Il Martirologio Romano, al 25 Dicembre annuncia il Natale di Gesù Cristo in questi termini: «Nell’anno 5199 dalla creazione del mondo: 2957 dopo il diluvio: 2015 dopo la nascita di Abramo; 1510 dopo Mosè e l’uscita del popolo ebreo dall’Egitto: 1032 dopo l’unzione di Davide a re d’Israele: nella sessantesima quinta settimana secondo la profezia di Daniele: nell’Olimpiade 194a: nell’anno 752 dopo la fondazione di Roma: nell’anno 42 dell’impero di Ottaviano Augusto; mentre il mondo intero era in pace, nella sesta età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figliolo dell’E- terno Padre, volendo consacrare il mondo con la sua pietosissima venuta, già concepito di Spirito Santo, e dopo passati nove mesi dalla sua concezione, in Betlem di Giuda nasce da Maria Vergine fatto Uomo».Questa data del martirologio è accettata da Tertulliano, da Clemente Alessandrino, da Eusebio, vescovo di Cesarea, da Epifanio, da Orosio, da Lucio Destro, prefetto dell’Oriente, da san Girolamo, da sant’Ireneo, da Giulio Africano. Dissente invece Giuseppe Flavio. Per questo l’adagio giuridico: «Testis unus, testis nullus» - «un solo testimone, non ha alcun valore». Il luogo della nascita del Salvatore fu profetizzato da Michea (5, 2) con queste parole: «E tu, Betlemme di Efrata, tu sei piccola tra le migliaia di Giuda; ma da te uscirà Colui che deve regnare in Israele, la cui generazione è dal principio della eternità». Nel versetto precedente il Profeta aveva annunziato che i Giudei sarebbero assediati, ed i loro giudici abbeverati di affronti; e per consolarli aggiunse le parole che abbiam riferite. Nominando Betlemme, egli volle parlare di una città situata sul territorio della tribù di Giuda, a due leghe a mezzodì da Gerusalemme, in una fertile contrada; d’onde il suo nome di Betlemme (casa del pane), e di Efrata (fertile). — Questa ultima denominazione la distingue da un altro paese omonimo, posto nella tribù di Zabulon. La espressione fra la migliaia di Giuda, significa: tra le città che contano migliaia di cittadini, o che danno migliaia di soldati all’esercito. Fu in seguito di questa profezia, che Betlemme è stata sempre considerata come il luogo dalla risposta che i dottori della legge diedero ad Erode (S. Matth. 2, 5). Rispetto al fatto della origine del Messia dalla tribù di Giuda e dalla stirpe di Davide, esso fu profetizzato da Isaia (11, 1), quando, consolando gli abitanti del regno di Giuda, i quali temevano una sorte uguale a quella ch’era toccata ai sudditi del regno d’Israele soggiogati dagli Assirii, disse loro: «Uscirà un rampollo dalla radice di Jesse (cioè d’Isai padre di David), ed un fiore nascerà dalla sua radice, e lo Spirito del Signore riposerà su di lui». Quindi, dopo una descrizione dei tempi fortunati che verranno allora, il Profeta aggiunge «Avverrà che in quel giorno le genti ricercheranno il rampollo di David che sarà innalzato per bandiera dei popoli, le nazioni verranno ad offrirgli le loro preghiere, ed il suo sepolcro sarà glorioso». (11, 10).

San Giovanni, a grandi pennellate, ricorda e canta il mistero della Incarnazione. Per farci un’idea del beneficio immenso che fu per noi l’Incarnazione del Verbo, meditiamo questi 4 punti. 1.° Chi è Colui che si fece Uomo. 2.° Che cosa diventò facendosi Uomo. 3.° A chi si unì nell’incarnazione. 4.° Perché vi si unì? I. Chi è Colui che si fece Uomo? È il Verbo, il quale esiste in tutta l’eternità; è il Dio grande, forte, potente. «Il medico onnipotente, dice sant’Agostino, è disceso a guarire un grande infermo; umiliandosi fino a prendere carne mortale, egli è portato al letto del moribondo». II. Che cosa diventa questo gran Dio nell’Incarnazione? Diventa carne, si fa carne: Verbum caro factum est. «La carne ci aveva accecati, dice sant’Agostino, e la carne ci ha guariti». Ed in altro luogo: «L’anima era diventata carne, lasciandosi vincere dai carnali appetiti. Ora il Verbo si fece carne, e il medico dell’umanità ha preparato il rimedio per guarire, con la carne, i vizi della carne». N. S. Gesù Cristo lasciò i serafini, i cherubini e gli altri cori angelici, discese in questa valle di pianto e di miserie, e si unì a questa nostra carne abbietta e se l’è unita col più stretto legame che possa esservi, col legame cioè dell’unione personale. Che cosa direste voi di un tale che, incontrando un agnello che si conduce al macello, ne sentisse tanta compassione da sostituirsi all’animale, o piuttosto volesse trasformarsi in agnello per salvarlo? Non si direbbe stolto tanto amore per un animale? Orbene infinitamente più grande è stato l’amore di Gesù Cristo per noi, quando si fece uomo per morire invece dell’uomo, perché Dio è infinitamente superiore sia a noi che noi all’animale. III. A chi si unì Gesù Cristo incarnandosi? [...] Egli è nato corporalmente nella carne, per nascere spiritualmente nell’anima nostra. IV. Perché il Verbo si è incarnato? Per salvare l’uomo dal peccato, dalla morte, dall’inferno, e dalle miserie dell’anima e del corpo, col renderle meritorie. Poiché niente altro ebbe per sé il Verbo se non l’annientamento, la povertà, le privazioni, gli obbrobri, i patimenti, la morte, la croce; e tutto ciò per liberare noi da ogni male e colmarci da ogni bene. Il Verbo si è fatto carne per fare degli uomini altrettanti figli di Dio, eredi del cielo. Grande beneficio quindi per noi l’incarnazione. Qui Iddio non fa piovere la manna, ma aprendo tutti i cieli, tutti i tesori della sua divinità e tutte le viscere della sua misericordia, si slancia sulla terra portando con sé tutti i suoi favori e tutte le sue grazie. L’Incarnazione del Verbo è il fine, l’ornamento, la forma, il compimento della creazione degli angeli, degli uomini, dell’universo. Perché si è incarnato Gesù Cristo? Gesù Cristo, risponde il Crisologo, è venuto a caricarsi delle nostre infermità e parteciparci le sue virtù, a cercare le cose umane e dispensare le divine; a ricevere ingiurie e distribuire onori; a soffrire noie e mali per portare gioie e guarigioni. [...] Sant’Agostino fa questa antitesi: «Il Dio grande è venuto all’uomo bambino, il Salvatore al naufrago, il vivo al morto. Perché noi siamo piccoli, egli si è fatto piccolo: perché noi siamo mortalmente infermi, egli si è prima avvicinato a noi, poi è morto per restituirci la vita». E san Gregorio: «Gesù Cristo nacque carne, affinché noi nascessimo secondo lo spirito; nacque nel tempo, affinché noi nascessimo nell’eternità; nacque in una stalla, affinché noi nascessimo nel cielo».

Ecco il gran giorno, o fedeli, che Dio fece sorgere dopo una notte di quaranta secoli; esultiamo e rallegriamoci in esso: II Verbo si è fatto carne, ed è disceso ad abitare fra noi. Sono diciannove secoli (data del libro citato: 1934, ndR) che la Chiesa vede al ritornare di ogni anno questo dì solennissimo, e dopo diciannove secoli la Chiesa lo saluta ancora con quello stesso slancio di fede e di amore, con cui lo salutarono i fortunati pastori di Betlemme. Potenza altissima e altissima misericordia di Dio! Il Verbo si è fatto carne, ed è disceso ad abitare fra noi. Curviamo la fronte, pieghiamo il ginocchio, dilatiamo il cuore, e mentre gli angeli riempiono delle loro celesti armonie lo squallido presepio, meditiamolo nell’estasi dello spirito il sublime mistero. Chi è il bambino, che si offre al nostro sguardo? Chi è quel pargoletto che vagisce su poca paglia? Quando il Maestro divino raccolti in Cesarea di Filippo i suoi Apostoli mosse loro questa domanda: Gli uomini chi credono che io sia? Gli Apostoli riferendogli le voci che correvano sul conto suo gli risposero: Vi è chi ti crede Giovanni Battista, chi ti crede Elia, chi ti ritiene Geremia, chi uno fra i profeti (S. Matt. XVI, 12). E tale veramente era il concetto che i più si erano formati di lui all’udire la sublimità dei suoi insegnamenti ed al vedere le meraviglie delle sue opere. Alla domanda, al quesito rispose bene san Pietro, affermando che Egli era il Cristo, figlio del Dio vivente. Oggi risponde san Giovanni, l’Apostolo prediletto di Gesù col principio del suo Vangelo. In questo brano stupendo san Giovanni, con brevi ma sublimi parole, tratte dal gran libro della divina sapienza, annunzia l’eterna generazione del Salvatore. Parole, che un antico discepolo di Platone, come ci riferisce sant’Agostino, diceva degne di essere scritte a caratteri d’oro, e collocate sul sommo delle porte d’ogni tempio cristiano (De Civit. Dei, c. 29, 2). Sollevandosi egli come aquila al di sopra di ogni umano concetto, e fermando la sua estatica pupilla nei fulgori della divinità, grida a tutti: «In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum». E, narrati i prodigi di quella città ch’era in lui e con lui fino dai secoli eterni, le meraviglie di quella parola che per lui trasse dal nulla tutte le cose ed i portenti di quella luce che da lui si era comunicata agli uomini dormenti nella oscurità prima ancora ch’egli si manifestasse alla terra, continua dicendo: Ed il Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi. Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. Ecco, o fedeli, chi è il Bambino che la Chiesa dopo diciannove secoli ci invita ad adorare nella povera capanna di Betlemme. È Dio eterno come il Padre. In principio erat Verbum. È Dio distinto dal Padre. Et Verbum erat apud Deum. È Dio consostanziale al Padre. Et Deus erat Verbum. È Dio che si incarnò per la redenzione del mondo. Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. Per delucidare almeno in qualche parte queste sublimi parole di san Giovanni io, o fedeli, dovrei squarciare un lembo della gelosa cortina che nasconde nelle sacre tenebre del mistero questo dogma altissimo. Ma a questo io preferisco chiedervi fede ed adorazione al Bambino di Betlemme, al Verbo di Dio, Creatore di tutte le cose. È lo stesso Evangelista che ci domanda questo omaggio verso di Lui, annunciandoci che tutto fu fatto per Lui e nulla senza di lui fu fatto di ciò che fu fatto. Sì, o fedeli, il Verbo di Dio, il Cristo futuro aveva parlato anche prima che gli Angeli ne annunciassero il natale ed i pastori lo adorassero nella grotta di Betlem. Fu la sua parola, che squarciò le tenebre, quando risuonò l’onnipossente: Fiat lux. Fu la sua parola che lanciava il sole, la luna e l’infinita miriade di astri nella immensità degli spazi, e ne dettava le leggi e ne segnava l’orbita. Fu sua la parola che divideva la terra dalle acque e le comunicava la fecondità e ne suscitava l’erbe, i fiori, le frutta. Fu sua la parola che creava il regno animale, pesci, bestie ed uccelli e da ultimo, re del creato, l’uomo. Il Bambino di Betlem, è, o fedeli il Creatore dell’universo, il nostro Creatore, che da tutta l’eternità guardò a noi, ci amò di amore infinito. Fede ed adorazione a Gesù Bambino: In lui era la vita. Creatore dell’universo, arbitro, sovrano ordinatore del mondo materiale, sorgente della vita vegetativa che comunicò alle piante, della vita animale che donò alle bestie, della vita intellettiva che infuse negli uomini, il Verbo è altresì, per ciò che riguarda il mondo spirituale, il principio, il centro, la fonte della vita soprannaturale, che è quella appunto di cui parla san Giovanni. Quindi in Lui e per Lui solo ci viene la grazia che ci santifica sulla terra, e la gloria che ci renderà eternamente beati nei cieli. Verità che Gesù ricorderà più tardi, dicendo: Io sono la vite, e voi siete i tralci; come il tralcio non può mettere frutto se non rimanga unito alla vite, così neppure voi se non mi sarete uniti (S. Giov. XV, 1). L’Evangelista aggiunge: Nel Verbo era la vita; e la vita era la luce degli uomini. Ecco un altro titolo alla fede ed alla adorazione dei credenti. Il Verbo promesso fu la luce di Adamo; fu la luce di Abele, l’innocente, fu la luce dei patriarchi, dei profeti; fu la luce di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe ebreo, di Melchisedecco, di Mosè, di Elia, di Giona, di Isaia, di Geremia, di Giobbe, di Davide; fu la luce di tutte le meraviglie dell’antico Testamento. Tutti i fatti portentosi di quella storia sono irradiati dalla luce emanante dal Verbo. Malgrado tale inesauribile sorgente di luce, continua san Giovanni, vi furono uomini che continuarono ad amare le tenebre, e non vollero comprendere il grande mistero della misericordia di Dio. Il popolo ebreo, aveva veduto nel corso dei secoli questa luce divina splendere vivissima sulle labbra degli inviati di Dio, ma, di dura cervice, chiuse spesso gli occhi ostinatamente per non vederla, e abbandonò il suo Dio, per macchiarsi di sacrilegio e di apostasia. Fu mandato poi un Precursore ad additare la luce divina del Verbo. Ma rimase restio anche a questa segnalazione. Anzi, venuto il Verbo in terra, che era sua, in mezzo al popolo che era suo, terra e popolo sdegnarono di riceverlo. Non valse ad illuminarli la stella prodigiosa, apparsa in oriente, né la venuta dei Magi, né la sapienza di Gesù dodicenne, né la predicazione sua, né il miracolo incessante, né la sua santità. Guai a chi imitasse la cecità e l’ostinazione del popolo ebreo! Poniamo mente, o fedeli, che per l’incarnazione del Verbo noi diventiamo figliuoli di Dio. «Quotquot autem receperunt eum... sed ex Deo nati sunt». Figli di Dio, non già in quanto siamo opera delle sue mani, ma in quanto siamo sollevati in modo soprannaturale ad una certa partecipazione della natura stessa di Dio, e ricevendo in noi medesimi come la semente della divinità (I. S. Giov. 3-9) veniamo resi capaci d’essere da Dio adottati per figli. È Gesù Cristo la causa meritoria, la causa esemplare della nostra figliolanza divina. Il Verbo discese, perché noi salissimo. Il Figlio di Dio diventò Figlio dell’Uomo, perché tutti i figli degli uomini potessero diventare figli di Dio. Ringraziamo l’Augusta Trinità del beneficio ineffabile della Incarnazione del Verbo e della nostra vocazione alla fede. Adoriamo Gesù Bambino assieme a Maria, a Giuseppe, ed ai fortunati pastori. Preghiamolo che nasca spiritualmente nelle nostre anime. Egli è pieno di grazia e di verità. San Giovanni termina col farci fede di avere veduto la gloria del Verbo. Vidimus gloriam eius. La vide realmente; sul Tabor e all’Ascensione. Ma che cosa fu mai la gloria vista da san Giovanni a confronto di quella che tiene lassù preparata nei cieli? Dalla squallida grotta di Betlem, alziamo lo sguardo al paradiso. Ivi abbiamo il nostro Padre, che è Dio; la nostra Madre che è Maria; il nostro fratello primogenito, che è Gesù Cristo.

Spiritualmente passiamo a Betlem; penetriamo nella grotta; prostriamoci innanzi al presepio di Gesù, la sua culla è il perno del mondo, è una sorgente, è un trono. Avanti il Natale del Redentore trovo Dio che lo promette, i patriarchi che l’annunziano, i profeti che lo descrivono, i giusti che lo rappresentano, i conquistatori che lo precedono e gli preparano la via. Nei secoli precedenti la Sua venuta si riconosceva il suo nome, il suo paese, la sua vita nelle più minute particolarità; si sapeva quale doveva essere la madre sua, quale la sede della sua nascita, questo del popolo ebreo. Gesù fu poi atteso anche dagli altri popoli. Ogni libro sacro, greco, egiziano, indiano, persiano, cinese si apre col racconto della caduta umana e con la promessa del Redentore. Tutti i grandi scrittori antichi invocano un Divino Liberatore. Così Confucio, Zoroastro, Socrate, Platone, Virgilio, Cicerone. La Grecia darà a Gesù la sua lingua armoniosa; i Romani conquisteranno il mondo per ottenere la pace universale. Prima della sua venuta i popoli dell’Europa e dell’Africa settentrionale guardano all’oriente, quelli dell’Asia all’Occidente. Lo sguardo degli uni e degli altri si puntava, si incontrava sulla mangiatoia. I Druidi innalzeranno un altare: «Virgini parituræ» le generazioni tutte si trasmettono di secolo in secolo un grido di speranza, verrà un pargolo. Dopo il suo Natale trovo i martiri, che muoiono per Lui, i sapienti che ne spiegano la dottrina, i santi che lo ricopiano in sé stessi, 19 secoli (data del libro citato: 1934, ndR) che prendono nome da Lui. Il Vangelo, parte da quella culla. In principio erat Verbum. Il calendario cristiano lo stesso. Il nostro nome, le nostre feste, le nostre chiese, ripetono dalla culla di Betlem la loro ragione. Da quella culla parte una posterità universale. Gesù si è incarnato ed è morto per tutti. Egli appartiene a tutti i popoli, a tutti i tempi, a tutti i luoghi. Alla sua culla si unisce una posterità intelligente, i migliori genii, le migliori intelligenze si sono inchinate a Lui; una posterità fedele, che crede, spera, ama, difende Gesù Cristo; una posterità sanguinante, che si sacrifica e muore per Lui; una posterità ricalcitrante; Gesù ha gli amici, ma anche i nemici. La corrente dei secoli, si arresta alla culla di Betlem; lì rimonta il suo corso e si lavora un nuovo alveo. Ah! sarà vano torturare la storia per espellere Gesù, Egli è incarnato nella civiltà moderna. Non si può sopprimerlo senza sconvolgerla tutta. Togliete quella culla, cade il perno del mondo morale, e vi troverete innanzi ad un vuoto spaventoso. Essa è il centro del mondo, il punto di arrivo dell’antichità, il punto di partenza dell’Evo moderno. Cristo in una mano tiene l’antico Testamento, il più gran libro dei tempi passati, nell’altra il Nuovo Testamento, il più gran libro dei tempi nuovi, Gesù è Dio. Venite, ad oremus! Da quella sorgente deriva, scaturisce la grande opera di Cristo, la Chiesa. Da quella culla i sacramenti, canali della grazia che portano le loro onde benefiche e salutari a tutte le genti. Da quella culla derivano tutte le grandi virtù che trasformano l’anima umana, come le grandi virtù che innalzano, sublimano la famiglia cristiana, come le grandi virtù che caratterizzano e pongono all’avanguardia del mondo la società cristiana, e che costituiscono la civiltà cristiana. Il regno di Dio annunciato e lungamente aspettato comincia a Betlemme. Roma e Betlem si contendono l’impero del mondo. Cesare Augusto, una dopo l’altra vide rientrare le sue legioni trionfali. Egli si crede il padrone del mondo e interpreta gli oracoli che promettono alla città dei sette colli un impero eterno. Folle sogno! Il regno di Cristo rovescerà l’impero dei Cesari. Ebbro del sangue dei martiri, esecrato dai popoli oppressi, fatto a brani dai barbari, un giorno crollerà nelle sue rovine. Gli succederà il nato di Betlem. La stalla è il suo palazzo reale, la mangiatoia il suo trono, le povere fasce la sua porpora, gli animali i suoi paggi di onore. Da quel trono Gesù Cristo inaugurerà il suo regno di pace, di amore, di libertà, di uguaglianza fra gli uomini; di fratellanza umana, universale; il suo regno sulle menti, sulle volontà, sui cuori, sulle anime, sulle famiglie, sulle nazioni. Venite, o popoli, dall’oriente, dall’occidente, dal settentrione, e dal mezzodì; prostratevi tutti innanzi alla culla di Betlem, la sorgente di tutti i beni religiosi, il trono di Gesù, Re dei secoli. A Lui solo, onore e gloria. Cantiamo cogli angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli; pace in terra agli uomini di buona volontà».

Al sentire i pastori l’annuncio da parte di un angelo del natale di Gesù, corsero in fretta alla grotta per vederlo coi propri occhi, per adorarlo colle proprie persone. «L’ardore dell’animo, dice il Grisostomo, ed il desiderio vincevano; i piedi erano tardi alle brame del cuore». Quei felici pastori aprirono i loro cuori al Dio bambino, pronti a corrispondere alle sue grazie. Grazie grandi, distinte, segnalate certamente essi ebbero se tornarono alla loro greggia pieni di gioia «glorificando e lodando Dio per tutte le cose che avevano udite e vedute». I pastori colla loro condotta ci danno un bellissimo esempio della prontezza con cui dobbiamo corrispondere alle chiamate del Signore. Queste chiamate non sono soltanto quelle che Dio fa da sé o per mezzo di un angelo, come quelle che si ricordano nella S. Scrittura, ma sono anche le tribolazioni, le avversità; sono le correzioni ed i buoni consigli che ci danno i predicatori, i confessori, ed i superiori; sono i buoni esempi che ci porgono i veri cristiani; sono le ispirazioni interne. Con tali chiamate il Signore intende di metterci sulla retta via, se ce ne siamo allontanati, o di eccitarci a servirlo con maggiore fervore se non siamo né freddi, né caldi, cioè dire se viviamo nello stato di tiepidezza, se siamo ondeggianti tra il vizio e la virtù e non sappiamo risolverci a combattere generosamente il primo per fare acquisto della seconda. Le divine chiamate, o fedeli, sono tante grazie che Dio ci fa e guai se noi ci ostiniamo a non corrispondere ad esse! Uno dei segni dell’eterna dannazione è precisamente quello di non corrispondere alle grazie del Signore. Questa è dottrina di san Paolo. Sentitela: «La terra che beve la pioggia che viene spesse volte sopra di essa e produce erba utile a chi la coltiva, riceve benedizione da Dio; ma quella che produce spine e triboli è riprovata e prossima alla maledizione, la cui fine è di essere arsa» (Agli Ebrei, VI, 7-8). Con questa magnifica similitudine, l’Apostolo vuol dire che, come l’uomo che è fedele alle molte grazie che Dio gli dà, se coopera ad esse e fa molte opere buone, sempre più è da lui benedetto; così l’uomo infedele a Dio vien privato delle grazie elette e speciali, e senza queste è facile che muoia impenitente e venga condannato al fuoco dell’inferno. Corrispondete dunque, o fedeli, alle divine chiamate, come corrisposero i santi, perché non sapete se ne avrete altre in avvenire. E se tra voi vi fosse alcuno che avesse fin qui resistito alle divine chiamate, non resista a quella di Dio che gli dà per mezzo di me, suo indegno ministro, ma corrisponda senza indugio, perché potrebbe essere l’ultima. Chi si trova in peccato mortale, accolga il mio invito a compiere una santa Confessione. Chi fosse poi tiepido, inauguri subito una vita di fervore e di buone opere, implorando l’aiuto di Dio, l’assistenza di Maria Santissima. Operando così, avrà il beneficio di quella santa gioia, di cui furono ripieni i pastorelli nel trovare il Divino Infante, gioia che manifestarono con parole, poiché se ne ritornarono «glorificando e lodando Dio». Si corrisponda anche alle divine particolari chiamate, ripetendo in ogni caso: «parla, o Signore, che il tuo servo ti ascolta» - «Loquere, Domine, quia audit servus tuus».

Lo cercano con fede, con prontezza, con generosità, con umiltà. 1. - Con fede: la fede dei pastori si manifesta nelle due circostanze seguenti: a) senza esitazione di sorta credono all’angelo, che annunzia loro la nascita del Salvatore; e questa fede ferma si traduce tosto in pratica, perché partono senza alcun indugio; b) arrivati a Betlemme, si prostrano ed adorano sotto forma di un bambino in fasce e giacente in una mangiatoia, il Verbo fatto carne, il Salvatore promesso dopo la caduta del primo uomo, il Redentore del mondo. Essi l’adorano, malgrado quello stato di abbassamento e di debolezza; l’adorano, malgrado i falsi concetti dei loro connazionali, perché i Giudei attendevano un Messia terrestre, un Liberatore pieno di gloria e di potenza terrena; l’adorano, malgrado le apparenze risultanti dai sensi, perché in questo bambino in fasce vedono l’Emmanuele vaticinato dai profeti, e gli fanno omaggio della loro mente e del loro cuore. Notiamo che se la loro è una fede viva, è ancora una fede illuminata e prudente. Essi hanno visto distintamente l’angelo, hanno inteso chiaramente le sue parole, e vengono a constatarne la verità trovando esatto tutto ciò che era stato loro annunciato. Essi hanno inteso gli angeli cantare: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli; e pace in terra agli uomini di buona volontà». 2. - Con prontezza. Alla fede viva i pastori aggiungono la prontezza. Non appena l’angelo ebbe terminato di parlare, ecco che dicono tra di loro: «Andiamo sino a Betlemme a vedere quanto è accaduto, come il Signore ci ha manifestato». E subito andarono di buon passo ed arrivarono in fretta. Imitiamo il loro esempio. Andiamo, e volentieri, e di buon passo alla Messa (cf. Cost. Apostolica «Quo primum tempore», san Pio V, 19.07.1570, ndR), istituita per noi da Gesù Cristo; andiamo a questa nuova Betlemme, dove il Figlio di Dio fatt’uomo continua a nascere, nel momento della consacrazione. Accostiamoci alla Santa Comunione. Andiamo con prontezza; è indice del nostro amore, e Gesù Cristo si dà con piacere a quelli che l’amano. 3. - Con generosità. Questa loro generosità si manifesta: a) perché vanno spontaneamente a vedere ed adorare il nato Salvatore. L’Angelo si è limitato ad annunziare loro il suo nascimento, e ad indicare i segni, dai quali essi l’avrebbero riconosciuto. Vi era veramente solo un invito di andarlo a vedere ed a adorare; però non era un ordine. Ma per i pastori l’invito è un ordine. L’hanno compreso, e si dispongono subitamente a partire per fare la volontà di Dio. E non temono punto di abbandonare per un po’ di tempo le loro pecore, sulle quali vegliano con una sì grande fedeltà. b) Riconoscono il pregio dei beni eterni, e per andare in cerca di questi, non esitano a lasciare per alcuni istanti i loro beni temporali, affidandoli alla divina provvidenza, che se ne prende sempre cura. Vegliò sul loro gregge: ed ebbero la felicità di trovare il divin Salvatore; c) infine la notte stessa non li impedisce di andare, e, generosi com’erano, vanno come se fosse stato pieno giorno. Così fanno le anime generose. Abbracciano il bene non appena viene loro proposto, e non attendono ordine per farlo. Preferiscono i beni del cielo a quelli della terra, e, data l’occasione, sanno lasciare un momento questi ultimi per trovare i primi. 4. - Finalmente con umiltà. Questa loro umiltà si manifesta: a) con una perfetta docilità. L’angelo ha detto loro che il Salvatore è nato a Betlemme ed essi ci vanno in tutta fretta. Questa obbedienza è ammirabile, perché spontanea. Il messo celeste s’è accontentato di dar loro un semplice annunzio, ma non ha dato loro alcun comando. Alle anime umili basta esprimere un desiderio: l’ubbidienza è uno dei frutti dell’umiltà. b) Per questa loro umiltà, non si scandalizzano di vedere lo strano abbassamento, in cui si trovava il Salvatore annunziato. Come si sarebbero scandalizzati di vederlo povero, essi, che erano poveri? Giacente in una mangiatoia, e ricoverato in una stalla, essi, che erano abituati ad entrare nelle stalle, e a vedere delle povere mangiatoie? c) Infine la loro umiltà li ha portati a riferire tutto a Dio. Non si vantano di essere stati chiamati per i primi alla stalla di Betlemme, ma glorificano Dio per tutto quello che hanno visto ed udito: non si insuperbiscono per l’insigne favore ad essi concesso, ma lodano la bontà del Signore: «et reversi sunt, glorificantes et laudantes Deum». Come i pastori, glorifichiamo e lodiamo Iddio per le verità che ci ha fatto annunziare, ed avremo la felicità di vederle un giorno. Questa felicità sarà tanto più sicura, quanto più saremo stati esatti nel presentarci dal nostro divin Salvatore con fede, con sollecitudine, con generosità e con umiltà. Queste disposizioni sono come le quattro ruote del carro spirituale, che ci trasporterà al regno dei cieli.

I primi adoratori mortali di Gesù Bambino furono certamente Maria e Giuseppe. Poi vennero altri: vi erano nella campagna di Betlem dei pastori, i quali, sull’esempio dei santi patriarchi, pascolavano i loro greggi. Non abbiamo alcuna notizia sui loro antecedenti, sulle loro famiglie né di quanto loro accadde dopo la chiamata e privilegiata adorazione del Bambino Redentore. Sono alcuni pastori, che sbucano per un istante sulla scena di Betlem. Li vediamo al chiaro delle stelle in una limpida notte invernale. Un’aureola divina li circonda. Essi vengono eletti fra tutti gli uomini; gli angeli indirizzano loro la parola. Come nell’antichità gli angeli si compiacevano di discendere dal cielo e conversare con quei pastori venerandi che si chiamavano Abramo, Isacco, Giacobbe, così ora sono discesi dai loro troni per cantare gloria a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà. Uno degli angeli reca la fausta novella ai pascolanti la greggia. I segni del Neonato sono il presepio ove dorme, le fasce che avvolgono la sua debole infanzia, la povertà più squallida d’ogni altra. Quella gente semplice corre alla grotta, arriva al luogo indicato dall’angelo e trova tutto come era stato annunziato. Qui possiamo domandarci, perché l’Angelo chiamò i pastori per primi alla culla di Gesù. Rispondo: per varie ragioni: la Perché le persone semplici e povere piacciono più a Dio, che non le ricche e dotte. 2a Perché quei pastori menavano la vita degli antichi patriarchi. 3a Perché Gesù Cristo doveva essere il pastore delle anime. 4a Per insegnare ai pastori delle anime, che essi devono conoscere i misteri di Dio; che Dio li rivela a loro prima che agli altri, affinché ne ammaestrino poi le loro pecore. 5a Perché Gesù Cristo doveva esser l’agnello da sgozzare per la salute del mondo. Era perciò conveniente che si mostrasse prima che ad altri, ai pastori di agnelli. Essi ebbero quindi l’inestimabile felicità di avere veduto per i primi, dopo Maria e Giuseppe, il promesso Messia. Dio si manifesta ai buoni pastori d’anime in modo affatto speciale. Intorno al presepio doveva esserci questa cornice di povertà, di umiltà, di semplicità. Dopo la visione di Betlem i pastori se ne ritornarono senza rimpianto alla loro greggia ed alla loro guardia. I loro anni posteriori si celarono nell’oscurità. Rimarranno fedeli nella fede e costanti nel vivere secondo la legge del Signore ed arriveranno ad essere gran santi. Dopo la loro morte fu infatti eretta una chiesa nelle vicinanze di Betlemme, detta dei santi pastori. Impariamo, o fedeli, dai pastori privilegiati di Betlemme a corrispondere alle divine chiamate. Adorniamo l’animo delle virtù della povertà, della semplicità, dell’umiltà. Se ci affligge la povertà consoliamoci al pensiero che Gesù nacque povero, visse povero, morì povero. Disse di sé: «gli uccelli hanno i loro nidi; le volpi hanno le loro tane; ma il Figliolo dell’Uomo non sa dove poggiare il capo». Siamo umili, chi si umilia sarà esaltato. Siamo semplici; semplici di pensiero, di parola, di opera; siamo semplici della semplicità dei fanciulli, poiché Gesù ci ripete: «in verità, in verità vi dico: se non diverrete come uno di questi fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli».

Transeamus usque ad Betlem, et videamus hoc verbum quod factum est, quod Dominus ostendit nobis (S. Luca, II, 10). Facciamo, sulle ali della fede e del pensiero, una visita a Betlemme, o fedeli; penetriamo nella spelonca privilegiata; prostriamoci innanzi al nato Salvatore; andiamo a scuola dalle persone che sono nella grotta gloriosa. Vi è Maria, vi è san Giuseppe, vi sono i pastori vi sono gli angeli, vi è Gesù. Vi è Maria, la Regina celeste, la Madre del Verbo. Che cosa dice? Amate il celeste Bambino, amate Gesù, è la vostra felicità, è la bellezza di ogni cosa bella; è la bontà di ogni cosa buona. Amate ciò che Egli ama: la carità, l’umiltà, la povertà, la castità, l’obbedienza ed ogni virtù. Amate ciò che è suo: la Chiesa, sua sposa, il Vangelo sua dottrina, la croce, sua bandiera, il Papa, suo Vicario, i Sacerdoti, suoi ministri, i Sacramenti, suoi canali di grazia, il prossimo sua immagine e sua conquista. Vi è san Giuseppe, è lo Sposo di Maria; il Padre putativo di Gesù; è l’ombra benefica dell’Eterno Padre, è il velo dello Spirito Santo, è il custode di Gesù. San Giuseppe è il Santo, l’Uomo del silenzio; non parla. Parla colla sua condotta, ed egli ci predica il dovere di custodire Gesù. Fedeli custodite Gesù; custoditelo colla guardia di onore nei vostri templi; custoditelo nella sua fede, nella sua morale, nella sua grazia, nella famiglia cristiana, nei vostri cuori. Vi sono i pastori: Che cosa ci dicono, ci insegnano? Corrispondete alle chiamate di Gesù; correte al tabernacolo di Gesù, prostratevi innanzi a Gesù, adorate Gesù, consacratevi a Gesù, offrite a Gesù tutti voi stessi, anima e corpo. Vi è Gesù specialmente: Gesù è il cuore, il centro del quadro sublime. Egli ci fa risuonare all’orecchio questa frase: «Ego sum lux mundi». «Io sono la luce del mondo», chi cammina dietro a me, non va nelle tenebre, ma ha con sé il lume della vita. Gesù Cristo è la nostra luce; ci svela i misteri, ci insegna quello che è necessario alla salute, ci dà i precetti, le regole per salvarci. Sant’Ambrogio chiama il sole: «Occhio del mondo, gioia del giorno, bellezza del cielo, misura del tempo, forza e vigore di tutte le stelle». Il sole non è che smorta immagine della luce di Gesù; Gesù è luce per la sua dottrina, per la sua grazia, per la sua legge, per i suoi esempi. Dalla culla, Egli ci dice, ama l’umiltà, la povertà, la castità, la semplicità, la mortificazione cristiana.

La culla di Betlemme è una cattedra sublime: vi siede sopra N. S. Gesù Cristo, Salvatore delle genti, Verbo del Padre, Maestro supremo ed unico, e vero. Da quella cattedra Gesù Bambino insegna: 1° a rinunciare alle vanità del mondo; 2° ad apprezzare la povertà; 3° ad amare le sofferenze. Gesù Bambino ci insegna a rinunciare alle vanità del mondo, cioè alla superbia e al fasto esteriore. La superbia rovinò l’uomo nel paradiso terrestre; da quel giorno essa regnò nel mondo. E Gesù nasce umile bambino, nasce in una squallida grotta, per dirci che la gloria del mondo, la grandezza terrena, e la superbia umana non devono sedurre il nostro cuore. Egli incomincia a predicarci coll’esempio ciò che più tardi ci dirà colla parola: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore; e troverete riposo alle anime vostre» (S. Matt. XI, 29). Gesù Bambino ci insegna ad apprezzare la povertà. Il nostro spirito ci inclina a pensare secondo le massime del mondo. Il mondo riguarda come beati i ricchi, e come sventurati i poveri. Gesù insegnerà invece che beati sono i poveri di spirito, cioè quelli che hanno il cuore staccato dalle ricchezze e dai beni terreni; e incomincia, nascendo povero e chiamando i poveri per primi alla sua culla, ad insegnarci coll’esempio che la povertà non è sventura, a farci sentire che nella povertà vi sono invece dei preziosi tesori. Il povero è più caro a Dio, il povero è più generoso, è staccato dal mondo e perciò pensa più facilmente al cielo. Il Signore di tutti, nasce nella più squallida povertà. Se noi, o fedeli, siamo poveri, non invidiamo i ricchi, e procuriamo di acquistarci i beni eterni del cielo. Se siamo ricchi amiamo i poveri, vediamo in loro la persona del Bambino di Betlemme, ricordiamoci che le ricchezze non sono nostre, ma di Dio, che ne siamo non proprietari, ma amministratori, che dovremo rendergli conto dell’uso che n’avremo fatto; che le ricchezze, se non ci servono per l’acquisto del cielo, sono per noi una sventura, e che perciò dobbiamo essere generosi verso i poveri, verso la Chiesa e verso tutte le opere ed istituzioni buone (di corretta dottrina e di sana morale, ndR). Gesù Bambino ci insegna ad amare e stimare le sofferenze. Egli soffre appena nato; soffrirà per tutta la vita mortale; la chiuderà, tra dolori inenarrabili, sulla croce. Anche noi abbiamo a soffrire, e in molti modi: nell’adempimento del nostro dovere, nel lavoro, nelle malattie, nelle croci, nel sopportare le persone moleste, con cui dobbiamo necessariamente vivere. Talora calunnie, disprezzi, rovesci di fortuna; sono tante le sofferenze che ci accompagnano nel cammino della vita terrena. Chi soffre con rassegnazione, per amore e ad imitazione di Gesù, trae largo frutto dalle croci, soddisfa la giustizia di Dio, si acquista meriti per il cielo, si stacca sempre più, coll’affetto, dalla terra, si rende conforme a Gesù accompagnandolo per la via del Calvario, che è la via regia del cielo.

Gli Angeli ci hanno tracciato nel loro cantico sublime il disegno più naturale di un discorso, od omelia. La nascita di N. S. Gesù Cristo glorifica Iddio, e procura la pace agli uomini di buona volontà. La gloria che a Dio procurò il Verbo Divino nascendo a Betlemme ha tre suoi propri caratteri: a) È una gloria vera, che viene a formare i veri adoratori in ispirito e verità, che viene ad abrogare la Sinagoga, ed a sostituire al popolo ebreo, un nuovo popolo, del quale Gesù sarà il capo ed il pastore. Il culto reso fino allora a Dio era puramente esteriore, ed i Giudei carnali non sapevano punto che cosa fosse il sacrificio di un cuore contrito ed umiliato; il culto poi che i gentili rendevano ai loro idoli era abominevole; il culto che Gesù Cristo stabilirà sarà il solo degno di Dio. E da Lui, neonato Bambino, riceverà la primizia del vero culto, avrà la vera gloria. b) Nel Natale di Gesù poi Dio riceve una gloria universale. Poiché la gloria risiede nella cognizione del merito di qualcuno, e delle lodi; con cui lo si esalta, Dio prima non era conosciuto che in un angolo del mondo, ma colla venuta di Gesù Salvatore sarà conosciuto per tutta la terra: «Apparuit gratia. Dei Salvatoris nostri omnibus hominibus erudiens nos» (A Tito, II). c) Da questo ne segue che coloro i quali non lo hanno voluto ricevere, o che non vivono secondo la legge sua, non partecipano alla sua nascita. Il terzo carattere della gloria che Dio riceve dalla nascita temporale del Figlio suo è che tale gloria è infinita. Ciò che è evidente, perché tutte le azioni del Figlio di Dio partendo da una sorgente infinita, cioè dalla persona del Verbo, hanno valore e risonanza infinite; le azioni quindi che si riferiscono alla gloria di Dio, gli rendono gloria infinita. Il Natale di Gesù reca la pace agli uomini di buona volontà; una pace inestimabile ch’egli solo poteva darci, poiché lui solo poteva riconciliarci con Dio e con noi stessi. Reconciliavi tibi, reconciliavi mihi, diceva san Bernardo. Riconciliazione con Dio: «Giustificati per la fede, scrive san Paolo ai Romani, noi abbiamo la pace con Dio, per mezzo del Signor N. G. C.; per il quale noi abbiamo, in virtù della fede, accesso a questa grazia della pace, nella quale siamo stabiliti, e ci gloriamo nella speranza della gloria dei figli di Dio» (Ai Rom. V, 1-2). Riconciliazione con noi stessi, perché Gesù Cristo ci ha insegnato a sottomettere la carne allo spirito; per questo mezzo la guerra cessa nell’anima ed essa gode la pace. Benediciamo oggi a N. S. Gesù Cristo, il grande, il perfetto glorificatore dell’Eterno Padre; benediciamo a N. S. G. C. datore della pace. Egli ha abbattuto il muro di separazione che esisteva tra Dio e l’uomo; ha unito l’uomo a Dio, il cielo alla terra, il sommo della grandezza all’abisso della miseria. Gesù Cristo è autore della pace interna. Anche la nostra vita glorifichi Dio, siamo uomini di buona volontà, ed avremo la pace.

Figliuoli — vi annuncio — cosa di grande allegrezza; oggi — vi è nato il Salvatore; oggi è il giorno natalizio di N. S. Gesù Cristo. Quale lieta novella! Qual grande e fausto avvenimento! Quale immensa allegrezza! L’umanità è oggi risollevata oltre l’antico onore! Giorno grande questo, del Natale del Signore, o fedeli. Abramo, il patriarca antico aveva sospirato di vederlo e lo vide in ispirito da lontano e ne esultò! Giacobbe a questo giorno si rivolse cupidamente sul letto di morte cogli occhi semispenti, nel pio desiderio e nella santa esultanza di esso, interrompendo le benedizioni che stava invocando sui figli, esclamava: Salutare tuum exspectabo, Domine! A questo giorno sospirava il profeta Isaia ed esclamava egli pure: «Oh! si squarciassero i cieli e discendesse il Signore. Mandate, o cieli, la vostra rugiada, e le nubi piovano il Giusto, si apra la terra e germogli il Salvatore!». Questo giorno, da nove mesi, attendeva la Vergine adombrata dallo Spirito Santo; a questo giorno guardarono 40 secoli, questo giorno attesero 40 generazioni. Oh! Benediciamo oggi il Signore Iddio di Israele, che finalmente visitò ed inaugurò la redenzione del suo popolo. «Benedictus Dominus Deus Israel, quia visitavit et fecit redemptionem plebis suæ». Chi è Nato? È Gesù Cristo, la seconda Persona, il Verbo eterno che si è incarnato e fatto uomo per noi prendendo un corpo ed un’anima come i nostri nel seno purissimo di Maria Vergine. Da chi è nato? Da Maria Santissima, dal suo seno verginale; Madre di Dio quindi è Maria. E divenendo Madre restò Vergine! Come il raggio esce dalla fiamma, come il profumo esce dal fiore, come la parola esce dalle nostre labbra così Gesù è uscito dal seno verginale di Maria. La parola non lacera il labbro nel passare, il profumo non altera punto l’integrità del fiore, il raggio niente toglie alla fiamma nell’uscirne. Come è nato? È nato bambino per amare i bambini, è nato povero per sposare la causa dei poveri; nasce in una spelonca, dice san Gregorio, per ricordarci che noi siamo stranieri e pellegrini su questa terra. Dove è nato? A Betlem di Giuda, che il Profeta predisse, la non ultima delle città sorelle della Palestina; nasce in una stalla. Lì si inaugura il regno universale di Gesù Cristo. Da oggi Betlem e Roma si contendono l’impero del mondo. Da oggi incomincia il tramonto dell’impero della forza, della tirannide, e s’inaugura l’impero della bontà, pace, fratellanza universale! Perché nasce? Per salvarci. Il Nato è il Salvatore. Nasce per salvare l’individuo, la famiglia, la società. Salvò l’individuo: l’uomo per la colpa era decaduto in uno stato deplorevole di miseria. Ferita la sua intelligenza, indebolita la volontà, corrotto il cuore, il corpo stesso era rimasto vittima della degradazione, l’anima aveva perduto la vita della grazia; gli ornamenti soprannaturali avevano lasciato il posto all’ignominia più spaventosa. E Gesù Salvatore: 1° salva l’intelligenza dagli errori mediante la luce della fede; 2° comunica alla volontà una forza invincibile e la sublima fino alle più eminenti virtù; 3° salva il cuore dalla corruzione, dall’amore sregolato delle creature, accendendovi il fuoco della divina carità; 4° preserva il corpo dall’abbiezione del vizio, mediante la virtù angelica; 5° ritorna all’anima il suo pregio e la sua bellezza, rendendola alla vita della grazia; 6° cancella l’ignominia che deturpava la sua persona, mediante la grandezza della vita divina, di cui lo fa partecipe qui in terra colla sua grazia, ed in cielo colla gloria. Gesù Cristo salvò la famiglia sia dal divorzio come dalla poligamia, i due disordini nei quali era degenerata e la salva da altri gravi guai che la tiranneggiavano: la eleva a santuario, ed innalza il matrimonio alla dignità sublime del sacramento. Gesù Cristo, salva la società, che, quando nacque, era in uno stato lacrimevolissimo. In alto c’era il dispotismo e la tirannide; in basso la schiavitù. In alto c’era l’arbitrio, il capriccio, la tirannia nel potere, la crudeltà. In basso c’era una massa di popolo oppressa dall’iniquità, elencata come un armento, disprezzata, calpestata. Ora la distruzione del dispotismo, l’abolizione della schiavitù, la condanna del sensualismo noi le dobbiamo a Gesù Cristo, che ci recò la fratellanza cristiana, la carità cristiana, universale! «Venite, adoremus, et procedamus ante Deum!». Figlioli, venite a ringraziare l’Incarnato Bambino, ad adorarlo, a prostrarvi innanzi a Lui, a consacrarvi a Lui; giurandogli di riconoscerlo, di amarlo, e di servirlo sempre in questa vita terrena il Divin Salvatore, e pregando insieme la Madre Sua, a mostrarvelo, il grazioso frutto del suo seno verginale dopo le amarezze, le lagrime del nostro esilio terreno! È il Natale! Il padre ai figli, il pastore alla greggia, l’Uomo di Dio al popolo da Dio redento porge gli auguri più fervidi e più cordiali, che il Natale di Gesù abbia larga e decisiva risonanza nei vostri cuori e segni il principio della vostra rinascita spirituale fervorosa, operosa, cristiana!

Il tempo di Natale, in senso molto largo sarebbe il periodo di quaranta giorni dell’anno liturgico che decorre dal 25 dicembre al 2 febbraio; ma in senso proprio è invece quel periodo di tempo che va dal 25 dicembre alla festa dell’Epifania. In questo tempo la Chiesa vuol dare ai fedeli una chiara, altissima idea del Salvatore già nato, e fare ad essi conoscere la sublime importanza, e le grandi, vaste e benefiche conseguenze della sua venuta nel mondo, tanto per ciò che riguarda lo stabilimento della Chiesa in generale, come per ciò che riguarda ciascun uomo in particolare. Per questi fini altissimi la Chiesa raccoglie in questo tempo i fedeli intorno alla culla del Bambino per meditare le sue virtù e per imitare i suoi esempi. Per corrispondere occorre compiere il rinnovamento interiore, rinnovamento che somigli ad una nuova nascita. Nella festa del S. Natale si celebrano tre SS. Messe per onorare le tre nascite del Signore; la nascita eterna, la nascita temporale, la nascita spirituale. Il Vangelo della 1a Messa ricorda la nascita temporale a Betlemme; quello della 2a Messa ricorda la nascita spirituale nelle anime dei fedeli, rappresentati alla culla di Gesù dai pastori; il Vangelo della 3a Messa richiama la nascita eterna del Verbo. Nella domenica poi che cade fra l’ottava del S. Natale ci si fa conoscere Gesù Cristo colle grandi e terribili parole del vecchio Simeone, e colle benedizioni di Anna, come risurrezione dei buoni, come rovina dei cattivi, come gloria del vero Israele, affinché non si pensi essere la venuta sua indifferente ad alcuno. Nell’ottava del S. Natale poi si celebrano due grandi misteri, cioè la Circoncisione del Divino Redentore e l’imposizione che a lui fu fatta del nome adorabile di Gesù; ciò che appare chiaramente dal testo evangelico. Passiamo quindi, in questi giorni del S. Natale, «fino a Betlemme a vedere quello che il Signore ci ha manifestato» (S. Luca, II, 15-20); raccogliamoci sovente intorno alla culla di Gesù, la cattedra più sublime posta fra le genti. Diamo a Gesù la più tenera testimonianza di amore; teniamogli compagnia; per amor suo preghiamo di più, stiamo più devotamente in chiesa; ascoltiamo con più raccoglimento la sua divina parola; perdoniamo ai nemici; regaliamo qualche cosa alla Chiesa ed ai poveri. Gesù ci benedirà!