Nel mentre che si trovava ancora presso Subiaco, San Benedetto venne pregato caldamente da certi monaci di farsi loro maestro nella vita spirituale. Dopo che la preghiera venne ripetuta moltissime volte, Benedetto volle accettare, tanto per fare una prova con quei monaci. Andato in mezzo a loro e costituito in una certa maniera superiore del convento, cominciò a mettere l’ordine ed a stabilire la perfetta vita spirituale o di penitenza. Presto quei monaci, avvezzi alla libertà ed al rilassamento, si pentirono dell’imprudenza che avevano commesso «con chiamarsi sul collo un moderatore che, a loro giudizio, aveva tutta l’aria d’un tiranno». Perdendo di giorno in giorno il coraggio di mettere in pratica quel che comandava Benedetto, essi cedettero alla tentazione di disfarsene subito. Ma come venire a capo dell’opera iniqua? Mancava loro il coraggio di dire al Santo da Norcia: «Ritirati; noi non vogliamo più stare sotto la tua disciplina tanto severa». Ma ecco, pensandoci e ripensandoci, trovarono finalmente la via. Nel refettorio, con un pranzo frugalissimo, anzi poverissimo, i monaci tutti hanno un bicchierino di vino. Un giorno presero del veleno e lo mischiarono col vino nella tazza di San Benedetto. «È riuscita - dicono tutti baldi in cuor loro - appena ne gusterà, sarà morto». Intanto si recarono tutti al refettorio e Benedetto fece dignitosamente un + Segno di Croce + sulla tazza colma di vino. A quel segno miracoloso la tazza andò in pezzi ed il vino avvelenato venne bevuto dal pavimento del refettorio. Gli infelici, che avevano voluto commettere l’orrendo delitto, rimasero sbalorditi; ma il Santo disse loro con calma divina: «Mi avevate chiamato, ed io ero venuto; ora non mi volete più, e vi lascio nella pace del Signore». Il veleno non nocque a San Benedetto poiché il buon Dio, vedendo ch’egli con quei monaci voleva fare solamente il proprio dovere, lo protesse in quel modo. Facciamo anche noi il nostro dovere quotidiano e non ci mancherà mai la divina protezione. (Tratto da Giacinto Belmonte cappuccino, Racconti miracolosi, 1887, con permesso dei Superiori, vol. II, pagine 379 - 381).

A cura di Carlo Di Pietro

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