Per il potere conferitogli da Dio, compete per nomina e divina disposizione al Romano Pontefice gestire le pene spirituali e temporali come ogni caso solidalmente merita. Lo scopo di ciò è la repressione dei malvagi disegni di uomini fuorviati, che sono stati così affascinati dal loro degradato impulso verso fini malvagi da dimenticare il timore del Signore, da mettere da parte con disprezzo i canonici decreti e gli apostolici comandamenti, e di osare formulare nuovi e falsi dogmi e di introdurre il male dello scisma nella Santa Chiesa di Dio - o di supportare, aiutare e aderire a tali scismatici, che fanno un commercio del loro stracciare la tunica del nostro Redentore e l’unità della corretta fede. Quindi si addice al Pontefice, per timore che la nave di Pietro sembri navigare senza pilota o rematore, prendere severe misure contro tali uomini ed i loro seguaci, sia attraverso il moltiplicare misure punitive, sia attraverso altri opportuni rimedi fare in modo che questi stessi uomini prepotenti, dedicati come sono a fini malvagi, insieme ai loro aderenti, non debbano ingannare la moltitudine dei semplici con le loro menzogne ed i loro meccanismi ingannevoli, né trascinarli insieme a condividere il loro errore e la loro propria rovina, contaminandoli con ciò che equivale ad una contagiosa malattia. Si addice anche al Pontefice, dopo aver condannato gli scismatici, per evitare la loro ancora maggiore perdizione e confusione - pubblicamente, mostrare e dichiarare apertamente a tutti i fedeli cristiani come temibili sono le censure e le punizioni a cui la colpa può portare, acciocché attraverso una tale dichiarazione pubblica loro si possano rivolgere, in contrizione e rimorso, alla loro vera essenza, facendo un’abiura incondizionata delle conversazioni proibite, ristabilendo comunione e obbedienza a quanto detto nella precedente missiva, in questo modo essi possono sfuggire ai castighi divini, ed a qualsiasi grado di partecipazione alle rispettive loro condanne.

Lutero, che si sapeva perfettamente coperto dal suo principe elettore,   sulle prime aveva, come Erasmo, fatto le viste di non credere che la bolla fosse genuina: la dichiarò un parto di Eck, che sotto questa finzione denigrò nel suo scritto: «Delle nuove bolle e bugie eckiane». Ma dopoché non gli fu dato di sostenere più a lungo l’apparenza del dubbio sulla genuinità, egli si scagliò con tanta maggior violenza contro il Papa. «Giammai dal principio del mondo», scriveva il 4 novembre 1520 allo Spalatino, «Satana ha parlato così svergognatamente contro Dio come in questa bolla. È impossibile che si salvi chi vi aderisce o non la combatte». II 17 novembre egli appellò dal Papa, ritenendolo «ingiusto giudice, eretico ed apostata impenitente, errante, condannato in tutta la Scrittura», ad un concilio ecumenico cristiano incitando l’imperatore, i prìncipi elettori e tutti i prìncipi ed autorità ad associarsi al suo appello, ad opporsi «al non cristiano procedere e violento delitto del Papa»: egli, Martin Lutero, rimette al giudizio di Dio chi segue il Papa. Nel libello fuor di misura passionato, che al principio di novembre venne pubblicato in latino e tedesco col titolo «Contro la bolla dell’anticristo», Lutero diede sfogo alla piena della sua ira. Partendo dalla sua usuale opinione che la sua propria dottrina sola sia la verità, egli dichiara che la bolla, la quale si oppone a questa sua verità, vuole costringere a rinnegare Dio e ad adorare il diavolo. Qualora il Papa coi suoi cardinali non aggiusti la cosa, egli ne reputa la cattedra sede dell’anticristo, lo condanna e lo consegna a Satana con questa bolla e con tutte le sue decretali. «Che miracolo sarebbe ora se prìncipi, nobiltà e laici assalissero ed esiliassero il Papa, i vescovi, i preti ed i monaci?». La bolla merita che «tutti i veri cristiani la calpestino coi piedi e rimandino a casa con zolfo e fuoco l’anticristo romano ed il dottor Eck, suo apostolo». «A piena dimostrazione della sua caparbietà», Lutero pubblicò un altro scritto nel quale difendeva ed in parte inaspriva gli articoli condannati.

Nel concistoro del primo giugno fu letta ancora una volta la bolla contro Lutero decidendosene la pubblicazione. Al 15 di giugno [1520, ndR] ne fu compiuta la redazione conforme alle regole della cancelleria, cui seguì tosto la pubblicazione del documento, che dalle parole con cui comincia è detto bolla «Exsurge Domine». Nel solenne esordio, in gran parte formato di passi scritturali, si invoca prima di tutto la protezione del divin Fondatore della Chiesa e dei prìncipi degli Apostoli: «Sorgi, o Signore, e fa’ giustizia alla tua causa (Salm. 73, 22). Le volpi cercano di distruggere la tua vigna (Cant. Cantic. 2, 15); un cignale veniente dalla selva ed un animale selvaggio la devastano» (Salm. 79, 14). Come aveva preannunziato Pietro, sono sorti dottori bugiardi, che introducono errori perniciosi. Finalmente s’invoca tutta la santa Chiesa, la cui verace interpretazione della Scrittura viene messa da parte da gente il cui senso fu accecato dal padre della menzogna per falsare la Bibbia, in contraddizione con lo Spirito Santo, all’antica maniera degli eretici. Proseguendo, il Papa lamenta che nella nobile nazione tedesca, da lui e dai suoi antecessori abbracciata ognora con particolare affetto, siano state diffuse tali dottrine: e dire che proprio i Tedeschi, come è noto, erano sempre stati i più forti nemici dell’eresia, avevano versato il loro sangue nella guerra contro gli hussiti ed ora pure mediante le università di Colonia e di Lovanio avevano vittoriosamente confutato e condannato molti dei nuovi errori. Indi si fa l’enumerazione di 41 errori riguardanti il libero arbitrio e il peccato originale, i sacramenti in generale, la fede, la grazia, il peccato, il dolore, la confessione, le buone opere, le indulgenze, il purgatorio, la comunione sotto le due specie, il primato, la scomunica, l’autorità del concilio ecumenico, la pena di morte per gli eretici e le eresie di Jan Hus. Conforme al dovere pastorale da Dio commesso al Papa, questi deve procurare che cotali errori non si estendano a guisa di un carcinoma.

Domenica, 26 maggio 1957. Introduzione, richiamo ai precedenti discorsi. Come rappresentanti della «Unione Giuristi Cattolici Italiani» e del «Fraterno Aiuto Cristiano» o «Amici dei Carcerati di Sulmona», voi avete desiderato, diletti figli, di adunarvi intorno a Noi, quasi per invitarCi a rivolgere un paterno pensiero a quel mondo rattristante della sofferenza imposta, che la severità della giustizia ha creato in ultima analisi non per deprimere, ma per redimere, ed ove, tra le ombre di mute celle, si svolgono dolorosi drammi interiori, che solo la luce cristiana della rassegnazione e della fiducia, unita al calore della carità, può tramutare in opera di serena redenzione. Di gran cuore quindi vi diamo il benvenuto e accogliamo con gratitudine la testimonianza della vostra devozione, ed in particolare, segni tangibili del vostro zelo, la relazione dei vostri lavori e la «pergamena-ricordo» firmata da circa duecento detenuti del Penitenziario della Badia Celestina di Sulmona. Voi Ci avete domandato altresì una parola d’insegnamento sull’ideale, che deve animare le vostre attività, e sui migliori mezzi di attuarlo. Da parte Nostra, non Ci proponiamo di trattare qui le questioni speciali, sulle quali avete già norme fissate nelle vostre pubblicazioni e determinate più esattamente nelle vostre deliberazioni e con la esperienza acquistata nei contatti personali coi detenuti. C’intratterremo piuttosto a parlarvi di alcuni punti di portata più generale e che meritano l’attenzione, sia di coloro che esercitano un ufficio attivo di direzione nell’assistenza dei carcerati, sia di quelli a cui tale assistenza è destinata, vale a dire dei carcerati stessi. Noi abbiamo avuto già l’occasione di trattare, in diverse Udienze, il problema della colpa e della pena; Ci basti al presente di ricordare la esposizione fatta il 5 dicembre 1954 ed il 5 febbraio 1955 al «VI Convegno Nazionale di Studio della Unione dei Giuristi Cattolici Italiani» (cf. Discorsi e Radiomessaggi, vol. XVI pag. 277 e ss. e 351 e ss.).

Domenica, 30 dicembre 1951. Nell’assidua Nostra sollecitudine per ogni classe di sofferenti, ai quali Ci legano speciali vincoli di paterna pietà, non ultimi siete Voi, diletti figli e figlie d’Italia e del mondo, che gemete negli Istituti di pena, ivi condotti per amare vie da circostanze talora a voi stessi inesplicabili. Ma in questi giorni di solennità natalizie, dalle quali ogni cristiano attinge motivi di gaudio, Noi Ci sentiamo particolarmente a voi vicini, come a coloro che più degli altri anelano nella solitudine al lenimento del conforto, e nelle tenebre alla luce della speranza. E siamo altresì accanto alle vostre famiglie, a cui la vostra assenza sottrae, non di rado insieme col pane, la gioia propria del Natale, che è di godere dei sacri misteri dell’infanzia di Gesù, - stretti nell’affettuoso tepore del santuario domestico. Tuttavia, se il rigore dell’umana giustizia vi nega per qual che tempo questa dolcezza, altri più profondi e veraci conforti a voi offre il Neonato divino giacente sulla dura paglia per amor nostro, quel Gesù che a ragione fu invocato da tutti, e specialmente da voi, con la voce della liturgia dell’Avvento: «Veni, et educ vinctum de domo carceris» (Ant. O Clavis; cf. Is. 42, 7). Non meno che per gli altri uomini - tutti quaggiù in qualche modo rei e prigionieri -, per voi Gesù è venuto a recare una più nobile ed intima liberazione, quella che dal giogo e dalle catene delle passioni e del peccato redime alla pace dello spirito annunziata nella Notte santa; che opera la interiore rinnovazione della vita e rapisce nella luce ristoratrice di una Epifania di redenzione. Se dalle pene che vi stringono saprete librarvi sulle ali della fede, non solo gusterete queste gioie arcane, ma le possederete così che nessuno mai varrà a rapirvele: né le avversità degli eventi, né le asprezze del carcere, né i possibili errori della giustizia terrena, né la incomprensione degli uomini, né lo stesso rimorso, dalla grazia elevato a salutare e consolante pentimento. Riprovando e rinnegando, ove occorra, nel profondo del vostro cuore, un triste passato, che consumino e disperdano la contrizione e l’amore ; illuminati e sorretti dalla fede a guardare ed a sentire le vicende della terra con occhi e spirito di cristiani; voi scoprirete nella stessa vostra condizione presente occasioni preziose e sorgenti sommamente feconde di grandi beni.

Alcuni dei più utili e significativi pensieri tratti dalla Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Le pèlerinage de Lourdes», del 2 luglio 1957. Citazioni: [...] Questi cent’anni di culto mariano [...] hanno in qualche modo intrecciato tra la sede di Pietro e il santuario dei Pirenei saldi vincoli, che Ci piace ricordare. Non è stata forse la stessa Vergine a desiderare tali relazioni? «Ciò che a Roma il sommo pontefice definiva con il suo infallibile Magistero, la vergine immacolata Madre di Dio, benedetta tra tutte le donne, volle, come sembra, confermare con le sue labbra, quando poco dopo si manifestò con una celebre apparizione alla grotta di Massabielle ...» [Décret de Tuto pour la Canonisation de S.te Bernadette, 2 juillet 1933: AAS 25 (1933), p. 377]. Certamente la parola infallibile del romano pontefice, interprete autentico della verità rivelata, non aveva bisogno di alcuna conferma celeste per avvalorare la fede dei credenti. Ma con quale commozione e gratitudine il popolo cristiano ed i suoi pastori appresero dalle labbra di Bernardetta la risposta venuta dal cielo: «Io sono l’Immacolata Concezione»! [...] Il cinquantenario della definizione dogmatica dell’Immacolata concezione della Vergine santissima offrì a san Pio X l’opportunità di attestare, in un documento solenne, il nesso storico tra questo atto del Magistero e l’apparizione di Lourdes: «Appena Pio IX aveva definito verità di fede cattolica che Maria fu sin dall’origine esente dal peccato, la Vergine stessa cominciò ad operare meraviglie in Lourdes» (Lettre encyclique Ad diem illum, 2 février 1904: Acta Pii X, vol, 1, p. 149; EE 4/18). [...] Pio XI - che era già stato pellegrino a Lourdes - proseguì l’opera ed ebbe la gioia di elevare agli onori degli altari la privilegiata della Vergine, divenuta suor Maria Bernarda nella Congregazione della carità e dell’istruzione cristiana. Non veniva così a confermare, in un certo senso, la promessa fatta dall’Immacolata alla giovane Bernardetta, «che sarebbe stata felice non in questo mondo, ma nell’altro»?

Queste, credeteci, sono le reali ragioni per cui si prendono di mira i veri religiosi. Diciamolo chiaramente, non ha nulla a che fare con l’economia (... non lavorano), con la pubblica utilità (... sono un peso), con la vita  onesta (... sono disonesti); non ha nulla a che fare con l’ordine civile (... sono sovversivi), coll’indottrinamento (... insegnano superstizioni), col progresso (... sono oscurantisti); finalmente non ha nulla a che fare con la condotta (... sono peccatori, dicono gl’ipocriti). Tutte solamente torbide mascherate. Le passioni sole, soprattutto l’odio alla religione, ne sono la vera causa. E non solo i laici, ma quanti altri sedicenti “religiosi” - oggigiorno - così mondani ed increduli, tanto da asserire che “tutte le religioni sono buone” -  scandalizzatori, con le loro disdicevoli azioni, di popoli interi - prendono di mira gli uomini di Dio? È tutto solo odio a Gesù Cristo, alla vera religione, sfogo di passioni e frustrazioni. La presenza dei religiosi - avverte il Padre Franco in «Risposte popolari alle obiezioni più comuni contro la religione», Roma, Civiltà Cattolica, 1864, ed IV, pag. 361 - è un «impedimento alle trame degli iniqui», i quali sono ben consapevoli che «devono liberarsi dagli occhi di questi molesti oppositori», affinché «le macchinazioni degli iniqui stessi valgano a travolgere le plebi nelle congiure e nelle infedeltà». Cosicché ogni iniquo cospiratore odia l’uomo di Dio, «perché la sua sola presenza metterebbe a rischio l’efficacia delle sue trame e congiure». Purtroppo oggi, anche nelle vene della Chiesa stessa, come vuole l’infausta «Alta Vendita», tutti i macchinatori di incredulità, che pretendono cancellare il Santissimo Sacrificio ed i nostri santi dogmi e martiri, come stanno agendo: se non cacciando gli uomini di Dio, sostituendoli con pusillanimi increduli, privi di dignità? Dovunque l’iniquità voglia proliferare, «è parola d’orine di prendere di mira i veri religiosi», di screditarli, di scacciarli. Di allontanare dalla religiosità i popoli: servendo scandali su piatti d’argento.

Pertanto, se in così difficili frangenti i cattolici daranno ascolto, com’è loro dovere, alle Nostre parole, si renderanno chiaramente conto di quali siano i compiti di ciascuno, sia nel campo delle idee, sia in quello delle azioni. Riguardo alle idee, è necessario tenere saldi nella mente, con intima adesione, tutti gli insegnamenti passati e futuri dei romani Pontefici, nonché essere pronti a professarli apertamente ogni volta che appaia opportuno. E particolarmente riguardo a quelle cosiddette libertà alle quali si aspira nei tempi più recenti, conviene che ciascuno si attenga al giudizio della Sede Apostolica e che pensi in totale accordo con essa [Correva l’anno 1885, ben prima del “colpo di Stato protosessantottino” del cosiddetto “Vaticano Secondo”, da cui verranno con gradualità ed arbitrio rigettate, apertamente o dietro sofismi, quasi tutte le qui enunciate definizioni dottrinali: necessarie e non riformabili, ndR]. Occorre stare attenti a non farsi trarre in inganno dalla loro apparente onestà, tener presente da quali premesse traggono origine e da quali confuse passioni sono rinvigorite e alimentate. Ormai si sa abbastanza, per esperienza, quali effetti esse abbiano sulla società, poiché esse hanno ovunque prodotto frutti, dei quali i saggi e gli onesti a ragione si rammaricano. Nel caso che esista realmente da qualche parte, o si immagini, una comunità nella quale il nome cristiano sia perseguitato con leggi proterve e tiranniche, se ad essa si paragona il moderno sistema di governo di cui parliamo, questo potrà risultare più tollerabile. Tuttavia i principi su cui si fonda sono certamente di per sé, come abbiamo detto, tali da non meritare che riprovazione. Quanto all’azione, essa può interessare la sfera privata e domestica, oppure la sfera pubblica. Nell’ambito individuale il primo dovere è di conformare la vita e la condotta, col massimo scrupolo, ai precetti evangelici, senza sottrarvisi nemmeno quando la virtù cristiana esiga qualche più arduo esercizio di pazienza e di sopportazione. Si deve inoltre amare la Chiesa come una madre comune; osservarne fedelmente le leggi, averne a cuore l’onore, e salvaguardarne i diritti; adoperarsi perché sia amata e rispettata con pari devozione da coloro sui quali ci si trovi ad esercitare qualche forma di autorità.

Sono queste dunque le norme fissate dalla Chiesa cattolica circa la costituzione e il governo degli Stati. Nondimeno, se si vuole giudicare con obiettività, con tali prescrizioni e decreti non s’intende condannare alcuna delle varie forme di governo, quando esse non abbiano in sé nulla che ripugni alla dottrina cattolica e possano, se applicate con saggezza ed equità, dare un ottimo e stabile assetto alla società. Anzi, non s’intende condannare in sé neppure il fatto che il popolo partecipi, in maggiore o minore misura, alla vita pubblica: il che può rappresentare in certe circostanze e con precise leggi, non solo un vantaggio ma anche un dovere civile. Ancora, non v’è neppure valido motivo per accusare la Chiesa di essere restia più del giusto ad una benevola tolleranza, o nemica di un’autentica e legittima libertà. In realtà, se la Chiesa giudica che non sia lecito concedere ai vari culti religiosi la stessa condizione giuridica che compete alla vera religione, pure non condanna quei governi che, per qualche grave situazione, mirando o ad ottenere un bene, o ad impedire un male, tollerino di fatto diversi culti nel loro Stato. Così pure la Chiesa vuole assolutamente evitare che chiunque sia costretto, suo malgrado, ad abbracciare la fede cattolica, perché, come saggiamente ammonisce Agostino, «l’uomo non può credere se non spontaneamente» . Similmente la Chiesa non può consentire quella libertà che induce al disprezzo delle leggi santissime di Dio e sopprime la doverosa obbedienza all’autorità legittima. Infatti, questa è piuttosto licenza che libertà; e felicemente viene definita da Agostino «libertà di perdizione»; dall’Apostolo Pietro «velo di malizia» (1Pt. 2,16); anzi, essendo irrazionale, diviene vera schiavitù; «poiché chi fa peccato è schiavo del peccato» (Gv. 8,34). Al contrario, la libertà autentica e desiderabile è quella che, nella sfera privata, non permette all’individuo di essere schiavo degli errori e delle passioni, terribili padroni, e che nella sfera pubblica governa saggiamente i cittadini, offre loro con larghezza le opportunità per migliorare la propria condizione, difende lo Stato dalle sopraffazioni altrui.

Errore grande e deleterio è escludere la Chiesa, che Dio stesso ha fondato, dalla vita pubblica, dalle leggi, dall’educazione dei giovani, dalla famiglia. Non possono esservi buoni costumi in una società cui sia stata tolta la religione: e si sa ormai anche troppo bene in che consista, e a che porti quella filosofia di vita e di costumi che chiamano civile. La Chiesa di Cristo è vera maestra di virtù e custode della buona condotta: essa è colei che mantiene fermi i principi dai quali derivano i doveri, e che, esposti i più efficaci motivi per vivere virtuosamente non solo ammonisce a fuggire le azioni malvagie, ma a controllare altresì i moti dell’animo contrari alla ragione, anche quelli che non sfociano in azioni concrete. È davvero una grande ingiustizia e una grande sconsideratezza il volere sottoporre la Chiesa all’autorità civile nell’adempimento dei suoi doveri. Con ciò l’ordine viene sovvertito, dal momento che si antepongono le cose naturali alle soprannaturali: si distrugge, o almeno si sminuisce assai la dovizia di beni dei quali, se non ostacolata, la Chiesa colmerebbe la vita terrena; per di più si apre la via ad ostilità e conflitti, e fin troppo spesso gli eventi hanno dimostrato quanto danno ciò porti sia alla società civile, sia a quella religiosa. Siffatte dottrine, che nemmeno dalla ragione umana possono essere approvate, e che tanto peso hanno sull’ordinamento civile, i Pontefici romani Nostri Predecessori, ben comprendendo quale fosse il loro dovere apostolico, non consentirono che potessero circolare impunemente. Così Gregorio XVI nell’Enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832 colpì con parole durissime quelle teoriche che già venivano diffondendosi e secondo le quali non è necessario operare una scelta in materia di religione: è diritto di ciascuno professare qualsiasi fede gli aggradi; per ciascuno il solo giudice è la coscienza; inoltre è lecito proclamare qualsiasi opinione, e ordire rivolte contro lo Stato. Circa la separazione della Chiesa dallo Stato lo stesso Pontefice così si esprimeva: «Né più lieti successi potremmo presagire per la Religione e il Principato dai voti di coloro che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno, e troncata la mutua concordia dell’Impero col Sacerdozio.

Posti a fondamento dello Stato questi principi [sovranità popolare, libertà di coscienza, libertà di culto, illimitata libertà di pensiero e di stampa, ndR], che tanto favore godono ai giorni nostri, si comprende facilmente in quali e quanto inique condizioni venga costretta la Chiesa. Infatti, ove l’azione pratica si conformi a queste dottrine, alla religione cattolica viene riconosciuto nello Stato un ruolo uguale o anche inferiore a quello dei culti a lei estranei; non vi sarà alcuna considerazione per le leggi ecclesiastiche; alla Chiesa, che pure per volontà di Gesù Cristo ebbe la missione di insegnare a tutte le genti, sarà negata ogni ingerenza nell’istruzione pubblica. Anche nelle questioni di diritto misto, le autorità civili deliberano da sé, in totale autonomia, e in tale materia ignorano con arroganza le leggi santissime della Chiesa. Quindi annettono alla propria giurisdizione i matrimoni cristiani, legiferando anche sul vincolo coniugale, sulla sua unità e sulla sua stabilità; alienano le proprietà ecclesiastiche, negando alla Chiesa il diritto di possedere. Insomma, si comportano con la Chiesa disconoscendone il carattere di società giuridicamente perfetta, ponendola sullo stesso piano di tutte le altre associazioni che operano nello Stato: e se le rimane qualche diritto, qualche legittima libertà d’azione, si afferma che li possiede per concessione e benignità dell’autorità civile. Se poi si tratta di uno Stato, nel quale la Chiesa abbia riconosciuti i propri diritti dalle stesse leggi civili, e fra i due poteri esista una convenzione pubblicamente ratificata, sostengono il principio della necessaria separazione della Chiesa dallo Stato; e ciò allo scopo di poter impunemente violare la fede data, e di poter deliberare su tutto liberamente, senza vincoli. E poiché la Chiesa non può tollerare ciò, né può mancare ai suoi sacrosanti e solenni doveri, e quindi pretende che i patti sanciti siano scrupolosamente e integralmente osservati, spesso nascono dissidi tra il potere civile e quello ecclesiastico: dissidi che generalmente vedono soccombere – fra i due contendenti – quello che dispone di minori armi umane di fronte al più forte.

Veramente, Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al Magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: «Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina».

Veramente, in quella forma di società che abbiamo esposto le cose divine e le umane sono armoniosamente ordinate: sono salvi i diritti dei cittadini, in quanto difesi col patrocinio delle leggi divine, naturali e umane; sono sapientemente definiti i singoli doveri ed è opportunamente regolato il loro adempimento. Ciascun individuo, nel suo incerto e faticoso viaggio verso l’eterna città celeste, sa di disporre di guide che lo sostengono nel cammino e lo aiutano a raggiungere la meta, ed ugualmente comprende che altre guide hanno il compito di procurargli o conservargli la sicurezza, le fortune e tutti gli altri beni sui quali poggia questa nostra vita terrena. La società domestica deriva quella solida stabilità che le conviene dalla santità del matrimonio uno e indivisibile; diritti e doveri sono regolati tra i coniugi con sapiente giustizia ed equità; alla donna è riservato il debito onore; l’autorità del marito è modellata su quella di Dio; la patria potestà è convenientemente temperata in considerazione della dignità della moglie e dei figli; infine si provvede alla giusta tutela, al benessere e all’educazione dei figli stessi. Nell’ambito politico e civile, le leggi hanno per oggetto il bene comune, e sono conformate non alla volontà e al fallace giudizio della moltitudine, ma alla verità e alla giustizia; l’autorità dei Principi riveste un carattere in certo modo sacro e sovrumano, e ha dei limiti perché non si allontani dalla giustizia né trascenda ad abusi nel comando; l’obbedienza dei cittadini si accompagna a decoro e dignità, poiché non si tratta di servitù di uomo ad uomo, ma di osservanza della volontà di Dio, che per mezzo di uomini esercita il proprio dominio. Quando tali concetti saranno stati accolti e assimilati, s’intenderà facilmente come sia unicamente atto di giustizia il rispettare la maestà dei Principi, il sottostare con costanza e lealtà ai pubblici poteri, il rifuggire da azioni sediziose, il preservare intatta la santa disciplina sociale. Similmente si annoverano tra i doveri la reciproca carità, la benevolenza, la liberalità; il cittadino che è anche cristiano non viene a trovarsi in contraddizione con se stesso a causa di precetti contrastanti; sono infine assicurati anche alla comunità e alla società civile quegli inestimabili beni, di cui la religione cristiana di per sé ricolma anche la vita terrena degli uomini: sicché emerge tutta la verità di quel detto: «Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela».

Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto. Ma poiché l’uno e l’altro potere si esercitano sugli stessi soggetti, e può accadere che una medesima cosa, per quanto in modi diversi, venga a cadere sotto la giurisdizione dell’uno e dell’altro, l’infinita Provvidenza divina, dalla quale sono stati entrambi stabiliti, deve pure aver composto in modo ordinato e armonioso le loro rispettive orbite, poiché «le autorità che esistono, sono stabilite da Dio» (Rm. 13,1). Se non fosse così, nascerebbero spesso motivi di contrasti e di conflitti; e non di rado l’uomo dovrebbe restare turbato ed esitante, come di fronte a un bivio, incerto circa la via da scegliere, nel caso in cui gli giungessero ordini contrari da parte delle due potestà, al cui imperio non potrebbe sottrarsi senza venir meno al proprio dovere. Ora, assolutamente ripugna il pensare questo della sapienza e della bontà di Dio, il quale anche nel campo dei fenomeni fisici, che sono di ordine tanto inferiore, pure conciliò tra loro le forze naturali e le loro leggi con un disegno razionale e quasi con una mirabile armonia di voci, tale per cui nessuna di esse disturbi le altre, e tutte insieme tendano concordemente e nel modo più consono al fine ultimo del mondo. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo. Di quale natura e peso essa sia, poi, non si può altrimenti stabilire se non prendendo in considerazione, come s’è detto, la natura delle due potestà e ragionando sull’eccellenza e la nobiltà dei loro fini: come all’una spetti anzitutto ed essenzialmente la cura delle cose terrene, all’altra l’acquisizione dei beni celesti e sempiterni.

Quale sia poi la vera religione, senza difficoltà può vedere chi giudichi con metro sereno e imparziale: poiché è evidente per moltissime e luminose prove, per la verità di indubitabili vaticinî, per la frequenza dei miracoli, per la diffusione straordinariamente rapida della fede anche in mezzo a nemici e fra gravissimi ostacoli, per la testimonianza dei martiri e per altre simili, che l’unica vera è quella che Gesù Cristo stesso ha fondato ed affidato alla sua Chiesa perché la difendesse e la propagasse. Infatti l’Unigenito figlio di Dio istituì sulla terra quella società, che chiama Chiesa, alla quale trasmise, perché la continuasse nei secoli, l’eccelsa e divina missione, che Egli stesso aveva ricevuto dal Padre. «Come il Padre mandò me, anch’io mando voi» (Gv. 20,21). «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt. 28,20). Dunque, come Gesù Cristo venne sulla terra perché «gli uomini abbiano la vita e ne abbiano in abbondanza» (Gv. 10,10), allo stesso modo la Chiesa si propone come fine la salvezza eterna delle anime; per questo motivo essa è tale, per sua natura, da offrirsi per abbracciare l’intero genere umano, senza limiti di tempi e di luoghi. «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc. 16,15). A una così vasta moltitudine di uomini Dio stesso assegnò magistrati con il potere di governarla: e tra tutti volle che uno fosse il primo, il supremo e infallibile maestro di verità, ed a lui affidò le chiavi del regno dei cieli. «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt. 16,19). «Pasci gli agnelli... pasci le pecore» (Gv. 21,16-17). «Io pregai per te, perché non venga meno la tua fede» (Lc. 22,32). Questa società, sebbene sia composta di uomini non diversamente dalla società civile, tuttavia, per il fine al quale tende e per i mezzi di cui si serve per conseguirlo, ha carattere soprannaturale e spirituale, e in questo si distingue e differisce dalla società civile; ciò che soprattutto conta, essa è una società nel suo genere e nel suo assetto giuridico perfetta, dal momento che possiede, per volontà e grazia del suo fondatore, in sé e per se stessa tutti gli strumenti necessari al suo esistere e al suo operare.

Chiaro è che una società costituita su queste basi deve assolutamente soddisfare ai molti e solenni doveri che la stringono a Dio con pubbliche manifestazioni di culto. La natura e la ragione, che comandano ad ogni singolo individuo di tributare a Dio pii e devoti atti d’ossequio, poiché tutti siamo in Suo potere e tutti, da Lui originati, a Lui dobbiamo ritornare, impongono la stessa legge alla società civile. Gli uomini uniti in società non sono meno soggetti a Dio dei singoli individui, né la società ha minori doveri dei singoli verso Dio, per la cui volontà è sorta, per il cui assenso si conserva, dalla cui grazia ha ricevuto l’immenso cumulo di beni che possiede. Perciò, come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio – e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera – allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato. Santo deve dunque essere il nome di Dio per i Principi, i quali tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi, né adottare qualsiasi decisione o norma che sia contraria alla sua integrità. È questo il loro dovere anche verso coloro che essi governano. Infatti noi tutti siamo uomini nati e cresciuti in vista di quel supremo ed ultimo bene al quale devono essere rivolti tutti i pensieri, il bene che è posto oltre questa fragile e breve vita, nei cieli. Ora, poiché da ciò dipende la completa e perfetta felicità degli uomini, il conseguire il fine di cui s’è detto è cosa di tale importanza per ognuno, che nulla può essere di maggior momento.

Non è difficile stabilire quali sarebbero l’aspetto e la struttura di uno Stato che fosse governato sulla base dei principi cristiani. Il vivere in una società civile è insito nella natura stessa dell’uomo: e poiché egli non può, nell’isolamento, procurarsi né il vitto né il vestiario necessario alla vita, né raggiungere la perfezione intellettuale e morale, per disposizione provvidenziale nasce atto a congiungersi e a riunirsi con gli altri uomini, tanto nella società domestica quanto nella società civile, la quale sola può fornirgli tutto quanto basta perfettamente alla vita. E poiché non può reggersi alcuna società, senza qualcuno che sia a capo di tutti e che spinga ciascuno, con efficace e coerente impulso, verso un fine comune, ne consegue che alla convivenza civile è necessaria un’autorità che la governi: e questa, non diversamente dalla società, proviene dalla natura e perciò da Dio stesso. Ne consegue che il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto d’imperio non lo riceve da altri se non da Dio, massimo Principe di tutti. Non v’è potere se non da Dio (Rm. 13,1). Il diritto d’imperio, poi, non è di per sé legato necessariamente ad alcuna particolare forma di governo: questo potrà a buon diritto assumere l’una o l’altra forma, purché effettivamente idonea all’utilità e al bene pubblico. Ma in qualsiasi tipo di Stato i prìncipi devono soprattutto tener fisso lo sguardo a Dio, sommo reggitore del mondo, e proporsi Lui quale modello e norma nel governo della comunità. Così come nelle cose visibili Dio creò le cause seconde perché vi si potessero scorgere in qualche modo la natura e l’azione divina, e perché indicassero il fine ultimo al quale sono dirette tutte le cose, allo stesso modo volle che nella società civile esistesse un potere sovrano, i cui depositari rimandassero in qualche modo l’immagine della potestà divina e della divina provvidenza sul genere umano.

Quell’immortale opera di Dio misericordioso che è la Chiesa, sebbene in sé e per sua natura si proponga come scopo la salvezza delle anime e il raggiungimento della felicità celeste, pure anche nel campo delle cose terrene reca tali e tanti benefìci, quali più numerosi e maggiori non potrebbe se fosse stata istituita al precipuo e prioritario scopo di tutelare e assicurare la prosperità di questa vita terrena. E veramente dovunque la Chiesa abbia posto piede ha immediatamente cambiato l’aspetto delle cose, ha instillato nei costumi dei popoli virtù prima sconosciute e una nuova civiltà: e i popoli che l’accolsero si distinsero per l’umanità, per l’equità, per le imprese gloriose. Eppure resiste quella tradizionale e oltraggiosa accusa secondo cui la Chiesa sarebbe in contrasto con gl’interessi dello Stato e del tutto incapace di dare un contributo a quelle esigenze di benessere e di decoro, cui a buon diritto e naturalmente tende ogni società ben ordinata. Sappiamo che fin dai primi tempi della Chiesa i cristiani erano perseguitati in nome di analogo, iniquo pregiudizio, e che si soleva anche additarli all’odio e al sospetto come nemici dell’impero: allora il popolo amava far ricadere sul nome cristiano la colpa di qualunque sventura si fosse abbattuta sullo Stato, quando invece era la giustizia di Dio che esigeva dai peccatori la dovuta espiazione delle loro scelleratezze. L’atrocità di simile calunnia giustamente armò l’ingegno ed affilò la penna di Agostino, il quale, particolarmente nella Città di Dio, illuminò di tanta luce l’efficacia della dottrina cristiana anche per quanto attiene alla vita sociale, che non sembra tanto aver difeso la causa dei cristiani del suo tempo, quanto aver riportato un trionfo imperituro su tutte le false calunnie. Non si placò tuttavia la funesta voglia di simili accuse e denigrazioni, ed a moltissimi piacque attingere le norme del vivere sociale altrove piuttosto che dalle dottrine approvate dalla Chiesa cattolica. Anzi, in questi ultimi tempi cominciò a prevalere e a farsi dominante ovunque quello che chiamano nuovo diritto, che proclamano essere come il frutto di un secolo ormai adulto, maturato attraverso il progredire della libertà.

[...] Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo. Infatti, se veramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limitata da alcuna legge. Ne consegue del pari che queste varie libertà possono essere tollerate se vi sia un giusto motivo, ma entro certi limiti di moderazione, in modo che non degenerino nell’arbitrio e nell’arroganza. Dove infatti vige la consuetudine di queste libertà, i cittadini le trasformino in facoltà di agire correttamente e di esse abbiano il concetto medesimo che ne ha la Chiesa. Pertanto ogni libertà è da ritenere legittima finché procura più frequenti occasioni di onesta condotta, altrimenti no. Dove la tirannide opprima o sovrasti in modo tale da sottomettere la cittadinanza con iniqua violenza, o costringa la Chiesa ad essere priva della dovuta libertà, è lecito chiedere una diversa organizzazione dello Stato, in cui sia concesso agire liberamente; in questo caso non si rivendica quella smodata e colpevole libertà, ma qualche sollievo a vantaggio di tutti e si agisce così solamente perché non sia impedita la facoltà di comportarsi onestamente là dove si concede licenza al malaffare. [...] Inoltre, non è vietato preferire un tipo di Stato regolato dalla partecipazione popolare, fatta salva la dottrina cattolica circa l’origine e l’esercizio del pubblico potere. Tra i vari tipi di Stato, purché siano di per se stessi in grado di provvedere al benessere dei cittadini, nessuno è riprovato dalla Chiesa; essa pretende tuttavia ciò che anche la natura comanda: che i singoli Stati si reggano senza recare danno ad alcuno, e soprattutto rispettino i diritti della Chiesa. È onesto partecipare alla pubblica amministrazione, a meno che in qualche luogo, per eccezionali circostanze di tempo e di cose, non venga disposto diversamente; anzi la Chiesa approva che ognuno dedichi l’opera sua al comune vantaggio e che con ogni sua iniziativa – nei limiti del possibile – difenda, consolidi, renda prospero lo Stato.

Tuttavia la Chiesa, con intelligenza materna, considera il grave peso della umana fragilità e non ignora quale sia il corso degli animi e delle vicende da cui è trascinata la nostra età. Per queste ragioni, senza attribuire diritti se non alla verità e alla rettitudine, la Chiesa non vieta che il pubblico potere tolleri qualcosa non conforme alla verità e alla giustizia, o per evitare un male maggiore o per conseguire e preservare un bene. Dio stesso provvidentissimo, infinitamente buono e potente, consentì tuttavia che nel mondo esistesse il male, in parte perché non siano esclusi beni più rilevanti, in parte perché non si conseguano mali maggiori. Nel governo delle nazioni è giusto imitare il Reggitore del mondo: anzi, non potendo l’umana autorità impedire ogni male, deve «concedere e lasciare impunite molte cose che invece sono punite giustamente dalla divina Provvidenza». Tuttavia, come complemento a quanto detto, se a causa del bene comune e soltanto per questo motivo la legge degli uomini può o anche deve tollerare il male, non può né deve approvarlo o volerlo in quanto tale: infatti il male, essendo di per sé privazione di bene, ripugna al bene comune che il legislatore, per quanto gli è possibile, deve volere e tutelare. E anche in questo caso è necessario che la legge umana si proponga di imitare Dio il quale, nel consentire che il male esista nel mondo «non vuole che il male si faccia, né vuole che il male non si faccia, ma vuole permettere che il male si faccia, e questo è bene» . Questa affermazione del dottore Angelico contiene in sintesi tutta la dottrina sulla tolleranza del male. Ma bisogna riconoscere, se si vuole giudicare rettamente, che quanto più in uno Stato è necessario tollerare il male, tanto più questo tipo di Stato è lontano da una condizione ottimale; così pure, quando si opera secondo i precetti della prudenza politica, è necessario circoscrivere la tolleranza dei mali entro i limiti che il motivo – cioè la salute pubblica – richiede. Perciò, se la tolleranza reca danno alla salute pubblica e procura mali maggiori allo Stato, ne consegue che non è lecito praticarla, poiché in tali circostanze viene a mancare il movente del bene.

Infine non si può tacere che un campo immenso si spalanca in cui l’iniziativa e l’intelligenza degli uomini possono liberamente spaziare ed esercitarsi: cioè sui temi che non hanno alcun necessario rapporto con i principi di fede e di morale cristiana o sui quali la Chiesa, senza far uso della sua autorità, lascia libero e integro il giudizio dei dotti. Da quanto si è detto si comprende quale sia nella fattispecie quella libertà che con pari ardore rivendicano e predicano i seguaci del Liberalismo. Per un verso pretendono per sé e per lo Stato una licenza così eccessiva che non esitano ad aprire un varco anche alle opinioni più perverse; d’altra parte intralciano in tanti modi la Chiesa e restringono la sua libertà entro i più angusti limiti, per quanto è loro possibile, quantunque dalla dottrina della Chiesa non solo non si deve temere alcun danno ma ci si deve aspettare ogni sorta di benefici. Inoltre si predica assiduamente quella che viene chiamata libertà di coscienza; la quale, se interpretata nel senso che a ciascuno è giustamente lecito, a piacer suo, di venerare o di non onorare Dio, trova la sua smentita negli argomenti svolti in precedenza. Ma può avere anche questo significato: all’uomo è lecito, nel civile consorzio, seguire la volontà e i comandamenti di Dio secondo coscienza e senza impedimento alcuno. Questa vera libertà, degna dei figli di Dio, che assai giustamente tutela la dignità della persona umana, è più forte di qualunque violenza e offesa, ed è sempre desiderata e soprattutto amata dalla Chiesa. Con costanza, gli Apostoli rivendicarono per sé una siffatta libertà; gli Apologisti la sancirono con gli scritti; i Martiri la consacrarono in gran numero col loro sangue. E meritatamente, in quanto questa libertà cristiana attesta ad un tempo il supremo e giustissimo potere di Dio sugli uomini e l’assoluto e primario dovere degli uomini verso Dio. Essa non ha nulla in comune con uno spirito sedizioso e ribelle, né la si può in alcun modo incolpare di voler sottrarsi all’ossequio verso il pubblico potere, poiché comandare e pretendere obbedienza, nella misura che tale diritto appartiene al potere umano, per nulla contrasta col potere divino e si mantiene nell’ordine voluto da Dio.

Ora si consideri un poco la libertà di parola e ciò che piace esprimere per mezzo della stampa. È appena il caso di dire che questa libertà non può essere un diritto se non è temperata dalla moderazione ed esorbita oltre la misura. Infatti il diritto è una facoltà morale: come dicemmo e come dovremo più spesso ridire, è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine. La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società. Gli abusi dell’ingegno sregolato, che si risolvono in oppressione delle moltitudini ignoranti, devono essere repressi dall’autorità delle leggi non meno che le offese recate con la forza ai più deboli. Tanto più che una gran parte di cittadini non può affatto – o talvolta lo può con estrema difficoltà – guardarsi dai sofismi e dagli artifici dialettici, soprattutto se blandiscono le passioni. Concessa a chiunque illimitata libertà di parola e di stampa, nulla rimarrà d’intatto e d’inviolato; non saranno neppure risparmiati quei supremi e veritieri principi di natura che sono da considerare come un comune e nobilissimo patrimonio del genere umano. Così oscurata a poco a poco la verità dalla tenebre, come spesso accade, facilmente prenderà il sopravvento il regno dell’errore dannoso e proteiforme. Perciò quanto più la licenza avrà spazio, tanto maggiore danno avrà la libertà; tanto più sarà ampia e sicura la libertà, quanto più efficaci i freni alla licenza. Invero, ove natura non si opponga, è concesso, su questioni opinabili permesse da Dio alla discussione degli uomini, esprimere liberamente ciò che piace e ciò che si sente; infatti una tale libertà non conduce mai gli uomini a conculcare la verità, ma semmai ad indagarla ed a rivelarla.

In primo luogo notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna. Eppure, fra tutti i doveri umani, senza dubbio il più nobile e il più santo consiste nell’obbligo di onorare Dio con profonda devozione. Tale obbligo deriva dal fatto che noi siamo sempre in potere di Dio, siamo governati dalla volontà e dalla provvidenza di Dio e, da Lui partiti, a Lui dobbiamo ritornare. Si aggiunga che senza religione non può esservi virtù nel vero senso della parola; infatti è virtù morale quella che ha per dovere di condurre a Dio, ultimo e sommo bene per l’uomo; perciò la religione, che determina le azioni che direttamente e immediatamente hanno il fine di onorare Dio, è sovrana e moderatrice di tutte le virtù. E a chi si chiede quale unica religione sia doveroso seguire, tra le molte esistenti e tra loro discordi, la ragione e la natura rispondono: certamente quella che Dio ha prescritto e che gli uomini possono facilmente riconoscere da certi aspetti esteriori con cui la divina provvidenza volle distinguerla, poiché in una questione di tanta importanza ogni errore produrrebbe immense rovine. Perciò, una volta concessa quella libertà di cui stiamo parlando, si attribuisce all’uomo la facoltà di pervertire o abbandonare impunemente un sacrosanto dovere, e conseguentemente di volgersi al male rinunciando a un bene immutabile; questa non è libertà, come dicemmo, ma licenza e schiavitù di un’anima avvilita nel peccato. La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti, senza tener conto della volontà popolare, se il popolo si dichiara cattolico. Ma perché fossero corretti tali principi, dovrebbe essere vero che gli obblighi della società civile verso Dio o sono nulli o possono essere impunemente disattesi: e ciò è falso in entrambi i casi.

Alquanto più moderati, ma per nulla più coerenti, sono coloro che dicono che la vita e i costumi dei privati devono essere regolati dal dettato delle leggi divine, ma non quelli dello Stato; che è lecito sottrarsi ai comandamenti di Dio nei pubblici affari e non rifarsi ad essi in alcun modo nel formulare le leggi. Ne deriva quel funesto corollario per cui è necessario dissociare la Chiesa dallo Stato. Ma non è difficile comprendere l’assurdità di queste affermazioni. Infatti la stessa natura prescrive che ai cittadini siano dati mezzi e opportunità per condurre una vita onesta, cioè conforme alla legge di Dio, poiché Dio è il principio della rettitudine e della giustizia e quindi è inconcepibile che lo Stato ignori quelle stesse leggi o che possa fondare una convivenza ad esse ostile. Inoltre coloro che governano i popoli hanno il dovere verso la comunità di provvedere non solo al benessere e ai beni materiali, ma soprattutto ai beni spirituali con la sapienza delle leggi. E invero non si può immaginare nulla di più adatto ad accrescere questi beni che quelle leggi di cui Dio è autore; perciò, nel governo della società, coloro che rifiutano di applicare le leggi divine, fanno sì che il potere politico si svii dal suo scopo e dall’ordine di natura. Ma ciò che più importa e che già da Noi stessi fu più volte ricordato, è il fatto che, sebbene il governo civile miri a fini diversi rispetto al potere sacrale, e non percorra lo stesso itinerario, tuttavia nell’esercizio del potere è inevitabile che talora l’uno e l’altro s’incontrino. Infatti entrambi hanno il dominio sulle stesse persone e accade spesso che entrambi affrontino le stesse questioni sia pure con diverso criterio. Ogni volta che un tal caso si presenta, poiché il conflitto è assurdo e profondamente ripugna alla sapientissima volontà di Dio, è necessario che vi sia un metodo e un ordine per cui possa sussistere un ragionevole accordo nell’operare, dopo aver rimosso le cause di dispute e di conflitti. Una siffatta concordia fu già paragonata, non senza ragione, all’unione che esiste tra l’anima e il corpo, con vantaggio di entrambe le parti; la loro disunione è soprattutto nociva al corpo, in quanto ne spegne la vita.

Quanto si è detto circa la libertà dei singoli uomini può essere facilmente riferito agli uomini tra loro uniti in civile consorzio. Infatti, ciò che la ragione e la legge naturale operano nei singoli uomini, del pari agisce nella società la legge umana promulgata per il bene comune dei cittadini. Tra le leggi degli uomini alcune riguardano ciò che per natura è bene o male; esse, corredate dalla debita sanzione, insegnano a seguire l’uno e a fuggire l’altro. Ma siffatte disposizioni non traggono origine dalla società umana, poiché come la stessa società non ha generato la natura umana, così del pari non crea il bene che conviene alla natura, né il male che ripugna alla natura; piuttosto precorrono la stessa società civile e sono assolutamente da ricondurre alla legge naturale e perciò alla legge eterna. Dunque i precetti di diritto naturale contenuti nelle leggi umane, non hanno solo la forza di legge umana ma soprattutto comprendono quell’autorità molto più alta e molto più augusta che proviene dalla stessa legge di natura e dalla legge eterna. In questo genere di leggi, il dovere del legislatore civile è comunemente quello di condurre all’obbedienza i cittadini, dopo aver adottato una comune disciplina, reprimendo i malvagi inclini ai vizi, affinché, distolti dal male, perseguano la rettitudine o almeno non siano d’impedimento e danno alla società. Invero, altre ordinanze del potere civile non derivano subito e direttamente dal diritto naturale, ma da più lontano e in modo obliquo, e definiscono varie questioni che la natura non ha definito se non in generale e in modo indeterminato. Così la natura comanda che i cittadini contribuiscano alla tranquillità e alla prosperità pubblica: ma quanto, come, in quali occasioni non è stabilito da natura, bensì dalla saggezza degli uomini. Ora, in queste particolari regole di vita suggerite dalla prudenza della ragione e introdotte dal legittimo potere, consiste la legge umana propriamente detta. Questa legge impone a tutti i cittadini di concorrere al fine indicato dalla società e vieta di abbandonarlo; la stessa legge, finché segue dolcemente e consenziente i dettami di natura, conduce alla rettitudine e distoglie dal male.

La libertà, nobilissimo dono di natura, proprio unicamente di creature dotate d’intelletto e di ragione, attribuisce all’uomo la dignità di essere «in mano del proprio arbitrio» e di essere padrone delle proprie azioni. Tuttavia è molto importante stabilire in che modo tale dignità debba manifestarsi, poiché dall’uso della libertà possono derivare grandi vantaggi ma anche grandi mali. Infatti è facoltà dell’uomo ubbidire alla ragione, seguire il bene morale, tendere direttamente al suo fine ultimo. Ma egli può anche deviare verso tutt’altri scopi e, perseguendo false immagini del bene, può turbare l’ordine prestabilito e precipitare in volontaria rovina. Gesù Cristo, liberatore del genere umano, restaurando ed elevando la primitiva dignità di natura, giovò moltissimo alla volontà dell’uomo e la innalzò verso miglior segno, ora soccorrendola con la sua grazia, ora proponendo la sempiterna felicità nei cieli. Per tale motivo la Chiesa cattolica ha giovato e gioverà sempre a questo eccellente bene di natura, poiché è sua missione diffondere in tutto il corso dei secoli i benefici recati a noi da Gesù Cristo. Eppure sono molti coloro che considerano la Chiesa contraria alla libertà umana. La causa di tale pregiudizio proviene da un perverso e confuso concetto di libertà, che viene snaturato nella sua essenza o allargato più del giusto, in modo da coinvolgere situazioni nelle quali l’uomo non può essere libero, se si vuol giudicare rettamente. In altre occasioni, e soprattutto nella Enciclica «Immortale Dei», discorremmo delle cosiddette libertà moderne, facendo distinzione tra ciò che è onesto e il suo contrario; dimostrammo ad un tempo che ciò che vi è di buono in quelle libertà è tanto antico quanto la verità e che la Chiesa lo ha sempre favorevolmente approvato e messo in pratica. Ciò che vi aggiunse di nuovo, a dire il vero, consiste nella parte più corrotta che provenne da tempi turbolenti e da eccessiva brama di novità. Ma poiché vi sono molti che si ostinano nella opinione che quelle libertà, anche quando siano segnate dal male, sono da considerare come il sommo vanto della nostra età e il necessario fondamento delle formazioni statali, così che, senza di quelle, negano che si possa concepire un perfetto governo dello Stato, Ci sembra sia necessario trattare specificamente tale argomento, avendo come obiettivo il pubblico bene. 

In questi giorni in cui l’immagine del divino Fanciullo, disceso dal cielo per salvare il mondo, attira invincibilmente i cuori degli uomini, è per Noi una gioia particolare di ricevervi e di manifestarvi la Nostra stima e il Nostro affetto. Voi celebrate il decimo anniversario di fondazione del «Centro Oratori Romani», alla cui opera ammirabile consacrate il vostro zelo. Nelle parrocchie popolari della Città e nelle borgate della periferia voi dirigete più dì cinquanta centri presentemente attivi, vi adoperate a iniziare migliaia di fanciulli ai più soavi misteri del cristianesimo, infiammate i loro cuori col desiderio di ben fare, di divenire migliori, di mostrarsi amici sempre più ferventi di Gesù e di Maria. Sottraendoli ai pericoli dell’ozio e delle cattive compagnie, procurate loro sani divertimenti e mille occasioni di formare il loro spirito, di apprendere a ben condursi, a divenire uomini penetrati di principi religiosi solidi e profondi; lungi dal non ritenere degli anni della loro infanzia che ricordi di amarezza, essi conserveranno così per tutta la vita le benefiche impressioni della vostra dedizione, dei vostri consigli e della vostra sollecitudine. Perciò Noi vorremmo che voi foste sempre più persuasi della importanza che diamo all’opera vostra. L’insegnamento religioso, specialmente quando s’indirizza a giovani menti, non può contentarsi dì esporre in lezioni astratte le verità della fede e le regole della morale cristiana; esso deve inoltre guidare incessantemente, nel modo il più possibile adeguato e concreto, tutte le attività del fanciullo, dell’adolescente, suggerirgli la maniera di comportarsi nelle difficoltà, attrarlo con l’esempio e con la emulazione tra i migliori, sostenerlo nel suo sforzo per prevenire la stanchezza e lo scoraggiamento. Voi vi studiate di praticare questa costante esortazione nelle forme più diverse, utilizzando quasi a sostegno le solennità e le feste liturgiche che nutriscono e stimolano la pietà. Perciò avete disposto nel corso dell’anno un ciclo di intraprese, di concorsi, di tornei, atti a rinnovare continuamente l’interesse per le manifestazioni della vita cristiana.

Non è ancora trascorso un mese da quando per mezzo della Radio Noi abbiamo parlato, come a tutta l’Azione Cattolica, così anche a ciascuna di voi, dilette figlie, Religiose e Delegate delle Sezioni Minori; giovani fervorose rappresentanti delle diocesi vincitrici di Gruppo e di Sezione nella Gara collettiva; Effettive e Beniamine vittoriose nella Gara individuale regionale di coltura religiosa. Potremmo quindi restringerCi a insistere, affinché mettiate il massimo impegno — al Centro e alla periferia — nel praticare quanto lo Spirito Santo Ci ha posto in cuore in un momento così grave per l’Italia e per il mondo. E mentre alle piccole Beniamine, dai candidi volti sorridenti, chiediamo nuovamente che aiutino il Papa con la loro innocenza e con la loro preghiera; a voi, Dirigenti nazionali e diocesane, vogliamo ridire quanto sia urgente di fare ogni sforzo e di accettare qualsiasi sacrificio perché divenga sempre più salda l’opera concorde di tutta l’Azione Cattolica. Nutriamo fiducia che le Nostre dilette giovani metteranno ogni impegno per giungere alla mèta desiderata. Ma forse voi non sareste contente, se vi lasciassimo partire senza approfittare della vostra presenza per esprimervi la Nostra paterna gratitudine e per dirvi una Nostra semplice parola di esortazione e di conforto. Essa si rivolge anzitutto a voi, dilette figlie appartenenti alle varie Congregazioni religiose; anime veramente eroiche che passate la vostra vita negli Istituti, negli orfanotrofi, negli asili; nella rinunzia ad ogni umana soddisfazione e operando infaticabili e silenziose; spesso sconosciute e talvolta anche misconosciute; vere madri spirituali, nel cui grembo la Chiesa depone trepidante ma fiduciosa i fiori più delicati del suo giardino. E poi il Nostro grato saluto, la Nostra esortazione va alle Delegate delle Sezioni Minori, cui sono affidate le più piccole reclute dell’esercito femminile dell’Azione Cattolica Italiana. Santamente orgogliose del vostro lavoro, fidenti nella grazia di Dio, adoperatevi a formare cristianamente le vostre bambine, spinte da un amore illuminato e generoso.

Nell’assidua Nostra sollecitudine per ogni classe di sofferenti, ai quali Ci legano speciali vincoli di paterna pietà, non ultimi siete Voi, diletti figli e figlie d’Italia e del mondo, che gemete negli Istituti di pena, ivi condotti per amare vie da circostanze talora a voi stessi inesplicabili. Ma in questi giorni di solennità natalizie, dalle quali ogni cristiano attinge motivi di gaudio, Noi Ci sentiamo particolarmente a voi vicini, come a coloro che più degli altri anelano nella solitudine al lenimento del conforto, e nelle tenebre alla luce della speranza. E siamo altresì accanto alle vostre famiglie, a cui la vostra assenza sottrae, non di rado insieme col pane, la gioia propria del Natale, che è di godere dei sacri misteri della infanzia di Gesù, - stretti nell’affettuoso tepore del santuario domestico. Tuttavia, se il rigore della umana giustizia vi nega per qual che tempo questa dolcezza, altri più profondi e veraci conforti a voi offre il Neonato divino giacente sulla dura paglia per amor nostro, quel Gesù che a ragione fu invocato da tutti, e specialmente da voi, con la voce della liturgia dell’Avvento: «Veni, et educ vinctum de domo carceris» (Ant. O Clavis; cfr. Is. 42, 7). Non meno che per gli altri uomini — tutti quaggiù in qualche modo rei e prigionieri —, per voi Gesù è venuto a recare una più nobile ed intima liberazione, quella che dal giogo e dalle catene delle passioni e del peccato redime alla pace dello spirito annunziata nella Notte santa; che opera la interiore rinnovazione della vita e rapisce nella luce ristoratrice di una Epifania di redenzione. Se dalle pene che vi stringono saprete librarvi sulle ali della fede, non solo gusterete queste gioie arcane, ma le possederete così che nessuno mai varrà a rapirvele: né le avversità degli eventi, né le asprezze del carcere, né i possibili errori della giustizia terrena, né la incomprensione degli uomini, né lo stesso rimorso, dalla grazia elevato a salutare e consolante pentimento. Riprovando e rinnegando, ove occorra, nel profondo del vostro cuore, un triste passato, che consumino e disperdano la contrizione e l’amore ; illuminati e sorretti dalla fede a guardare e a sentire le vicende della terra con occhi e spirito di cristiani; voi scoprirete nella stessa vostra condizione presente occasioni preziose e sorgenti sommamente feconde di grandi beni.

Come ogni volta, diletti figli, nella ricorrenza delle Sante Feste Natalizie e del nuovo anno, così anche oggi Noi accogliamo con vivo gradimento l’omaggio filiale dei vostri auguri, così nobilmente espressi dal vostro illustre Comandante, e godiamo di ridirvi il Nostro paterno affetto verso di voi e la Nostra fiducia in voi. Il motivo di questo affetto e di questa fiducia ha un ben alto e perenne significato: l’esser voi la Nostra Guardia di difesa e di onore. Tale stretta appartenenza della vostra milizia al Vicario di Cristo è rimasta fin dalle sue origini sempre ferma e salda, anche se il corso e il progresso dei tempi e gli avvenimenti mutevoli della storia la fanno successivamente apparire sotto nuovi aspetti. Guardie del Corpo per la difesa della Santa Sede e del Sommo Pontefice, voi dimostraste una franca prontezza di vigilanza e di presidio, quando, or è un anno, le note vicissitudini vennero a turbare e a mettere in pericolo la sicurezza di questo Nostro piccolo Stato della Città del Vaticano, destinato a garantire anche visibilmente la indipendenza del Nostro Ministero Apostolico. Ma un altro pensiero vorremmo che attirasse egualmente la vostra attenzione. Più traditrici della spada, operano la lingua e la penna ed esercitano, apertamente o nell’ombra, un’azione, contro la quale è spesso più arduo il difendersi: lingua eorum, dice il Salmista, gladius acutus (Ps. 56, 5): la loro lingua è una spada affilata. La ostilità dei nemici di Cristo e della Chiesa ha avuto in ogni tempo al suo servigio non soltanto le critiche malevole e gli assalti veementi, ma soprattutto le calunnie velenose, le insinuazioni caute e subdole, i rumori vaghi e anonimi, abilmente diffusi e che non di rado sorprendono la buona fede anche di taluni cristiani ignari o creduli. Che se ad altri è affidato l’alto ufficio di custodire e di tutelare il sacro deposito e le prerogative di questa Sede Apostolica, anche a voi, diletti figli, — ciascuno secondo il suo carattere, le sue attitudini, le sue condizioni personali, le opportune occasioni che gli si offrono — spetta di contribuire alla difesa della Chiesa e della S. Sede, vale a dire della verità, della giustizia, degli insegnamenti del Maestro e Redentore divino.

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