Luteranesimo: in due sensi : 1) come setta religiosa, una delle tante pullulate dalla così detta “Riforma” di Martin Lutero; 2) come sistema dottrinale, creato da Lutero e divulgato da lui e dai suoi primi discepoli in opposizione alla Chiesa ed alla dottrina cattolica. Sul terreno teologico interessa questo secondo senso. Lutero (1483-1546) nato ad Eisleben e vissuto in gran parte a Erfurt e a Wittenberg in Germania, ebbe una fanciullezza triste ed oppressa da dura disciplina in casa ed a scuola. D’ingegno non comune, ebbe però esuberante il sentimento e violente le passioni, sempre in contrasto con la sua educazione religiosa non scevra di superstizioni. Si fece frate agostiniano in seguito ad una gran paura avuta durante un temporale. Studiò in un ambiente dove dominavano il Nominalismo di Ockam (che mortificava la ragione umana) e l’Agostinismo (che mortificava la libertà e l’attività propria dell’uomo sotto l’azione di Dio). In convento dapprima si mostrò scrupoloso nell’osservanza, poi cominciò a sentire gli stimoli della carne, cui non seppe sempre resistere: di qui il violento dramma del suo spirito spaventato dal pensiero della dannazione. Professore di Sacra Scrittura a Wittenberg nel 1515-16 espone la Lettera ai Romani di San Paolo, dove si parla del peccato originale e del problema della giustificazione. In San Paolo egli credette di trovare il grande principio di tutto il suo sistema, che cioè a giustificare e santificare l’uomo basta la fede senza le opere. Il naufragio morale ed intellettuale del suo spirito era in atto quando nel 1517 si presentò l’occasione di metterlo in evidenza: la predicazione delle indulgenze affidata ai Domenicani, contro cui Lutero insorse (non senza una ragione di gelosia) attaccando alla porta della chiesa del castello di Wittenberg 95 tesi, in cui si impugnava la dottrina sull’indulgenza. Nel 1520 Leone X emanava contro Lutero ed i suoi errori la Bolla «Exurge, Domine» (nel nostro Settimanale chiamata anche Exsurge Domine, ndR). Così ebbe inizio la ribellione luterana che doveva staccare dalla vera Chiesa di Cristo tanta parte dell’Europa. Schema dottrinale del Luteranesimo: 1) La giustizia originale era connaturale in Adamo come la vista degli occhi. 2) Il peccato originale (= perdita della giustizia originale) ha corrotto intrinsecamente la natura in modo che l’uomo non è più capace di fare alcun bene. 3) Col peccato originale la ragione umana è decaduta ed il libero arbitrio non esiste più. 4) Pertanto l’uomo non è più responsabile dei propri atti tanto più che egli è dominato tirannicamente dalla concupiscenza, la quale è intrinsecamente peccaminosa anche nei suoi moti istintivi. 5) L’uomo decaduto per il peccato originale è insanabile tanto che non può guarirlo neppure Dio. La Redenzione perciò è tutta opera estrinseca a noi, compiuta da Cristo che si è sostituito a noi per scontare la pena dei nostri peccati presso la divina giustizia (sostituzione penale). La giustificazione dell’uomo - secondo Lutero - si attua estrinsecamente in un modo negativo, che è la copertura del peccato (non la distruzione), e in un modo positivo, che è l’imputazione a noi fatta della santità e dei meriti di Cristo. 6) Nessuna grazia abituale in noi; la grazia attuale non è una forza o una qualità dell’anima, ma è lo stesso Dio operante su di noi. 7) L’unico atto buono che possa far l’uomo è la fede fiduciale o abbandono in Dio, per cui egli confida nella sua misericordia e nella remissione dei propri peccati. 8) Per conseguenza i Sacramenti non hanno più ragione d’esistere: Lutero conserva il Battesimo, la Penitenza (con cui si dichiara ma non si opera la remissione dei peccati) e la Cena (che non è più Messa). Nell’Eucaristia il pane e il vino restano come sono, ma vi si fa presente Cristo (impanazione) non per la sola consacrazione, ma anche in forza della fede dei fedeli. 9) La Chiesa monarchica con la Gerarchia è, secondo lui, istituzione umana: tra l’individuo e Dio nessun intermediario. L’unica fonte a cui l’uomo può e deve attingere la verità divina è la Bibbia, interpretata individualmente sotto l’illuminazione divina (libero esame - cf. clicca qui). La Tradizione non ha che un valore umano. La vera Chiesa di Cristo sarebbe, sempre per Lutero, quella invisibile (influsso di Wicleff e Huss). Negazione delle indulgenze, del Purgatorio, dell’invocazione dei Santi, delle preghiere per i defunti. Il Luteranesimo potrebbe caratterizzarsi come uno pseudo-soprannaturalismo individuale. [Dal Piolanti, Parente, Garofalo, Editrice Studium, Roma, Imprimatur 6 Junii 1952].

Libero esame è il principio fondamentale del Luteranesimo. Tolta di mezzo l’autorità della Chiesa e il suo infallibile Magistero, Lutero mette il credente davanti alla Bibbia come unica fonte e unica norma della sua fede. Tra Dio e l’uomo nessun intermediario; il fedele perciò s’accosta ai Libri Sacri, li legge, li esamina liberamente e ne trae la verità da credere e la legge da osservare. Ma ben presto lo stesso Lutero s’accorse del pericolo implicito in quel principio: quando vide moltiplicarsi le opinioni e le tendenze secondo l’arbitrio individuale dei fedeli, egli alzò la voce per imporre il suo credo, senza badare all’incoerenza del suo modo d’agire; anzi ricorse al braccio secolare dei Principi. Ma il libero esame aveva conquistato le coscienze e produceva i suoi frutti amari: al disprezzo dell’autorità ecclesiastica succedeva il disprezzo per ogni autorità, la ribellione ad ogni legge e ad ogni principio imposto dall’esterno. Il libero pensiero fino all’assurdo e tutta la marea demagogica, che infesta il secolo XVIII e XIX, hanno la loro prima radice nel libero esame luterano. Sul terreno religioso questo principio funesto ha prodotto le innumerevoli sette protestanti, di cui nessuna forza riesce più ad arrestare il processo di cariocinesi. Il libero esame non ha alcun fondamento nella sacra Scrittura, anzi vi è escluso per l’istituzione del Magistero della Chiesa. [Dal Piolanti, Parente, Garofalo, Editrice Studium, Roma, Imprimatur 6 Junii 1952, pagina 195].

In generale è la tendenza a valorizzare la ragione umana, esercitandola di preferenza in ogni problema della vita, non escluso quello religioso. In questo senso il Razionalismo è Intellettualismo e si oppone al Volontarismo, al Sentimentalismo più o meno mistico, all’Agnosticismo, allo Scetticismo, al Prammatismo e a tutte le correnti irrazionali o estrarazionali. Questo Razionalismo sano e dignitoso non solo non contrasta con la fede, ma anzi si armonizza con essa. San Tommaso coi migliori Scolastici è testimonianza luminosa di questo Razionalismo, in cui fede e ragione s’incontrano e si aiutano a vicenda («fides quaerens intellectum, intellectus quaerens fidem»), fermo il principio della subordinazione della ragione alla fede, della filosofia alla Teologia. Ma il Razionalismo in senso stretto è un sistema che afferma il dominio supremo e assoluto della ragione umana in tutti i campi, sottomettendo al suo controllo ogni fatto e ogni verità, non escluso il mondo soprannaturale e la stessa autorità di Dio. Questo sistema tende a umanizzare il divino, quando non lo elimina, e a naturalizzare il soprannaturale, quando non lo nega. La tendenza a sopravvalutare la ragione anche nel campo della fede si manifesta qua e là fin dai primi secoli del Cristianesimo: per esempio nella 2a metà del IV secolo e al principio del V nelle eresie degli Anomei, dei Nestoriani, dei Pelagiani connesse con la Scuola Antiochena (a fondo naturalistico). Ma il vero Razionalismo eterodosso comincia con l’Umanesimo, quando lo studio dei classici risveglia e accentua nell’uomo un orgoglioso individualismo, la febbre del sapere, dell’indagine, della ricerca scientifica, della critica, dell’autonomia nel campo teoretico e pratico, l’adesione dello spirito a se stesso e alla natura. Dal naturalismo del Telesio, del Bruno e del Campanella alla costruzione soggettiva del Cartesianismo, allo scientismo empirico, alla libera interpretazione della Bibbia di Lutero, poi al l’Enciclopedismo e all’Illuminismo del sec. XVIII, a Kant, cultore della ragione autonoma e autoctona, arbitra della verità teoretica e pratica. Con lui il Razionalismo ha la sua sistemazione critica per riprendere il suo sviluppo nel secolo scorso fino alle conseguenze più antitetiche, come l’Idealismo assoluto e il Monismo materialistico. Tutto questo è il Razionalismo, che di fronte al problema religioso (che qui interessa) va da un vago Deismo al Panteismo e finalmente all’ateismo. La religione cattolica ha sostenuto l’urto secolare del Razionalismo, contendendogli il terreno e sbarrandogli il passo. Le fasi di questa lotta sono segnate nel «Sillabo» di Pio IX e nelle definizioni del Concilio Vaticano: v. DB, 1700 ss. e 1781 ss. [Voce tratta dal Dizionario di Teologia dommatica, Piolanti - Parente - Garofalo, Studium Roma, 1952, pag. 283 s]. Più precisamente, il Naturalismo è una corrente filosofica che, secondo le diverse tendenze dell’Immanentismo ateo, afferma la «natura» come unica realtà sufficiente a se stessa, immensa ed eterna...: appunto secondo il mito del Panteismo romantico. La corrente risale ai pensatori greci del periodo presocratico, la quale, attraverso quello rinascimentale (Telesio, Campanella, Bruno), giunge all’altro, illuministico e materialistico, che riduce la filosofia alla cosmologia, nella più ingiustificata disattenzione ai problemi della coscienza, della libertà, della morale, della religione, dell’arte. [Voce tratta dal Dizionario del Cristianesimo, p. Zoffoli, Sinopsis, 1992, pag. 336].

Matrimonio (dal lat. matris munus = ufficio della madre): è il Sacramento che prepara i nuovi candidati al regno di Dio. Nelle prime pagine della Sacra Scrittura (Gen. 2, 23 ss.; cf. Mt. 19, 4 ss.) è tratteggiata la struttura del Matrimonio come contratto naturale (officium naturæ). Eccone gli elementi: 1) è istituito da Dio indirettamente per la costituzione dei due sessi, che per istinto di natura si attraggono, direttamente per intervento positivo del Creatore, narrato nella Genesi; 2) è costituito nei singoli casi da mutuo consenso con cui un uomo e una donna si uniscono agli scopi voluti da Dio; 3) è caratterizzato da due qualità fondamentali: l’unità e l’indissolubilità «due in una carne sola»; 4) è orientato al fine principale della procreazione «crescete e moltiplicatevi» (Gen. 1, 27-28), a quello secondario del mutuo aiuto «adiutorium simile sibi» (Gen. 2, 18) - un aiuto che sia simile, e a quello accessorio di disciplinare l’istinto disordinato; 5) porta fin dalle origini qualche cosa di sacro, che tutti i popoli riconobbero nelle cerimonie religiose di cui circondarono le nozze e che Dio nel Nuovo Testamento apertamente rivelò dicendolo simbolo della futura unione di Cristo con la Chiesa (Ef. 5, 32). Dalla caduta di Adamo alla Redenzione la primitiva unità e indissolubilità non venne sempre osservata né presso il popolo eletto, che per la sua dura cervice strappò una specie di dispensa da Dio stesso, né, tanto meno, presso i pagani, che rotti al divorzio e alla poligamia scesero ben presto a quel basso livello morale, da cui Cristo venne a liberare il mondo. Egli infatti, prima di tutto, restituì il Matrimonio alla sua primitiva purezza richiamando in vigore la legge dell’unità (Mt. 19, 9; Mc. 10, 11; Lc. 16, 18) e sancendo quella dell’indissolubilità con il celebre detto: «Quod Deus coniunxit homo non separet» (Mt. 19-6) - Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi, poi elevò l’istituto matrimoniale alla dignità di Sacramento. Tale elevazione adombrata nel modo di agire di Cristo, più chiaramente suggerita da san Paolo (Ef. 5, 20-32) e apertamente insegnata dalla Tradizione, trasferì nell’ordine soprannaturale l’«officium naturæ» e lo pose sotto la luce dell’unione di Cristo con la Chiesa, da cui riceve la propria fisonomia. Infatti come l’unione di Cristo con la Chiesa 1) nasce da quella generosa dedizione, 2) per la quale Gesù Cristo nell’effusione del suo amore si dà per sempre (indissolubilità) ad una sola Sposa (unità), 3) per fecondarla spiritualmente, affinché si completi il suo corpo mistico; così il Matrimonio cristiano a) trova la sua genesi nella mutua dedizione, espressa esternamente nelle parole del contratto (il rito sensibile del Sacramento), b) che produce tra l’uomo e la donna un vincolo unico, perché esclusivo di terzi, e indissolubile, perché duraturo fino alla morte, c) al fine principale della fecondità, ordinata a moltiplicare i cittadini del regno di Dio, cui s’aggiunge lo scopo secondario di aiutarsi e confortarsi scambievolmente e quello accessorio di mitigare il fomite della concupiscenza. Per il conseguimento di tali fini il Matrimonio produce «ex opere operato» (per il fatto stesso di aver fatto la cosa) la grazia santificante e sacramentale, che stabilisce un orientamento costante dell’organismo soprannaturale dei coniugi, cui è annesso uno spirito di rettitudine nella procreazione della prole, di giustizia e di carità scambievole nel portare i pesi della famiglia e nell’assolvere il difficile compito di educare cristianamente i figli. Per la sua elevazione soprannaturale il Matrimonio è sottratto all’ingerenza civile e sottoposto alla vigilanza della Chiesa, che determina le condizioni di validità del contratto coniugale, ne stabilisce gli impedimenti e giudica di tutte le cause concernenti il vincolo sacramentale (cf. Concilio Tridentino, sess. 24). Sulla dignità del matrimonio cristiano e sui rimedi contro gli abusi moderni Pio XI emanò la splendida Enciclica «Casti Connubii», 1930. [Voce tratta dal Dizionario di Teologia dommatica, Piolanti - Parente - Garofalo, Studium Roma, 1952, pag. 213].

Corrente dottrinale complessa [...] che ha avuto interpretazioni ed applicazioni pratiche svariate, non facili a definirsi. Concetto fondamentale del Liberalismo è la libertà concepita come emancipazione ed indipendenza dell’uomo, della società, dello Stato, da Dio e dalla sua Chiesa. Nato dall’Enciclopedismo il Liberalismo trova una “giustificazione” filosofica nel Kantismo, affermandosi come Naturalismo e Razionalismo; passa con la Rivoluzione francese nella sfera sociale-politica e si manifesta come Democrazia ad oltranza (popolo sovrano), come Separatismo nei rapporti tra Chiesa e Stato (libera Chiesa in libero Stato), come Indifferentismo in materia di religione e di culto, come Astensionismo dello Stato in materia economica (lasciar fare all’iniziativa privata). Nella prima metà del secolo scorso questa corrente pericolosa ed erronea s’infiltrò anche tra le file dei cattolici assumendo una forma più moderata e insistendo specialmente sullo sganciamento della Chiesa dallo Stato e sulla larghezza di vedute di fronte allo spirito di libertà. Caratteristico il movimento cattolico-liberale in Francia capitanato da Felice de Lamennais, seguito entusiasticamente dal Lacordaire, domenicano, dal Montalembert e altri. Con le migliori intenzioni questi uomini cercarono di cristianizzare il Liberalismo, fondamentalmente avverso alla religione rivelata, ma invano. La Chiesa dovette intervenire prima per ammonire, poi per condannare. I documenti principali del Magistero Ecclesiastico sono: 1° l’Enciclica «Mirari vos» di Gregorio XVI (1832); 2° l’Enciclica «Quanta cura» con l’annesso Syllabus di Pio IX (1864); 3° le Encicliche «Immortale Dei» e «Libertas» di Leone XIII (1885 e 1888). Nel Sillabo è la condanna esplicita e dettagliata del Liberalismo sul terreno filosofico, teologico, religioso, sociale e politico. [...] Leone XIII nelle due celebri Encicliche conferma la condanna data nel Sillabo sostenendo vigorosamente i diritti di Dio e della Chiesa di fronte all’individuo ed allo Stato, che non può disinteressarsi del problema religioso né mettere la Chiesa Cattolica alla pari con gli altri culti [...]» (Op. cit., pag. 194).

Indifferentismo: sistematico atteggiamento di fronte alla varie forme di religione, per cui non si ha nessun interesse (Indifferentismo negativo) o che si ritengono tutte dello stesso valore (Indifferentismo positivo). Se si crede che ogni religione è falsa, si ha l’Indifferentismo irreligioso: se si pensa che ogni religione è buona e utile per questa vita e per l’altra, si ha l’Indifferentismo religioso. Una forma particolare di questa tendenza è l’Indifferentismo sociale-politico, proprio del Liberalismo, che, lasciando alla coscienza individuale la questione religiosa, vuole che la società e lo Stato siano aconfessionali, cioè senza nessuna religione e concedano piena libertà e uguaglianza di trattamento a ogni specie di culto. Nel sec. XVIII L’Illuminismo scartando la divina Rivelazione e riducendo la dottrina e la pratica religiosa a poche norme razionali, inaugurò l’Indifferentismo religioso naturalistico (affine al Deismo), che si diffuse largamente nel secolo scorso (nel 1.800)con l’aiuto del moralismo autonomo di Kant. Dal frantumarsi del Protestantesimo in centinaia di sette diverse è sorta invece una forma d’Indifferentismo soprannaturalistico, che giudica ugualmente utili per l’eterna salvezza tutte le forme religiose cristiane, che [vorrebbero] vanta[re] una Rivelazione divina. Recentemente i Protestanti hanno tentato di riunire in una intesa ridotta al minimo tutte le loro sette, invitando a questa ibrida unione perfino la Chiesa Romana! Ora l’Indifferentismo negativo è detestabile, perché rinnega il fine supremo della vita a cui la religione è ordinata. L’Indifferentismo positivo e irreligioso è empio: quello sociale-politico è illogico e ingiusto, perché senza esaminare il valore delle varie forme religiose le accomuna tutte nella stessa sorte e perché offende la coscienza dei cittadini disinteressandosi del fattore religioso. L’Indifferentismo soprannaturalistico è assurdo perché dando lo stesso valore a forme religiose in contrasto, mette Dio, che le rivelerebbe, in contraddizione con se stesso. La conclusione è una: il problema religioso è di grande interesse individuale e sociale e però va esaminato con attenzione dal punto di vista psicologico e storico, per venire ad una selezione del vero dal falso e aderire alla religione che presenta le più salde garanzie di verità e di soprannaturalità. La Chiesa ha condannato le varie forme dell’Indifferentismo (Dizionario di Teologia dommatica, Piolanti - Parente - Garofalo, Studium Roma, 1952, pag. 175).

Ecumenismo significa etimologicamente tendenza a fare di tutto il mondo una famiglia. In senso religioso questo termine (che anticamente serviva ad indicare il carattere universale della Chiesa o di un Concilio) acquista un significato particolare in seno al Protestantesimo. Dato il processo disgregativo che accompagna la Riforma luterana fin dell’inizio, i Protestanti avvertono il disagio della loro situazione di fronte alla parola di Cristo sull’unità della Sua Chiesa, e sotto la pressione di tale disagio, in questi ultimi tempi, hanno tentato un’intesa almeno fondamentale tra le innumerevoli sette derivate dalla teoria del libero esame. [...] L’Ecumenismo, [che è] protestante, è fondato sul principio dell’uguaglianza di tutte le Chiese o confessioni cristiane, non esclusa la Chiesa Cattolica, che sarebbero esperienze varie di una sola fede e vie diverse per arrivare a una sola Chiesa ecumenica proiettata verso la fine dei tempi. Tale concezione è in aperto contrasto col pensiero di Gesù Cristo, che ha fondato la Sua Chiesa unica sulla roccia che è Pietro vivente nei Romani Pontefici suoi successori. Le confessioni protestanti e scismatiche sono frammenti staccati dalla vera e unica Chiesa che è la Cattolica, in cui è in atto l’unità di fede e di regime voluta da Cristo. L’Ecumenismo ha sedotto recentemente [Stiamo citando il Dizionario di Teologia dommatica, Piolanti - Parente - Garofalo, Studium Roma, 1952, pag. 110, ndR] alcuni cattolici determinando un movimento irenico verso l’unione senza le debite cautele per l’integrità della fede e della costituzione gerarchica e giuridica della Chiesa. A frenare e disciplinare tale pericolosa tendenza il Sant’Uffizio ha emanato una Istruzione «De Motione œcumenica» (20 dicembre 1949), che pur incoraggiando le buone iniziative per il ritorno dei dissidenti all’unico ovile di Cristo, stabilisce norme precise sul metodo e sui limiti di siffatte iniziative, richiamando la dottrina dei Romani Pontefici».

Dizionario di teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. L’Assunzione di Maria. ASSUNZIONE (di Maria): è il prodigioso transito di Maria SS. in anima e corpo dalla terra alla vita celeste. È un dogma di fede definito solennemente da Pio XII con la Costituzione Apostolica «Munificentissimus Deus» (1° nov. 1950); ma la Chiesa, fin dai primi secoli (V-VI), ha professato pacificamente la fede nell’Assunzione, come risulta dalla liturgia, da documenti di devozione, dagli scritti dei Padri e dei Dottori, dai voti inviati alla S. Sede, nell’ultimo centennio, per una definizione dommatica. Questa fede secolare e universale, confermata da tutto l’Episcopato nella risposta alla Lettera Apostolica «Deiparae Virginis» (1° maggio 1946), è l’argomento fondamentale, di cui si è servito il Papa nell’illustrare le ragioni della definizione, non potendo la Chiesa docente e discente ingannarsi nel credere come divina una verità. Pertanto nel Documento Pontificio si procede con metodo regressivo dalla fede attuale della Chiesa fino alla più antica tradizione ed alla Sacra Scrittura, parlando 1° della liturgia (templi, immagini, preghiere, festa in onore di Maria Assunta, con relativa ufficiatura, di cui sono esempi notevoli il Sacramentario Gregoriano e quello Gallicano); 2° della voce dei Padri e dei Dottori (Ps. -Modesto Gerosolimitano, san Germano Costantinop. e soprattutto san Giovanni Damasceno tra i Padri; Amedeo di Losanna, sant’Antonio di Padova, sant’Alberto M., san Tommaso e san Bonaventura, san Bernardino e san Roberto Bellarmino, san Pietro Canisio ed il Suarez fra gli Scolastici, nonché san Francesco di Sales e sant’Alfonso); 3° dei fondamenti biblici, che si concentrano sull’idea di Maria associata a Cristo Redentore nella lotta e nel trionfo su Satana, di cui si parla già nel Protoevangelo (Gen. 3); 4° finalmente delle ragioni teologiche (armonia dei privilegi mariani, come l’immacolata Concezione, la eminente Santità, la Verginità, la Divina Maternità; pietà filiale di Cristo verso sua Madre). Il Papa, pur parlando nella Costituzione della morte di Maria, non ne fa cenno nella definizione. Si sa che ci sono due tradizioni, una favorevole alla morte di Maria (non per debito, ma per ragione di conformità col Figlio), l’altra favorevole all’immortalità. In ogni caso la morte di Maria non sarebbe stata, come la nostra, accompagnata da dolore e corruzione del corpo, ma simile a un dolce addormentarsi e risvegliarsi nella vita gloriosa del corpo e dell’anima.

Opera citata. Ascensione. Ascensione (di G. Cristo): è attestata esplicitamente da S. Luca nell’Evangelo (24, 50 ss.) e negli Atti degli Apostoli (1, 9 ss.). Implicitamente ricorre là dove si parla della presenza di Gesù risorto in cielo (per es. in Hebr. 9, 24; I Petr. 3, 22 e altrove). Gli esegeti cattolici hanno rivendicato l’autenticità e la storicità della testimonianza di S. Luca così vicina alla data del fatto (gli Atti sono del 62-63). L’Ascensione di Gesù al cielo nella sua Umanità glorificata con la risurrezione è verità di fede, come apparisce dal Simbolo Apostolico e dal Simbolo Niceno - Costantinopolitano. Teologicamente l’Ascensione va spiegata in questi termini: Cristo non ascese al cielo come Dio, perché Dio è dappertutto, ma come Uomo unito ipostaticamente al Verbo. S. Tommaso precisa (Summa Theol. III, q. 57, a. 3) che Cristo ascese al cielo con la Sua Umanità per virtù propria e cioè sia per virtù divina (che gli era propria come Verbo), sia per virtù umana acquistata dalla sua anima glorificata, che come tale può muovere il corpo dovunque vuole. L’Assunzione di Maria invece si attua principalmente per virtù di Dio, sebbene anche l’anima della Vergine glorificata godesse della potenza di muovere il corpo in modo da superare le leggi ordinarie della natura.

Dizionario di teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. Articoli fondamentali. Articoli fondamentali sono oggetto di una controversia religiosa sorta col Luteranismo nel sec. XVI. Fin dai primi passi la riforma luterana si vide minacciata dal frammentarismo e da quell’istintiva e fatale tendenza alla scissione, che è insita nella dottrina del libero esame e che doveva produrre la ridda delle innumerevoli sette, di cui si compone il Protestantesimo d’oggi. Tolto di mezzo il Magistero infallibile della Chiesa, i Luterani furono subito costretti a cercare un’altra via per costituire almeno una larva di unità fra tanta confusione d’idee. Nacque così l’idea degli articoli fondamentali, che nell’intenzione di parecchi teologi della riforma dovevano essere un minimum di dottrina di fede, in cui tutte le sette potessero convenire. Iniziato dal Calixt in Germania, dal Turretin nella Svizzera, dal Cranmer in Inghilterra, il sistema degli articoli fondamentali ebbe, dopo varie manipolazioni, una formulazione definitiva sotto Elisabetta nella Chiesa Anglicana, che ancora oggi custodisce i celebri 39 articoli nel Book of Common Prayer. Il sistema fu elaborato in Francia con ardore dal Jurieu, il quale fu efficacemente confutato dal Bossuet con argomentazioni che conservano ancora la loro forza. In realtà il sistema degli articoli fondamentali, come surrogato del Magistero della Chiesa per l’unità della Fede, non si regge. È evidente che tra i misteri e le altre verità rivelate c’è una gradazione in modo che una verità sia più importante dell’altra; ma tanto la S. Scrittura quanto la Tradizione non permettono che un fedele accetti alcune verità rivelate e ne rigetti altre, siano pure di minore importanza. Il cristiano è chiamato ad aderire a Cristo e al suo Evangelo integralmente: l’unità della fede è il motivo dominante della divina Rivelazione e S. Paolo vi insiste con energia, come per es. in 1 Cor. 1, 10: «Vi scongiuro, o fratelli, per il nome di N. S. Gesù Cristo affinché tutti diciate la stessa cosa e non siano scissioni in mezzo a voi: ma siate perfetti nello stesso sentimento e nello stesso pensiero». Non c’è luogo a selezione, dunque, nelle verità proposte alla fede dei credenti, come vorrebbero i Protestanti. Ma anche se ci fosse questa possibilità di selezione per raggiungere la sospirata unità, rimarrebbe a provare chi abbia la facoltà di stabilire gli articoli indispensabili a credersi; e così, senza volerlo, i Protestanti ritornano al concetto di una regula fidei imposta da un’autorità docente [la Chiesa, ndR], che essi hanno rinnegato.

Apostolicità (della Chiesa): la apostolicità è la quarta e ultima nota o proprietà che il Simbolo Niceno - Costantinopolitano attribuisce alla Chiesa. Emerge dall’intima natura della Chiesa stessa; infatti essendo essa la umanità organizzata in Cristo socialmente, ovverosia gerarchicamente in Pietro e nel collegio dei Dodici, l’apostolicità forma la spina dorsale della sua costituzione, la garanzia della sua continuità, la condizione della sua fecondità. La Scrittura attesta che Gesù Cristo stabilì la sua Chiesa sulla roccia di Pietro e sul fondamento degli Apostoli (Mt. 16, 18-19; Eph. 2, 20; Apoc. 21, 14) e la storia della Chiesa nascente, narrata negli Atti, mostra gli Apostoli all’opera, nella predicazione di una dottrina trasmessa dal Maestro, nell’applicazione di mezzi di salute da Lui istituiti, nell’imposizione di una autorità da Lui derivata. Essi si crearono dei successori con lo stesso scopo di insegnamento, di santificazione, di governo. L’apostolicità implica pertanto una continuità legittima di successione sulla cattedra occupata da Pietro e dal collegio apostolico con la conservazione della stessa dottrina, degli stessi Sacramenti, dello stesso regime. L’apostolicità è come la ininterrotta teoria dei Papi (successori di S. Pietro) e dei Vescovi (successori degli Apostoli), che si trasmettono attraverso tutte le età la fiaccola della stessa fede, il calice dello stesso sangue di Cristo, il pastorale della stessa autorità, «Come i primi rami di un albero non muoiono, ma si rinnovano e si prolungano diffondendo la loro forza vitale nella parte nuova, così avviene nella Chiesa per la successione dei pastori. In essa il collegio episcopale si rinnova di tempo in tempo, ma per diffusione e prolungamento della vita apostolica. L’apostolicità dunque della Chiesa non è per noi un fatto remoto o passeggero, ma tuttora presente, perché anche oggi la vita della Chiesa viene da Cristo negli Apostoli, dagli Apostoli nei loro legittimi successori, e da costoro in noi» (Card. Alfonso Capecelatro). Si distingue l’Apostolicità formale, che è quella qui descritta, e la Apostolicità materiale, che importa un’origine apostolica, ma manca di continuità legittima, perché separata da Pietro vivente nel Romano Pontefice, cui i Vescovi sono soggetti, come già gli Apostoli a Pietro. La Chiesa orientale, scismatica (ed eretica, ndR), detta «ortodossa», ha soltanto la Apostolicità materiale.

Apostoli, inviati: furono 12 discepoli scelti da Gesù (Mt. 10, 5; 20, 17; Mc. 6, 7; 6, 2; 1 Cor. 15, 5 ecc.) per diffondere l’Evangelo e il Regno di Dio prima in Israele e poi in tutto il mondo. L’Apostolo è l’inviato di Cristo, come Cristo è l’inviato del Padre; esso ha la missione di rendere testimonianza a Cristo, sacrificando tutto, anche la vita. Gli Evangelisti danno il catalogo dei dodici Apostoli con a capo Pietro. Così S. Matteo, 10, 2 ss.: «Simone, detto Pietro, e Andrea suo fratello, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il traditore».

Per gli antichi, «apocrifo» era un libro che conteneva dottrine religiose riservate ad iniziati; nel linguaggio ecclesiastico, invece, era un libro non ammesso alla lettura pubblica nella comunità nonostante la somiglianza che esso presentava, per il nome del presunto autore e per il contenuto, con i libri ispirati della Bibbia. Apocrifo, quindi, è un libro da escludersi perché non canonico (v. Canone). Tali libri erano di provenienza sospetta e messi in circolazione da sètte che volevano dare autorevole fondamento alla loro dottrina. Alcuni, però, sono frutto della pia curiosità di lettori che non trovavano nei Libri Sacri tante minute notizie su persone e periodi della storia sacra e vollero completarle con informazioni qualche rara volta di buona fonte ma nella maggioranza dei casi frutto di fantasia. Alcuni di questi scritti in buona fede trovarono credito tra i fedeli e gli scrittori ecclesiastici. Nell’attuale edizione ufficiale latina della Bibbia sono riportati in appendice gli apocrifi libri III e IV di Esdra, e la preghiera del re Manasse ispirati a testi canonici. Alcuni testi liturgici furono derivati dai suddetti due libri, per es. il Requiem (IV Esd. 2, 34 s.). Gli studiosi moderni dedicano particolare attenzione a questa considerevole produzione letteraria interessante per la conoscenza delle idee religiose e morali vigenti al tempo di Cristo. La vasta letteratura apocrifa, difficilmente accessibile ai lettori comuni, segue le grandi e minori divisioni dei due Testamenti. Gli Apocrifi del Vecchio Testamento, quasi sempre di autori giudei, sono di argomento messianico ed hanno talvolta subito interpolazioni cristiane. Qualcuno, come le Odi di Salomone, sembra di totale provenienza cristiana. Essi si possono distinguere, non certo adeguatamente, in libri storici, dedicati alle grandi figure del V. T., didattici, cioè di contenuto morale, e profetici o apocalittici, che riferiscono presunte rivelazioni sul mondo degli angeli, sui misteri della natura, sulla futura sorte d’Israele, sulla persona ed il regno del Messia. Tra gli apocrifi della prima classe è degno di nota il libro dei Giubilei o Piccola Genesi, scritto da un fariseo moderato verso la fine del II sec. a. C., in cui Mosè narra la storia del mondo dalla creazione fino all’esodo dall’Egitto, distribuendola in periodi giubilari di 49 anni. Altri libri: il III di Esdra, III dei Maccabei, l’Ascensione di Isaia, il Testamento di Salomone. Tra i libri didattici, sono notevoli: il Testamento dei Patriarchi, in cui i figli di Giacobbe profetizzano l’avvenire delle dodici Tribù da essi discendenti; i Salmi di Salomone e di David; le Odi di Salomone, il IV libro dei Maccabei. Dei libri profetici molto noto è il libro di Henoch, al quale probabilmente si riferisce l’apostolo Giuda nella sua lettera (v. 14 s.), che consta di vari scritti giudaici del II-I sec. a. C. ed è importante per la conoscenza delle idee religiose dei Giudei del tempo di Gesù. Tra l’altro il Messia è detto «Figlio dell’Uomo». Altri libri: l’Assunzione di Mosè, il IV di Esdra, l’Apocalisse di Baruch, gli Oracoli sibillini, libro di propaganda giudaica tra i pagani. Gli Apocrifi del Nuovo Testamento rimontano ai sec. II-III d. C. e vengono distinti in Evangeli, Atti, Epistole e Apocalissi. Il più diffuso evangelo apocrifo fu il Protoevangelo di Giacomo dedicato alla vita della Madonna e di S. Giuseppe ed alla infanzia di Gesù. Ha avuto larghissima influenza sull’arte cristiana e la liturgia ne ha ricavato la festa della Presentazione di Maria al Tempio; altri evangeli portano i seguenti titoli: secondo gli Ebrei, degli Ebioniti, secondo gli Egiziani, di Pietro, di Tommaso, di Nicodemo. Degli Atti vanno ricordati quelli di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di Andrea, di Tommaso. Anche l’epistolario apocrifo è molto ricco; ricordiamo: la lettera di Abgaro re di Edessa a Gesù e la risposta del Redentore, l’epistola degli Apostoli; la epistola di S. Paolo ai Laodicesi, e la sua III lett. ai Corinti; le lettere scambiate tra Paolo e il filosofo Seneca. Delle Apocalissi si possono citare: l’Apocalisse di Paolo, di Pietro, di Tommaso. Si tratta, in generale, di una letteratura mediocre e farraginosa che tradisce l’imitazione dei modelli ispirati senza però avvicinarsi alla loro spontaneità ed equilibrio.

Apocatastasi significa restaurazione, ripristinazione, e il termine ricorre una sola volta nel N. T. in un discorso di san Pietro agli Israeliti (Atti Ap. 3,21) nel senso di un rinnovamento finale del mondo in occasione della parusia di Gesù Cristo. Concetto che ritorna in termini equivalenti nella seconda Lettera di san Pietro stesso (3,13) e nell’Apocalisse di san Giovanni (21,1), dove si parla di nuovi cieli e di nuova terra. Anche san Paolo vi allude (Rom. 8,19 ss.) dicendo che tutto il creato è agitato dall’anelito di una liberazione. Del resto Gesù medesimo accenna a una palingenesi, quando il «Figlio dell’uomo» siederà sul trono della sua maestà (Mt. 19,28). I Padri toccano con timida riverenza questo punto misterioso della Rivelazione; ma Origene vi s’impegna a fondo e costruisce, con l’aiuto di elementi platonici, la teoria di una apocatastasi finale consistente nella purificazione e redenzione universale dal male e dal peccato per ogni creatura, anche per i demoni e i dannati. L’idea fu sviluppata dai seguaci di Origene (anche da Gregorio Nisseno) ed entrò a far parte di un complesso di errori attribuiti ad Origene, che vanno sotto il nome di Origenismo e che furono condannati nel 2° Concilio di Costantinopoli, sotto Papa Vigilio (a. 553). Si riconnettono a questa teoria le tendenze e le opinioni, che vorrebbero mitigare le pene dell’inferno o negarne addirittura l’eternità. Tali opinioni, sempre condannate dalla Chiesa Cattolica, hanno fatto presa tra gli scismatici e più ancora tra le sette protestanti.

L’Apocatastasi. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 14, p. 4

Antropomorfismo, ossia tendenza dell’uomo a pensare le cose esterne come un’imitazione di se stesso. Sul terreno filosofico l’antropomorfismo ha portato a concezioni talvolta stravaganti, come il Pampsichismo di Tommaso Campanella, che attribuiva un’anima a ognuna delle cose create, o il Sensismo cosmico di Bernardino Telesio, che poneva una sensazione universale, richiamando l’Ilozoismo (materia vivente) dei Presocratici. Sul terreno religioso, affine a queste aberrazioni filosofiche è l’Animismo, ritenuto da alcuni autori come la fonte della religione. Ma più che in esso l’Antropomorfismo si manifesta nella concezione della Divinità, plasmata a somiglianza dell’uomo coi suoi vizi e con le sue virtù. Le mitologie religiose sono generalmente antropomorfiche: basti ricordare quella greco-romana. Nell’ambito della Rivelazione cristiana, l’Antropomorfismo si riscontra nel linguaggio ed in alcuni fati dell’Antico Testamento, che attribuisce a Dio membra umane, a volte costume umano (come quando parla del pentimento, del dolore di Dio, ecc.). Ma evidentemente qui si tratta di linguaggio e di stile metaforico, come è dimostrato dal contesto dei Libri Sacri e dai sublimi concetti che essi danno intorno alla natura di Dio (Essenza divina). Particolare interesse teologico hanno le così dette Teofanie (apparizioni di Dio) nell’A. T. come quella fatta a Mosè dal roveto ardente. Alcuni Padri pensarono che quelle fossero manifestazioni personali del Verbo: più rettamente le Teofanie sono segni sensibili della presenza divina, che preludono all’Incarnazione, per cui il Verbo sarebbe apparso Uomo in mezzo agli uomini. Nella storia del pensiero cristiano si registra l’errore volgare degli Antropomorfiti, che sulle tracce di un certo Audius nel IV secolo diffusero in Siria e in Egitto l’opinione che le metafore bibliche intorno a Dio fossero da intendersi in senso proprio. Sant’Ilario, san Girolamo, sant’Agostino ed altri Padri parlano di questo errore come di una puerilità indegna di confutazione.

L’Antropomorfismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 14, p. 4

Antidicomarianiti. Setta religiosa sorta in Arabia nel IV secolo, che negava la verginità di Maria, abusando di alcuni testi della Sacra Scrittura. San Epifanio scrisse loro una lettera per confutarne la dottrina punto per punto. Con l’andar del tempo tutti gli avversari della verginità di Maria si chiamarono Antidicomarianiti o semplicemente Antimarianiti.

Gli Antidicomarianiti. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 13, p. 4

Anti-Messia, avversario di Cristo: il termine è proprio di Giovanni, ma il concetto è comune anche ad altri autori della Bibbia (v. Ez. cc. 28-29; Dan. cc. 7-8; Mt. 24,5.24; Mc. 13,6,22; Lc. 21,8; 2Thess. 2,3-12; 1Giov. 2,18-22;4,3; 2Giov. 7; Apoc. 11,7 ss. cc. 13-14). L’Anticristo è, in genere, una forza ostile alla persona ed all’opera del Cristo. L’interpretazione comune tra gli scrittori cristiani vede nell’Anticristo un personaggio distinto da Satana ma da lui sostenuto, che si manifesterà negli ultimi tempi, prima della fine del mondo, per tentare un attacco e un trionfo decisivo su Gesù e la sua Chiesa. Paolo lo descrive come « l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, l’avversario che si innalza su tutto ciò che si chiama Dio o è oggetto di culto, fino a sedersi nel tempio di Dio, proclamando ch’egli stesso è Dio... Quell’iniquo la cui venuta per operazione di Satana sarà accompagnata da ogni genere di portenti e di prodigi e prestigi menzogneri, e da ogni sorta di seduzioni della perversità, per coloro che si perdono per non avere accolto l’amore della verità che li avrebbe salvati» (2Thess. 2,3,9-10). Ciò che impedisce lo scatenarsi di questa formidabile potenza è un misterioso ostacolo che è nello stesso tempo considerato in astratto come una forza o, in concreto, come una persona. L’identificazione precisa di questo impedimento è difficile e varia presso gli studiosi. Tra gli esegeti moderni si fa strada l’opinione secondo la quale l’Anticristo non è una persona, ma una collettività: sono gli agenti dell’anticristianesimo di tutti i tempi. San Giovanni parla di «molti anticristi» che non riconoscono né Gesù né il Padre. San Paolo dice che «il mistero della iniquità opera già; solamente ora c’è chi lo trattiene, finché sia tolto di mezzo» (2Thess. 2,7). Se l’ostacolo è sempre in azione e contrasta già l’Anticristo, vuol dire che anche questo dev’essere in continuazione. Ma si può far notare che l’ostacolo impedisce la manifestazione dell’Anticristo, non la sua opera personale. L’Anticristo-persona si rivelerà nell’ultima fase della lotta anticristiana che imperversa in tutti i secoli e prepara lentamente l’apparizione del «figlio della perdizione» alla fine dei tempi.

L’Anticristo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 13, p. 4

Anomeismo è una setta fondata da Aezio e da Eunomio (Eunomiani) nella seconda metà del secolo IV: aderivano all’Arianesimo sostenendo che il Verbo è dissimile dal Padre, in quanto è generato, e quindi non è Dio come il Padre, perché la vera Divinità è senza principio e quindi ingenerata. L’Anomeismo, specialmente come si presenta in Eunomio, ha motivi interessanti anche per altri settori della Teologia, oltre quello trinitario. Eunomio, parlando degli attributi di Dio, ne scarta il valore, riducendoli tutti a pure voci antropomorfiche (Nominalismo?): un solo attributo ha valore reale ed è quello dell’ingenerabilità, che rivela alla nostra mente l’essenza divina in maniera adeguata, come per intuito (un preludio dell’Ontologismo?). San Basilio e san Gregorio Nisseno hanno confutato sul terreno teologico e filosofico gli errori degli Eunomiani.

L’Anomeismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 12, p. 4

Animismo è una teoria formulata da Ed. B. Tylor nel secolo scorso (nel 1867) per spiegare l’origine della religione. Il Tylor parte, come lo Spencer, dal presupposto dell’Evoluzionismo allora in voga e sostiene che l’uomo, derivato dagli animali, attraverso la considerazione dei fenomeni del sonno e del sogno, della malattia e della morte, arriva a scoprire in se stesso un principio vitale distinto dal corpo, cioè l’anima, cui ben presto attribuì una sopravvivenza. Di qui il culto degli antenati (Manismo), i cui spiriti spesso si sarebbero incarnati in altri corpi (Metempsicosi). L’uomo primitivo, impossessatosi del concetto di anima, per una tendenza antropomorfica proiettò nella natura la sua immagine vedendo in ogni cosa un corpo animato dallo spirito. Si affermò così l’Animismo, che portò al culto delle forze della natura e quindi al Politeismo. Per mezzo dell’Animismo il Tylor spiega anche l’origine del feticismo e dell’idolatria: il feticcio è un oggetto qualunque scelto da uno spirito per sua abitazione; ridotto a figura rappresentativa d’uno spirito superiore, il feticcio diventa idolo, in cui s’identifica il simbolo e la figura con l’essere simboleggiato. L’idolatria perciò deriverebbe anche dall’Animismo. In seguito, con la selezione e l’esaltazione di uno degli dei, si sarebbe affermato il Monoteismo. La teoria del Tylor fece rumore e fortuna da principio, ma subito cominciarono gli attacchi. Valenti studiosi hanno messo in evidenza le falle e l’inconsistenza della costruzione animistica. Anzitutto il suo fondamento, l’Evoluzionismo, oggi è tutt’altro che solido. Non è vero poi che la religione segue l’Animismo; in molti popoli primitivi lo precede. Né è vero che l’Animismo sia stato universale e uniforme come vuole il Tylor: esso è soltanto uno dei fenomeni che si riscontrano qua e là nella storia delle culture umane. Ma quello che mette in scacco tutta la teoria è il fatto provato, che il Monoteismo, come culto del Grande Essere, si rileva nei primitivi prima dell’Animismo e del Politeismo, che sarebbero piuttosto degenerazioni religiose.

L’Animismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 12, p. 4

Anima: è sostanza spirituale che insieme col corpo costituisce l’uomo. Ogni sana filosofia ha sempre ammesso l’esistenza, la spiritualità e l’immortalità dell’anima dotata di intelligenza e di volontà con le relative operazioni, che sono le più nobili dell’uomo e ne manifestano il grado specifico. Nella luce della Rivelazione e della Teologia questa dottrina filosofica è confermata e arricchita.  1. - S. Scrittura: a) l’anima è creata da Dio e direttamente infusa nel corpo di Adamo: Gen. 2,7: «Il Signore Dio formò dunque l’uomo col limo della terra e gl’ispirò sul volto un alito di vita, e l’uomo diventò anima vivente»; b) per l’anima l’uomo somiglia a Dio e ne riflette l’immagine in modo particolare (Gen. 1,6 e 1,26): il che non permette di ritenere che l’anima sia: materiale (cf. Eccles. 12,7); c) l’anima è immortale: l’Evangelo è pieno di testimonianze (cf. Mt. 10,28); nell’A.T. vedi specialmente Sap. 2.23 e 3,1.4.10; Salmo 48,15-16, ecc.; d) dai testi citati si prova anche che l’anima è l’elemento formale dell’uomo, il principio vitale e ragionevole per cui l’uomo è uomo, animale vivente distinto dai bruti. 2. - Tradizione: generalmente ripete e sviluppa la rivelazione scritta intorno all’anima. Ma Tertulliano propose la stravagante teoria del Traducianismo corporale secondo cui l’anima dei figli sarebbe generata dal seme dei genitori. Più tardi sant’Agostino pur impugnando l’opinione di Tertulliano, parve inclinare in un Traducianismo spirituale (l’anima dei figli generata dalle anime dei genitori come luce da luce) per difendere meglio contro i Pelagiani la trasmissione del peccato originale. Ma egli non escludeva il creazianismo, ossia la creazione e l’infusione immediata delle singole anime da parte di Dio. Al tempo della Scolastica si agitarono questioni più sottili; per es. in qual momento Dio infonde l’anima (i moderni preferiscono dire: nel primo istante della fecondazione). Più importante la questione dell’unità dell’anima e del suo carattere di forma sostanziale del corpo. Platone aveva negato l’unione sostanziale dell’anima col corpo e diviso l’anima in tre elementi (Tricotomia). Qualche traccia di questa teoria venò qua e là la Scolastica. Il francescano Pietro Ciov. Olivi, distinti nell’anima l’essenza e i tre elementi, razionale, sensitivo e vegetativo, sosteneva che solo gli ultimi due informano il corpo, non il primo; l’anima, in quanto razionale, si unisce sostanzialmente al corpo, con cui forma un solo individuo, ma non formalmente. Il Concilio di Vienne condannò questa opinione, affermando che l’anima razionale è forma sostanziale immediata del corpo (DB, 481).  Gli Scotisti ancora ritengono che oltre alla forma sostanziale principale, che è l’anima, il corpo ha la forma secondaria corporeitatis. Ma è più sicura la dottrina tomistica, secondo cui l’anima razionale è l’unica forma sostanziale, che dà all’uomo di essere uomo, animale vivente, corpo, sostanza, ente.

L’Anima. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 11, p. 4

Anglicanesimo è la forma predominante del Protestantesimo inglese, che per il suo carattere conservatore si (era) mantenuta più vicina al Cattolicismo e più refrattaria alle correnti dissolvitrici del pensiero moderno. La Chiesa Anglicana ha un’origine penosa. Il re Enrico VIII, (1509-1547), già salutato dal Papa «defensor fidei» per il suo amore alla religione e per un suo scritto teologico contro Lutero, in seguito si lasciò travolgere dalla libidine e dalla sete dell’oro fino a consumare l’apostasia sua e del suo regno. Legato in legittimo matrimonio con Caterina d’Aragona, cadde nei lacci della cortigiana Anna Bolena, che volle sposare ad ogni costo con la connivenza di Tommaso Cranmer (fautore del Luteranesimo) nominato arcivescovo di Canterbury. Il Papa Clemente VII minacciò di scomunica il sovrano, il quale si vendicò staccando la Chiesa d’Inghilterra da Roma e facendosene proclamare Capo religioso. La vita di Enrico VIII è macchiata d’immoralità e di foschi delitti: mise a morte Anna Bolena e sposò successivamente altre 4 donne, uccidendole l’una dopo l’altra. Perseguitò fino al sangue i Cattolici, incamerò i beni delle loro chiese e dei loro conventi. Ma, nonostante le sollecitazioni di Cranmer e di altri, Enrico non volle aprire le porte al Protestantesimo, anzi coi celebri 6 articoli mantenne i capi saldi della dottrina e del culto cattolico, eccetto la dipendenza dalla S. Sede. Ma il Protestantesimo dilagò in Inghilterra nei sei anni di regno di Edoardo VI ancora fanciullo (+1553). A tanto male cercò di riparare Maria la Cattolica con una repressione, forse troppo violenta. Le successe Elisabetta, figlia di Anna Bolena, che riaccese la persecuzione del padre contro i Cattolici, favorì la corrente protestante, adottando 39 dei 42 articoli di Cranmer e facendo della gerarchia ecclesiastica uno strumento docile del governo reale. Pio V la scomunicò (1570). Elisabetta può dirsi la vera fondatrice della Chiesa Anglicana, la quale però presto cominciò a subire crisi e scissioni (Puritani, fautori del Calvinismo puro; Presbiteriani, preti avversi all’istituzione episcopale; Congregazionalisti, democratici che volevano l’indipendenza e l’autonomia di ogni comunità religiosa o congregazione; Battisti ecc.). Il Deismo e l’Illuminismo inaridirono in gran parte la vita soprannaturale nella Chiesa Anglicana, che, sotto l’azione del fermento interno e degl’influssi eterni delle varie sette protestanti, si sviluppò in tre tendenze diverse, che sono chiamate le tre Chiese: 1) High Church (chiesa alta), conservatrice, con la sua gerarchia episcopale e il suo organismo sacramentale e liturgico; 2) Broad Church (chiesa larga) liberale, aperta alle correnti del pensiero laico indipendente; 3) Law Church (chiesa bassa) partito di sinistra, più antiromano, dedito specialmente al movimento evangelico. Nella chiesa alta si sviluppò durante il secolo scorso il così detto Trattarianismo (tracts = opuscoli), anima del Movimento di Oxford, che faceva capo a Pusey, Keble e Newman, il quale si convertì al Cattolicismo e fu cardinale. Questo movimento contribuì a chiarire la posizione dell’Anglicanesimo orientandolo sempre più verso il Cattolicismo. Nel 1896 però l’Anglicanesimo fu (giustamente) colpito nella sua gerarchia episcopale da Leone XIII, che ne dichiarò invalide le ordinazioni per l’avvenuta interruzione nella successione dei vescovi. Tuttavia tra le chiese protestanti l’Anglicana sembra(va) la più indicata per servire di ponte verso un ritorno a Roma.

L’Anglicanesimo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 10, p. 4

Anatema in senso proprio significava una cosa votata a Dio, ex-voto appeso nei templi, pongo sopra, appendo; (cf. Giudit. 16,19; 2 Mac. 9,16; Lc. 21,5). Però nella versione dei Settanta la parola «anatema» generalmente traduce il vocabolo che indicava cosa o persona destinata da Dio o per Iddio alla distruzione. Nel Nuovo Testamento conserva il significato ebraico con qualche leggera sfumatura: cosa o persona colpita da maledizione divina e destinata alla rovina (cf. 1 Cor. 12,3; 16, 22; Rom. 9,3; Gal. 1,8-9). Nel linguaggio ecclesiastico appare per la prima volta nel Concilio di Elvira (305) con significato non ben definito. Più tardi nei canoni di Laodicea e di Calcedonia l’anatema aggiunge alla scomunica l’idea di una speciale maledizione, che aggrava la pena della separazione dalla Chiesa. Nelle Decretali l’anatema corrisponde alla scomunica maggiore, fulminata in modo più solenne. Nella disciplina attuale non è altro che la scomunica inflitta con quelle solennità esteriori contenute nel Pontificale Romano (cf. can. 2257, § 2). Nella disciplina vigente si dice pure anatema la scomunica in cui incorrono ipso facto coloro che negano una verità solennemente definita, come si desume principalmente dai canoni dogmatici del Concilio Tridentino e Vaticano: «Si quis negaverit... anathema sit» cioè sia scomunicato. 

L’Anatema. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 9, p. 4

Significa nelle Sacre Scritture messaggero di Dio, suo ministro. San Gregorio Magno avverte che quasi ogni pagina della Rivelazione scritta attesta l’esistenza degli Angeli: basti ricordare nell’Antico Testamento i Cherubini posti a guardia del Paradiso terrestre dopo la cacciata di Adamo ed Eva, i tre Angeli apparsi ad Abramo, i Serafini di cui parla Isaia e l’Angelo Raffaele che aiuta Tobia, e Michele e Gabriele ricordati da Daniele, che ritornano nel Nuovo Testamento, dove le testimonianze crescono (cf. Apocalisse, gli Evangeli nel racconto della nascita di Gesù, della risurrezione; san Paolo che enumera varie categorie di Angeli). Il Conc. Lat. IV parla esplicitamente della creazione degli Angeli (DB, 428), che perciò è verità di fede. Esclusa la creazione ab aeterno, (Conc. Lat. IV e Vat. dicono «ab initio temporis»), non si sa con precisione in qual momento gli Angeli siano stati creati. Scrittura e Tradizione parlano di un numero sterminato. Gli Angeli sono puri spiriti: tali infatti li chiama costantemente la Sacra Scrittura, sebbene alcuni Padri abbiano loro attribuito una certa corporeità. Come spiriti gli Angeli non hanno bisogno di un luogo materiale per esistere, ma vi possono essere presenti per via di azione (San Tommaso). Dalla Sacra Scrittura si ricava che gli Angeli sono distribuiti in 9 gruppi: Troni, Dominazioni, Principati, Potestà, Virtù, Arcangeli, Angeli, Cherubini e Serafini (nomi relativi a vari uffici). Secondo la opinione più probabile (San Tommaso) gli Angeli non sono come gli uomini, individui della stessa specie, ma ogni individuo costituisce una specie (per l’assenza della materia che individua e moltiplica numericamente le forme). Gli Angeli furono creati nello stato di grazia santificante (sono difatti chiamati Santi, amici di Dio); ma non tutti vi perseverarono. Molti di essi commisero, subito dopo la creazione, un peccato di superbia, abusando della loro libertà (Conc. Later. DB, 428). La Rivelazione parla più volte del peccato degli Angeli: san Pietro nella 2a Lett.: «Dio non perdonò agli Angeli che peccarono» (cf. la Lett. di Giov., 3,8). Essi furono puniti immediatamente e precipitati nell’inferno: Cristo attesta di aver visto Satana precipitare come una folgore (Lc. 10,18). San Tommaso commenta che l’Angelo, conoscendo come per intuito, aderisce immutabilmente, dopo la libera scelta, o al bene o al male: perciò gli Angeli non ebbero e non avranno modo di pentirsi, come gli uomini, che conoscono ragionando progressivamente. Come gli Angeli buoni assistono e aiutano gli uomini per il bene e la salvezza, così i Demoni istigano al male con la tentazione e possono invadere il corpo con l’ossessione, per cui il corpo diventa come uno strumento dello spirito maligno (la possessione, ndR).

L’Angelo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 9, p. 3

Ossia ribattezzatori, furono chiamati i gregari di una setta fanatica, che ribattezzava gli adulti ritenendo invalido il Battesimo conferito ai bambini. Era la logica conseguenza del principio luterano, secondo cui solo la fede giustifica: ora i bambini non sono capaci di un atto di fede, dunque il loro Battesimo è invalido. Il movimento ebbe inizio a Zwikau in Sassonia, nel 1521-1522, per opera di Nicola Storch e di Tommaso Münzer e si propagò rapidamente nella Germania meridionale, acquistando aderenti specialmente nel basso popolo (artigiani e contadini). Ben presto in seno al movimento si determinarono due correnti, l’una pacifica, l’altra rivoluzionaria; quest’ultima prevalse e coinvolse la setta in una lotta iconoclasta, che portò la distruzione e la desolazione in molte province (chiese distrutte, sacerdoti uccisi, beni confiscati), ma che provocò anche una violenta repressione (la guerra dei contadini). L’idea ispiratrice della setta era il regno di Dio instaurato nelle singole anime per diretto influsso divino, che si uniscono nella comunione dei Santi indipendentemente da qualunque forma esterna (pertanto soppressione dell’autorità ecclesiastica e civile, del sacerdozio, dei Sacramenti, della Bibbia), ma con la collaborazione dei singoli agli impulsi dello Spirito Santo (ammettevano pertanto il valore delle opere buone). Il sistema anabattista non ha di comune con il luteranesimo che il punto di partenza (solo la fede giustifica), che rigidamente applicarono al Battesimo dei bambini, ma che addolcirono poi ammettendo il valore delle opere buone. Dopo le sconfitte politiche l’anabattismo perdette il suo carattere rivoluzionario e si organizzò con criteri puramente religiosi (Mennoniti della Frisia). Attualmente gli anabattisti sono pochi, sparsi qua e là in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, essendo stato assorbito dai Battisti quanto di più vivo conservava il loro movimento.

Gli Anabattisti. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 8, p. 3

Termine invalso alla fine del secolo scorso nel movimento destato dalle idee e dai metodi del Padre P. Hecker, fondatore della Società americana dei Missionari Paolisti. Questo sacerdote americano, consapevole delle esigenze psicologiche, della mentalità, dell’indole del suo popolo esuberante, avido di assoluta libertà individuale, insensibile all’astrattismo teorico e amante invece del Prammatismo, portato dalle ricchezze naturali del paese ad un senso edonistico della vita, aveva cercato di adattare, senza troppe preoccupazioni dogmatiche, la religione cattolica allo spirito della sua gente. Il suo tentativo fece rumore anche in Europa e si determinò così quella corrente che ebbe il nome di Americanismo. Più che di un sistema si tratta di una tendenza concretata in alcuni princìpi d’indole pratica, senza organicità. Leone XIII, avvistato il pericolo, inviò una Lettera Apostolica «Testem benevolentiae» al Card. Gibbons (1889) e per mezzo di lui a tutto l’Episcopato degli Stati Uniti. Da questo documento pontificio si rilevano i principali errori dell’Americanismo: necessità di un adattamento della Chiesa alle esigenze della civiltà moderna, sacrificando qualche vecchio canone, mitigando l’antica severità, orientandosi verso un metodo più democratico; dare più larghezza alla libertà individuale nel pensiero e nell’azione, tenendo conto che più che l’organizzazione gerarchica agirebbe sulla coscienza dell’individuo direttamente lo Spirito Santo (influsso del Protestantesimo); abbandonare o non curare le virtù passive (mortificazione, penitenze, obbedienza, contemplazione), ma attaccarsi alle virtù attive (azione, apostolato, organizzazione); tra le Congregazioni religiose favorire quelle di vita attiva. Il Papa dopo questa serena disamina conclude con queste gravi parole: «Noi non possiamo approvare quelle opinioni che costituiscono il così detto Americanismo». Non c’è bisogno di commento. A prescindere dalle intenzioni degli Americanisti, certo la loro posizione dottrinale e pratica non si accorda facilmente con la dottrina e lo spirito tradizionale della Chiesa, anzi, per non dire di più, apre la via ad errori teoretici e pratici, tra cui merita d’esser segnalata la preferenza attribuita all’attivismo, mentre Gesù Cristo e i Santi tutti hanno dato più importanza alla preghiera e alla vita interiore, da cui dipende la sorte di ogni apostolato cristiano. Recentemente F. Klein, Professore dell’Istituto Cattolico di Parigi, ha pubblicato un grosso volume dal titolo: L’Américanisme, hérésie fantôme, in cui l’Autore, che già nel 1897 aveva tradotto The life of F. Hecker dell’Elliott (occasione della Lettera di Leone XIII), tenta di dimostrare che l’Americanismo condannato dal Papa non è mai esistito. Evidente esagerazione non disgiunta da impertinenza.

L’Americanismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 7, p. 3

Allegorismo è un metodo di esegesi della Sacra Scrittura, propugnato tra gli Ebrei da Filone Alessandrino (+42) e introdotto in ambiente cristiano dai maestri della celebre scuola teologica di Alessandria di Egitto fondata nel II sec. Il più grande luminare di essa, Origene (186-254), codificò i princìpi dell’allegorismo. In conformità con la costituzione dell’uomo secondo la concezione platonica (corpo - anima - spirito) egli distinse nei testi della Bibbia tre sensi: 1) corporale o letterale per gli incipienti; 2) psichico o morale per i proficienti; 3) pneumatico o spirituale per i perfetti. Non tutti i testi sacri, però, hanno tutti e tre i sensi; alcuni mancano del primo. L’allegorismo veniva giustificato con le seguenti ragioni: se si sostenesse sempre il senso letterale della Bibbia si dovrebbero ammettere delle assurdità o delle immoralità; Paolo si è servito del metodo allegorico per alcuni testi del Vecchio Testamento; le cose sensibili - secondo la teoria platonica - sono figure di realtà soprasensibili. Fu il bisogno dell’apologetica che impose l’allegorismo ad Origene che pure era formidabile nei lavori di critica testuale. I Chiliasti, difatti, insistendo sul senso letterale della Bibbia sostenevano la realtà di un regno millenario di ogni piacere (v. Millenarismo); gli Gnostici interpretavano letteralmente i testi che attribuivano a Dio aspetto e qualità umane; i Giudei negavano che Cristo fosse il Messia perché Egli non aveva fondato un regno di prosperità materiale e politica secondo la lettera delle antiche profezie. L’esagerazione nell’applicazione del metodo di Origene portava, però, alla polverizzazione della Bibbia, a metafisicherie che compromettevano seriamente il valore e la saldezza dei testi. Contro la scuola Alessandrina —> rappresentata da sant’Atanasio (+373), Didimo il cieco (+398), san Cirillo Alessandrino (+444) - lottò la scuola Antiochena, fondata alla fine del sec. III, che insistette sulla interpretazione intelligentemente letterale dei sacri testi e sviluppò la dottrina del senso tipico e della theoria per cui il senso letterale è alla base di una più profonda e più alta penetrazione specialmente delle profezie messianiche. Il più celebre rappresentante di questa tendenza che trionfò sull’allegorismo fu san Giovanni Crisostomo (+407). Recentemente alcuni studiosi e scrittori cattolici hanno tentato di rimettere in onore l’antico allegorismo propugnando una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale, che permetta di superare le difficoltà che si incontrano nella esegesi letterale e offra alle anime cristiane una più profonda e ricca conoscenza del Vecchio Testamento. L’Enciclica «Humani generis» (12 agosto 1950) ha indicato i pericoli di questo tentativo, che rischia di privare il Vecchio Testamento del suo valore storico. [Si studi anche l’Enciclica «Divino afflante Spiritu» del 30 settembre 1943, NdR].

L’Allegorismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 6, p. 3

Eretici, epigoni degli antichi Manichei, che si diffusero largamente sulla fine del secolo XII nel mezzogiorno della Francia (Linguadoca) con sede centrale in Albi, donde presero il nome. Veramente essi si chiamavano Catari ed erano noti in altri paesi d’Europa anche sotto altri nomi: Catarini, Patarini, Pubblicani, Bulgari ecc. I Catari Albigesi riuscirono ad affermarsi e ad organizzarsi in modo minaccioso per la Chiesa e la civiltà cattolica. Dottrina: professavano il dualismo manicheo per spiegare il male; ci sono due princìpi, uno buono, creatore dello spirito e della luce, l’altro cattivo, creatore della materia e delle tenebre. Il principio cattivo è il Dio dell’Antico Testamento, il principio buono è il Dio del Nuovo Testamento.  Il Dio buono aveva creato gli Angeli, molti dei quali peccarono e furono costretti a discendere nei corpi, diventando uomini. Dio (uno, non trino) manda Gesù, uno dei suoi Angeli, a liberare lo spirito dalla materia (redenzione degli uomini). Gesù ebbe un corpo apparente (Docetismo), e non soffrì né morì né risorse, ma semplicemente insegnò. La Chiesa primitiva ha degenerato da Costantino in poi: Dio più che in una Chiesa abita nel cuore dei fedeli. Gli spiriti passano da un corpo all’altro (metempsicosi) per purificarsi fino alla completa espiazione. I Catari, partendo dal principio che la materia è male in se stessa, aborrivano il matrimonio, la ricchezza, i cibi, i piaceri sensibili. I fedeli si distinguevano in due categorie: quella dei perfetti, che si obbligavano, anche con voto, alla pratica rigorosa della morale e dell’ascetica catara; quella dei credenti, a cui si concedeva molta libertà. Il perfetto veniva costituito nel suo alto grado per mezzo del consolamentum, una specie di battesimo per imposizione delle mani, e così assumeva la missione di andare predicando la nuova religione. I credenti ricevevano il consolamentum in pericolo di morte per assicurarsi la salvezza. Avevano anche una specie di confessione pubblica, una benedizione e frazione del pane, ed una gerarchia di vescovi e di diaconi. L’elemento più pericoloso di questa eresia era la categoria dei credenti, la gran massa, da cui si esigeva solo la fede e il desiderio del consolamentum in caso di pericolo di vita: per il resto le si concedeva massima libertà, che degenerava facilmente in sfrenato libertinaggio. L’eresia non era solo un pericolo per la Chiesa, ma anche per la società civile. Con ragione Innocenzo III se ne preoccupò assai e bandì contro gli Albigesi la celebre Crociata, che si giustifica pienamente dal punto di vista morale e sociale, anche se nell’esecuzione presenta ombre ed esagerazioni a causa delle interferenze politiche e specialmente dell’ambizione di Simone di Montfort, capo della Crociata. San Domenico, anima mite e luminosa, contribuì con la predicazione e con l’esempio non a distruggere, ma a convertire gli Albigesi alla fede cattolica. Circa quell’epoca s’inaugurò l’Inquisizione, come processo dottrinale a carico degli eretici. Lo spirito settario ha falsato in molti punti la storia di questi avvenimenti: ma ormai molte calunnie sono state sventate dallo studio sereno dei documenti. Gli Albigesi furono condannati nelle loro false dottrine dal 4° Concilio Lateranense (1215).

Gli Albigesi. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 5, p. 3

La voce fu trovata e messa in uso da Huxley sullo Spectator nel 1869, in Inghilterra. Agnosticismo è la tendenza a limitare la possibilità o la capacità di conoscere la verità, specialmente in ordine all’Assoluto. Sul terreno teologico, di cui ci occupiamo, l’Agnosticismo riguarda specialmente Dio nella sua esistenza o nella sua natura. Un esempio classico di Agnosticismo è la dottrina di Mosè Maimonide filosofo giudeo (+1204), che toglieva ogni valore oggettivo agli attributi, che noi riferiamo a Dio e sosteneva che la ragione nulla può conoscere della essenza divina. San Tommaso lo confuta dimostrando il valore della nostra conoscenza intorno a Dio, che pur non essendo adeguata è però vera analogicamente. Nell’età più vicina a noi l’Agnosticismo si è affermato sistematicamente in due correnti filosofiche di largo dominio: il Positivismo e il Kantismo. a) Agnosticismo positivistico (Comte, Littré, Spencer): partendo dall’empirismo e dal sensismo, restringe l’ambito della conoscenza umana al fenomeno e al fatto sperimentale. Quindi non si preoccupa tanto dell’essenza quanto dell’esistenza delle cose naturali. E questa è la scienza che ha carattere di evidenza. Misteriosa è invece l’intima natura delle cose e il problema della loro origine e della loro prima causa, cioè di Dio. Qui è la zona dell’Inconoscibile, oggetto della religione. Dio e le sue meraviglie non ci toccano e quindi è bene non pensarci (Littré) oppure ammettiamoli provvisoriamente per un motivo pratico, morale, sociale (Spencer), in attesa del progresso scientifico, che potrà eliminare del tutto la religione. b) Agnosticismo kantiano: l’unica realtà oggettiva per noi è il fenomeno che impressiona i nostri sensi; la cosa in sé (il noumeno) ci sfugge e la ragione la sostituisce con le sue forme o categorie a priori, che sono soggettive. Molto meno possiamo attingere con la ragione Dio, che trascende tutta la natura. Ho l’idea di Dio ma non posso dimostrare la sua realtà fuori di me (Critica della ragione pura). Ma Dio si può e si deve affermare per via di volontà come un postulato (Critica della ragion pratica). Il Modernismo, adottando l’immanentismo kantiano, ne adotta anche l’Agnosticismo.

L’Agnosticismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 4, p. 3

Agnoetismo (dal gr. = ignoranza): errore cristologico di Temistio, diacono alessandrino del VI secolo. Secondo l’opinione più probabile, Temistio era un monofisita severiano (v. Monofisismo); mentre gli Aftardoceti (v. Docetismo), discepoli di Giuliano d’Alicarnasso, sostenevano l’incorruttibilità della natura umana di Cristo, i Severiani invece ne affermavano le comuni infermità e la passibilità. Temistio va più in là e attribuisce a Cristo-Uomo l’ignoranza. Veramente la questione era sorta fin dai primi secoli intorno al testo dell’Evangelo di san Marco XIII,32, dove Cristo dice d’ignorare il giorno del giudizio. Durante la controversia ariana i seguaci di Ario si servivano di quel testo per negare la divinità di Cristo: i Padri rispondevano che l’ignoranza, se mai, apparteneva all’Umanità, non alla Divinità del Verbo. I Latini però sono d’accordo nel negare qualunque ignoranza in Cristo. San Cirillo Alessandrino, contro i Nestoriani che attribuivano a Cristo­-Uomo le nostre miserie, compresa l’ignoranza, difende la perfetta scienza di Cristo-Dio, pur concedendo che nella sua Umanità ci sia stata una ignoranza non reale, ma solo apparente. Meglio e definitivamente sant’Agostino: Cristo-Uomo conosceva il giorno del giudizio ma la sua missione di Maestro non esigeva che lo rivelasse a noi. L’errore di Temistio fu condannato dal Patriarca d’Alessandria, Timoteo. San Gregorio Magno espone chiaramente la dottrina cattolica in una Lettera ad Eulogio, altro patriarca alessandrino, eliminando dall’Umanità di Cristo ogni vera e propria ignoranza. Gli Scolastici tradurranno questa dottrina nella formula: Cristo ignorava il giorno del giudizio nel senso che non lo sapeva di scienza comunicabile agli uomini. Alcuni Protestanti non esitano ad attribuire a Cristo una certa ignoranza (v. Kenosi): peggio parlano Razionalisti e Modernisti (cfr. Scienza [di Cristo]).

L’Agnoetismo. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 3, p. 3

Adozione. è menzionata esplicitamente più volte in san Paolo con termine giuridico proprio del linguaggio del tempo. Così nella Lettera ai Romani (8,15): «Voi infatti non avete ricevuto lo spirito di servitù per temere ancora, ma avete ricevuto lo spirito di adozione di figli, in forza del quale invochiamo: Padre!» (cfr. Efes. 1,5; Gal. 4,5). Il termine richiama il concetto dell’adozione giuridica in uso, che suole definirsi: gratuita assunzione d’una persona estranea come figlio con diritto d’eredità. Quest’adozione umana è un surrogato morale della filiazione naturale, che crea un diritto nell’adottato, ma non ne muta la natura o la personalità fisica. L’adozione di cui si parla nella Sacra Scrittura trascende l’ordine naturale e quindi anche il concetto dell’adozione comune, con la quale conviene solo analogicamente. Difatti l’uomo che risponde con la fede all’appello di Cristo, secondo i documenti della Rivelazione, viene arricchito di grazia santificante, che stabilisce tra la creatura e Dio un rapporto di paternità e di figliolanza in forza di una rigenerazione spirituale, che si risolve in una partecipazione ineffabile della stessa natura di Dio. Cfr. Giov. (Prol. dell’Ev.): «Diede loro la facoltà di diventare figli di Dio... i quali sono nati da Dio»; 2Petr. 1,4: «Ci ha largito i più grandi e preziosi doni che ci aveva promesso per renderci con essi partecipi della natura divina». L’adozione soprannaturale importa un’intrinseca trasformazione dell’anima, una vitale comunicazione divina, che rende l’uomo «domesticus Dei» cioè della famiglia divina (Efes. 2,19), simile a Dio nell’essere e nell’agire. Nell’aulica liturgia e negli scritti dei Padri l’adozione divina è un motivo dominante: i Greci specialmente (sant’Atanasio, san Basilio, san Cirillo Alessandrino) mettono in luce il rapporto tra la nostra filiazione adottiva e la filiazione naturale di Gesù Cristo rispetto al Padre e provano che l’una è effetto dell’altra. Gli Scolastici approfondiscono questa verità (cfr. san Tommaso) e dopo il Concilio di Trento i Teologi ne fissano l’espressione in questi termini: l’adozione è un effetto formale della grazia santificante, per cui il fedele diventa figlio di Dio e quindi fratello di Gesù Cristo, suo coerede per la vita eterna.

L’Adozione soprannaturale. Dal Dizionario di Teologia dommatica, A. Piolanti - P. Parente - S. Garofalo, Studium, Roma, 1952. SS n° 2, p. 3

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