perché l’ordine soprannaturale non distrugge, ma suppone l’ordine naturale. Ma non è sufficiente. Occorre elevare con la grazia l’attività umana; occorre in altre parole, essere cristiani. Se si meditassero questi elementi così limpidi della religione, la si finirebbe di ammannire la minestra cento volte riscaldata di certe obbiezioni (ad esempio questa: basta vivere secondo la legge morale, non è necessario praticare la religione); non si commetterebbero più tanti peccati mortali con un enorme leggerezza; e nel giudicare le azioni della nostra vita, nella soluzione del problema della vita, cominceremmo a persuaderci che, senza la grazia, noi sciupiamo i nostri giorni ed anche le nostre azioni generose, poiché ciò che deriva dalla natura sola, non ha valore per la vita eterna. San Paolo ha messo in luce questa verità, quando, nella prima lettera ai fedeli di Corinto, scrive: «Quand’io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, non sono che un bronzo che risuona o un cembalo squillante. E quand’anche avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e possedessi tutta la scienza e avessi una fede che trasporta le montagne, se non ho la carità, non sono nulla. E quando distribuissi tutto il mio per darlo ai poveri e dessi il mio corpo alle fiamme, se non ho la carità, nulla mi giova». «In altre parole, - commenta il Marmiom nel suo splendido volume ‘‘Cristo, vita dell’anima’’ - i doni più straordinari, i talenti più eccellenti, le imprese più generose, le azioni più grandi, gli sforzi più considerevoli, le sofferenze più profonde, non sono di nessun merito per la vita eterna, senza la carità, vale a dire senza questo amore sovrano dell’anima per (il vero) Dio considerato in se stesso, senza questo amore soprannaturale che nasce dalla grazia santificante come il fiore esce dal gambo».

La Grazia. I figli di Dio (parte 2). Il valore delle azioni divinizzate. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 12, p. 3 - 4

Il dono divino ed i doni umani. Dio, per pura liberalità, ci dà questo dono, che, di conseguenza, è chiamato un dono gratuito, ben diverso dai doni umani. Non so se i lettori si sono divertiti qualche volta a studiare la psicologia di coloro che a questo mondo fanno un regalo. Poveri doni umani! Come alzano spesso una voce di ironia e di protesta, verso chi ad essi si avvicina! Quante volte ad una persona si fa un dono, perché se ne spera qualcosa! Qualche volta il dono è simile al deposito di una somma in una Cassa di risparmio, fatto da chi vuol domani ritirare non solo la somma, ma anche gli interessi! Il preteso altruismo dei doni spesso non è che un egoismo, munito d’un cannocchiale! Talvolta ancora il dono è una ricompensa per un favore ricevuto: non è un do ut des, ma un «do perché hai già dato»: un saldo di conti, in povere parole. Ed anche nella più ideale delle ipotesi; anche quando un cuore largo, solo per impulso di generosità, dona a chi non gli ha dato e non gli darà nulla, non è forse vero che, persino allora, il dono presuppone la persona beneficata e le sue doti, ed ha come motivi il perfezionamento morale del benefattore? Niente di tutto questo nel dono della grazia. L’uomo non poteva far nulla per meritarlo; e Dio, a sua volta, non aumenta in perfezione o in beatitudine, concedendolo. La natura umana - che, quando in Adamo veniva elevata all’ordine soprannaturale, non aveva meriti, e quando, dopo la caduta, veniva rielevata, aveva invece dei demeriti - riceveva un dono del tutto gratuito, che ci fu concesso per i meriti di Gesù Cristo. - La sorgente della grazia. Il significato di queste ultime parole non potrà esserci chiarito se non in seguito. Solo esponendo la storia della caduta e della redenzione, potremo giungere all’unica sorgente della grazia: il Verbo Incarnato. La divinizzazione degli Angeli e dell’uomo, la giustificazione delle genti che precedettero la venuta del Messia e di quelle che lo seguirono, l’adozione dei figli di Dio e la gloria soprannaturale, è un grande oceano immenso, formato da diversi fiumi: tutti, però, questi fiumi hanno un’unità di origine: il Cuore di Cristo. L’amore di Dio opera l’unione soprannaturale dell’uomo con Lui, mediante l’unione personale o ipostatica del suo eterno Figlio con la nostra natura e col sacrificio di Gesù. L’uomo non diventa Dio, se non per mezzo dell’Uomo-Dio, unico mediatore fra Dio e l’uomo. Ed è per questo che in una delle similitudini più espressive, tramandateci dal Vangelo di san Giovanni, Gesù insegnava: «Io sono la vera vite... Rimanete in me; ed io in voi. Come il tralcio non può da se dar frutto, se non rimane nella vite, così nemmeno voi se non rimanete in me. Io sono la vite; voi i tralci; se uno rimane in me, e io in lui, questi porta molto frutto; perché senza me non potete far niente». Uniti a Gesù Cristo, partecipiamo la sua vita divina; la nostra unione con Lui - mediante la grazia - è l’inizio ed il mezzo della nostra trasformazione in Dio. In altre parole: la grazia è il filo, che deve unire ognuno di noi al nostro Gesù. Gioverà soffermarci un istante su questa unione con Dio, mediante la grazia - unione egregiamente spiegata da Mons. Vigna con un episodio commovente. Si racconta nella vita del Murillo, che un vecchio pittore spagnolo, essendo vicino a morire, fece chiamare un sacerdote per gli ultimi Sacramenti. Il sacerdote venne ed in seguito gli portò il Viatico, accompagnato da un fanciullo, che, secondo gli usi di quel paese, agitava il turibolo. Si pregò a lungo ed il ragazzo si avvicinò al letto, col suo turibolo ormai spento. L’ammalato guardò, prese un pezzetto di carbone, e sulla parete bianca, alla quale era appoggiato il letto, disegnò l’immagine di Nostro Signore Gesù Cristo. Fu allora che il fanciullo, dopo averlo seguito col più vivo interessamento, disse al vegliardo: «Anch’io vorrei dipingere l’immagine di Dio». Ed il vecchio, ponendogli una mano sul capo, gli rispose: «Abbi sempre Dio in te, se vuoi dipingere l’immagine di Dio». Dio - lo sappiamo dalla filosofia - è presente a tutto, perché tutto sostenta e in tutti opera. Dovunque c’è un essere, là c’è Dio. Ogni cosa, il vivente soprattutto, e, fra i viventi, in modo speciale l’intelligenza umana, hanno l’essere e l’agire che loro partecipa l’essere, la vita e l’intelligenza divina; Est Deus in nobis: c’è Dio nell’uomo (...). Ma, con la grazia, Dio è presente in noi in un modo più ammirabile, in quanto ci trasforma con la sua virtù divina e ci costituisce suoi figli adottivi. - I figli di Dio. I teologi distinguono la grazia in attuale ed in abituale. La prima si riduce ad un raggio rapido di Dio, che illumina la mente, ad una scossa della volontà, con cui Dio ci spinge: è transeunte come l’opera, non è permanente come una disposizione durevole. Ai peccatori ed ai giusti Dio concede copiosa questa rugiada di grazie attuali, che avviano e sostengono i primi nella giustificazione, e conservano e spronano i secondi nella via del bene. Non è di questa grazia che qui discorriamo, ma piuttosto dell’altra, chiamata grazia santificante o abituale, principio intrinseco e trasformatore, «qualità divina, inerente nell’anima, simile a luce, il cui splendore, avvolgendo e penetrando le anime, ne cancella le macchie della colpa e loro comunica una radiosa bellezza», come insegna il Catechismo del Concilio Tridentino. Essa opera in noi un rinnovamento interiore, per dirla col Bellarmino, ci trasforma ad immagine di Dio, rendendoci puri e santi, e ci rende partecipi della natura divina, come insegna san Pietro. Ecco perché san Tommaso d’Aquino a ragione ha potuto scrivere clic «la perfezione risultante per una sola anima dal dono della grazia sorpassa tutto il bene sparso nell’universo». Nulla, infatti, v’è in tutto l’ordine naturale, nonostante le sue bellezze, che possa paragonarsi alla divinizzazione nostra ed a ciò che la produce. E chi ha studiato il catechismo non sente stupore alcuno, leggendo nella vita di santa Caterina da Siena, scritta dal B. Raimondo da Capua, suo confessore, come la Santa, essendole mostrata un giorno da Gesù un’anima della quale ella aveva ottenuto la conversione con la preghiera e la penitenza, esclamasse: «La bellezza di quell’anima era tale, che nessuna parola saprebbe esprimerla!». E Nostro Signore, indicandole quel divino splendore, le soggiungeva: «Non ti sembra graziosa e bella quest’anima? Chi dunque non accetterebbe qualunque pena, per guadagnare una creatura così ammirabile?». Ecco, dunque, la buona novella di Gesù, che ci ha insegnato a pregare, invocando Dio col nome di Padre: «Padre Nostro, che sei nei cieli»; che non esitava con la Maddalena a parlare così: «Ascendo al Padre mio e Padre vostro»; che ammoniva Nicodemo solennemente: «In verità, in verità ti dico, se uno non sarà nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio» e che alle meraviglie del suo interlocutore rispondeva distinguendo «i nati della carne» ed i nati di Spirito Santo. Gesù è venuto al mondo - proclama san Giovanni nel prologo del suo Vangelo - per dare il potere a quanti lo avessero accolto, ai credenti nel suo nome «di diventare figlioli di Dio, i quali non da sangue, né da voler di carne, né da voler di uomo, ma da Dio sono nati». Il cuore dell’Evangelista esultava a simile verità e nella sua Epistola esciva in queste commosse riflessioni: «Guardate di quale amore ci ha amato il Padre, dandoci di essere chiamati e di esser figli di Dio! E tali siamo. Questa è la ragione per la quale il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto Lui. O diletti, fin da ora siam figli di Dio; e quel che saremo non è ancor reso manifesto. Sappiamo, che, quando quel che saremo sarà manifestato, saremo simili a Dio, perché lo vedremo com’Egli è». E che altro sono tutte le Epistole di San Paolo, se non una predicazione costante degli ineffabili misteri della grazia e della filiazione divina? Quando scriveva ai Galati, egli annunciava che «giunta la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figliuolo... onde a noi fosse dato di ricevere l’adozione dei figli. E poiché voi siete figli, Iddio v’ha mandato nel cuore lo Spirito del suo Figliuolo, nel quale gridiamo: Abba! cioè Padre! Di guisa che voi non siete più schiavi, ma figli, e se siete figli, siete anche eredi per grazia di Dio». La stessa dottrina ampiamente illustrò ai Romani; ed anche quando era prigioniero e rivolgeva la sua ammirabile lettera a quelli di Efeso, nel momento in cui si preparava a rivelare loro il mistero nascosto da secoli, era talmente rapito dalla grandezza del mistero dell’adozione divina per i meriti di Gesù Cristo, che dimenticava le sue tristi condizioni e le sue catene, per sciogliere, all’inizio dell’Epistola, un inno di lode e di ringraziamento al Cielo, «Benedetto sia Iddio, - esclamava - il Padre di Nostro Signor Gesù Cristo, che ci ha benedetti in Cristo con ogni sorta di benedizioni spirituali. In Cristo infatti Egli ci ha eletti, prima della creazione del mondo, affinché fossimo santi ed immacolati nel suo cospetto nella carità, e ci ha predestinati a diventare per mezzo di Gesù Cristo suoi figli adottivi, secondo la benignità del suo volere, a lode della manifestazione gloriosa della sua grazia, della quale nel Diletto suo Egli ci ha gratificato». Oggi le Epistole di san Paolo non si leggono se non da pochi, e pochissimi fra i pochi lettori le comprendono, perché manca loro questa chiave necessaria per poter capirne il senso: la distinzione, cioè, fra l’ordine soprannaturale e l’ordine naturale, il concetto della grazia e dell’adozione divina. E purtroppo tale fondamento del Cristianesimo è poco considerato anche nella predicazione. Si trascurano eccessivamente le radici, per limitarsi ad un fiore dell’albero, senza riguardare il fiore nello spirito vivificatore che lo ha prodotto e che lo anima. Nei primi secoli della Chiesa non era così. Le opere immortali dei Padri greci e latini ci attestano che il soprannaturale formava l’oggetto precipuo dei discorsi, delle omelie, della catechesi. Sant’Agostino non temeva di diffondersi su questo argomento con gli umili pescatori d’Ippona. II grande Dottore nel De civitate Dei insegnava: «II Figlio di Dio, il suo unico Figlio secondo la natura, per una meravigliosa condiscendenza è divenuto figlio dell’uomo, affinché noi, che siamo figli dell’uomo per natura nostra, diventassimo figli di Dio per la sua grazia». E così san Massimo, san Giovanni Damasceno, san Gregorio Nisseno cantavano «il mistero della nostra elevazione soprannaturale», per cui Dio «ha voluto deificarci», assimilandoci a Lui mediante la grazia, «L’uomo - soggiungeva san Gregorio di Nissa - l’uomo che per sua natura non è che cenere, paglia e vanità, è stato da Dio elevato dallo stato di creatura alla condizione di figlio»; e divenendo figli di Dio, noi «siamo grandi della grandezza di nostro Padre». Nell’Oriente e nell’Occidente non risonavano che queste voci; e fu la nuova coscienza d’esser divenuti figli di Dio, fu l’annuncio buono della nostra divinizzazione, che ha creato la nuova civiltà, non più umana soltanto, ma cristiana. Era così vivo e profondo il senso del dono divino, della grazia, che essa non restava una nozione astratta, ma implicava un mutamento radicale di vita. ...

La Grazia. Il dono divino ed i doni umani. La sorgente della grazia. I figli di Dio (parte 1). Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 11, p. 3 - 4

In una delle cerimonie del Battesimo, così ricche di significato e di poesia, dopo che nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo il bambino è stato purificato nell’acqua salutare, il Sacerdote prende una piccola veste tutta bianca e la depone sul novello cristiano, pronunciando le seguenti parole: «Prendi questa veste candida ed immacolata; e portala senza macchia dinanzi al tribunale di nostro Signor Gesù Cristo, perché tu abbia la vita eterna». Difficilmente si potrebbe immaginare un simbolo più gentile e sublime della grazia, che adorna l’animo nostro di candore, rendendolo divinamente bello e candidato al cielo. Che importa se l’occhio materiale e la nostra attenzione stessa, troppo assorbita nello sfavillio abbagliante delle immagini sensibili, non contemplano questa intima bellezza, gloria e divinizzazione della umana natura? Anche il diamante talvolta è celato sotto la rude incrostazione; ma lo sguardo ed il cuore del ricercatore non si ferma a questa, e stolto sarebbe chi, limitandosi a considerare la superficie, dimenticasse il tesoro nascosto. Purtroppo, noi sovente imitiamo i barbari e rinnoviamo la scena così spesso avvenuta dopo la scoperta dell’America o nelle esplorazioni delle tribù africane: all’abile mercante europeo, che offriva bambole, trombette e gingilli, il selvaggio dava in cambio oro e gemme: proprio come noi, che per «un bel nulla d’oro, rilegato in argento», rinunciamo alla grazia. Sembra che risuoni ancora, lacerante come un lamento, l’esclamazione di Gesù, seduto al pozzo di Giacobbe, quando alla peccatrice di Samaria diceva con dolcezza triste: «Oh, se tu conoscessi il dono di Dio». Cos’è la grazia? - Ecco il problema, che dobbiamo affrontare in questo capitolo. È il problema della nostra dignità, non solo umana, ma divina; è il problema della nostra grandezza soprannaturale. L’uomo ha sempre aspirato alla sua divinizzazione. Esser come dèi: fu la visione fascinatrice, che sedusse Eva. Divinizzare la natura: fu il programma del paganesimo, che adorò il sole ed il coccodrillo, le stelle e gli imperatori. Rendere immanente Dio nell’uomo: è la sintesi di tutta la filosofia moderna, specialmente da Emanuele Kant a Giorgio Hegel ed a Giovanni Gentile. Il volo di Icaro si ripete sempre, sotto diverse forme, nella storia, e ad un fremito di ali, - di ali di cera, - succede la caduta. Non gli astri, ma il fango: la Dea Ragione della Rivoluzione francese ricordi ed insegni. Quando l’uomo, con le sole sue forze, vuol diventare un Dio, cade nella ridicolaggine del fallimento e nella desolazione delle rovine. Solo Dio può elevare l’uomo, renderlo partecipe della sua natura, deificarlo: e Dio compie questo con la grazia. In che consiste, adunque, un tale e così eccelso tesoro, del quale ogni persona seria dovrebbe interessarsi come della cosa più preziosa e più necessaria di questo mondo, mentre di essa la maggioranza dei cristiani, soprattutto per l’enorme analfabetismo religioso, così poco si cura? Nel piccolo catechismo la grazia è definita e chiamata il dono gratuito del Signore, dato a noi per i meriti di Gesù Cristo, per renderci figli adottivi di Dio, partecipi della natura divina, capaci di compiere opere soprannaturalmente meritorie e di conseguire la vita eterna. Un commento di tale definizione servirà a risolvere la questione proposta. 1. - Il dono della divinizzazione. Dio è amore. L’han detto san Paolo e san Giovanni. E nessuno capirà qualche cosa della grazia, se non si pone dal punto di vista dell’amore infinito di Dio. La creazione stessa è già opera dell’amore, perché nessun essere aveva diritto all’esistenza; ed anche nell’ordine naturale, l’uomo avrebbe cantato la bontà del suo Creatore. Nell’ordine soprannaturale, poi, questo canto si intensifica: è l’Amore che vuol trasformarci, elevarci, divinizzarci. Ecco cosa significa quella parola: «la grazia è un dono», - parola, come ho ricordato, pronunciata da Cristo. Alcuni, nell’atmosfera naturalistica che ne circonda, hanno paragonato la grazia al braccio di una statuetta, meravigliosamente lavorata da Michelangelo, per svergognare i suoi detrattori. Gli invidiosi, che non potevano soffrire in silenzio la grandezza di quel genio, sentirono un giorno a Roma che gli operai addetti agli scavi avevano trovato un mirabile capolavoro antico: una statuetta, mancante d’un braccio, ma deliziosa a contemplarsi. E dinanzi al Pontefice si accese la disputa: Michelangelo criticava la piccola statua e vi scopriva mille difetti; i suoi detrattori non avevano parole bastanti per elogiarla e con fine ironia la confrontavano con le povere opere del loro aborrito rivale, il Buonarroti. Il quale, dopo d’aver goduto lo spettacolo, lo volle concludere, estraendo di tasca il braccio mancante ed esclamando: «La statuetta è mia; e la prova l’avete in questo braccio; mirate come combacia!». - «Anche la natura - osservano alcuni - è come la statua di Michelangelo: manca di un braccio; e la grazia non fa altro che completarla. Vi sono in noi esigenze imperiose, che appellano il soprannaturale; ai detrattori ed ai nemici di questo, che, per esaltare la natura, disprezzano la grazia, noi diciamo: - notate: la natura è imperfetta: essa esige il braccio che le manca: la soprannatura». Ebbene, no: le imperfezioni della nostra natura, così evidenti ed innegabili, richiedono per se un perfezionamento naturale, rispondente cioè al nostro grado di uomini, come la statua senza braccio richiede, per essere completa, la parte mancante. La grazia, invece, è un dono di fronte alla nostra natura umana, poiché noi non ne abbiamo diritto od esigenza alcuna: quale esigenza mai potremmo vantare di divenire come Dio? Se Dio ci divinizza, questo è un effetto della Sua bontà ineffabile, del suo amore; ma, per carità, non parliamo di diritti nostri! La statuetta di Michelangelo non ha esigenza o diritto alla vita, al moto, alla parola, al pensiero; e noi abbiamo ancora minore esigenza, minor diritto alla grazia, poiché fra il marmo del capolavoro e la vita o il pensiero, c’è un abisso molto più piccolo, che non fra la natura e la soprannatura, fra l’uomo e Dio. Noi - di fronte al dono della grazia, - non abbiamo altro che la capacità (chiamata dai teologi capacità obbedienziale) di riceverla, nell’ipotesi che Dio ce la conceda, - capacità che è propria di una natura spirituale, come la nostra e la angelica, e manca nei bruti, negli esseri irragionevoli e nelle cose puramente materiali. Se volete penetrare e scendere nel profondo dell’anima dei mistici nostri, o se anche desiderate inebriarvi a quelle sorgenti fresche e dolci che sono Le laudi, ad esempio, di Jacopone da Todi, bisogna meditarla, e approfondirla questa parola: «la grazia è un dono dell’amore divino»; allora anche voi canterete col grande poeta predantesco: *** O Amor, divino amore, - amor che non se’ amato .... Amor la tua amicizia - è piena di delizia non cade mai en tristezza - lo cor che t’ha assagiato .... Clama la lengua e ’l core: - Amore, amore, amore! .... Gridiamo: - Amore, amore! *** Allora anche, non sareste sordo allo squillo della campanella, suonata un dì in un monastero di Firenze da un’anima verginale, che ad ogni tiro di corda esclamava: - L’Amor non è amato! L’Amor non è amato! - E che altro vuol essere questo modesto ed umile volumetto, se non un gemito d’una campana, che vi squillerà nel cuore e vi farà echeggiare il grido, zampillante dall’anima di Maria Maddalena de’ Pazzi?

La Grazia. Il dono della divinizzazione. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 10, p. 3 - 4

Adesso, forse, alla fine di questa lezione austera, senza  fronzoli, senza ninnoli, senza retorica; dopo di aver intravisto debolissimamente in che cosa consiste il Cristianesimo e come è grande la dignità del cristiano, i lettori cominceranno a intuire l’enorme bisogno del catechismo. Il Padre Terrien, in una sua aurea opera: La grâce et la gloire, scrive: «Un figlio di re, che non sapesse la sua nascita, né gli alti pensieri che essa esige da lui: ecco l’immagine d’un troppo grande numero di cristiani». Come si può dargli torto? A questo punto della lettura, io vi invito a fermarvi. Pensate un momento alla trasformazione operata da Dio in voi, al rinnovamento meraviglioso e divino dei cuori, alla rigenerazione che trasforma nelle profondità più intime la natura e le facoltà umane, alla deificazione che della creatura fa un figlio di Dio e dell’uomo fa un Dio. E quando sentite almeno un po’ di consapevolezza del significato di queste parole: «Figlio adottivo di Dio, partecipe della natura divina», gettatevi in ginocchio. Ripensate a tutti i Pater noster che avete biascicato in vita vostra: forse ne scorgerete una moltitudine sterminata... Ma, ahimè! Fors’anche non ne scoprirete molti recitati bene. Dite ora, nel silenzio raccolto, - innalzandovi a quei cieli dell’anima la cui bellezza fu cantata da santa Teresa là dove commenta il Pater - dite: «Padre nostro, che sei ne’ cieli...». Siam figli di Dio; salutiamo il Padre! «Quando fate orazione -insegnava Gesù, in un indimenticabile giorno - dite: «Padre!». Se Dio ci ha innalzati alla dignità di suoi figli, si può forse rivolgere a Lui una parola più bella o più alta? Adesso comincerete a penetrare nell’animo dei Santi. Essi amavano Dio, perché sentivano cosa significava la paternità divina e la nostra adozione soprannaturale. Una novizia, entrando un giorno nella cella di Santa Teresa del Bambino Gesù, si soffermò colpita dalla espressione tutta celeste del suo volto. Suor Teresa, per quanto cucisse attivamente, si sarebbe detta rapita in una contemplazione profonda. - A che pensa? - le domandò la giovane suora. - Medito il Pater, - rispose. - È così dolce chiamare Dio Padre nostro!... - e nei suoi occhi brillavano le lacrime. Se noi conoscessimo il catechismo, pregheremmo meglio. Volevo dire: pregheremmo. Poiché purtroppo spesso onoriamo Dio solo con le labbra, ma il nostro cuore è lungi dal Signore. E comprenderemmo anche la parola di Papa San Leone Magno, che così riassumeva il mistero della nostra elevazione soprannaturale: «II dono che sorpassa ogni dono è che Dio chiami l’uomo suo figlio, e che l’uomo chiami Dio suo Padre». Riepilogo. 1. Possiamo considerare l’uomo in un duplice stato od ordine: a) nell’ordine naturale, in cui egli avrebbe solo ciò che è richiesto dalla sua natura di uomo; b) nell’ordine soprannaturale, in cui viene elevato ad una grandezza e dignità superiori ai diritti ed alle esigenze della sua natura umana. L’ordine soprannaturale - lo si noti bene - non distrugge, ma suppone ed eleva l’ordine naturale. 2. Nell’ordine naturale l’uomo sarebbe stato non un figlio di Dio, ma una semplice creatura ed avrebbe avuto: a) la ragione, ma non la rivelazione; b) la sua attività umana, ma non la grazia; c) morendo, dopo una vita moralmente onesta, avrebbe avuto una felicità naturale, ma non il paradiso. 3. Nell’ordine soprannaturale l’uomo è elevato alla dignità di figlio di Dio (non già di figlio naturale, ma di figlio adottivo, poiché solo la seconda Persona della Trinità è Figlio di Dio per natura; noi siamo figli di Dio solo per grazia). Conseguentemente, nell’ordine soprannaturale: a) non basta la ragione; occorre anche la rivelazione; b) non basta l’attività umana, è indispensabile anche la grazia; c) non avremo nell’altra vita, se morremo in grazia, una felicità naturale, ma il paradiso. Il Cristianesimo non è altro se non lo svolgimento e l’attuazione di questa verità consolante e fondamentale, insegnataci dalla rivelazione: l’elevazione dell’uomo all’ordine soprannaturale per mezzo della grazia, meritataci da Gesù Cristo.

L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. La dignità dei figli di Dio. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 9, p. 3 - 4

Come già osservammo, Dio, infinitamente buono, ci ha tanto amati, da non limitarsi solo a crearci ed a conservarci nel nostro stato di uomini; ma ha voluto elevare l’uomo ad un ordine superiore, all’ordine soprannaturale, senza che noi avessimo nell’essere nostro esigenza o diritto di sorta. Noi per natura siamo uomini, semplici creature; per un eccesso di amore del nostro Dio, siamo stati trasformati, elevati, divinizzati, in altre parole, siamo stati chiamati alla dignità di figli di Dio. E siccome il figlio deve avere la stessa natura del padre, Dio - per usare l’espressione di san Pietro - ci fa consorti e partecipi della sua natura divina. Molti a queste parole sgraneranno tanto d’occhi: - Ma come? Noi cristiani siamo forse degli Dei? Non esito a rispondere: - E non lo sapete? E non sapete che il Cristianesimo ci porta la buona novella della nostra divinizzazione? Non avete mai letto le epistole di san Paolo, incomprensibili, se si prescinde da questo punto fondamentale? Non avete mai fatto caso alle parole, nel Vangelo di san Giovanni, rivolte da Gesù ai Giudei: «Non è forse scritto nei vostri libri sacri: Io ho detto: ecco, voi siete degli Dei?». Lo so: molti fedeli battezzati vivono non da Dei, ma da bruti; ma ciò non dipende forse, in parte almeno, dal fatto che non hanno mai chiaramente conosciuto la grandezza divina alla quale Dio li ha predestinati? Mentre i Padri della Chiesa, parlando dell’Incarnazione, mille e mille volte ripetevano nei loro discorsi e nelle omelie al popolo: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse un Dio», noi oggi non siamo più abituati a simile franchezza di linguaggio. Spesso, quasi fossimo degli stoici, e non dei cristiani, ci si raccomanda: «Siate uomini!»; e non si riflette che il primo appello del Cristianesimo è questo: «Divinizzatevi, se volete entrare nel regno dei cieli!». Spieghiamo con limpida precisione in che cosa consista la nostra divinizzazione. Noi possiamo distinguere una duplice classe di figli: a) il figlio naturale; b) il figlio adottivo. L’adozione, come tutti sanno, è l’ammissione di uno straniero in una famiglia, in modo tale che egli diviene membro della famiglia stessa, ne prende il nome ed i titoli, acquistando anche il diritto all’eredità. L’adozione, però, fra gli uomini si limita ad un atto giuridico, mediante il quale uno è assunto come figlio, senza che nell’intimo della sua persona si cambi qualche cosa. Orbene, anche tra i figli di Dio dobbiamo distinguere: a) il Figlio naturale di Dio, la seconda Persona della Trinità, come vedremo, - che, incarnandosi e facendosi uomo, prese il nome di Gesù Cristo; b) i figli adottivi, ossia noi, che Dio non ha voluto lasciare al grado di inchiostro, semplici uomini, con la sola natura nostra umana, ma ha voluto - come dice san Paolo predestinare ad essere suoi figli (non per natura, il che è assurdo, ma per adozione). In tanto noi possiamo dire a Dio: «Padre nostro, che sei nei cieli», in quanto Dio per sua benignità, non per nostro diritto od esigenza, ci ha elevati a questa divinità, adottandoci come figli. Ma mentre nella adozione umana, dove è un uomo che adotta un altro uomo, nessuna trasformazione reale avviene nella persona adottata, qui invece, siccome è un Dio che adotta un uomo e, di conseguenza, siccome non c’è comunanza di natura, Dio ci rende suoi figli adottivi, non già solo con un atto giuridico, ma con un cambiamento, con una elevazione della nostra natura umana, con una dote che investe intrinsecamente l’anima nostra, che oltrepassa ogni sostanza creata e che ci dà il diritto di nominarci e di essere figli di Dio, come dice san Giovanni. Come vedremo nel capo seguente, mediante la grazia, noi diventiamo partecipi della natura divina; siamo innalzati al di sopra della nostra natura; diventiamo simili a Dio; tendiamo a Dio, non più come a semplice autore dell’ordine naturale, ma altresì come all’autore dell’ordine soprannaturale. Chi approfondirà questa parola: «figlio di Dio», capirà tutto il nesso dei dogmi cristiani, l’essenza della vita cristiana, l’anima vera della storia dell’umanità, l’ultimo fine a cui aneliamo. Noi, in seguito, non faremo altro che svolgere questo concetto: la adozione dell’uomo in figlio da parte di Dio, per i meriti di Cristo. Frattanto, appaiono già chiare alcune cose: 1) Mentre nell’ordine naturale sarebbe bastata la ragione, nell’ordine soprannaturale occorreva la rivelazione. Altrimenti, se Dio non ci avesse rivelato questo grande e divino dono del suo amore, come avremmo potuto noi supporlo o esigerlo? L’inchiostro non ha nessuna esigenza ad esprimere un pensiero di Dante; molto e molto meno l’uomo, creatura, poteva avere l’esigenza od il mezzo di diventare figlio adottivo di Dio. 2) Mentre nell’ordine naturale sarebbe bastato osservare la legge morale, scritta da Dio nei nostri cuori, nell’ordine soprannaturale l’attività puramente umana non basta; è indispensabile la grazia, che, elevando la nostra anima, trasformi e divinizzi la nostra attività morale. Materialmente e superficialmente considerato, è identico l’inchiostro nel calamaio e quello sulla carta; ma là non c’è se non materia, qui c’è un pensiero: così, all’occhio del senso, non c’è differenza tra un’azione buona compiuta da una persona in grazia e da un’altra senza la grazia; invece, nel secondo caso (l’autore scrive nel «primo caso», ma crediamo si sia confuso, ndR), come spiegheremo, abbiamo una pura attività dell’uomo, un atto soltanto umano, anche se buono; nell’altro (nel primo caso), abbiamo un’attività divinizzata, di un valore infinitamente superiore, in quanto l’uomo dista infinitamente da Dio. 3) Da ultimo mentre nell’ordine di natura non avremmo avuto nell’altra vita se non una felicità naturale, una cognizione indiretta e analogica di Dio ed un amore corrispondente a tale cognizione, invece nell’ordine soprannaturale tendiamo al Paradiso, che altro non è se non l’eredità dei figli, ossia la partecipazione dei figli alla vita divina, in modo che noi conosceremo Dio intuitivamente come Dio conosce se stesso, ameremo Dio come Dio si ama, godremo Dio come Dio si bea di Sé. Nel paradiso si realizza in modo completo la divinizzazione dell’uomo, quantunque questi non cessi d’essere creatura e sia glorificato in modo rispondente ai suoi meriti. Non si possono confondere i due ordini: l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. Essi sono diversi, quantunque non siano opposti, né rompano l’unità della vita umana. La soprannatura non distrugge la natura, ma la eleva e la perfeziona, e perciò la suppone; la grazia non annienta l’uomo, ma ne è il potenziamento ineffabile. Come la forza elettrica, attraversando un rude filo di metallo, non lo rende inutile, ma di esso si serve per diffondere luce, forza e calore; come il pittore non distrugge i colori, ma della loro materialità si serve per esprimere la visione del suo genio; come l’innesto porta nuova vita all’albero, che non è distrutto, ma vivificato, così il soprannaturale non toglie il naturale, ma, perfezionandolo, lo sublima divinamente. La rivelazione suppone la ragione e le porta nuovi lumi, e lumi divini; la grazia suppone la natura e le arreca una celeste bellezza. Il cristiano non è qualcosa di meno dell’uomo, ma è qualcosa di più: è l’uomo divinizzato, figlio di Dio.

L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. L’uomo nell’ordine soprannaturale. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 8, p. 3 - 4

Dio poteva lasciare l’uomo nell’ordine naturale, vale a dire nel suo stato di uomo. 1. In questo caso, l’uomo sarebbe stato una semplice creatura, non un figlio di Dio; ossia non avrebbe mai potuto dire a Dio: «Padre nostro». Lo so: l’affermazione susciterà un grande stupore; poiché è così marchiana l’ignoranza del catechismo, che tutti credono d’aver diritto, in nome della loro natura di uomini, di salutare Dio col dolce nome di Padre. Nulla di più falso. E basta fare una riflessione di intuitiva evidenza. È vero, o non è vero, che il figlio è della stessa natura del padre? Da una bestia nasce una bestia; e da un uomo nasce un uomo. Padre e figlio hanno la identica natura. È stato solo Caligola, che un bel giorno ha nominato senatore il suo cavallo e poco mancò che non lo nominasse suo figlio; ma probabilmente, il cavallo restò cavallo. Dunque, se eguale dev’essere la natura del figlio e del padre, noi in quanto uomini, nell’ordine naturale, non potremmo dare a Dio il nome di Padre: per far questo dovremmo avere la natura di Dio, ossia non la natura umana, ma la natura divina. E siccome non possediamo - come uomini - tale natura, noi siamo solo creature, sia pur ragionevoli, di Dio, ma non figli di Dio per natura. In un senso improprio e metaforico le creature, per una certa somiglianza col Creatore che le ha create secondo l’idea della sua mente, possono chiamare Dio col nome di Padre: nel senso cioè che anche la «gentil farfalletta», stretta dalle dita della «vispa Teresa», supplicava: «Deh! Lasciami! Anch’io, sono figlia di Dio!» Anche le farfalle si possono dire impropriamente figlie di Dio; ma, in realtà, esse non hanno se non la natura di farfalla, e non partecipano affatto la natura divina, come le opere del pittore e dello scultore, pur partecipando l’idea, non partecipano la natura e la vita dell’artista. 2. Nell’ipotesi fatta, perciò, l’uomo, creato da Dio, ed ornato delle sole doti naturali, avrebbe svolto sulla terra le sue energie umane. Ed avrebbe avuto: a) L’attività della sua ragione, ossia le varie conoscenze naturali, le diverse scienze, la filosofia o speculazione naturale. Non gli sarebbe mancata una cognizione anche dell’esistenza di Dio, che avrebbe dedotta dall’esistenza delle cose create, poiché come dall’orologio io deduco l’esistenza dell’orologiaio, quantunque non lo veda, così da questo grande orologio dell’universo la ragione può assurgere all’affermazione certa del Dio invisibile; e come sulla spiaggia del mare chi vede lontano lontano un bastimento avviato verso il porto, è certo che un capitano lo guida, così, chi contempla la nave immensa del mondo, pensa al grande nocchiero, Iddio. Avremmo pure la certezza della nostra spiritualità, della nostra libertà. E tutto ciò con la ragione, non con la rivelazione. b) A tale cognizione esclusivamente razionale avrebbe risposto un’attività puramente umana, individuale e sociale. L’individuo, la famiglia, la nazione, la vita internazionale sarebbero stati retti da quella legge morale, che è impressa nelle coscienze. Noi avremmo dovuto organizzare la vita prendendo a centro di essa Dio, autore dell’ordine naturale. E tutto ciò con le forze rispondenti alla nostra natura, e con quell’aiuto e quel concorso divino al nostro agire - d’ordine naturale - che Dio largisce a tutte le creature, - non con la grazia. c) Alla morte, l’anima immortale avrebbe finalmente ricevuto da Dio - suo ultimo fine - il premio o la pena; ed il premio - come è evidente - non sarebbe stato se non una felicità naturale, non il paradiso. Nell’ordine di natura, infatti, l’uomo, anche nell’altra vita, non avrebbe diritto se non ad una felicità umana, ad una conoscenza umana, ad un amore umano, perfezionati come si vuole, ma sempre nell’ambito delle esigenze nostre di uomini. Il paradiso, viceversa, come diremo, importa una cognizione divina, un amore divino, una felicità divina. Il paradiso consiste nella visione intuitiva di Dio, ossia nella cognizione diretta di Dio; mentre la ragione umana, sia pur perfezionata, non può assurgere a Dio, se non indirettamente, mediante un ragionamento, e non lo conosce quindi se non in modo analogico, ma non ha nessun diritto a vedere Dio come Dio vede se stesso. Ed in che consiste il limbo dove vanno i bambini che muoiono senza battesimo, se non in questa felicità naturale, riducentesi soprattutto ad una cognizione indiretta, ma sicura, e ad un umore perenne di Dio, principio e fine di ogni essere? Concludendo: l’uomo nell’ordine puramente naturale, lasciato cioè al suo stato d’uomo (l’inchiostro nel calamaio) avrebbe avuto: a)la ragione, senza la rivelazione; b) la sua attività naturale ed il concorso divino naturale, senza la grazia; c) ed organizzando la sua vita secondo la legge morale di Dio, creatore e giudice, avrebbe un giorno conseguito una felicità naturale, non il paradiso.

APPENDICE S.S.. Papa Innocenzo I, nella Lettera Inter ceteras Ecclesiae Romanae a Silvano ed agli altri padri del Sinodo di Milevi, il 27 gennaio 417, insegna: «La necessità del battesimo. (c. 5) Che agli infanti possa essere donato, anche senza la grazia del battesimo il premio della vita eterna, è una grande stoltezza […] Chi invece sostiene che l’abbiano senza la rigenerazione, a me sembra che voglia annullare lo stesso battesimo, sostenendo che gli infanti abbiano ciò che secondo la fede è conferito loro se non attraverso il battesimo. Se, dunque, secondo loro non nuoce non rinasce­re, è necessario che dicano apertamente che non giovano i sacri flutti della rigenerazione. Ma affinché l’iniquo insegnamento di persone [che asseriscono] cose superflue, possa essere smontato con veloce esposizione della verità, [ec­co] il Signore dichiarare [proprio] ciò nel Vangelo, dicendo: Lasciate i fanciulli e non impedite [loro] di venire a me: di tali infatti è il regno dei cieli [cf. Mt. 19,14; Mc. 10,14; Lc. 18,16]».

L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. L’uomo nell’ordine naturale. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 7, p. 3 - 4

Non è raro il caso di qualche ottimo galantuomo che, sentendo entusiasticamente discorrere di alta montagna, di escursioni, di vette, di valanghe e di tormenta, si è persuaso d’essere un alpinista nato e si è cullato nel sogno di poter d’un tratto raggiungere le cime più eccelse. La realtà è diversa: per conquistare le altezze, bisogna non solo allenarsi, possedere un buon alpen-stock, trovare una guida sicura, ma occorre munirsi di perseverante tenacia. I panorami superbi ed, in genere, la poesia della montagna sono riservati alle forti volontà, che non indietreggiano dinanzi al sacrificio, né cedono le armi davanti agli ostacoli od ai pericoli. In breve: l’alpe non è creata per le talpe. Iniziando la nostra ascesa, è doveroso che io ricordi un simile avvertimento al lettore, e subito lo alleni all’arduo, ma promettente cammino, con una lezione, che sembrerà a prima vista dura, arida, senza visioni attraenti ed è, invece, l’unica via per chi vuol salire in alto. Chi non sapesse centellinare parola per parola questo capitolo, si rassegni a restare pur giù nella valle, nel letto comodo della sua poltroneria. È il capo più difficile e più necessario di tutto il volumetto; e quantunque il suo pieno significato non potrà esser colto se non quando si sarà giunti al termine del libro, tuttavia è necessario impadronirsi di esso come di un alpen-stock, o, se si vuole, di una guida; occorre, meglio ancora, tanto per abbandonare il paragone dell’alpinismo, considerare queste pagine come un germe, che poi adagio adagio si svolgerà. Che importa se il germe è nel terreno oscuro e se bisogna faticare un pochino per studiarlo? Con un leggero sforzo d’attenzione, potremo ben imprimere nella mente nostra la differenza essenziale che ce tra l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale ed incominceremo ad intravedere, sia pur da lontano, la vetta baciata dal sole, che ci invita con voce suadente. Definizione dei due ordini. Innanzi tutto, cosa intendiamo dire con queste espressioni: «l’ordine naturale» e «l’ordine soprannaturale»? 1. - Ogni cosa ha la sua natura. Il legno ha la natura di legno. L’inchiostro ha la natura d’inchiostro. Il gatto ha la natura di gatto. Una rosa ha la natura di rosa. Un uomo ha la natura di uomo. La natura, in altre parole, è ciò per cui un essere è quello che è e non è un altro essere. Se questo uomo, invece di avere la natura umana, avesse la natura di asino, sarebbe un asino e non un uomo; ed anche nel linguaggio familiare, quando diamo dell’asino ad una persona, noi la insultiamo appunto perché le diciamo implicitamente: tu hai la natura di uomo, ma susciti l’impressione che tu abbia la natura di asinello dalle lunghe orecchie! La natura, dunque, è ciò che costituisce un essere nel suo grado e gli concede di agire in un modo determinato. La natura di gatto costituisce questa cara bestiolina nell’ordine dei gatti, non dei cavalli o dei papaveri, e fa sì che essa miagoli, prenda topi e via dicendo. L’universo creato, conservato e governato da Dio, ossia la grande natura, non è altro se non il complesso di tutte le nature particolari, rette e congiunte fra loro secondo determinate leggi, che si chiamano appunto leggi di natura. Abbiamo così quel mirabile ordine, che ci strappa un grido d’ammirazione ogni volta che volgiamo uno sguardo al cielo stellato, o ad un giardino sorridente nel fremito della primavera. Ecco l’ordine naturale, dove ogni fenomeno - anche se è per noi doloroso, come potrebbe essere un terremoto - è un momento dello sviluppo universale, che si compie secondo la volontà o la permissione di Dio. 2. - Per capire, ora, ciò che è l’ordine soprannaturale, ricorriamo ad un esempio, preavvertendo che i paragoni non corrono mai con cento piedi. Ho qui dinanzi a me un calamaio, ripieno di inchiostro. V’intingo la mia penna e scrivo una terzina dantesca. Io distinguo subito due cose ben diverse: l’inchiostro ed il pensiero che ho scritto. L’inchiostro ha le sue leggi, rispondenti alla sua natura. Ed io posso esaminarlo molecola per molecola, per ricercare il modo della loro connessione; posso chiedermi quale storia ha quest’inchiostro e quale fu la sua origine. Tutto ciò non è confondibile con le leggi del pensiero, con la storia e le vicende o con la poesia di Dante. Non mi frullerà mai nel cervello la pazza idea che il pensiero di Dante non sia altro che inchiostro: una cosa è l’inchiostro ed un’altra cosa, ben differente, è il pensiero. Tuttavia, dall’istante in cui io con quest’inchiostro ho scritto la terzina, pur essendo essenzialmente diversi, l’inchiostro è unito col pensiero; esso è stato elevato ad un altro grado, che è proprio non più della materia, ma dello spirito. L’inchiostro nero, o rosso, non aveva nessuna esigenza ad esprimere il pensiero di Dante, appunto perché ciò non era richiesto dalla sua natura; tuttavia, quando io lo adopero per stendere le lettere che compongono le parole dei versi danteschi, non viene menomato nei diritti della sua natura, anzi viene innalzato ad una maggiore dignità. In altri termini: il pensiero non è l’inchiostro, supera l’inchiostro, ma non lo contraddice. Non c’è opposizione tra inchiostro e segno del pensiero, quantunque tra inchiostro e pensiero vi sia differenza di natura, né ogni macchia d’inchiostro dica un pensiero. Che se, dopo d’aver steso in carta i versi del sommo Poeta, qualcuno si avvicinasse alla carta stessa, la scrutasse e volesse pretendere di limitare la sua disamina all’inchiostro nero o rosso, sarebbe libero di farlo: egli si restringerà nella sua ricerca all’ordine materiale dell’inchiostro, lo analizzerà scientificamente, ci darà la descrizione esatta del modo col quale la penna lo ha lasciato scorrere sulla carta e così via; ma non pretenda di aver esaurito la realtà. Quell’inchiostro oramai non è più solo inchiostro; è stato elevato ad un altro grado ed esprime il pensiero di Dante. Facciamo la facile applicazione. Noi, come uomini, abbiamo la natura umana, con tutte le leggi e le esigenze di questa natura, come l’inchiostro ha la natura d’inchiostro, con tutte le sue leggi e le sue esigenze. Noi, come uomini, non abbiamo nessun diritto e nessuna esigenza ad una dignità e ad una grandezza superiori alla natura d’uomo, come l’inchiostro non ha nessuna esigenza ad esprimere il pensiero di Dante. Dio, però, per sua bontà, può elevare l’uomo ad una dignità e ad una grandezza eccedenti, superiori, non richieste dalla natura umana, - come io, ad esempio, posso con l’inchiostro stendere la terzina del grande Poeta. Se Dio fa questo, non esiste più soltanto un ordine naturale, nel quale l’uomo ha la sua natura umana, con l’attività sgorgante da essa; non esistono più solo - nel paragone - le leggi dell’inchiostro e la sua storia materiale; esiste altresì un ordine soprannaturale, ossia - come dice la parola sopra - superante le esigenze ed i diritti della natura nostra di uomini. L’ordine soprannaturale, evidentemente, è diverso dell’ordine naturale, ma non viene in opposizione con questo, come il pensiero è diverso dell’inchiostro, ma non si oppone ad esso ed ha anzi la potenza di usarne come un segno. Ebbene, Dio, che non era obbligato ad elevarci all’ordine soprannaturale, di fatto - come esporremo - ci ha innalzati; e per capire, sia pure pallidamente, in qual modo col povero inchiostro dell’umana natura il Divino Artista abbia scritto il poema del suo Amore soprannaturale, non abbiamo altro che da descrivere con la massima chiarezza ciò che sarebbe stato l’uomo nell’ordine naturale (l’inchiostro nel calamaio), e ciò che è l’uomo nell’ordine soprannaturale (l’inchiostro sulla carta scritta).

L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. Definizione dei due ordini. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 6, p. 3 - 4

Per questi motivi, vi sono anime forti e fiere, ma non credenti, che hanno scelto un’altra via e si sforzano di organizzare se stesse dal punto di vista del loro io. Certo: il nostro piccolo io, se può apparire infinitamente piccolo, però, nota Pascal, sente la sua superiorità dinanzi a quell’infinitamente grande, che è l’universo materiale. Ed il far centro se stessi di tutto; il non lasciarsi dominare dagli splendori esterni, ma il dominarli; il voler rimanere saldi con Marco Aurelio dinanzi alle vicende come «un promontorio, contro il quale incessantemente s’infrangono le acque»; l’essere superiore in nome del «genio interno» al piacere od alla pena, per finire un giorno la vita - è sempre l’autore dei Ricordi che parla - «come oliva matura che cada, benedicendo la terra che la portò e ringraziando l’albero da cui fu generata», può essere una visione ed un programma a prima vista affascinante per uno spirito nobile ed alto. Ma anche questo sforzo di organizzazione interiore non basta. Noi non siamo l’Assoluto; non siamo il promontorio saldo. Il piccolo io umano è debole, si muta, spesso si trova tuffato nelle tenebre; e, pur affermando se stesso, non solo è sbattuto dall’ondata amara della disillusione, ma sente la sua fragilità e la sua insufficienza. Dopo anni di battaglia, non può a meno di ripetere la parola sconsolata d’un positivista, di Roberto Ardigò, che, tagliandosi la gola con un rasoio, mormorava: «A che serve la vita?». La tristezza - lo ha riconosciuto persino Gaetano Negri - si trasfonde in ogni osservazione, in ogni parola di Marco Aurelio, e, noi soggiungiamo, di ogni stoico antico o moderno; è la tristezza «che colora di un grigio uniforme tutto il mondo, anche nelle sue più varie e più vaghe manifestazioni». Mai, come oggi, si volle fare dell’uomo un Dio, che dà a se stesso la sua legge; ma mai, come oggi l’uomo appare un idolo falso e bugiardo, dal piedistallo tremante, che, in mezzo alle sue autoglorificazioni, mostra la sua miseria. Ecco perché sant’Agostino, con una espressione profonda, da mille ricantata, ma da pochi compresa, ha scritto: Uomo, non uscire fuori di te, noli foras ire; rientra in te stesso, in te ipsum redi; e trovandoti soggetto alla mutazione ed alla relatività, trascendi te stesso, transcende te ipsum, organizza la tua vita prendendo a centro Dio. È ben questo il compito della religione: si è religiosi, o meno, secondo che si organizza tutta la propria esistenza, tutta la propria attività, dal punto di vista di Dio, al quale si subordinano le cose ed il proprio io. Non basta avere il nome scritto sui registri di battesimo per essere davvero credenti. La religione è una soluzione del problema della vita, ed una soluzione completa, che non trascura neppure il minimo gesto, il minimo atto, il minimo istante della nostra operosità. La conversione verace, seria, significa una rivoluzione nella propria vita, una organizzazione di essa dal punto di vista di Dio. E tutto questo volume non sarà altro che un chiarimento, una spiegazione di una tale soluzione: noi vedremo in qual modo il cristiano organizza la sua vita e cercheremo come egli, a differenza degli altri, risolva il suo problema. Se qualcuno scorrerà queste pagine e si sentirà agitato nel suo cuore, perché finora ha sciupato i suoi anni, ricavandone frutti amari di noia, di ribrezzo, di rimorso; se il pensiero dell’avvenire, della morte inesorabile che tutti ci attende e verso la quale corriamo con piede veloce, lo turba; se sente il bisogno di vivere, di vivere una vita degna di questo nome, rievochi le splendide pagine del nostro Manzoni intorno alla notte dell’innominato. Una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento, l’immagine viva di Lucia nella mente e le parole ancora risonanti all’orecchio, lo tormentavano, lo stizzivano, lo perseguitavano. «A che cosa son ridotto! - esclamava - Non sono più uomo, non sono più uomo!... Via! - disse poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto, divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti: - Via! sono sciocchezze che mi so passate per la testa altre volte. Passerà anche questa». Vana speranza! Si schieravano nella sua fantasia imprese e malandrini e «si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro indietro, d’anno in anno, di impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata dai sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che quei sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Erano tutte sue, erano lui; l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quelle immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da una inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra: lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebbero fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia dei suoi nemici... E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. - Se quell’altra vita, di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è; se è un’invenzione dei preti, che faccio io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cosa importa? è una pazzia la mia... E se c’è quest’altra vita!... - A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppure con la morte. Lasciò cadere l’arma, e stava con le mani nei capelli, battendo i denti, tremando... ed ecco, appunto sull’albeggiare... sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano... Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse ad aprire una finestra... ». Era arrivato in quelle parti il buon Pastore ed attendeva la pecorella smarrita. Anche oggi, come sempre nel passato, la religione a tutti coloro, la cui vita è stata avvolta da tenebre oscure ed agitate, fa giungere l’invito delle sue campane: «La notte è trascorsa; è spuntato il giorno bello; aprite le finestre; guardate; informatevi; seguite la voce di Dio, che vi chiama ed aspetta».

Riepilogo. Tutti, anche se non ci pensano, risolvono il problema della loro vita, in quanto non si può a meno di vivere se non in un modo o in un altro. Le soluzioni del problema si possono ridurre a due: a) Vi è la soluzione atomistica, ossia la vita disorganizzata di coloro che non collegano e non ispirano le loro azioni con un unico principio informatore. b) V’è la soluzione organica, ossia la vita organizzata secondo un determinato principio. In questo secondo caso, nell’organizzare la propria vita, si può prendere una triplice via; vale a dire: a) si può organizzare la vita secondo un principio esteriore, ponendo a centro gli onori, le ricchezze, i piaceri, ossia l’oggetto; b) si può organizzare la vita secondo un principio interiore, ponendo a centro il proprio io, ossia il soggetto; c) si può organizzare la vita secondo un principio divino, ponendo a centro Dio. Le prime due vie sono errate. Dobbiamo seguire la terza. Ed è per questo che l’attuale ignoranza della religione è delittuosa: non conoscere a fondo il Cristianesimo significa trovarsi nell’impossibilità di risolvere il problema della vita. Qual è, dunque, la soluzione cristiana di tale problema? Prima di enunciarla, occorre premettere qualche nozione intorno all’ordine naturale ed all’ordine soprannaturale.

Il problema della vita. La vita organizzata - Parte 2. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 5, p. 3 - 4

V’è un’altra strada, battuta dalla schiera di coloro che vivono la loro vita organicamente, che organizzano cioè la loro attività in modo che, come le molte lettere e parole di un libro costituiscono un unico libro, così la molteplicità svariatissima delle loro azioni costituisca un unico tutto coerente. Ad uno sguardo superficiale ciò che troviamo in una persona che vive organicamente è pressappoco identico alle vicende di altre persone che vivono atomisticamente. Ma la differenza è essenziale. Anche in un giornale quotidiano si discorre di fascismo, di politica estera, di Ceco-Slovacchia e di Stati Uniti, di moda femminile, di cavoli e talvolta non mancano suggerimenti per il pranzo del giorno; eppure, quale diversità d’impressione dà il giornale, che raccoglie tutte le notizie da un punto di vista speciale, - tanto che lo stesso materiale in un altro quotidiano assume un colorito differente, - ed il ciarlatano al quale abbiamo accennato! Chiunque vuol concludere qualche cosa nella sua vita, organizza se stesso; solo le persone energiche, gli individui di carattere, coloro che riescono a segnare un’orma, che non si lasciano trascinare, ma trascinano, che non procedono per moto d’inerzia o sospinti come vagoni, ma che vogliono essere e sono locomotive, solo costoro trionfano. Qualche esempio pratico - scrivevo nei Primi lineamenti di pedagogia - illustrerà il nostro pensiero. Un uomo vive per gli affari e di essi fa il suo centro d’attività. Egli non vive atomisticamente, ma organizza tutti i suoi gesti in funzione della sua azienda. Passeggia in casa, guarda, ora sorride, ora urla e sgrida, ora scrive dei numeri, ora stende delle lettere; ma tutto ciò è organizzato in vista del guadagno. Entra un viaggiatore, lo accoglie, va magari al caffè insieme, lo invita a pranzo; ma tutto ciò per uno scopo: un contratto di vendita o di compera, a breve o a lunga scadenza. Si reca al teatro e discorre d’affari; legge il giornale e si preoccupa anche delle novità politiche, ma sempre in relazione ai suoi interessi; va a riposo e pensa alla modificazione d’una macchina, alla pigrizia d’un impiegato, alla conquista d’un buon operaio;  dà magari al parroco una somma per i restauri della chiesa, ma anche questo gesto ha uno scopo... economico. In somma, egli organizza la sua vita dal punto di vista degli affari... Una donnicciuola del Paese di cuccagna organizza anch’essa la sua vita; ed il suo centro direttivo sarà il giuoco del lotto. Anch’essa segue gli avvenimenti politici, sociali, individuali; prega i suoi santi; digiuna magari; si interessa persino dei sogni delle comari della sua città; ma tutto riferisce all’ambo ed al terno. Così si dica di un artista; così di un uomo politico, che aspira a giungere a Montecitorio o al portafoglio ministeriale; così di una ragazza in cerca di marito, e che, non sapendosi dar pace finché ne ha trovato uno, si serve del vestito, del pianoforte, della conversazione, del ballo, della gentilezza dei modi, dello sguardo, di tutto, per giungere alla realizzazione del suo sogno. Così si ripeta di una brava mamma, che vuol governare la sua casa ed educare i suoi figli ed ogni cosa dirige a questo scopo: dalla preghiera alla parola di rimprovero, dal lavoro in cucina e per la pulizia, al passeggio, al sollievo, al sacrificio. In una parola, chi si afferma nel campo del bene o del male, si tratti di un capo brigante, o di un vizioso ossessionato dalla sua passione, di un Cottolengo o di un Don Bosco, vivono organicamente, hanno un’idea centrale che domina la loro esistenza, simile al fuoco in cui convergono tutte le luci e da cui partono tutti i raggi. E che altro insegnano i volumi dello Smiles sul Volere è potere e le grosse fortune dei miliardari americani o di ogni e qualsiasi self-made-man, di ogni uomo, cioè, che ha creato la sua vita? Le tre possibili organizzazioni della vita. Si noti: la strada di una vita organica, pur avendo un unico principio iniziale, si divide subito in tre grandi vie, che occorre nettamente distinguere e che non possono essere se non tre. Poiché, come insegnano i filosofi, solo si possono concepire queste tre cose: a) il non-io, ossia le cose esteriori; la natura e tutto ciò che non è il mio io, come le ricchezze, la gloria e via dicendo; b) l’io, ossia l’uomo, la sua vita intima, o, meglio, la sua vita interiore; c) Dio, che non può esser confuso né con la natura né con l’uomo, né con l’individuo né con le cose, né col soggetto né coll’oggetto. Altri punti centrali, altri orientamenti, perciò, non si possono neppure immaginare, all’infuori dei seguenti: a) si può organizzare la propria vita con un principio esteriore, vivendo du dehors - direbbero i francesi, - al di fuori; b) si può organizzare la propria vita con un principio interno, vivendo du dedans, al di dentro, ossia subordinando anche le cose esterne alle esigenze d’una vita interiore; c) si può organizzare la propria vita scegliendo a principio unificatore Dio, e subordinando a Lui sia la nostra attività esterna, come la nostra vita intima. Non è difficile percepire che le prime due vie sono insufficienti e che vale la pena di esaminare la terza. 1. Innanzi tutto, la vita vissuta du dehors non basta. Prescindiamo pure dal fatto dei molteplici fallimenti e degli insuccessi che avvengono, poiché si sa benissimo che non tutti gli aspiranti alla medaglietta la conquistano o la tengono in eterno, non tutti gli artisti riescono a creare il capolavoro, e via dicendo. Insieme ad un vincitore che celebra il suo trionfo, vi sono tanti vinti. Accanto al Campidoglio, la rupe Tarpea! Non sempre si può ciò che si vuole; anche le volontà tenaci e ferree spesso s’infrangono contro la dura realtà. È sempre pericoloso limitarsi ad organizzare la vita dal punto di vista delle cose esteriori! C’è di peggio. Anche nell’ipotesi benigna d’un successo incontrastato ed incontrastabile, senza pericolo di cadute, il cuore umano non ne resta mai soddisfatto. Chi ha raggiunto una vetta, aspira ad un’altra più alta; come nelle corse ciclistiche o automobilistiche non si dice mai «basta» nella velocità e chi ha divorato tanti chilometri all’ora, ne vuol divorare di più in una prossima occasione, così nella corsa alla ricchezza, alla gloria, al piacere, non si è mai sazi. Quanto maggiormente si riesce, tanto più energica è la spinta a procedere più oltre; e spesso è più intensa l’insoddisfazione, il disgusto, il senso della vanità delle cose. Chi ha l’esperienza della vita e non si culla con giovanile leggerezza in fantasie utopistiche, sa la tristezza atroce della carne immonda quando la fiamma del desio nel gelo del disgusto si spegne; sa l’insoddisfazione di chi è riuscito a por le mani audaci e cupide su ogni dolce cosa tangibile. La lotta per la vita, per acciuffare cioè la fortuna, il successo, i titoli di banca, come appare, dopo che si è arrivati? È stato giustamente risposto da Blondel: «Due cani azzuffantisi per un mucchio di spazzature, in cui nulla trova il vincitore. E disillusi a questo modo non sono soltanto coloro che invecchiano e muoiono nell’incanto delle bagatelle senza esser mai scesi sotto la superficie dei loro sensi, ma i migliori, i più provati, i più competenti, gli uomini d’azione trionfante e d’ardente pensiero». Che se anche si volessero ritenere esagerate queste tinte, su cui pure così eloquente è il consenso, se anche si volesse ammettere che una persona gode, è sazia, è felice nel suo trionfo esteriore, c’è sempre un’ombra terribile e sciagurata, che turba ed avvelena ed uccide ogni gioia: l’ombra della morte. Nessuno meglio di P. Gratry nei suoi Souvenirs de ma jeunesse ha descritto lo stato d’animo di chi, vivendo du dehors, guarda in faccia a questa trista megera, madama Morte. Era giovane; era pieno di salute, di confidenza, di letizia. Finite le vacanze, una sera d’autunno rientrava il Gratry in collegio. Seduto sul suo letto, si tuffò in mille riflessioni deliziose sull’anno classico che stava per aprirsi. E subito cominciò nella sua anima questo discorso: «Eccomi al secondo anno di retorica. Sono il primo della mia classe e del mio collegio, e forse il primo di tutti gli scolari di Parigi. Conseguirò il premio d’onore? Non potrò forse avere tutti i primi premi al concorso generale? Tutti, è difficile; ma tre o quattro, sì, è possibilissimo. L’anno venturo, in filosofia, avrò probabilmente il premio d’onore. In seguito, studierò legge. Sarò io il primo fra gli studenti di diritto? Avrò tanta e maggior scienza ancora ed ingegno di colui che ne avrà di più? Perché no? Lo vedo di già: gli uomini lavorano poco; pochissimi uomini hanno volontà, perseveranza, energia. Regna una mollezza ed un’atonia generale. Dunque io vincerò, se lo voglio, a forza d’ardore, di lavoro e di tenacità. Imparerò a parlare ed a scrivere... Sarò avvocato, un ottimo avvocato... Conquisterò una bella posizione ed una grande fortuna. Ma un mestiere non basta. Occorre qualcosa di meglio e di più grande. Bisogna fare qualche cosa di bello. Io scriverò qualche opera. Ah! ma a qual livello letterario questa opera mi porrà? Giungerò all’Accademia francese? Senza dubbio. Ma ancora: a qual grado di gloria? Sarò come Laharpe o Casimir Delavigne? Sarebbe bene... ma forse non è abbastanza... Sarò come Voltaire, Rousseau, Racine, Corneille, Pascal? Oh, questo forse è troppo ambizioso. Del resto, non si sa mai... Ecco dinanzi a me un bell’avvenire. Quale fortuna! Coraggio! coraggio!... Mio padre, mia madre e mia sorella saranno felici. Avrò degli amici. Compererò una casa di campagna vicino a Parigi. Mi sposerò. Oh! quale scelta! e quale amore!». Il sogno era incantevole. Egli vedeva persone, cose, avvenimenti, luoghi; vedeva il suo castello, i suoi amici, la sua famiglia, la bella ed ammirabile compagna della sua vita, i suoi figlioli, le gioie, le feste, la felicità intima e condivisa, «Tutta la felicità possibile della terra era concentrata là. Ma tale contemplazione aveva il suo progresso. Tutto andava sempre di bene in meglio: ed io - continua egli - dicevo sempre: - Ancora! ancora! e dopo? e dopo? - Così non poteva impedirmi di vedere che alla tale epoca della mia felicità, avrei la tale età; e cominciai a pensare che mio padre sarebbe morto in quel tempo... Mia madre gli sopravviverebbe, ma forse non più di dieci anni. E se mia sorella morisse prima di me! E se il tale ed il talaltro morissero! Se io venissi a perdere mia moglie!... Si sono visti uomini sopravvivere a tutti i loro amici, a tutta la loro famiglia, anche ai loro figli!... Oh, come dev’essere triste! - Il sole splendente, che, un momento prima, indorava la mia immaginazione, cominciava a dare una luce tutta diversa. Una nube larga e nera passava dinanzi al sole. Tutto impallidiva, e fu inevitabile dire: Dopo tutto questo, anch’io morrò! Verrà un momento in cui sarò disteso su di un letto, mi dibatterò per morire, e morirò, e tutto sarà finito... Non più sole, non più uomini! più nessuno! più nulla!... Ecco dunque la vita! Tutti nascono e muoiono così! Dall’inizio del mondo sino alla fine, sarà così! Le generazioni si succedono e passano in fretta: ciascuno vive un istante e scompare, È spaventevole!... Ed io vedevo queste generazioni passare e sparire, come mandrie che vanno al macello senza pensarci, come le onde di un fiume che si avvicina ad una cateratta, dove discendono tutte a loro volta, ma per restare sotterra e per non rivedere più il sole. Vedevo delle piccole onde, in questo fiume, sorgere e sporgere un istante, e durante la durata d’un battere d’occhio, riflettere un raggio di sole, e poi immergersi. Questa onda sono io; quelle che le stanno accanto, sono gli esseri che io ho amato; ma tutto è già rituffato nella voragine. A tale vista, rimasi immobile e quasi inchiodato dallo stupore e dal terrore». Fu allora che Gratry rientrò in se stesso ed invocò il Dio dimenticato dei suoi giovani anni. Se qualcuno gli avesse sussurrato all’orecchio: «basta organizzare la vita du dehors», egli l’avrebbe compassionato e gli avrebbe indicato la morte, che recide ogni speranza, ogni fiore, ogni sogno.  ...

Il problema della vita. La vita organizzata - Parte 1. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 4, p. 3 - 4

Si può trascurare, a torto o a ragione, qualsiasi problema. Un solo problema, anche non volendo, bisogna per forza affrontare e risolvere: è il problema della vita. Io posso disinteressarmi della questione sociale; posso non degnare d’uno sguardo le vicende storiche della Cina; posso alzare le spalle dinanzi ai dibattiti per il classicismo e per il romanticismo; posso proclamare col Pascoli che il mio partito politico è quello degli uomini senza partito; posso scagliare un’insolenza contro tutti i filosofi, tutti gli scienziati, tutti i poeti; posso dire: a questi problemi non voglio neppure pensare. Commetterò una corbelleria, agendo con questo metodo; ma mi torna possibile mettermi in una simile posizione spirituale ed assumere tale atteggiamento. Viceversa, non posso trascurare il problema della mia vita. Se fossi uno scettico, che ride di tutto e di tutti, e vivessi da dilettantista o da buffone, non sarebbe questa una soluzione del problema? Se fossi un pessimista con occhiali neri neri e mi sparassi un colpo di rivoltella, non avrei forse col mio gesto pazzo risolto il problema? Insomma, chi vive e chi muore, vive e muore in un determinato modo, ossia non sfugge mai alle morse di questa tenaglia. La varietà delle soluzioni individuali è indefinita: chi conduce una vita da bruto e chi da santo; chi con Orazio vuole coronarsi di rose, perché domani morremo, o con Goethe vuol godere l’attimo fuggente; chi tende a realizzare in sé il superuomo di Nietzsche, e chi, invece, si appaga di vivere comodamente di rendita, con la visita quotidiana ai giardini pubblici o con una tranquilla partita di bocce. Alcuni vivono in alto nei cieli della cultura; altri preferiscono il fango delle paludi. Per gli uni il campo delle lotte politiche sarà risonante di appelli suggestivi; per gli altri la voce più forte sarà quella della Borsa, delle Alpi, dei teatri, dell’agricoltura, dell’officina, dell’osteria, e via dicendo. Un ammalato non saprà a quali rimedi ricorrere per prolungare di pochi giorni un’esistenza dolorosa; ed un sano finirà i suoi giorni ingoiando veleno. Ognuno, poi, risolve in un modo tutto particolare il problema della sua esistenza. Tuttavia, prescindendo dalla varietà dei viandanti, ognuno dei quali cammina col proprio passo, noi possiamo distinguere alcune grandi strade, che l’uomo percorre. Le ho accennate in un mio lavoro sui Primi lineamenti di pedagogia; del resto, basta una semplice riflessione per convenire nelle constatazioni, che noi andremo facendo. 1. - La vita disorganizzata. La prima strada, ampia e frequentatissima, è scelta coloro che vivono atomisticamente la loro vita. Nessuno si turbi, sentendo discorrere di «vita atomistica». Non è una frase enigmatica, se non in apparenza. Non siamo noi forse nel secolo delle organizzazioni? Oggi si organizza tutto: si organizzano gli operai e si organizzano gli industriali; l’azione cattolica è una organizzazione; un partito politico è un’altra organizzazione; i trusts americani del carbone sono organizzazioni; oramai è organizzato quasi tutto: l’assistenza mediante la mutuo-soccorso, gli ex-alunni di un collegio, il commercio, la vendita delle patate; e ciò che non è organizzato, od è organizzato imperfettamente, si cerca di organizzarlo a perfezione. È la tendenza dei nostri tempi, dopo la disgregazione dell’epoca individualistica. Succede, però, questo fatto strabiliante; spesso, persino coloro che organizzano gli altri ed hanno il bernoccolo di veri organizzatori, non organizzano la loro vita, vale a dire vivono atomisticamente, compiendo un’azione dopo l’altra, ma senza collegare la molteplicità delle azioni in una unità organica. Due esempi io portavo nel volumetto citato: l’esempio del bruto e quello del ciarlatano. Mi pare che rispecchino mirabilmente la situazione e ce ne diano una fotografia fedele. Un bruto dorme, si desta, mangia, beve, lavora, si riposa. Qual differenza trovate voi con la vita di molti, che vivacchiano, faticano, si divertono e si agitano come bruti? Anch’essi, simili ad un cane, vivono alla giornata, momento per momento; oggi capita un incidente, domani un altro; oggi si può menare la coda e domani ci si arrabbia e si abbaia; oggi si lecca una mano e domani si morde; ma in tutto questo succedersi di atti non esiste un nesso voluto, che congiunga i vari istanti secondo un dato ideale od un determinato scopo; ed è per questo motivo che la vita, dice Shakespeare, diventa simile ad una storiella raccontata da un imbecille: like a tale told by an idiot. Il ciarlatano è il simbolo più adeguato della vita atomistica. Egli è là sulla piazza e grida: «Signori miei, se volete la fortuna, ascoltate le mie parole. Non sapete voi, che nel Pianeta Marte vi sono canali ed abitanti? E credete forse che il fenomeno fascista possa essere impunemente trascurato? Credetelo a me, signori miei; nulla di più importante della coltivazione delle barbabietole e della utilizzazione dei concimi chimici. Proprio a quest’ora, ad Orvieto, in Piazza del Duomo, passa un individuo con la pipa in bocca e se qualcuno si occupa di politica estera, saprà meglio di me che la questione della Ceco-Slovacchia è connessa con la pace europea. Lasciamo stare Lenin e gli Stati Uniti; ma non vi pare, o signori miei, che il municipio di Gambolò dovrebbe prendere come sindaco il signor Checchino? Il problema è serio; e le villeggiature oggi, come la moda femminile, dovrebbero occupare l’attenzione nazionale, per la gloria e la prosperità della patria. Poiché, o miei signori, chi mai può mettere insieme, in un solo pasto, risotto alla milanese, maccheroni di Napoli, patate e fagioli, zucche e peperoni, olio di ricino e un fiaschetto di Chianti, in onore dell’isola di Creta?». Ah, voi ridete?... Scusatemi tanto: non sareste, per caso, anche voi un ciarlatano? Il ciarlatano è ciarlatano, non già perché dice delle falsità o delle corbellerie, ma perché enuncia pensieri sconnessi; manca un senso nelle sue proposizioni; manca l’unità nelle sue parole. E la vostra vita non sarebbe per caso slegata nelle sue azioni, proprio come il discorso ciarlatanesco? Le signore che mettono insieme la Messa, il flirt, la pesca di beneficenza, il veglione del carnevale, la predica del quaresimalisia brillante, la moda di andar attorno vestite quasi unicamente - come Eva - della loro... innocenza, e magari anche, con tutto questo, la frequenza alla Comunione, cos’hanno da invidiare al ciarlatano? Certi contadini, che si alzano, brontolano la loro preghiera, vanno magari alla prima Messa in aurora, escono, vanno a bere un numero edificante di bicchierini d’acquavite, accompagnando la devota libazione con una discreta litania di bestemmie, e, poi, se è giorno festivo, indossano alle funzioni sacre la divisa dei Confratelli del Santissimo Sacramento, per recarsi, dopo la Dottrina (il catechismo, ndr), in un gruppo di amici anticlericali dove ascoltano un’altra spiegazione della Dottrina, non precisamente uguale a quella del parroco, e finiscono la giornata - soprattutto se è la festa parrocchiale - con una sbornia solenne..., non assomigliano forse al ciarlatano? Certe signorine di buona famiglia, che frequentano i Sacramenti, ma si appassionano anche per i romanzi di Guido da Verona; certi giovani, che appartengono forse ad ottime associazioni e, pur proclamandosi cattolici, sciupano cretinescamente la fresca floridezza dell’età e dell’animo con vizi vergognosi e nefandi, non fanno forse concorrenza al ciarlatano? Ogni vita, senza la luce d’un pensiero, senza il soffio unico d’un principio ispiratore, con mille e mille azioni, ognuno delle quali è proprio simile a bolla, che da morta gora pullula un tratto e si risolve in nulla, è una vita atomistica. Essa si può paragonare al cadavere di un naufrago, che è sbattuto dalle onde ora a destra, ora a sinistra, in attesa di esser gettato sul lido della morte; non al pilota, che sa dirigere la sua navicella, anche in mezzo alle tempeste, con la sua mano franca al timone. In breve: la caratteristica essenziale d’una vita atomistica è quella di essere senza nesso, senza unità, senza senso; e come voi non chiamereste mai «un libro» alcuni fogli stampati, dove vi fossero delle parole accatastate, ma prive di significato, così non potete definire come «vera vita» quella descritta e che, purtroppo, è la vita di una moltitudine sterminata di incoscienti.

Il problema della vita. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 3, p. 3 - 4

Mi si permetta una parentesi e mi si perdoni la rude e schietta parola. Io parlo di Catechismo, non di Apologia. Oggi, per riparare all’ignoranza religiosa, da parecchi - ignari della pedagogia cristiana e della didattica cattolica - si ricorre alle scuole di apologia. Orbene, l’apologia suppone, in chi l’insegna e in chi l’ascolta, una conoscenza esatta di ciò che si vuol difendere, e, di conseguenza, è possibile solo dopo lo studio completo e profondo del catechismo. Ecco perché il rimedio, in pratica, torna peggiore del male. Poiché non è ormai più un mistero per nessuno che l’apologia, nel modo col quale viene ammannita, non converte, ma crea mille dubbi e minaccia talvolta di far perdere la fede che vuol propugnare, tanto che, negli anni del modernismo, si fece un gran discorrere della necessità di nuovi metodi apologetici, e si voleva nientemeno che bruciare la apologetica tradizionale per sostituirla o col latte e miele del cuore, o con l’appello alla vita ed all’azione. La «mentalità» dei nostri contemporanei - si diceva - si ribella agli argomenti antichi, non si piega dinanzi a sillogismi, o dinanzi ai miracoli ed alle profezie! Occorre partire dalle esigenze intime e profonde dell’anima umana ed in loro nome appellare il soprannaturale, col metodo d’immanenza! Se questo era uno sproposito ed una forma di naturalismo che venne autorevolmente condannata, non si può negare l’inefficacia, e spesso il danno, dell’apologetica fatta inopportunamente, davanti a persone impreparate, che capiscono più la difficoltà delle soluzioni e che quindi, invece di apprendere la verità, accumulano in sé dubbi ed errori. Io non condanno - ripeto - l’apologetica tradizionale; la colpa non è di quest’ultima e del valore intrinseco delle sue prove; è della leggerezza di coloro che fanno dell’apologetica, quando mancano persino le prime nozioni del catechismo. Non si riflette che l’apologetica è quanto mai ardua e difficile in sé, perché implica tutta la filosofia e tutta la storia e ad esse si riduce; e diventa semplicemente un’impresa assurda, quando manca una conoscenza approfondita degli insegnamenti della fede. L’apologia importa la difesa della religione; come volete difendere una causa che non conoscete? Cominciate a studiare il Catechismo; è l’unico modo di poter poi procedere ad una utile discussione apologetica. I grandi Apologisti dei primi tempi, un San Tommaso d’Aquino e tutti i cultori più illustri dell’apologetica tradizionale, hanno mostrato come l’ossequio alla fede fosse ragionevole, - un vero rationabile obsequium, - perché non cadevano nell’irragionevolezza oggi dilagante di voler impostare un dibattito senza dapprima esaminare i termini della questione. Meno apologetica e più catechismo: ecco la parola d’ordine di ogni persona sensata e seria. È tempo di finirla con la scempiaggine così accreditata che ritiene il catechismo quasi un giocattolo per i piccoli. Non c’è una fede per la santa infanzia ed un’altra per gli adulti; il Dio del fanciullo è il Dio anche del padre e della madre di famiglia, è il Dio di Dante e di Volta. Non solo ai ragazzi, ma oggi soprattutto ai giovani, ai professionisti, agli uomini maturi, agli studiosi di scienze, di lettere e di filosofia, agli increduli che quando parlano o scrivono di cose nostre fanno ridere non solo i polli, ma anche il pollaio, in breve a tutti, dobbiamo dire: «Studiate il catechismo! Studiate il catechismo! Poi, se occorrerà, faremo dell’apologia!». Il presente volumetto non si propone altra finalità se non questa: non apologia, non discussioni teologiche, ma l’enunciazione semplice di ciò che insegna il Cristianesimo e che la maggior parte dei cattolici non conosce, quantunque si tratti della cosa più essenziale per ogni uomo che vuol risolvere il problema della vita. L’esposizione organica del Cristianesimo. Dunque - concluderà qualcuno - noi, uomini grandi, professori, industriali, scienziati o quasi, dobbiamo rileggere il piccolo catechismo, che abbiamo avuto fra le mani un giorno, nei nostri anni infantili? Ecco: questo non sarebbe un danno per voi, perché anche quelle brevi paginette sono state molto probabilmente dimenticate. Ma non è tale precisamente il mio pensiero. Io ritengo che voi avete bisogno d’una esposizione elementare del Cristianesimo rispondente alla vostra cultura. Ed è questo lo scopo del presente volumetto, il quale si propone di darvi in germe l’insegnamento cattolico. Un germe richiama subito alla mente l’idea dell’organismo, dove vi sono molte parti, o meglio molte membra, ma dove la molteplicità di esse vive nell’unità. Non si può intendere un libro organico, una dottrina sistematica, un vero poema, se non con questo metodo: riducendo, cioè, la molteplicità all’unità. In un libro vi sono molti capitoli, ed ogni capitolo, consta di molte pagine, di molte righe, di molte parole: tuttavia, se è un libro organico, non un’accozzaglia di mozziconi, ha un’unica idea, che lo pervade dalla prima all’ultima lettera; e nessuno può dire di comprenderlo, se non coglie, attraverso ogni punto del libro, l’unità dell’idea ispiratrice. Ecco perché non è facile capire Dante, e perciò gustarlo; ecco perché io sostengo che la quasi totalità dei miei lettori, anche se leggessero il Catechismo, (probabilmente, ndr) non comprenderebbero nella sua organica unità il Cristianesimo. La dottrina cristiana è così meravigliosamente una nella molteplicità dei suoi dogmi, dei suoi precetti, dei suoi sacramenti, di tutte le sue manifestazioni liturgiche e di tutte le esplicazioni della sua inesauribile fecondità, che per afferrare a fondo (non alla superficie) anche uno solo dei suoi insegnamenti, occorre considerarlo in connessione con tutto il resto del Cristianesimo. Il dogma della Trinità è in rapporto con tutti gli altri dogmi; e la vita cristiana, a sua volta, non può prescindere dalla Trinità sacrosanta; se finora - lo ripeto - per voi, che mi leggete, il mistero di Dio uno e trino nulla significa praticamente, è perché non lo avete mai studiato con questo metodo organico. Lo so anch’io: il dogma della Trinità non è quello dell’Immacolata o dell’infallibilità Pontificia; (...); la natura non può assolutamente essere confusa con la soprannatura; un ramo di una pianta è diverso da un altro ramo; ma come tutti i molteplici rami sono rami d’una identica pianta e sono organicamente connessi fra di loro, così vedremo che è un assurdo spiegare un punto di dottrina prescindendo dagli altri punti; è un assurdo dividere il campo teoretico dal campo pratico, il dogma dai comandamenti, le opere dalla fede, la grazia dalla natura elevata e redenta; vedremo come, posto un punto, si rischiara tutto il resto, e, tolto quello, minaccia di crollare tutto. Anche coloro che studiano il Cristianesimo e vi riportano la corona d’alloro in una gara catechistica, spesso hanno studiato le varie parti della dottrina cristiana, ma separatamente: vi sanno enunciare il mistero dell’Incarnazione, il dogma Trinitario, i vari princìpi intorno alla grazia, i diversi Sacramenti e così via; ma non hanno mai colto il nesso che unisce in una mirabile armonia tutto l’insegnamento e la vita cristiana. È inutile: io non posso ritenere come un vero dantista colui che mi sa a memoria per intero la Divina Commedia, mi sa commentare verso per verso, mi sa ricordare prontamente tutti i fatti, i personaggi, le notizie a cui alludeva il Poeta immortale di nostra gente, ma non ha mai capito l’unità delle tre cantiche, ossia l’anima unica, ispiratrice di ogni parola, di ogni verso, di ogni canto, di ogni invettiva, di ogni riferimento. Come non avrebbe capito cos’è il Duomo di Milano chi sapesse dire l’origine di ogni pezzo di marmo che lo compone e di ogni statua che lo adorna, ma non cogliesse l’unità armonica di tutta quella moltitudine di piccoli capolavori, così per capire davvero il catechismo in modo da averne un’istruzione educativa e formatrice, non basta conoscere alla superficie le singole parti del dogma o della morale, ma bisogna giungere all’unità organica, nella quale pensiero e vita, cielo e terra, natura e soprannatura, storia sacra e storia profana esultino nell’armonico nesso d’un tutto, straordinariamente ricco, ma inesorabilmente uno. Prego, quindi, il lettore ad aver pazienza e a seguirmi passo passo. Questo non è un volume, del quale si possa leggicchiare un capitolo qua e un capitolo là. Neppure per un volume di matematica, ad esempio, di algebra o di geometria, si applica questo metodo, perché è impossibile cogliere lo sviluppo delle formule algebriche o delle dimostrazioni geometriche, se non seguendone ordinatamente l’esposizione; tanto più si esige una lettura continuata per un libro di religione, dove si cerca di esporre la vita intima e l’interno dinamismo di questa, con un criterio didattico, che venne accuratamente vagliato e studiato. Leggerete, mediterete, rifletterete; quando sarete giunti verso la fine, al capitolo decimoquarto o al decimoquinto, comprenderete a fondo il terzo ed il primo capitolo; sono certo, anzi, che questo non sarà un libro che scorrerete una volta soltanto, ma lo rileggerete e lo mediterete ancora, appunto perché vi indicherà l’esistenza di un gioiello prezioso. Io voglio presentarvi appunto il divino gioiello della fede, che finora è stato per voi nascosto dalla notte dell’ignoranza. Non dubito del valore, della bellezza e del fascino di questo gioiello; temo soltanto di non saperlo abbastanza avvicinare all’occhio vostro con la mia debole mano e di non darvi una luce sufficiente. Oppure, se preferite un altro paragone, vi dirò che so benissimo che il mio volumetto è una navicella brutta, poco attraente; ma il mare che dobbiamo solcare è così divinamente bello, che, se vi imbarcherete insieme con me, non potrete addormentarvi né restare sotto coperta; un fremito vi scuoterà; e sulla tolda, dimenticando le imperfezioni della navicella, contemplerete estatici le acque ed i cieli. Immensa è l’ignoranza religiosa. Innumerevoli sono coloro, che non amano Gesù Cristo, perché non lo conoscono. Essi si possono distinguere in una triplice categoria: 1) Gli analfabeti perfetti, che nulla sanno di Cristianesimo; 2) I cristiani «praticanti», che però hanno solo una verniciatura di religione, senza che questa ispiri od influenzi la loro vita; 3) Molti cattolici «militanti» che conoscono superficialissimamente la fede da essi professata e difesa. Di fronte ad una simile ignoranza religiosa, occorre non tanto l’apologia, quanto il catechismo. Prima di discutere intorno alle verità cristiane, bisogna studiarle.

Catechismo e Apologia. Esposizione organica del Cristianesimo. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 2, p. 3 - 4

In una delle più belle (narrazioni) cristiane, raccolte recentemente (anno 1942, NdR) da Guido Battelli, leggiamo ciò che è avvenuto ai sette dormienti di Efeso. Durante la persecuzione di Decio, sette fedeli «vedendo lo strazio che si faceva dei Cristiani, si dolevano molto, e dispregiando i sacrifici che si facevano agli idoli, stavano nascosti e celati nelle loro case, in digiuni, vigilie e sante orazioni, ma pure alla fine furono accusati davanti a Decio imperatore come fossero veri cristiani, e conciò sia cosa che eliino erano nobili e grandi de la città, l’imperatore diè loro termini di venti giorni a dovere deliberare». Sorvolo sulle cose strane raccontate dalla leggenda; dirò soltanto che fuggirono «su un alto e aspro monte» in una spelonca. Invano gli sgherri del persecutore tentarono di entrarvi. Dio protesse i suoi santi; e «prima dal cielo mandò tuoni, saette, venti e grandine e acqua con infinita tempesta. Dappresso a la bocca de la spelonca apparve poi moltitudine di animali feroci: lupi, leoni, orsi, serpenti e dragoni, di che furono costretti lasciare l’impresa». Comandò allora l’imperatore che la bocca della spelonca fosse ben murata; e così fu fatto. In breve: i sette rinchiusi caddero in un sonno profondo e dormirono placidamente per centinaia e centinaia di anni. Solo si risvegliarono, credendo d’aver dormito una notte, quando il Signore ispirò un cittadino di Efeso di eseguire degli scavi su quella montagna; e si può immaginare quale sorpresa dovette fare loro la città tutta cambiata, col segno della Croce sulle porte e con una popolazione cristiana non mai vista neppure in sogno. Avevano dormito la bellezza di 388 anni; ed era naturale che essi si stupissero e non volessero credere ai loro occhi. Quei sette dormienti sono simili alle verità cristiane più elementari. Anch’esse dormono nei libri della Scrittura e dei Padri; anch’esse sembrano fuggite per la persecuzione di teorie avverse o di epoche nefaste; ed aspettano l’ora del risveglio, ma di un risveglio che non sia - come quello dei perseguitati di Efeso - seguito da una placida morte nel Signore, bensì che perennemente duri in tutte le coscienze. Gli uomini non mi amano, perché non mi conoscono, è il lamento del Cuore di Gesù con la sua serva, Santa Margherita Maria. È spaventosa l’ignoranza della religione. Pochi, ad esempio, in Italia, conoscono i primi principi del dogma cristiano, che io andrò spiegando nei successivi capitoli. Nella terra nostra, consacrata da sacre memorie, e da basiliche innumerevoli, i punti fondamentali del Catechismo sono rinchiusi, quasi si trattasse dei sette dormienti di Efeso, nella spelonca della dimenticanza. Ed allora, qual meraviglia se il problema della vita non viene risolto cristianamente? Una triplice forma di ignoranza religiosa. Potremmo distinguere in tre categorie gli Italiani odierni, che sulle schede del censimento, alla richiesta: «a quale religione appartenete?», rispondono: «alla religione cattolica». 1. La prima categoria è composta da coloro che nulla sanno di Catechismo e non frequentano neppure la Chiesa ed i Sacramenti. Sono talvolta persone colte in un ramo di scienza; sono magari scrittori brillanti o redattori di giornali (il caso è avvenuto or non è molto ad un grande quotidiano milanese) che vi descrivono a vivaci colori una processione, narrando che «veniva, poi, portata la statua del SS. Sacramento». Sono filosofi o pedagogisti di primo ordine, i quali hanno il coraggio di asserirvi che il Cristianesimo ammette l’eternità del diavolo eguale all’eternità di Dio. Sono, certe volte, funzionari, simili al questore d’una città dell’alta Italia, che, prima di dare il permesso d’una pro-cessione eucaristica, chiedeva: «Quali inni canterete durante il percorso?» - «II Pange lingua, signor questore» - «Non è mica un canto sovversivo il Pange lingua, nevvero?» - «No, no, stia tranquillo». E lo sguardo indagatore del funzionario scrutava il volto degli interrogati, per vedere se dicessero la verità. Sono, finalmente, operai e donne del popolo, che conoscono così a perfezione la religione, da ritenere - il fatto è accaduto recentemente in una parrocchia di Milano - che l’Olio santo sia una specie di olio di ricino, da trangugiarsi dall’ammalato: «Scusi, reverendo - osservavano, quindi, tutti compunti - vuol dare l’Olio santo? È impossibile che lo digerisca; non mangia più da parecchi giorni». Qui siamo nelle tenebre più profonde e compassionevoli. 2. La seconda categoria è formata da individui che si reputano veramente cristiani. Da piccini la mamma ha insegnato loro qualche preghierina. Fanciulli ancora, hanno assistito alla istruzione catechistica in preparazione della Cresima e della prima Comunione. Nelle scuole elementari hanno avuto un po’ di nozioni religiose. Talvolta vanno in chiesa ad ascoltare una predica. È Domenica? Sentono la Messa. È Pasqua? Si recano a confessarsi ed a comunicarsi, e soddisfano al precetto pasquale. Nasce nella casa un bimbo? Lo portano al Battesimo. Debbono sposarsi? Vogliono la benedizione nuziale del sacerdote. La morte rapisce qualcuno dei loro cari? I funerali debbono essere religiosi. Che volete di più? Non bisogna essere poi esigenti in un grado eccessivo! La religione, sì; ma fino ad un certo punto. (...) Anche nelle questioni di fede, vogliono che si stia nei limiti, cioè nei loro limiti. A tali galantuomini provate a dire: «È necessario divinizzare la propria attività con la grazia ; il credere importa animare cristianamente tutte le proprie azioni, compreso il commercio, la politica, la lettura del giornale, le relazioni con altre persone; non si è cristiani solo quando si sente la Messa, ma si deve esserlo in ogni contingenza della vita»; e sentirete quali risposte! «La religione è un conto e gli affari sono un’altra cosa; i preti stiano in sagrestia; fuori di sagrestia comanda non già Gesù Cristo, ma l’interesse, il piacere, l’ambizione; non è più il tempo che Berta filava; noi non siamo dei Santi; i Santi lasciateli sul pulpito alla eloquenza degli oratori sacri, non metteteceli fra i piedi nell’ardore febbrile della vita moderna». E se voi doveste osservare loro che e tale religione è la deformazione più assoluta del Cristianesimo, vi guarderebbero trasognati. Naturalmente, poi, soprattutto se sono giovanotti o se si tuffano a capo fitto negli affari o nei vizi, molti di costoro un bel giorno non vanno più in chiesa, neppure a Pasqua, e sono capaci di raccontarvi che «hanno perduto la fede». Poveretti! Non l’hanno mai avuta, perché non l’hanno conosciuta mai. 3. Eccoci alla terza categoria, che comprende i più valorosi, i più ferventi fra i cattolici, muniti di una tessera d’una buona Associazione od anche iscritti in un sodalizio religioso. Questi almeno sanno il Catechismo? Fatte poche eccezioni, non esito a rispondere di no. Non una volta sola, in adunanze giovanili - dove mi trovavo dinanzi a giovani che frequentavano la Comunione e meritavano ogni elogio per il loro coraggio e per l’audace franchezza nel professare, anche in pubblico, la fede  -  ho provato a chiedere: Cos’è la «grazia»? Ovvero: In che cosa consiste l’«ordine soprannaturale» e in che cosa differisce dall’«ordine naturale»? Le risposte ottenute mi convinsero sempre che l’ignoranza dei principi del Cristianesimo è enorme, anche fra i migliori cristiani praticanti. Ed anche voi, che leggete, se doveste spiegare cosa intendete voi per «grazia» e per «ordine soprannaturale», basta... Non so quali risultati darebbe il vostro esame. Eppure, se qualcuno non sa questo e vuol parlare di Cristianesimo, assomiglia a chi volesse leggere senza conoscere le lettere dell’alfabeto. Al termine di questo volumetto, tutti, o quasi, i miei lettori saranno convinti che avevano un bisogno insospettato, ed immenso, di apprendere gli elementi del Catechismo, che essi ritenevano di conoscere, mentre non li conoscevano ! C’era una volta un intelligentissimo studente, che agli esami, non sapendo nulla, risolveva la questione col copiare; ma, perché il professore non si accorgesse del fatto, cambiava qualche parola qua e là. Potete pensare quali gustose corbellerie saltavano fuori! Ad esempio : il compagno vicino aveva scritto che Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America nel 1492? E lui, il nostro intelligentone, per non farsi cogliere, cambiava a questo modo: Masaniello scoprì l’America nel 2492. Aveva mutato soltanto, come vedete, un nome ed una cifra! Roba da poco, o, come dicono i francesi, quantité négligeable, nevvero? Molti nostri ottimi soci di organizzazioni cattoliche, se li sottoponete ad un esame di Catechismo (non di teologia), vi danno, senza volerlo, un identico risultato. Nell’esporvi qualcuno dei punti fondamentali del dogma - ad esempio, le nature e la persona di Gesù Cristo - cambiano qualche cosa, qualche dettaglio piccolo piccolo e così vi dimostrano di conoscere la religione come quel bel tipo, tanto geniale, sapeva la storia. Del resto, non ditelo a nessuno; rispondete soltanto a voi stessi nel segreto della vostra coscienza: È vero o non è vero che alla vostra vita, a voi, importerebbe proprio un bel niente, se le Persone della Santissima Trinità, invece di tre, fossero due o fossero cinque? Anzi: è vero o non è vero che se Iddio non avesse rivelato questo mistero, voi ne fareste tranquillamente senza e non vi sarebbe nessuna modificazione nella vostra vita religiosa? E cosa significa tutto ciò se non un non conoscere affatto il Catechismo? Non vi pare che dev’essere ben più profonda d’un abisso la vostra ignoranza religiosa, se il primo dei misteri principali della fede vi lascia così olimpicamente indifferenti? Molti protestano, perché - mentre nei primi secoli, nelle scuole del catecumenato, istruirsi nel Cristianesimo significava convertirsi ed i cristiani d’allora contribuivano a cambiare la faccia del mondo, ossia ad instaurare una nuova civiltà - invece i cristiani di oggi minacciano di progredire come i gamberi e di ritornare alla civiltà pagana. Niente di più ingiustificato di tali proteste: i cristiani d’allora conoscevano il Cristianesimo; i cristiani di oggi non lo studiano mai, persuasi di averne una scienza infusa. Ancora. Non mancano coloro che si lagnano, perché le Epistole di san Paolo non sono più lette o perché le opere dei Padri, i grandi luminari della Chiesa, sono considerate pressappoco come libri proibiti dai cristianelli dei giorni nostri. Ma anche qui, non c’è nulla da stupire. Come si può capire san Paolo, prescindendo dal soprannaturale e dalla grazia? Se qualcuno non sa i primi elementi dell’ordine soprannaturale, prende san Paolo ed i Padri, e si annoia, né più né meno del contadino a cui io dessi fra le mani le tavole dei logaritmi. Bisogna avere una preparazione per leggere e per comprendere; altrimenti la farfalla ci interesserà più dell’arco di Tito. Ancora. Molti si scagliano contro le degenerazioni della pietà cristiana, contro la superficialità del formalismo ed il dolciume di una sentimentalità ingannatrice. E sta bene. Ma, in nome del cielo, come volete evitare tali errori, se non avete la luce, la cognizione, il pensiero? Non per nulla il compianto Cardinale Andrea Ferrari non teneva un discorso senza ripetere con la voce accorata del buon Pastore: «Catechismo! Catechismo!». Non per nulla, un pensatore come il Santo Card. Bellarmino, con la penna che aveva steso le pagine immortali delle Controversie, scriveva il piccolo Catechismo.

L’ignoranza religiosa. Una triplice forma di ignoranza religiosa. Da Il Sillabario del Cristianesimo, mons. F. Olgiati, Vita e Pensiero, Milano, 1942. SS n° 1, p. 2 - 4