Nei sacrifici dell’antichità non v’era solo l’offerta e la distruzione della vittima; v’era anche la partecipazione al sacrificio stesso, ossia la Comunione. Nella distruzione l’uomo si volgeva a Dio; nella Comunione Dio si volgeva all’uomo, in quanto questi, mangiando parte della vittima, divenuta santa e sacra, si appropriava in qualche modo la virtù divina. Anche nel Sacrificio per eccellenza, la Santa Messa, la partecipazione o comunione è l’atto ultimo, che chiude l’azione sacrificale. E siccome la vittima è l’Uomo-Dio, così noi riceviamo nel nostro cuore Gesù Cristo, che si è immolato sul Calvario ed ogni giorno si immola sui nostri altari. L’insegnamento di Gesù non poteva esser più chiaro. Nel discorso della promessa e nell’istituzione della Eucaristia, Egli ha usato parole, che sono d’una limpidità perfetta. E il dogma, quando ci obbliga a credere che dopo la consacrazione il pane non è più pane, il vino non è più vino, ma che la sostanza del pane e del vino in virtù delle parole si è mutata nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo; quando ci dice che per concomitanza sotto le specie del pane e sotto le specie del vino è presente veramente, realmente e sostanzialmente Gesù Cristo non solo col suo Corpo o col suo Sangue, ma anche con la sua Anima e con la Divinità, non fa altro se non tradurre le espressioni del divino Istitutore dell’Eucaristia. La teologia studia il dato della rivelazione e, discutendo i vari generi di presenza, ci fa notare come io posso esser presente in un luogo localmente, a modo dei corpi naturali; posso esser presente col mio pensiero in diversi luoghi; il mio pensiero stesso, espresso in parole e stampato, può esser riprodotto in mille esemplari ed esser presente in mille volumi, pur restando un solo pensiero. E la teologia soggiunge come Gesù Cristo non è presente sotto le specie del pane e del vino in nessuno di questi modi, ma in un modo misterioso, il modo sacramentale, che può esser paragonato al modo di presenza della sostanza. Come, infatti, la sostanza è tutta in tutto un corpo e tutta in ciascuna parte, così tutto Gesù Cristo è presente in un’Ostia intera, in tutte e singole le Ostie consacrate ed è presente in tutte le parti dell’Ostia, pur restando un unico Gesù. Ma noi non vogliamo in questo Sillabario del Cristianesimo discutere tali problemi; ci basta notare che anche al Sacrificio della Messa - ossia all’unione dell’uomo con Dio - è connessa la Comunione - ossia l’unione di Dio con l’uomo. Dio ha voluto venire nell’anima nostra, appunto per divinizzarla sempre più, per conservare in essa la vita della grazia soprannaturale, per accrescerla, per riparare le colpe veniali ed i difetti che la offuscano, per riempirci di ogni benedizione celeste e di gioia. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed Io in lui», ha detto Gesù Cristo. Con la Comunione non siamo più noi che viviamo, è Gesù Cristo che vive in noi. Egli ci trasforma in sé e mai come allora siamo uniti al nostro Dio. Un fascio di luce viene proiettato su questo mistero d’infinito amore, se noi lo riguardiamo al raggio dei principi esposti a proposito dell’ordine soprannaturale. La nostra divinizzazione per mezzo di Cristo ci spiega perché il Redentore nostro, non contento di essersi sacrificato per noi, ha voluto diventare il nostro nutrimento. La preziosità della Messa e della Comunione; l’importanza della propaganda per la frequenza alla prima ed alla seconda, anzi per la Messa e la Comunione quotidiane; la convenienza di comunicarci - quando ragioni di utilità o di necessità non consigliano altrimenti - non prima o dopo, ma durante la Messa, insieme col Sacerdote, sono tutte cose che ormai debbono brillare d’intuitiva evidenza. In una sua poesia, un poeta indiano, il Tagore, descrive il mendicante, che racconta la sua fortunata avventura: «Sono andato a mendicare di porta in porta, lungo le strade del villaggio, quando il tuo cocchio dorato apparve in lontananza come un fastoso sogno, e io con meraviglia mi domandavo: - Chi sarà mai questo Re di tutti i re? - Le mie speranze salirono alte, e pensai che i miei lieti giorni sarebbero giunti finalmente, e mi fermai aspettando l’elemosina che è data senza esser richiesta e le ricchezze che vengono sparse ovunque nella polvere. Il cocchio si fermò davanti a me. Il tuo sguardo cadde su di me e tu con sorriso scendesti. Io sentivo che la fortuna della mia vita era finalmente arrivata. Allora, improvvisamente tu stendesti la destra e dicesti: - Che cosa hai da darmi? - Ah, quale scherno fu questo d’aprire la tua mano a un mendico, per mendicare! - Io ero confuso e stavo indeciso; poi dalla bisaccia tirai fuori lentamente il più piccolo chicco di frumento e te lo diedi. Ma come fu grande la mia sorpresa, quando, alla sera di quel giorno, vuotai il sacco sul pavimento e scorsi dentro al povero mucchio un piccolissimo granello d’oro. Amaramente piansi, ed avrei allora desiderato d’aver avuto il cuore di darti tutto il mio avere». Anche il nostro Re dei re, Cristo Signore, è venuto a noi, poveri mendicanti, ci ha steso la mano ed ha preso il nostro chicco di frumento. Ma Egli non si è accontentato di trasformarlo in un granello d’oro, ma l’ha mutato in sé, per offrire se stesso al Padre e per offrirsi a noi, perché fra Dio e l’uomo non vi fosse separazione, ma un’unione santa ed ineffabile.

Ogni popolo, ogni religione ha avuto i suoi sacrifici. Ed il sacrificio, se se ne cerca la natura, ci si presenta, in primo luogo, come offerta e distruzione della vittima. Con questo l’uomo riconosce la sua sudditanza verso Dio ed il suo nulla di fronte alla perfezione infinita del Creatore. L’atto della distruzione è un vero gesto d’adorazione, a cui si aggiungono gli altri significati, il ringraziamento, cioè, alla divinità per i benefici ricevuti, la supplica per ottenere favori e protezione, la propiziazione che invoca pietà per i peccati commessi. Tutti i sacrifici dell’antica Legge erano figure del grande sacrificio dell’Uomo-Dio sulla Croce: come dice san Paolo, «Gesù Cristo ha offerto se stesso a Dio per noi come un’oblazione e come vittima di soave fragranza», compiendo così l’atto più sublime e rendendo al Padre l’omaggio più perfetto. Il sacrificio del Calvario bastava completamente, essendo di valore infinito. Ma Gesù ha voluto istituire la Santa Messa, per i seguenti motivi: a) per rinnovare il suo Sacrificio, offrendo se stesso in ogni Messa al Padre ed immolandosi in un modo incruento sui nostri altari. La doppia consacrazione del pane e del vino, compiuta con due atti separati, significa la mistica immolazione del Salvatore, cosicché la Messa è un vero e proprio Sacrificio; ed ogni volta che si celebra una Messa, è Gesù Cristo che si sacrifica. Il Sacerdote non è che il ministro, ed è per questo che egli non dice: «Questo è il Corpo, il Sangue di Gesù Cristo», bensì: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»; b) per ricordare il Sacrificio del Calvario. Nel Sacramento mirabile - per dirla con la Chiesa - Dio ci ha lasciato la memoria della sua passione. Ed ogni volta che noi assistiamo ad una Messa, dobbiamo rivivere in noi il dramma divino del Golgota; c) per applicare ai fedeli i frutti dell’immolazione cruenta sulla Croce. Cosicché fra l’Altare ed il Calvario esiste un nesso essenziale. «Il sacrificio che si compie nella Messa - rileva lucidamente il Catechismo romano - e quello che fu offerto sulla Croce non sono e non possono essere che un solo e medesimo sacrificio», quantunque, a differenza della Messa, sul Calvario Gesù Cristo si sia sacrificato con la reale effusione del suo Sangue. E se noi vogliamo attingere alle fonti della grazia, dobbiamo partecipare alla Santa Messa, con la quale ci è dato di offrire a Dio un omaggio di valore infinito, un’adorazione perfetta, un inno di ringraziamento degno di Lui, una riparazione adeguata delle colpe nostre, una supplica d’immensa efficacia.

Nella notte in cui veniva tradito, Gesù prese il pane ed il vino, li benedisse e li distribuì ai suoi Apostoli, dicendo: «Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo... Prendete e bevete, questo è il mio Sangue... Fate questo in memoria di me». L’Eucaristia era istituita. Fino alla fine dei secoli Gesù Sacramentato sarebbe rimasto con noi sui nostri altari. Un apostolo del movimento liturgico in Italia, [...] nell’introduzione al suo Messale festivo per i fedeli (che vorremmo vedere nelle mani di tutti coloro che assistono, specie alla domenica, alla Santa Messa), osserva giustamente che quella cena «diventò nell’antichità il prototipo […]. Gli Apostoli, ad esempio di Gesù, si riunirono tosto per la preghiera e per la frazione del pane, il che passò nelle generazioni cristiane come cosa indispensabile per il culto da rendersi a Dio e per la vita stessa della Chiesa. La Santa Messa fu così considerata giustamente come l’atto principale e più importante della religione, a cui tutti si tenevano in dovere di partecipare. L’Eucaristia fu e rimane quel sole divino, intorno al quale si muovono e si sviluppano tutte le anime redente dal sangue di Gesù, che vogliono conseguire l’eredità della salute eterna». Da quella notte l’Ostia ed il Calice della salute in ogni canto della terra furono e sono innalzati al Cielo; da quel momento - come Gesù disse un dì a santa Matilde - un’ape non si è mai gettata nel calice dei fiori per succhiarvi il miele, con avidità maggiore del Cuore divino nello slanciarsi verso le anime desiose di riceverlo. Al Tabernacolo vola il pensiero di tutte le coscienze cristiane. Intorno all’altare si stringe il popolo credente, per offrire con la Chiesa e col Sacerdote il Sacrificio a Dio. L’Ostia di Gesù spiega tutto, dalle Catacombe agli eroismi dei Martiri, dalle Basiliche grandiose alle abnegazioni sublimi dell’apostolato, dalla Verginità che prega o che lavora ai casti Ministri dell’Agnello che si pasce fra i gigli. I fanciulli si accostano al loro Gesù, vestito di bianco, e ne ricevono nella tenera età innocente il primo bacio; uomini e donne accorrono al Pane disceso dal cielo, e ne implorano aiuto; paesi e città lo portano in trionfo; in ogni istante s’eleva da milioni e milioni di cuori il saluto al Maestro buono: «Sia lodato e ringraziato ogni momento - il santissimo e divinissimo Sacramento». Non alcune pagine, ma neppure una vita intera, e tutta l’eloquenza umana basterebbero a parlare degnamente del mistero eucaristico. Noi daremo soltanto una rapida occhiata al Sacrificio della Messa ed alla Santa Comunione.

Se, ora, dopo l’esposizione fatta, volessimo ricordare le obiezioni e la pratica disastrosa di molti a proposito di Sacramenti, avremmo da inorridire per le tristi conseguenze della ignoranza religiosa. Noi abbiamo mostrato come i Sacramenti sono mezzi per la nostra divinizzazione e, di conseguenza, quanto più frequentemente e quanto più devotamente li riceviamo, altrettanto più si aumenta in noi la grazia. Alcuni, invece, chiedono: «Perché dobbiamo accostarci ai Sacramenti? Non possiamo forse pregar Dio per conto nostro ed essere galantuomini anche senza di essi e persone leali ed oneste?». Non domandiamoci se proprio sempre chi sragiona a questo modo è un vero galantuomo (se si dimostra ipocrita, ndR); constatiamo solo il fatto che si ignora completamente ciò che è la grazia, il soprannaturale, la divinizzazione alla quale Dio ci vuole innalzati, ed il nesso essenziale fra questa ed i Sacramenti. Se si conoscessero almeno i primi principi del Sillabario del Cristianesimo, si saprebbe che tutta l’onestà naturale non può da sola produrre in noi neppure il minimo grado di grazia: tutto l’inchiostro del mondo non creerà mai da solo il più piccolo dei pensieri.

Si dirà: ma per ottenere questa grazia, significata e prodotta dai Sacramenti, non occorrono forse alcune condizioni nel soggetto che riceve il Sacramento e nel ministro che lo conferisce? Senza dubbio; ma bisogna fare una distinzione. Non si deve cioè confondere la condizione con la causa. Portiamo un esempio. Ho una camera chiusa ed oscura. È giorno. Fuori di là brilla fulgido il sole; dentro non v’è che tenebre. Io pratico allora nell’imposta un forellino e subito penetra un raggio vivido di luce. Tutti, in questo caso, mi ammetteranno che il forellino è la condizione necessaria perché entri il sole; ma nessuno, a meno di esser pazzo, mi sosterrà che il forellino è la causa della luce! Con miliardi di forellini, se non esistesse il sole, non illuminerei la stanza! Applichiamo il paragone al Sole di Dio, che, mediante i Sacramenti, entra nelle oscurità della nostra povera natura umana, per ravvivarla con la luce della divinizzazione soprannaturale. Il soggetto ed il ministro sono simili a quel forellino; essi possono impedire la venuta nell’anima del sole della grazia; per riceverla e per darla, debbono avere certe condizioni; ma non sono essi la causa della luce; non vi sarebbe proporzione tra il loro atto umano e l’effetto soprannaturale. Il soggetto deve avere le dovute disposizioni, - disposizioni diverse, secondo che si tratta dei Sacramenti dei vivi o dei Sacramenti dei morti. Così, ad esempio, chi si accosta alla Comunione, deve essere in grazia di Dio e, se avesse commesso un peccato mortale, non basta che faccia un atto di contrizione o di dolore perfetto, ma deve premettere la confessione (essendoci ovviamente il confessore, ndR). Ancora: se, per citare un’ipotesi tutt’altro che strana, qualcuno va a confessarsi senza il dolore dei suoi peccati, ossia con la volontà di continuare nel peccato e di rimanere nemico di Dio, è impossibile che ottenga il perdono e la grazia, in quanto pone un ostacolo. E così pure, alla diversità di disposizioni in chi si accosta alla Comunione, risponde una diversità nella grazia conferita. Quanto, poi, al (valido, ndR) ministro, egli deve avere l’intenzione di conferire un Sacramento, come fa la Chiesa, e non già - ad esempio - di giocare o di imitare per un altro motivo qualsiasi il gesto sacramentale. Tutto ciò è innegabile; ma chi non vede come le disposizioni del soggetto e l’intenzione del ministro sono semplici condizioni e non cause della grazia? (Della validità dei Sacramenti ne abbiamo già parlato brevemente altrove. Sul nostro sito abbiamo pubblicato il Comunicato tratto dal numero 14 di Sursum Corda®, ndR)

Ho visto in un salotto una piccola ed artistica statua di Dante. Il Poeta teneva in mano una penna e, con un gesto espressivo, la intingeva nel suo cuore. Quella statua m’ha fatto riflettere. Essa m’ha spiegato il senso di due principi: a) i Sacramenti significano la grazia; b) i Sacramenti producono la grazia in noi. La penna di Dante, infatti, in quel minuscolo e geniale capolavoro, non era per me una qualsiasi penna: era un segno, poiché mi significava la Divina Commedia. - Ed era anche qualcosa di più. Persino un’etichetta può essere un segno e servire d’indicazione; ma l’etichetta non produce nulla della merce significata. Invece, la penna di Dante è stato uno strumento nelle mani del Poeta o, se si vuol usare un termine filosofico, è stata una causa instrumentale nella stesura delle tre Cantiche. Non è forse ciò che si verifica nei Sacramenti? a) Gesù Cristo ha voluto utilizzare le cose sensibili - come l’acqua, l’olio, il frumento, il vino, la parola, l’imposizione delle mani - per significare la grazia soprannaturale, che Egli dona alle nostre anime. L’acqua, ad es., che nel battesimo è usata per il battezzando, è un simbolo esterno di ciò che accade nell’intimità profonda di una coscienza, la quale viene lavata e detersa dalla colpa d’origine ed è resa bella e pura dalla grazia. b) Questi segni, però, non solo simboleggiano la grazia, ma anche la producono; e come la santa Umanità di Cristo divenne lo strumento usato dalla Divinità per spargere attorno la vera vita, così i Sacramenti sono segni sensibili, dei quali Gesù Cristo si serve, come di mezzi o strumenti, per conferire la grazia. Con ciò non dobbiamo credere che un atto materiale ed umano sia la causa principale di un effetto soprannaturale, come è la grazia. No; solo Dio è causa efficiente, e solo Gesù Cristo è la causa meritoria della grazia. I Sacramenti sono, invece, cause instrumentali, come lo scalpello in rapporto alla statua e come la penna in rapporto all’idea che viene espressa sulla carta. In altre parole: i Sacramenti non eccitano soltanto alla fede - come vogliono i Protestanti; ma hanno una vera efficacia in ordine alla grazia soprannaturale. Indipendentemente dal valore e dal merito personale di chi lo amministra, l’atto sacramentale ci dà la grazia - ossia, come si esprime il Concilio di Trento, la conferisce ex opere operato, non ex opere operantis, - in virtù dell’atto, non dell’agente.

Un celebre artista […] sente nel suo animo una splendida melodia, che lo rapisce, lo affascina, lo fa beato. Egli afferra un foglio di carta, lo ricopre di segni, di chiavi, di do, di re, di la. Quelle note esprimono la musica del suo cuore. Se un contadino analfabeta, che non conosce altra armonia se non l’abbaiare dei suoi cani o il nitrito dei suoi cavalli, prende in mano il foglio prezioso, non capisce nulla: volta e rivolta la carta, contempla i segni “cabalistici” e li getta via. Voi, invece, vi fermate riverenti e commossi. Quelle note scritte vi significano un canto ineffabile e ve lo producono nel vostro animo. Mediante quei segni, l’artista comunica a voi la sua intima vita, la sua gioia intensa, l’inebriante bellezza della sua creazione geniale. Ecco cosa sono i Sacramenti. In essi voi trovate una materia, come l’acqua nel Battesimo ed il Crisma nella Cresima; avete anche delle parole, ossia una forma: «io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» e via dicendo. Tutto questo non è se non un segno. Se non avete mai saputo cos’è il soprannaturale, se non avete mai appreso cos’è la grazia, se la divina melodia del divino Artista - Gesù Cristo - è da voi trascurata, quei segni vi sembreranno cabalistici, misteriosi, quasi direi ciarlataneschi. Ahimè! Forse vi illudete di ragionare come un uomo superiore, pensando: «Che giova far ungere d’olio la fronte di un morente?» (per poi ascoltare casomai l’oroscopo, ndR) - ed, al contrario, non siete purtroppo se non un contadino analfabeta; la vostra mente ignorante è negata alla musica del soprannaturale. La divinizzazione nostra, la comunicazione dell’intima vita di Cristo a noi, era conveniente che fosse a noi manifesta con qualcosa di tangibile e di esteriore. Nello stesso ordine di natura, noi andiamo dal materiale allo spirituale, e quando scorgiamo una bandiera, non vi vediamo soltanto un pezzo di stoffa, ma […] pensiamo alla patria che quella bandiera rappresenta; tanto più così doveva avvenire quando si trattava di ascendere ad una realtà soprannaturale. Non deve essere, adunque, più un enigma insolubile per noi la definizione del Catechismo, che ci dice: «I Sacramenti sono i segni sensibili della grazia, istituiti da Gesù Cristo, per santificare le anime nostre».

Molti, quando discorrono dei Sacramenti, si fermano di preferenza sopra il fatto che essi sono sette. Ciò è tutt’altro che inutile, come è utile contare quante sono le parole di un telegramma. Ma, come in un telegramma di sette parole è necessario risalire all’unico pensiero che quei vocaboli esprimono, così occorre tener presente che tutti i Sacramenti significano e producono la nostra divinizzazione, mediante la grazia. Il Battesimo ci fa nascere alla vita della grazia, ci rende figli di Dio ed eredi del cielo, ci incorpora alla Chiesa. La Confermazione fortifica in noi la vita soprannaturale e ci fa soldati di Cristo. E siccome si nasce e si arriva alla virilità una sola volta, perciò questi due Sacramenti - come pure l’Ordine - non si ripetono. L’Eucaristia nutre l’anima nostra, è il nostro cibo, e con Essa Gesù Cristo ci pasce e ci trasforma in Lui, divinizzandoci sempre più. La Penitenza rimedia alla perdita della grazia o al suo illanguidimento, purificandoci dal peccato. L’Estrema Unzione con la grazia ci prepara nel passaggio all’eternità e ci conforta nelle angosce e nelle battaglie della malattia, impetrandoci anche talvolta la guarigione; essa è un rimedio soprannaturale nelle ore più gravi della nostra vita. Questi sono i Sacramenti che riguardano l’individuo e che fanno crescere o aumentano la vita divina in ciascuno di noi. Ma poiché l’uomo è anche membro della società, Gesù Cristo ha istituito il Sacramento del Matrimonio per santificare ed elevare soprannaturalmente la famiglia, ed il Sacramento dell’Ordine per provvedere al comune bene spirituale ed alla dispensa della grazia. Non soffermiamoci ad esporre come tre Sacramenti - il Battesimo, la Confermazione e l’Ordine - imprimano nell’anima il carattere indelebile di figli, di soldati, di ministri di Dio; né come i sette Sacramenti istituiti da Gesù Cristo, si dividano in Sacramenti dei vivi ed in Sacramenti dei morti, secondo che hanno per scopo di infonderci la prima grazia, ovvero di aumentarla. Non è questo lo scopo del presente lavoro. Noi ci proponiamo, piuttosto, di mostrare il nesso tra il soprannaturale ed i Sacramenti, - nesso così essenziale, che, chi volesse prescindere dall’ordine soprannaturale, deformerebbe o non comprenderebbe la stessa nozione di Sacramento.

Commentando il passo dell’Evangelista san Giovanni, dove si narra del soldato romano che con una lancia trafisse il costato di Gesù morto in croce, il pensatore di Ippona immagina di salire su un alto monte, alla ricerca di una pura e fresca sorgente. Sul monte Calvario, dalla fonte del Cuore di Cristo, scaturisce l’acqua santificatrice «senza la quale non si può aver accesso alla vita». Sono i Sacramenti, che ci conferiscono la grazia, applicandoci i frutti della Passione: «chi beve di quest’acqua non avrà più sete», ma avrà la vita eterna. In tutto questo volumetto noi abbiamo fatto squillare una nota soltanto: la nostra divinizzazione. I Sacramenti sono il mezzo col quale possiamo e dobbiamo acquistare (se non l’abbiamo o se l’abbiamo perduta) ed accrescere (se già ne siamo in possesso) la grazia che divinizza la nostra anima.

Ecco perché tutta la liturgia della Messa, fiorita a quei tempi e conservatasi sostanzialmente identica sino ai giorni nostri [L’autore, mons. Olgiati, scrive nel 1944, ben prima della pretesa “riforma liturgica” del 1969, ndR], è un inno alla Trinità, poiché che altro debbono fare i figli adottivi di Dio, uniti con Cristo suo Figlio naturale, se non lodare il Padre in unione allo Spirito Santo? Allora, non era solo il Pontefice, il rappresentante  della gerarchia, che pregava; ma con lui vibravano all’unisono le anime tutte di coloro che assistevano; ed è per questo che le preghiere liturgiche hanno sempre il plurale nelle loro espressioni; non dicono, cioè: «Io ti offro, o Signore», ma «Noi ti offriamo». Come il pane che mangiamo risulta da tanti grani di frumento, uniti insieme a formare una sola sostanza, e come il vino risulta da tanti acini d’uva insieme spremuti per farne uscire una sola bevanda, così i fedeli - avvertiva sant’Agostino - si sentono uniti fra loro e con Cristo, e con Cristo pregano e si immolano. - In una parola, «la pietà del popolo cristiano, e, quindi, le sue azioni e la sua vita, riposavano allora sulle verità fondamentali, che costituiscono l’anima della liturgia: la designazione di tutte le cose alla gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; la mediazione necessaria ed universale di Gesù Cristo; il posto centrale del Santo Sacrificio eucaristico nella vita cristiana; la missione della gerarchia nella nostra unione con Dio; la realizzazione visibile della Comunione dei Santi». Tutti questi dogmi [...] sonnecchiano oggi (anno 1944) in fondo alle anime; il popolo cristiano non li conosce più; e, di conseguenza, la pietà liturgica si è ridotta ad una partecipazione meccanica, passiva, spesso morta e distratta, talvolta galvanizzata dalla lettura di qualche libro, mentre si assiste alla Messa ed alle sacre funzioni. Auguriamoci che il movimento liturgico, così ricco ai giorni nostri di promesse, prosegua nella sua opera di salutare risveglio; e, senza eccessi di esagerazioni pericolose, cominci a scuotere i dormienti, con la diana eccitatrice d’una soda cultura catechistica. Sarà il mezzo migliore per attuare le speranze d’un santo Pontefice, Pio X, quando, discorrendo della liturgia, si attendeva da essa il rifiorire del vero spirito cristiano. [Purtroppo non è andata così: «[...] il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa [...]». Cf. «Breve esame critico al Novus Ordo Missae», Mons. Michel Guérard des Lauriers, presentato dai Cardinali Alfredo Ottaviani ed Antonio Bacci, ndR].

Oggi vigoreggia e si diffonde dovunque un movimento liturgico. Giova conoscere con esattezza la vera natura della liturgia, per dissipare certe idee seducenti, che possono abbagliare col loro falso splendore, ma che disconoscono e rovinano il valore ed il significato della vita liturgica della Chiesa. Cosa non è la liturgia. Tre errori, principalmente, serpeggiano ai giorni nostri a proposito di liturgia e vengono diffusi persino con opere letterarie ed in romanzi rinomati. a) Alcuni confondono la liturgia con la gioia estetica e col senso artistico, che fa sussultare alcuni spiriti colti e fa loro gustare le emozioni squisite, dinanzi ai riti della Chiesa. Ahimè! Purtroppo si può entrare nel tempio con tutta l’erudizione scientifica, col gusto più raffinato per il simbolismo, - con le finestre dell’anima aperte al soffio della bellezza, al fascino dell’arte, ai profumi dell’incenso, - senza penetrare nella sorgente della vita liturgica. Il soprannaturale non lo si coglie con la superficialità, neppure se questa fosse - come nel caso nostro - una superficialità dorata. b) Persino alcuni buoni cattolici scambiano la liturgia col complesso delle cerimonie, che si compiono nell’azione liturgica. Non sanno che il cerimoniale è necessario, come sono indispensabili per un oratore le regole della grammatica e della sintassi; ma che direste voi - domanda un valoroso benedettino, [...]- di un critico letterario, che non cercasse nei discorsi del Bossuet se non l’applicazione dei precetti grammatici e sintattici? c) Ancora: l’origine storica dei riti, la significazione dogmatica e simbolica delle azioni liturgiche, giovano immensamente a rendere intelligibile e feconda la partecipazione ai sacri misteri ed alle funzioni; ma anche questo è la scorza, è la parte esteriore, non è l’anima della liturgia. Cos’è la liturgia. Per cogliere quest’anima, occorre partire dal principio che il cristiano non è un atomo isolato, un individuo separato dal mondo soprannaturale, ma è un membro della Chiesa, ossia del corpo mistico di Cristo. Unito, per mezzo della grazia [se non la ha perduta col peccato grave, ndR], alla Chiesa ed a Gesù, suo capo, egli deve avere la coscienza di tale unione, per vivere della pienezza della vita divina, che pulsa in questo organismo. Ora, tale organismo, ossia la Chiesa, «con la sua vita intima, il suo pensiero, le sue aspirazioni, le sue tradizioni, tutta la sua anima, si è trasfusa nella sua lingua che è la preghiera» e precisamente nella preghiera liturgica. Si noti: v’è una forma di preghiera, la preghiera individuale, che le singole persone fanno, quando si raccolgono in sé, pensando a Dio e meditando; e ben lungi dall’essere superflua, è la condizione indispensabile per giungere all’altra preghiera della liturgia, che è preghiera collettiva, ufficiale, rivestita necessariamente di un elemento esteriore, compiuta da persone autorizzate, ossia dalla gerarchia stabilita da Cristo. Ecco cos’è la preghiera liturgica: per essa, l’uomo non è più lasciato alle sole sue forze naturali nel glorificare Dio, né abbandonato a sé, anche se ha la grazia soprannaturale nel cuore; non è più «una goccia d’acqua presa isolatamente»; ma è unito a Gesù Cristo ed alla Chiesa tutta, partecipa della potenza e della immensità di quest’oceano, e perciò - come scrive lo Chautard - «la sua preghiera si divinizza ed abbraccia tutti i secoli, dalla creazione degli Angeli e dalla loro prima adorazione, sino ai giorni nostri. Essa va da Adamo e dai suoi affettuosi colloqui nel Paradiso terrestre col suo Creatore alle oblazioni di Abele, di Melchisedecco, di Abramo, […] e dalle preghiere e riparazioni di Davide e di tutti i Santi dell’antica Legge fino al Calvario, centro della liturgia, - e fino all’Eucaristia, suo memoriale vivente. Essa comprende tutte le generazioni di anime sante che la Chiesa ha create dal giorno della Pentecoste; anzi... si identifica col Verbo; mediante quella lode divina, che scaturisce incessantemente dal focolare di Amore infinito che è la Santissima Trinità». Così pregavano i primi cristiani. Quando di notte si raccoglievano per assistere al Sacrificio e per ricevere la Comunione, essi si sentivano veramente fratelli in Cristo, ossia uniti nell’organismo della Chiesa insieme con Lui; e con Cristo e con la Chiesa offrivano al Padre l’Ostia ed il Calice.

Dopo di aver descritto a larghi tratti questo divino organismo della Chiesa, dobbiamo cercare di cogliere qualcuno dei suoi fremiti, qualche lato della sua attività soprannaturale, qualche funzione e qualche palpito che ci dia una pallida idea della sua mirabile vitalità. Potremo così comprendere sempre meglio in qual modo la Chiesa, nella quale noi siamo congiunti soprannaturalmente a Gesù, ci unisce a Dio. Questo divino organismo, il cui capo è Cristo, la cui anima è lo Spirito Santo e del quale noi siamo le membra, alza la sua voce al Padre, ha la sua preghiera, che si chiama la Liturgia: e converrà ricercare, innanzitutto, con esattezza il valore ed il significato di essa. Uniti in questo corpo mistico, viviamo e ci sviluppiamo soprannaturalmente, partecipando alla vita di Cristo ed alla Sua grazia. Questa ci viene conferita per molte vie e noi continuamente attingiamo alla pienezza di essa. Ma il mezzo principale, ordinario, sicuro di tale partecipazione alla grazia, sono i Sacramenti. Chi li rifiuta, calpesta il volere di Cristo e non comunica con la Sua vita soprannaturale. Le diverse teorie, inneggianti ad un culto individuale e privato, trascurano il fatto che persino nell’ordine naturale gli uomini dovrebbero rendere un omaggio a Dio anche con atti esteriori, come individui e come società, perché essi dipendono da Dio non solo nell’anima, ma anche nel corpo, e non solo come singoli, ma anche come collettività [Capito perché la pretesa “laicità degli Stati” è un grave errore dottrinale e morale?, ndR]; ed inoltre, dimenticano che ogni attività nostra, quantunque interna e nobile ed elevata, non può da sola innalzarsi alla soprannatura. Ci chiediamo, quindi: cosa sono i Sacramenti? Il più grande dei Sacramenti è senza dubbio l’Eucaristia, il sole della vita cristiana. Gli altri Sacramenti ci danno la grazia; l’Eucaristia ci dà l’autore stesso della grazia, Gesù Cristo; e di essa occorre dire una parola. Tanto più che, se tutti i Sacramenti procurano la nostra unione soprannaturale con Dio, nell’Eucaristia è il Figlio stesso di Dio che col Sacrificio congiunge la sua Chiesa al Padre e con la Comunione si unisce con noi per divinizzare le nostre anime, per nutrirle di Sé con le sue Carni immacolate, per fortificarle col suo Sangue divino. Finalmente, nella Chiesa vi sono coloro che Gesù ha scelto come strumenti attivi della nostra divinizzazione e che, appunto per raggiungere tale finalità soprannaturale, hanno la potestà e il dovere di istruirci, di reggerci e di amministrarci i Sacramenti. È la Gerarchia sacra, è la sacra schiera del Vicario di Cristo, dei Vescovi e dei Sacerdoti, che dobbiamo studiare. Nel contemplare tutta questa vita della Chiesa, non dimentichiamo mai il nostro filo conduttore: l’unione soprannaturale dell’uomo con Dio, che costituisce il programma e spiega ogni e qualsiasi funzione ed attività del grande organismo.

La Chiesa, fondata da Gesù Cristo, è un organismo, nel quale dobbiamo distinguere: a) il Capo, che è Cristo stesso; b) l’anima, che è lo Spirito Santo; c) le membra, che sono i cristiani. Tali membra possono essere: a) membra vive (chi non ha peccati mortali); b) membra morte (chi ha peccati mortali); c) membra separate (eretici, scismatici, etc...). La concezione della Chiesa come organismo ci spiega: a) il dogma della Comunione dei Santi; b) le note della Chiesa (unità, santità, cattolicità, apostolicità); c) la verità che fuori della Chiesa non v’è salvezza. Noi non possiamo essere uniti soprannaturalmente a Dio, se non mediante la nostra unione con Gesù Cristo e con la Chiesa. I figli adottivi, costituenti un unico organismo col Figlio naturale di Dio, loro Capo, sono uniti al Padre per la grazia vivificatrice dello Spirito Santo.

Non debbono essere ora un enigma le note che il Catechismo indica come caratteristiche ed essenziali della vera Chiesa di Cristo. a) La Chiesa dev’essere UNA, ossia deve possedere unità di fede (senza fede, è impossibile piacere a Dio), unità di culto (senza i Sacramenti, è impossibile ricevere la grazia), unità di regime (chi si ribella ai legittimi Pastori, rappresentanti di Cristo, si ribella a Cristo e si stacca poi dalla Chiesa). Né è lecito meravigliarsi, se le sètte protestanti si moltiplicano a dismisura e si dividono e si suddividono all’infinito, perché anche un membro avulso dall’organismo si decompone fatalmente. b) La Chiesa dev’essere SANTA, senza macchia ed immacolata. Santo è il capo (Gesù Cristo); santo è lo Spirito che ne è l’anima; santa è la dottrina; i Sacramenti, poi, diffondono la santità; ed i membri della Chiesa, quando sono membri vivi ed hanno la grazia, sono e vengono chiamati «santi» dalla Scrittura. È forse possibile concepire diversamente le cose, se si tiene conto che tutto l’ordine soprannaturale ha per scopo la nostra santificazione per i meriti di Gesù Cristo e con la grazia dello Spirito Santo? c) La Chiesa è CATTOLICA, ossia universale, non in un senso assoluto (poiché anche Cristo predisse le persecuzioni contro di essa), ma in un senso relativo. Cristo, il dominatore del mondo, ha il suo Corpo mistico, che di fatto in sé raccoglie membra appartenenti a tutte le parti della terra, e di diritto deve radunare l’umanità intera. d) Finalmente, la Chiesa è APOSTOLICA, in quanto dagli Apostoli (che, dopo la pietra angolare del Fondatore divino, ne furono il primo fondamento) ad oggi e per sempre, in una successione ininterrotta, Cristo vive in essa e la governa e la dirige. Non separazione fra la terra e il Cielo, tra gli uomini e Dio; non trincee fra gli uomini, quasi dovessero vivere in un individualismo egoistico; non divisione nello spazio e nel tempo; ma, al contrario, il trionfo dell’unità e dell’amore, secondo la preghiera di Gesù: «Ut unum sint... che tutti siamo una cosa sola, come io e Te, o Padre, siamo uno». Da questo punto centrale è necessario prendere le mosse per delucidare le varie dottrine. La Tradizione non può essere rifiutata, perché altro non è se non una conseguenza di questa concezione della Chiesa, per perpetuantesi nei secoli. La sconfitta dei nemici della Chiesa, il «portae inferi non praevalebunt», l’indefettibilità vengono a risplendere di luce meridiana: chi mai potrà vincere il Cristo, vivente nella sua Chiesa? La potestà di Magistero, di Ministero, di Regime della Chiesa sono conseguenze dirette, sgorganti dai principi posti. Così pure, la Chiesa è infallibile, perché altrimenti bisognerebbe dire che può sbagliare il suo capo Gesù Cristo. E - per volare ad una questione pratica - le meraviglie dell’apostolato cristiano, mediante, ad es., l’eroismo dei nostri missionari, appaiono con la loro vera fisionomia. Soprattutto, dalla semplice ed elementarissima esposizione del Catechismo che stiamo facendo, un effetto pratico non può a meno di conseguire: l’amore a Gesù Cristo mediante l’amore alla Chiesa. Non si può amare il Capo, se si disprezzassero o si colpissero le sue membra. È appunto l’amore a Cristo, che infonde forza, entusiasmo e generosità in tutti coloro che lavorano per la Chiesa, che si sacrificano, […] che pregano e lottano per le sue vittorie. Ben noti sono gli sforzi generosi che da tempo si vanno facendo per poter preparare - sia pure inizialmente - l’unione delle “chiese” separate con la Madre comune. Anche sul letto delle sue ultime agonie, il Card. Désiré Mercier offriva a Lord Halifax il suo anello d’oro, simbolo ed augurio di una futura unità. In tutto il mondo s’alzano preghiere e si compiono sacrifici, per affrettare l’adempimento di ciò che disse il Maestro divino: «Ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io guidi, e daranno ascolto alla mia voce, e si avrà un solo ovile ed un solo pastore».

Il dogma della Comunione dei Santi è un risultato della concezione della Chiesa, che con san Paolo abbiamo descritto. Se la Chiesa è un organismo, ne consegue che le membra subiscono l’influenza le une delle altre, cosicché il bene operato da uno ridonda a vantaggio - non solo suo - ma dell’organismo intero, o meglio, di tutti i membri vivi. Chi appartiene alla Chiesa, gode di questa comunione o partecipazione dei beni spirituali, che in essa vi sono e fioriscono. I meriti infiniti di Gesù Cristo, i meriti preziosi della Vergine e dei Santi, tutte le opere buone compiute dai vari fedeli - Sacramenti ricevuti, preghiere recitate, mortificazioni, atti di virtù, elemosine, sacrifici e via dicendo ... - divengono vantaggio comune a tutti i membri in grazia, viventi cioè della vita soprannaturale. «In tal modo - dice san Paolo - cresciamo in tutto in Colui che è il capo, il Cristo; per mezzo di Lui, tutto il corpo, bene ordinato e unito insieme, con l’aiuto vicendevole delle membra che operano ciascuna secondo la sua misura, cresce e si edifica nella carità». Meravigliosa società, questa, che non tratta gli uomini come atomi separati ed agitati dal vento, ma tutti raduna come fratelli in un’unica famiglia, in un solo organismo, «il cui capo è Cristo», il Quale ci unisce al Padre, mediante la grazia ed il soffio vivificatore dello Spirito Santo. Di qui la necessità di capire la Trinità per spiegare la Chiesa, e di considerare quest’ultima in rapporto all’ordine soprannaturale, alla nostra figliolanza adottiva, alla nostra redenzione, alla nostra unione col Figlio di Dio.

Prima di chiarire quest’ultimo concetto della comunione dei santi, ci sia permessa una osservazione. Come un membro può partecipare alla vita dell’organismo in modo perfetto, può esser colpito da paralisi, od anche può venir tagliato dall’organismo stesso; e come un ramo può esser vivo, o secco, od anche può venir avulso dalla pianta, così, per ciò che riguarda la nostra partecipazione alla Chiesa, noi possiamo considerare questi diversi casi: a) Vi sono le membra vive della Chiesa, unite ad essa mediante il battesimo, la fede ed il vincolo della grazia e della carità; sono membra, nelle quali scorre pienamente la vita divina. b) Vi sono le membra morte, unite alla Chiesa dal battesimo ricevuto un giorno e dalla fede, ma prive della grazia che è vita dell’anima. Esse ricevono qualche benefico influsso, ma non possono partecipare alla vita interiore della Chiesa, - come ai rami secchi non viene partecipata la vita della pianta, quantunque per essi sia un bene l’essere uniti materialmente a questa, in quanto possono ravvivarsi e ricevere qualche influenza dalla medesima. c) Vi sono le membra non solo morte, ma anche separate dalla Chiesa e che, di conseguenza, non hanno parte a nessuna ricchezza spirituale del divino organismo fondato da Cristo. Solo la prima classe di membri - i membri vivi, che non hanno peccati gravi, ossia posseggono la grazia - sono vivificati dallo Spirito Santo, anima della Chiesa e godono della Comunione dei Santi.

Ad ogni corpo vivente è necessario non soltanto un capo, ma un’anima vivificatrice. Orbene, nell’organismo della Chiesa, se il capo è la persona adorabile di Gesù Cristo, l’anima è lo Spirito Santo. «Non solo - dice il Prat, riassumendo il pensiero paolino con le stesse parole dell’Epistola a quelli di Efeso - lo Spirito Santo abita nella Chiesa ed in ciascuno dei giusti come in un suo tempio, ma vi sta come un principio di coesione, di movimento e di vita. Egli non agisce in noi come se fosse fuori di noi; ma si unisce così intimamente alla nostra attività interiore, che la nostra azione è sua, e la sua azione è nostra; così noi viviamo per mezzo di Lui, e siamo mossi da Lui. È infatti Lui, che facendo salire dal nostro cuore alle nostre labbra il nome di Padre, attesta che noi siamo figli di Dio. Come la forma specifica l’essere, la presenza dello Spirito vivificatore in noi ci conferisce la nostra dignità soprannaturale, la filiazione adottiva. Poiché lo Spirito Santo è lo Spirito del Signore, per mezzo di lui noi diventiamo conformi all’immagine del Figlio di Dio, perché colui che aderisce al Signore è un medesimo Spirito con Lui, in quanto si trova avvolto nella medesima atmosfera di vita divina. Perciò san Paolo, ogni volta che parla della nostra trasformazione soprannaturale, ha cura di farvi intervenire lo Spirito Santo... Il battesimo e la confermazione ci incorporano al Cristo mistico, mediante un influsso dello Spirito Santo, che ci mette in comunicazione vitale col capo ed in relazione organica tra noi, doppio rapporto che Paolo, con parola molto indovinata, chiama la comunione dello Spirito». [Il “carismatismo” o “rinnovamento”, o piuttosto il “pentecostismo”, attenta anche a questi princìpi fondamentali ed elementari, ndR].

San Paolo, dopo d’aver preso nella Lettera ai Colossesi la Persona di Cristo come argomento principale, discorre, nell’altra sua Lettera a quelli di Efeso - della Chiesa, quale prolungamento di Cristo nel tempo e nello spazio. Per san Paolo la Chiesa è un organismo ed occorre afferrare bene tale concetto, illustrato dalla parola ispirata dell’Apostolo, per penetrare sempre più a fondo, non solo nel pensiero del creatore della Chiesa, ma altresì nella sublime unità della dottrina e della vita cristiana. Secondo san Paolo, dunque, noi dobbiamo distinguere il Cristo naturale, il Verbo incarnato, il Sacerdote e la Vittima del Calvario, Colui che ci ha riscattati soffrendo e morendo per noi, ed il Cristo mistico, ossia la Chiesa che è unita al Cristo naturale come le membra al loro Capo. Cristo è il «Capo supremo della Chiesa, che è il Suo Corpo»; tutti i fedeli, che col battesimo entrano a formare la Chiesa, sono le membra di questo organismo divino. E come nell’organismo si nota varietà di organi, diversità di posti, di struttura e di funzioni, ed in pari tempo v’è un’unità per il principio comune della vita e del moto, così nella Chiesa noi abbiamo quest’unità insieme con la molteplicità svariata dei suoi membri. «Ben lungi dal nuocere all’unità, - commenta il Prat nel suo bel lavoro su La théologie de san Paul - la diversità l’abbellisce e la completa. Il corpo - osserva san Paolo - non è un solo membro, ma più membra; se tutto fosse un solo membro, dove sarebbe l’organismo? Diversità di organi e identità di vita: tale è la formola del corpo umano, e tale pure è la formola del corpo mistico». Per questo, tutti i fedeli di Cristo - dalla Chiesa trionfante (i beati del Paradiso) alla Chiesa purgante (le anime del Purgatorio) ed alla Chiesa militante (i credenti di questa terra) - sono una cosa sola in Cristo Gesù e costituiscono con Lui l’unità del corpo mistico. Apriamo una parentesi. Questo insegnamento - mille volte ripetuto in mille forme nella Scrittura, come, ad esempio, quando Gesù ricorre all’allegoria della vigna e paragona Sé alla vite e noi ai tralci - implica la conseguenza che se vogliamo davvero vivere soprannaturalmente, dobbiamo essere uniti alla Chiesa. Chi è diviso dalla Chiesa, è diviso da Gesù Cristo, è un membro reciso dall’organismo e che si decompone, è un tralcio morto che diventa legna da ardere. Fuori della Chiesa, non v’è salvezza, non v’è partecipazione alla vita soprannaturale di Cristo. Le eresie e gli scismi tagliano una parte di questo organismo e portano, quindi, la rovina. È vero: noi, con la teologia, distinguiamo il corpo e l’anima della Chiesa: il corpo è l’organismo esterno e visibile; l’anima è la vita, è la grazia, che dentro vi alita; e nulla vieta che una persona in buona fede [invincibilmente ignorante, ndR] appartenga all’anima senza appartenere al corpo della Chiesa. Ma questa è un’eccezione e non sopprime, ma conferma la volontà di Cristo, che ci obbliga a vivere nell’organismo di cui Egli è il capo. L’unione con Dio, la grazia, Gesù Cristo, la Chiesa non sono punti separati, quasi che si possa scegliere liberamente uno di essi, rifiutandone un altro; ma hanno una tale connessione, che si spiegano a vicenda. [Il “vaticanosecondismo” attenta anche a questi princìpi fondamentali ed elementari, con tutte le conseguenze che ne derivano, ndR].

Non si può dividere Gesù Cristo dalla Chiesa. La «Madre dei Santi», l’«immagine della città superna», «il campo di quei che sperano», la Chiesa del Dio vivente, che da tanti secoli soffre, combatte e prega, e le sue tende spiega «da l’uno all’altro mar», è il capolavoro del Divino Artista e ne continua l’opera. Gesù ha amato la sua Chiesa, scrive san Paolo, ed ha dato se stesso per santificarla. Cos’è la Chiesa? In qual modo dobbiamo concepirla nella sua natura, nella sua vita, nella sua attività, nella sua storia, dal Cenacolo alle Catacombe, dai primi trionfi alle vittorie che sempre si rinnovellano? Ancora una volta: è impossibile trattare simili problemi, con tutte le altre questioni annesse, se non si parte dall’idea fondamentale dell’ordine soprannaturale, dalla grazia meritataci da Cristo ed a noi partecipata mediante la Chiesa, che Egli a questo scopo ha istituito. Leggiamo i vari paragrafi per capire di che si tratta.

La creatura che ha raggiunto l’unione soprannaturale più intima e più alta con Dio è Maria, la piena di grazia. Essa, infatti, fra l’altro, è: а) L’Immacolata, ossia è stata concepita senza il peccato originale ed ebbe sempre, per singolare privilegio, la grazia nel suo cuore; b) La Vergine, che fu sempre tutta e sola di Dio; c) La Madre dell’Autore stesso della grazia: Cristo Gesù. La nostra devozione, quindi, a Maria dev’essere soprannaturale. Se volessimo prescindere dalla grazia, non comprenderemmo la vera grandezza di Maria, né sapremmo convenientemente pregarla.

La verace devozione a Maria - oramai la conclusione sgorga spontanea - deve non già limitarsi ad un palpito di tenerezza o all’ammirazione di un estetismo poetico, ma dev’essere soprannaturale. Maria è grande per la grazia; e se si prescinde dalla sua particolare divinizzazione, non si riesce neppure a pregarla bene. Ad esempio, noi recitiamo mille volte l’Ave, Maria e forse non abbiamo mai riflettuto sul significato profondo di quel saluto dell’Arcangelo Gabriele: «Ave, o piena di grazia, il Signore è teco». Grazia ed unione con Dio: ecco la Madonna; per questo è «la benedetta fra le donne»; per questo la supplichiamo: «prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte». (E chi sa quanti dei miei lettori, i quali forse hanno brontolato non so quale cumulo di Ave, Maria nella loro vita, faranno adesso per la prima volta la scoperta che nell’Ave, Maria noi invochiamo una buona morte, in grazia di Dio!). Ancora. Una delle preghiere più care al cuore cristiano è l’Angelus Domini, che recitiamo «quando sorge e quando cade il die - e quando il sole a mezzo corso il parte». Ebbene: nell’Angelus, noi, per onorare la Madonna, rivolgiamo il pensiero al centro della storia, al Verbo incarnato, che abitò fra noi, quando, all’annuncio angelico, Maria rispose il suo fiat. E preghiamo per ottenere la grazia: «Gratiam tuam, quaesumus, Domine, mentibus nostris infunde... Infondi, te ne supplichiamo, o Signore, la tua grazia nelle nostre menti». E quando col Rosario intrecciamo una corona di rose e, meditando i misteri, ricantiamo tante e tante volte il saluto del cuore, cosa facciamo noi, se non considerare Maria unita a Gesù ed aspirare anche alla nostra unione soprannaturale con Dio? Si racconta nella vita d’un frate, devotissimo della Vergine, il beato Josio di Saint-Bertrin, vissuto a Saint-Omer nel dodicesimo secolo, che fu trovato una notte morto nella sua cella; cinque rose bianche ricoprivano il suo volto ridente e su ognuna di esse era scritto: Maria! Simili rose fioriscono sulle labbra, ma hanno le radici nel cuore divinizzato dalla grazia.

Il dogma cristiano ci insegna che Maria è: - L’Immacolata, la tutta bella e senza macchia, il cui vestito è candido come la neve ed il cui volto risplende come il sole. Molti - ignorantissimi di religione - confondono il dogma dell’Immacolato Concepimento con l’altro della Verginità. Non sanno che mentre tutti i figli di Adamo nascono col peccato d’origine, sola fra tutte le creature Maria fu concepita nella grazia santificante e senza la colpa originale. Era conveniente di fronte al demonio che Colei, che doveva schiacciargli la testa, non fosse mai stata sotto il suo dominio, ma che sempre fosse regnata fra lui e questa Donna «un’inimicizia» assoluta e piena. Era giusto di fronte a Gesù, al Redentore, al purissimo Uomo-Dio apportatore della grazia al mondo, che la Madre sua non fosse mai stata profanata dal peccato. Era significativo di fronte a noi che l’ondata di fango, che tutti travolge, rispettasse Maria, la Madre nostra, fulgida - nella sua illibata purezza - come un programma, un esemplare, un monito. Ruberò un bel pensiero al Card. Maffi. «Le descrizioni della eclisse passata sulle pianure lombarde nel 1842 notano che nessuna creatura, dal filo d’erba, all’uomo, nessuno ha saputo sottrarsi a un brivido di spavento in quella fitta ed improvvisa oscurità. Ebbene? A Milano notte profonda; ma chi ha sollevato lo sguardo, ha contemplato, in fondo all’orizzonte delle Alpi, la cima del Monte Rosa ancora indorata dal sole. Notte in pianura; luce lassù. Quelle cime quanto parlano di Maria! Mentre si agita ed intristisce la terra, Maria è sicura; e mentre è notte nella pianura, è sole sul monte, e su quelle cime predilette dal Signore il sole della grazia non si è oscurato giammai». - La Vergine bella, di sol vestita, coronata di stelle, - come canta il Petrarca. Perché solo una Vergine doveva dare al mondo Gesù? La ragione è chiara: la verginità non è solo un fatto materiale, ma ha un significato morale di altissimo valore. Essere vergine vuol dire non avere una fibra del proprio cuore, che non vibri e non abbia vibrato solo ed esclusivamente per Dio. È forse concepibile che la Madre di Dio non sia stata sempre vergine? Alla luce che si diffonde dalla Vergine Maria, noi salutiamo il crescere ed il moltiplicarsi dei gigli del mondo. Il paganesimo era caduto nei vizi più bassi; Cristo, come affermazione più eloquente dell’unione dell’uomo con Dio, suscita le anime verginali, - come scriveva san Gerolamo nella «Lettera ad Eustochio» - perché Egli, che dagli Angeli è adorato in cielo, potesse avere altri angeli che lo adorassero in terra. Ben presto la verginità si diffuse nel mondo; la penna dei Padri e la loro voce ne esaltò la bellezza; ed una pagina immortale di sant’Ambrogio descrisse una notte di Natale, quando nella basilica romana di santa Maria Maggiore, dinanzi a Papa Liberio, sua sorella Marcellina si consacrava al Signore. Anche oggi, dopo tanti secoli, la scena si rinnova e «la stessa mano - scrive il Montalembert chiudendo l’ultimo volume dei suoi «Monaci d’occidente» e ricordando una sua figlia fattasi Suora - ancora viene a rapire dai nostri focolari ed a strappare dai nostri cuori desolati le nostre figliuole, le nostre sorelle. Ogni giorno, migliaia di creature carissime escono da castelli e da capanne, da palazzi e da botteghe, per consacrare a Dio il cuore, l’anima, il corpo verginale, gli affetti, la vita [L’autore, mons. Olgiati, scrive nel 1942, ben prima che lo “spirito del vaticanosecondo” restituisse il mondo all’impudicizia e ad ogni disonestà, soprattutto all’odio della verginità, ndR]. Ogni giorno, fanciulle di grandi casati e di gran cuore, ed altre di cuore assai più grande delle loro fortune, si votano nel mattino della vita ad uno Sposo immortale. Questo spettacolo giornaliero, noi stessi che ne parliamo, l’abbiamo veduto e sofferto. Ciò che ci era apparso soltanto nella distesa dei tempi e sui libri, è avvenuto veramente un giorno sotto i nostri occhi lacrimanti di paterna angoscia. Ma chi è dunque questo invitto amante., morto su d’un patibolo tanti secoli fa, che attira a sé la gioventù, la bellezza, l’amore? Che si mostra alle anime con uno splendore ed un allettamento al quale non possono resistere, e che le assale subitamente e ne fa sua preda? Che si piglia ancor viva la carne della nostra carne e s’abbevera nel nostro sangue più puro? Chi è egli? È un uomo? No, è un Dio. E l’amore di quelle anime è la risposta che esse danno all’amore d’un Dio», che aveva un giorno voluto un vergine per Precursore, un vergine per Padre putativo, un vergine per Apostolo prediletto, i puri di cuore per i suoi più intimi amici, una Vergine per Madre sua. - La Madre, la «beata e dolce Madre, per dirla con Santa Caterina da Siena nelle sue Lettere, che ci ha dato il fiore del dolce Gesù». Non si può neppure pensare una creatura più unita a Dio, della Donna che fu il «paradiso dell’Incarnazione» e che nello slancio dell’amore riconoscente innalzò il Magnificat. Lo Spirito Santo discese in Lei ed essa divenne il tempio del Dio vivente, dando la natura umana al Figlio eterno di Dio e suo vero figlio. Si era preparata per Dio; visse, pregò, lavorò, soffrì per Dio; la sua esistenza fu associata a tutti i misteri della redenzione e della grazia, ai gaudii, agli strazi, alle vittorie di Gesù. E siccome per la grazia Gesù è nostro fratello e noi costituiamo - come vedremo - un unico Corpo mistico con Lui, la Madre di Gesù è anche la Madre nostra, secondo l’espressione del divino Morente dall’alto della Croce. Giustamente - come osservava la Vergine stessa a santa Gertrude - il Vangelo chiama Gesù il primogenito di Maria e non il figlio unico, poiché dopo Gesù, suo dolcissimo Figlio, o più veramente in Lui e per Lui, Ella ci ha generati tutti nelle viscere della sua carità e noi siamo divenuti suoi figli e fratelli di Gesù Cristo. È evidente che tutta questa grandezza di Maria dipende da Gesù Cristo e dalla grazia, che in previsione dei meriti del Redentore ed, in seguito alla Passione, in applicazione di essi, furono donati alla Madonna. Cosicché, onorare Maria equivale in ultima analisi ad onorare Gesù. Se questo si può ripetere di tutti i Santi, ed è anzi la ragione del culto che ai Santi noi indirizziamo, lo si deve affermare in modo speciale della Vergine Madre, figlia del suo Figlio, «umile ed alta più che creatura, - termine fisso d’eterno consiglio». Ed è sempre dalla sua più intima unione soprannaturale con Cristo, che proviene l’efficacia di quella intercessione materna presso Dio, che faceva esclamare Dante nostro: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia ed a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali. La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al domandar precorre. In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate». Partecipando maggiormente alla grazia divina, Maria ne condivide l’amore, la pietà e la potenza.

Leggiamo nel «De musica» di sant’Agostino che ogni uomo è simile alle sillabe di un poema, ciascuna delle quali sente il proprio suono, ma non riesce a percepire la melodia che contribuisce a formare. È vero. Nessuno di noi, quantunque ponga la sua sillaba, non comprenderà mai tutta la bellezza del poema d’affetto, che i secoli cantano a Maria. Sulle montagne di Ebron la «bianca fanciulla di Jesse, tutta avvolta di faville d’oro» aveva lanciato al futuro una profezia: «Tutte le genti mi chiameranno beata». Poteva sembrare ridicola o folle una tale parola sulle labbra d’un’oscura giovanetta. Eppure «noi serbati all’amor, nati alla scuola - delle celesti cose», ben sappiamo che a quella voce «obbediente l’avenir rispose». Dai dipinti delle oscure catacombe alle guglie del Duomo di Milano, da Dante a Manzoni, dalle dolci immagini di Giotto e dell’Angelico ai quadri di Raffaello; dallo Stabat Mater del Pergolesi e del Rossini all’Ave Maria del Gounod, l’arte, le lettere, la musica salutano Maria. Heine stesso la chiama «il più bel fiore della poesia»; Byron si commuove nell’ora melanconica del tramonto, quando nella pineta di Ravenna ode la campana del vicino monastero; [...]. E mentre la Chiesa ricorda le vittorie di Lepanto e di Vienna, ogni credente imita Cristoforo Colombo. Questi, muovendo alla scoperta dell’America, battezzava la più grande delle sue caravelle col nome di Maria; noi consacriamo a Lei la piccola nave del nostro cuore. Per dire chi è Maria, occorre studiarla mediante l’idea principale che sta alla base di questo «Sillabario del Cristianesimo», vale a dire dal punto di vista dell’unione soprannaturale con Dio. Nessuna creatura umana fu più di Lei unita a Dio mediante la grazia di Gesù Cristo. Non miracoli o manifestazioni rumorose noi troviamo nella Madonna; ma tutta la sua grandezza ed i suoi privilegi, fonti della sua gloria, si riducono a quell’unione. Ella è l’Immacolata, e, come tutti sanno, l’immacolato concepimento non è altro se non l’esclusione della colpa originale, ossia il fatto che mai l’anima di Maria fu priva della grazia e dell’unione con Dio; Ella è la Vergine e della verginità ci offre il vero e profondo significato, la dedizione completa della creatura al Creatore e la sua unione con Lui; Ella è la Madre, che mediante l’unione con Dio nell’Incarnazione, unisce gli uomini tutti, - tutti i suoi figli - al Padre. E se anche dovessimo dare uno sguardo alla corredentrice, altro non coglieremmo se non l’unione di Maria con Gesù nei suoi misteri; l’Assunzione non è altro se non l’unione perfetta con Dio in cielo; il culto per la Vergine nei secoli ha per oggetto e per finalità l’unione con Dio e la grazia. Insomma, in questa musica una sola nota, divinamente bella, squilla ed echeggia; e senza le nozioni sul soprannaturale, date nei capitoli precedenti, sarebbe vano voler, sia pur pallidamente, comprendere Colei che santa Gertrude invocava così: «O giglio bianco della Trinità splendente!».

Il dogma c’insegna che nel Verbo Incarnato, Gesù Cristo, vi sono due nature - la natura divina e l’umana - ed un’unica Persona: la Persona divina. La teologia, col genio di san Tommaso d’Aquino, commenta questo enunciato dogmatico, illustrando la possibilità dell’Incarnazione, e ricercando in qual modo si possa concepire l’unità di persona nella dualità delle nature. Le azioni umane di Gesù Cristo, essendo azioni della Persona divina, hanno un valore infinito; sarebbe, dunque, bastata la minima fra esse, per redimerci. Ma il Padre - per darci una nuova prova di quell’amore che è il vero motivo dell’Incarnazione - volle che Gesù ci redimesse con la passione e con la morte di croce. E Gesù così fece. Egli prese sopra di sé tutti i nostri peccati, mettendosi volontariamente al posto nostro e divenendo il Mediatore tra Dio e gli uomini. Sopportando una triplice classe di dolori, ci ottenne il perdono e rialzò la nostra natura allo stato soprannaturale, dal quale era caduta. A Lui, Redentore del genere umano, i secoli rivolgono lo sguardo riconoscente e lo salutano Re d’amore e Dio dei cuori.

Vi è un abisso tra Cristo ed ogni altra persona; e ben lo percepì l’imperatore strapotente, che nei primi anni del secolo XIX ebbe in sua mano i destini d’Europa. Nella solitudine del suo esilio - così lo descrive il Newman in una delle ultime pagine del suo capolavoro - e poco lontano dalla morte, sembra che egli si sia espresso in questo modo: «Io mi sono abituato a tenere dinanzi alla mia memoria gli esempi di Alessandro e di Cesare, con la speranza di rivaleggiare le loro imprese e di lasciare un ricordo perenne nello spirito degli uomini. Eppure, ben ponderato tutto, in qual senso vive Cesare? In qual senso Alessandro? Chi li conosce? Chi si cura di essi? Nella migliore delle ipotesi si sa poco più dei loro nomi [...] ed, anzi, i loro nomi stessi non fanno altro se non volare nel mondo come altrettanti spiritelli, ricordati solo in qualche particolare occasione o per una qualunque associazione di idee. La loro patria principale sono le aule scolastiche; il loro posto più importante è nei libri di esercizi grammaticali; essi sono splendidi esempi per temi di esercitazioni letterarie. Ma, al contrario, (si dice continuasse), in tutto il mondo non v’è che un solo uomo che viva. È il nome di uno che passò gli anni della sua vita nell’oscurità e morì della morte del malfattore. Mille ottocento anni son trascorsi da quel giorno; ma esso occupa ancora un posto nello spirito degli uomini. Fra le nazioni più svariate per indole, sotto l’impero delle circostanze più diverse, in mezzo a popoli e ad intelligenze colte come tra genti e menti incolte, in tutte le classi della società, domina il Possessore di quel gran nome. Lo riconoscono nobili e plebei, ricchi e poveri. Milioni di anime rivolgono a Lui la loro voce, si affidano alla sua parola, son tenute in rispetto dalla sua presenza. Templi sontuosi e innumerevoli vennero costruiti in suo onore; la sua immagine, che lo raffigura nell’ora della sua più profonda umiliazione, è trionfalmente spiegata al vento nelle orgogliose città, nei piccoli paeselli, negli angoli delle strade, nelle forre dei monti. È Lui che santifica i palazzi aviti, […] le camere matrimoniali e che forma il soggetto dei capolavori dei genii più alti nelle arti imitative. Egli vien portato nel cuore durante la vita; vien tenuto dinanzi agli occhi, già velati a mezzo, del morente. C’è dunque uno, il quale non è semplicemente un nome, non è una semplice funzione, ma è una vera e propria realtà. Egli è morto e se n’è andato, ma è tuttora vivente. Vive come un pensiero vivente ed energetico di generazioni che si succedono, come la legittima forza motrice di migliaia di grandi avvenimenti. Senza sforzo Egli ha compiuto ciò che altri, con una lunga vita di lotte, non sono riusciti a fare. Può Egli essere qualche cosa meno di un Dio?». Così parlava Napoleone. Ed anche noi ci chiediamo: - Chi mai può dubitare della divinità di Gesù Cristo?

Ormai, dopo queste riflessioni, è facile capire in che consista la Redenzione. Il Verbo Incarnato ha accettato di prendere su di sé tutti i nostri peccati; si è messo volontariamente al nostro posto; ed ha soddisfatto il debito nostro in modo sovrabbondante. L’umanità -- dice l’Apostolo san Pietro - è stata riscattata «non da cose corruttibili, quali l’argento e l’oro, ma col sangue prezioso dell’Agnello senza macchia, il sangue di Cristo, che è stato predestinato già prima della creazione del mondo». Sull’Uomo-Dio il Padre pose l’iniquità di tutti noi ed Egli ha sofferto ed è morto per tutti gli uomini, sia per quelli che l’avevano preceduto, come per quelli che sarebbero venuti dopo di Lui. «Con un gran prezzo» - per usare l’espressione di san Paolo - Cristo ha ottenuto la nostra redenzione; e, anche prescindendo dalla sua vita privata e pubblica, basta rivolgere un pensiero alla sua Passione, per comprendere quanto Gesù Cristo abbia sofferto per noi. I tormenti di quelle ore di strazio e d’angoscia si possono dividere in tre classi: a) I dolori delle sue membra immacolate. -- La flagellazione, che lo rese una piaga sola; la fronte trafitta, il capo «percosso, piagato, bruttato di sangue ed esposto al ludibrio sotto la corona di spine»; l’ascesa al Calvario sotto il pesante legno della Croce; le tre cadute, la crocifissione, le tre ore lente di agonia sul patibolo infame e la morte, furono un seguito di dolori inenarrabili. La feroce crudeltà dei carnefici non poteva essere maggiore; il «Dio umanato» ha sofferto un mare di dolori. Anche oggi, dopo tanti secoli, basta tendere l’orecchio e subito ci giunge l’eco dei colpi di martello, che cadevano inesorabili sui chiodi traforanti le mani ed i piedi del Giusto. b) Anche l’anima di Gesù fu invasa dall’amarezza, causatagli dalle circostanze stesse della sua Passione. Il tradimento di Giuda; l’abbandono degli Apostoli; la triplice negazione di Pietro; l’ingratitudine d’un popolo beneficato, che solo pochi giorni prima, gli aveva cantato l’osanna ed ora urlava il crucifige e lo posponeva a Barabba; le umiliazioni procurategli da ipocriti come Anna e Caifa, da crudeli come Pilato e la soldataglia, e persino da un immondo come Erode; le bestemmie dei nemici, l’insulto dei sacerdoti del tempio; la visione dell’avvenire in cui milioni e milioni di anime avrebbero irriso a Lui e calpestato il suo sangue divino; e soprattutto l’incontro con la Madre e le sue lacrime desolanti, tutto contribuiva a rendergli più angosciosa la terribile espiazione, che Egli subiva per i nostri peccati. c) Questo era poco ancora, in confronto dell’immenso dolore che si scatenò sopra Gesù, come una tempesta violenta, tra gli olivi del Getsemani e lo gettò boccone a terra, in un’agonia più opprimente della morte ed in un freddo sudore di sangue. Un dramma quale mai la terra aveva contemplato o contemplerà, si svolse nell’anima divina di Lui. L’Uomo-Dio, l’innocente, anzi la stessa Innocenza, la stessa Purezza, la stessa Bontà, in quel momento sentì tutti i peccati degli uomini sopra di sé. L’ammasso spaventoso delle colpe - come lo chiama Bossuet - che si erano commesse prima di Lui e che dopo la sua morte sarebbero state compiute; i peccati di tutte le creature, delle nazioni, delle famiglie e degli individui; tutte le nefandezze più obbrobriose, le più oscene viltà, le vergogne più innominabili, le ignominie più detestabili, le immoralità più sconce; tutta questa fiumana di fango Dio poneva sulle sue spalle e gravava sul suo Cuore immacolato. Egli sentì di sostituire allora i colpevoli e gli parve di scomparire in quell’oceano di lordure e di delitti. Il contrasto più vivo ed angoscioso lacerava la sua anima purissima, che in quell’ora provava la nausea più ributtante. «Padre! - esclamò - Se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Ma il Padre fu inesorabile. Fino all’ultima feccia doveva Egli bere il calice amaro, perché - come dice san Paolo con una energica espressione - «Colui che non conosceva affatto il peccato, Dio l’aveva fatto peccato», essendo Egli la divina vittima per l’espiazione del peccato, simile - nella natura umana da Lui assunta - ai peccatori, e rappresentando non solo i peccatori, ma in certo senso lo stesso peccato. [Gesù NON peccò mai, ndR]. Fu allora che sudò sangue e si sentì spezzare il Cuore, quasi stritolato sotto i colpi della divina Giustizia e della umana fragilità; ed è parlando di questo tormento, che un giorno, a santa Margherita Maria, Gesù doveva dire: «È qui che ho più sofferto interiormente, che in tutto il resto della mia Passione, vedendomi in un abbandono generale del Cielo e della terra, carico dei peccati di tutti gli uomini. Io sono comparso innanzi alla Santità di Dio, che senza aver riguardo alla mia innocenza, mi ha infranto nel suo furore, facendomi bere il calice che conteneva tutto il fiele dell’amarezza del suo sdegno, come se Egli avesse dimenticato il nome di Padre per sacrificarmi alla sua giusta collera. Non vi ha creatura che possa comprendere la grandezza dei tormenti che soffersi allora». Tutto ciò, se ci ricorda che ognuno di noi è stato la vera cagione dei dolori di Cristo e della sua crocifissione, ci proclama però anche la dolce e consolante verità che per tutti Egli è morto e che, come lo definisce san Paolo, Egli è il Mediatore fra Dio e gli uomini. Da Cristo solo dipende la nostra salvezza, il perdono e la santificazione; per questo, Egli anche è il capo di tutti gli eletti che ha salvati per mezzo del Suo sacrificio. A Cristo Redentore si avvicinano, quindi, tutte le anime; e come - il paragone è di santa Teresa del Bambino Gesù - se sopra un braciere ripieno di carboni ardenti si getta una goccia d’acqua, questa scompare in un attimo, così in questo fuoco del divino amore di Cristo noi gettiamo i nostri peccati, sicuri che vengono distrutti. Venti secoli son passati e le generazioni umane sempre continuano a rivolgersi al Crocifisso, che tutti attende con la testa chinata, con le braccia aperte quasi in attesa di darci il suo divino abbraccio, col costato trafitto per mostrarci il Cuore che tanto ha amato gli uomini. Questo Cuore volle mostrarlo, dice santa Caterina, «affinché l’affetto dell’anima fosse tutto alle cose alte e l’occhio dell’intelletto contemplasse nel fuoco». Con la voce del cuore e del sangue Cristo ripete ad ognuno di noi: «Voi non siete fatti d’altro che d’amore». Lo spirito grande di san Paolo si perdeva in questo oceano d’amore ed alcune espressioni immortali delle sue Epistole ci danno un segno della sua commozione. Quando egli dice: «Se qualcuno non ama nostro Signor Gesù Cristo, sia scomunicato»; quando si gloria di non arrossire del Vangelo e di predicare solo Cristo Gesù e questo crocifisso; quando proclama che non c’è salute se non nel Redentore e perciò la sua vita è Cristo, san Paolo non fa altro se non innalzare il suo grido d’amore, che vivifica tutta la sua dottrina teologica ispirata, intorno all’Incarnazione ed alla Redenzione. Nel Crocifisso s’appuntano i pensieri e gli affetti dei buoni. San Francesco d’Assisi riceverà nelle sue membra il suggello glorioso del martirio divino e tutti i Santi porteranno le stimmate impresse nella loro coscienza. Le abnegazioni più alte, gli eroismi più generosi, i sacrifici più disinteressati trovano in Cristo, che pende dalla Croce, l’ispirazione e la forza. E gli stessi bestemmiatori, come un giorno sul Calvario, finiscono col Centurione a battersi il petto, confessando: «Veramente Costui è il Figlio di Dio». Qualche retore di cattivo gusto può talvolta divertirsi a confrontare la morte di Cristo con quella di Socrate, o con la morte di altri uomini celebri; ma non si riesce mai a scoprire nessuno, per quanto illustre e famoso, che possa ripetere, come Gesù ripete da secoli ad ogni coscienza: «Io, io sono la risurrezione e la vita».

L’Incarnazione è l’unione di Dio con l’uomo, è l’assunzione della natura umana da parte della Persona del Verbo, per unire l’uomo con Dio mediante la grazia. Dio si annienta per divinizzarci; discende per farci ascendere. Se si prescinde dai concetti illustrati - vale a dire dall’ordine soprannaturale, dalla nostra divinizzazione e storicamente dalla caduta dell’uomo - non si capisce ciò che è stato il fatto dell’Incarnazione, - di questo «parentado» cioè, come la definisce santa Caterina, tra la divinità e l’umanità, per riparare la morte dell’uomo e per elevarlo soprannaturalmente alla vita divina. Quali furono, dunque, i motivi dell’Incarnazione? Rispondere in modo perfetto a questa domanda non è possibile, perché, quando noi parliamo di Dio, non dobbiamo dimenticare la debolezza della nostra ragione. La beata Angela da Foligno giustamente osserva che in Dio non c’è una perfezione staccata da ogni altra perfezione, ma v’è un’armonia e fusione di tutte le perfezioni. La Potenza, la Giustizia, la Misericordia si armonizzano fra loro e la parola che meglio riesce a sintetizzare questa Vita divina è l’Amore. Solo alla luce dell’Amore si può tentare di discorrere dell’Incarnazione. Per amore, Dio ci aveva creati; per amore, ci aveva elevati allo stato soprannaturale; per amore, il Figlio di Dio si fece uomo per divinizzare i figli degli uomini. Dio ha amato tanto il mondo - dice l’Apostolo san Giovanni - da darci il suo Unigenito, perché tutti coloro che crederanno in Lui non periscano, ma abbiano la vita eterna. Ed i Padri ad una voce, mentre non esitano a proclamare che Dio si è fatto uomo, perché l’uomo divenisse un Dio e fosse divinizzato dalla grazia zampillante da quell’unica sorgente che è Gesù Cristo, pongono a principio di ogni spiegazione l’Amore e la Bontà infinita di Dio. Storicamente, questa esplicazione dell’amore divino, questa pioggia della divina bontà, si riversò su un’umanità decaduta, cosicché scopo dell’Incarnazione - di fatto - non fu soltanto l’elevazione dell’uomo all’ordine soprannaturale, ma altresì la riparazione del peccato, e la grazia di Cristo fu quindi grazia riparatrice. L’amore di Dio per noi risolve il problema che per l’uomo sarebbe stato insolubile. Da una parte la giustizia divina esigeva una riparazione della colpa; dall’altra la debolezza umana si trovava impotente a soddisfare in un modo adeguato, poiché essendo la colpa - come vedemmo - d’una gravità infinita, non poteva essere compensata dall’uomo, i cui sforzi danno sempre un risultato naturale e finito. Intervenne allora la Misericordia: Dio volle aiutare l’uomo, volle dargli il perdono. Egli poteva redimerci in mille modi; ma il suo Amore ne scelse uno - l’Incarnazione - in cui la giustizia sarebbe stata perfettamente soddisfatta e la misericordia avrebbe avuto la sua manifestazione più grande. Gesù Cristo ha dato al Padre una riparazione di un valore infinito per i nostri peccati; per Lui la giustizia e la misericordia si abbracciarono l’una con l’altra, avvinte dall’Amore. Col Verbo Incarnato, perciò, - come si esprime Santa Caterina - noi abbiamo «la navicella per trarre l’anima fuori dal mare tempestoso, e condurla al porto della salute». In tal modo l’Amore infinito del nostro Dio scrisse il suo poema, il suo «libro sul legno della Croce, non con l’inchiostro, ma col sangue, con le parole delle dolcissime e sacratissime piaghe di Cristo. E chi sarà quel grande idiota, di sì basso intendimento, che non le sappia leggere?». Finalmente l’amore spiega perché la riparazione di Gesù Cristo sia stata compiuta con la Passione e la Morte di Croce. Per sé, come avvertimmo, ogni minima azione o sofferenza, ogni più leggera umiliazione, anche un solo desiderio del Cuore di Cristo sarebbe bastato a riscattarci, essendo ogni atto Suo di un pregio infinito. Ma il Padre, per far risplendere sempre più l’amore del Figlio Suo, volle che nel Sangue di Gesù noi fossimo santificati e reclamò come espiazione del peccato le pene, la passione e la morte di Cristo. Solo quando dall’alto della Croce Gesù poté esclamare: «tutto è consumato, consummatum est», solo allora la soddisfazione è stata completa e l’opera di salvezza venne condotta a termine. Il dolce Verbo - scrive ancora Santa Caterina - come aquila che sempre s’affissa al sole, riguardò nel sole dell’eterna volontà del Padre; «come ebbro d’amore del Padre eterno e della salute nostra, prese il giogo dell’obbedienza, e per compierla bene, si satollò di obbrobri, di scherni e di improperi. Colui che sazia ogni anima, soffrì la sete; per vestirci della grazia divina si spogliò della vita del corpo suo, e si fece bersaglio sul legno della santissima Croce». E proseguiva la Santa: «Da qualunque lato mi volgo, trovo ineffabile amore». L’amore fece discendere «l’altezza della Deità a tanta bassezza quanta è la nostra umanità [...] L’amore lo fece abitare nella stalla in mezzo agli animali. L’amore lo fece satollare d’obbrobri. E, per amore, il dolce Gesù sommamente si dilettò di portare la croce di molte tribolazioni [...] L’amore lo fece correre con pronta obbedienza fino all’obbrobriosa morte della Croce». «Chi l’ha tenuto fermo in Croce? Non chiodi, né Croce, né pietra, né terra, tenne ritta la Croce, perché non erano sufficienti a tener ritto l’Uomo-Dio; ma l’amore che aveva all’onore del Padre ed alla nostra salute». È ciò che Cristo stesso aveva detto: «Nessuno ha amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici».

Lasciando da parte, per un istante, le immagini e venendo al dogma, noi lo possiamo enunciare così: Nel Verbo incarnato, Gesù Cristo, noi abbiamo due nature - la natura divina e l’umana - ed un’unica persona: la persona divina. Che in Gesù vi debbano essere due nature è chiaro. La natura, come dicemmo, è ciò per cui una cosa è quello che è, ciò per cui Dio è Dio, l’uomo è uomo, un fiore è un fiore. Perciò, essendo vero Dio, Gesù Cristo deve avere la natura divina; essendo vero uomo, deve avere la natura umana. Se in Gesù Cristo, poi, vi fossero due persone, noi avremmo non uno, ma due esseri; da un lato Dio - la Persona Divina; dall’altro l’uomo - la persona umana; ossia non avremmo più l’uomo-Dio. - Tutto questo è di una evidenza somma. Il mistero consiste in ciò: come Dio ha assunto l’umanità, in modo che nell’unità della persona vi fossero le due nature? Il genio di san Tommaso, col trattato accennato (S. Th.), ha voluto proiettare un fascio di luce nelle tenebre sacre, che la mente umana adora riverente, in attesa delle rivelazioni celesti della beatifica visione. Dio - dice l’Angelico Dottore - è l’Essere per eccellenza. «Io sono Colui che sono», ossia: Io sono l’Essere stesso, disse Dio a Mosè. In altre parole: quale è la natura di Dio? È l’Essere perfetto. In Dio, dunque, non si distingue realmente l’essere dalla natura divina. Nelle creature, e quindi anche nell’uomo, la cosa è diversa: la nostra natura umana non è lo stesso Essere per essenza; in noi altro è la natura, altro è l’atto di esistenza personale. Il nostro essere è limitato, imperfetto, creato, e si distingue realmente dalla nostra natura. Orbene, in Gesù Cristo, secondo la teologia tomistica, noi abbiamo che l’essere divino, ossia il divin Verbo, fa sussistere la natura umana, senza bisogno che questa abbia il suo atto d’esistenza creata. L’Essere del Verbo che fa sussistere la natura umana, ecco Gesù Cristo, nel quale, perciò, vi sono due nature (l’umana e la divina; quest’ultima si identifica con l’Essere divino) ed un’unica Persona, la Persona divina, in quanto abbiamo un unico Essere (non due esseri, l’essere creato e l’Essere increato, ma solo l’Essere increato) ed in quanto quest’unico essere sostiene la natura umana, senza che per questo si muti in se stesso, in quanto fa terminare a sé la natura umana, come non si modifica il sole per il fatto che il raggio fa sbocciare il fiore, a cui dà vita e colori. Ma noi non dobbiamo addentrarci in queste alte disquisizioni, da non confondersi col dogma. Il dogma ci accerta che Gesù è veramente uomo e veramente Dio e che l’uomo-Dio è un’unica Persona, la Persona divina. Il modo di illustrare l’enunciazione dogmatica è il campo della teologia e ad essa deve ricorrere chi non vuol appagarsi delle nozioni elementari di questo volumetto. Piuttosto, gioverà subito rilevare come, per la duplice natura, Gesù Cristo può chiamarsi con verità «figlio dell’uomo» ed anche «figlio di Dio»; e come, per l’unità di persona, le azioni umane di Gesù Cristo hanno una dignità ed un valore divino, perché sono le azioni della Persona divina. Questo è il punto essenziale da notare: le nostre azioni hanno un valore umano, limitato, finito; quelle dell’Uomo-Dio, al contrario, hanno un valore infinito. L’importanza di un atto dipende dalla dignità della persona che lo compie: un sì, sulle labbra d’un re, può significare la salvezza d’un condannato a morte; sulle mie labbra, può risuonare impotente. E non si intenderà mai nulla di Gesù Cristo, sin quando non saremo profondamente, intimamente, intensamente coscienti di questa verità: ogni piccolo gesto, ogni pensiero, ogni parola, ogni aspirazione, ogni minima sofferenza, ogni preghiera, insomma ogni fiore che spunta sulla sua umana natura, ha un valore infinito, a ragione della sussistenza divina del Verbo. Avviciniamoci, dunque, con affetto al «dolce ed amoroso Verbo, Figliuolo di Dio», al bello fra i figli degli uomini, al Salvatore nostro benedetto che ha liberato la povera umanità, all’Agnello soave ed immacolato che nei secoli ha fatto palpitare i cuori più buoni, ha rapito le anime più nobili, ha purificato, vivificato e divinizzato l’umana coscienza. Avviciniamoci con santa Margherita Maria al suo Cuore, perché nessuno, meglio del suo Cuore, potrebbe manifestarci cos’è l’Incarnazione e la Redenzione.

L’albero dell’umanità - il paragone è della Santa di Siena - era puro e bello; ma, per la disobbedienza dei progenitori, da albero di vita divenne albero di morte. Per questo, canta la mistica senese, la Trinità sacrosanta, in un eccesso d’amore per l’uomo, innestò la sua «Deità nell’albero morto della nostra umanità». E quasi ciò non bastasse, il Figlio di Dio incarnato bagnò l’albero col suo sangue divino. Quantunque, dinanzi a simile immagine, noi subito comprendiamo come l’uomo innestato in Dio doveva produrre frutto di vita, tuttavia non possiamo a meno di chiederci: «Era possibile l’Incarnazione? È concepibile un Dio che si fa uomo? Non è questo un assurdo, implicando una mutazione in Dio e un annientamento quasi della divinità?». Risponde sant’Agostino. Anche il nostro pensiero s’incarna nella parola, che io stendo sulla carta; eppure esso non si cambia affatto. Così avvenne nell’Incarnazione. Il Pensiero, il Verbo di Dio, purissimo spirito, prese umana carne, vivificò l’inchiostro dell’umana natura; e ciò che si è modificato e mutato non è il Pensiero eterno e perfetto del Padre, ma l’uomo assunto da Lui. Ancora. Il mio pensiero resta nella mia mente, anche quando io l’ho scritto sulla carta, e l’ho incarnato nella espressione verbale; e non sono due, ma unico è il pensiero che è in me e che si trova sulla carta. Così, la seconda Persona della Trinità, incarnandosi, non ha abbandonato il Padre; è uno col Padre e con lo Spirito Santo e resta con loro, pur apparendo anche sulla terra. Ed unico è il Figlio di Dio, che sempre esiste in cielo e che visse un giorno in Palestina. E come qualora la carta venisse lacerata o soffrisse qualche deterioramento, anche il pensiero scritto scomparirebbe e se ne risentirebbe, quantunque il pensiero in sé non soffra nessuna diminuzione in quanto pensiero, così Gesù Cristo nella sua vita e nella sua passione non patì in quanto Dio, perché come Dio non poteva né patire né morire, ma solo in quanto uomo. Santa Caterina ricorre ad un altro splendido paragone. Il Verbo Incarnato, il Dio fatto Uomo è la Divinità, fulgente in sé come sole, ma velata dalla «miserabile nuvola» della natura umana. È vero: i profeti avevano predetto ed indicato chiaramente la venuta e la storia di Cristo; ed i prodigi compiuti da Lui, insieme con le profezie, erano una prova apodittica della sua divinità. Tuttavia, la nube della carne nostra, rivestendo il Verbo, lo nascose nell’occhio superficiale, che non vide, dietro quella nube, né salutò il Sole, quantunque di quando in quando il raggio d’un miracolo o d’una divina parola rompesse l’oscurità nuvolosa e ne rivelasse la presenza. E la Santa esclama: «Riguarda tu, o anima mia, e vedrai il Verbo nell’umanità nostra fatta come nuvola. La Deità non riceve lesione per la nuvola, vale a dire, le tenebre della nostra umanità, ma sta nascosta dietro il sole; e lo splendore divino, così come il cielo sereno talvolta si nasconde sotto la nuvola, la divinità del Verbo assistette alle sofferenze del corpo suo, ma, dopo la Risurrezione, cambiò in luce le tenebre della sua umanità e, da mortale che era prima, la rese immortale».

Il simbolo di sant’Atanasio, dopo d’aver limpidamente esposto il dogma della Trinità, enuncia l’altro dell’Incarnazione e della Redenzione in questi termini: «È necessario che chi vuol essere salvo, creda anche fedelmente l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo. La retta fede è questa: che crediamo e confessiamo che il Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo. È Dio dalla sostanza del Padre, generato prima dei secoli; ed è uomo dalla sostanza della Madre, nato nel tempo. È perfetto Dio, ed è perfetto uomo, sussistente dell’anima ragionevole e dell’umana carne. Eguale al Padre secondo la divinità, è minore del Padre secondo l’umanità. E quantunque sia Dio ed uomo, tuttavia non due, ma uno è Cristo. Ed uno non per la mutazione della divinità nella carne, ma per l’assunzione dell’umanità da parte di Dio. È uno del tutto non per confusione di sostanza, ma per l’unità di persona. Poiché come l’anima ragionevole e la carne sono un solo uomo, così Dio e l’uomo sono un solo Cristo. Il Quale ha patito per la salute nostra». Nel commento a queste parole, noi ci serviremo di san Tommaso d’Aquino, che nella Somma teologica ha dedicato uno dei suoi più splendidi trattati all’Incarnazione del Verbo. Naturalmente prenderemo solo qualcuna delle profonde idee del Dottore immortale; e, per renderle più accessibili a tutti, le esporremo spesso con le espressioni e le immagini dei mistici. Santa Caterina da Siena col suo Libro della divina dottrina, con le sue Preghiere e con le sue Lettere; e la Beata Angela da Foligno col suo Libro delle mirabili visioni e consolazioni ci potranno in ciò essere di immenso aiuto: poiché l’una volò in alto come aquila nelle altezze del dogma; l’altra ebbe la grazia - come si esprime un suo brillante traduttore, Luigi Fallacara - di poter vedere, con gli occhi dello spirito, tutti i tormenti della Passione di Cristo, sino ai lembi di carne che i chiodi conficcarono nel legno della Croce, e fu tutta trasformata nel dolore del Crocefisso... Dopo una breve premessa studieremo: 1) l’Incarnazione; 2) la Redenzione.

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