Breve ricerca sulla laicità e sulla separazione fra Chiesa e Stato

«Pater, si vis, transfer calicem istum a me; verumtamen non mea voluntas sed tua fiat», dice il Signore.

Sembra che oggi molti soggetti che si dichiarano cattolici, fra essi tante guide (cf. San Matteo, XV, 14), ritengano che lo Stato debba essere laico. Essi rivendicano l'assoluta autonomia delle istituzioni e dei processi legislativi, sostengono altresì che esista una sana laicità degli Stati. Recentemente è stato dichiarato da un'alta carica nella Chiesa: «C’è una sana laicità, per esempio la laicità dello Stato. In generale, uno Stato laico è una cosa buona; è migliore di uno Stato confessionale, perché gli Stati confessionali finiscono male». Ed ancora, difendendo la laicità degli Stati, si è sostenuta un'improbabile differenza fra laicità e laicismo di Stato: «Però una cosa è la laicità e un’altra è il laicismo. Il laicismo chiude le porte alla trascendenza, alla duplice trascendenza: sia la trascendenza verso gli altri e soprattutto la trascendenza verso Dio; o verso ciò che sta al di là. E l’apertura alla trascendenza fa parte dell’essenza umana. Fa parte dell’uomo. Non sto parlando di religione, sto parlando di apertura alla trascendenza».

A quanto pare, numerosi cattolici nominali e nostri contemporanei ritengono che non ci sia nulla da obiettare a tali affermazioni, le considerano normali, difatti citiamo questo esempio solo accidentalmente, per causa e per conseguenza, e per dare inizio alla nostra breve ricerca, potendo attestare altresì che tali teorie, esplicitamente o dietro sofismi, ammettendo e negando nel contempo, sono state enunciate da numerosi soggetti nella Chiesa dagli anni '60 ad oggi.

Sappiamo che i criteri di ragionamento e di esposizione adottati da costoro sono stati già denunciati e condannati dalla Chiesa precisamente dalla «Pascendi Dominici Gregis» di Papa san Pio X, dalla «Humani Generis» di Papa Pio XII ed in altri luoghi. Capirete leggendo che il nostro non è affatto un attacco alla Chiesa, al contrario è nostra intenzione, da cattolici militanti, quali preghiamo Dio e ci sforziamo di realmente essere, difendere strenuamente la Chiesa dalle aggressioni di nemici ed usurpatori «che si appiattano nelle viscere, quasi nelle vene di lei» (cf. «Pascendi Dominici Gregis»).

Quanto detto corrisponde all'oggettività dei fatti e degli atti, dunque non si stanno esprimendo opinioni e giudizi personali. Dice il Signore: «Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei estis et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos». La bocca della Chiesa è la bocca di Dio, la bocca della Chiesa è la verità, la verità ci fa liberi! 

Poniamoci una domanda e cerchiamo la nostra risposta cattolica usando adeguatamente il Magistero della Chiesa, che è la nostra regola prossima della fede. Facciamo nostro il detto dell'Apostolo: «Communicet autem is, qui catechizatur verbum, ei qui se catechizat, in omnibus bonis. Nolite errare: Deus non irridetur. Quae enim seminaverit homo, haec et metet».

Partiamo, dunque, con la lunga e fondamentale domanda, strada facendo risponderemo alle accessorie: è cattolico sostenere che gli Stati debbano essere laici, che debba esserci separazione fra Stato e Chiesa, che gli Stati confessionali finiscano male, che la laicità di Stato sia una cosa buona?

Evidentemente, e grazie a Dio, noi Associati la risposta già la conosciamo, dato che abbiamo studiato e siamo lieti di osservare il dogma della Regalità Sociale di Cristo, proclamato da Papa Pio XI nella «Quas Primas». Per approfondimenti esortiamo i Lettori non abituali a cliccare sul link appena indicato.

Il Pontefice risponde infallibilmente alle nostre domande e, nello specifico, afferma nella «Quas Primas»: «La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica “Ubi arcano Dei” e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina».

Governo massonico: «Pozzo d’abisso il cui fumo oscurò il sole, locuste che divorano tutta la terra»

Concludiamo la nostra rubrica analizzando, finalmente, alcuni punti cruciali del documento teologico - politico Dignitatis Humanae del 1965, dietro la cui spinta propulsiva le ultime Nazioni cattoliche precipiteranno inesorabilmente nella totale apostasia. Cito il documento, cui seguono brevi esami critici: «Il diritto alla libertà religiosa non si fonda su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura», dunque sta affermando che questo diritto sarebbe - in assoluto - un diritto naturale dato da Dio. Più avanti si capirà che il documento si riferisce alla «libertà di coscienza», non alla libertà di professione della vera religione.

Difatti precisa: «[…] di conseguenza, il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa», pertanto sta dicendo che coloro che rifiutano la verità e che professano l’errore avrebbero il diritto naturale di promuoverlo pubblicamente. Peggiora la situazione quando asserisce: «[Il diritto di insegnamento e testimonianza dell’errore, ndR] va riconosciuto nella legge costituzionale con la quale si governa la società; perciò deve diventare un diritto civile», cosicché sostiene che questo diritto di promuovere l’errore dovrebbe essere garantito dai governi nella legislazione.

Dalla Dignitatis Humanae alle massoniche Dichiarazioni dei diritti dell’uomo … poco cambia, dove si legge, anno 1789, art. 10: «Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose», ed anno 1793, art. 7: «Il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, […] il libero esercizio dei culti, non possono essere interdetti». Almeno i massoni della prima ora non ebbero il barbaro coraggio di definire questo “diritto” un «diritto che si fonda sulla stessa natura dell’uomo», in compenso, dall’alto della loro “tolleranza”, detronizzarono, sterminarono e depredarono un numero incalcolabile di cattolici.

Ora, che nessuno possa essere forzato ad accettare la vera religione, lo comanda la Chiesa stessa. Papa Leone XIII nella Immortale Dei (1885) insegna: «La Chiesa vuole assolutamente evitare che chiunque sia costretto, suo malgrado, ad abbracciare la fede cattolica, perché, come saggiamente ammonisce sant’Agostino, “l’uomo non può credere se non spontaneamente” ». Però precisa: «Similmente la Chiesa non può consentire quella libertà che induce al disprezzo delle leggi santissime di Dio».

Da questo naturale principio della libertà dalla coercizione, in Dignitatis Humanae si precipita nella falsa ed americanista nozione che la legge stessa avrebbe il diritto di difendere e diffondere l’errore. Questo funesto principio, che poggia sulla cosiddetta «libertà di coscienza», è sempre stato condannato dalla Chiesa, tanto che Papa Gregorio XVI lo definì «delirante».

So che questo discorso potrà annoiare e sembrare cavilloso, tuttavia con un esempio cercherò di chiarire la satanica portata del documento teologico - politico Dignitatis Humanae. Subito dopo la pretesa promulgazione dello stesso, la cattolica Spagna precipitò nell’apostasia legislativa recedendo dal Concordato con il Vaticano. L’accordo del 1953 prevedeva, art. I, che: «La Religione Cattolica, Apostolica, Romana continua ad essere l’unica religione della Nazione spagnuola»; art. XXIII l. c: «[…] lo Stato armonizzerà la propria legislazione con il Diritto Canonico». A seguito di Dignitatis Humane, sorse la fregola di aggiornamento dovunque e dal 1978 l’Articolo 16 della Costituzione Spagnola al § 1 recita: «È garantita la libertà ideologica, religiosa e di culto dei singoli e delle comunità […]»; ed al § 3: «Nessuna confessione avrà carattere statale».

Dietro pretesto di «libertà ideologica», la legislazione spagnola ha ricevuto il colpo di grazia stramazzando rovinosamente nella consueta “giurisdizione” massonico - liberale, proprio come accadde in Inghilterra, poi in America, in Francia ed infine in Italia a seguito delle cosiddette Rivoluzioni, le quali hanno tutte avuto unica regia anti-cattolica ed attori tutti “affratellati” dal rito d’iniziazione massonica.

Il profetico commento di Papa Gregorio XVI a questa degenerazione dell’umanità credo che sia la conclusione più eloquente al nostro piccolo excursus di Teologia politica dell’anno 2016: «Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore? esclama sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo d’abisso dal quale vide san Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il sole, uscendone locuste innumerabili a disertare la terra. Indi infatti hassi a ripetere il cangiamento degli spiriti, indi la depravazione della gioventù, indi il disprezzo nel popolo delle cose sacre, e delle leggi più sante, indi in una parola la peste della società più di ogni altra esiziale, mentre l’esperienza di tutti i secoli fin dalla più remota antichità luminosamente dimostra, che città per opulenza, per dominazione, per gloria le più fiorenti per questo solo disordine, cioè per una eccessiva libertà di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novità, andarono infelicemente in rovina» (Mirari Vos, 1832).

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 44. «Il Romano Pontefice non può e non deve venire a patti con la moderna civiltà»

Siamo prossimi a terminare questa lunga rubrica di teologia politica che ci ha accompagnato nel  2016. Il tema cruciale è, oggi più che mai, la pretesa “libertà di culto” o “di coscienza” nella sfera pubblica, che alcuni esigono sia garantita dal diritto. È proprio questa boria che ha segnato l’estinzione quasi globale delle nazioni cattoliche negli ultimi 60 anni: poi il popolo si deprime perché vive male (sic!).

Papa Pio XII, 6 dicembre 1953, nel Discorso ai giuristi cattolici afferma: «[…] Sono chiariti i due principi, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale […], da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati. Primo: ciò che non risponde alla verità ed alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto nè all’esistenza, nè alla propaganda, nè all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto».

Sempre nella medesima Allocuzione - Ci riesce - asserisce: «Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quanto è possibile, perché la sua tolleranza è in se stessa immorale - non può valere nella sua incondizionata assolutezza». Dunque è chiaro che l’errore non ha diritti, ma talvolta è opportuno tollerarlo, sebbene quest’eccezione non può costituire un diritto assoluto.

Ben diverso da quanto pretese di approvare il Vaticano Secondo in Dignitatis Humanae, dove si ha la sfrontatezza di sostenere: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio [...] non può essere impedito». La «libertà di perdizione», al dire del Vaticano Secondo, sarebbe addirittura un diritto naturale da garantire e favorire col diritto positivo. Anche la “legislazione” italiana oggi poggia su questo falso principio: i suoi frutti marci non hanno bisogno di essere elencati.

Nel 1974, il Vescovo De Castro Mayer, redasse uno studio critico al documento teologico-politico Dignitatis Humanae. In esso si legge: «[…] In materia di libertà religiosa nell’ordine civile, tre punti capitali, tra gli altri, sono assolutamente chiari nella tradizione cattolica: 1) nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la Fede; 2)  l’errore non ha diritti; 3) il culto pubblico delle religioni false può eventualmente essere tollerato dai poteri civili, in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi, però per se stesso deve essere represso anche con la forza se necessario. […] Alcuni principi di Dignitatis Humanae si oppongono all’insegnamento dei Papi precedenti».

Papa Pio IX, l’8 dicembre del 1864, nella Quanta cura, parla di “libertà religiosa” come di «libertà di perdizione», incompatibile con gli insegnamenti della Chiesa dunque di Cristo. Ricorda e comanda: «Contro la dottrina delle sacre Lettere della Chiesa e dei Santi Padri [alcuni affermano che …] “la libertà di coscienza e dei culti [deve] essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge”. […] Tale idea di governo sociale [è] assolutamente falsa, […] dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria [è] chiamata delirio». Nel Sillabo ai n° 15, 55, 77, 78, 79 ed 80 CONDANNA le seguenti proposizioni, in quanto false od eretiche: «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dalla luce della ragione, egli consideri vera»; «La Chiesa dev’essere separata dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa»; «In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato e si escluda ogni altro culto»; «[…] Lodevolmente in alcuni paesi cattolici si è stabilito per legge che a quelli, i quali vi si recano, sia lecito di aver pubblico esercizio del culto proprio di ciascuno»; «Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all’aperto qualunque pensiero ed opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell’indifferentismo» e «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione».

Papa Leone XIII nella Libertas del 20 giugno 1888, esprime così l’insegnamento di Magistero sull’argomento: «Nell’ordine sociale dunque […] le cose vere ed oneste hanno diritto, salve le regole della prudenza, di essere liberamente propagate, e divenire il più che possibile comune retaggio; ma gli errori, peste della mente, i vizi, contagio dei cuori e dei costumi, è giusto che dalla pubblica autorità siano diligentemente repressi per impedire che non si dilatino a danno comune». Ed ancora: «[…] il diritto è una facoltà morale: […] è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine».

Già Papa Pio VII nel 1814 tanto scriveva in una Lettera al Vescovo di Troyes (Francia): «Il nostro cuore è ancor più profondamente afflitto da una nuova causa di dolore che, lo ammettiamo, ci tormenta e fa sorgere profondo scoramento ed estrema angoscia: [quell’] articolo […] della Costituzione. Non soltanto esso permette la libertà dei culti e di coscienza, per citare i termini precisi dell’articolo, ma promette sostegno e protezione a questa libertà […] Questa è implicitamente l’eresia disastrosa e sempre da deplorarsi che sant’ Agostino descrive in questi termini: “Pretende che tutti gli eretici siano sul retto cammino e dicano la verità. Questa è un’assurdità così mostruosa che non posso credere che qualsiasi setta possa realmente professarla”». Prosegue …

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Quando i governi fanno i filantropi col sangue degli altri

Papa Pio XII nel suo Radiomessaggio per la Festa di Pentecoste del 1941 auspicava il «rispetto del diritto della famiglia ad uno spazio vitale». Il Pontefice, che fu tra i primi ad occuparsi seriamente (merce rara oggigiorno) di emigrazione ed immigrazione dopo l’epoca gloriosa dei Papi e dei missionari, prima del colonialismo massonico dei cosiddetti “esportatori di democrazia”, domandava lealtà e vera carità, affinché la parte che «lascia il luogo natio» e quella che «ammette i nuovi venuti» possano, insieme, «lealmente eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere ed allo svolgersi di una verace fiducia tra il paese di emigrazione ed il paese d’immigrazione», cosicché «tutti i partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio».

Il punto focale della teologia prettamente tomista di Pio XII, autore inoltre della magna charta sull’immigrazione, la Exsul Familia del giorno 1 agosto 1952, dunque la bolla della teologia cattolica a riguardo, è la comune condivisione della corretta morale e vera dottrina sociale della Chiesa, come esposta da Papa Leone XIII nella Rerum Novarum del 15 maggio 1891, che egli cita. È solo rispettando quei principi divini e naturali, tanto cari alla Chiesa ed agli uomini di retto intelletto, che «le famiglie riceveranno un terreno che sarà per loro terra patria nel vero senso della parola»; i popoli si creeranno «nuovi amici in territori stranieri»; e gli Stati che accolgono gli emigrati «guadagneranno cittadini operosi». Così le nazioni che danno e gli Stati che ricevono: «in pari gara, contribuiranno all’incremento del benessere umano ed al progresso dell’umana cultura».

Secondo Papa Leone XIII, che si è espresso nel mentovato documento, non è pensabile di raggiungere questa concordia sociale, come non è possibile «valutare a dovere le cose del tempo», se l’animo non si «eleva ad un’altra vita», ossia a «quella eterna», senza la quale «la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua». Papa Pecci ci insegna che tutto quanto la «natura ci detta nel cristianesimo» è un «dogma su cui, come principale fondamento, poggia tutto l’edificio della religione». Ciò che importa, quindi, è «il buono o cattivo uso [che si fa] dei beni a disposizione», poiché  «la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù».

Il dotto Pontefice insiste in numerose sue Encicliche sul vero valore della carità, che egli nettamente distingue da quella propensione particolarmente volgare che oggi tutti chiamano “filantropia”, eziandio «nelle condizioni presenti», per una «triste ma vera necessità», denuncia il Papa: «la setta massonica, per quanto ostenti uno spirito di beneficenza e di filantropia, non può esercitare che un’influenza funesta: ed appunto funesta perché combatte e tenta distruggere la religione di Cristo, vera benefattrice dell’umanità» (Dall’alto, 15 ottobre 1890). Tuona nella Inimica Vis del giorno 8 dicembre 1892: «Oh in quante famiglie il lupo penetrò in veste d’agnello!», è attraverso tutte quelle «svariatissime società, che oggi [si sviluppano] in ogni ordine di sociale attinenza» che penetra «il veleno massonico»; società filantropiche da scansare come la peste, «di cui non ben conoscano la natura e lo scopo», giacché «passaporto alla merce massonica è spesso quella ciarliera filantropia, contrapposta con tanta pompa alla carità cristiana». Dunque conclude: «nel vostro cuore [siate] cattolici e italiani» e «deplorate questa empia guerra [che vuol] rapirvi al prezioso tesoro».

Sia Papa Pio XII che Papa Leone XIII, «come tutti i Romani Pontefici», prima della disfatta dottrinale e morale del modernismo, «esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino» (cf. Aeterni Patris, 4 agosto 1879), pensiero «ardente di amore» e davvero vincolante se si intende conservare la vera fede, da osservare «attentamente  ed inviolabilmente» (cf. Studiorum Ducem, Pio XI, 29 giugno 1923). Papa Innocenzo VI affermava: «La dottrina di questo [di san Tommaso] possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata».

Teologia Politica n° 43. «Libertà di coscienza è libertà di ignoranza e di perdizione»

Nei recenti articoli di Teologia politica abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla cosiddetta “libertà religiosa” - ovverosia “di coscienza”, punto di dottrina essenziale per la legislazione degli Stati e la prassi dei popoli, sostituita tirannicamente con un simulacro indifferentista e liberale dal Vaticano Secondo, dietro mentite spoglie di innocua “dichiarazione pastorale”. Se consideriamo che la pastorale non è altro che la teologia dell’azione, la disciplina che studia i criteri d’intervento correttivo, dunque la corretta applicazione del dogma alle mutevoli vicende anche sociali e politiche, ci rendiamo conto di quanto possa essere offensiva per le pie orecchie una “pastorale anti-dogmatica”, ovvero una “anti-pastorale”.

Documento fondamentale per capire cosa sia la pastorale è la Orientalis Ecclesiae di Papa Pio XII, Enciclica del 9 aprile 1944, in occasione del XV centenario della morte di san Cirillo d’Alessandria. Il Pontefice afferma che «San Cirillo, al serpeggiare dell’empia eresia di Nestorio per le varie regioni dell’oriente, da quel sollecito pastore che era, subito scoprì i novelli errori che imperversavano, usò ogni mezzo per allontanarli dal gregge a lui affidato». E poiché nei cenobi dell’Egitto «si agitavano a più riprese acerrime dispute sulla nuova eresia nestoriana, egli [san Cirillo], da vigilantissimo pastore, avverte i monaci delle pericolose fallacie di tale dottrina». Ed inoltre, come tutti sanno, ad «alimento e sostegno della fede cristiana, compose quasi innumerabili libri, dai quali splendidamente si riverberano la sua luce di sapienza, l’imperterrita sua costanza e la solerzia della sua pastorale sollecitudine».

Papa Pacelli, in conclusione, definisce san Cirillo: «il pastore, il teologo, il difensore della vera dottrina e dell’integrità della fede contro le eresie del suo tempo. Sempre animato da grande carità e da spirito di riconciliazione». Orbene, ciò premesso, non abbiamo timore di sostenere, con Papa Gregorio XVI (cf. Mirari Vos) e con Papa Pio IX (cf. Quanta Cura), che la cosiddetta “libertà religiosa” - ovvero “di coscienza”, così come fu vomitata dal Vaticano Secondo e poi applicata nella legislazione da tutte le Nazioni che furono cattoliche, è «falsa» ed è un «delirio». Vediamo, ora, di supportare la nostra cruda riflessione.

Per rendere chiara la distinzione fra il significato cattolico del termine «coscienza», tanto caro alla teologia-politica, ed il significato infausto già condannato dalla Chiesa, ma poi spudoratamente “rispolverato” ed eruttato dal Vaticano Secondo, dobbiamo leggere le parole dei mentovati Pontefici. Il primo scrive: «Ex hoc putridissimo “indifferentismi” absurda illa fluit ac erronea sententia, seu potius deliramentum, asserendam esse ac vindicandam cuilibet “libertatem conscientiae”». Che significa: «E da questa corrottissima e putrida sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che vorrebbe ammettere, e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, etc …». Il secondo, Papa Mastai Ferretti, afferma: «Haud timent erroneam illam fovere opinionem a Gregorio XVI deliramentum appellatam, nimirum “libertatem conscientiae” esse proprium cujuscumque hominis jus». Che esplicitato vuol dire: «Con tale idea di governo sociale, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente dannosa per la Chiesa cattolica e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio [Eadem Encycl. Mirari], cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società ed i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera”». Capite l’importanza politica di questo argomento?

Sant’Agostino (in Epist. 105, al. 166) contro i Donatisti già asseriva che «libertà di coscienza» è «libertà di perdizione». Infatti «il Signore […] ha voluto stabilire su saldi fondamenti la tolleranza da parte dei suoi servi: ha voluto cioè che i buoni non pensassero di restar contaminati per essere frammisti coi cattivi ed a causa di umani e temerari scismi non mandassero in perdizione gli ignoranti o v’andassero essi stessi come ignoranti».

Ed il grande san Leone Papa (in Epist. 164, al. 133, § 2, edit. Rall) tuonava: «Se in nome delle umane convinzioni sia sempre libero il diritto di disputare, non potranno mai mancare coloro che osano resistere alla verità e confidano nella loquacità della sapienza umana, mentre la fede e la sapienza cristiane debbono evitare questa nociva vanità, in linea con la stessa istituzione del Signor Nostro Gesù Cristo». Una sentenza così fondamentale, da citare necessariamente il Maestro: Gesù Cristo!

Durante il Vaticano Secondo furono numerosissimi gli interventi che si contrapponevano alla tendenza moderna che voleva giusta e legittima la “libertà religiosa in foro esterno”, addirittura nel governo degli Stati, “libertà” che, secondo i modernisti, i quali nel Vaticano Secondo ebbero la meglio, si baserebbe nientemeno che «sulla stessa natura» dell’uomo e non semplicemente su una «disposizione soggettiva della persona», “libertà” che essi pretesero di giuridicamente incentivare anche «in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa» (cf. Dignitatis Humanae).

Nei prossimi articoli confuteremo nel dettaglio questo errore falso e delirante. Prosegue …

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

We are the people: massonica sostituzione etico/etnica in Lucania?

Recentemente in TV (Canale 5 - trasmissione Matrix) si sono affrontati GIORGIA MELONI, Leader nazionale di Fratelli d’Italia, e MARCELLO PITTELLA, Governatore della Basilicata. Quest’ultimo ha indicato la Basilicata (vero nome Lucania) come un «modello da emulare», mentre la Meloni lo ha accusato di «sostituzione etnica» e di «importare manodopera a basso costo». Il Governatore lucano, in evidente difficoltà, ha fatto presente che bisogna «accogliere e curare i migranti, […] fare sacrifici […] in attesa che il Governo stanzi nuovi fondi. […] Favorire il processo di accoglienza e di integrazione in una società sempre più multietnica». Secondo Pittella, l’invasione di clandestini, che lui definisce «accoglienza dei profughi», sarebbe «inevitabile, dunque è inutile alzare dei muri, poiché l’Europa nasce proprio per abbatterli», ha quindi tentato di ridicolizzare nazioni sovrane come la Bulgaria e l’Ungheria che hanno detto no al sostentamento indiscriminato di soggetti dalle identità ignote. Giorgia Meloni lo ha evidentemente liquidato, citando alcune % sulla disoccupazione e sullo spopolamento della Lucania, affermando, inoltre, che «Pittella dovrebbe preoccuparsi prima di tutto dei problemi della sua regione, con la disoccupazione, lo spopolamento, la crisi economica, anziché pensare ad accogliere i migranti». Vediamo chi dei due ha ragione, secondo l’oggettivo punto di vista della storia e del pensiero filosofico/teologico non ideologizzato.

Tuona la Chiesa: «Lo spirito massonico si aggira cercando chi divorare […] Niuno si lasci illudere dalle sue belle apparenze, niuno allettare dalle sue promesse, sedurre dalle sue lusinghe, atterrire dalle sue minacce. Ricordatevi che essenzialmente inconciliabili tra loro sono cristianesimo e massoneria; sì che aggregarsi a questa è un far divorzio da quello.  […] Combattete dunque [contro lo spirito massonico] e siate italiani e cattolici» (cf. Inimica Vis).

Il Governatore della Basilicata, MARCELLO PITTELLA (PD), ha dichiarato lunedì 2.10.2016 a Matera (PZ): «Oggi scriviamo una pagina importante per l’Europa con una strategia precisa per i migranti e per porre fine all’orrore di erigere dei muri»[1]. Motivo di gaudio, per il governatore lucano e probabilmente per le OnG, i sindacati e le associazioni di “volontariato” (a cottimo), è la stipula del protocollo d’intesa, ovvero del «progetto economico e sociale», cosiddetto «We are the People», che, si apprende dal sito della Regione, «mira a favorire la crescita del territorio e l’accoglienza dei rifugiati»[2].

L’intesa sarebbe stata firmata in occasione della pretesa «Giornata nazionale della memoria dei migranti» dal Presidente della Regione Basilicata, da NAGUIB SAWIRIS, egiziano e presidente del gruppo ORASCOM, e da RAWYA MANSOUR, fondatrice di RAMSCO, gruppo nominalmente «impegnato nella tutela dell’ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo». Evidentemente della tanta povertà nei paesi già sviluppati a nessuno più importa. Secondo il sito della Regione Basilicata, i protagonisti della vicenda sarebbero «interessati ad una partnership e ad un investimento in Basilicata per contribuire all’integrazione sociale e lavorativa dei migranti»[3]. Cerchiamo di approfondire!

Secondo WISE Muslim Women[4], Rawya Mansour sarebbe un’attivista ambientalista islamica membro anche della «Arab Business Women Society», della «Lead Foundation for Microfinance», della «CLINTON Global Initiative Foundation» e di numerosi altri Consigli ed Associazioni di filantropia ed alta finanza. Rawya Mansour è anche fondatrice e Presidente di RAMSCO «per l’interior design e architettura, una società di interior design all’avanguardia con sede in Medio Oriente. Il suo lavoro è stato pubblicato in tutto il mondo sulla rivista House and Garden». Il The Washington Post, 18 marzo del 2015, inserisce il suo nome nell’elenco dei finanziatori della «The Bill, Hillary and Chelsea CLINTON foundation»[5]. Nel dicembre del 2009 Rawya Mansour  partecipò[6] anche alla Conferenza ONU di Copenaghen sui cambiamenti climatici, dove era presente il cospirazionista e speculatore internazionale GEORGE SOROS, il quale sarebbe «architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni»[7], secondo quanto documenta DC Leaks[8].

«Molti crederanno di salvare la propria anima facendo ciò che a loro piace»

Sabato scorso abbiamo ricordato le parole di Angelo G. Roncalli (Giovanni XXIII dal 4.11.1958), in fregola di modernismo, per l’indizione del «Concilio Vaticano Secondo, [che è] una nuova Pentecoste […] per l’umanità», così scriveva il “papa buono” (Domanda: i Papi del passato erano forse crudeli?). In contro, il più realista cardinal Ottaviani, capo dell’Inquisizione, nel suo diario esclamava: «Il Concilio [Vaticano Secondo, ndR] [… è] una lunga notte per la Chiesa. […] Prego Dio di farmi morire prima della fine di questo Concilio, così almeno muoio cattolico». Morì il 3 agosto del 1979 (R.I.P.).

Ci stiamo occupando della dolente questione poiché il Vaticano Secondo, con la dichiarazione Dignitatis Humanæ (7.12.1965), accettata con 2308 voti favorevoli e 70 contrari, pretese di promulgare una nuova dottrina liberale-laicista sulla “dignità dell’uomo” e precipuamente sulla cosiddetta “libertà religiosa” o “di coscienza”, documento che condizionerà negativamente la vita sociale e politica (oggetto del nostro studio) di tante nazioni, le quali diverranno, nella loro legislazione ed azione, definitivamente atee, smettendo di essere cattoliche.

Molti esegeti (sic!) del Vaticano Secondo, direi piuttosto i vari sofisti e cripto-novatori che popolano l’habitat dell’illogica neo-tradizione, pur ammettendo le luttuose conseguenze dottrinali, morali, politiche e pratiche di Dignitatis Humanæ, sono soliti affermare che con tal documento non si intendeva affatto promulgare nuove dottrine ma, considerandolo solo pastorale, si volevano fornire unicamente degli spunti pedagogici, delle indicazioni di massima, dei consigli opinabili. Peccato che è proprio Dignitatis Humanæ a concludersi in questi termini: «Tutte [non semplicemente “alcune”, ndR] e singole le cose [es. le dottrine, ndR] stabilite [ovvero che si pretende di promulgare, ndR] in questo Decreto sono piaciute ai Padri del Sacro Concilio [consenso, ndR]. E Noi [Montini, Paolo VI dal 21 giugno 1963, ndR], in virtù della potestà Apostolica conferitaci da Cristo [si chiama in causa il Papato, si pretende di usare “le chiavi di Pietro”, ndR], unitamente ai Venerabili Padri [ancora consenso, ndR], nello Spirito Santo [si chiama in causa lo Spirito Santo a preteso sigillo di garanzia, ndR] le approviamo, le decretiamo e le stabiliamo; e quanto stato così sinodalmente deciso [universalità, ndR], comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio [si condanna indirettamente l’opinione contraria, la quale NON sarebbe a gloria di Dio, ndR]».

Per gli autori di modernismo, invece, le  conseguenze dottrinali, morali, politiche e pratiche di Dignitatis Humanæ sarebbero positive.

Nella battitura del «Discorso di apertura del Concilio Vaticano II», pronunciato da Roncalli (Giovanni XXIII) il giorno 11 ottobre del 1962, si legge anche: «[…] Il Magistero che con questo Concilio si presenta in modo straordinario a tutti gli uomini che sono nel mondo. […] I Concili Ecumenici proclamano in forma solenne questa corrispondenza con Cristo e con la sua Chiesa ed irradiano per ogni dove la luce della verità, indirizzano sulla via giusta. […] Illuminata dalla luce di questo Concilio, la Chiesa si accrescerà […] guarderà con sicurezza ai tempi futuri. […] Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace (???). […] Il ventunesimo Concilio Ecumenico […] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica […]».

Evidentemente siamo in presenza di molti degli “elementi linguistici” che contraddistinguono i decreti e documenti dottrinali non opinabili, se promulgati dalla legittima Autorità! In futuro affronteremo teologicamente il nostro problema. Per ora si è solo accennato alla questione.

Durante il dibattito su questa nuova immaginata “dignità dell’uomo” e “laicità governativa”, il cardinale Giuseppe Siri affermò: «[…] Per noi che siamo i successori degli apostoli, è più importante difendere l’ordine divino, è più importante difendere la legge divina. Perché se nella difesa della libertà, noi disprezziamo la legge, si verificheranno sicuramente dei mali, sia teorici che pratici, che comporteranno l’indifferentismo, sia per quanto riguarda i frutti dell’apostolato, che per l’illusione secondo la quale molti crederanno di salvare la propria anima facendo quello che loro piace e rimandando a lungo o per sempre la loro conversione alla vera fede. Chiedo che si debba prestare più attenzione a quello che le fonti teologiche dicono sulla libertà religiosa e soprattutto a quello che hanno detto Leone XIII, Pio XI e Pio XII» (R. De Mattei, Op. cit., pp.499 – 460).

Il card. Arriba y Castro, ricordando gli insegnamenti di Gesù, intervenne così nella disputa: «[…] solo la Chiesa cattolica ha il diritto e il dovere di predicare il Vangelo. Perciò il proselitismo dei non cattolici fra i cattolici è illecito e, nella misura in cui lo consente il bene comune, dev’essere impedito non solo dalla Chiesa ma anche dallo Stato […] Veda dunque il Sacrosanto Concilio Vaticano II di non decretare la rovina della religione cattolica in nazioni in cui praticamente questa religione è unica. Infatti, dopo che si è cominciato a parlare, sia a parole che per iscritto, sono molti che, soprattutto tra i più sprovveduti, dicono: “A quel che sembra, tutte le religioni sono uguali”. E manca poco che concludano: “Quindi, nessuna è importante” […]» (Ivi., pp. 460 e 461).

Anche il cardinal Florit asserì: «[…] Il raggiungere la verità religiosa, conservarla e difenderla riguarda il fine naturale dello Stato. Da ciò consegue che i limiti della libertà religiosa non sono soltanto di ordine pubblico, ma anche e soprattutto necessità di verità religiosa […]» (Ivi., p. 462). Prosegue …

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 41. «Prego Dio di farmi morire prima della fine di questo Concilio, così almeno muoio cattolico»

Siamo quasi giunti a n° 50 articoli tematici dedicati alla Teologia politica (considerando anche gli articoli bis ed i non numerati), materia così vasta, vincolante e necessaria - atta a glorificare Dio con il buon governo dei popoli, alla salvezza delle anime ed alla felicità dei sudditi (cittadini) - che va certamente approfondita sugli idonei trattati, rigorosamente scritti prima del 1959. Dedicheremo tuttavia, per necessità editoriali, ancora pochi scritti a questo argomento per poi occuparci di altro.

Perché devo sostenere che conviene formarsi su volumi antecedenti il 1959? È giusto che spieghi ai lettori di ControSenso la mia precisazione e preoccupazione, sintetizzando, non senza difficoltà, il più possibile.

Pare che il cardinale Alfredo Ottaviani, all’epoca a capo dell’Inquisizione (Sant’Uffizio), fu convocato negli anni ‘50 da Papa Pio XII «per costituire una Commissione preparatoria per un eventuale prossimo Concilio ecumenico. Non per aprirsi al mondo, come fu poi deciso da Giovanni XXIII, ma, al contrario, per ridefinire [rimarcare, ndR] i vari punti della dottrina cristiana minacciati dalla Nouvelle Théologie» (cf. Ottaviani, un difensore della Chiesa, Rai Vaticano, A. Cannarozzo, 2011).  Della Nouvelle Théologie abbiamo già scritto in passato: i suoi principali esponenti furono Henri de Lubac, Pierre Teilhard de Chardin, Yves Congar, Hans Küng, Edward Schillebeeckx, Han Urs von Balthasar, Marie-Dominique Chenu, Karl Rahner , Louis Bouyer, Etienne Gilson, Daniélou, Joseph Ratzinger ed altri (cf. Dizionario delle eresie, Swannie, 2011). Morto Pio XII, dall’oblio e dalla gogna che si erano meritati, i nomi testé citati divennero improvvisamente esperti o periti “conciliari”.

La Nouvelle Théologie fu condannata solennemente da Papa Pio XII il 22 agosto 1950 con la Humani Generis. In precedenza questa “nuova filosofia”, la quale aveva assunto varie etichette, era stata già condannata: - gennaio 1928, Mortalium Animos, Pio XI; - novembre 1914, Ad Beatissimi Apostolorum, Benedetto XV; - settembre 1907, Pascendi Dominici gregis, san Pio X; - agosto 1879, Æterni Patris, Leone XIII; - dicembre 1864, Quanta cura, Pio IX; - agosto 1832, Mirari Vos, Gregorio XVI; etc … agosto 1794, Auctorem Fidei, Pio VI; etc …

Purtroppo Roncalli (Giovanni XXIII dal 4 novembre 1958), che, dopo essere stato punito dalla Santa Sede per le sue idee progressiste (cf. NichitaRoncalli, 1994, Bellegrandi), per anni si dimostrò uno scaltro silenzioso esponente di questa “Nuova Teologia”, morto Papa Pacelli, con grande entusiasmo convocò il Vaticano Secondo per le ragioni esattamente opposte a quelle del defunto Pio XII: aprirsi al mondo, quindi favorire la divulgazione degli errori mondani, già condannati dalla Chiesa, proprio della Nouvelle Théologie o neo-modernismo.

Nella sua Humanae Salutis (1961) Roncalli parlò addirittura di «nuova Pentecoste […] per l’umanità». In contro, il cardinale Ottaviani, oramai quasi totalmente cieco, scrisse nel suo diario: «[…] il Concilio [Vaticano Secondo, ndR] più che una nuova aurora per l’umanità, [è] una lunga notte per la Chiesa. […] Prego Dio di farmi morire prima della fine di questo Concilio, così almeno muoio cattolico».

Uno degli errori che tanto angustiava l’anziano Proprefètto dell’Inquisizione probabilmente era proprio il nuovo ed erroneo concetto politico/sociale di «dignità della persona umana» secondo la visione roncalliana, poi montiniana, divenuta infine “nuova dottrina” nel documento Dignitatis Humanæ dell’8 dicembre 1965. Sebbene alcuni esegeti (sic!) del Vaticano Secondo abbiano sempre negato il carattere dottrinale ai documenti che in quel consesso si pretese di promulgare, in favore di uno meramente pastorale, la realtà dimostra che non solo si pretese, con essi, di imporre “nuove dottrine”, ma che le stesse, ad oggi, vorrebbero essere la fede cattolica.

I cardinali Ottaviani e Bacci, in testa ad una folta schiera di Cattolici integrali, si mossero anche contro l’ostentata riforma liturgica (cf. Sacrosanctum Concilium del 4 dicembre 1963, che volle trasformare la Messa), usando queste parole: «[…] si vuol fare tabula rasa di tutta la teologia della Messa. In sostanza ci si avvicina alla teologia protestante che ha distrutto il sacrificio della Messa […]» (cf. Breve esame critico al Novus Ordo Missæ, mons. Michel Guérard des Lauriers).

Secondo Roncalli prima e Montini poi, anche la Messa doveva adeguarsi a questa nuova concezione politico/sociale di «dignità della persona umana» (cf. Dignitatis Humanæ dell’8 dicembre 1965) ed alle “nuove dottrine” sulla Chiesa di Cristo democratico/episcopale (cf. Lumen Gentium del 21 novembre del 1964), aperta al mondo (cf. Gaudium et spes dell’ 8 dicembre 1965),  ecumenico/pancristiana (cf. Unitatis Redintegratio del 21 novembre 1964), irenico/indifferentista (cf. Nostra ætate del 28 ottobre 1965), non più sola depositaria della verità rivelata (cf. Dei verbum del 18 novembre 1965), etc...

L’allora arcivescovo di Palermo, card. Ruffini, previde le conseguenze politico/sociali della dichiarazione Dignitatis Humanæ e disse: «Con il patto tra la Santa Sede e l’Italia firmato nel febbraio 1929 si stabilisce all’inizio che la religione cattolica, apostolica, romana è la religione di Stato e per di più unica […]» – elenca così una serie di vittorie della cristianità sul laicismo – «[…] Tutti questi aspetti, se la nostra dichiarazione fosse approvata come ci viene mostrata oggi, in forza della stessa dichiarazione, sarebbero facilmente impugnati dai nostri nemici, con una facile speranza di vittoria» (cf. Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, R. de Mattei, 2010, p. 459).

Così fu, anzi è accaduto di molto peggio. Prosegue …

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia politica: La lezione di san Pio X

Fin dalla Prima è il Motu proprio promulgato da Papa san Pio X il 18 dicembre 1903, poco dopo la sua elezione al soglio Pontificio. Il Pontefice intende, con questo Documento, contrastare il cosiddetto modernismo sociale divulgato in Italia soprattutto dall’apostata Romolo Murri, fondatore della Lega democratica nazionale e padre della sedicente “Democrazia” “Cristiana”. Usiamo le virgolette perché, come è noto a chi ha la fede cattolica, ai cultori della materia ed a tutti quelli che non rigettano l’uso di retta ragione, in realtà la DC non fu (e non è) né democratica e né cristiana. Fin dalla Prima è un Motu proprio davvero sintetico, schietto e ben schematizzato, sebbene ricchissimo di dottrina vincolante. Afferma difatti il Pontefice nell’incipit: «[...] abbiamo divisato di raccogliere [queste prudentissime norme] come in compendio nei seguenti articoli, quale Ordinamento fondamentale dell’azione popolare cristiana riportandole da quegli stessi Atti. Queste dovranno essere per tutti i cattolici la regola costante di loro condotta. [...] Che nessuno quindi ardisca allontanarsene menomamente». Noterete leggendo, che tutti i principi che il Pontefice qui approva, oggi vengono, al contrario, generalmente contraddetti o condannati, anche negli ambienti che si dicono cattolici ma che, in realtà, emanano da ogni poro della loro cotenna l’olezzo del veleno vaticanosecondista. Parimenti, tutto quello che il Pontefice qui condanna, viene, al contrario, incensato e divulgato dagli stessi miasmatici soggetti. Leggiamo adesso la dottrina vincolante di Papa san Pio X. «I. La Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano: renderli tutti eguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima Società (Encycl. Quod Apostolici muneris). II. La eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio Creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati o puniti (Encycl. Quod Apostolici muneris). III. Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale (Encycl. Quod Apostolici muneris). IV. L’uomo ha sui beni della terra non solo il semplice uso, come i bruti; ma sì ancora il diritto di proprietà stabile: né soltanto proprietà di quelle cose, che si consumano usandole; ma eziandio di quelle cui l’uso non consuma (Encycl. Rerum Novarum). V. È diritto ineccepibile di natura la proprietà privata, frutto di lavoro o d’industria, ovvero di altrui cessione o donazione; e ciascuno può ragionevolmente disporne come a lui pare (Encycl. Rerum Novarum). VI. Per comporre il dissidio fra i ricchi ed i proletari fa mestieri distinguere la giustizia dalla carità. Non si ha diritto a rivendicazione, se non quando si sia lesa la giustizia (Encycl. Rerum Novarum). VII. Obblighi di giustizia, quanto al proletario ed ai padroni, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti né mai trasformarla in ammutinamenti (Encycl. Rerum Novarum). VIII. Obblighi di giustizia, quanto ai capitalisti ed ai padroni, sono questi: rendere la giusta mercede agli operai; non danneggiare i loro giusti risparmi, né con violenze, né con frodi, né con usure manifeste o palliate; dar loro libertà per compiere i doveri religiosi; non esporli a seduzioni corrompitrici ed a pericoli di scandali; non alienarli dallo spirito di famiglia e dall’amor del risparmio; non imporre loro lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti coll’età o col sesso (Encycl. Rerum Novarum). IX. Obbligo di carità de’ ricchi e de’ possidenti, è quello di sovvenire ai poveri ed agl’indigenti, secondo il precetto Evangelico. Il qual precetto obbliga sì gravemente, che nel dì del giudizio dell’adempimento di questo in modo speciale si chiederà conto, secondo disse Cristo medesimo (Matth. XXV) (Encycl. Rerum Novarum). X. I poveri poi non devono arrossire della loro indigenza, né sdegnare la carità dei ricchi, sopra tutto avendo in vista Gesù Redentore, che, potendo nascere fra le ricchezze, si fece povero per nobilitare la indigenza ed arricchirla di meriti incomparabili pel Cielo (Encycl. Rerum Novarum). XI. Allo scioglimento della questione operaia possono contribuir molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi, e ad avvicinare ed unire le due classi fra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private; i patronati per i fanciulli, e sopra tutto le corporazioni di arti e mestieri (Encycl. Rerum Novarum).

Teologia Politica n° 40. Obiezione numero Otto. Gli araldi dell’Evangelo contro i materialisti

Siamo finalmente giunti all’ultima obiezione, la numero otto, stando all’investigazione di mons. Guerry in La Dottrina sociale della Chiesa (Ares, Imprimatur 1958, pag. 50). Alcuni sostengono che «questi insegnamenti dei Sommi Pontefici non costituiscono propriamente una dottrina, nel senso in cui si usa tale termine per indicare il marxismo, il liberalismo, il fascismo […] Sarebbe meglio indicarli come esigenze del cristianesimo in materia sociale […]». Non essendo una “dottrina” ma “filosofie, idee”, pertanto la Dottrina sociale cesserebbe di essere e non sarebbe moralmente vincolante.

L’autore, che a questo punto dobbiamo citare quasi per intero, ritiene: «1) È verissimo che la parola “Dottrina sociale” della Chiesa non ha il medesimo significato della parola “dottrina” applicata ad un sistema economico o ad un partito politico. In questo ultimo caso si tratta di un programma di ordine tecnico nel campo esclusivamente temporale. Ma è proprio questo che la Chiesa rifiuta di dare lasciandone il compito ai poteri pubblici […]. 2) Se la Gerarchia tiene alla parola “dottrina” è anzitutto perchè l’abbandono di questo termine tradizionale “Dottrina sociale” rischierebbe di portare in breve all’abbandono dell’idea stessa dell’insegnamento della Chiesa in materia sociale ed anche, gradatamente, ad ignorare il suo diritto di aver[la] e di insegnarla. 3) E anche perchè, secondo la terminologia più esatta che si esprime correttamente, il termine “dottrina” ha un senso molto preciso nel linguaggio della Chiesa. Etimologicamente infatti significa un insegnamento (docere). Ora, la missione dell’insegnamento delle verità morali e religiose è stata affidata [diritti e doveri di cui abbiamo già scritto, ndR] da Gesù Cristo al vivo Magistero della sua Chiesa: il Papa ed i Vescovi in unione a Lui. È tale Magistero che ha ricevuto la missione di […] applicare quei principi ai problemi sociali di ogni epoca. La soluzione non è dunque nel rifiuto del termine “Dottrina sociale”: è in un’applicazione precisa e chiara della parola stessa quale la Chiesa [la] definisce» (Op. cit., pag. 51).

Scrive Papa Pio XII nella Lettera del 14 luglio 1945 a Charles Flory (sen. francese): «Per conto nostro ci siamo fatti un dovere, pur nel pieno delle ostilità, di ammonire i popoli ed i loro capi che dopo simili sconvolgimenti avrebbero dovuto edificare un ordine economico e sociale più adeguato alle leggi divine ed insieme alla dignità umana, riunendo le esigenze della vera equità ed i principi cristiani in una stretta intimità, unica garanzia di salvezza, di pace per tutti».

Nella sua prima Enciclica, la Summi Pontificatus (20 ottobre 1939), tuona il Pontefice: «[…] innanzi tutto, è certo che la radice profonda ed ultima dei mali che deploriamo nella società moderna sta nella negazione e nel rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale, sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l’oblio della stessa legge naturale, la quale trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo ed assoluto legislatore, onnisciente e giusto vindice delle azioni umane. Quando Dio viene rinnegato, rimane anche scossa ogni base di moralità, si soffoca, o almeno si affievolisce di molto, la voce della natura, che insegna, persino agli indotti e alle tribù non pervenute a civiltà, ciò che è bene e ciò che è male, il lecito e l’illecito, e fa sentire la responsabilità delle proprie azioni davanti a un Giudice supremo».

Nella Auspicia Quaedam, Enciclica del 1° maggio 1948, Papa Pacelli sollecita ad «innalzare incessantemente preghiere al cielo [alla Vergine Maria, ndR]», poiché: « soltanto da questo presupposto è lecito sperare che il corso delle cose e degli avvenimenti, nella vita pubblica come in quella privata, possa essere indirizzato secondo il retto ordine e che agli uomini sia dato di conquistare, con l’aiuto di Dio, non solo la prosperità possibile in questo mondo, ma anche la felicità celeste, che non verrà mai meno».

Nella Evangelii Præcones, Enciclica del 2 giugno 1951, il Papa nuovamente esorta i cattolici di tutto il globo a “serrare i ranghi”. Afferma difatti: «[…] oggi quasi tutta l’umanità va rapidamente dividendosi in due schiere opposte, con Cristo o contro Cristo. Il genere umano al presente attraversa una formidabile crisi che si risolverà in salvezza con Cristo o in funestissime rovine. L’alacre opera dei predicatori dell’Evangelo s’adopera, sì, a diffondere il regno di Cristo; ma vi sono altri banditori, che predicano il materialismo e, rigettando ogni speranza di un’eternità beata, cercano di ridurre gli uomini a una condizione di vita quanto mai indegna. A più forte ragione quindi la Chiesa cattolica, madre amorosissima di tutti gli uomini, chiama a raccolta tutti i suoi figli sparsi in ogni parte del mondo, perché cerchino secondo le possibilità di collaborare con gli araldi dell’Evangelo […]».

Ancora, la Somma Maestà evidenzia la netta contrapposizione fra il regno di Dio e quello di Satana nella Ad sinarum gentem, Lettera Enciclica del 7 ottobre 1954, dove, in conclusione, sprona alla tempra la Chiesa di Cina vittima delle persecuzioni comuniste, accusata inoltre di fare politica sovversiva: «Vogliamo […] ripetutamente congratularci con coloro che, sopportando penose difficoltà, si sono distinti nella fedeltà verso Dio e verso la Chiesa cattolica e, perciò, “sono stati fatti degni di patire contumelie per il nome di Gesù” (At. 5,41); con animo paterno li incoraggiamo a continuare forti e intrepidi nel cammino iniziato, tenendo presenti le parole di Cristo: “[…] Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; ma piuttosto temete chi può far perdere nella Geenna e anima e corpo. […] I capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque. […] Chi dunque mi avrà confessato davanti agli uomini, lo confesserò anch’io davanti al Padre che è nei cieli; ma chi mi avrà rinnegato davanti agli uomini, lo rinnegherò anch’io davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mc 10,28.30-33)».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 39. Obiezione numero Sette. La Dottrina sociale della Chiesa è rigida e vaga nel contempo

La settima obiezione alla Dottrina sociale della Chiesa proposta da mons. Emile Guerry è: «La Dottrina sociale della Chiesa è composta di principi immutabili […] [ma anche molto] astratti. Perciò questi sono troppo rigidi mentre la vita è essenzialmente in movimento [e servono] risposte chiare e costruttive » (Op. cit., pag. 48 ss.).

Risponde Papa Pio XII il 24 dicembre 1942 (Radiomessaggio alla Vigilia di Natale 1942): «Le ultime, profonde, lapidarie, fondamentali norme della società non possono essere intaccate da intervento d’ingegno umano; si potranno negare, ignorare, disprezzare, trasgredire, ma non mai abrogare con efficacia giuridica. Certamente, col tempo che volge, mutano le condizioni di vita; ma non si dà mai manco assoluto, né perfetta discontinuità tra il diritto di ieri e quello di oggi, tra la scomparsa di antichi poteri e costituzioni e il sorgere di nuovi ordinamenti. Ad ogni modo, in qualsiasi cambiamento o trasformazione, lo scopo di ogni vita sociale resta identico, sacro, obbligatorio: lo sviluppo dei valori personali dell’uomo, quale immagine di Dio; e resta l’obbligo di ogni membro dell’umana famiglia di attuare i suoi immutabili fini, qualunque sia il legislatore e l’autorità, a cui ubbidisce».

Pertanto rimane «sempre e non cessa per opposizione alcuna anche il suo inalienabile diritto, da riconoscersi da amici e nemici, ad un ordinamento e una prassi giuridica, che sentano e comprendano esser loro essenziale dovere di servire al bene comune».

Papa Pacelli, sottolinea il Guerry, ci ricorda che c’è un ordine naturale della società: «[…] è quest’ordine che occorre […] ritrovare sotto tutti i mutamenti della storia, per ricostruirlo». Papa san Pio X ci aveva già insegnato, nel 1910, che tutto dev’essere ricostruito in Cristo: «Instaurare omnia in Christo» (cf. Notre Charge Apostolique). Nella Ubi Arcano Dei Consilio del 1922 Papa Pio XI riassume il suo glorioso Pontificato con: «Pax Christi in regno Christi».

Il vivo Magistero della Chiesa è sempre stato in grado di «adattare alle trasformazioni di ogni epoca» i «principi immutabili» dell’ordine eterno.

Per esempio, Papa Pio XII, in Risposte a tre quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia (24 febbraio 1957), condanna «la somministrazione di narcotico per provocare e affrettare la morte […] perché allora si ha la pretesa di disporre direttamente della vita». Dunque il Pontefice, pur non vietando l’uso di alcuni farmaci innovativi ed utili per lenire il dolore, tuttavia avverte che non devono mai essere somministrati nell’intenzione satanica di dare la morte, poiché ciò è sempre un omicidio.

Nella sua Allocuzione al Convegno di Azione Cattolica Italiana (29 marzo 1945), il Pontefice dichiara: «Se questa dottrina [sociale della Chiesa, ndR] è definitivamente e univocamente fissata nei suoi punti fondamentali, è tuttavia abbastanza larga da poter essere adattata e applicata alle mutevoli vicissitudini dei tempi, purché senza detrimento dei suoi principi immutabili e permanenti».

Papa Leone XIII nella Etsi nos del 15 febbraio 1882 denuncia: «Come la religione cattolica supera ogni differenza di luoghi e di tempi per la salvezza delle anime, così anche nelle cose civili, dappertutto e sempre, diffonde ampiamente i suoi tesori a beneficio degli uomini. In verità, eliminati tanti e così grandi beni, subentrano estremi mali, in quanto quegli stessi che portano odio alla sapienza cristiana, per quanto dicano di fare il contrario, traggono in rovina la società, nulla essendovi di peggio che le loro dottrine per accendere violentemente gli animi ed eccitare le più perniciose passioni. Infatti, nell’ordine speculativo essi rigettano il lume celestiale della fede: estinto il quale la mente umana spessissimo è trascinata negli errori, non discerne il vero, e con tutta facilità cade alla fine nell’abbietto e turpe materialismo. Nell’ordine pratico, disprezzano la norma eterna ed immutabile dei costumi, e non riconoscono Dio quale supremo legislatore e vendicatore. Tolti questi fondamenti, ne consegue che, per difetto di efficace sanzione, ogni regola del vivere dipenda dalla volontà e dall’arbitrio degli uomini. Nell’ordine sociale, da quella smodata libertà che essi predicano e vogliono, nasce la licenza; alla licenza tien dietro il disordine, che è il più grande e micidiale nemico del consorzio civile. Certo una nazione non presentò spettacolo più penoso di sé o condizione più misera di quando in essa poterono signoreggiare, sia pure per breve tempo, tali dottrine e siffatti uomini».

Attacca, allora, nuovamente la massoneria: «Una dannosissima setta, i cui autori e corifei non celano né dissimulano affatto le loro mire, già da gran tempo ha preso posto in Italia e, intimata la guerra a Gesù Cristo, si propone di spogliare in tutto i popoli di ogni cristiana istituzione. Quanto abbia proceduto nei suoi attentati non occorre qui ricordarlo, tanto più che Vi stanno innanzi agli occhi, Venerabili Fratelli, il guasto e le rovine già recate sia alla religione, sia ai costumi».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 38. Obiezione numero sei. Chi non è Cattolico non può accettare la Dottrina sociale della Chiesa

La sesta obiezione alla Dottrina sociale della Chiesa proposta dal Guerry è: «Poiché la Dottrina sociale si fonda sulla Rivelazione, quelli che non credono alla Rivelazione non possono accettare l’insegnamento sociale della Chiesa» (Op. cit., pag. 46).

Obietta sant’Alfonso: «Le leggi giovano sì bene a conservare i buoni costumi negli uomini morigerati, ma non li formano nei cattivi; la sola religione rivelata forma i buoni costumi, e fa che poi le leggi siano tutte osservate […] Se non vi fosse la vera religione, la quale insegna esservi un giudice sovrano che vendica le infedeltà, rare volte gli uomini osserverebbero le promesse, onde senza questo timore gli empi crescerebbero in eccesso» (Sant’Alfonso sull’ecumenismo …, in Sursum Corda, 21.09.16). Difatti da quando si pretende di negare Dio e l’Inferno gli empi sono cresciuti come funghi!

Prosegue il Dottore utilissimo: «La massima parte degli uomini non è capace di ben operare per la sola mira del pubblico bene; l’interesse particolare si trova quasi sempre opposto all’interesse comune: il solo timore dei castighi divini mette freno ai disordini. E quindi avveniva (cita il Barbeyracco) che i sadducei, perché negavano l’immortalità dell’anima, erano nemici della società».

Dopo aver fornito anche le prove storiche a garanzia della sua docenza, il Liguori conclude con esempi di preveggenza, egli difatti condanna in anticipo sia la Rivoluzione (Francese, Risorgimentale, etc…): «si noti qui il temerario spirito di libertà e seduzione , che promuovono i deisti nei popoli contro la soggezione che debbono ai loro sovrani. Pretendono essi insomma stabilire la pubblica tranquillità con indurre i sudditi a sottrarsi dall’obbedienza dei principi e delle loro leggi»; che il Comunismo: «Dicono inoltre gl’increduli, che per stabilire la comune felicità nei popoli sarebbe necessario mettere fra tutti l’uguaglianza dei beni. […] Io dico che da ciò ne avverrebbe la comune infelicità, e lo provo. Se tutti fossero eguali nelle ricchezze e negli onori, tutti sarebbero infelici; perché il ricco non avrebbe chi lo servisse nei bisogni della vita umana: come potrebb’egli venir provveduto di vesti, di cibi, di mobili e di tante altre cose necessarie alla vita? Ciascuno, per esserne provveduto, dovrebbe saper fare tutte le arti. E se ognuno poi dovesse faticare manualmente per cibarsi, per vestirsi e per ogni altra cosa che gli bisognasse, chi potrebbe attendere a studiare i libri, a scrivere delle scienze necessarie a ben vivere [es. la medicina, ndR] ed a ben intendere le Scritture sacre? Chi potrebbe occuparsi ad esaminare e giudicar le cause nei tribunali? Qual uomo poi vorrebbe soggettarsi a servire un altro, se fosse egualmente provveduto di beni e di onori? E così l’ignorante non troverebbe chi lo ammaestrasse, l’infermo non troverebbe chi lo medicasse […]» (Ivi.).

Conclude alla prova dei fatti: «La vera religione è quella, che ponendo ordine a tutti i bisogni umani, fa che il ricco sovvenga il povero, il povero serva al ricco, il dotto istruisca l’ignorante, etc... Ed ecco in tal modo ciascuno è sovvenuto nelle proprie necessità, ed è dato senso a tutte le ineguaglianze, poiché questi scambievoli soccorsi bastantemente compensano l’ineguale distribuzione dei beni, e formano la pubblica tranquillità» (Ivi.; cf. Riflessioni sulla verità della Divina Rivelazione, Cap. III).

Mons. Guerry dimostra che: «La Dottrina sociale della Chiesa ha come fondamento la legge naturale». Su questa base inoppugnabile, «può verificarsi l’accordo con tutti coloro che hanno fiducia nella natura umana ragionevole». La Dottrina sociale fa «appello alla retta ragione». Essa ha «una forte concezione dell’uomo, che anche le persone più lontane dalla Chiesa possono ammirare» (anche i prevenuti nel loro segreto), come testimoniano gli storici imparziali sulla pace e la fertilità del Medioevo cattolico. La Chiesa, difatti, è l’unica che «difende i diritti primordiali dell’uomo e i suoi valori personali. Richiede un’economia umana, del bene comune, di giustizia sociale, di amor fraterno […]; Non contraddice i dati della ragione e della legge naturale […]; Conferisce […] una protezione dagli errori. Ai motivi di ragione per agire, specialmente per la cooperazione alla edificazione di un ordine economico e sociale, essa aggiunge altri motivi molto impegnativi per un’anima cristiana, motivi di fede, di speranza, di amor di Dio e del prossimo».

Sant’Agostino, quando dice «Dilige et quod vis fac» - «Ama e fa’ ciò che vuoi», spot usato dagl’iniqui per continuare a peccare “con sgravio”, espone invece la 1a Lett. di san Giovanni, dove la parola amare significa, come in tutta la Scrittura,  uniformarsi alla volontà di Dio: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv. 14,21). Ed ancora: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola» (Gv. 14,23). Chi «ama» Dio, ovvero chi «rispetta comandamenti» (e precetti), potrà fare ciò che vuole, senza smettere di «amare», poiché farà bene, secondo la volontà di Dio. Difatti: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i Suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la Sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in Lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come Lui si è comportato». (1 Gv. 2,3-6).

Papa Pio XII nel suo Radiomessaggio del 1° settembre 1944 difende la «civiltà cristiana», ovvero cattolica, e conclude: «L’anima di una pace degna di questo nome [è … la] giustizia che con imparziale misura a tutti dà ciò che ad ognuno è dovuto e da tutti esige ciò a cui ognuno è obbligato, una giustizia che non dà tutto a tutti, ma a tutti dà amore e a nessuno fa torto, una giustizia che è figlia della verità [di Dio, ndR] e madre di sana libertà e di sicura grandezza».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 37. Obiezione numero cinque (parte seconda). La Dottrina sociale della Chiesa è virtuale!

Durante il Vaticano II, i modernisti, di cui si è detto nei precedenti articoli, riuscirono ad imporre, secondo l’Istruzione Permanente dell’Alta Vendita, gli errori già condannati infallibilmente da Gregorio XVI (Mirari Vos), Pio IX (Quanta Cura), San Pio X (Pascendi …), Pio XI (Mortalium animos), Pio XII (Humani Generis) e molti altri, fra cui anche le eresie protestanti della Chiesa virtuale e dell’esperienza soggettiva, che nel governo si traducono nell’apostasia delle Nazioni. Oggi, a cinquant’anni da quella rivoluzione, atomisticamente le coscienze, per la profonda ignoranza promanata dallo “spirito” di quella nuova e mondana “pentecoste”, sembrano quasi assopite, in alcuni casi rassegnate.

Dunque la quinta obiezione - «La Dottrina sociale della Chiesa è limitata ai singoli cristiani; dovrebbe riguardare solo i credenti; rappresenta una forzatura poiché la fede è un’esperienza personale e non pubblica; violenta la natura della Chiesa che è virtuale» - è stata già confutata nella lezione di Teologia politica di sabato scorso, la Numero 36. Lo spazio odierno lo dedicheremo ad alcuni approfondimenti.

Afferma Papa Pio XII il 2 giugno 1948: «Soltanto sui principi e secondo lo spirito del Cristianesimo [cattolico, ndR] possono compiersi le riforme sociali […] Esse esigono dagli uni spirito di rinunzia e di sacrificio, dagli altri senso di responsabilità e di sopportazione, da tutti duro ed arduo lavoro. Perciò Noi Ci rivolgiamo ai cattolici del mondo intero, esortandoli a non contentarsi di buone intenzioni e di bei programmi, ma a procedere coraggiosamente alla loro pratica attuazione. Nè esitino essi a congiungere i loro sforzi con quelli di coloro che, pur essendo fuori delle loro file, tuttavia concordano con la Dottrina sociale della Chiesa cattolica e sono disposti a percorrere il cammino da questa tracciato, che non è la via degli sconvolgimenti violenti, ma della provata esperienza e delle energiche risoluzioni» (Festività di sant’Eugenio, Allocuzione ai Membri del Sacro Collegio).

Nella stessa occasione Papa Pacelli, con la preveggenza che caratterizza i sapienti, asserisce: «[…] la riconquista di tanti cuori erranti o esacerbati, che hanno smarrito i veri concetti e le sane idee sul mondo, su Dio e su se stessi, dipenderà essenzialmente dalla serietà, dalla lealtà, dalla energia e dal disinteresse che tutti gli animi retti apporteranno alla soluzione dei problemi fondamentali nati dalle rovine […]». Ed ancora: «[…] vi sono popoli che si vantano oggi di una potenza di produzione, della quale mostrano di anno in anno il progressivo aumento. Se però questa produttività è ottenuta con una sfrenata concorrenza e con un uso senza scrupoli della ricchezza, ovvero con l’oppressione e lo sfruttamento dispotico del lavoro e dei bisogni dei singoli da parte dello Stato, essa non può essere sana e genuina, perchè l’economia sociale è un ordinamento di lavoratori, dei quali ognuno è dotato di umana dignità […]» (Ivi.).

I consueti ed automatici fallimenti di tutti quei partiti e movimenti che si proclamano “messianici” e “puri”, di chiara filosofia manichea, dove essi sarebbero il “Bene” ed il “Male” sarebbero gli altri, gli antagonisti, soprattutto i Cattolici ed i cristiani in generale, dovrebbero farci riflettere. Il Santo Curato d’Ars usava dire: «Frugate continuamente nella coscienza degli altri - intromettendovi nelle loro vicende - e trascurate di coltivare la vostra coscienza […] L’amor proprio è la patologia spirituale più pericolosa, che porta alla perdizione un gran numero di anime; quel cercare sempre la stima di se stessi, il compiacimento degli altri per quello che facciamo: quanto è dannoso per le nostre anime!». Aggiungeva: «Cent’anni senza prete e la gente finirà per adorare gli animali». Ebbene, sembrano esserne bastati solamente cinquanta, e la società contemporanea ha adottato il motto satanico: meglio un animale di un uomo, almeno l’animale non tradisce! Di chi è colpa? È provato dalla scienza teologica e da quella politica, che queste diaboliche abominazioni del pensiero sono il frutto della sovversione dei valori e del malgoverno dei popoli, sia spirituale, che politico, che culturale, etc.

Così arriviamo alla sentenza di Papa Pio XI nella Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, dove si erge la voce dalla Sede di san Pietro: «Nessuno certamente ignora a quante e quanto grandi opere si stenda dappertutto l’indefesso zelo dei cattolici, sia in ordine al bene sociale ed economico, sia in materia scolastica e religiosa. Ma questa azione mirabile e faticosa non di rado perde di efficacia per la troppa dispersione delle forze. Si uniscano dunque tutti gli uomini di buona volontà quanti sotto la guida dei Pastori della Chiesa amano di combattere questa buona e pacifica battaglia di Cristo; e tutti, sotto la guida ed il Magistero della Chiesa, secondo il genio, le forze, la condizione di ciascuno, cerchino di contribuire in qualche misura a quella cristiana restaurazione della società, che Leone XIII auspicò con l’immortale enciclica Rerum novarum; non mirando a se stesso e agli interessi propri, ma a quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21); non, pretendendo di imporre le proprie idee, comunque belle ed opportune esse sembrino, ma mostrandosi disposti a rinunziarvi per il bene comune, affinché in tutto e soprattutto Cristo regni, Cristo imperi, e al quale sia onore e gloria e potere nei secoli (cfr. Apoc 5,13)».

L’esatto opposto della decadente filosofia vaticanosecondista che vorrebbe adottare come medicine l’antropocentrismo, il liberalismo, il primato della coscienza, etc … che sono, al contrario, i veleni di ogni società ed epoca in declino.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 36. Obiezione numero cinque (prima parte). La Dottrina sociale della Chiesa è virtuale!

Andiamo avanti contro le principali obiezioni alla Dottrina sociale della Chiesa. La numero cinque abbraccia insieme il mito della Chiesa virtuale e della religione che vorrebbero fosse una mera esperienza soggettiva, che nulla o quasi faccia trapelare nel foro esterno. Niente di più falso, corruttore e colmo di protestantesimo agnosticista. Si dice o si legge generalmente: «La Dottrina sociale della Chiesa è limitata nella sua applicazione: non potrebbe riguardare che dei credenti; mentre […] è assolutamente necessario che vi sia un’intesa e una collaborazione [dei punti] accettabili per tutti» (schema di mons. Guerry, Op. cit., pag. 45 ss.).

Risponde Papa Pio XI nella Quas Primas: «Mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno» (1925). Nella dogmatica Quas Primas, il Pontefice facilmente dimostra che l’azione della «Chiesa di Dio» è concreta (Cristo RE) e non virtuale, che il Cattolico agisce e non filosofeggia. La sola retta ragione ci dice che il cosiddetto integrismo cattolico (o intransigenza in politica) porta alla santità, parimenti l’integralismo delle false religioni destabilizza e perverte, come è dimostrato dalla storia con evidenza inoppugnabile (es. Padre Pio vs. Abu Bakr al-Baghdadi).

La situazione, purtroppo, oggi è molto cambiata, poiché i modernisti, che sono i discendenti della carboneria in veste religiosa, i quali «occupano la Chiesa dall’interno» (cf. Pascendi Dominici gregis, san Pio X) e predicano la loro «sintesi di tutte le eresie» spacciandola per Cattolicesimo, con gravissimo danno per la società e per la Chiesa stessa, sono da tutti creduti cattolici. Fatto sta che la loro «cloaca dottrinale» (Ivi.), che ordinariamente si traduce in dissoluzione morale, viene attribuita alla «Chiesa di Dio», procurando gravissimo danno al mondo intero, scandalizzando gravemente i pusilli ed allontanando milioni di fedeli dalla vera religione. Ecco perché all’uomo contemporaneo risulta particolarmente difficile digerire la Quas Primas (per esempio), tuttavia la «Chiesa di Dio» ha le sue note distintive facilmente riconoscibili (cf. Satis Cognitum, Leone XIII, 1896) sia in positivo che in negativo: dove SONO presenti, lì c’è la Chiesa; dove NON sono presenti, lì c’è la sua scimmia modernista o simulacro neo-carbonaro.

Per accogliere più facilmente quello che dico, leggiamo un estratto dall’Istruzione Permanente dell’Alta Vendita: «Il nostro fine ultimo è quello di Voltaire e dei rivoluzionari francesi: la distruzione finale del cattolicesimo e dell’idea cristiana […] Quello che noi dobbiamo domandare, quello che dobbiamo cercare e aspettare […] è un Papa secondo le nostre necessità [...]. Con quello marceremo più sicuramente all’assalto della Chiesa che con gli opuscoli dei nostri Fratelli in Francia e anche con l’oro dell'Inghilterra […] Senza dubbio raggiungeremo questo fine supremo dei nostri sforzi […] Lasciamo da parte le persone anziane e quelli di età matura; andiamo alla gioventù, e se è possibile, anche ai bambini [...]. Escogiterete per voi stessi, senza grandi sforzi, una reputazione di buoni cattolici e di puri patrioti. Questa reputazione permetterà l’accesso delle nostre dottrine negli ambienti del giovane clero, così come nei conventi. Per forza di cose, nel giro di alcuni anni, questo giovane clero avrà occupato tutte le cariche; esso governerà, amministrerà, giudicherà, formerà il consiglio del sommo gerarca, sarà chiamato a scegliere il Pontefice che deve regnare. E questo Pontefice, come la maggior parte dei suoi contemporanei, sarà necessariamente imbevuto più o meno dei principî italiani umanitari (rivoluzionari) che abbiamo incominciato a mettere in circolazione […]» (Cf. mons. H. Delassus, The Anti-Christian Conspiracy, 1910, vol. III, pagg. 1035-1092. Testo completo dell’Istruzione in mons. G. E. Dillon, Il Grand'Oriente della Massoneria smascherato, pagg. 51-56; cf. J. Vennari, L’Istruzione Permanente dell’Alta Vendita, trad. it. A. Casazza - da crisinellachiesa.it).

Gli incartamenti dell’Alta Vendita, scoperti da Gregorio XVI (il Papa della grande Mirari Vos), vanno dal 1820 al 1846. Vennero pubblicati su richiesta di Papa Pio IX da Jacques Crétineau-Joly nella sua L’Église Romaine en face de la Révolution. Si deve notare che i nemici della «Chiesa di Dio» erano (alcuni lo sono ancora) consci di pugnare contro una realtà concreta, d’azione, niente affatto virtuale o soggettiva. Essi, inoltre, consapevoli del fatto che la «Chiesa di Dio» durerà usque ad consummationem saeculi e che portae inferi non praevalebunt adversum eam, puntarono e puntano alla «distruzione finale dell’idea cristiana», non alla distruzione della Chiesa: essi mirano ad usare la struttura della Chiesa (“autorità” semplicemente materiali) per promuovere il diabolico «rinnovamento» e la satanica «illuminazione», con danni spirituali e morali incalcolabili.

Durante il Vaticano II, per esempio, i mentovati neo-carbonari e modernisti riuscirono ad imporre, secondo l’Istruzione PERMANENTE dell’Alta Vendita, gli errori già condannati infallibilmente da Gregorio XVI (Mirari Vos), Pio IX (Quanta Cura), San Pio X (Pascendi …), Pio XI (Mortalium animos), Pio XII (Humani Generis) e molti altri, fra cui anche le eresie protestanti della Chiesa virtuale e dell’esperienza soggettiva. Il grande Cardinal Billot disse: «I peggiori nemici della Chiesa, i modernisti, che sono già pronti, come mostrano certe indicazioni, vogliono produrre la rivoluzione nella Chiesa, un nuovo 1789». Prosegue …

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 35. Obiezione numero quattro. La Chiesa è contro la laicità degli Stati, ciò è un male!

Passiamo in rassegna, con mons. Emile Guerry (Op. cit., pag. 43 ss.), la quarta obiezione nota: «Molti cristiani sono contrari alla Dottrina sociale della Chiesa, perchè difendono la laicità dello Stato».

Per principiare, bisogna chiarire cosa si intende con l’espressione: «laicità dello Stato», dunque è necessario dare una definizione chiara, se non si vuole che venga «gravemente compromessa la libertà delle coscienze» (Ivi.), da non confondere con la pretesa «legalizzazione dell’errore», poiché l’errore non ha diritti.

Premettiamo, altresì, con Papa Leone XIII, che: «vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi» (cf. Immortale Dei, 1° novembre 1885).

A tali condizioni, «la società trasse […] frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, […] nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione » (Ivi.).

Il Pontefice prosegue affermando che «certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri (sacerdozio e impero): e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa» (Ibid.).

Si deve infatti attribuire, secondo la Chiesa,  «il valore di legge eterna» alla «grandissima sentenza» scritta da Ivo di Chartres al Pontefice Pasquale II: «Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina».

Ciò premesso, diciamo col Guerry che «la laicità dello Stato deve essere intesa come affermazione della sua autonomia nell’ambito suo proprio dell’ordine temporale, nell’esercizio delle proprie funzioni e dei propri servizi dell’ordine politico, economico, amministrativo, giudiziario, militare, scolastico, ecc. […]» ed «in questo campo lo Stato non ha nulla da temere dalla Dottrina sociale della Chiesa, nè dalla sua azione».

Tuttavia la Chiesa «ha distinto da questo senso, del tutto […] legittimo della ‘laicità’, un altro senso: quello di una dottrina filosofica del ‘laicismo’ che lo Stato pretenderebbe imporre alle coscienze nelle sue scuole, nelle sue amministrazioni, nei suoi pubblici servizi, ‘laicismo’ che va sino alla formale negazione di Dio, della sua legge morale, del Vangelo ed a volte sino ad una lotta contro la Chiesa, che è [falsamente, ndA] presentata come desiderosa di imporre alle società moderne il suo dominio universale» (Op. cit., pag. 44).

Questa concezione anti-religiosa è «ben logico che la Dottrina sociale la respinga, la combatta come un attentato alla vera libertà delle coscienze [da non confondere con la pretesa legittimazione dell’errore, ndA], alla missione stessa dello Stato […]. Il rifiuto dello Stato di riconoscere una morale superiore universale fondata sulla legge naturale (sul vero Dio) conduce, per esempio, direttamente all’assolutismo, a tutti gli abusi della dittatura, come ne ha fatto esperienza la Russia sovietica [o] la Germania hitleriana» (Ivi.).

Alla luce della storia e dopo aver dimostrato che civiltà e civilizzazione vengono dalla Chiesa, dai gloriosi regnanti e popoli che furono Cattolici, Leone XIII conclude: «è grande e deleterio errore escludere la Chiesa, che Dio stesso ha fondato, dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’educazione dei giovani, dalla famiglia. Non possono esservi buoni costumi in una società cui sia stata tolta la [vera, ndA] religione: e si sa ormai anche troppo bene in che consista, e a che porti quella filosofia di vita e di costumi che chiamano civile. La Chiesa di Cristo è vera maestra di virtù e custode della buona condotta: essa è colei che mantiene fermi i principi dai quali derivano i doveri, e che, esposti i più efficaci motivi per vivere virtuosamente non solo ammonisce a fuggire le azioni malvagie, ma a controllare altresì i moti dell’animo contrari alla ragione, anche quelli che non sfociano in azioni concrete» (Ibid.).

Abbiamo brevemente dimostrato che anche questa obiezione è mendace, viene confutata dalla storia stessa: che il tentato sovvertimento di Trono e Altare produce rovina, essendo esso stesso un attentato a Dio, alla Sua Chiesa, dunque alla civiltà!

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 34. Obiezione numero tre. La Chiesa è imperialista, quindi è un pericolo per gli Stati laici

Il Guerry (Op. cit., pag. 42) incede nell’elenco delle obiezioni più classiche, alle quali replica con argomentazioni concise, logiche, cattoliche. Faccio presente che le obiezioni “più classiche” alle quali si risponde, sono le tipiche argomentazioni intrise di luoghi comuni, falsi storici, mistificazioni e calunnie che vengono da Caifa, Mani, Huss, Wyclif, Lutero, Calvino, etc., infine dal cosiddetto “illuminismo”, bugiardo nel suo stesso appellativo. Io lo definirei piuttosto “illuminatismo”. Insomma, sono i pretesti che negli anni '40 la nuova massoneria ricicla dagli eretici di ogni epoca, nell’intento chimerico di cancellare la Chiesa, accusata di essere la madre di tutti i mali. Poveri loro!

Veniamo, così, alla terza obiezione. Dicono i cianciatori: «D’accordo! I cristiani hanno un dovere che noi riconosciamo (già questo è falsissimo, ndR). Ma possono gli Stati moderni, che sono laici, non vedere nella Dottrina sociale della Chiesa un pericolo per la loro indipendenza? Questa dottrina non proclama forse una dominazione del mondo da parte del Cristo e non costituisce una specie di nuovo imperialismo?».

Risposta del Guerry: «No! Lo Stato moderno non ha nulla da temere dalla Dottrina sociale della Chiesa per la sua autorità e per l’esercizio legittimo del suo potere. È questa dottrina che, in un’epoca in cui il liberalismo economico si opponeva all’intervento dello Stato nel campo sociale, ha affermato il diritto e il dovere dello Stato di proteggere con leggi sociali i lavoratori. È questa stessa Dottrina sociale della Chiesa che dà un posto essenziale nella restaurazione della società al servizio del bene comune, è essa che insegna appartenere allo Stato questa bella missione e doversi per questo rispettare l’autorità dello Stato».

Abbiamo già dimostrato che il principio di laicità degli Stati è incompatibile con la religione cattolica, dunque si oppone ai favori di Dio, poiché una sola è la vera religione, Uno solo è il Re (Cristo), dunque non solo gli Stati dovrebbero tutelare la vera religione, ma anche adottarla come regola ed indirizzo dottrinale e morale nel governo del popolo, essendo indubitabile il trionfo della civiltà umana nelle sole Nazioni (o Imperi) che furono generalmente cristiane, più precisamente cattoliche.

Papa Pio XII, durante il Concistoro del 1946, il 20 febbraio, tiene un Discorso ai fedeli nel quale mette a confronto il modo di agire della Chiesa e quello dell’imperialismo moderno: «Essi sono opposti l’un l’altro». A questo punto, davanti all’evidenza storica, spetta all’uomo intelligente fare la sua scelta.

Spiega il Pontefice: «La Chiesa - pur adempiendo il mandato del suo divino Fondatore di diffondersi per tutto il mondo e di conquistare al Vangelo ogni creatura (san Marco, 16, 15) - non è un Impero, massime nel senso imperialistico, che si suol dare ora a questa parola. Essa segna nel suo progresso e nella sua espansione un cammino inverso a quello dell’imperialismo moderno. Essa progredisce innanzitutto in profondità, poi in estensione ed in ampiezza. Essa cerca primieramente l’uomo stesso; si studia di formare l’uomo, di modellare e perfezionare in lui la somiglianza divina».

Prosegue: «Il suo lavoro si compie nel fondo del cuore di ognuno, ma ha la sua ripercussione su tutta la durata della vita, su tutti i campi dell’attività di ciascuno. Con uomini così formati, la Chiesa prepara alla società umana una base, sulla quale questa può riposare con sicurezza».

Poi - giustamente - giudica: «L’imperialismo moderno, al contrario, segue una via opposta. Esso procede in estensione e in ampiezza. Non cerca l’uomo in quanto tale, ma le cose e le forze, alle quali lo fa servire; con ciò porta in sé germi, che mettono in pericolo il fondamento della convivenza umana. In tali condizioni può forse recar meraviglia l’ansia presente dei popoli per la loro reciproca sicurezza? Ansia la quale deriva dalla smodata tendenza alla espansione; che ha in sé il verme roditore della continua inquietudine […]».

Gli Stati moderni, che trovano il loro equilibrio nella coercizione esteriore, pur non essendo nominalmente degli Imperi, lo sono di fatto, essendo piuttosto “imperi delle tenebre” o Leviathan. Posto che le due colonne principali della società sono la famiglia e lo Stato, come si può accusare la Chiesa di essere pericolosa, se è l’unica Istituzione che si è sempre battuta per la famiglia e per lo Stato?

Afferma Pio XII (Ivi.): «Appoggiate sopra un tale fondamento, esse possono adempire sicuramente e perfettamente i loro scopi rispettivi la famiglia come fonte e scuola di vita, lo Stato quale tutore del diritto, che, come la società stessa in generale, ha la sua origine prossima e il suo fine nell’uomo completo, nella persona umana, immagine di Dio. […] Le due colonne maestre della società, discostandosi dal loro centro di gravità, si sono purtroppo staccate dal loro fondamento. E che cosa ne è risultato, se non che la famiglia ha veduto declinare la Sua forza vitale ed educatrice, e che lo Stato, dal canto Suo, è sul punto di rinunziare alla sua missione di difensore del diritto per tramutarsi in quel Leviathan dell’Antico Testamento, che tutto domina; perchè quasi tutto vuol trarre a sé?».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 33. Obiezione numero due. La Dottrina sociale della Chiesa è una cosa da Medioevo

Passiamo alla seconda obiezione mossa dallo spirito del mondo contro la Chiesa e la sua Dottrina sociale. Dicono in molti: «La Dottrina sociale della Chiesa predica la civiltà cristiana; e questa concezione è impensabile nel nostro tempo che è laico (v. profano)».

Prima di rispondere all’obiezione secondo lo schema del Guerry (Op. cit., pag. 40 e 41), è doveroso premettere che la cosiddetta «laicità» è già anatematizzata dalla Chiesa. Quando una condanna viene comminata dalla Prima Sede per ragioni dottrinali e di tutela della morale, non vi è scadenza all’anatema, poiché una simile sentenza del Pontefice non è equiparabile ad una busta di latte.

Papa Gregorio XVI, il 15 agosto del 1832, con la Mirari Vos, condanna, sebbene senza nominarlo, il Lamennais e le sue idee liberali che diffondeva sul giornale l’Avenir. È opportuno ricordare che l’eresia “popolare” o “democristiana”, ovvero liberale - indifferentista - della laicità, viene anche da Lamennais. Così si esprime a riguardo il Santo Padre: «Nè certamente per altro motivo cotesti pensatori moderni tutti sviluppano le loro forze, se non perchè possano menar festa e trionfo con Lutero, e compiacersi con esso di esser liberi da tutti, disposti per ciò decisamente ad accingersi a qualunque più riprovevole impresa, per giungere con più facilità e speditezza a conseguire l’intento. Nè […] lieti successi potremmo presagire per la Religione ed il Principato dai voti di coloro, che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno, e troncata la mutua concordia dell’Impero col Sacerdozio. Poiché troppo è chiaro, che dagli amatori d’una impudentissima libertà assai si teme quella concordia, che fu sempre al sacro ed al civile governo fausta e vantaggiosa. Ma a tante e così amare cagioni, che Ci tengono solleciti, e nel comune pericolo con dolor singolare Ci crucciano, unironsi certe associazioni, e alcune determinate adunanze, nelle quali, fatta lega con gente d’ogni religione anche falsa, e di estraneo culto, si predica libertà d’ogni genere, si suscitano turbolenze contro l’uno e l’altro potere, e si conculca ogni più veneranda autorità, sotto lo specioso pretesto di pietà e di attaccamento alla Religione, ma con mira in fatto di promuovere ovunque novità e sedizioni».

Segue la condanna: «Queste cose, Venerabili Fratelli, con animo dolentissimo, ma pieno di fiducia in Quello, che comanda ai venti, e porta la tranquillità, abbiamo a Voi esposte, affinchè impugnato lo scudo della Fede seguitiate animosi a combattere pel Signore. A voi sopra ogni altro appartiene stare qual muro saldo a fronte di ogni superba altura, che levar si voglia contro la scienza di Dio».

Ciò premesso, vediamo di rispondere all’obiezione con le parole di mons. Guerry: «[secondo i novatori, ndR] la civiltà cristiana sarebbe quella che dovrebbe identificarsi con una particolare civiltà in una determinata epoca. Ora, la dottrina afferma che il cristianesimo non è legato a nessuna forma di civiltà e che le trascende tutte [...]» (cf. Allocuzione di Papa Pio XII alla Solenne Canonizzazione di Nicola da Flue, 16 maggio 1947). Inoltre, «si può chiamare civiltà cristiana la civiltà che si ispira al cristianesimo ed in cui dei cristiani si studiano di tradurre nelle Istituzioni, nelle strutture sociali e nella vita pubblica (v. testimonianza) le esigenze della loro fede. Ebbene, è per l’appunto l’insieme dei principi e delle concezioni suscettibili di animare l’ordinamento economico, famigliare, sociale, che la Dottrina sociale della Chiesa insegna ai cristiani per indirizzare tutta la loro azione. Infatti, il Santo Padre [Pio XII, ndR] chiede insistentemente ai cristiani di considerare “loro principale dovere fare in modo che la società moderna ritorni nelle sue strutture alle fonti consacrate dal Verbo fatto carne. Se i cristiani dovessero trascurare questo dovere che loro incombe, lasciando inoperosa, per quanto sia in loro potere, la forza rappresentata dalla legge per dare un ordine alla vita pubblica, essi commetterebbero un tradimento verso il loro Dio, visibilmente apparso in mezzo a noi nella culla di Betlem”» (Cf. Radiomessaggio natalizio del 1955, Papa Pio XII).

Papa Pio XII chiaramente afferma che tradiscono il vero Dio, Uno e Trino, quei cristiani che si «sottraggono alla loro missione di ricondurre la società moderna a Dio in Cristo». Già san Pio X, nella Notre charge apostolique del 25 agosto 1910, afferma: «[…] bisogna ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si atteggia a dottore e legislatore -, non si costruirà la città diversamente da come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le basi e non ne dirige i lavori; no, la civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica. Si tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà».

«Che la società non sia più “sacrale” nel nostro paese - prosegue il Guerry nella confutazione alle obiezioni - ossia che l’organizzazione della vita temporale non si realizzi più sotto l’autorità e nel quadro della Chiesa, è un fatto storico indiscusso. […]. Ma i cristiani non [possono e non devono, ndR] rassegnarsi al dominio della società da parte del materialismo, del paganesimo, dell’ateismo contrari sia al destino supremo delle persone che all’instaurazione di una civiltà duratura vera ed universale. Non si tratta per i cristiani di impone al mondo il loro dominio, ma di servirlo, di amarlo, di aiutarlo in un grande amore fraterno a purificatasi e a superarsi».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 32. Obiezione numero uno. Anacronismo della Dottrina sociale della Chiesa

Terminata la prima parte introduttiva a ‘Teologia politica e Dottrina sociale’, veniamo adesso ad alcune obiezioni, usando principalmente lo schema proposto da mons. Émile-Maurice Guerry nel suo volume del 1958 «La doctrine sociale de l’Eglise», edito da Bonne Presse, Paris - edizione italiana per i tipi di Ares, Roma.

Prima obiezione: Anacronismo della Dottrina sociale della Chiesa (Op. cit., pag. 39). Fra le tante sgarbate obiezioni a quanto enunciato, una delle più note, quella immediata, è, più o meno, formulata in tal guisa: «La Dottrina sociale della Chiesa è superata. È fatta per un’epoca di cristianesimo. Ora la società è diventata moderna (ovvero profana). Gli Stati moderni intendono organizzare da sé il proprio ordine politico, economico e sociale». Quanti volti tristi obiettano così? Eppure, essi stessi sanno di essere, oramai, davvero frustrati nel mondo profano così bramato.

Risposta: «Contrariamente a quanto suppone l’obiezione, la Dottrina sociale della Chiesa è stata elaborata nell’era contemporanea, [sebbene poggi sull’ordine eterno], per rispondere direttamente e precisamente ai problemi sociali che si pongono agli Stati moderni» (Ivi.).

Domanda retoricamente mons. Guerry: «Un fatto storico dal quale non si è abbastanza tratto insegnamento è assai istruttivo: chi mai ha, con tanta energia, riconosciuto e rispettato l’autonomia della città temporale nel suo ordine, distinguendo gli ambiti rispettivi della Chiesa e dello Stato moderno?».

Il conoscitore della materia, merce assai rara ai giorni nostri, saprà facilmente citare il nome del grande Papa Pecci, Leone XIII, e della sua Immortale Dei dell’anno 1885. Con l’Enciclica Immortale Dei, sulla costituzione cristiana degli Stati, Leone XIII ribadisce alcune indicazioni della sua Diuturnum Illud, tuttavia ammonisce: «È la stessa natura che testimonia come qualsiasi potere derivi dalla più alta e augusta delle fonti, che è Dio. La sovranità popolare che si afferma insita per natura nella moltitudine indipendentemente da Dio, se serve ottimamente ad offrire lusinghe e ad infiammare grandi passioni, non ha in realtà alcun plausibile fondamento, né possiede abbastanza forza per assicurare uno stabile e tranquillo ordine sociale. In verità a causa di tali dottrine si è giunti al punto che da molti si sostiene la legittimità della rivoluzione, vista come giusto strumento di lotta politica. È forte infatti la convinzione che i Principi non siano nulla più che semplici delegati ad eseguire la volontà popolare: ne consegue necessariamente che tutti gli ordinamenti sono ugualmente mutabili a discrezione del popolo, e incombe il continuo timore di disordini».

Dunque il Pontefice non si dice affatto contrario al progresso, ma egli spiega e motiva: «è grande e deleterio errore escludere la Chiesa, che Dio stesso ha fondato, dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’educazione dei giovani, dalla famiglia. Non possono esservi buoni costumi in una società cui sia stata tolta la (vera) religione: e si sa ormai anche troppo bene in che consista, e a che porti quella filosofia di vita e di costumi che chiamano civile. La Chiesa di Cristo è vera maestra di virtù e custode della buona condotta: essa è colei che mantiene fermi i principi dai quali derivano i doveri, e che, esposti i più efficaci motivi per vivere virtuosamente, non solo ammonisce a fuggire le azioni malvagie, ma a controllare altresì i moti dell’animo contrari alla ragione, anche quelli che non sfociano in azioni concrete».

Chi può negare che l’unica Istituzione dogmatica, che per sua stessa natura non può cambiare né dottrina e né morale, sia proprio la Chiesa? Quale roccia può mai essere più salda della Chiesa? E quante volte ci si lamenta delle mutevoli situazioni, sempre a ribasso, poiché si è abbandonata la strada sicura per seguire chimere e fandonie?

Papa Pecci prosegue in questi termini: «non s’intende condannare alcuna delle varie forme di governo, quando esse non abbiano in sé nulla che ripugni alla dottrina cattolica e possano, se applicate con saggezza ed equità, dare un ottimo e stabile assetto alla società. […]  non s’intende condannare in sé neppure il fatto che il popolo partecipi, in maggiore o minore misura, alla vita pubblica: il che può rappresentare in certe circostanze e con precise leggi, non solo un vantaggio ma anche un dovere civile. […] non v’è neppure valido motivo per accusare la Chiesa di essere restia più del giusto ad una benevola tolleranza, o nemica di un’autentica e legittima libertà».

I cattolici, «quanti sono degni di questo nome, devono anzitutto essere e manifestarsi apertamente figli amorosissimi della Chiesa, respingere senza esitazione tutto ciò che non possa conciliarsi con tale professione, servirsi delle istituzioni pubbliche, ogni volta che possano onestamente farlo, a difesa della verità e della giustizia, adoperarsi perché la libertà d’agire non travalichi i limiti stabiliti dalle leggi di natura e divine, contribuire a far sì che tutta la società si uniformi a quel modello e a quell’ideale cristiano che abbiamo descritto».

Dunque siamo ben lontani dal presentare un carattere anacronistico della Dottrina sociale della Chiesa, ma anzi, al contrario, siamo profondamente colpiti dalla sua attualità che non può sfuggire a tutti quegli accademici, cattedratici o appassionati che sappiano studiare l’argomento con lucidità e senza alcun pregiudizio.

I Sommi Pontefici (fino a Pio XII) irradiano con la luce della legge naturale, dei dogmi divini e della giusta morale cattolica tutti i problemi sociali di ogni epoca. D’altronde i frutti del comunismo e del liberalismo, le due facce della laicità, che negano questi sacrosanti diritti divini e naturali, ci consegnano oggettivamente un relitto di società, una deprimente parodia prossima all’implosione.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 31. Dio e la Chiesa non sono mai neutrali verso le cose umane

Con l’articolo di oggi possiamo chiudere la prima parte del nostro approfondimento di Teologia politica dedicato alla Dottrina sociale della Chiesa. Ci sarà ancora tanto da scrivere e, a Dio piacendo, mi auguro francamente di poter proseguire attraverso le pagine di ControSenso che, da molti anni ormai, ospita alcuni miei scritti.

A proposito delle rivoluzioni, tanto evocate al giorno d’oggi, afferma san Giovanni Bosco: «[…] il cattolicismo non deve, e non ha mai promosse, né promuoverà giammai le rivoluzioni. La ragione fondamentale, per cui il cattolicismo non verrà mai a favorire le rivoluzioni, consiste in ciò, che tutti i cattolici sono vincolali ad un’autorità certa, che è la Chiesa, e questa Chiesa, appoggiata alle Sacre Scritture, dice a tutti i fedeli: ubbidite alle legittime autorità; chi resiste all’autorità, resiste a Dio, da cui ogni autorità dipende».

Il Santo, ovviamente, discute di «legittima autorità», non di «autorità usurpata», la quale va ostacolata poiché è tale, secondo i dettami dalla Teologia morale.

Visto che i fedeli devono uniformarsi a questa sentenza, ne segue che «niun buon cattolico sarà partigiano delle rivoluzioni. È appunto per questo motivo che un dotto protestante […], considerando l’uniformità di dottrina nella Chiesa Cattolica, giunse a dire: La sola Chiesa Cattolica è la scuola del rispetto (cf. Guizot)».

Prosegue il Santo, «noi intanto, […] vorremmo […] aprire gli occhi a tanti miseri sconsigliati, i quali o per malizia o per ignoranza si fanno promotori di una setta, il protestantismo, la quale, proponendo all’uomo di credere quel che vuole, e di fare quel che crede, apre uno spaventoso abisso alla società, e fa lecito ogni disordine, ogni misfatto. Ce ne scampi Iddio».

Purtroppo gli oscuri potentati anticristici delle epoche passate, oggi venuti vanitosamente alla luce, facendo leva sulle passioni umane, proponendo ancora seducenti dottrine di gnosi e pruriti protestanti, hanno finalmente raggiunto lo scopo di incoraggiare l'odio fra popolo e autorità, quindi di favorire le peggiori rivoluzioni che probabilmente non cesseranno fino agli ultimi tempi.

Sulla massima conclusiva di don Bosco, tratta dalla sua presentazione al breve scritto del 1854, Catechismo cattolico sulle rivoluzioni di S. Sordi, ovverosia consapevoli che Una sola è l’Istituzione Santa in grado di interpretare nello Spirito la Parola di Dio, donde Una, la sola Chiesa Cattolica, è maestra di morale, educatrice delle coscienze e garante di stabilità sociale, che ci facciamo megafono di uno glorioso insegnamento di Papa Pacelli (Pio XII), datato Natale del 1951.

Il Santo Padre, consapevoli che la Dottrina sociale della Chiesa e la sua azione «acquistano il loro significato pieno in vista dell’ultimo fine e del supremo giudizio» (Op. cit., mons. Guerry, p. 38), con impressionante serenità e competente schiettezza, asserisce: «Non è raro il caso, in cui potenze e istituti puramente terreni si vedono uscire dalla loro neutralità, per schierarsi oggi in un campo, domani forse nell’altro. È un giuoco di combinazioni, che può spiegarsi col fluttuare incessante degl’interessi temporali. Ma la Chiesa si tiene lontana da simili mutevoli combinazioni».

Una chiara condanna, per così dire, anche al “trasformismo” a cui siamo tristemente abituati.

Prosegue esponendo la portata escatologica della sua riflessione: «Se la Chiesa giudica, non è per essa uscire da una neutralità fino allora osservata, perchè Dio non è mai neutrale verso le cose umane, dinanzi al corso della storia, e perciò non può esser tale neppure la Sua Chiesa. Se parla, è in virtù della sua divina missione voluta da Dio. Se parla e giudica sui problemi del giorno, è con la chiara coscienza di anticipare, nella virtù dello Spirito Santo, la sentenza che alla fine dei tempi il suo Signore e Capo, Giudice dell’universo, confermerà e sanzionerà». Pertanto: «tale è la funzione propria e sovrumana della Chiesa riguardo alle cose politiche».

La Chiesa non può consentire a giudicare «secondo criteri esclusivamente politici; non può legare gl’interessi della religione a indirizzi determinati da scopi puramente terreni; […] non può dimenticare, neppure per un momento, che la sua qualità di rappresentante di Dio sulla terra non le permette di rimanere indifferente, anche un solo istante, fra il “bene” e il “male” nelle cose umane. Se ciò le venisse chiesto, essa dovrebbe rifiutarsi, e i fedeli dell’una e dell’altra parte dovrebbero, in virtù della loro soprannaturale fede e speranza, comprendere e rispettare tale suo atteggiamento» (dal Radiomessaggio di Natale, 1951).

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 30. Nazismo e comunismo opposti al piano d’amore di Dio per gli uomini

Siamo finalmente giunti alla terza ragione sulla quale si fonda il diritto ed il dovere della Chiesa di avere e di insegnare la Dottrina sociale (Op. cit., pag 25). Terza ragione esposta dal Guerry (Op. cit., p 36): «Come Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa ha la missione di riunire tutti gli uomini nell’unità di Cristo».

L’umanità «conserva la nostalgia della sua unità spezzata dal peccato»; la storia umana è «un viaggio dell’umanità verso l’unità [...] attraverso molti sconvolgimenti, guerre, ferite». La storia «ha un senso in quanto prepara il compimento di tale opera di unità». In questo «consiste anche, sebbene su un piano superiore, la missione della Chiesa».

Riunire tutti gli uomini, «al di sopra di tutto ciò che li divide e li oppone - razze, lingue, mentalità, classi», riunirli in «un solo Corpo che animerà del suo Spirito divino, riunirli nell’unità della sua vita e della sua carità perchè comunichino tutti in­sieme, per mezzo di Lui», con «l’unità della natura di­vina e con la vita della Santa Trinità: è questo il di­segno sublime di Gesù Cristo per l’umanità, che era espresso dalla sua preghiera suprema al Padre: “Pa­dre, che siano tutti una cosa sola in Noi …”» (Ivi.).

Il famoso biblista ed esegeta mons. Salvatore Garofalo, nella Bibbia ed. Marietti (1963, vol. III, p. 268, n. 20 s.), commenta la preghiera: «L'unità dei discepoli e dei fedeli da essi condotti a Cristo, cioè della Chiesa, nella fede e nell'amore, rivela il mistero dell'unità di Cristo e del Padre e quindi della divinità del redentore».

Contro i pancristiani, oggi chiamati ecumenisti, specifica chiaramente Papa Pio XII nella Mystici Corporis: «che la Chiesa sia un corpo, lo bandiscono spesso i Sacri Testi. “Cristo - dice l’Apostolo - è il Capo del Corpo della Chiesa” (Col. I, 18) orbene, se la Chiesa è un corpo, è necessario che esso sia uno ed indiviso, conforme al detto di Paolo: “Molti siamo un solo corpo in Cristo” (Rom. XII, 5). Né dev’essere soltanto uno e indiviso, ma anche concreto e percepibile, come afferma il Nostro Antecessore Leone XIII di f. m. nella sua Lettera Enciclica “Satis cognitum”: “Per il fatto stesso che è corpo, la Chiesa si discerne con gli occhi” (cf. A.S.S., XXVIII, p. 170). Perciò si allontanano dalla verità divina coloro che si immaginano la Chiesa come se non potesse né raggiungersi ne vedersi, quasi che fosse una cosa “pneumatica” (come dicono) per la quale molte comunità di Cristiani, sebbene vicendevolmente separate per fede, tuttavia sarebbero congiunte tra loro da un vincolo invisibile».

La Chiesa, spiega il Pontefice, è Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Solo in essa può esserci salvezza, anche per le nazioni, secondo la sentenza di Trento: «Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell’arca». Ed ancora insegna san Pio X: «[…] fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté salvarsi dal diluvio fuori dell’Arca di Noè, che era figura di questa Chiesa».

Commenta mons. Emile Guerry (Op. cit., p. 37): «Con la sua Dottrina sociale, la Chiesa insegna agli uomini, come, nel loro modo di pensare e di agire sul piano famigliare, economico, politico, sociale, nazionale ed internazionale, come debbano nel loro agire collettivo preparare sin da quaggiù ed immediatamente l’attuazione di questo grande destino (dei giusti): […] l’unità in Cristo». Per la stessa ragione che, con la sua Dottrina sociale, la Chiesa «giudica i movimenti di idee o di azioni che potrebbero opporsi direttamente od indirettamente al compimento di questo piano d’amore di Dio per gli uomini: per questo motivo in particolare (insieme ad altri motivi) essa ha condannato il nazismo e il comunismo, e denuncia parimenti i pericoli di un eccessivo nazionalismo» (o statolatria pagana).

Papa Pio XI, nella Quas Primas, sulla Regalità sociale di Cristo, denuncia: «i pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica “Ubi arcano Dei” e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina».

Pertanto: «la peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi»; cosicché: «[…] a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 29. Ritorni il Dio-Uomo tra gli uomini, Re riconosciuto e obbedito

Nel Messaggio di Natale del 1955, già citato in parte la scorsa settimana, Papa Pio XII denuncia, «accanto all’errore dell’uomo moderno che si inorgoglisce della potenza umana e del suo dominio sulla natura», anche l’errore di coloro che «rifiutano ogni credito all’uomo e alle sue opere e cercano di chiudersi in sè stessi» (cf. Guerry, Op. cit., pag. 34), in «una solitudine sdegnosa e quasi disperata, suggerita dal timore e dall’incapacità di darsi un ordine esteriore».

«Essi - dice il Pontefice - auspicano che l’uomo rinunzi al febbrile esteriore dinamismo, soprattutto tecnico, che si chiuda in se stesso, ove troverà la ricchezza di una vita interiore tutta sua, esclusivamente umana, tale da soddisfare ogni possibile esigenza». Tuttavia «questa interiorità tutta umana è inabile a mantenere la promessa che le si attribuisce, di corrispondere cioè alla totale esigenza dell’uomo».

Aggiunge il nostro commentatore: «da un altro canto, è un grave errore chiudere in sè stesso tale ordine naturale. Occorre lasciarlo aperto alla grazia, all’elevazione soprannaturale che perfeziona l’ordine umano stesso, secondo il piano storico ed unico voluto e compiuto da Dio: aperto alla vita d’intimità con Dio dalla divina adozione, portata al mondo dal Cristo».

Nulla è comprensibile a chi si rifiuta di vedere, dunque di accettare il Fatto soprannaturale (cf. Tesori di Cornelio Alapide, vol. I, sull’Accecamento). La disgrazia dell’uomo di oggi, afferma e conferma il Nostro, è che «egli s’accomoda nella presunzione della sua autosufficienza», esaltandosi dinanzi ai progressi della tecnica ed all’opera da lui realizzata nel campo della natura materiale, «misconosce i limiti della natura umana», dimentica il peccato originale e le sue conseguenze, che hanno privato l’uomo «non del suo dominio sulla terra, ma bensì della sicurezza nell’esercizio di tale dominio» (cf. Pio XII, Messaggio di Natale anno 1956).

L’uomo moderno, inoltre, ignora la realtà e la nozione vera del peccato, che determina nella vita degli uomini e nell’organizzazione sociale un generale e profondo disordine. Come si può fare bene senza la grazia? E come si può possedere la grazia senza la fede?

Aula del Concistoro, domenica, 23 dicembre 1956, Papa Pacelli nel suo Messaggio al mondo intero denuncia «l’opinione di non pochi altri, che, esasperati dalla contraddizione, ma refrattari a rinunziare al sogno della onnipotenza dell’uomo, vorrebbero sottoporre a revisione anche quei valori che non sono in loro potere, che sfuggono al dominio dell’umana libertà, quali la religione e i diritti naturali. In sostanza, essi stimano ed insegnano che la fondamentale contraddizione del nostro tempo può essere rimossa dall’uomo stesso senza Dio e senza religione».

L’uomo di oggi non sa più che l’umanità «non troverà ormai la sua solidità, la sua sicurezza, la sua armonia che nel Cristo Redentore» (Op. cit. pag. 35). Perchè un evento importante ed unico si è verificato nella vita dell’umanità: l’Incarnazione del Figlio di Dio. La verità e l’influsso di questo fatto storico debbono riprendere il loro posto nella coscienza degli uomini. Dice il Papa: «l’umanità non può impunemente respingere e dimenticare la venuta e l’abitazione di Dio sulla terra, perché essa è, nella economia della Provvidenza, essenziale per stabilire l’ordine e l’armonia tra l’uomo e le sue cose, e tra queste e Dio. L’Apostolo San Paolo descrisse la totalità di quest’ordine in una sintesi mirabile: “Tutto è vostro, voi poi siete di Cristo, e Cristo di Dio”.  Chi da questo indistruttibile ordinamento volesse lasciar cadere Dio e Cristo, ritenendo delle parole dell’Apostolo soltanto il diritto dell’uomo sulle cose, opererebbe una essenziale frattura nel disegno del Creatore. san Paolo stesso incalzerebbe col monito: “Nessuno si glorii negli uomini”».

Soprattutto i cristiani debbono sapere meglio degli altri che «il Figlio di Dio fatto uomo è runico solido sostegno dell’uma­nità, anche nella vita sociale e storica, e che assu­mendo la natura umana Egli ne ha confermato la di­gnità come fondamento e norma di quell’ordine mo­rale» (Ivi., 24 dicembre 1955).

Il Pastore e Dottore universale così conclude il suo Messaggio del ‘55: «Ritorni il Dio-Uomo tra gli uomini, Re riconosciuto e obbedito, come spiritualmente torna ogni Natale ad adagiarsi nella culla per offrirsi a tutti. Ecco l’augurio che Noi oggi esprimiamo alla grande famiglia umana, certi d’indicarle il cammino della sua salvezza e della sua felicità».

Purtroppo per noi, la famiglia umana ha, al contrario, largamente rigettato il cammino indicato dal Pontefice, giungendo finanche a rifiutare Dio nel governo delle nazioni.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 28. L’ordine naturale e soprannaturale stabilito da Dio: progresso e natura

In La Doctrine sociale de l’Eglise, Bonne Presse, Paris, Imprimatur 1958, il Vescovo Guerry insiste sul dovere dei cristiani di edificare un mondo secondo l’ordine naturale e soprannaturale voluto da Dio. «Esiste un ordine morale», dice a pag. 32, «stabilito da Dio per il bene dell’uomo. Quest’ordine riflette la vera natura umana», che Dio ha posta a «fondamento della vita in comune degli uomini nello spazio e nel tempo».

Papa Pio XII, sin dalla sua prima Enciclica Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, usando san Paolo, ha descritto l’unità del genere umano secondo queste espressioni: «Meravigliosa visione, che ci fa contemplare il genere umano nell’unità di una comune origine in Dio: “Un solo Dio e padre di tutti, colui che è sopra tutti e per tutti e in tutti” (Ef. 4,6): nell’unità della natura, ugualmente costituita in tutti di corpo materiale e di anima spirituale e immortale; nell’unità del fine immediato e della sua missione nel mondo; nell’unità di abitazione, la terra, dei beni della quale tutti gli uomini possono per diritto naturale giovarsi, al fine di sostentare e sviluppare la vita; nell’unità del fine soprannaturale, Dio stesso, al quale tutti debbono tendere; nell’unità dei mezzi, per conseguire tale fine».

Esiste un ordine naturale, anche se «le sue forme cangiano con gli sviluppi storici e sociali». Ma le «linee essenziali sono sempre state le stesse, e tali restano» (cf. Pio XII, Messaggio natalizio del 1955). Esse sono: «la famiglia e la proprietà anzitutto», aggiunge mons. Guerry, per «la personale sicurezza dell’uomo, poi, come fattori complementari di sicurezza, le istituzioni locali e le unioni professionali»; infine lo Stato.

Nello stesso documento il Pontefice riflette sull’inquietudine dell’uomo moderno: «Ignorata o rigettata in tal modo la presenza del Dio Incarnato, l’uomo  moderno ha costruito un mondo, in cui le meraviglie si confondono con le miserie, ricolmo d’incoerenze, come una via senza sbocco, o come una casa fornita di tutto, ma che per la mancanza del tetto è incapace di dare la desiderata sicurezza ai suoi abitanti. In alcune Nazioni, infatti, nonostante l’enorme sviluppo del progresso esteriore, e benché a tutte le classi del popolo sia assicurato il materiale mantenimento, serpeggia e si estende un senso d’indefinibile malessere, un’attesa ansiosa di qualche cosa che debba accadere».

Quando si studiano i rapporti tra l’ordine naturale e il soprannaturale, i cristiani debbono sempre tener ferma la verità evitando due errori contrari: «Da un lato, quello di negare il valore dell’ordine naturale, di credere che tale ordine non abbia nulla di buono in sè stesso, che la natura umana sia intrinsecamente viziata, di far dipendere l’esistenza dell’ordine naturale dalla grazia soprannaturale. Esiste un ordine naturale consistente, basato su quella concreta realtà che è l’uomo, l’uomo essere spirituale, orientato con la sua natura tutta verso Dio» (Op. cit., pag. 33).

Papa Pio XII, il 25 settembre del 1949, nell’Allocuzione ai membri del Congresso di studi umanistici, insegna: «Senza tener conto di opinioni effimere apparse nelle diverse età, la Chiesa ha affermato il valore di ciò che è umano e conforme alla natura. Essa non ammette che dinanzi a Dio l’uomo non sia che corruzione e peccato. Invece, ai suoi occhi, il peccato originale non ha raggiunto intimamente le sue attitudini e le sue forze, ed ha anzi lasciato essenzialmente intatte la luce naturale della sua intelligenza e della sua libertà. L’uomo, dotato di tale natura, è indubbiamente ferito e reso debole dal pesante retaggio di una natura decaduta e privata dei suoi doni soprannaturali e preternaturali: egli deve farsi forza, osservare la legge naturale - e ciò con l’aiuto onnipotente della grazia di Cristo - per vivere come lo richiedono l’onore di Dio e la propria dignità di uomo».

Nel Radiomessaggio di Natale del 1953, Papa Pacelli ribadisce che la Chiesa «ama e favorisce i progressi umani. È innegabile che il progresso tecnico viene da Dio, dunque può e deve condurre a Dio». Ed ancora: « è chiaro che ogni ricerca e scoperta delle forze della natura, effettuate dalla tecnica, si risolvono in ricerca e scoperta della grandezza, della sapienza, dell’armonia di Dio. Considerata in tal modo la tecnica, chi potrebbe disapprovarla e condannarla?».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 27. La questione dell’immigrazione secondo la Chiesa cattolica

Le questioni dell’immigrazione e dell’accoglienza, particolarmente sentite ai nostri giorni, furono affrontate con sapiente lungimiranza dalla Chiesa e, a seguito della civilizzazione dei popoli, dai nobili Sovrani e Principi cattolici.

Si rassegnino i negazionisti di professione, gli scribacchini pseudo storici ed i tanti tuttologi rigurgitati dalle logge che hanno in odio le legittime Autorità, poiché la Chiesa, in quanto designata custode della morale (2° diritto/dovere) e vigile dell’ordine sociale, ha sempre indirizzato i Re ed i Governanti alla responsabile amministrazione delle migrazioni.

I tanti muri che le Comunità erigevano, tutti insieme, figuravano, sotto il segno della Croce, quella equilibrata carità tanto gradita a Dio, parimenti così fruttuosa per i popoli dell’Impero. Così fu e così è stato, a tratti più o meno evidenti, fin dal fatidico episodio di Ponte Milivio con la frase narrata da Eusebio di Cesarea nella Vita di Costantino: «In hoc signo vinces»!

San Pietro ha affermato: “È proprio vero che Dio non fa distinzione di persone; ma che tra qualunque gente, chi lo teme e pratica la giustizia gli è accetto” (S. Th. Iª-IIae q. 105 a. 3 arg. 1). Nell’Esodo si legge: “Non opprimere il forestiero e non l’affliggere: anche voi infatti foste forestieri nella terra d’Egitto”; ed ancora: “Non darai molestia al forestiero: voi infatti conoscete il suo stato d’animo, perché foste voi pure forestieri in Egitto” (Ibid., 3 arg. 3).

Spiega l’Angelico che «a quelli che sono più vicini dobbiamo mostrare un affetto e un amore più grande», secondo le parole dell’Ecclesiastico: “Ogni animale ama il suo simile: così come ogni uomo il suo vicino” (a. 3 arg. 4). La società dove si “ama” troppo il lontano a discapito del vicino dimostra, difatti, di essere crudele: usa la filantropia per “ripulire”, certo solo apparentemente, le coscienze!

L’Aquinate insegna: «Con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporti: l’uno di pace, l’altro di guerra». Infatti «gli ebrei avevano tre occasioni per comunicare in modo pacifico con gli stranieri. Primo, quando gli stranieri passavano per il loro territorio come viandanti. Secondo, quando venivano ad abitare nella loro terra come forestieri». E sia nell’un caso come nell’altro «la legge impose precetti di misericordia; infatti nell’Esodo si dice: “Non affliggere lo straniero”; e ancora: “Non darai molestia al forestiero”». Terzo: «quando degli stranieri volevano passare totalmente nella loro collettività e nel loro rito. In tal caso si procedeva con un certo ordine».

Veniamo al terzo caso (di pace). Il sommo san Tommaso asserisce: «[…] non si ricevevano subito come compatrioti: del resto anche presso alcuni gentili era stabilito, come riferisce il Filosofo, che non venissero considerati cittadini, se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno. E questo perché, ammettendo degli stranieri a trattare i negozi della nazione, potevano sorgere molti pericoli; poiché gli stranieri, non avendo ancora un amore ben consolidato al bene pubblico, avrebbero potuto attentare contro la nazione» (Iª-IIae q. 105 a. 3 co.).

Ecco perché, dice il Dottore, la legge stabiliva «che si potessero ricevere nella convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano una certa affinità con gli ebrei: cioè gli egiziani, presso i quali gli ebrei erano nati e cresciuti […] Invece alcuni, come gli ammoniti e i moabiti, non potevano essere mai accolti, perché li avevano trattati in maniera ostile. Gli amaleciti, poi, che più li avevano avversati […] erano considerati come nemici perpetui; infatti nell’Esodo si legge: “La guerra di Dio sarà contro Amalec, di generazione in generazione”».

Qualcuno «poteva essere ammesso nella civile convivenza del popolo con una dispensa, per qualche atto particolare di virtù: si legge infatti nel libro di Giuditta, che Achior, comandante degli Ammoniti, “fu aggregato al popolo d’Israele, egli e tutta la discendenza della sua stirpe”» (a. 3 ad 1).

 Come insegna il Filosofo, commemora l’Aquinate, si può essere cittadini (di uno Stato) in due maniere: «primo, in senso pieno e assoluto; secondo, in senso relativo. È cittadino in senso pieno chi ha la facoltà di compiere le funzioni dei cittadini; e cioè di partecipare ai consigli e ai giudizi del popolo. È invece cittadino in senso relativo chiunque abita in uno stato» e […] «non [è] in grado di trattare le cose che interessano la comunità». Ecco perché «spurii, propter vilitatem originis, excludebantur ab Ecclesia, idest a collegio populi, usque ad decimam generationem» (Iª-IIae q. 105 a. 3 ad 2).

Papa Pio XI nella Studiorum Ducem (29 giugno 1923) comanda: «Come dunque un giorno fu detto agli Egiziani, nel loro estremo bisogno di vivere, “Andate da Giuseppe” perché avessero da lui in abbondanza il frumento per alimentare il loro corpo, così ora a tutti gli affamati di verità Noi diciamo: “Andate da Tommaso” (san Tommaso d’Aquino testé citato, ndA) per aver da lui, che ne ha tanta abbondanza, il pascolo della sana dottrina e il nutrimento delle loro anime per la vita eterna» (cf. Officiorum omnium, Pio XI; Aeterni Patris, Leone XIII; Doctoris Angelici, san Pio X).

Carlo Di Pietro da Imola Oggi

Teologia Politica n° 26. La Chiesa contro il bacillo morboso e spesso letale dell’errore della depravazione

La Chiesa è Madre ed ama i suoi figli: non può affatto accettare quelle situazioni contrarie al vero bene. Abbraccia e tutela l’ordine sociale, vuole la salvezza delle anime, glorifica Dio in ogni azione, orazione ed opera. Proseguiamo, a piccoli passi, nella nostra disquisizione sulla Chiesa «custode della retta morale» (diritto/dovere n° 2).

Papa Pio XII nel Radiomessaggio di Pentecoste, anno 1941, ribadisce: «I dettami del diritto naturale e le verità della rivelazione promanano per diversa via, come due rivi d’acque non contrarie, ma concordi, dalla medesima fonte divina; e perché la Chiesa, custode dell’ordine soprannaturale cristiano, in cui convergono natura e grazia, ha da formare le coscienze, anche le coscienze di coloro, che sono chiamati a trovare soluzioni per i problemi e i doveri imposti dalla vita sociale».

Prosegue il Pontefice: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime, vale a dire, se gli uomini chiamati tutti ad essere vivificati dalla grazia di Cristo, nelle terrene contingenze del corso della vita respirino il sano e vivido alito della verità e della virtù morale o il bacillo morboso e spesso letale dell’errore della depravazione».

Conclude con una domanda retorica: «Dinnanzi a tale considerazione e previsione come potrebbe esser lecito alla Chiesa, madre tanto amorosa e sollecita del bene dei suoi figli, di rimanere indifferente spettatrice dei loro pericoli, tacere o fingere di non vedere e ponderare condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana, conformata ai precetti del Sommo Legislatore?».

La Chiesa non si limita a contrastare il disordine ed il male, ma tutta si sforza, riflette il Guerry (Op. cit., pag. 31), affinché «l’ordine temporale sia positivamente più conforme al disegno di Dio ed alla dignità dell’uomo».

Papa Pacelli, il giorno 1 settembre 1944, nel suo Radiomessaggio (V anniversario dall’inizio della guerra), rivendica vigorosamente: «la fedeltà al patrimonio della civiltà cristiana e la sua strenua difesa contro le correnti atee ed anticristiane […] la chiave di volta, che mai non può essere sacrificata, a nessun vantaggio transitorio, a nessuna mutevole combinazione». Il Vicario di Cristo auspica: «[...] la costituzione di un ordine economico e sociale più rispondente all’eterna legge divina e più conforme alla dignità umana».

Attraverso la vera Dottrina sociale, la premurosa Madre, afferma il Pontefice il 1° giugno 1941 (Radiomessaggio nel 50° anniversario della Rerum Novarum), offre «ai figli della Chiesa, sacerdoti e laici, ordinamenti e mezzi per una ricostruzione sociale, esuberante di frutti […] Quale prosperità materiale e naturale, quali frutti spirituali e soprannaturali, non sono provenuti agli operai e alle loro famiglie dalle unioni cattoliche!».

Il 24 dicembre del 1942, nel Radiomessaggio della Vigilia di Natale, il Papa del popolo e della carità rimarca, con una lucidissima analisi socio-politica, le linee del suo programma: «- Convivenza nell’ordine; - Iddio prima causa ed ultimo fondamento della vita individuale e sociale; - Corretto sviluppo e perfezionamento della persona umana; - Giusto ordinamento giuridico della società e suoi nobili scopi; - Armonia fra tranquillità e operosità; - Difesa della unità sociale e particolarmente della famiglia; - Dignità e prerogative del lavoro; - Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano e rinnovamento della società».

Si tratta di un documento così ricco di contenuti, non demagogico bensì risoluto e concreto, che mi corre l’obbligo morale di consigliarne l’attento studio a tutti i nostri lettori, soprattutto agli appassionati di politica.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 25. Modernismo, utopia rousseauiana ed apostasia delle nazioni

Dalla Rivoluzione francese, «essendo stato falsato l’ordine politico nazionale ed internazionale» - dicevamo - gli Stati sono gradualmente naufragati nell’abisso del neo-paganesimo. Per dirla alla san Paolo, i popoli appaiono già «come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore» (Ef. IV,14). Solo la Chiesa - maestra di dottrina e custode della morale nella carità - nei secoli fu la barriera, tuttavia oggi, essendo invero essa stessa ostaggio di tumultuosi sovvertitori interni, tutto sta volgendo alla malora!

Quell’«unità della fede», quella «conoscenza del Figlio di Dio», quella «santa apostolicità», quell’«edificazione sociale nella carità», di cui i santi Pietro e Paolo per primi sono creati testimoni e divulgatori, sembrano quasi miraggi; tutto dal bieco 7 dicembre 1965 quando, approvata, almeno “esteticamente”, la Dignitatis Humanae, il modernismo è riuscito nel progetto di consegnare i popoli all’infedeltà ed all’immoralità, quindi le nazioni alla nefasta apostasia governativa, collocando così l’uomo, almeno potenzialmente, un gradino al di sotto della bestia.

Scrive il “mastino” del Sodalitium Pianum, Mons. Benigni, nel 1906: «La civiltà vera e perfetta risulta da un insieme organico di principii e di fatti morali e materiali: insieme oltremodo complesso e molteplice, che va dal retto funzionamento dell’autorità politica e domestica sino alla rete delle pubbliche comunicazioni ed al buon servizio della nettezza urbana. Ma quanto varrebbe per meritare il titolo di civile ad un popolo, che in esso l’igiene e l’agiatezza raggiungessero la perfezione esistente nel palazzo di un miliardario nord-americano, se in quel popolo mancasse la moralità; sicché le sue istituzioni, leggi ed usanze fossero immorali od anche amorali, cioè facessero e lasciassero trionfare l’immoralità? Un tal popolo darebbe lo spettacolo di una di quelle stalle signorili, dove ammiransi la pulizia, la comodità, il lusso, in cui vivono eleganti e costose bestie da tiro e da corsa» (Storia sociale della Chiesa, vol. 1, rist. anas. CLS, Verrua Savoia, 2016, pag. XIII).

E San Pio X nel 1907 in Pascendi Dominici gregis esorta alla massima vigilanza, poiché: «I consigli di distruzione, [i modernisti] non li agitano [...] al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; [...] il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei [della Chiesa], con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro. Di più, non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde».

Infine Pio XII, ultima roccia contro la devastante peste modernista (v. Nouvelle Théologie in Dizionario delle Eresie), attesta nella Humani Generis del 1950: «Sappiamo anche che queste nuove opinioni [dei modernisti, che egli chiama novatori, ndR], possono far presa tra le persone imprudenti; quindi preferiamo porvi rimedio sugli inizi, piuttosto che somministrare la medicina quando la malattia è ormai invecchiata [Comandiamo] di curare con ogni diligenza che opinioni di tal genere non siano sostenute nelle scuole o nelle adunanze e conferenze, né con scritti di qualsiasi genere e nemmeno insegnate, in qualsivoglia maniera, ai chierici o ai fedeli».

Eppure tutto ciò non è bastato: dal momento che Dignitatis Humanae ha preteso di attribuire alla legge naturale ed alla Scrittura il libero diritto di professare ed esercitare l’errore, in foro esterno ed anche nel governo degli Stati, prontamente i governanti hanno ottenuto l’alibi che tanto agognavano e, per citare un episodio tempestivo, l’ex cattolicissima Spagna, nel gennaio 1967, modificando l’art. 6 della sua Costituzione, apre alle false religioni, all’immoralità ed all’amoralità. Il resto è storia!

Mons. Benigni, ai tempi della prestigiosa Cattedra nel Collegio Romano, in un dialogo con un suo anonimo allievo, lo sciagurato Ernesto Bonaiuti, davanti alle insistenti pretese del giovane utopista rousseauiano, futuro capofila del modernismo italiano, realisticamente replica: «Credete proprio che gli uomini siano capaci di fare qualcosa di buono nel mondo? La storia è un continuo e disperato conato di vomito, e per questa umanità non ci vuol altro che l’Inquisizione».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Ordine nazionale ed internazionale falsati da materialismo e fraudolenta filosofia

Proseguiamo nella nostra dissertazione, in pillole, sulla Teologia politica. La Chiesa, come già dicevamo, ha il diritto e dovere di educare, custodire ed esercitare la vera carità. Di educazione si è già parlato, adesso ci stiamo concentrando sulla custodia, ovvero sulla preservazione e difesa della legge morale nella legislazione degli Stati, quindi nella società.

Dice il Signore: «Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde» (Gv. X,11-12).

Due secoli di materialismo e di falsa filosofia, come attestano i più scrupolosi trattati di scolastica sopravvissuti alla furibonda censura del vaticanosecondo, hanno contribuito a rinnegare e disprezzare la vera concezione dell’uomo e della sua natura (Guerry, Op. cit., p. 30). Per conseguenza, anche i diritti dei lavoratori e di tutti gli onesti subiscono violenza: - o perché privati della dignità di esseri umani da sistemi ateo-comunisti; - o perché divorati dall’avidità e dalla concorrenza dei sistemi agnostico-liberali.

Papa Leone XIII, al numero 2 della Rerum Novarum, già nell’anno 1891 alza tosto la sua denuncia: «Nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza». La storia attesta, poi, che la peggior risposta al problema del proletariato furono e sono il comunismo ed il socialismo, che lo stesso Pontefice definisce profeticamente: «Peste distruggitrice, la quale, intaccando il midollo della società umana, la condurrebbe alla rovina» (cf. Quod Apostolici muneris, 1878).

Nella Qui Pluribus del 9.11.1846, Sua Santità Pio IX, argomentando con regale sapienza, solennemente condanna: «Quella nefanda dottrina del cosiddetto comunismo sommamente contraria allo stesso diritto naturale, la quale, una volta ammessa, porterebbe al radicale sovvertimento dei diritti, delle cose, delle proprietà di tutti, e della stessa società umana».

Papa Pio XI nella Divini Redemptoris del 19.03.1937 fulmina la smania social-comunista con la seguente sentenza: «Il comunismo spoglia l’uomo della sua libertà, principio spirituale della sua condotta morale; toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi […] Per la prima volta nella storia stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta, e accuratamente preparata dell’uomo contro “tutto ciò che è divino”».

Al numero 11 della stessa Enciclica, il Pontefice avverte il mondo: «Rifiutando alla vita umana ogni carattere sacro e spirituale, una tale dottrina naturalmente fa del matrimonio e della famiglia una istituzione puramente artificiale e civile, ossia il frutto di un determinato sistema economico […] proclamando il principio dell’emancipazione della donna, la ritira dalla vita domestica e dalla cura dei figli per trascinarla nella vita pubblica e nella produzione collettiva nella stessa misura che l’uomo, devolvendo alla collettività la cura del focolare e della prole. È negato […] ai genitori il diritto di educare, essendo questo concepito come un diritto esclusivo della comunità, nel cui nome soltanto e per suo mandato i genitori possono esercitarlo».

La voce della vera Chiesa si è levata senza tregua, fino ad una certa data (Conclave del 1958), contro la falsa morale, dimostrando e dichiarando che questi nuovi sistemi non si sarebbero mai curati: - dei lavoratori; - della giustizia; - della vera carità; - dell’umanità … «essendo stato falsato l’ordine politico nazionale ed internazionale».

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 23. L’odio del ’68: aggressione a padre, padrone, Patria, Principe e Santo Padre!

Papa Pio XII, nell’All. di Natale del 1942, confermata nell’Enc. Evangeli Praecones (02.06.1951), rammentata ancora nell’All. agli Operai italiani (01.05.1955), in qualità di universale educatore e custode della santa morale, emette vigorosa la sua sentenza contro il disordine etico ed economico della società: «La Chiesa non può ignorare o non vedere che l’operaio, nello sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche congegno, che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni».

Gesù Cristo - fa presente il Papa - «non attende che Gli si apra il cammino per penetrare le realtà sociali, con sistemi che non derivano da Lui», si chiamino essi «umanesimo laico» o «socialismo purgato dal materialismo», dunque «la Chiesa […] indica i principi fondamentali, sollecitando i reggitori dei popoli, i legislatori, i datori di lavoro e i direttori delle imprese di metterli ad esecuzione».

È evidente che le puntuali indicazioni del Pontefice, le medesime per quasi vent’anni anche a proposito dell’ordinamento economico, sono state sistematicamente ignorate, consegnando così la nazione all’ODIO, che troverà finalmente nel ‘68 la sua massima espressione, in un’inarrestabile caduta verso la distruzione della famiglia e della società in generale, attuando il folle PADRICIDIO ad ogni livello (padre, padrone, Patria, Principe, Santo Padre)!

Nel suo Radiomessaggio di Pentecoste del 1941, Papa Pacelli rivendica il diritto della Chiesa di avere una Dottrina sociale, laddove egli asserisce: «inoppugnabile […] competenza della Chiesa in quella parte dell’ordine sociale che tocca la morale, il giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale sono conformi  all’ordine immutabile manifestato da Dio nel diritto naturale e nella Rivelazione». Aggiunge risoluto il Babbo nostro o Dolce Cristo in Terra (Cf. Santa Caterina, Lett. 185): «Dalla forma data alla società, conforme o meno alle leggi divine, dipende e s’insinua il bene o il male delle anime».

L’erudito Serafino Sordi già nel 1854 spiega il motivo su cui si fonda la stretta correlazione fra potere spirituale e potere temporale ugualmente nella moderna società. Egli scrive: «Il motivo di questa obbligazione tanto stretta su che si fonda? Sulla persona, che il Principe sostiene. Imperocché non dovete credere, che il Monarca terreno sia un padrone assoluto e indipendente, il quale non abbia nessuno sopra di sé; che anzi egli non è tanto padrone, quanto ministro del supremo Signor dell’universo. Dei enim minister est. E come Dio è un bene infinito senz’ombra di male, così il Principe è suo ministro per promuovere il bene fra le genti, e non il male. Dei enim minister est in bonum. Quando però, col risparmiare ai delitti le pene corrispondenti, lasciasse che i mali si moltiplicassero sulla terra, egli tradirebbe gl’interessi di Dio, mancherebbe gravissimamente all’uffizio di ministro, usurpandosi i diritti di principale, e sarebbe responsabile dei danni e disordini indi cagionati sì nell’ordine temporale, come nell’eterno» (cf. Sursum Corda, n° 9, p. 5, Questioni XXVIII - XXXII. Dal Catechismo cattolico sulle rivoluzioni).

Ci facciano riflettere queste ed altre sante sentenze. L’ordine sociale poggiava sulla rigida osservanza che i Sovrani cristiani - illuminati, nobili ed abilissimi politici - avevano della legge divina e naturale, nel legiferare e nel governare; questo atteggiamento li distingueva dai tiranni rozzi ed oscurantisti: dai bruti. Oggi, al contrario, molti sono i politicanti da fondaco che si autoproclamano leader democratici e progrediti, ma che poi legiferano contro Dio, contro la natura, contro la morale, contro la stessa intelligenza, consegnando i popoli alla certa ed inarrestabile rovina.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 22. Chiesa come custode della legge morale

Il diritto e dovere della Chiesa di insegnare (v. missione)  la vera Dottrina sociale si fonda su tre ragioni di cui si è già accennato nelle scorse settimane: l’educazione; la custodia; la vera carità. Nella sua missione la Chiesa non può rinunciare ad insegnare la Dottrina sociale. Oggi parliamo della seconda ragione: «Come custode della legge morale, la Chiesa non può accettare che l’ordine sociale ed economico violi la legge morale, mentre dovrebbe obbedirle per corrispondere all’ordine voluto da Dio».

Il Guerry spiega: «Poiché l’uomo deve realizzare il suo destino vivendo in rettitudine la sua vita umana in seno all’ordinamento temporale, è di altissimo interesse sapere se tale ordinamento temporale (politico, economico, sociale) non costituisce in sè stesso, con la sua organizzazione, le sue istituzioni, le sue strutture e lo spirito che l’anima, un ostacolo al destino supremo della persona umana e dell’umanità. Esistono infatti società, ambienti di vita, dove è assai difficile […] restare fedeli alla legge morale e vivere una vita cristiana» (Op. cit., pag. 29). Ancora: «La sociologia religiosa ha accertato […], con una analisi serrata dei fatti, l’influenza profonda, spesso determinante che sulla vita morale e religiosa degli esseri umani e delle famiglie esercitano le condizioni sociali ed economiche, l’abitazione, i mezzi di trasporto, le distrazioni, le tecniche d’informazione (stampa, cinema, radio, televisione), il salario e gli ambienti di lavoro, i fattori economici, politici, sociali (come l’alcoolismo e la prostituzione), i raggruppamenti, i fattori educativi o diseducativi (assenza della famiglia)» (Op. cit., pag. 30).

L’alto Prelato non era certo un veggente, ma solamente un uomo di sano intelletto e di retta fede (Imprimatur dello Scritto - 21 marzo 1958), in grado di anticipare gli effetti scrutando le cause. Oggi la politica, al contrario, dimostra di aver abbandonato questo metodo onestissimo, optando per la totale ed anticristica abominazione legislativa. Moltissime sono, difatti, le norme inique che il legislatore approva ed impone, non ultime, in Italia, le “unioni civili”. Spiega il Sommario di Teologia Morale (S.E.I., Torino, 1952, pag. 67, art. IV, n° 102): «§ I, Se la legge (umana) ingiusta è contraria alla legge divina, non solo non siamo legati ad essa, ma non possiamo nemmeno osservarla; § IV, (Solo) la legge umana giusta obbliga dinanzi a Dio». Ogni legge che, nella materia, violi la legge naturale o la legge divina,  avendo sconfinato nell’oggetto, non vincola e non va osservata (Ivi., n° 96, §I, II, III).

Asserisce Papa Pio XI il 15 maggio 1931: «Tutti restano quasi unicamente atterriti dagli sconvolgimenti, dalle stragi, dalle rovine temporali. Ma se consideriamo i fatti con occhio cristiano, com'è dovere, che cosa sono tutti questi mali in paragone della rovina delle anime? Eppure si può dire senza temerità essere tale oggi l’andamento della vita sociale ed economica, che un numero grandissimo di persone trova le difficoltà più gravi nell'attendere a quell'uno necessario all'opera capitale fra tutte, quella della propria salute eterna» (al n° 130 di Quadragesimo Anno, sulla ricostruzione dell’ordine sociale nel 40° anniversario della Rerum Novarum di Papa Leone XIII).

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

Teologia Politica n° 21. Chiesa come custode della legge morale

Il diritto e dovere della Chiesa di insegnare (v. missione)  la corretta Dottrina sociale si fonda su tre ragioni di cui si è già ragionevolmente accennato nelle scorse settimane: l’educazione; la custodia; la vera carità. Nella sua missione la Chiesa non può rinunciare ad insegnare la vera Dottrina sociale.

Oggi parliamo della seconda ragione: «Come custode della legge morale, la Chiesa non può accettare che l’ordine sociale ed economico violi la legge morale, mentre dovrebbe obbedirle per corrispondere all’ordine voluto da Dio».

Analizziamo brevemente un esempio tangibile ed attualissimo. Il giorno 11 maggio 2016 le cosiddette “unioni civili” sono diventate legge per lo Stato italiano, giammai per Dio. Una legge positiva che si oppone alla legge di Dio, quindi alla legge morale universale, per la sua intrinseca iniquità non vincola le coscienze ed ha misura di violenza.

Cosa ci dice a  tal proposito la Chiesa?

Nel settembre 1852, durante le polemiche suscitate dal nauseabondo tentativo di introdurre il “matrimonio civile” nel Regno di Sardegna, Papa Pio IX indirizza una lettera a Vittorio Emanuele II in cui riafferma gli imperativi divini e religiosi che animano l’opposizione della Santa Sede al progetto dibattuto nel Parlamento torinese (cf. Les fondements logiques de la pensée normative: actes du Colloque de logique déontique de Rome, les 29 et 30 avril 1983, G. Kalinowski - F. Selvaggi; Chiesa e società civile al Concilio Vaticano I, P. Petruzzi, Gregoriana, 1984, pag. 203).

Nella lettera il Pontefice insegna: «È domma di Fede essere stato elevato il Matrimonio da Nostro Signore Gesù Cristo alla dignità di Sacramento ed è dottrina della Chiesa cattolica che il Sacramento non è una qualità accidentale aggiunta al contratto, ma è di essenza al Matrimonio stesso, così che l’unione coniugale non è legittima se non nel Matrimonio-Sacramento, fuori dal quale non vi è che un pretto concubinato. Una legge civile che, supponendo divisibile per i Cattolici il Sacramento dal contratto di Matrimonio, pretende di regolarne la validità, contraddice alla dottrina della Chiesa, invade i diritti della medesima, e praticamente parifica il concubinato al Sacramento del Matrimonio sanzionando legittimo l’uno come l’altro» (cf. Multiplices inter, 10 iun. 1851, in Pii IX acta, pars prima, vol. I, 280-284; Ad Apostolicae, 22 aug. 1851, ibid., pars, prima, vol. I, 285-292; Acerbissimum vobiscum, 27 sept. 1852, ibid., pars prima vol. I, 383-395; Pio IX a Vittorio Emanuele, 19 settembre 1852, in P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato, I: La laicizzazione dello Stato Sardo 1848-1856; Miscellanea Historiae Pontificae 8, Roma 1980, Rist. anast. con prefazione di G. Martina, 117).

Quegli uomini di Chiesa che tacciono davanti al semplice “matrimonio civile” e, peggio ancora, davanti alle “unioni civili”, o che approvano tutto ciò, dimostrano visibilmente di aver rinunciato alla missione, rendendosi colpevoli di gravissime abominazioni. Preannuncia l’Apostolo: «Se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!» (cf. Gal. I,8 e 9). 

Il Guerry spiega: «Poiché l’uomo deve realizzare il suo destino vivendo in rettitudine la sua vita umana in seno all’ordinamento temporale, è di altissimo interesse sapere se tale ordinamento temporale (politico, economico, sociale) non costituisce in sè stesso, con la sua organizzazione, le sue istituzioni, le sue strutture e lo spirito che l’anima, un ostacolo al destino supremo della persona umana e dell’umanità. Esistono infatti società, ambienti di vita, dove è assai difficile […] restare fedeli alla legge morale e vivere una vita cristiana» (Op. cit., pag. 29).

Tornando all’esempio concreto delle ingannevoli “unioni civili”, cosa dovrebbe fare un Sindaco, per non peccare mortalmente, nell’imposizione di “riconoscere” tali perfidi scimmiottamenti del matrimonio? Dovrebbe SENZA ALCUN DUBBIO obiettare e rifiutarsi, accettandone cattolicamente le conseguenze. Essendo un tema delicatissimo, ne parleremo in futuro utilizzando dei veri manuali di Teologia morale, ovvero preconciliari. Questa anticipazione è utile solamente per far capire l’inevitabile connessione esistente fra l’ordinamento temporale e quello spirituale.

Scrive mons. Emile Guerry nel 1958: «La sociologia religiosa ha accertato […], con una analisi serrata dei fatti, l’influenza profonda, spesso determinante che sulla vita morale e religiosa degli esseri umani e delle famiglie esercitano le condizioni sociali ed economiche, l’abitazione, i mezzi di trasporto, le distrazioni, le tecniche d’informazione (stampa, cinema, radio, televisione), il salario e gli ambienti di lavoro, i fattori economici, politici, sociali (come l’alcoolismo e la prostituzione), i raggruppamenti, i fattori educativi o diseducativi (assenza della famiglia)» (Op. cit., pag. 30).

L’alto Prelato non era certo un veggente, ma solamente un uomo di sano intelletto e di retta fede (Imprimatur del 21 marzo 1958), in grado di anticipare gli effetti scrutando le cause. Oggi la politica dimostra di aver abbandonato questo metodo onestissimo, optando per la totale ed anticristica abominazione legislativa.

Asserisce Papa Pio XI il 15 maggio 1931: «Tutti restano quasi unicamente atterriti dagli sconvolgimenti, dalle stragi, dalle rovine temporali. Ma se consideriamo i fatti con occhio cristiano, com'è dovere, che cosa sono tutti questi mali in paragone della rovina delle anime? Eppure si può dire senza temerità essere tale oggi l’andamento della vita sociale ed economica, che un numero grandissimo di persone trova le difficoltà più gravi nell'attendere a quell'uno necessario all'opera capitale fra tutte, quella della propria salute eterna» (al n° 130 di Quadragesimo Anno, sulla ricostruzione dell’ordine sociale nel 40° anniversario della Rerum Novarum di Papa Leone XIII).

Carlo Di Pietro 

Teologia Politica n° 20. Chiesa come educatrice delle coscienze

Il diritto e dovere della Chiesa di insegnare la corretta Dottrina sociale si fonda su tre ragioni che abbiamo già lestamente spiegato sabato scorso. La prima ragione è l’educazione; la seconda è la custodia; la terza è la vera carità. Ognuna di queste ragioni è intimamente connessa alla missione della Chiesa e nessuna di esse può essere soppressa o trascurata, se si vuol restare cattolici.

Sulla scia del Guerry (Op. cit., pag. 26 e 27) e della sua ortodossa precisione anche nella sintesi, vediamo di approfondire le mentovate ragioni una per una.

Prima ragione: «Come educatrice delle coscienze, la Chiesa deve condurre le persone umane al loro destino soprannaturale attraverso le realtà terrene della loro esistenza temporale», enunciavamo giustamente.

Cosa significa?

Noi uomini possiamo conseguire o rifiutare la salvezza eterna, non in una realtà virtuale ed immaginaria, nemmeno in un’esperienza astratta e meramente soggettiva, bensì nel mondo concreto, nella «città terrena», nelle nostre vite famigliari, professionali, economiche e sociali.

Persino l’anacoreta Antonio il Grande dice: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore» (PJ II, 2).

Dio ha rivelato che non vi è altra via per ottenere la salvezza se non uniformando i nostri atti umani alla legge morale, espressa dai comandamenti del Signore e dal Vangelo. È altresì necessaria l’uniformità al disegno di salvezza di Dio per l’umanità ed il totale rispetto del Suo volere. La Chiesa ci erudisce a riguardo mediante il suo Magistero (missione educatrice).

Il Catechismo di Papa san Pio X (e successivi commentari), ultimo compendio della vera fede cattolica, poiché scevro da macchie di modernismo che, di fatto, rendono i simulacri postconciliari irricevibili ad una mente lucida a causa dell’ammissione e della negazione, più o meno abituale, di uno stesso concetto in un medesimo contesto (relativismo dogmatico e morale), sintetizza tutte quelle nozioni che sono necessarie alla salvezza, secondo i progetti di Dio.

Il Guerry chiarisce: «In altri termini, più concretamente, è compiendo coscienziosamente i loro doveri verso Dio, i loro doveri di stato familiari, professionali, politici e sociali che gli uomini vengono salvati per grazia di Gesù Cristo, e quindi praticando, con l’aiuto di questa divina grazia, le varie virtù naturali e soprannaturali che implica l’esercizio dei loro doveri di stato».

In una celebre preghiera a san Giuseppe Patrono dei lavoratori, Papa Giuseppe Melchiorre Sarto elabora questa orazione: «Glorioso san Giuseppe […] ottenetemi la grazia di lavorare specialmente con purezza di intenzione e distacco da me stesso, avendo sempre davanti agli occhi la morte e il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti inutilizzati, del bene omesso, del vano compiacimento nel successo, così funesto all’opera di Dio». Si, perché tutto ciò che facciamo per mero interesse e per soddisfare le nostre passioni è funesto agli occhi di Dio, dunque non basta lavorare con sudore della fronte, ma bisogna orientare tutto a Dio, che giudicherà pure i talenti mal utilizzati!

Uno di compiti principali della Chiesa è quello di educare le coscienze, nell’intento di attuare la vocazione di ogni persona, sempre in ragione della salvezza. È proprio la Chiesa, quella una - santa - cattolica - apostolica, che «conosce ed insegna agli uomini il loro vero destino ed i mezzi per perseguirlo».

La Chiesa, difatti, educa le coscienze e le prepara alla vita, attraverso la conoscenza dei propri doveri nei vari campi dell’attività, ma solo come vuole Dio. In contro, lo sfrenato antropocentrismo contemporaneo, sia politico che sociale, deturpa la volontà di Dio ad appagamento degli immediati desideri disordinati dei pochi. Il compito della Chiesa nella Dottrina sociale è, più di tutto, quello di mettere in guardia contro l’ambiguità delle opere della civiltà: «esse possono servire al progresso dell’umanità come alla sua distruzione» (Ivi.).

La missione della Chiesa, che è di servizio e non di dominazione, sul piano sociale si concreta nell’educazione delle coscienze a fare ciò che è buono e giusto, ed a rigettare ciò che è perfido e malvagio, anche se apparentemente più comodo e certamente appetibilissimo alla carne. Tutto lo sforzo della Chiesa tende, in questo “orto”, a salvare le anime affinché siano a «servizio del vero progresso, dell’ascesa dell’umanità verso i fini superiori degli uomini».

La prima ragione, o finalità, della Dottrina sociale della Chiesa è, per concludere, di assistere i cristiani nell’edificazione del mondo secondo la vera fede: la Cattolica. La storia ci insegna che maggiori sono state la luce e la forza della vera fede nei Sovrani prima e nel popolo poi, tanto più raggianti e progredite sono state le città temporali o civiltà.

Carlo Di Pietro da ControSenso Basilicata

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